l’unione confermata delle due politiche francese ed inglese. Pochi
mesi sono, erano flagranti una occasione grande e due minori di
disunione; il Marocco, Taíti, e il diritto di visita. Ora delle
tre la 1.ª e la 2.ª son composte, e la 3.ª si compone. Ma separiam
primamente le due ultime, noi che non abbiamo a farne questioni di
ministeri o d’opposizioni; noi osservatori stranieri e disinteressati
in que’ risultati personali, benchè poi interessantissimi come tutta
la cristianità progrediente, più interessati che niun altri come
Italiani, all’unione dei due popoli duci di quel progresso. Agli occhi
nostri, quelle due questioni minori od altre simili, non fecero, non
faranno mai guari pericolare l’unione, non faranno se non tutt’al
più mutar ministeri di qua e di là; ed ora nel 1845, di tutti i
ministeri probabili o possibili, francesi od inglesi, non è uno che
voglia veramente distruggere o menomare l’unione, non ne è uno il cui
desiderio, la cui gloria non sia, o non sia per essere, di accrescerla.
Uno di questi giorni, il nuovo presidente degli Stati-Uniti diceva
con magnificenza; esser salito esso al maggior carico che sia sulla
terra. Ma, se mi si faccia lecito dire, io crederei che le due
maggiori potenze sulla terra sieno alla nostra età quelle dei due
uomini i quali abbiano fra le mani la direzione dei due popoli inglese
e francese. Tenendo conto del numero e dell’impulso, queste due
potenze sono le maggiori del globo; ed unite, soverchiano forse tutte
l’altre insieme; e non è se non divise che possono trovar contrapeso,
controstacolo, tra sè. Ed ora, credete voi, o compatrioti, che gli
uomini i quali si trovano in sì alta potenza, in sì gran facilità di
raddoppiarla, non sentano, non capiscano tal magnifica situazione? Ma
se non la sentissero, non vi sarebbero probabilmente arrivati, tra
tanti concorrenti che se n’ispirano; e sentendola, non è probabile
che vogliano guastarla di tanto, ridurla a metà per niuna causa men
grande. Nè tal grandezza è men sentita da coloro che l’invidiano e
fanno quelle opposizioni, le quali montano a dire: togliti di lì che
mi vi metta io. Essi (anche quelli che son men creduti tali) vi si
vorrebber mettere per fare il medesimo, od anche più, nel medesimo
senso; i più prudenti per evitare meglio, a creder loro, i pericoli
di disunione; i più arditi per troncarli forse d’un tratto, facendo
assumere insieme alle due nazioni qualche grande scopo di comune
operosità. Io udii già lamentare, compatire la situazione di que’
ministri combattenti colà per que’ sommi luoghi della potenza umana; da
alcuni politici od anche letterati di altri paesi. Ma costoro misuravan
coloro alla loro spanna, alle facoltà o forse solamente all’abito di
lor minute ambizioni; mentre per ambizioni personali, ma ingrandite
dal gran campo, od anche (perchè calunniar sempre la natura umana?),
od anche per ambizioni patrie più generose, tutti quegli uomini di
stato sentono e professano il piacere, la gloria di combattere per le
due somme tra le potenze umane, il piacere, la gloria principalmente
di tenerle unite. — Ma (insisteran forse i politici minori), ma se gli
uomini di stato francesi ed inglesi son per l’unione, le due nazioni
sono, od una almeno è per la disunione, per la rinnovazione delle
antiche rivalità. Illusione anche questa, a parer mio! La rivalità tra
quelle due nazioni non è, come ci dicevano le gazzette dell’Imperio,
nè immemoriale, nè incessabile, nè naturale. Antichissimamente per li
quattro o cinque mila anni primi del genere umano non esistette; anzi
le due nazioni sursero delle medesime schiatte, celtiche, cimbriche,
teutoniche. Non è tra Inghilterra e Francia niuna di quelle situazioni
reciproche le quali fanno le inimicizie naturali, perpetue; come tra le
genti dell’Asia settentrionali e la Cina, tra quelle dell’Asia centrale
e l’Indie, tra qualunque signor dell’Asia occidentale e l’Egitto,
e tra le nazioni germaniche e l’Italia, le quattro seconde sempre
facilmente invase ed assoggettate dalle quattro prime. La più antica
grande invasione, e nimicizia e rivalità che si sappia tra Inghilterra
e Francia, venne da questa a quella da Normani del 1066. E, nota ciò,
il peggior frutto della conquista ricadde in breve su’ conquistatori,
riconquistati in gran parte. E allora sì fu bella, fu ragionevole e
giusta la rivalità, magnifica la difesa di Francia, che durò tre secoli
e più, e finì colla cacciata ultima dello straniero. Poscia, dalla metà
del secolo XV fino alla metà del XVII succedette un secondo periodo di
rivalità, è pur vero; ma rivalità non più ragionevole, non più avente
niuno scopo grande e bello, prolungazione, reminiscenza della rivalità
passata, rivalità di vicinato tutt’al più; prolungazioni, rivalità da
medio evo, da età male uscite ancora di barbarie. E successe poscia,
dalla metà del secolo XVII al principio del XIX fino al 1815, un terzo
periodo di rivalità più reale, una rivalità d’interessi, ciò che gli
antichi chiamavano una guerra d’imperio, ciò che or direi di primato.
E il primato rimase in ultimo all’Inghilterra, e questo inasprisce
Francia, per vero dire. Ma, prima, non inasprisce Inghilterra, a cui
poca generosità si vuole per non serbar rancori; ed è già molto, quando
tra due disputanti, uno voglia cessar di disputare. E poi, quanto a
Francia stessa, chi crederà da senno, che una nazione così avanzata
nella cognizione e nel proseguimento de’ propri interessi, com’è
ora Francia, sia per fare quell’errore da medio evo, di continuare
la rivalità, in qualunque modo terminata, ma senza scopo oramai?
Perciocchè il primato inglese, qualunque egli sia altrove, non è
europeo, non offende nè onore, nè interessi, nè speranze francesi sul
Continente, ed anzi le può e dee promuovere; e fuor d’Europa poi, negli
spazi de’ mari, il primato inglese è giunto a segno da non potersi
estendere, da dover limitarsi da sè, da dover ammettere per interesse
proprio altre potenze, ed ammette Francia, come l’ha dimostrato testè
nell’Oceania e nella Cina. Ondechè in somma, nel nostro secolo XIX,
in mezzo alla nostra civiltà, e nella situazione che vi tengono con
profitto e gloria ed orgoglio reciproco Francia ed Inghilterra, non è
probabile che si dividano e si guerreggin le due per niuna ragione che
di grandi interessi; e niun tale interesse, niun gran _casus belli_ è
al presente o si può preveder tra le due, se non fosse forse l’imperio
del Mediterraneo.
10. Ma egli è appunto per questo, che fu un gran fatto, un gran
progresso il trionfo su Marocco ottenuto da Francia, tollerato da
Inghilterra. Quel trionfo è conferma, ultimazione della conquista
dell’Algeria; e la conquista ultimata dell’Algeria è divisione
irremediabile dell’imperio del Mediterraneo tra Francia ed Inghilterra;
è limite posto anche qui al primato dell’ultima. Un anno fa si
poteva credere che questa non tollererebbe tal limite postole dalla
rivale antica, tal divisione di sì bell’imperio. Ora non è possibile
dubitarne, è fatto compiuto, non è possibile credere che Inghilterra
l’abbia veduto e voglia tornarne indietro, nè ora nè poi, finchè durerà
quella sua mirabil saviezza di stato, che non le è negata oramai se
non da’ meno informati di infimo grado. Inghilterra non è così stolta
da volere oramai contrastare ad una parità da lei acconsentita, quando
poteva impedirla; Francia, assodata ed assodatesi, non così stolta da
non soddisfarsene. E Francia ed Inghilterra terranno insieme volentieri
il primato del Mediterraneo, perchè elle non hanno solamente intenzione
e poter di serbarlo, ma di svolgerlo; e che a svolgerlo, elle sentono,
elle sanno di dover rimaner unite; e che in tale svolgimento elle
sentono, elle sanno essere le maggiori speranze loro. Così sapessimo
noi che ivi pure sono le nostre! Così si lasciassero da tutti noi tutti
i pregiudizi contro quelle due nazioni d’oltremonte e d’oltremare,
nella cui opera unita è il principio d’ogni nostro buon avvenire!
Così i nostri uomini di stato volgessero là la nostra politica, i
nostri scrittori la pubblica opinione! Oh un po’ esser giovane e
forte e dedicar alla prima o almeno alla seconda di quell’opere,
la vita italiana! — Un magnifico libro sarebbe da fare e intitolare
IL MEDITERRANEO. Nell’antichità mitologica il Mediterraneo tirreno,
fenicio, pelasgo ed ellenico; nell’antichità storica il Mediterraneo
romano; nell’età de’ Barbari il Mediterraneo greco ed arabo; nel
medio evo dal 1000 od anche prima fino al 1500, il Mediterraneo per la
seconda o terza volta lago Italiano; dal 1500, dalla scoperta del giro
d’Affrica e dell’America, il Mediterraneo scaduto, quasi insolcato,
impoverito, ridotto a cabottaggi e piraterie, quasi inutile, fino al
1814 od anche al 1821; dal 1821, dal grido d’indipendenza levato in
Grecia, e traente a sè l’attenzione, le simpatie, le armi, le navi,
l’operosità, le nuove invenzioni, la potenza delle nazioni cristiane,
il Mediterraneo risalente a sua importanza naturale, quell’importanza
che non può indietreggiare, che non può non accrescersi di dì in dì e
chi sa fino a qual segno? E questo segno, questo avvenire sarebbe pur
bello a prevedere, e ben prevedendo, a preparare per quanto possibile.
A niuno più che a un Italiano si converrebbe tale opera di scritto;
niuna nazione più che l’Italia ha interesse a quell’avvenire; ha
interesse che le due potenze primarie intendano i loro interessi veri,
non lottanti, e li svolgano concordemente; Inghilterra nel Mediterraneo
orientale principalmente, ond’è il suo passaggio al suo grand’imperio;
Francia in quella metà occidentale dove ella imperia di qua e di là,
oramai indistruttibilmente; e tutte due insieme, poi opponendosi
all’avanzamento della sola potenza che può far pericolare tutti i
destini del Mediterraneo, dirigendo e determinando tutte le mutazioni
inevitabili de’ popoli ripuarii orientali, da cui que’ destini
dipendono in somma. Certo, Francia ed Inghilterra non han lezioni di
politica a prender da noi! Noi così piccoli oramai, noi al paragone
così poveri di operosità, di potenza, di esperienza, di riputazione
politica. Ma, noi siamo più che nessuni sul luogo, noi in mezzo a
quel campo marittimo de’ primati altrui. E noi non siamo tuttavia
senza qualche ingegno naturale che possa vedere e dire se si lascia
dire; siffatto ingegno è la sola facoltà che ci resti; e forse egli
acquisterebbe qualche attenzione, quando studiasse gl’interessi propri,
così identici con gli altrui. Perocchè in somma, sia io pure accusato
dagli uni come troppo speranzoso, dagli altri come sacrificante
le speranze del primato italiano, io non mi rimarrò dal notarlo e
protestarne: tutte le speranze italiane mi sembrano oramai confermarsi
ed unirsi in questa unione delle due potenze più grandi, più
incivilite, più progredienti, e così primeggianti nel Mediterraneo. — E
v’ha più. Un’ultima speranza mi sembra compresa in quella: la speranza
che una terza potenza del Mediterraneo, che l’Austria, s’aggiunga
un giorno o l’altro ad Inghilterra sua vecchia alleata, a Francia,
più nuova. Il dì che si segnasse la triplice alleanza noi potremmo
diventar alleati commerciali od anche politici dell’Austria stessa. Ma
intanto o a difetto della alleanza triplice, perchè non accostarci alla
duplice? commercialmente e politicamente, per adesso subito, e massime
per l’avvenire qualunque alleanza nostra con quelle due potenze ci
varrebbe tanto e più che non qualunque lega doganale tra noi. Mentre
approfitteremmo di quell’unione, noi la stringeremmo coll’accedervi.
E notate come ciò concordi con ciò che accennammo dell’avvenir
possibile delle strade ferrate. Tutto concorda in un avvenire operoso.
L’essenziale è l’entrarvi; e francamente, alacremente[59].
11. Ed ora, accennati questi quattro o cinque fatti nuovi, e
abbandonandone le conseguenze ulteriori a chi legga e pensi, e passando
a conchiudere, mi si conceda servirmi perciò di due parole italiane
d’un mio critico francese, le quali mi vengono molto in acconcio.
Questo scrittore, avverso a quasi tutte le mie opinioni, ma pur
cortese, e che mi fece l’onor di combattermi dopo Manzoni e Pellico, e
con Rosmini, Gioberti e Troya,
«Sì ch’io fui sesto tra cotanto senno»;
questo eloquente professore riprova tutte quelle speranze italiane
ch’egli chiama cancelleresche, e termina poi una concitata esortazione
agli Italiani, con queste parole in lingua nostra: _ci vuole il ferro_.
Ma queste parole, mi perdoni egli, son troppo indeterminate, troppo
oscure, troppo abusate, o almeno troppo abusabili tra noi. Certo in
bocca di lui, quel ferro non può voler dire se non un nobil ferro, la
spada, od anzi le spade italiane, nazionali, levantisi, raccoglientisi
un dì o l’altro, all’occasione, contro allo straniero. Ma queste
spade io pur le lodai, od anzi, di esse sole lodai esplicitamente
due soli de’ nostri principi; e vi confortai gli altri, e tutta la
nazione, come a speranza, a ragione ultima delle nazioni; ondechè
egli, mostrando opporsi a me o andar più oltre, parrebbe chiamar altri
ferri, men nobili, che non fu certamente intenzione di lui. Meglio
dunque disse già delle nostre speranze politiche un valoroso amico
mio: che elle stanno pur bene, ma ci vorranno un dì o l’altro _grandi
sciabolate_. Qui almeno, non è equivoco il ferro, qui l’objezione è più
determinata, meglio formulata. Ma ad essa pure rispondo primamente:
che appunto a far dar grandi ed utili e numerose e concordanti
sciabolate all’occasione, tendono gli scritti, tendono le buone e
sincere discussioni, tendono le politiche nazionali dove sono. —
Ma poi, da un anno in qua, dopo i quattro o cinque fatti nuovi, ei
parmi che un gran cambiamento sia avvenuto; che si sieno allontanate
le occasioni, scemate le speranze dell’armi; che siensi accresciute
all’incontro di gran lunga le speranze della politica di pace. È
bene o male, guadagno o perdita per noi? Chi lo sa, chi lo può dire
fuorchè la Provvidenza, la quale sola sa quel che sarebbe stato, se
fosse ciò che non è? Per noi, son tempo sprecato queste supposizioni
del passato. Supponiam piuttosto il futuro, i casi probabili di esso.
Il futuro è un mare che ad ogni modo forza è solcare; e che giova
studiare per avere i casi a seconda. — Le probabilità di guerra hanno,
dal 1830 in qua, seguito il medesimo andamento che le probabilità di
rivoluzioni; sono venute scemando via via: grandi ne’ primi anni, e
poi sostanti; poi rinnovatesi nel 1840, ma minori; poi rinnovatesi
nel 1844, ma anche minori; ed ora dopo quelle tre prove minori che
mai. Sarò io accusato di predir la pace perpetua? Certo sì, posciachè
ne fui accusato già, a malgrado le mie proteste raddoppiate, che è
inutile quindi triplicare. Dirò dunque semplicemente, che io non credo
all’abolizione della guerra; ma che credo, prima ad una minor frequenza
di essa, come avvenne sempre ai tempi di gran civiltà; e poi, ad una
quasi trasformazione di essa, come sempre dopo le grandi invenzioni,
la polvere, la stampa, ed or il vapore. E la trasformazione farà, come
le precedenti, le guerre sempre più corte e grosse (come già prevedeva
Machiavelli), e perciò più terribili, epperciò di nuovo più rare. E
ciò non vuol dire di non apparecchiarvici; anzi di apparecchiarvici
tanto più. Ma vuol dire insieme, di non veder tutti noi leggermente,
quasi giovinotti al primo dì che cingon le sciabole, speranze di guerra
tutto dì; vuol dire di attendere quindi tanto più alle speranze di
pace, di raccoglierci intorno a queste, queste studiare, di queste
far profitto, queste svolgere agli ultimi termini loro. E questo in
somma è ciò che si chiama formarsi una politica nazionale; quest’è che
fecero sempre, e fanno ora le nazioni più civili; quest’è, mi scusino
coloro a cui appartiene, quest’è che non fa, che non mostra voler fare,
nè intendere, la nostra nazione. Noi andiamo via facendo progressi
particolari, parziali, ed io li notai senza esagerazione, spero nè
detrazione. Ma questi progressi sono sconnessi fin ora, non formano,
non accennano una politica nazionale ferma, franca, soda, forte; e
quest’è, che lamento per la patria italiana tutt’intiera, per ciascuno
de’ principati di lei, popoli e principi, non disgiunti da me mai. —
M’inganno io su quella probabilità di pace non perpetua ma durevole?
Verrà ella pronta qualche guerra a troncare le quistioni inevitabili
oramai allo svolgimento della civiltà cristiana universale? Quella
guerra andrà a profitto delle nazioni che avranno apparecchiate non
solamente l’armi, ma le politiche guidatrici? Ovvero quelle questioni
saranno elle sciolte dalla politica? Allora tanto più ci sarà, ci è
necessario averne anche noi una nazionale. E in un modo o nell’altro,
in pace o in guerra, ci è necessario, pressante costituir tal politica:
Questa è l’opera, questo il lavoro del dì d’oggi, ogni dì ha il suo.