[41] Una nuova opera è uscita alla luce sulle Indie Inglesi, la quale

come in lingua francese sarà probabilmente letta in Italia molto più

che non le numerosissime inglesi sul medesimo assunto: _L’Inde Anglaise

par le C. Edouard de Warren. Paris_, 1844, 2 vol. _in_-8. Ed a difetto

di quelle, io conforterei i miei compatrioti a leggere questa; io

vorrei portar in qualunque modo la loro attenzione all’Oriente. Ma

mi si conceda notare: che quanto è cristiano, liberale, generoso in

quest’opera francese, fu già più o men bene detto da parecchi Inglesi,

principalmente dai Whigs della _Edimburg Review_; e che il progetto

militare di conquista russa, il quale termina l’opera, mi pare uno de’

più strani e più incredibili frutti di quel pregiudizio anti-inglese

risorto pur troppo e non cessato in Francia dal 1840 in qua. Del resto

i leggitori vi troverebbono numerose conferme di fatti da me allegati:

la assoluta incapacità delle missioni protestanti; la capacità

piccola ora, ma che crescerebbe se non fosse compressa, delle missioni

cattoliche; la diminuzione forse inevitabile delle schiatte native,

etc., etc.

Nota della seconda edizione.

[42] Io trovo a questo mio calcolo storico una così notevole conferma

in uno scrittore protestante, che non so trattenermi dal notarla. _In

fifty years from the day in which Luther publicly renounced communion

with the Church of Rome, and burned the bull of Leo before the gates

of Witemberg, Protestantism attained its highest ascendancy — an

ascendancy, which soon lost, and which it never regained_. — Macaulay’s

Essays Paris, Baudry, 1845, p. 405. — E vedi poi, pp. 415 e 250, la

conferma delle molte speranze cattoliche, delle nulle protestanti.

[43] Mi par notevole questo fatto: non vi fu forse fra’ protestanti

niun grande storico zelante protestante; all’incontro, parecchi storici

protestanti si fecero cattolici: W. Schlegel, Stolberg, ed ultimamente

Hurter, etc.

[44] Vedasi _Situation politique et littéraire de l’Espagne_ nella

_Revue des deux Mondes_, 15 _juin_ 1844; ed un articolo di poco

anteriore sulla poesia spagnuola moderna.

[45] Io stesso, in non so quale degli scritti miei, caddi in questa

prima proposizione; la quale, ripensando, or dichiaro erronea ed

antistorica.

[46] Vedi _Letture popolari_. Torino, 12 dicembre 1840. — La Nourrais

et Bères: _L’association des Douanes Allemandes, son passé, son

avenir_. Paris, 1841. — Petitti: _Considerazioni sulla Lega Doganale

Germanica_, nel Giornale Agrario Toscano, n.º 61, A. II.º, Unione

Italiana. — Petitti: _Delle associazioni Doganali fra varii stati_;

letto all’Accademia de’ Georgofili in dicembre 1841. Firenze, 1842, §

II.º, Unione Italica. — _Allgemeine Zeitung_, 23 april, 2 junius 1842.

— _Annali universali di statistica_; marzo e novembre 1843, articoli

di L. Serristori; settembre e ottobre 1843, articoli di L. Serristori;

settembre e ottobre 1843, articoli di Gaetano Recolci. — Portula,

_Dizionario di diritto e di economia commerciale_.

[47] Desidero andar incontro alle false applicazioni che si facessero

de’ principii, ch’io son costretto a porre troppo brevemente talora.

Non vorrei, s’applicasse quant’è sopra, contro alle strade di ferro.

Queste sono agevolamenti di comunicazione come le leghe doganali; ma

non portan seco (quando anche si facciano tra i principati italiani

e la provincia straniera) i due pericoli di quelle; non l’economico,

nè il politico. — Non l’economico, perchè non ci farebbero entrare

nelle strettezze del sistema austriaco; non il politico, perchè non

le darebbero preponderanze, ci lascerebbero nella condizione relativa

presente; o se mai, darebbero preponderanza a noi, complesso di

principati, preponderanti in territorio e popolazione. Le comunicazioni

agevolate che non portan seco danno speciale, anderanno sempre a

pro della nazionalità italiana. — E così abbiansi i nostri voti e la

nostra gratitudine quanti principi e ministri e capitalisti promovano

o promoveranno queste imprese veramente nazionali. Così veggiamo la

penisola solcata in lungo ed in largo da quante _linee_ sieno o si

faccian possibili nello stato presente o futuro della scienza; così

prima d’ogni altre noi veggiamo riunite Genova e Torino, e quella

diventar porto di questa, e questa quasi avanzarsi di tanto nella

penisola; e pur riunite Torino, Milano e Venezia, e Torino, Parma,

Modena e la Romagna! E così Firenze e Livorno; Firenze, Roma, Napoli

e al di là; e riuniti se sia possibile in uno o più luoghi i due mari

italiani! Tutte e qualunque di queste riunioni materiali, aiuterebbero

a quelle intellettuali e morali; le quali ne riprodurrebbero a vicenda

altre nuove materiali. — Ma mi si conceda aggiugnere, non è forse paese

in Europa, dove il commercio presente possa meno supplire esso solo a

tali opere; dove queste abbiano più necessità dell’intervenzioni de’

principi; e dove questi poi sieno per trarne più profitto diretto ed

indiretto. Negli altri paesi le strade ferrate sono strumenti necessari

alle prosperità commerciali esistenti; in Italia elle sono strumenti

necessari a far risorgere tal prosperità, e sarebbero di soprapiù

strumenti politici a tutte le buone riunioni. Non può rimaner dubbio a

chi v’attenda: parecchi principati italiani sono, a cui l’uno od anche

il due o il tre per cento perduto in apparenza, sarebbero cento ed

anche dugento o mille riguadagnati od in contanti, od in potenza.

Nota della seconda edizione.

[48] Io non conosco se non un’operetta stampata a Livorno su

quest’assunto, pur così importante, degli interessi italiani nel

commercio orientale. Tanto più ragione di lodarla; e confortare

l’autore a migliorarla ed estenderla.

Nota della seconda edizione.

[49]

Torino, 19 febbraio 1845.

_Signore_,

Nella corrispondenza estera della vostra Rivista (gennaio 1845, p.

526) io trovo sul mio libro _Delle Speranze d’Italia_ le seguenti

parole: «La prima circostanza da osservare rispetto alla pubblicazione

del libro del signor Balbo è che _esso non è proibito nei dominii del

re di Sardegna_.» — Lo scrittore fu mal informato. Il libro _Delle

Speranze_ fu e rimane proibito qui fino a questo punto, che non si

vende pubblicamente, non s’annunzia, non si dà se non a chi ne fa

richiesta per iscritto, o come si dice qui _sotto cautela_. In una

parola, il mio libro si tollera qui, come i fatti stessi recati dal

vostro corrispondente provano che è o fu tollerato in Toscana; come fu

ivi tollerato il libro del Niccolini. E come questi colà, così io pure

son lasciato vivere tranquillo qui.

Tutti coloro che conoscono la mia posizione sociale, ed, oso dire,

il mio carattere personale, sanno ch’io non son guari uomo a cui

si comandi od ispiri un libro. E tuttavia se un principe italiano

avesse comandato un tal libro com’è il mio, io l’avrei scritto

molto volentieri; ma avrei professato di così scriverlo; e parecchi

milioni d’italiani si sarebbero, credo, rallegrati che un principe

italiano avesse così professato egli stesso, voler preparare il giorno

dell’indipendenza, e nel modo da me accennato, camminando nelle vie

del progresso universale, e camminandovi sempre all’innanzi dello

straniero, e non temendo camminarvi fino alla politica libertà. Ma pur

troppo non fu così; il mio libro non fu nè comandato nè ispirato, ma

solamente tollerato. — Bensì, il mio è il primo libro di politica seria

e presente che dal 1814 in qua siasi scritto sul suolo d’Italia, da uno

scrittore continuante a vivervi. Ed io non so se ciò torni a qualche

lode per lo scrittore tollerato, ma certo torna a quella del principe

tolleratore.

Del resto nel mio libro io non proposi all’Italia nè quello nè nessun

altro principe a «Capitano delle Speranze di Lei». Nè, io o niuno

scrittore per quanto maggiore di me, avremmo tale autorità. Sola

l’opinione universale potrebbe far tal proposizione o dichiarazione;

e le farà, io non ne dubito, a gloria immortale di qualsivoglia de’

nostri principi s’avanzi mai primo ed arditamente sulle vie ch’io

accennai, ma che tutti veggono. — Ma io anderò qui più in là che nel

mio libro; io confesso desiderare, che tal sia, tal s’avanzi oltre agli

altri il mio principe; e perchè egli è principe mio, e perchè egli è

meglio collocato a ciò che nessun altro. Ed a compiere tal desiderio,

io verserei volentieri, non che le mie povere e talor male interpretate

parole, ma tutto il sangue mio, ma tutto quello de’ sei figliuoli miei.

Signore, il mio libro, di cui a mal grado le difficoltà di su e di

giù, sono sparsi ormai presso a 3000 esemplari in Italia, non potè

essere nè criticato nè menzionato ne’ giornali italiani. Al di fuori,

parecchi miei compatrioti colà viventi mi assalirono vivamente, men per

ciò che io dissi, che per ciò che io non dissi, ed anche per ciò ch’io

dissi tutt’all’opposto. Io ringrazio delle prime critiche; la franca e

leal discussione è utile alla patria nostra; e fu uno de’ miei scopi

eccitarla. Alle altre avrei forse risposto già, per farne apparir le

inesattezze, ne’ medesimi giornali; se non fosse che alcuni di questi

non ne valevan la pena, ed altri hanno il mal uso di non accettar

discussione sugli articoli da essi inseriti. Ma la vostra rivista è

grave ed importante in tutta Europa; e gli usi e l’onor britannico mi

fanno sperare che non vorrete ricusare questa mia risposta, la quale

non può trovare luogo in nessuna pubblicazione della mia patria.

E con tal fiducia ho l’onore di protestarmi

Vostro obbligatissimo servitore

C.e CESARE BALBO.

La presente risposta fu inserita nel fascicolo immediato (aprile 1845)

di _Quarterly Review_.

[50] Del resto: «On a beau dérober les principes que j’ai établis, en

ayant l’air de les combattre: tous les faux semblants ne servent de

rien; suivre des règles posées par un autre, jusqu’à les compromettre

par une application outrée, ce n’est point les inventer» (Cousin, _Des

Pensées de Pascal_. Paris, 1844, p. 11).

[51] S’ingannerebbe chi applicasse a’ tempi nostri il detto vecchio,

che le proibizioni aiutano lo spaccio d’un libro. Anche ciò è mutato.

Quando le pubblicazioni non si facevano se non ponendo in vendita

un libro nella botteguccia d’un solo libraio, o talor muricciolaio,

senza annunzi o con pochi, l’allettamento innegabile delle proibizioni

poteva agguagliare o superar quello vegnente da tale ristretta offerta.

Ma ora che s’è perfezionato di tanto l’artifizio di queste offerte,

cogli annunzi ne’ giornali, ne’ cataloghi, sulle coperte de’ libri,

e sui cartelli e cartelloni d’ogni sorta, gli allettamenti così

procacciati superano di gran lunga quello delle proibizioni. Vedansi

sull’importanza degli annunzi, le liti mosse in Francia dagli autori

agli editori, per isforzarli ad usare, secondo i patti o il costume,

questo gran mezzo di spaccio. E quindi io stimo (e sarà poi detta

vanità mia in causa propria) che lo spaccio d’un libro proibito, ma

non annunciato, possa essere così le cinque o sei volte minore di ciò

che sarebbe stato se si fossero usati que’ mezzi. — Ma non si ingannino

quindi troppo candidamente le censure sulla propria efficacia. Possono

colle proibizioni di diminuir lo spaccio d’un dato libro; ma prima

non ne diminuiscon guari la cognizione; perchè in tal caso ogni

compratore impresta il suo esemplare a quattro o cinque altre persone

per l’appunto. E poi le censure accrescono così e sovente esagerano

l’importanza, l’autorità del libro proibito. Ed impediscono che capiti

alle mani di molti buoni; i quali se il libro è buono, son pur quelli

che ne approfitterebber più, perchè i troppo dissenzienti da un libro

non ne approfittan mai; e se il libro è cattivo, son quelli che gli

risponderebbon meglio per iscritto od a voce. E poi a voler giudicar

l’effetto delle proibizioni non su un libro determinato, ma su tutti

insieme, ei bisogna tener conto di quell’assioma economico, che, in

fatto di merci proibite, sempre il contrabbando fa entrare le qualità

più fine; perchè a far entrar queste il pericolo è uguale, mentre

il profitto è molto maggiore. E in fatto di libri proibiti, ognun sa

che cosa sieno le qualità più fine. — Del resto, dicesi che parecchi

alti e gravi sudditi austriaci abbian fatti ricorsi al loro governo

per ottener rimessioni dalla severità delle censure. Speriamo sieno

ascoltati benignamente. — Ma, ho io detto, speriamo? E non debb’egli

anzi dirsi timore, quello che ci venga anche questo miglioramento o

addolcimento dal signore straniero? E non gli sarà tolta, chiaramente,

incontrastabilmente tolta, tal precedenza almeno da alcuno de’ nostri

principi?

[52] Noterò una sola di queste alterazioni delle mie parole; per

l’importanza che ha forse una osservazione ivi aggiunta — Io dissi

al Capo IV, § 1, «che il sogno delle repubblichette _fu od apparve_

sogno de’ sollevati Romagnoli del 1830, de’ congiurati con essi, e di

quelli che chiamaronsi _Giovine Italia_». Ora uno scrittore (_Revue

Indépendante_, juin, 1844, p. 567), dice: «M. Balbo _affirme_ que ce

rêve fut celui des insurgés de la Romagne en 1830, et de ceux qui ont

fait partie de la Jeune Italie». — Come ognun vede, l’alterazione è un

po’ forte; dir _fu od apparve_ è tutt’altro che _affermare_. Ma andiamo

avanti. Lo scrittore prende a dire: «Ce qu’elle (_la Giovine Italia_)

voulait alors, ce qu’elle veut aujourd’hui c’est l’indépendance et

l’unité italienne reposant sur la liberté et l’égalité pour tous. Son

rêve, puisque M. Balbo l’appelle ainsi, serait de voir l’Italie non

fédérée, mais une, n’ayant ni barrières ni _États distincts_; étant

enfin ce que sont aujourd’hui la France, l’Espagne, et la Belgique».

— È egli così? in tal caso non fo che rimandare questi miei infelici,

e pur troppo sempre sognanti compatrioti miei dal Capo IV al Capo II,

dalle osservazioni sulle repubblichette, a quelle sul regno unico; pur

riconfortandoli a lasciar questi o quegli altri sogni del paro, ed a

volgere essi pure la loro migliorata operosità allo scopo effettivo

(arrivabile a parer mio) del progresso universale e della indipendenza

d’Italia.

[53] Nell’_Appendice I.ª_, su queste leghe, io toccai a un punto

d’economia ed agronomia italiana, che mi pare importante; alla

opportunità di estendere la coltura de’ pascoli, anche a diminuzione

di quella delle biade. Tal proposizione scandalezzò alcuni teorici

ed alcuni pratici. E di essa pure è uscita o almeno annunziata una

notevole conferma. Vedi ne’ rendiconti dell’Accademia delle Scienze di

Parigi le ricerche storiche e pratiche del signor Dezeimeris. Sarebbe

desiderabile una pronta traduzione di tale opera appena pubblicata.

[54] Dicesi che quasi altrettanti forestieri sieno talora in Roma sola

per la settimana santa. È vero che gran parte di questi sono nazionali,

forestieri, e non istranieri. Ma, ponendo il medesimo numero per

l’Italia intiera, parmi (a difetto di più esatte notizie) vi abbia ad

essere più che compenso.

[55] Il Say (_Écon. polit._, liv. I, ch. XX (4. Éd.), T. I, p.

315) sembra d’opinione contraria. Ma si legga attentamente e non

servilmente, e si vedrà da quella disquisizione stessa: 1. che

dal totale del capitale innegabilmente portato e speso in un paese

qualunque dagli stranieri, è a dedurre solamente il consumo fatto

da essi; 2. che in questo stesso consumo non è da contare il consumo

del lavoro nazionale pagato da essi, il quale non si sarebbe prodotto

senza essi (massime in Italia); 3. che non v’è a contare nemmeno il

consumo di parecchi prodotti materiali rozzi, i quali parimenti non

si sarebbero prodotti senza gli stranieri; 4. che quindi il consumo

a dedursi dal capitale portato e speso, si riduce a consumo di poche

e rozze tra le materie che paiono e si soglion dir consumate; 5. e

che insomma è calcolarlo alto, il porlo in media a un 8 o 10 milioni

in tutto. — I quali poi io non deduco dal calcolo mio totale perchè

li credo più che compensati dall’altre cifre, tenute tutte basse.

Ma chi li voglia dedurre, riduca i 72 milioni a 60; e rimarranno

grandi tuttavia i risultati. — Del resto sarebbe un trattato intiero

e speciale a far su ciò. E dal Davanzati e Botero o forse dal

Pandolfini fino al recentissimo Scialoja, l’Italia fu ed è pur patria

dell’Economia politica bene e liberalmente scritta. Così vogliano gli

scrittori di essa prendere ad esaminare, ed applicare la questione qui

accennata, importantissima certamente per la patria comune.

[56] Due capitali innegabili e pur non ammessi (almeno il primo)

da parecchi economisti. Anche fuor d’Italia, a Hières, all’isola di

Whigt, a quella di Madera, ec., l’aria sana e dolce trae stranieri o

forestieri, che producon guadagni. L’aria buona può dunque essere, è un

capitale; morto in molti luoghi sì, ma produttivo in parecchi.

[57] Che è, se non m’inganno, all’incirca il totale del Commercio

estero francese, l’esportazione ed importazione insieme, nell’anno

1844.

[58] Io mi scosto così del tutto da una serie di articoli inseriti

nella _Revue des deux mondes_ sul risorgimento del così detto mondo

slavo. Io l’avverto per gli ammiratori di quella riputatissima

raccolta; affinchè forse non mi rispondano con mandarmi ad essa. Bene o

male, io rispondo qui già agli argomenti là usati.

[59] Mentre rivedevo la presente appendice, un nuovo fatto avvenne,

che, quantunque letterario, non è pur senza importanza per noi; la

pubblicazione della _Storia del Consolato e dell’Imperio_. La quale,

per bello e gran libro che sia, non è nel resto d’Europa e in Francia

stessa se non un libro di più, fra moltissimi: ma in Italia, tra

la povertà di libri nostrali, e la varietà degli stranieri, da cui

risulta tanto vagar delle nostre opinioni, l’apparizione d’un libro

così impazientemente aspettato, così universalmente già letto, e,

parlando in generale, così sodo e moderato, non può avere una vera

ed utile importanza. — La storia precedente del medesimo scrittore ne

ebbe già una contraria, in Italia come in Francia e dappertutto. Quella

indifferenza ai grandi delitti politici, quella maniera dì presentarli

come necessari, epperciò o più o meno scusabili o non delitti, spingeva

a imitazioni, peggiori in Italia, che in qualunque altro luogo. Ora

l’autore ha felicemente mutato modo; è tornato a quello di tutti i

grandi storici antichi o nuovi, a quel modo che usa la storia non

solamente _ad narrandum_, ma anche _ad probandum_, al modo di giudicare

narrando. Qui l’autore giudica il suo eroe continuamente. Non sempre

bene, a parer mio, ma il giudica; e il giudicio di lui esercita il

giudicio politico de’ leggitori, che è un gran bene, dappertutto,

ma principalmente in Italia, dove sono così poche occasioni a tal

esercizio. L’autore (fin da’ tre volumi or pubblicati) giudicò bene e

in parecchi luoghi l’errore di Napoleone di non aver tenuto bastante

conto dell’opinione, della libertà del popolo conquistatore o francese.

Ma ciò non basta; sarebbesi dovuto notare anche l’error secondo (e che

diventò poi forse sommo per le conseguenze) di non aver tenuto bastante

conto de’ popoli conquistati; errore incominciato a farsi verso

l’Italia fino dalla Consulta di Lione, e da quelle male ripartizioni

delle provincie italiane, che dividevano peggio che mai, non formavano

nè educavano un popolo italiano; errore ripetuto poi ed aggravato verso

Germania, e Spagna, e Polonia. E al dì delle sventure, Napoleone ebbe

Spagna e Germania contro a lui, Polonia incapace di nulla per lui,

Italia incapace insieme e indifferente a lui. E questa indifferenza

non si suol notare tra le cause della caduta di Napoleone; non si suol

notare Italia mai per nulla nelle grandi mutazioni d’Europa. Eppure,

se l’opinione d’Italia fosse stata per Napoleone, nè Murat avrebbe

immaginato di rivolgergliesi contro, nè Beaurharnais avrebbe fatto sì

incerta quantunque sì nobil difesa; e la guerra vivamente nodrita in

Italia avrebbe forse impedita o trattenuta la invasione in Francia; e

ad ogni modo, uno Stato di più, un secondo regno sarebbe probabilmente

rimasto a’ Napoleonidi in Italia, e due tali regni rimastivi sarebbero

probabilmente stati durevoli. — Tutto ciò, veduto senza dubbio da ogni

Italiano, sarà, se continua al medesimo modo, rimproverabile da essi

alla _Storia del Consolato e dell’Imperio_. Ma qual libro moderno tien

conto sufficiente di noi? E a chi la colpa? E ad ogni modo, lasciata

la parte italiana, o forse altre straniere, resta sempre un grand’utile

a trarre dagli esempi di operosità di quell’uomo e quel tempo; e dalla

sodezza, dalla moderazione, dalla dottrina, dalle particolarità delle

narrazioni e delle discussioni dell’autore.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

Delle speranze d'Italia · 第 29 / 29 段