Si cambii casa il ventinove di settembre, come a Milano, o il quattro

maggio, come a Napoli, e a qualunque mese, come a Roma, la prima

questione è sempre la stessa: bisogna conoscere i nuovi vicini?

L'antico costume, sovra tutto meridionale, lo impone. Antico costume

abbastanza _cafonesco_ e che, man mano, si è venuto illanguidendo:

antico costume che dovrebbe completamente sparire, nelle grandi città.

Si comprende, questo costume, fra gli abitanti dello stesso villaggio —

o Ventaroli, di Sessa Aurunca, o terra della mia stirpe, di voi parlo!

— che hanno bisogno di stringersi insieme, di prestarsi amicizia,

assistenza, soccorso, in qualunque circostanza; si capisce, fra gli

abitanti della stessa piccola città di provincia, per le medesime

ragioni: si capisce, in estate, ai bagni, in villeggiatura, in albergo,

per farsi compagnia, per formare una _côterie_: si capisce, dovunque la

gente è poca, dove molte cose mancano, dove la solidarietà umana è più

necessaria. Ma in una grande città, dove tutto vi è, a portata di mano,

di voce, di passo: in una grande città, dove basta escire dal portone

per trovare anche la pietra filosofale, che, si dice, non fu mai

trovata; in una grande città, a che può servire di conoscere i propri

vicini? A che aumentare le proprie relazioni, inutilmente, quando

quelle che si hanno, d'ordinario, sono soverchianti? A che mettersi

in rapporto con gente nuova, ignota, forse estranea a ogni proprio

gusto, forse antipatica, forse equivoca? Perchè conoscere, proprio i

vicini, quando il più savio consiglio è di restringere alle persone più

tenere, più simpatiche e più utili, le proprie relazioni? E, veramente,

esiste una vicinanza, in una grande città, in una grande strada in un

grande palazzo, o non si è, veramente, anche gli inquilini di questo

medesimo palazzo, completamente estranei, l'uno all'altro? E in tanto

lavoro, in tanti pensieri, in tanti svaghi, in tanti affanni, chi mai

s'incarica del proprio vicino? Il vicino non esiste, in un ambiente di

metropoli. E non dovrebbe esistere, quindi, la profferta di servigi,

barocca e inutile; non dovrebbe esistere l'offerta della visita, che,

quasi sempre, è inopportuna e mal gradita; a rigore, non dovrebbe

esistere neanche lo scambio dei biglietti da visita. Per questi, passi.

Ma non oltre! Non parlo, poi, qui, dei danni delle nuove conoscenze,

quasi sempre pericolose, fra nuovi e vecchi inquilini: pensateci voi, o

genitori, voi, o mariti, voi, o fidanzati, a questi danni, calcolateli,

essi possono essere irreparabili!

I LEGAMI DELLO SPIRITO.

I SACRAMENTI.

I.

FESTA DI BATTESIMO.

Nulla è più grazioso, più attraente, che una festa di battesimo, la

quale ha un carattere di grandissima tenerezza: ma bisogna saperla

regolare bene, poichè è cosa molto delicata. Anzi tutto, molti hanno

l'abitudine di celebrarla quando la mammina, la puerpera, è già

alzata dal letto; il che, dato un mese di puerperio, fra il letto e la

convalescenza, ritarda di trenta o quaranta giorni il battesimo. Ciò

non è molto conveniente, anche per riguardi religiosi: più presto si

battezza un bimbo, e meglio è. Viceversa, l'uso patriarcale e molto

simpatico nostro, è di celebrare il battesimo, dieci o dodici giorni

dopo la nascita, non di più, previa una primissima benedizione, data

dal sacerdote al neonato: la puerpera fa adornare riccamente la sua

camera da letto, indossa, in letto, una vestaglia bianca, carica di

merletti e di nastri, mette una cuffia o un'acconciatura capricciosa

di merletti sulla testa, si adorna di un magnifico paio di solitarii,

infila i suoi anelli più belli e, sollevata sui suoi guanciali guerniti

di trine, riceve i saluti e gli augurii degli invitati. Una festa

di battesimo, quando la sacra funzione si celebra in casa, si fa

verso le due pomeridiane: si prepara un altarino, in salone, e quanto

serve per la mistica cerimonia. Il padre del neonato, i parenti, gli

invitati indossano la solita redingote o il tight, che sono i vestiti

di mattina, coi pantaloni bigi, il panciotto nero o bianco, il _rabat_

o la cravatta chiara, i guanti tortorella: le signore vanno in grande

_toilette_ da ricevimento, con cappello chiaro e molti bei gioielli.

Nella festa di battesimo, se vi è un po' di musica sacra, tanto meglio;

se vi è musica profana, deve esser fine. Non si balla, mai. La madrina,

il padrino, la nutrice, la levatrice, prendono parte alla funzione

religiosa, come ho detto: i doveri del padrino e della padrina, li

dichiaro più avanti. Il trattamento per festa di battesimo, varia

secondo l'ora: se è alle due, ci vuole una _table à the_ appena appena

_renforcée_, ma con molti dolci, molti confetti, molti _bonbons_, le

così dette _dragées du baptême_. Alcune famiglie offrono dei confetti

nei sacchetti e nelle scatole, come per i matrimoni; altre fanno

coniare delle medagline d'argento, in memoria, e si distribuiscono

ai convitati. Una festa di battesimo, nelle ore pomeridiane, non

deve durare più di un'ora e mezzo, o due; se no, stanca. La casa

deve essere adorna di fiori candidi: anche l'altarino. Curare la

_toilette_ della creaturina: farla condurre in giro, perchè tutti gli

invitati la vedano. Oltre le cinque pomeridiane, non si celebrano feste

battesimali: il battesimo si fa presto in chiesa, e alla sera si dà un

ricevimento. Esso entra nell'ordine degli altri ricevimenti, allora, di

cui ho già parlato.

II.

MADRINA DI BATTESIMO.

In generale, è un uso sociale alquanto greve, se non è il padrino

che ne assuma una parte, nel battesimo. Poichè, se non vi è padrino,

la madrina di battesimo può essere più modesta nel fare il dono alla

puerpera e al neonato, scegliendo un gioiello di meno costo, regalando

al piccino o alla piccina qualche cosa di più semplice, ma deve fare le

medesime spese che farebbe lui, per la carrozza, per il parroco, per il

sacrestano, e pel chierico: deve fare gli stessi doni di danaro alla

levatrice, alla nutrice, alla servitù: portare confetti, se si usa,

e via via. Se vi è il padrino, che s'incarica di tutto questo, allora

la madrina è tenuta semplicemente al dono verso la puerpera, che non

deve essere mai di grande valore, il dono verso il bimbo o la bimba, il

solito dono di un oggetto di argento, bicchiere, o tazza, o posata, e

una mancia modesta alle persone di casa, di accordo col proprio stato e

con la condizione della casa ove è il battesimo. Per lo più, la madrina

va alla chiesa in _toilette_ ricca, di seta, di broccato, di velluto;

mai vestita di nero, con un cappello chiaro e con qualche gioiello,

addosso, per onorare il piccolo cristiano. Se è una signorina,

si vestirà di chiaro, col suo migliore abito, e se la stagione lo

permette, addirittura di bianco, guanti grigio perla, qualche gioiello.

Alla chiesa, è sempre la madrina che sostiene sulle braccia il neonato,

presso il Sacro Fonte: deve portare una candela di cera, grossa, che

si lascia, poi, alla chiesa: se è madre di famiglia, saprà di dover

portare un po' di zucchero in polvere, in una carta, per metterlo

sulla boccuccia del neonato, che dopo il sale della sapienza, strilla

per lo più, disperatamente. In carrozza, la madrina lascia il posto

a destra alla nutrice, che regge sulle braccia il piccolo battezzato:

il padrino va dirimpetto. A casa, ella accompagna al letto materno il

corteo che trasporta il cristianello, subito dopo il padrino: se costui

non vi è, è lei che porta il bimbo alla madre. Se la intimità con la

famiglia è grande, spesso la madrina dona il vestito da battesimo o

il _porte-enfant_ col cuscino di raso: ma ciò non è di obbligo. Se si

rimane in relazioni grandi con la famiglia del figlioccio, la madrina

deve aver cure tenere con la creaturina: e darle l'anello di avorio

sospeso alla catenina di argento, il primo balocco di argento col

fischietto, qualche crocetta di oro o di argento, il primo scapolare

della Madonna. E la figlioccia o il figlioccio deve amar la madrina,

come un'altra mamma.

III.

PADRINO DI BATTESIMO.

È un onore che non si può rifiutare! Ed è, se vogliamo, alquanto

pesantuccio, qualche poco più pesante del padrino di matrimonio. Or

dunque, il padrino di battesimo è tenuto, nel giorno del battesimo,

a offrire alla puerpera un dono, più o meno ricco, secondo la propria

condizione, e secondo quella della puerpera, ma sempre un gioiello; a

offrire al neonato o alla neonata una posatina completa, di argento,

in iscatola, con le cifre del bimbo, ovvero un bicchiere di argento,

dorato dentro, sempre con la cifra e sempre nell'astuccio; a portare la

carrozza con cui si deve andare alla chiesa e pagarla lui; a regalare,

in sacrestia, al prete, al sacrestano, al chierico: al primo una somma

variabile da venti a cinquanta lire, al secondo dieci lire o cinque,

al terzo, cinque o due lire; se si vuol fare qualche elemosina ai

poveri, fuori la chiesa, tanto meglio. Durante la funzione, il padrino

di battesimo tiene la mano sulla spalla del bambino e risponde, per

lui, alle domande del prete, che gli chiede se rinunzia al mondo, se

rinunzia alla carne, se rinunzia al diavolo; infine, tre _ab renuntio_;

risponde al _vis baptizari_, chiesto dal prete, con un _volo_, sempre

per conto del bambino; infine, dice il _Credo_ insieme al prete, con

la madrina, con la nutrice, se vi sono, e con tutti gli astanti. Per

lo più, se il padrino è molto ignorante di queste risposte latine,

vi è chi gliele suggerisce. Dopo il battesimo, il padrino rientra in

carrozza, arriva a casa, ed è lui che presenta alla madre e al padre,

il nuovo cristianello o la nuova cristianella: in quel momento, dà

i doni alla puerpera e al neonato. Poi, la sua _corvée_ non è finita

ancora, poichè egli deve regalare alla levatrice, alla nutrice, alle

persone di servizio della casa, alla prima una somma variabile da

venti a cinquanta lire, alla seconda da dieci a venti lire, agli altri

da cinque a dieci lire: tutto questo, partendo da un punto di vista

di agiatezza sua e della famiglia, perchè queste mance si possono

estendere o ridurre, a volontà. In Francia vi è l'abitudine di offrire

anche scatole di confetti, confetti bianchi simili a quelle delle

nozze: è sempre il padrino, che li offre, _les dragées du baptême_;

ma in Italia non si usano. Se vi è madrina, bisogna fare un dono, ma

modesto, anche per essa: un piccolo gioiello, magari una medaglia, con

una data, basta. In chiesa bisogna andare in _tight_ o in _redingote_;

guanti non tortorella, ma chiari, cravatta non bianca, ma d'accordo

con la _redingote_. Se le relazioni fra il padrino e il figlioccio

sussistono, il padrino è tenuto a un dono, nell'onomastico e nel

genetliaco, e il figlioccio lo ricambia, egualmente, nell'onomastico e

nel genetliaco. Alla madre del figlioccio, dei fiori, nell'onomastico.

E scusate se è poco!

IV.

CRESIMA.

Nelle classi del popolo, specialmente nelle provincie meridionali,

si usa di far cresimare molto presto giovinetti e giovinette: anzi

dirò ragazzi e ragazze. Come si va nelle classi più alte, non si fa

la prima comunione di ragazzi e ragazze prima di nove o dieci anni,

non si cresimano ragazzi e ragazze prima di dodici anni. Ora, si fa

anche più presto. Bisogna pensare sempre a una buona preparazione

religiosa del cresimando e della cresimanda: dirigersi al parroco

della propria parrocchia, a un colto monsignore. Dopo di che, si

sceglie la madrina o il padrino di cresima. Scegliendolo, obbedire

più a ragioni di affetto, che di interesse o di vanità: scegliere

un amico vero, una persona simpatica, una persona rispettabile. Il

vestito della cresimanda, è sempre bianco, massime se essa ha meno di

quattordici anni: dalla mussolina di seta, tutte le stoffe bianche

vanno bene: e quindi velo bianco, scarpette di raso bianco, calze

di seta bianca: nelle famiglie più modeste, pur mantenendo il color

candido, si riduce la spesa, secondo i propri mezzi. Per giovinette

oltre i quattordici anni, basta un vestito di una certa eleganza,

chiaro: e il cappello, si vada in chiesa e in casa del monsignore,

bisogna sempre toglierselo, poichè non si può prendere il sacro crisma,

sulla fronte, con cappello sul capo! Al cereo, alla carrozza e a tutto

il resto, pensa il padrino e la madrina di cresima. Il giovinetto si

veste di un abito nuovo, con una fascia di raso bianco al braccio,

con un ciuffo del nastro. Ordinariamente, nel giorno di cresima, il

cresimando o la cresimanda sono invitati a pranzo in casa del padrino o

della madrina di cresima, salvo che il padrino sia scapolo o la madrina

non abbia casa organizzata a ciò: questo invito è facoltativo. E così,

la domenica seguente, la famiglia del cresimando o della cresimanda,

invita a pranzo la madrina o il padrino: anche ciò è facoltativo. Ora

è invalso l'uso che, oltre la madrina e padrino, facciano dei doni al

cresimando o alla cresimanda, anche i parenti: abitudine di lusso e di

vanità, che guasta il cuore dei giovinetti e delle giovinette. Basta,

semplicemente, un piccolo ricordo pio dei genitori: e non già dei fili

di perle o delle scrivanie intagliate, come ho letto, in un giornale

francese!

V.

PADRINO DI CRESIMA.

Il padrino di cresima, in generale, come la madrina di cresima, non

deve essere scelto troppo giovane, poichè deve esercitare un certo

prestigio morale sul cresimando, e la poca differenza di età, impedisce

che si prenda influenza sul figlioccio. Come la madrina, il padrino

di cresima deve amare e proteggere, costantemente, il giovane a cui

promise di esser secondo padre. In quanto ai piccoli doveri della

cresima, essi sono identici, cambiato il sesso, a quelli della madrina:

per un cresimando, la spesa è sempre minore di una cresimanda. Il

padrino — ricordarsi che non si può cresimare, se non si è cresimato —

deve occuparsi lui di combinare il giorno e l'ora della cresima, in una

chiesa, o in una cappella privata, da qualche monsignore: così che ogni

regalo che si debba fare al clero, al chierico, al sagrestano, spetta

assolutamente a lui; nè il cresimando, nè la sua famiglia vi debbono

pensare. Organizzata, così, la festa mistica, il padrino di cresima

va a prendere, in carrozza, in un bell'equipaggio, possibilmente,

il fanciullo o il giovanetto che deve avere il Sacramento della

Confermazione e gli porta un grosso cereo, di buona cera, a cui è

annodato un bel nastro di raso bianco, con un ciuffo. La _toilette_

del padrino deve esser secondo la sua condizione sociale: ma essa si

aggirerà sempre fra il _tight_ e la _redingote_, cappello duro nero

o cappello a cilindro, guanti chiari, cravatta chiara. Si sa bene

che il cresimando porta un vestito nuovo, alla marinaia o da ometto,

a cui si aggiunge una fascia di raso bianco al braccio destro, con

un bel ciuffo. In chiesa, in cappella, non vi è che da tener la mano

destra sulla spalla del figlioccio inginocchiato. Come dono, bisogna

cominciare dal dare un libro di messa o altro libro di religione,

come la _Imitazione di Cristo_ — il libro dei libri — o la _Filotea_,

infine, un ricordo pio, di quella giornata, con una parola di dedica.

Poi, vi è il dono profano, consistente, per un giovanetto, in un

orologio d'argento con catena d'argento, o in una bottoniera d'oro, se

è già grandicello, o in un lapis d'oro: o se non ama questi ornamenti,

in un dono utile e dilettevole, una macchina fotografica, una scatola

di compassi, un atlante. Nessun dono bisogna fare alla madre e ai

parenti del figlioccio. Se ha casa, il padrino invita a pranzo il suo

figlioccio: in nessun caso condurlo in trattoria o ad una scampagnata,

nel giorno della Cresima. Conservargli, se la vita lo promette, un

affetto paterno, una protezione paterna.

VI.

MADRINA DI CRESIMA.

Il legame spirituale, che è creato dalla cresima, fra madrina e

figlioccia, è, quasi sempre, molto più affettuoso e duraturo del

legame creato dall'aver tenuto al fonte un bimbo o una bimba: ciò

dipende, in generale, perchè la cresimanda ha già una certa età e può

ricambiare, subito, di tenerezza e di devozione, la protezione amorosa

della madrina. I doveri morali, dunque, di costei sono più larghi e più

austeri. I doveri sociali consistono nell'accettar subito il compito di

madrina, quando vi si è invitata e nel sapere, poi, se la cresimanda

si è bene preparata, religiosamente parlando, a quel sacramento, che

è molto importante. Nel giorno della cresima, la madrina va essa,

con una bella carrozza, a prendere la figlioccia, per portarla alla

chiesa: vanno con loro due, i genitori della cresimanda, se li ha, o

i più prossimi parenti. Oltre la carrozza, la madrina porta anche il

grosso cero, stretto, alla metà, da una fascia di _faille_ bianco,

con relativo nodo a grosso ciuffo: il cero deve essere tenuto dalla

cresimanda e si lascia, dopo la funzione, alla chiesa. Durante il rito,

la madrina deve tenere, continuamente, la mano sulla spalla della

cresimanda, che è inginocchiata, ma nulla deve rispondere. Spesso,

nel medesimo giorno, per renderlo più solenne, madrina e cresimanda

fanno la comunione insieme, prima e dopo la cresima. Quando si ritorna

a casa, la madrina offre alla cresimanda un dono ricordevole: o una

catenella d'oro con una crocetta: o un braccialettino d'oro con una

medaglia sospesa: o una bella _broche_: infine, un dono non troppo

ricco, ma bello e durevole. Insieme a questo, le dà sempre un ricordo

pio: o un bel libro da messa, o una bella immagine della Vergine:

sempre con la data della cresima, scritta o incisa in qualche parte.

A Parigi usano certe collanette, certi braccialetti adorni, intorno

intorno, da medaglie religiose, molto belle: ma in Italia non ne ho

mai visto. Quando la intimità è grande fra la madrina e la cresimanda,

spesso, la madrina, le regala anche il completo vestito bianco

della cresima, dalle scarpette al velo: ma ciò è più affettuoso che

obbligatorio. Nel giorno della cresima, la madrina, per lo più, dà un

pranzo, in casa sua, alla cresimanda e alla famiglia di lei: questo è

un costume assolutamente meridionale. In chiesa e in casa vi sono pochi

regali, in denaro, da fare ai chierici, sagrestani e servi; ma quei

pochi spettano alla madrina. Ma nulla essa è tenuta a donare alla madre

o ai parenti della figlioccia. Più tardi, secondo i rapporti, ella

fa un dono al compleanno o all'onomastico della figlioccia e così ne

riceve il ricambio.

NELLE CASE DEL RE.

PRAMMATICA DI CORTE.

I.

PRESENTAZIONI A CORTE.

La signora che desidera essere presentata a Sua Maestà la Regina, deve

prima pensar bene, se il suo ceto, la sua condizione, la sua posizione

in società, le possono far concedere quest'onore: ed è, quindi, ben

fatto parlarne a qualche dama della Regina, la quale, a sua volta,

interpelli diplomaticamente la dama di Corte, che è più accanto alla

Regina. Quando si è certi, ufficiosamente, che la domanda sarà bene

accolta, allora si farà una lettera-domanda, dalla signora stessa,

diretta a questa dama, in forma ufficiale. Ordinariamente, l'udienza

viene sempre accordata, quindici o venti giorni dopo la domanda, e

la signora ne è avvertita da otto a dieci giorni prima, con lettera

della dama di Corte. La signora, per andare a quest'udienza, non

veste mai di nero: porta un vestito di velluto, o di broccato, o di

_grosse soie_, una stoffa molto ricca, infine, sempre di seta, mai di

lana, mai di panno: questo vestito ha un lieve strascico, come tutti

i vestiti di grande cerimonia. Non si porta mai giacca, mantello,

mantellina, sia pure del più prezioso ermellino: se si ha, si lascia

in anticamera: il boa è escluso, come troppo famigliare. Cappello di

grande cerimonia: se è una sposa giovane, può arrischiare la _toque_

rotonda, ma ricca, carica di piume: oltre i trent'anni, sempre il

grande cappello sontuoso: veletta _mai_. La signora che va in udienza

reale non porta nè manicotto, nè ombrellino, nè _porte-mouchoirs_,

nè portabiglietti, nulla che indichi la passeggiata, altra visita, e

via via: se ha le lenti, le può tenere: adoperarle, _mai_. Su questo

vestito da grande cerimonia, bisogna portare un grande gioiello,

un magnifico paio di orecchini, per esempio, o una catena _sautoir_

splendida, o un grosso filo di perle, sul colletto stretto del vestito:

i braccialetti sono ammessi: un solo splendido anello. I guanti sono

_glacés_, grigio perla o bianchi: ma la mano destra deve esser nuda. La

signora va sola, all'udienza reale: arriva _almeno_ dieci minuti prima

dell'ora stabilita e attende il suo turno, nella terza anticamera,

prima del salotto della Regina. Quando la dama, entrata prima di lei,

viene via, la signora presentata è accompagnata, preceduta, sino alla

porta del salotto della Regina, dalla dama di servizio, che, facendo

una riverenza sulla porta, annunzia a Sua Maestà la signora. Costei

deve fare tre belle riverenze: una, sulla soglia: una, nel mezzo

del salotto: una, presso Sua Maestà, che attende, in piedi, presso

un divano e che ha sempre la bontà di stendere la mano alla nuova

arrivata, invitandola a sedere. Baciare la mano alla Regina non è

obbligo, alle signore: ma è atto gentile. Bisogna aspettare di essere

interrogata, _sempre_, per parlare: rispondere brevemente: attendere

da Sua Maestà, la conversazione. Beninteso che per tutte le signore

d'importanza, l'udienza è da sola a sola, non assiste neanche la dama.

A un certo punto, amabilmente, Sua Maestà fa intendere che l'udienza è

finita. La signora si leva, ringrazia Sua Maestà dell'onore concessole

e, indietreggiando, fa le tre riverenze, andandosene, mentre la Regina

resta, ritta, presso il divano. Per la presentazione a principesse

ereditarie o semplicemente reali, il cerimoniale è il medesimo.

II.

ALTRE PRESENTAZIONI A CORTE.

Non potendo nessun signore e nessuna signora intervenire ai balli di

Corte, senza esser presentati, uomini e donne, a Sua Maestà la Regina,

verso la metà e la fine di gennaio, vi è sempre un'udienza generale,

diciamo così, a cui sono ammessi questi signori e queste signore,

che ne fecero domanda, a questo scopo. È naturale che tali domande

siano bene vagliate, da chi si deve: per gentiluomini e gentildonne

straniere, fa la richiesta l'ambasciatore o il console dello Stato cui

appartengono. Questa udienza generale, è sempre nelle ore pomeridiane:

le signore v'intervengono in grande _toilette_ di cerimonia, vestito di

velluto, di _broché_, di altra stoffa sontuosa, guarnito di merletti,

di pelliccia: non indossano mantello, di nessuna specie: hanno un

cappello di grande ricchezza: guanti grigio-perla e i più bei gioielli

che si possano portare di giorno. È la medesima _toilette_ che si

farebbe all'udienza particolare, salvo che bisogna pensare al paragone

con le altre signore, egualmente vestite o meglio vestite, e cercare

di essere elegantissima. Gli uomini vanno a quest'udienza pomeridiana

in _redingote_ nero, pantaloni chiari, cravatta di raso a _rabat_ di

fantasia, guanti grigio-perla: se si è in lutto, si spezza il lutto.

Già, quando si è in gran lutto, non si va a Corte: e il lutto stretto

o il mezzo lutto, si può spezzare per un giorno. Tanto gli uomini

quanto le signore formano due gruppi, staccati l'uno dall'altro, e

quando Sua Maestà la Regina si degna di apparire, si formano in due

file. Ella, ordinariamente, con la suprema grazia che la distingue,

passa, di signora in signora, e ognuna di esse le è presentata dalla

dama di servizio, in quel mese: e, presso ognuna delle signore, si

ferma un momento, dice due o tre parole, o anche una frase, ma è sempre

opportuna, appropriata, squisita. Quando ha finito di conoscere,

diciamo così, le signore che le sono state man mano presentate, Sua

Maestà si fa presentare, man mano, dal suo cavaliere d'onore, tutti

gli uomini, dice a ognuno una parola e passa innanzi. Solo quando Ella

si è ritirata, vanno via tutti, uomini e donne. Dopo di che, ognuno di

costoro ha acquistato il diritto di essere invitato ai balli di Corte:

ma ciò non si acquista facilmente, poichè si deve passare per un primo

periodo, dopo la domanda, di esame, fatto molto prudentemente, molto

benignamente, ma esame! Il cerimoniale per prendere parte ai balli

presso i principi ereditarii o principi reali, è perfettamente il

medesimo.

III.

LETTERE, SUPPLICHE, DEDICHE ALLA REGINA.

Saper vivere: Norme di buona creanza · 第 5 / 10 段