politici. Ha un barlume di certe verità che potrebbe insegnare a’
maggiori uomini di stato; ma sovente, invece di svolgerle, egli le
avvolge così, che ne fa errori manifesti. Il volgo antico e nuovo
parlò sempre di politiche nazionali, politica romana antica, politica
romana dei papi, politiche inglese, russa, austriaca, prussiana,
francese de’ nostri dì. Fin lì sta bene; vi furono, vi sono politiche
nazionali importantissime; il volgo l’indovina. Ma egli pensa talora,
che queste sieno profondità, oscurità, arcani inventati, tramandati,
serbati da pochi quasi iniziati; mentre elle sono tutt’all’opposto;
sono, dove sono, prodotto, espressione dell’opinione universale,
pubblica, volgare. E così il volgo calunnia sè stesso o i volghi pari
suoi; non sa vedere la propria parte nelle politiche nazionali; se
n’esclude mal a proposito. E volgo sono alcuni politici, che credono,
o voglion far credere a questi arcani. E volgo alcuni storici, che
cercano esclusivamente, chi fondasse le arcane politiche nazionali, e
da chi si serbassero. La politica dell’imperio di Roma si attribuisce
fino a Romolo, o Numa; la politica de’ papi a Gregorio VII, ad
Innocenzo III, a Bonifazio VIII od a Giulio II; la politica francese
si attribuì gran tempo a Richelieu, poi ad una infelice regina, poi a
questo o quell’altro uomo della rivoluzione, e via via; la politica
inglese, già a Guglielmo III, poi a Pitt; la russa a Catterina,
l’austriaca a Kaunitz già, come ora al successore di lui. E tutti
questi contribuirono certo a tutte queste politiche nazionali. Ma dove
furono o sono politiche nazionali, elle son frutto non d’una testa,
ma di molte, non di un pensiero, ma d’infiniti, non di un giorno,
ma di secoli; sono nè più nè meno che L’INTELLIGENZA UNIVERSALE
DEGLI _interessi universali_; la quale fu che, chiunque si trovi al
regno, a’ ministeri, al governo si promuovono pur sempre i medesimi
interessi. Ma questa intelligenza universale, non è poi nè facile, nè
frequente. Vi sono nazioni che non l’hanno avuta per secoli e secoli;
distratte le une da lor male passioni interne; altre dall’esterne,
altre impedite da cattive costituzioni, altre fatte del tutto incapaci
dalla servitù. La formazione d’una politica nazionale buona, è un
prodotto raro di molte circostanze felici, ma principalmente della
possibilità di discussione. Qualunque forma prenda questa, ella serve;
più o meno, senza dubbio, secondo che è più pubblica, più libera;
ma servono anche le forme meno buone a difetto delle migliori. Che
cosa principalmente fece l’Inghilterra riuscire a bene, al proprio
pro, al proprio accrescimento, sopra ogni nazione nemica od alleata,
nella lunga guerra universale dal 1792 al 1815? l’aver avuta fin
dal principio una politica nazionale, già figlia vecchia della
discussione; l’averla continuata, migliorata lung’anni per mezzo della
pubblica discussione. Perciocchè di questa, Inghilterra aveva allora
la privativa; in Francia non n’era, se non or l’abuso, ora l’ombra;
altrove, nemmen questa. Inghilterra sola discuteva, e sceglieva la sua
politica; e qualunque avesse scelta, anche men buona, la proseguiva ed
avanzava poi con costanza, con unanimità o poco meno, con ispirito ed
operosità nazionale; questo vantaggio almeno le rimaneva. Le politiche
discusse, diventate nazionali, hanno questi tre vantaggi; l’uno
probabile d’esser migliori; i due altri certi, di esser più costanti
e meglio propugnate. Ed in Inghilterra godete de’ tre vantaggi, se
non esclusivamente, ma con pochi, di nuovo dopo il 1815, per più anni.
Ora son comuni a molti, e si vanno accomunando ad altri. Dove, come in
Prussia, la politica nazionale non si discute finora ne’ Parlamenti,
ella si discute almeno ne’ libri, che certo è meno, ma è pure alcun
che. E Prussia (dico il governo, il principato stesso di Prussia) sente
il desiderio, il bisogno di afforzare questo suo strumento d’azione,
questo aiuto ad una gran politica nazionale; non è altra maggior
ragione alle voci presenti, a’ fatti che s’apparecchiano colà. Ma
fin d’ora, dalla Vistola in qua, l’Italia è la sola nazione che non
discuta la propria politica, la sola non incamminata a formarsene una
nazionale. Ed ammirate di nuovo la sapienza del volgo, delle lingue,
di tutti insieme. Fra mezzo a tutte quelle espressioni che sono in
tutte le bocche, di politica inglese, francese, russa, prussiana,
austriaca, non s’ode, non si dice, da nessuno, _Politica italiana_.
Famosa (bene o male?) or son pochi secoli, essa non esiste più nemmen
nelle lingue. E i principi si lagnano d’aver popoli politicamente mal
educati! E i popoli d’aver principi poco politici! Lo credo anch’io.
Nè principi, quando fosser Napoleoni, nè popoli, quando fossero pari
al popolo romano antico ed all’inglese moderno, non possono farsi nè
restar politici senza discussione. Il popolo romano nol restò, toltagli
quella; Napoleone nol restò, abolitala. Se i principi voglion popoli
educati, che li capiscano e li secondino quando fan bene, che sieno lor
grati quando l’han fatto o incominciato, concedan loro l’educarsi, il
discutere. Non credono eglino concedere la discussione più efficace,
più autorevole, deliberativa? Concedan la consultativa almeno; o la
letteraria almeno almeno. E voi, popoli italiani, volete voi principi
che pur vi capiscano, vi guidino, operosamente, politicamente? Invece
di scostarvi da essi, invece di fremere, parlate loro, a stampa, per
iscritto, a voce, e con gli applausi, e i silenzi, in ogni modo, ad
ogni ora. — La politica nazionale, difficile a formarsi dappertutto,
più difficile dove vi è poca discussione, e difficilissima dove sia
una nazione divisa. Tutte queste difficoltà non si posson vincere che a
forza di perseveranza, di operosità, di amore; a forza di: I. Formarsi
ciascuno la sua politica personale; sincera, spoglia di vili e di amare
passioni, spoglia di amareggianti memorie, non intesa che al futuro
della patria: II. Studiare questo futuro, sugli esperimenti datici
dalla storia sì, ma sopratutto sulle condizioni presenti e crescenti
delle nazioni circondanti, su quelle della cristianità tutt’intiera:
III. Questa politica, che così concepita e studiata non può non
riuscir moderata, procurar di darla ciascuno ai vicini, agli amici,
ai piccoli, ma sopratutto ai potenti, più potenti e potentissimi:
IV. E per ciò fare, a ciò riuscire, dismettere non che le ostilità,
ma i modi ostili, i minaccevoli, i pedanti; assumer modi amorevoli,
o meglio amorevolezza, amore: V. Non adular principi, ma non popoli:
VI. E questa politica schietta, virtuosa, moderata, scriverla, se si
ha facoltà: VII. Pubblicarla, se si ha possibilità: VIII. E dettala,
o scrittala, o pubblicatala il meglio che sappia e possa ciascuno,
perdonare, dimenticare non solamente i dissenzienti, che è facile, ma
i malevoli, gli sprezzatori, i derisori, gli storpiatori delle nostre
parole, che è più difficile, ma che è pur necessario a non prolungare
o moltiplicar divisioni. — Così facendo non uno o due, ma molti,
e ciascuno secondo il poter suo, faremo il più che sia fattibile,
adesso, per la patria; faremo a poco a poco una politica nazionale,
penetrante nell’opera di que’ governanti, che s’arruolan pure, non
possono non arruolarsi ne’ governati. La politica che io sono venuto
esponendo lungo tutto il libro mio, e svolgendo ulteriormente qui,
non par ella buona? Se ne proponga, se ne svolga un’altra, e un’altra,
sinceramente, seriamente, sufficientemente, finchè la patria n’abbia
scelta una, abbia incominciato a metterla in opera. Ma una buona
politica italiana, così messa in opera, ei è oramai indispensabile ad
ogni caso, lieto o tristo, in cui sia avvolta la patria; indispensabile
a mantenere ed accrescere la nostra prosperità materiale, le arti,
gli apparecchi di pace, finchè dura la pace, i ferri, i legittimi, i
pubblici ferri al dì della guerra; indispensabile, cadano i Turchi o
non cadano, a qualunque occasione, qualunque vento, qualunque tempo.
— Non sapremo noi all’incontro fermarci in una politica nazionale?
Allora non ci serviranno memorie, vanti, nobiltà, primati antichi; non
l’indestruttibile ingegno italiano; non l’arti di pace promosse, non
l’armi stesse apparecchiate, non la stessa libertà quando l’avessimo.
Ricordate ciò che fece Polonia d’una libertà non politicamente
ordinata, d’una libertà senza politica! Senza questa, senza un’opinione
pubblica formata, i principi continueranno a lagnarsi dei popoli,
i popoli dei principi, i nobili dei plebei, i plebei de’ nobili,
i secolari degli ecclesiastici, gli ecclesiastici de’ secolari, i
Toscani, i Romani, i Napoletani, i Lombardi, i Piemontesi gli uni
degli altri, gli Italiani di dentro di quei di fuori, quei di fuori di
que’ d’addentro, e tutti gli Italiani degli stranieri, e gli stranieri
degl’Italiani, a vicenda, alla ventura. Ed alla ventura s’anderà —
come s’andò gran tempo — non a perdizione, che è impossibile oramai a
niuna nazione cristiana — ma in continuazione di quella mediocrità così
vecchia da noi, che sembra esserci diventata normale. — Oh Italiani noi
mediocri!
15 Aprile 1845.
FINE
INDICE
Pag.
5 — DEDICA PRIMA.
7 — DEDICA SECONDA.
19 — OCCASIONE DI QUESTO SCRITTO.
1. Il Gioberti. 2. Il libro del _Primato morale e civile_
_d’Italia_. 3. Primati mal predicati dai piaggiatori. 4. Il
Gioberti tutto diverso da costoro. 5. Ciò che sia il mio
libro rispetto a quello. 6. Necessità d’intenderci e
discutere in Italia.
27 — CAPO I. L’ordinamento politico presente dell’Italia non
è buono.
1. Non può esser tale, non essendo indipendente. 2. È
provato soprabbondantemente anche per li principati
italiani. 3. Esempio. 4. Convengono in ciò gli stessi
uomini di stato stranieri.
32 — CAPO II. Di quattro ordinamenti sperati — e prima del regno
d’Italia.
1. Si sospende la discussione del come rimuovere il vizio
manifesto. 2. Si procede ad esaminare i sogni fattine,
e prima quello di un regno d’Italia. 3. Prove moderne,
che fu sogno. 4. Prove storiche. 5. Prove dalla
costituzione materiale della penisola. 6. Prova da un fatto
speciale.
39 — CAPO III. Di un regno d’Italia austriaco.
1. È modificazione del sogno precedente. 2. È sogno
neo-ghibellino. 3. I Neo-Guelfi migliori che i
Neo-Ghibellini; ma non valgon nulla nè gli uni nè gli
altri.
43 — CAPO IV. Delle repubblichette.
1. Fu sogno degli utopisti di Botta, ed altri simili. 2.
È sogno di restaurazioni antistoriche. 3. E non
desiderabili. 4. Ed impossibili ad effettuarsi.
48 — CAPO V. Della confederazione degli Stati presenti.
1. Sola buona mutazione è il progredir dalle cose
presenti alle future; 2. proposta dal Gioberti primo. 3.
La confederazione è l’ordinamento alla natura ed alla
storia d’Italia. 4. E fu pur proposta dal Gioberti. 5. Ma
due vizi sono nella proposizione di lui. Uno è
d’esuberanza. 6. Ed è quello di propor la presidenza del
papa. 7. Uno è di deficienza, e si riserba al capo
seguente.
58 — CAPO VI. La confederazione è impossibile finchè una gran
parte d’Italia è provincia straniera.
1. La potenza straniera ficcata in Italia rende
impossibile qualunque equilibrio in essa. 2. E qualunque
confederazione. 3. Sia che vi si comprenda quella potenza.
4. Sia che no. 5. All’incontro, sarebbe bell’e fatta se non
avessimo più lo straniero.
64 — CAPO VII. Breve storia dell’impresa d’indipendenza,
proseguita sempre, non compiuta mai per XIII secoli.
1. Or si riprende la questione del come rimuovere
l’ostacolo straniero. 2. Epperciò si accenna la storia
della nostra impresa d’indipendenza. 3. Nell’Italia antica,
fino alla caduta dell’Imperio. 4. Fino a Carlomagno. 5.
Fino al secolo XI. 6. Lungo questo secolo. 7. Nel gran
secolo da Gregorio VII alla pace di Costanza. 8. Da
questa a Carlo d’Angiò. 9. Da questo al ritorno de’ papi
da Avignone. 10. Da questo a Carlo VIII. 11. Da questo
alla pace di Cateau-Cambresis. 12. Nel lungo seicento.
13. Nel secolo XVIII. 14. Dal 1789 al 1814. 15. Condizione
presente.
103 — CAPO VIII. Eventualità future dell’impresa.
1. Doppia tolleranza domandata a’ leggitori. 2. Il futuro
imprevedibile. 3. Il prevedibile. 4. Frasi solite in tali
materie. 5. Quattro casi o speranze. 6. Speranza I., dai
principi italiani. 7. e 8. Speranza II., da una
sollevazione nazionale. 9. Speranza III., da una chiamata
di stranieri. 10. Speranza IV., dalle occasioni. 11. Le
quali sono tre principali. 12. Di una conflagrazione
democratica, che è improbabile. 13. Di un tentativo di
monarchia universale, pur improbabile. 14. E di una
partizione di Stati, che è probabile.
127 — CAPO IX. L’eventualità più promettitrice.
1. Eliminate le speranze che ci paion vane, noi accediamo
a quelle che ci paion buone. 2. Certezza dei due fatti,
della caduta dell’Imperio ottomano, e delle mutazioni
che ne avverranno. 3. Veduti bene da Alessandro imperatore.
4. Obiezioni, scrupoli. 5. Incerti sono il tempo e
il modo in che s’adempiranno. 6. Ma certo, non può essere
interesse della Cristianità che s’adempiano sotto il
protettorato russo. 7. Nè colla creazione d’un nuovo
imperio cristiano. 8. È interesse che la maggior parte
delle provincie turco-europee passi in qualsiasi forma ad
Austria. 9. È interesse d’Austria. 10. E di Germania tutta.
11. E di Francia. 12. E di Inghilterra. 13. E di Russia
stessa. 14. Ma naturalmente e sopratutto d’Italia.
182 — CAPO X. Come vi possano aiutare i principi italiani.
1. Qui incomincia la parte pratica del libro. 2. Epperciò
si tace di ciò che sarebbe a fare al dì troppo lontano;
si avverte solamente di non ambir acquisti fuor
della penisola. 3. E di non ambirli tutti nemmen dentro.
4. E nessuno a spese del papa. 5. Apparecchi che si posson
subito; e prima l’armi de’ principati italiani. 6. E lor
marinerie. 7. E lor governi interni. 8. E il conservare e
progredir opportuni. 9. E le colture. 10. E gli ordini
consultativi. 11. e 12. Ed anche i deliberativi. 13. Ma
dell’operabile da’ principi lascinsi giudici i principi.
224 — CAPO XI. Come vi possano aiutar tutti gli Italiani.
1. Cooperazione necessaria de’ principi e de’ popoli. 2.
Le quattro operosità, o vite italiane, che considereremo.
3. La vita pubblica ne’ principati. 4. E nella provincia
straniera. 5. La vita sacerdotale. 6. e 7. La vita
letteraria. 8. e 9. La vita privata. 10. Una grave
obiezione, e risposta. 11. Le virtù private crescenti in
Italia. 12. Obiezioni minori; e sunto del fin qui detto.
273 — CAPO XII. Breve storia del progresso cristiano.
1. Questo studio è complemento necessario al libro. 2.
Antichità dell’idea del progresso. 3. Come la svolgessero
i filosofi del secolo XVIII. 4. Come la intendano
i filosofi
cristiani. 5. Cenno del regresso (non in coltura, ma forse
in civiltà, certo in religione e in virtù) del genere umano
prima di G. C. 6. Cenno e prova generale del progresso
cristiano. 7. Le quattro età del progresso cristiano. 8.
Età I., intermediaria tra il mondo antico e il cristiano
(anni 1-476). 9. e 10. Età II., del primato germanico
(anni 476-1073). 11. Progresso laterale o dipendente,
dell’Islamismo. 12. Età III., o del primato italiano (anni
1073-1494) 13. Età IV., o de’ primati varianti (anni
1494-1814) Questione se la riforma abbia promosso o
ritardato il progresso cristiano. 14. Primato iberico. 15.
Primato francese. 16. Il tempo presente; non si debbe
chiamare _Età di transizione, Era umanitaria_. 17. E
porzione dell’età de’ primati varianti; è tempo del primato
britannico.
319 — CAPO XIII. Il progresso cristiano presente, ed
accrescimento che ne viene a tutte le speranze italiane.
1. Tutti i progressi della cristianità accrescono le
speranze italiane. 2. e 3. Progresso di dilatazione. 4. e
5. Progresso di unione. 6. e 7. Progresso di civiltà. 8. e
9. Progresso di coltura. 10. e 11. Progresso di virtù. 12.
CONCHIUSIONE: la qualità e la quantità delle speranze.
375 — APPENDICE. Se e come sia sperabile una lega doganale in
Italia.
1. Stato presente della questione. 2. Le quattro leghe
immaginabili. 3. I. Lega germanico-italica. 4. II. Lega
austro-italica. 5. III. Lega italica compiuta. 6. IV. Lega
dei soli principati italiani. 7. Recapitolazione. 8.
Eppure, qualche cosa è da fare. 9. Ma liberalmente. 10. E
prontamente.
405 — NUOVA APPENDICE. A molte critiche una risposta:
fatti nuovi.
1. La polemica. 2. Quella fattami. 3. Quella che son
per fare. 4. I giudizi del tempo. 5., 6., 7., 8., 9., 10.
Quattro o cinque fatti nuovi. 11., 12. Conclusione:
Guerra, e pace; politica nazionale.
NOTE:
[1] _M.r Guizot has, in one of his admirable pamphlets, happily and
justly described M.r Lainé, as «an honest and liberal man discouraged
by the revolution.» This description at the time when M.r Dumont’s
Memoirs were written_ (_an_. 1799), _would have applied to almost
every honest and liberal man in Europe; and would beyond all doubt have
applied to M.r Dumont himself_ (Macaulay’s Essays. Paris, Baudry, 1843,
p. 183).
[2] _It is a fine and true saying of Bacon: that reading makes a full
man, talking a ready man, and writing an exact man_ (Macaulay’s Essays.
Paris, Baudry, 1843, p. 378).
[3] Num. XIV, 21, 32.
[4] Num. XX, 12.
[5] Il fecondo Gioberti ha pocanzi pubblicato un nuovo volume _del
Buono_. E in esso parlando _del Primato_, egli lo dice «un’opera
indirizzata a nudar le piaghe della mia infelice patria e a proporre i
rimedi». Pag. LXXXV.
[6] Alcuni moti, alcune voci sorte da pochi mesi che scrissi ciò
paiono ad alcuni dar maggior importanza ai sogni neo-ghibellini. Io,
deplorando tali novità, non so dare loro tale importanza; epperciò non
muto nè allargo ciò che mi venne detto dapprima.
Nota della prima edizione.
A malgrado quanto precede contro alla resurrezione delle due parti
neo-ghibellina e neo-guelfa, uno scrittore della _Revue des deux
mondes_, 15 _mai_ 1844, pagine 678, 679, mi fa esclamare a proposito
di una confederazione italiana che comprendesse il principe straniero:
«_Ce serait renouveler le saint Empire en Italie; ce serait de la
folie. S’il y a des neo-gibelins, je serai néo-guelfe_»; tutto ciò,
_sic_, virgolato, quasi fossero parole mie riferite testualmente.
Eppure, io ricercai invano nel testo mio; e concedendo che la prima
frase è implicata in altre mie (principalmente CAPO VI, § 3), io nego
aver detto mai, voler esser neo-guelfo in niun caso. Anzi quant’è
sopra esprime disapprovazione, respinta, disprezzo delle due parti,
o piuttosto dei due nomi vani di neo-ghibellini e neo-guelfi; anche
di questi, per li quali dico che combatterei come meno cattivi e se
facesser parte; ma i quali dunque io dichiaro cattive e non facenti
parte. Quindi se quello scrittore degni attendere un po’ seriamente
al libro mio, o almeno a un capitolo, o almeno alle frasi da cui egli
trae la sua citazione virgolata, ei troverà naturale ch’io respinga
la ridicola qualità di _le plus noble et le plus chevaleresque des
Guelfes_; — come poi la supposizione ch’io abbia scritto _au point
de vue_ di qualsiasi corte. Io avrei creduto che la dedica e la
prefazione, nelle quali narrai l’origine del mio scritto, e parecchi,
anzi molti passi di esso, e il nome mio apertamente postovi, ed anzi
l’intiero libro, scritto se non altro con ispontaneità d’opinioni
e di stile, farebbon chiara a chicchessia la spontaneità, anzi
l’indipendenza del mio _point de vue_. Il punto di vista in che mi
posi e tenni non è quello di nessuna corte, anzi nemmeno di nessun
principato particolare italiano, ma di tutti; perchè lo credo il solo
punto di vista italiano contro al punto di vista straniero. — Del
resto continuin altri Italiani a dare agli stranieri il non bello
spettacolo delle supposizioni ingenerose contro a chiunque fa o scrive
qualche cosa in Italia. Io non iscenderò mai, se Dio mi sorregga,
nel campo, facile, delle recriminazioni. — E nemmeno in quello del
suddividere e moltiplicare le parti in Italia. Io non veggo con quello
scrittore quattro parti: liberali, assolutisti, ghibellini e guelfi;
nè altrettali con altri. Più guardo e studio, più veggo due sole parti
essere grandi ed importanti in Italia (come sono due soli grandi punti
di vista, due soli grandi interessi nella sua politica; come due sole
specie di territori nella sua geografia, territori italiani e territori
stranieri, principati indipendenti e provincia dipendente); dico che
sono due soli grandi parti, la nazionale e la straniera; quella di
coloro che disperano dell’indipendenza e s’adattano alla dipendenza;
e quella di coloro che sperano e promuovono la liberazione. E chiamo
poi, secondo natura ed etimologia, liberale chiunque si vuol liberare
in qualunque modo; non veggo nei modi diversi, se non diversità interne
della gran parte consenziente nel gran principio; e tutto il libro mio
(prima e seconda edizione) non è se non discussione di famiglia tra
tali consenzienti. Tutti gli altri sono per me _profanum vulgus, et
arceo_.
Nota della seconda edizione.
[7] Vedi il sogno particolare di lui, un governo tribunizio, in
fine della _Storia dal 1789 al 1814_. Al quale, quantunque di tanto
scrittore, non volli fermarmi, siccome quello che non passò, ch’io
sappia, da sogno privato a pubblico, di molti, e nemmen di parecchi.
[8] Ultimamente, mentre io scriveva così d’Arnaldo, uno dei primi
ingegni d’Italia pubblicava una tragedia con documenti, nella quale
ei tentava ridestar interesse per quel capo-popolo romano. Forse
l’interesse sarebbe riuscito più poetico, se si fosse fatto il
protagonista vittima solamente dell’accordo tra un principe italiano
e lo straniero; senza rifarlo eretico nella tragedia, dopo averlo
difeso dall’eresia nella vita preposta. Ma questo stesso interesse
poetico sarebbe egli stato storico? Certo i documenti allegati (e
notissimi) confermano che Arnaldo fu sollevator de’popolani romani
contra il papa, al momento che popolo e papa avrebber dovuto riunirsi
co’ Lombardi alla difesa dell’indipendenza; che Arnaldo fu causa o
almen occasione (non iscusa) al papa di riunirsi all’imperatore; che fu
dunque disturbator di quella difesa, e ritardatore di quanto fu fatto
pochi anni appresso da’ Lombardi con un altro papa. Senza Arnaldo la
immortal confederazione di Pontida sarebbesi forse fatta, la vittoria
ultima di Legnano sarebbesi conseguita parecchi anni prima e meglio;
la gloriosissima guerra lombarda sarebbe stata più grossa e più corta,
più gloriosa, più italiana, più efficace. Non basta recar documenti,
bisogna interpretarli; i documenti non sono storia per sè; la storia,
come ogni scienza, è interpretazione de’ fatti. — La quale poi pur
troppo si può fare, con sincerità ed eguale amor patrio, diversamente;
ondechè parmi a lasciare quell’accusa di _moda straniera_, d’imitazione
da’ Francesi e Tedeschi, che l’autore fa a noi, dissenzienti da
lui. Noi potremmo ribatter l’accusa, e dire che, se noi seguiamo la
moda straniera del secolo presente, egli segue la moda straniera ed
invecchiata del secolo scorso; che un Manzoni, un Pellico, un Rosmini,
un Cantù, un Gioberti, ed altri forse hanno fatta italiana la moda
nostra da un vent’anni, cioè prima che fosse straniera; che gli scritti
di tutti questi (e spero anche questo mio) palesano almeno un lungo e
indigeno studio delle cose patrie; e che del resto straniera più d’ogni
altra, e straniera volgare, è la moda d’accusarsi di stranierume tra
dissenzienti sulle cose patrie. Gli alti ingegni in tutti i tempi,
di tutti i paesi, e gl’Italiani principalmente, fecero proprio sempre
quanto trovaron buono fuori di patria; e gl’ingegni buoni dissenzienti
van pur gridando: «pace, pace, pace». E noi teniamo fra’ più degni
d’accettare e ribatter tal grido l’illustre autore dell’Arnaldo.
[9] Ho introdotta qui nel testo una giusta correzione fattami dal mio
traduttore in francese (_Paris, Didot_, 1844). E da una statistica
del 1839 da lui recata (_ivi_, p. 92), e da altri dati più recenti
partecipatimi gentilmente da uno scrittore italiano di queste cose,
traggo poi il seguente specchio approssimativo della popolazione di
varii stati italiani, nel quale trascuro (come mi par si debba) le
cinque ultime cifre, e così le poche migliaia d’abitanti di Monaco
e San Marino; ed ometto le popolazioni italiane della Corsica, della
Svizzera, del Tirolo, delle provincie Illiriche, e delle Isole Jonie.
_Principati italiani._
Regno delle Due Sicilie 8,000,000
Regno di Casa Savoia 5,000,000
Stati del papa 2,700,000
Toscana, compresa Lucca 1,700,000
Parma 500,000
Modena 400,000
——————————
Totale 18,300,000
_Provincia straniera._
Regno Lombardo Veneto 4,700,000
——————————
Totale generale 23,000,000
Nota della seconda edizione.
[10] _Del Primato_, ec., t. II, p. 337.
[11] Vedasi la storia scritta dal cardinal Pallavicini, e recentemente
pubblicata, di papa Alessandro VII.
[12] Io mi sono udito e veduto criticar qui e altrove per non aver
parlato degli errori particolari di questo o quello o di tutti i
principi italiani. Ed io mi sono pur udito generosamente difendere
coll’osservazione sommaria: che ad ogni modo da trenta o quarant’anni
in qua nessuno scrisse così liberamente ed apertamente in Italia. Ed
io ringrazio di vero cuore questi generosi di tale osservazione, e me
ne vanto. Ma non posso in coscienza usurparla qui in iscusa; perchè in
coscienza sento o almeno spero che, quand’anche avessi scritto fuori,
e fuoruscito od esule o fatto straniero, io avrei scritto al medesimo
modo, senza entrare più di quello che ho fatto in quegli errori o
colpe: e
I. Perchè ciò non entrava nell’assunto, nel cerchio, nel titolo
del libro mio, che è delle Speranze, e non dei timori o dei malanni
d’Italia; che non è storia o raccolta di fatti presenti, ma congetture
di fatti avvenire.
II. Perchè quanto più liberamente io scrissi, tanto meno volli cedere a
quel vizio o prurito d’uscir dal proposito, e ficcar critiche fuor del
proposito, che mi par solamente perdonabile ai libri scritti a dispetto
delle censure.
III. Perchè questi errori o colpe, quali che sieno, possono bensì
mutare l’epoca d’adempimento, ma non le conchiusioni generali dalle
speranze da me presentate; non fanno per esempio che questo nostro
secolo XIX somigli o tenda a un nuovo _Seicento_; non fanno che non
siasi ripreso il progresso del secolo XVIII; non fanno che non bisogni
dunque spignere, pressar questo, ed aiutarvi i principi nostri.
IV. Perchè, se avessi scelto fra quegli errori o colpe, e avessi
rammentate quelle d’un principe tralasciando quelle d’un altro, ciò non
sarebbemi paruto nè bello nè giusto.
V. Perchè, se le avessi messe tutte, ei mi si sarebbe potuto rispondere
troppo facilmente coll’osservazione, che queste colpe de’ governanti
procedono talora da altre de’ governati, e che questi vi ebbero sovente
l’iniziativa.
VI. E perchè dunque, ed insomma, e principalmente questo modo di
scrivere o dentro o fuori, o dove che sia, m’avrebbe fatto servire
a quelle recriminazioni, a quell’ire reciproche, a quelle divisioni
le quali fu, e sarà scopo mio tor di mezzo, o almeno scemare, a
tutta possa mia, finch’io scriva o parli. — Io volli andar avanti, o
almeno mutar modi; n’ebbi, n’ho la pretensione, il confesso; questi
rifrugamenti di torti reciproci m’avrebbon ricacciato nel modo
retrogrado, o almeno vecchio. Io non mi vi lasciai trarre; ne ringrazio
Iddio. Non mi vi lascerò, ne lo prego. Ognuno a modo suo. Facciano
altri ciò che non voglio far io.
Nota della seconda edizione.
[13] Tal fu il caso della sollevazione degli Spagnuoli contra Napoleone
nel 1808; l’invasione perfida e nuova sollevò gli animi di tutti. Ma
sarebbe stoltezza sperare che un’invasione antichissimamente adempiuta,
e lungamente tollerata, producesse a un tratto il medesimo scandalo, le
medesime ire, il medesimo accordo.
Nota della seconda edizione.
[14] Vedi la recente e bellissima _Storia de’ Vespri Siciliani_
dell’Amari; benchè questi abbia forse passato il segno, non in
propugnare meglio che i predecessori l’importanza della sollevazione,
ma in iscemare i fatti della quasi inutile sì, ma certa e grande o
almen larga congiura. Ed io lo noto, perchè quanto più larga fu questa,
tanto più urgente rimane l’insegnamento della inutilità di lei. — Su
quella poi della Svizzera io accennerei a’ leggitori non tanto Müller,
Zschokke o niun altro storico, come Schiller nell’immortale _Guglielmo
Tell_. Questa sì che è poesia, storia, politica, filosofia, tutto
insieme.
[15] Non paia semplice vanto se noterò qua e là alcune conferme date
dai fatti alle opinioni mie, ne’ pochi mesi dacchè le scrissi e le
stampai. — La destituzione di lord Ellemborough pronunciata con esempio
raro (od unico?) dalla _Corte dei direttori della compagnia delle
Indie_, senza partecipazione dell’_ufficio di Controllo_, in seguito
delle conquiste, giudicate inutili del Sind e di Gwalior, è splendido
commento a quanto sopra.
Nota della seconda edizione.
[16] Il traduttor mio (Paris, Didot, 1844) mi permetta di protestar
qui contro alla interpretazione data da lui alla frase qui sopra.
Egli traduce _la classe démocratique, classe distincte, haineuse,
usurpatrice, incendiaire_; e così aggiungendo, e massime ripetendo la
parola _classe_, egli estende al tutto, ciò che io intesi dite, e mi
pare aver detto evidentemente, della parte cattiva della democrazia.
Chi facesse tale aggiunta in qualunque frase simile, chi per esempio
traducesse _gli Angeli ribelli_, con _la classe degli Angeli, classe
ribelle_ rovescierebbe, come si vede, ogni senso. — E quindi cade da
sè la postilla fattami. Io ammetto come democrazie, così aristocrazie
distinte, odianti, usurpanti, conflagranti. Ma io parlava qui della
sola conflagrazione democratica, perchè sola temuta o sperata ai
nostri dì; ed io credeva del resto essermi fatto conoscere abbastanza,
anche in questo libretto, per non cader nel sospetto d’aver voluto
stoltamente ingiuriare niuna classe intiera della società. — Ad ogni
modo la frase non è ella abbastanza chiara? Si muti così: _quella
democrazia, propriamente detta, che vuol rimaner distinta, odiante_,
ec.
Nota della seconda edizione.
[17] Così mi avvenne; la mia speranza sull’_eventualità più
promettitrice_ mi fu rimproverata come sogno dagli uni non senza
amarezza, e li lascio; da altri non senza sale e lepidezza, e ne fo
partecipi i leggitori. Anche in materia grave può aver luogo la celia.
Ecco dunque un
EPIGRAMMA.
Italia mia, non è, s’io scorgo il vero,
Di chi t’offende il difensor men fero,
Grida il Gioberti, che tu se’ una rapa
Se tutta non ti dai in braccio al papa.
E il Baldo grida: dai Tedeschi lurchi
Liberar non ti possono che i Turchi.
Forse il Gioberti ed io potremmo dire di non aver detto precisamente
così. Ma per celia non mi par cattiva; e chi si mettesse a rispondere
alle interpretazioni stirate anche sul serio, non la finirebbe mai più.
Sappiam donare _hanc veniam_, senza domandarla a vicenda per noi.
Nota della seconda edizione.
[18] Vedi G. B. Marocchetti, _Indépendance de l’Italie. Paris_, 1830,
— che è ristampa ed ampliazione d’un altro scritto pubblicato fin dal
1826. L’autore mi par cadere nel solito vizio de’ particolari troppo
minuti: ma, tolti questi e parecchie differenze di opinioni generali,
io ho la fortuna d’incontrarmi sovente con questo scritto, che non
conoscevo quando scrissi io.
[19] Qui più che altrove, poche settimane corse dacchè lo scriveva,
recarono mutazioni importanti. — E vorrebbesi pure supporre che non si
mutasse più! — Qual è utopia? il supporre una subitanea immobilità in
mezzo a un moto continuante fin ora; o il prevedere e discuter il moto
probabile?
Nota della prima edizione.
E pochi altri mesi corsi recarono mutazioni anche più importanti.
L’essere passata definitivamente Grecia a un governo deliberativo,
nazionale e pubblico, è fatto fecondo di conseguenze; non solamente
perchè ridurrà forse il protettorato da triplice a duplice, ma perchè
ad ogni modo la libertà e la pubblicità son pessime vicine ad ogni
dominazione straniera.
Nota della seconda edizione.