previdente che il principe Eugenio. Quando Napoleone dopo Ulma ed
Austerlitz ebbe in mano i destini dell’Austria, Talleyrand, ancora
ministro degli affari esteri e consigliero principale di lui, gli
consigliò di spogliarla sì delle province italiane ed anche di altre
occidentali; ma «_après avoir dépouillé l’Autriche sur un point,
il l’agrandissait sur un autre, et lui donnait des compensations
territoriales proportionnées à ses pertes.... Où étaient placées
ces compensations? Dans la valée même du Danube, qui est le grand
fleuve autrichien. Elles consistaient dans la Valachie, la Moldavie,
la Bessarabie, et la partie la plus septentrionale de la Bulgarie.
— Par là, disait-il, les Allemands seront pour toujours exclus de
l’Italie, et les guerres que leurs prétentions sur ce beau pays avaient
entretenues pendant tant de siècles, se trouveraient à jamais éteintes;
l’Autriche possédant tout le cours du Danube, et une partie des côtes
de la mer Noire, serait voisine de la Russie et dès lors sa rivale,
serait éloignée de la France et dès lors son alliée,.... les Russes,
comprimés dans leurs déserts, porteraient leur inquiétude et leurs
efforts vers le midi de l’Asie_». (_Notices et Mémoires historiques
par M.r Mignet_. Paris, 1843, tome I, pag. 129, 130). — E l’idea di
Talleyrand fu in parte l’idea di Napoleone senza dubbio: è provato
dall’occupazione militare, e senza riunione a niuno Stato, delle
provincie Illiriche, che egli destinava ultimamente ed evidentemente
all’Austria. Quali ostacoli impedirono allora l’eseguimento? I due
medesimi che l’impediscono ora, e l’impediranno forse alcun tempo,
ma non sempre. Il fatto che le provincie danubiane non erano nè sono
disponibili; che erano e sono in mano del Turco, e ne’ desiderii del
Russo. Ma l’interesse universale della Cristianità rimuoverà il primo
ostacolo per forza, e il secondo per persuasione o per forza, come
che sia, quando che sia. «_Le grand mérite de M. de Talleyrand fut de
prévoir un peu plutôt ce que tout le monde devait vouloir un peu plus
tard_». (_Ibid._, pag. 159). — «_Il y a quelqu’un_, diceva egli, _qui a
plus d’esprit que Voltaire, plus d’esprit que Bonaparte, plus d’esprit
que chacun des Directeurs, que chacun des ministres passés, présents et
à venir: c’est tout le monde_». (_Ibidem_, pag. 135).
Nota della seconda edizione.
[21] Mentre io scrivea così dell’Austria sono uscite alla luce due
opere importanti, e che confermano in molte parti le mie opinioni;
benchè nè l’una nè l’altra non entrino nella questione orientale, che
è pur la più essenziale a quella potenza. — _Des finances et du crédit
public de l’Autriche, de sa dette, de ses ressources financières,
et de son système d’impositions avec quelques rapprochements entre
ce pays, la Prusse et la France, par M. L. Tegoborski, conseiller
privé au service de S. M. l’empereur de Russie, auteur de l’ouvrage
sur l’instruction publique en Autriche. Paris,_ 1843, 2 _vol. in_ 8.
— _Oesterreich und ihre Zukunft. Amburg_, 1843; breve libretto, già
tradotto in francese, e che è importante, anche per provare la spinta
che viene ad Austria da Germania.
[22] Veggansi gli altri passi dove parlo dell’Irlanda per non
interpretare con taluno ch’io desideri o creda nemmen desiderata dagli
Irlandesi, la separazione di lei.
Nota della seconda edizione.
[23] Io aveva incominciata qui un’appendice sul futuro della nazione
slava, su quello che ne’ discorsi politici presenti si suol chiamare
il mondo, il movimento slavo. Ed a quest’aggiunta fui provocato pure
dal mio traduttore. Ma che? accintomi all’opera, nemmeno qui tal
provocazione non mi parve opportuna. E, in chi prende a trattare un
argomento, un primo pensiero, una misura, un tutto, che si suol di
rado oltrepassare o rompere convenientemente. — Quando parlo di cose
italiane, io ho, confesserollo, se non qualche autorità presso ai miei
compatrioti, ma almen qualche fiducia in me stesso, e l’appoggio a
venti anni di studi solitari e sinceri sulla storia di Italia. Studi
non interrotti se non una volta per forza, e da cui sorsero, a cui
si riferirono, cui confermarono quanti altri feci di altre storie.
Ma nè autorità nè fiducia io mi sentirei parlando di cose altrui;
parlando a, e di una nazione la quale ha scrittori come il Mickiewicz
ed altri, liberi, generosi e numerosi. — Io veggo per vero dire,
dall’autocrate russo fino agli aristocrati boemi ed ai democrati
polacchi, tutti prevedere, annunciare, sperare o temere il movimento
slavo; e credo perciò che qualche tal movimento si farà; ma credo che
complicandosi con quello di tutta l’Europa occidentale e della nazione
tedesca in particolare verso l’Oriente, ne sorgano per la nazione
slava in generale, e per la polacca in particolare, probabilità tutte
diverse dall’italiane: credo insomma che le probabilità slave sieno
che s’unirà una gran parte di quella nazione colla tedesca, mentre le
nostre sono che ce ne separeremo. Queste probabilità slave sono elle
men belle? l’indipendenza che ne risulterebbe sarebb’ella men compiuta
che l’italiana? sarebbe immeritato da quella nobile, generosa, operosa
nazione. E tuttavia, se fossero veramente probabilità, sopra esse
dovrebbero fondarsi le speranze slave; perciocchè chi dice speranze,
dice desiderii di probabile adempimento. — Ma di nuovo come osar uno
straniero discutere tali interessi, proporre tali speranze diminuite
a stranieri stimatissimi? Ingrato e forse inutile ufficio, io lo
provo, è scemar le speranze, anche a compatrioti, anche ad una parte
de’ compatrioti; ma più ingrato e più inutile sarebbe rivolgendosi
a stranieri. — Teniamci dunque stretti al nostro assunto italiano, e
facciam solamente aggiunta di questa osservazione: che in qualunque
modo si prosegua, si adempia e si complichi coll’inorientarsi d’Europa
il movimento slavo, ei sarà all’Italia occasione nuova, od accrescerà
l’occasione della caduta turca; ch’egli accresce dunque le nostre
speranze.
Nota della seconda edizione.
[24] Qui il mio traduttore, postillandomi, dice: _nous ne voyons
véritablement pas sur quels témoignages l’auteur pourrait appuyer
l’assertion d’une si forte inimitié entre les deux pays_. — Ed io
rispondo, che non ho parlato di niuna tale inimicizia tra i due paesi;
che quanto a Francia io non credo che ella pur vi pensi, ond’io neppur
pensai a parlarne; e quanto a Italia io parlai di pregiudizi e non
di nimicizie nazionali. E non so se altrui, ma a me par grande la
differenza delle due parole, non credendo che la nazione italiana
sia tutta composta di uomini pregiudicati. — Che esista poi, pur
troppo, tal pregiudicio antifrancese in Italia, ei mi è non solamente
testimoniato, ma provato: 1. dal mio postillatore, il quale narra che
un nostro grande scrittore suole esclamare in mezzo alla penisola.
_La haine pour la France! pour cette France illustrée par tant de
génie et par tant de vertus! d’où sont sorties tant de vérités et tant
d’exemples! pour cette France que l’on ne peut voir sans éprouver
cette affection qui ressemble à l’amour de la patrie, et que l’on
ne peut quitter sans qu’au souvenir de l’avoir habitée il ne se mêle
quelque chose de mélancolique et de profond, qui tient des impressions
de l’exil!_ Certo tutto ciò prova almeno che l’illustre italiano
qui citato vede, com’io, i pregiudizi di molti nostri compatrioti, e
com’io pure, li combatte. 2. da non pochi squarci molto diversi, se non
opposti, di un altro nostro scrittore (altronde grande anch’esso), il
Gioberti. 3. e da innumerevoli squarci di molti piccoli e piccolissimi,
dei quali è più bello tacere. — I pregiudizi vi sono pur troppo; e
non bisogna negarli, ma combatterli: giova più agli Italiani, e ciò è
l’essenziale; e credo che piaccia anche più ai Francesi, i quali han
troppo ingegno per non vederli, e non prevedere che cesseranno alla
prima occasione vera.
Nota della seconda edizione.
[25] Qui fu tradotto inesattamente _odiata_ con _odieuse_.
Nota della seconda edizione.
[26] Continuo a notare i fatti nuovi avvenuti in pochi mesi da che
scrissi. S’è inasprita in Francia la disputa tra una parte del clero e
l’università. Ma, già sono surti non pochi cenni che fanno sperare una
soda soluzione di quelle gravi difficoltà. A’ paurosi un venticello par
tempesta.
[27] Qui pure ho ad accennare un’opera pubblicata mentre scrivo, _La
Russie en 1839, par le marquis de Custine. Paris_, 1843; quattro volumi
in 8.
[28] Nuovo commento a tutto ciò: ultimamente i giornali francesi
minacciano una gran confederazione russo-asiatica. E i giornali inglesi
ne tacciono o sorridono. Come di cosa non vera, o non importante? — In
ogni caso, Russia e Inghilterra s’accozzerebbero nel mar Nero, prima
che nelle gole del Kiber o sulle sponde dell’Indo, certamente. E ne
sarebbero molto appressate quelle occasioni che paiono così lontane ad
alcuni Italiani.
Nota della seconda edizione.
[29] Si può vedere nel libro testè citato, quanto fattizia e
probabilmente temporaria capitale sia Pietroburgo. Mosca crebbe e
cresce d’importanza dal 1812 in poi. Odessa è surta in questo secolo.
Ma quando Russia si rivolgesse a’ suoi destini orientali, è probabile
che ella stanzierebbe il nerbo di sua potenza in quel triangolo tra
Mosca, Astrakan e Asof (la Tana del medio evo), onde ella dominerebbe i
veri mari, i veri fiumi, i veri commerci moscoviti.
[30] Il Gioberti ha dichiarato accostarsi all’opinione mia (ma non mi
sembra intieramente) in una sua lettera alla _Revue des deux Mondes_. —
_Bruxelles_, 19 _mai_ 1844.
Nota della seconda edizione.
[31] Conferma recentissima: Francia è tratta a nuova guerra, nuovi
negoziati, nuove relazioni con Marocco.
Nota della seconda edizione.
[32] Questo paragrafo di non fondar niuna speranza italiana sulla
diminuzione degli stati del papa, fu, s’io non m’inganno, il più
criticato direttamente o indirettamente di tutto il libro mio. Ma più
lo ripiglio ad esaminare, men trovo a scemarne, più ad aggiungervi.
Potrei chiamar l’attenzione de’ miei leggitori su quell’opinione
cristiana e cattolica che si ridesta in tutta la civiltà presente; —
sulla probabilità quindi che qualunque cosa si facesse contro al capo
del Cattolicismo, urterebbe, solleverebbe contro a sè quell’opinione
universale della Cristianità; di che abbiam tanto bisogno in
qualunque impresa d’indipendenza italiana; — sulla probabilità
di urtare, di sollevar pur così contra questa, forse la massima,
probabilmente almeno una gran parte, e certo poi una parte qualunque
dell’opinioni, delle cooperazioni italiane; — sulla utilità, sulla
necessità di non guastare un’impresa santa con nulla che sia o paia
men santo, un’impresa legittima con nulla d’illegittimo, un’impresa
nazionale con una provinciale; — sulla probabilità, sulla certezza
che i principi e i popoli italiani, i papi e i papalini come gli
altri, liberati che fossero dallo straniero, converrebbero più
facilmente, più pacificamente, più opportunamente ne’ propri interessi
reciproci od anzi comuni, od anzi identici; — e intanto ad ogni modo
sull’opportunità, sulla necessità, sul dovere che incombe a ciascuna
provincia, a ciascuna popolazione italiana di sacrificarsi, se sia
il caso, se sia d’uopo al ben di tutti, al bene sommo per tutti,
all’indipendenza. — E mi si conceda ripetere il grido antico italiano,
con un’aggiunta: pace, pace, pace, tra noi.
Nota della seconda edizione.
[33] I derisori e disperanti non han forse badato a ciò: che questi
due eserciti italiani sommano ad oltre 200,000 uomini: e che 200,000
uomini sono pure una bella somma d’esercito in tutti i paesi in tutti
i tempi; e che fra essi, i 100,000 che si troverebbero naturalmente in
prima linea in qualunque guerra d’indipendenza, sono appunto di quelli
del cui valore non dubitò la storia mai, nè dubita l’opinione presente;
che la seconda linea sarebbe di quelli dei quali (parliamo schietto)
si dubitò per vero dire, ma i quali appunto perciò sono forse i più
ardenti; e che dopo queste due prime linee, ne sarebber pure una terza
ed una quarta de’ principati minori, e de’ provinciali dello straniero.
Nota della seconda edizione.
[34] All’autorità del vecchio ammiraglio inglese, si può aggiunger ora
quella recentissima d’un giovane contrammiraglio francese, il duca di
Joinville, nella memoria _Sur les forces navales de la France_.
Nota della seconda edizione.
[35] Vedi l’appendice in calce all’opera.
[36] Dell’idee di libertà qui esposte io ebbi a soffrire due critiche,
secondo al solito contrarie, dalle due parti opposte. — Dall’una fui
biasimato d’aver presentate tali idee, quasi elle sieno pericolose a
que’ principi italiani ch’io pur desidero aiutare, quasi ridestanti
que’ turbamenti ch’io pur desidero tor di mezzo, quasi almeno
riscaldanti (per servirmi d’una frase udita) i giovani e gli inesperti.
Ma io rispondo in poche parole, che i giovani e gl’inesperti trovano ed
assorbiscono tali idee, a malgrado tutte le censure e le proibizioni,
in ben altri libri che il mio; e ve le trovano ben altrimenti promosse
ed esagerate; onde tanto è, od anzi è bene, che le trovino pur una
volta moderate dalle due riserve da me fatte, del _sottoporre ogni
speranza di libertà a quella d’indipendenza_, e perciò di _lasciar
gli adempimenti di libertà a giudicio de’ principi_. — Ed appunto di
queste due riserve io fui biasimato dall’altra parte. Ma quanto alla
prima sarebbe vano volerla difendere ulteriormente qui: perciocchè
ella è principio, corpo e fine di tutto il libro mio, e proposta fin
dal titolo nell’epigrafe; e da chi non l’ammetta io m’era già separato
implicitamente fin dal primo paragrafo del primo capitolo della prima
edizione, e mi separai in questa poi anche più chiaramente nella nota
al § 3, capo 3; e mi separo soprabbondantemente e per sempre qui. —
Resta dunque ch’io difenda ulteriormente la sola riserva seconda,
contro a coloro che, posponendo meco la libertà all’indipendenza,
pensano pur meco che la libertà può condurre all’indipendenza;
ma diversamente da me pensano, che ella dovrebbesi o potrebbesi
procacciare anche a malgrado de’ principi. Ed a questi consenzienti
meco nel gran principio, a questi non più divisi nello scopo, ma
solamente sui mezzi delle buone speranze italiane, io mi rivolgo, non
senza fiducia, per supplicarli di ben considerare: 1.º Che la libertà
così acquistata servirebbe male all’impresa d’indipendenza; perchè
lascerebbe semi, anzi frutti di divisione tra principi e popoli;
lascerebbe quelle gravi e lunghe diffidenze reciproche, quelle contese
che sono consuete in ogni libertà nuova ed acquistata per forza;
lascerebbe preoccupazioni di cose presenti, immediate, appassionanti,
le quali farebbero posporre o dimenticare l’impresa d’indipendenza,
e ne scemerebber l’impeto e la forza, se pur si facesse; — 2.º poi e
principalmente, che ora, qui, non si tratta di libertà acquistate,
ma tutt’al più acquistabili; non di divisioni che rimarrebbero
dopo l’acquisto fatto per forza, ma di quelle molto maggiori che
sorgerebbero immanchevolmente e per natura stessa di tal acquisto per
forza. Perciocchè qui sta il punto, tutto il punto di difficoltà: i
cospiratori, le società segrete, considerano sempre i lor disegni come
«cosa fatta che capo ha»; non considerano che prima d’esser cosa fatta
e d’aver capo o realità, ei s’ha a passare per tutti i pericoli, non
dico i personali, ma della patria, a cui non è forse lecito a nessuno,
non è certamente a chi non vi ha ufficio, esporre la patria, quando
ella ha per le mani il gran dovere a compiere dell’indipendenza. —
Insomma io ridico ai principi: Deh pensate e provvedete voi a quella
libertà che, data, sarebbe forse strumento massimo; io dico ai
popoli: Non isprecate pensieri, e meno fatti, in quella libertà che,
presa, e peggio nel prendersi da voi, sarebbe impedimento massimo
all’indipendenza. Ed io rigrido pace, pace, pace, tra noi.
Nota della seconda edizione.
[37] Anche di questa _letteratura esterna_, che è specialità italiana
già antica, ma più che mai splendida a’ nostri dì, io intendevo fare
un’appendice. Ma è materia così ricca, che non ho tempo a colorire
il mio disegno nella presente edizione. Suppliscano pochi cenni.
— Più largo e magnifico assunto sarebbe una _Storia degl’Italiani
fuor d’Italia_. Oltre ai crociati e ai missionari, che abbiam
comuni coll’altre nazioni, niuna diede agli stranieri un così grande
scopritore di terre incognite come Colombo; niuna poi tanti capitani
e ministri quanti furono gl’Italiani. Ma quest’assunto così allargato
servirebbe più alla gloria passata, che all’utilità presente della
patria nostra. Non c’inganniamo: lo spirito di nazionalità s’è destato
e ingelosito presso a tutte le nazioni, e più nelle più libere, in tal
modo che sono e saranno ogni dì più rari gli esempi de’ grandi capitani
o grandi uomini di stato stranieri in qualunque nazione. Io vorrei che
fossero molti Italiani così giunti a potenza presso agli stranieri;
perchè io non dubito che essi volgerebbero sempre quella potenza a
pro della patria, e che al gran dì imiterebbero l’esempio di quel
Capo-d’Istria, il quale non solamente la rivolse così, ma l’abbandonò
poi per andar a combattere sulla breccia aperta nel suo paese. Ma il
ripeto, i tempi son mutati e si mutano; e queste imitazioni si fanno
impossibili. — E tutto all’incontro è poi delle colture. Queste tendono
ad accomunarsi in tutta la cristianità; ondechè di qualunque paese sia
un grande scrittore di scienze o lettere, od un grande artista, egli è
facilmente adottato dovunque; ed entrando nella coltura straniera, non
esce dalla nazionale sua, e potendo fuori, continua a potere in patria.
Quindi (anche lasciando l’arti, e restringendo il tema alle lettere ed
alle scienze, che si posson comprendere sotto il nome di Letteratura)
un trattato storico e pratico della Letteratura italiana esterna
sarebbe tema ricco non solamente di esempi antichi, ma di applicazioni
presenti e future. — Potrebbe la parte storica incominciare fin dal
primo risorger delle lettere, da Carlomagno; e con quel Paolo Diacono,
Longobardo prigione in corte di lui, il quale scrisse forse colà quella
storia che è unico monumento di fatti di sua nazione. E s’interrompe od
oscura per vero dire la letteratura italiana esterna, come l’interna,
come tutte l’altre, verso il fine del secolo IX e lungo tutto il X. Ma
risorge di nuovo colla letteratura italiana interna e coll’universale
verso la metà del secolo XI; e, come queste, così quella non cessa più
di allora in poi. Nell’ultima metà del secolo XI e nel XII, studiarono,
od insegnarono, o scrissero, o in somma fiorirono più o meno, fuor
d’Italia, Gregorio VII, Lanfranco, Pier Lombardo, S. Anselmo d’Aosta.
Nel secolo XIII S. Tommaso e S. Bonaventura. Nel secolo XIV Dante e
Boccaccio per poco tempo, Petrarca per quasi tutta la vita sua. Nel
XV Cristina del Pisano, il Poggio e parecchi minori. Nel XVI Amerigo,
Davila, Alciato. Nel XVII Montecuccoli, Marino, e quelli che furono per
vero dire oscuri a’ tempi loro, e si risuscitano ora a troppo onore,
ma che insomma furono scrittori italiani esterni, i Socini, Diodati,
Telesio, Radicati, Olimpio Morata, Celio Secondo Curione ed altri tali.
Ma sorge a vero splendore la letteratura italiana esterna nel secolo
XVIII, e vi si potrebbe noverare forse Alfieri, e si debbono certamente
Lagrangia, Denina, Baretti, l’ab. Guasco, Algarotti, Metastasio,
Galliani, Goldoni, per non iscendere a Casanova e Cagliostro. E
continua poi incontrastabilmente e s’accresce quello splendore nel
secolo nostro per opera di Botta, Foscolo e Pecchio, e de’ viventi
Amari, Arrivabene, Berchet, Calleri, Collegno, Ferraris, Gioberti,
Gorresio, Libri, Mamiani, Rossetti, Rossi, Ugoni, e d’alcuni altri,
a cui si potrebbero aggiugner coloro che come Colletta, scrissero
addentro, ma furono pubblicati fuori. E certo di tali scrittori e loro
opere consta una letteratura _sui generis_, qual non è posseduta da
niuna altra nazione antica e moderna. — E quindi, lasciando la storia
e i vanti, e venendo all’utile presente e futuro, quindi sorge una
speranza, e se non si guasti, io direi una delle maggiori speranze
nostre. Che non potranno tutti questi Italiani scriventi di fuori, se
sapientemente e virtuosamente studiando quegli esempi antichi, sappiano
ben discernere quelli da imitare e quelli da fuggire; se, smentendo ciò
che ne disse Machiavello, vogliano o sappiano, quantunque di fuori,
conoscere lor paese qual è, qual mutossi dopo ch’essi lo lasciarono;
se, ricordando gli amori, dimenticando gli odii lasciati in patria,
uniti essi tra sè, uniti co’ fratelli rimasti addentro, si faccian
centro d’una opinione italiana libera e moderata, forte e costante? E
non pochi sono de’ nominati e non nominati che adempiono, a lor possa,
siffatti uffici verso la patria. Ma non sarebber forse possibili più
unioni, più aiuti, più tolleranze reciproche? E quindi più operosità
comune, più efficacia? E ciò che poterono altri nobili fuorusciti,
i Polacchi sopratutti, convenire in pubblicazioni periodiche, alzar
cattedre di lettere e storie nazionali, non sarebbe egli possibile
a quella famiglia di fuorusciti italiani la cui nobiltà supera in
antichità e gloria tutte l’altre simili senza dubbio? — Ma io mi fermo
per forza. E lasciando e pregando si lascin sospetti, io rivolgo verso
colà pure, e per quanto io possa valere, il grido mio, il grido antico:
pace, pace, pace, tra noi.
Nota della seconda edizione.
[38] Io non m’ingannai prevedendo l’accusa e rispondendovi
preventivamente. In un articolo della _Revue des deux mondes_ 1.r
_juillet_ 1844, _p._ 133, dopo aver lodata tutta la parte del libro
mio che annulla speranze, lo scrittore prosegue: _Jusque là tout va
bien, et M.r Balbo a raison; mais lorsque, après avoir fait table
rase des idées des autres, il produit les siennes, le publiciste sensé
cède sa place à l’utopiste. L’A. des Esp. d’It. base_ TOUS _ses plans
sur_ UNE _éventualité_ (lo scrittore s’inganna qui su quanto dissi
in parecchi luoghi); _il prévoit la chûte de l’empire Ottoman, il
le_ DÉPÈCE _à sa guise_ (s’inganna di nuovo), _et donnant le Danube
à l’Autriche, il lui enlève le Pô avec le_ CONSENTEMENT (s’inganna
più che mai) _de toutes les puissances Européennes. Cela fait, M.r
B. prend la Lombardie dans sa main; il l’offre à la Savoie, et voilà
un royaume Lombardo-Ligurien_ (concedo, ricusando solamente il merito
d’invenzione, la quale è antica). _Mais quand les Russes seront-ils à
Costantinople?_ (Questa è grossa! È l’opposto di tutte le mie speranze
italiane, cristiane, universali. Lo scrittore sembra non aver letto il
mio libro). _C’est le secret de l’avenir. M.r B. ne le connoit pas; il
conseille seulement aux Italiens de se tenir prêts à tout événement_
(e n’indico a mia possa i modi); _quoiqu’il soit possible que l’heure
attendue ne sonne que pour les générations futures. Cela n’est guère
encourageant_ (la realità non è tale pur troppo per noi; ma è molto
meno, lodar i capitoli che tolgono speranze, e pronunciar utopia tutti
quelli che ne accennano, senza accennarne niun’altra poi; onde verrebbe
la conchiusione che non v’è speranza): _et en conscience, le livre da
M.r B. au lieu de s’appeller Des Espérances, devrait s’appeller De la
résignation de l’Italie_. — In coscienza la rassegnazion del «progredir
alacri a tutto ciò che si può e si deve virtuosamente mutare», è
rassegnazione che chicchessia può confessar senza vergogna, ed io la
confesso.
Del resto vedi nel medesimo fascicolo ciò che è molto ben detto
di quella ch’io chiamai solamente l’eventualità più promettitrice.
_Si l’Espagne avait conservé quelque chose de son génie primitif,
si l’anarchie qui la dévore n’avait arrêté chez elle ce mouvement
d’expansion qui fit sa gloire en d’autres temps, elle aurait à
remplir au Maroc une oeuvre analogue à celle que nous exécutons si
laborieusement en Algérie. Dans cette dissolution universelle du
monde musulman, qui frappe aujourd’hui tous les yeux, sa part et
sa mission sont indiquées et la force des choses l’amenera à s’y
devouer, lorsqu’elle sera rentrée au nombre des nations régulièrement
constituées, et dès qu’elle aura pris possession de son avenir_
(_ibi_, p. 146). Questo è quasi _verbatim_ ciò che io dissi dell’avenir
d’Italia; è la miglior risposta ch’io possa fare all’accusa di utopia.
— Ma come si fa egli che quella _Revue_ così ben informata e grave
sulle cose di Spagna (vedi varii articoli dei signori Lavergne e
Durieu), sia poi così sovente diversa sulle cose d’Italia?
Nota della seconda edizione.
[39] Vedi per l’antichità dell’ago calamitato risalente a 2,000 anni
avanti G. C., l’ultima opera dell’Humboldt sull’Asia; e per la chimica
la storia di quella scienza del Dumas; e per le matematiche quella del
Libri.
[40] Vedi la vita dell’ultimo nella raccolta del Lardner.