9. V.º FATTO NUOVO; e questo adempiuto, indubitabile a parer mio;

l’unione confermata delle due politiche francese ed inglese. Pochi

mesi sono, erano flagranti una occasione grande e due minori di

disunione; il Marocco, Taíti, e il diritto di visita. Ora delle

tre la 1.ª e la 2.ª son composte, e la 3.ª si compone. Ma separiam

primamente le due ultime, noi che non abbiamo a farne questioni di

ministeri o d’opposizioni; noi osservatori stranieri e disinteressati

in que’ risultati personali, benchè poi interessantissimi come tutta

la cristianità progrediente, più interessati che niun altri come

Italiani, all’unione dei due popoli duci di quel progresso. Agli occhi

nostri, quelle due questioni minori od altre simili, non fecero, non

faranno mai guari pericolare l’unione, non faranno se non tutt’al

più mutar ministeri di qua e di là; ed ora nel 1845, di tutti i

ministeri probabili o possibili, francesi od inglesi, non è uno che

voglia veramente distruggere o menomare l’unione, non ne è uno il cui

desiderio, la cui gloria non sia, o non sia per essere, di accrescerla.

Uno di questi giorni, il nuovo presidente degli Stati-Uniti diceva

con magnificenza; esser salito esso al maggior carico che sia sulla

terra. Ma, se mi si faccia lecito dire, io crederei che le due

maggiori potenze sulla terra sieno alla nostra età quelle dei due

uomini i quali abbiano fra le mani la direzione dei due popoli inglese

e francese. Tenendo conto del numero e dell’impulso, queste due

potenze sono le maggiori del globo; ed unite, soverchiano forse tutte

l’altre insieme; e non è se non divise che possono trovar contrapeso,

controstacolo, tra sè. Ed ora, credete voi, o compatrioti, che gli

uomini i quali si trovano in sì alta potenza, in sì gran facilità di

raddoppiarla, non sentano, non capiscano tal magnifica situazione? Ma

se non la sentissero, non vi sarebbero probabilmente arrivati, tra

tanti concorrenti che se n’ispirano; e sentendola, non è probabile

che vogliano guastarla di tanto, ridurla a metà per niuna causa men

grande. Nè tal grandezza è men sentita da coloro che l’invidiano e

fanno quelle opposizioni, le quali montano a dire: togliti di lì che

mi vi metta io. Essi (anche quelli che son men creduti tali) vi si

vorrebber mettere per fare il medesimo, od anche più, nel medesimo

senso; i più prudenti per evitare meglio, a creder loro, i pericoli

di disunione; i più arditi per troncarli forse d’un tratto, facendo

assumere insieme alle due nazioni qualche grande scopo di comune

operosità. Io udii già lamentare, compatire la situazione di que’

ministri combattenti colà per que’ sommi luoghi della potenza umana; da

alcuni politici od anche letterati di altri paesi. Ma costoro misuravan

coloro alla loro spanna, alle facoltà o forse solamente all’abito di

lor minute ambizioni; mentre per ambizioni personali, ma ingrandite

dal gran campo, od anche (perchè calunniar sempre la natura umana?),

od anche per ambizioni patrie più generose, tutti quegli uomini di

stato sentono e professano il piacere, la gloria di combattere per le

due somme tra le potenze umane, il piacere, la gloria principalmente

di tenerle unite. — Ma (insisteran forse i politici minori), ma se gli

uomini di stato francesi ed inglesi son per l’unione, le due nazioni

sono, od una almeno è per la disunione, per la rinnovazione delle

antiche rivalità. Illusione anche questa, a parer mio! La rivalità tra

quelle due nazioni non è, come ci dicevano le gazzette dell’Imperio,

nè immemoriale, nè incessabile, nè naturale. Antichissimamente per li

quattro o cinque mila anni primi del genere umano non esistette; anzi

le due nazioni sursero delle medesime schiatte, celtiche, cimbriche,

teutoniche. Non è tra Inghilterra e Francia niuna di quelle situazioni

reciproche le quali fanno le inimicizie naturali, perpetue; come tra le

genti dell’Asia settentrionali e la Cina, tra quelle dell’Asia centrale

e l’Indie, tra qualunque signor dell’Asia occidentale e l’Egitto,

e tra le nazioni germaniche e l’Italia, le quattro seconde sempre

facilmente invase ed assoggettate dalle quattro prime. La più antica

grande invasione, e nimicizia e rivalità che si sappia tra Inghilterra

e Francia, venne da questa a quella da Normani del 1066. E, nota ciò,

il peggior frutto della conquista ricadde in breve su’ conquistatori,

riconquistati in gran parte. E allora sì fu bella, fu ragionevole e

giusta la rivalità, magnifica la difesa di Francia, che durò tre secoli

e più, e finì colla cacciata ultima dello straniero. Poscia, dalla metà

del secolo XV fino alla metà del XVII succedette un secondo periodo di

rivalità, è pur vero; ma rivalità non più ragionevole, non più avente

niuno scopo grande e bello, prolungazione, reminiscenza della rivalità

passata, rivalità di vicinato tutt’al più; prolungazioni, rivalità da

medio evo, da età male uscite ancora di barbarie. E successe poscia,

dalla metà del secolo XVII al principio del XIX fino al 1815, un terzo

periodo di rivalità più reale, una rivalità d’interessi, ciò che gli

antichi chiamavano una guerra d’imperio, ciò che or direi di primato.

E il primato rimase in ultimo all’Inghilterra, e questo inasprisce

Francia, per vero dire. Ma, prima, non inasprisce Inghilterra, a cui

poca generosità si vuole per non serbar rancori; ed è già molto, quando

tra due disputanti, uno voglia cessar di disputare. E poi, quanto a

Francia stessa, chi crederà da senno, che una nazione così avanzata

nella cognizione e nel proseguimento de’ propri interessi, com’è

ora Francia, sia per fare quell’errore da medio evo, di continuare

la rivalità, in qualunque modo terminata, ma senza scopo oramai?

Perciocchè il primato inglese, qualunque egli sia altrove, non è

europeo, non offende nè onore, nè interessi, nè speranze francesi sul

Continente, ed anzi le può e dee promuovere; e fuor d’Europa poi, negli

spazi de’ mari, il primato inglese è giunto a segno da non potersi

estendere, da dover limitarsi da sè, da dover ammettere per interesse

proprio altre potenze, ed ammette Francia, come l’ha dimostrato testè

nell’Oceania e nella Cina. Ondechè in somma, nel nostro secolo XIX,

in mezzo alla nostra civiltà, e nella situazione che vi tengono con

profitto e gloria ed orgoglio reciproco Francia ed Inghilterra, non è

probabile che si dividano e si guerreggin le due per niuna ragione che

di grandi interessi; e niun tale interesse, niun gran _casus belli_ è

al presente o si può preveder tra le due, se non fosse forse l’imperio

del Mediterraneo.

10. Ma egli è appunto per questo, che fu un gran fatto, un gran

progresso il trionfo su Marocco ottenuto da Francia, tollerato da

Inghilterra. Quel trionfo è conferma, ultimazione della conquista

dell’Algeria; e la conquista ultimata dell’Algeria è divisione

irremediabile dell’imperio del Mediterraneo tra Francia ed Inghilterra;

è limite posto anche qui al primato dell’ultima. Un anno fa si

poteva credere che questa non tollererebbe tal limite postole dalla

rivale antica, tal divisione di sì bell’imperio. Ora non è possibile

dubitarne, è fatto compiuto, non è possibile credere che Inghilterra

l’abbia veduto e voglia tornarne indietro, nè ora nè poi, finchè durerà

quella sua mirabil saviezza di stato, che non le è negata oramai se

non da’ meno informati di infimo grado. Inghilterra non è così stolta

da volere oramai contrastare ad una parità da lei acconsentita, quando

poteva impedirla; Francia, assodata ed assodatesi, non così stolta da

non soddisfarsene. E Francia ed Inghilterra terranno insieme volentieri

il primato del Mediterraneo, perchè elle non hanno solamente intenzione

e poter di serbarlo, ma di svolgerlo; e che a svolgerlo, elle sentono,

elle sanno di dover rimaner unite; e che in tale svolgimento elle

sentono, elle sanno essere le maggiori speranze loro. Così sapessimo

noi che ivi pure sono le nostre! Così si lasciassero da tutti noi tutti

i pregiudizi contro quelle due nazioni d’oltremonte e d’oltremare,

nella cui opera unita è il principio d’ogni nostro buon avvenire!

Così i nostri uomini di stato volgessero là la nostra politica, i

nostri scrittori la pubblica opinione! Oh un po’ esser giovane e

forte e dedicar alla prima o almeno alla seconda di quell’opere,

la vita italiana! — Un magnifico libro sarebbe da fare e intitolare

IL MEDITERRANEO. Nell’antichità mitologica il Mediterraneo tirreno,

fenicio, pelasgo ed ellenico; nell’antichità storica il Mediterraneo

romano; nell’età de’ Barbari il Mediterraneo greco ed arabo; nel

medio evo dal 1000 od anche prima fino al 1500, il Mediterraneo per la

seconda o terza volta lago Italiano; dal 1500, dalla scoperta del giro

d’Affrica e dell’America, il Mediterraneo scaduto, quasi insolcato,

impoverito, ridotto a cabottaggi e piraterie, quasi inutile, fino al

1814 od anche al 1821; dal 1821, dal grido d’indipendenza levato in

Grecia, e traente a sè l’attenzione, le simpatie, le armi, le navi,

l’operosità, le nuove invenzioni, la potenza delle nazioni cristiane,

il Mediterraneo risalente a sua importanza naturale, quell’importanza

che non può indietreggiare, che non può non accrescersi di dì in dì e

chi sa fino a qual segno? E questo segno, questo avvenire sarebbe pur

bello a prevedere, e ben prevedendo, a preparare per quanto possibile.

A niuno più che a un Italiano si converrebbe tale opera di scritto;

niuna nazione più che l’Italia ha interesse a quell’avvenire; ha

interesse che le due potenze primarie intendano i loro interessi veri,

non lottanti, e li svolgano concordemente; Inghilterra nel Mediterraneo

orientale principalmente, ond’è il suo passaggio al suo grand’imperio;

Francia in quella metà occidentale dove ella imperia di qua e di là,

oramai indistruttibilmente; e tutte due insieme, poi opponendosi

all’avanzamento della sola potenza che può far pericolare tutti i

destini del Mediterraneo, dirigendo e determinando tutte le mutazioni

inevitabili de’ popoli ripuarii orientali, da cui que’ destini

dipendono in somma. Certo, Francia ed Inghilterra non han lezioni di

politica a prender da noi! Noi così piccoli oramai, noi al paragone

così poveri di operosità, di potenza, di esperienza, di riputazione

politica. Ma, noi siamo più che nessuni sul luogo, noi in mezzo a

quel campo marittimo de’ primati altrui. E noi non siamo tuttavia

senza qualche ingegno naturale che possa vedere e dire se si lascia

dire; siffatto ingegno è la sola facoltà che ci resti; e forse egli

acquisterebbe qualche attenzione, quando studiasse gl’interessi propri,

così identici con gli altrui. Perocchè in somma, sia io pure accusato

dagli uni come troppo speranzoso, dagli altri come sacrificante

le speranze del primato italiano, io non mi rimarrò dal notarlo e

protestarne: tutte le speranze italiane mi sembrano oramai confermarsi

ed unirsi in questa unione delle due potenze più grandi, più

incivilite, più progredienti, e così primeggianti nel Mediterraneo. — E

v’ha più. Un’ultima speranza mi sembra compresa in quella: la speranza

che una terza potenza del Mediterraneo, che l’Austria, s’aggiunga

un giorno o l’altro ad Inghilterra sua vecchia alleata, a Francia,

più nuova. Il dì che si segnasse la triplice alleanza noi potremmo

diventar alleati commerciali od anche politici dell’Austria stessa. Ma

intanto o a difetto della alleanza triplice, perchè non accostarci alla

duplice? commercialmente e politicamente, per adesso subito, e massime

per l’avvenire qualunque alleanza nostra con quelle due potenze ci

varrebbe tanto e più che non qualunque lega doganale tra noi. Mentre

approfitteremmo di quell’unione, noi la stringeremmo coll’accedervi.

E notate come ciò concordi con ciò che accennammo dell’avvenir

possibile delle strade ferrate. Tutto concorda in un avvenire operoso.

L’essenziale è l’entrarvi; e francamente, alacremente[59].

11. Ed ora, accennati questi quattro o cinque fatti nuovi, e

abbandonandone le conseguenze ulteriori a chi legga e pensi, e passando

a conchiudere, mi si conceda servirmi perciò di due parole italiane

d’un mio critico francese, le quali mi vengono molto in acconcio.

Questo scrittore, avverso a quasi tutte le mie opinioni, ma pur

cortese, e che mi fece l’onor di combattermi dopo Manzoni e Pellico, e

con Rosmini, Gioberti e Troya,

«Sì ch’io fui sesto tra cotanto senno»;

questo eloquente professore riprova tutte quelle speranze italiane

ch’egli chiama cancelleresche, e termina poi una concitata esortazione

agli Italiani, con queste parole in lingua nostra: _ci vuole il ferro_.

Ma queste parole, mi perdoni egli, son troppo indeterminate, troppo

oscure, troppo abusate, o almeno troppo abusabili tra noi. Certo in

bocca di lui, quel ferro non può voler dire se non un nobil ferro, la

spada, od anzi le spade italiane, nazionali, levantisi, raccoglientisi

un dì o l’altro, all’occasione, contro allo straniero. Ma queste

spade io pur le lodai, od anzi, di esse sole lodai esplicitamente

due soli de’ nostri principi; e vi confortai gli altri, e tutta la

nazione, come a speranza, a ragione ultima delle nazioni; ondechè

egli, mostrando opporsi a me o andar più oltre, parrebbe chiamar altri

ferri, men nobili, che non fu certamente intenzione di lui. Meglio

dunque disse già delle nostre speranze politiche un valoroso amico

mio: che elle stanno pur bene, ma ci vorranno un dì o l’altro _grandi

sciabolate_. Qui almeno, non è equivoco il ferro, qui l’objezione è più

determinata, meglio formulata. Ma ad essa pure rispondo primamente:

che appunto a far dar grandi ed utili e numerose e concordanti

sciabolate all’occasione, tendono gli scritti, tendono le buone e

sincere discussioni, tendono le politiche nazionali dove sono. —

Ma poi, da un anno in qua, dopo i quattro o cinque fatti nuovi, ei

parmi che un gran cambiamento sia avvenuto; che si sieno allontanate

le occasioni, scemate le speranze dell’armi; che siensi accresciute

all’incontro di gran lunga le speranze della politica di pace. È

bene o male, guadagno o perdita per noi? Chi lo sa, chi lo può dire

fuorchè la Provvidenza, la quale sola sa quel che sarebbe stato, se

fosse ciò che non è? Per noi, son tempo sprecato queste supposizioni

del passato. Supponiam piuttosto il futuro, i casi probabili di esso.

Il futuro è un mare che ad ogni modo forza è solcare; e che giova

studiare per avere i casi a seconda. — Le probabilità di guerra hanno,

dal 1830 in qua, seguito il medesimo andamento che le probabilità di

rivoluzioni; sono venute scemando via via: grandi ne’ primi anni, e

poi sostanti; poi rinnovatesi nel 1840, ma minori; poi rinnovatesi

nel 1844, ma anche minori; ed ora dopo quelle tre prove minori che

mai. Sarò io accusato di predir la pace perpetua? Certo sì, posciachè

ne fui accusato già, a malgrado le mie proteste raddoppiate, che è

inutile quindi triplicare. Dirò dunque semplicemente, che io non credo

all’abolizione della guerra; ma che credo, prima ad una minor frequenza

di essa, come avvenne sempre ai tempi di gran civiltà; e poi, ad una

quasi trasformazione di essa, come sempre dopo le grandi invenzioni,

la polvere, la stampa, ed or il vapore. E la trasformazione farà, come

le precedenti, le guerre sempre più corte e grosse (come già prevedeva

Machiavelli), e perciò più terribili, epperciò di nuovo più rare. E

ciò non vuol dire di non apparecchiarvici; anzi di apparecchiarvici

tanto più. Ma vuol dire insieme, di non veder tutti noi leggermente,

quasi giovinotti al primo dì che cingon le sciabole, speranze di guerra

tutto dì; vuol dire di attendere quindi tanto più alle speranze di

pace, di raccoglierci intorno a queste, queste studiare, di queste

far profitto, queste svolgere agli ultimi termini loro. E questo in

somma è ciò che si chiama formarsi una politica nazionale; quest’è che

fecero sempre, e fanno ora le nazioni più civili; quest’è, mi scusino

coloro a cui appartiene, quest’è che non fa, che non mostra voler fare,

nè intendere, la nostra nazione. Noi andiamo via facendo progressi

particolari, parziali, ed io li notai senza esagerazione, spero nè

detrazione. Ma questi progressi sono sconnessi fin ora, non formano,

non accennano una politica nazionale ferma, franca, soda, forte; e

quest’è, che lamento per la patria italiana tutt’intiera, per ciascuno

de’ principati di lei, popoli e principi, non disgiunti da me mai. —

M’inganno io su quella probabilità di pace non perpetua ma durevole?

Verrà ella pronta qualche guerra a troncare le quistioni inevitabili

oramai allo svolgimento della civiltà cristiana universale? Quella

guerra andrà a profitto delle nazioni che avranno apparecchiate non

solamente l’armi, ma le politiche guidatrici? Ovvero quelle questioni

saranno elle sciolte dalla politica? Allora tanto più ci sarà, ci è

necessario averne anche noi una nazionale. E in un modo o nell’altro,

in pace o in guerra, ci è necessario, pressante costituir tal politica:

Questa è l’opera, questo il lavoro del dì d’oggi, ogni dì ha il suo.

Delle speranze d'Italia · 第 26 / 29 段