era, che è il _giorno_ di ricevimento, istituzione che aveva, oramai,
tale ampia base, da estendersi dalle più alte cime della società sino
alle radici più umili, questo _giorno_ di ricevimento, che infieriva
largamente, oramai, anche in provincia, comincia a pesare come un
giogo, sulla esistenza delle nostre signore. Varie di esse, se non
molte, ancora, a Londra, a Parigi, donde ci venne questa moda del
_giorno_ fisso, sono seccate dei suoi gravi svantaggi e non ne vedono
più, accecate dal desiderio della novità e dal desiderio di una libertà
relativa, i serii vantaggi: e hanno trovato una novella forma di
ricevere. Esse dicono, e hanno ragione, che il _giorno_ implica una
schiavitù e una fatica intollerabile: che, a quel modo, si ha ogni
mercoledì, ogni sabato, ogni _giorno_ che Dio manda in terra, una folla
di gente nel proprio salone, e che si finisce per non vedere i propri
amici e per non parlare con le proprie amiche. Difatti, quando si ha
un largo giro di conoscenze, da novembre a maggio, quanti _mercoledì_
di un'amica si possono seguire, se non due o tre, in tutto? Difatti,
calcolati i viaggi, le assenze, le emicranie, le grandi feste, le
grandi circostanze, i _giorni_ diventano un ritrovo vano e vuoto, di
persone indifferenti, non è vero? Ma ci sono gli altri giorni della
settimana, per vedere coloro che sono simpatici, che sono piacevoli,
che sono graditi, che sono amati! Ebbene, restiamo ogni giorno, —
dicono varie signore, di Londra, di Parigi — restiamo, ogni giorno,
un'ora, due ore, a casa, per tutti coloro che ci vengono a visitare.
E la novella usanza, piena di lusinghe, ma piena anche di tranelli,
viene già adottata, con maggior numero di adesioni femminili: e queste
signore sono assolutamente contente di aver superato gl'inconvenienti
e le fatiche del _giorno_, e par loro di aver risoluto il problema di
ricevere qualcuno, a casa. Due ore, o dalle due alle quattro o dalle
sei alle otto, prima di uscire per la spesa, per le commissioni,
per la sarta, per la modista, per gli altri _giorni_, di coloro che
tengono ancora al _giorno_, due ore, forse, dopo la colazione, non
bastano, dicono, queste care signore? Due ore, dalle sei alle otto,
dopo aver esaurite tutte le noie, tutti i doveri, tutti i piaceri, non
bastano forse a raccogliere gli amici errabondi, che vanno di _giorno_
in _giorno_, non bastano a soddisfare il desiderio che può avere
un'amica, desiderio improvviso, di dirvi qualche cosa, di comunicarvi
una grande notizia o un piccolo pettegolezzo? Due ore, o in pieno
sole o in pieno crepuscolo, nell'ora vibrante dalle due alle quattro o
nell'ora snervante dalle sei alle otto, sono una bella trovata per far
valere un salotto, il viso di una signora, un elegante _tea-gown_, una
conversazione spiritosa o spirituale. Sono una bella trovata? Noi lo
vedremo, lo discuteremo, lo decideremo.
VI.
UN'ORA, OGNI GIORNO?
Ho detto che, in varie signore, in molte signore inglesi e francesi,
era sorto il pensiero di abolire il _giorno_ di ricevimento, così
faticoso, così pesante, così poco intimo, e, d'altra parte, così
elegante, così _chic_, così fatto per assicurare la indipendenza del
resto della settimana. Pensavano, queste signore e, dopo il pensiero, è
anche venuto il fatto, di sostituire, al _giorno_ settimanale, un breve
ricevimento quotidiano di un'ora, non di due ore, dalle due alle tre,
dopo colazione, o dalle sette alle otto, prima del pranzo. La signora
Tal dei Tali è in casa, ogni giorno! Ecco la frase che ha lusingato
il loro animo gentile e che è parsa, tutta bella, tutta graziosa,
inventata apposta per contentare chi riceve e chi è ricevuto. Ecco, col
ricevimento di un'ora al giorno, sfollato il salone, dove, una volta
la settimana, la gente si accalcava, facendo subire una fatica enorme
alla padrona di casa: la folla si disperde in sette giorni: chi non ha
potuto esser libero, per far visita il martedì, va il mercoledì e chi
il venerdì, il sabato, la domenica, tre o quattro visite al giorno,
niente di più. Ecco, col ricevimento quotidiano, dalle due alle tre o
dalle sette alle otto, la consolazione di poter fare una conversazione
più raccolta, più intima, più spirituale e più spiritosa, il che non
può accadere, quando vi sono in un salone trenta persone: ecco, col
ricevimento quotidiano, il piacere di poter intrattenersi con una
persona amica, di poterle dire, quietamente, due parole, di poter fare
uno di quei discorsi vaghi, lenti, un poco tristi, un poco amari, uno
di quei discorsi, in cui emana tutta la malinconia riposta nel fondo
del cuore: ecco, col ricevimento quotidiano, creato quell'angolo del
caminetto, quel cantuccio del salone, di cui parlano, senza saperne
niente, una quantità di poeti, che non videro mai un caminetto nella
loro vita: ecco, con quell'ora, ogni giorno, la signora che offre
ricetto ad un amico, a una amica, in qualche momento disperso della
giornata, in un minuto di tristezza, in un minuto di imbarazzo, quando
una parola, un sorriso, una stretta di mano, una tazza di _the_,
così, un po' soli, non più di due, non più di tre, possono essere un
sollievo, un conforto. Un'ora al giorno, se si giudica dalla apparenza,
serve ad alleggerire il peso del _giorno_, serve a distogliere la
schiavitù di quattr'ore di ricevimento, con un rinnovarsi continuo di
gente, serve a tenere in casa, in casa sua, e ad amarla di più, alla
signora che già l'ama, serve a veder meglio gli amici, serve a pensar
meglio con le amiche, serve più allo spirito, serve più al cuore.
Serve.... e le cose a cui non serve?
VII.
LA NUOVA USANZA.
Dunque, la signora è in casa, ogni giorno, dalle due alle tre. Se siete
un'amica, dovete, per poterle far visita, far colazione in fretta,
vestirvi in fretta, sbrigare in fretta una risposta, un biglietto,
un telegramma, per essere pronta alle due; non sarete mai pronta
prima delle due e venti. Da lei, alle due e mezzo: ella stessa sta
terminando di vestirsi. Altre due o tre persone l'aspettano, non tutte
divertenti. Cinque minuti di conversazione, in gran fretta. Sono le
tre, la signora guarda l'orologio, bisogna andarsene. Se siete un
amico, bisogna che, _idem_, sbrighiate in fretta il vostro lavoro,
il vostro piacere, il vostro dovere, di uomo affaccendatissimo, per
poter giungere in tempo: e lusingandovi di poter esser solo, capitate,
invece, sovra tre seccatori, a cui è impossibile chiuder la porta,
con cui bisogna per forza parlare, mentre, nel giorno di grande
ricevimento, si possono disperdere nel salone. La signora è nervosa:
giusto, in quel giorno, deve andare alle tre dal sarto, dalla modista,
dallo antiquario, al Sacro Cuore. La visita è stentata e noiosa,
per tutti. E, a farlo apposta, fra le due e le tre, ogni settimana,
capitano convegni, inaugurazioni, conferenze, concerti: la signora
rinunzia, sospirando, per due o tre settimane: poi scappa una giornata,
dicendo fra sè che, forse, in quel giorno, non verrà nessuno: e, al
ritorno, si stringe nelle spalle, quando trova due o tre carte da
visita: si tratta di gente a cui tiene poco. In conclusione, una delle
cose più semplici e più naturali, è di non trovare in casa la signora,
che riceve dalle due alle tre! Qualche altra ha scelto di stare in
casa dalle sei alle sette, prima del pranzo. Benissimo! Ci andate
alle sei in punto: la signora non è rientrata ancora: poichè siete
amico vi fanno salire, sedere in salotto. Prendete un libro, leggete,
sono le sei e trenta. Ella rientra affannata, dolente di avervi fatto
aspettare: va a togliersi il cappello, i guanti, la giacchetta di
pelliccia. Sono le sette meno venti. Alle sette è annunziato il suo
parucchiere, o l'arrivo del suo vestito, pel ballo della sera. Ella
è gentile, vorrebbe trattenervi, domina la sua leggera impazienza,
ma voi ve ne andate, mal contento, seccato. Ancora un caso. Andate
da lei, la signora non è rientrata: siete un'amica, entrate nel suo
_boudoir_, rosicchiate un dolce, il cameriere serve il _the_: la
signora non rientra ancora. Voi vorreste andar via: per non mancare al
vostro pranzo, ai vostri impicci di casa, al teatro che vi attende; ma
dovete dire qualche cosa di urgentissimo alla signora, per l'indomani
mattina. Alle sette meno cinque, la signora ha telefonato, mettiamo,
dal _Grand Hôtel_ o ha fatto telefonare che non torna a pranzo, andando
da un'amica, che ha incontrata alla passeggiata! Voi scrivete il
biglietto, pensando che valeva far meglio così, dal principio. Stare in
casa dalle sei alle sette? Ma quando il tempo è bello, si sta così bene
fuori casa, massime in primavera: significa non vedere più il tramonto.
E quando il tempo è cattivo, il tempo è orribile, viceversa, è molto
grazioso restare in casa, a quell'ora, ma, viceversa, nessuno vi viene
a trovare!
LIETA MENSA.
I.
INVITO A PRANZO.
Questa graziosa, cordiale, elegante forma di ospitalità esiste assai
scarsamente in Italia. Cioè, spiegamoci! Nelle regioni settentrionali,
e specialmente nei due grandi, civili, mondani centri di Torino e
Milano, dove più si sente la influenza dei sontuosi costumi ospitali
francesi, ogni specie di pranzo, da quello di alta etichetta a quello
intimo, è assolutamente alla moda; chiunque abbia vissuto un poco
o molto, a Torino, a Milano, sa bene con quanta larghezza nell'alta
società, nella grande borghesia, si pratichi questa forma di convivenza
sociale. Come si scende verso l'Italia centrale, e, sovra tutto, come
si giunge nella gran regione meridionale, questo uso così bello e
simpatico si viene dileguando, sparisce. Fra noi, a Napoli, non esiste,
quasi. Un tempo, nella grande vita mondana napoletana, quando venti
case aristocratiche ricevevano, allora, sì, vi era questo costume
gentile: ma non oltrepassava i limiti della classe patrizia. Poi, a
mano a mano, per tante ragioni, più o meno malinconiche, per morti,
per partenze, per viaggi, queste case si sono chiuse e di famosi,
nell'alta società, non restarono, per un certo tempo, se non i pranzi
di un vero gran signore, che era il duca di Castronovo, pranzi perfetti
per la loro sontuosità e la loro squisitezza: con la morte del duca,
la tradizione finì. Qua e là, dove la dama padrona di casa conserva
i leggiadri costumi della ospitalità francese, che imparò per la
educazione, a Parigi, per la dimora colà, vi sono dei pranzi eleganti:
ma fuori quella stretta cerchia, niente! Gente che ha una bella casa,
molti denari, buona servitù, argenterie, porcellane, cristallerie,
non pensa mai ad invitare un amico, un'amica a pranzo: — gente, che
non ha nulla da fare, che si annoia, che cerca compagnia, non pensa a
questa forma così attraente di riunione: niente! Da che dipende? Dalla
pigrizia delle signore? Dalla organizzazione, un po' difficile, di
quanto ci vuole per dare un buon pranzo? Da uno spirito di grettezza?
Da quell'inclinazione che hanno molti ricchi, fra noi, a concentrare
tutto il loro lusso solo nei cavalli, gli uomini, solo nelle
_toilettes_, le signore? Chi lo sa! Negli ultimi tempi, qualche passo
è stato dato, anche nei paesi meridionali: negli ultimi tempi qualche
pranzo è stato dato, si dà, in qualche grande albergo, per non avere
fastidi in casa. Speriamo bene.
II.
GRANDI PRANZI.
Gl'inviti per un grande pranzo, si inviano almeno quindici giorni
prima: il tempo più ristretto, è di otto. L'invito si fa su un
cartoncino elegante, elegantissimamente stampato, coi nomi del padrone
e della padrona di casa — sempre prima, il nome del padrone — e con uno
spazio bianco per iscriverci, a mano, il nome dell'invitato. (Inutile
indicare la _toilette_: solo un _cafone_ non sa come vestirsi, a un
grande pranzo: solo un _cafone_ può andarci in abito montante). Sotto,
si fanno stampare le lettere: _r. s. v. p._ Ciò significa: _réponse,
s'il vous plait_. Poichè i posti sono stabiliti, ai grandi pranzi,
l'invitato che non vi può intervenire, lo deve far sapere. E si fa
sapere, al più presto, perchè i padroni di casa debbono poter variare,
a tempo, i loro inviti. Nei grandi pranzi, la signora che invita
deve essere pronta, e in salone, almeno una mezz'ora prima: inutile
soggiungere che ella indossa il suo vestito più elegante da pranzo, con
quel _décolleté_ speciale, che serve per tali riunioni, e con molti
gioielli. Il marito, o chiunque fa gli onori di casa con lei, anche
deve essere in salone, mezz'ora prima dell'ora stabilita. L'invitato
che arrivasse proprio mezz'ora prima, fa una figura goffa: bisogna
giungere da dieci a quindici minuti più presto, il tempo di lasciar
la pelliccia, di scambiare una riverenza, quattro parole, in piedi,
niente altro. E non si arriva _mai_ tardi, ai grandi pranzi. Meglio
non andarci, se si è fatto tardi, e mandare un telegramma straziante ai
padroni di casa. Certo, se l'invito è alle otto, qualche minuto dopo le
otto, mentre le coppie si formano, si perde: ma qualche minuto. Per lo
più, la padrona di casa presenta a ogni signora, colui che la condurrà
a tavola, dandole il braccio: a un certo punto, il marito dà il braccio
alla dama più autorevole, la marcia comincia, senza fretta, una coppia
distante dall'altra e la padrona di casa, alla fine, con il cavaliere
più degno. A tavola, la padrona di casa ha, a diritta e a sinistra, e
così via via, i personaggi più importanti: il padrone di casa, le due
signore più importanti dell'invito e così via via. Questo assegnamento
di posti implica una grande finezza: è così facile non misurar bene
l'importanza di una signora, di un individuo! I nomi sono scritti sovra
un cartoncino, posato sul tovagliolo. Ogni posto, oltre la batteria
di argenteria, di cristalleria, di piccoli oggetti d'argento di moda
inglese, ha un piccolo cavalletto d'argento dove è posato un _menu_
elegantissimo, scritto a mano o acquarellato. Le signore non tolgono,
in generale, i lunghi guanti scamosciati: li sbottonano e ne rovesciano
la parte che covre la mano, sul polso; il braccio resta coperto.
Inutile dire che questi grandi pranzi, appunto per la loro etichetta,
la sontuosità dell'apparecchio, dei fiori, sono un po' freddi: la
conversazione vi è languida. La padrona di casa dà il segno della fine,
alzandosi, ma aspetta che tutti e tutte siano alzati, per riprendere
il braccio del suo cavaliere e aprire la marcia verso il salone.
Beninteso, che non vi si fuma. Chi fuma, va al _fumoir_; alcuni, non
fumatori, restano a conversare con le signore.
III.
PRANZO DI MEZZA CERIMONIA.
Gli inviti a questi pranzi si mandano sempre otto giorni prima,
specialmente se si è in una stagione in cui vi sono molte riunioni
mondane, circoli, ricevimenti, balli: chi ha molti inviti, deve potersi
decidere a tempo, e chi molto invita, deve sapere chi interverrà
al suo pranzo. Però, non vi è bisogno del cartoncino stampato, per
questi inviti; bastano due parole gentili, scritte dalla padrona
di casa, poichè è sempre lei, che invita, a nome di suo marito.
Bisogna rispondere subito, se si accetta o no. Nei pranzi di mezza
cerimonia, la sontuosità è minore, ma la raffinatezza è maggiore, si
deve vedere che la signora si è occupata di persona del _menu_, delle
primizie, come legumi, frutta, caccia, che si è occupata dei fiori,
dell'addobbo della tavola. Ella è sempre in abito scollacciato, ma
meno che nei pranzi di cerimonia: la scollacciatura è a scialle, a
quadrato: lo strascico è meno lungo: i gioielli sono elegantissimi,
ma non ricchissimi. Il padrone di casa è sempre in marsina, ma non
in cravatta bianca: appena spunta maggio, può indossare lo _smoking_
e il panciotto bianco: così, i suoi invitati porteranno la marsina
e la cravatta nera, e nella crescente primavera lo _smoking_ e il
panciotto bianco. Nei pranzi di mezza cerimonia, si è meno rigorosi
sull'ora dell'arrivo: vi è il così detto quarto d'ora di rispetto,
il quale, talvolta, si prolunga sino a trenta minuti. La padrona di
casa, quindi, in quell'intervallo, fa sedere i primi arrivati, apre
delle conversazioni, cerca di avere molta vivacità, per calmare le
impazienze di quelli che hanno fame e non vogliono dimostrarlo. Il
cerimoniale per recarsi nella sala da pranzo, è sempre il medesimo: chi
si avvia primo, è il padrone di casa con la signora più importante, e
la padrona di casa chiude la marcia. Il pranzo di mezza cerimonia è più
breve ed è più divertente. Vi si può fare una conversazione generale
più briosa, mostrare il proprio spirito, intavolare una discussione
viva, ma amabile: ciò è richiesto, anzi, e gli uomini e le donne di
spirito sono invitati a questi pranzi, appositamente. Curare che il
servizio sia rapido: che regni più gaiezza che imponenza: mettere
accanto le persone che si simpatizzano, ma non le coppie d'innamorati,
che sono odiosi, in società, perchè s'isolano dalla conversazione, per
tubare o per litigare. Badare molto alla bontà e alla generosità dei
vini: nei pranzi sontuosi, la sostanza è molto trascurata. Finito il
pranzo, si passa in salone, col medesimo ordine: ma, anche lì, vi è
più familiarità, arriva qualche amico, qualche amica — le «pastiglie di
Vichy» dei pranzi, perchè aiutano la digestione — si ride modestamente,
si fa persino della musica, si _flirta_ un poco e, persino, si passa
una buona serata. Il che non accade mai nei pranzi sontuosi.
IV.
«MENU» DI UNA COLAZIONE.
Non è, forse, una colazione una delle forme più graziose della
ospitalità? Non è quella che le signore mondane e gli uomini di
affari, per non citare che due categorie, accettano più volentieri?
Una colazione, è un convegno meno sontuoso, meno pretenzioso e meno
preoccupante di un pranzo: ha qualche cosa di breve e di disinvolto, di
brioso e di cordiale: le signore vi possono intervenire in _tailleur_,
leggermente più ricco del _tailleur sec_, con un cappellino più vezzoso
che complicato e gli uomini vi possono andare in _tout de même_: e se
si tarda più dei quindici minuti _di compiacenza_, non importa: e se
si va via dieci minuti dopo aver preso il caffè, nessuno va in collera.
La padrona di casa che dà una colazione, può sbizzarrirsi in leggiadre
fantasie, sulla sua mensa, con tovaglie e tovaglioli di colore, con
_chemins de table_ più originali che ricchi, con piatti di antica
ceramica, con bicchieri finissimi ma semplici: anche l'argenteria può
essere più carina che pomposa: e i fiori freschi, messi graziosamente
alla rinfusa, non debbono aver nulla di troppo approntato. Anche la
minuta di una colazione deve avere lo stesso tono: vale a dire non
bisogna caricarla di pietanze troppo saporite, le quali piacciono, sì,
ma conducono gli invitati a doversi ritirare in casa, per digerirle.
Una colazione può cominciare con un leggero antipasto, cioè crostini di
caviale e burro, su pane nero, crostini di _fois gras_ su pane bianco
e un piatto di bel prosciutto, cotto o crudo: poi, viene un piatto di
uova o di pesce, sempre piuttosto leggiero, e, subito dopo, un piatto
più importante, diciamo così, il solo importante della colezione, cioè
di carne o di pollo: finire con un dolce di cucina e delle magnifiche
frutta. Due vini, solamente: uno rosso, da pasto, e del marsala, o
del malaga alla fine. Se la colazione ha un fondo di serietà, per la
qualità degli invitati, la minuta diventa _dinatoire_: cioè si unisce
all'arrosto una insalata russa, si offre del buon formaggio, cosa
rara, oramai, si dà un gelato con biscotti, invece del lieve dolce
di cucina, si dànno dei _bonbons_ dopo la frutta. Mai _champagne_, a
colazione, salvo che si debba celebrare qualche avvenimento familiare,
qualche cosa che sia un premio, una medaglia, una decorazione: se
no, mai _champagne_. Del buon caffè servito presto presto: e un sol
liquore, di quelli che permettono, dopo colazione, di badare ai propri
affari. È sempre molto carino mettere qualche fiore accanto ai posti
delle signore, perchè possano portarli via. Curare molto il pane,
l'antipasto, le frutta, i dettagli, infine. Il dettaglio è tutto, a
colazione e a pranzo!
V.
INTERMEZZO: ANTIPASTO.
Esso è composto in Francia di otto piattini diversi, di quindici
piattini, di quarantacinque piattini! Come pesci, pesciolini in salsa
e senza salsa; gamberetti rossi; gamberetti grigi; aringhe sott'olio:
aringhe del Baltico, in salsa bianca; uova di aringhe russe: caviale
ricoperto da cipolla, triturata minutamente; sardine francesi; sardine
dell'Atlantico in salsa piccante, ricoperte di pepe; lattaruoli di
aringhe in salsa; acciughe francesi, inglesi e russe, in tutte le
salse! Come insalatine diverse: insalatina di testina di vitello,
olio e limone; insalatina di pomidoro a fettine sottili, un po' di
cipollina, olio e aceto; insalatina di radici di sedano, con salsa
maionese; insalatina di citrioli freschi, olio e aceto; insalatina
di rape e barbabietole, alla maionese: e me ne scordo varie! Queste
insalatine non si servono come insalate, non vi confondete, si servono
come antipasto! E poi vi sono altre leccornie venute dall'Inghilterra,
come tutti i _pikles_ che Dio ha mandato in terra, venute dalla Russia,
come certe lingue affumicate, certi salmoni, certi piccoli rafanelli
di origine del tutto italiana; e ne dimentico! Nulla di più copioso,
di più svariato, di più immaginoso che l'antipasto: niente toglie più
l'appetito, che volergli far onore. Per lo più, questo antipasto non
si offre, così largamente, se non prima di colazione, quando, cioè, si
ha più fame: e non è necessario avere tutte le qualità di antipasti,
per fare buona figura, basta averne sette od otto, ma scelti con
sapienza, ma squisiti, ma accompagnati sempre da conchiglie ricciute di
burro finissimo: il quale burro è destinato a far digerire qualunque
antipasto indigesto. Questi piattini sono molto attraenti, destano
la curiosità, massime se contengono cose esotiche, solleticano la
golosità e sono, spesso, tutto il successo di una colazione: se avete
dato un perfetto antipasto e la colazione è debole, è mal riescita,
nessuno se ne accorgerà. Non in tutti i paesi ci si può procurare tutte
quelle varietà di pesci, di legumi, di verdure, di salse, ma una parte
di esse, sì. Pensarci! Se un pranzo debole o mediocre, si salva per
la ricchezza del suo _dessert_, il _clou_ di una colazione è negli
antipasti. Una signora, ordinariamente, non va in cucina, le basta
conferire col cuoco o con la cuoca, quando ha gente a colazione o a
pranzo, ma del _dessert_ nei pranzi e dell'antipasto nelle colazioni,
si deve occupare lei, personalmente. Un buon antipasto è un dolce
ricordo, dato al palato di un invitato e un dolce ricordo nel suo cuore
di goloso!
VI.
IL «MENU» DI UN PRANZO.