proposte ed anche delle effettuate, è lento al solito a pronunciare
il giudicio suo; e che quindi può parere presunzione il pretendere
che l’abbia pronunciato così prontamente. Ma, altronde, il tempo
nostro, non c’inganniamo, è tempo di operosità esaltata, accelerata.
Perchè non vi son guerre grandi, non rivoluzioni, quasi nemmeno più
parti estreme, contese aspre o pericolose; perciò pare ad alcuni
disattenti che noi siamo in un tempo pigro, ozioso, quasi d’aspetto.
Ma il fatto sta, che l’opera del nostro tempo è appunto tanto più
pronta, più efficace, che ella è men contrastata. Di due persone che
vadano, l’una correndo, ma sovente fermata e fatta dar indietro dagli
opponenti sulla via, e l’altra stampando i passi giusti, contati, con
pochi contrasti, e così sempre all’innanzi, la seconda fa più via,
arriva più lungi, naturalmente. E il nostro secolo, nel suo primo
terzo si può assomigliare a quella prima persona, d’allora in poi alla
seconda. E se continua così, quali speranze, quali disperazioni non
s’apparecchiano per la gran metà del secolo ancor restante? Speranze a
coloro che prenderan parte al moto; disperazioni a coloro che vorranno
pazzamente contrastargli, o stoltamente tenersene discosti? È detto,
è fatto, più che a mezzo già nella minor metà: il secolo XIX non sarà
solamente, è già secolo di progressi, grandi in sè, grandi al paragone
de’ precedenti: se non sorge qualche ritorno proporzionatamente grande
all’indietro, che non è probabile di niuna maniera, sarà secolo
grandissimo, sarà, è già era di molti fatti nuovi a tutto il mondo
futuro. Altro che secolo di transazioni, di dubitazioni, di mediocrità,
come dicevano taluni! La transizione è finita, le dubitazioni si
mutano in certezze, la mediocrità rimane a quegli uomini, alti o
bassi, così mediocri da non prender parte alle grandezze che lor
si svolgono all’intorno. Ma volete voi ridurvi a’ fatti presenti,
compiuti? Sia pure. Da un dodici o quindici anni in qua, l’Europa, la
cristianità camminò forse più che ne’ trenta precedenti; ogni anno vale
ora secoli. E così è che, in un anno ed anche meno, poteron sorger
fatti confermanti le previsioni, così poterono udirsi giudizi già
pronunciati dal tempo. — Del resto, i soli operosi di fatti o almeno
di pensieri, capiscono il tempo operoso, accettano i giudizi di lui;
gli oziosi non li odono nemmeno, o se li odono, non li intendono, ed
anche intendendoli, li ricusano come troppo incomodi; e quindi noi
lascierem questi; e co’ primi soli esamineremo, trascurando parecchi
eventi minori, due fatti nuovi italiani, e due o tre stranieri. E per
non far un altro libro appiccicato al primo, saremo più brevi che mai.
Gli operosi che ci abbian letti fin qui e si degnino continuare, ci
capiranno in poche parole. Gli oziosi non ci capirebbono in molte,
e non saranno arrivati fin qui. Il mio libro, il mio stile non
son molli, nè forse facili, lo so. Ma chi m’insegna il modo di dir
mollemente, facilmente, di tante cose, nuove ancora in nostra lingua?
La novità produce moltiplicità; la moltiplicità, brevità; e la brevità
inevitabilmente oscurità, o almeno difficoltà. Lo stile politico
moderno, è, esso stesso, da formare in Italia. Nè ho la pretensione
di formarlo io. In ciò, come nel resto, desidero essere, non che
accompagnato, superato; ed è certamente molto facile. Ma finchè son
lasciato solo o poco meno, io imploro questa scusa della solitudine.
Chi parla solo, suol parlar tronco, ruvido od anche rozzo. Mi serva
di scusa appresso ai compatrioti; i quali non vorrei prendessero per
frutto d’impertinente negligenza ciò che è all’incontro di felice od
infelice, ma perdurante lavoro.
5. Il I.º FATTO NUOVO italiano da notare è negativo. È, che da un anno
in qua cessarono i moti, anzi le minacce di moti (diciam la parola
usuale) rivoluzionari. Così continuò a decrescere la serie decrescente
notata nel testo più volte.
Nel 1.º decennio del secolo: continuazione della rivoluzione massima e
pessima incominciata nel secolo scorso: servitù straniera.
Nel 2.º decennio: rivoluzione minore e migliore; si passa di sotto
alla servitù assoluta ad una servitù minore, a semplice preponderanza
straniera.
Nel 3.º decennio (incominciando dal secondo semestre 1820): prove di
rivoluzioni nazionali, poche e povere in sè, grandi al paragone delle
seguenti.
Nel 4.º decennio: prove minori.
Nel 5.º, ove siamo: prove minime.
E noi possiam quindi indurre una speranza che si continui così;
che l’ingegno sempre risorgente, che l’operosità indestruttibile
italiana si rivolgano da queste prove (buone o cattive, non ne
rifarem questione, certo infelici) alla prova nuova e migliore, delle
mutazioni a poco a poco, de’ miglioramenti universali, dell’unione
tra l’opinion nazionale e il poter de’ governi, della creazione d’una
politica, d’una operosità universale. Se continua siffatto rivolgimento
dell’operosità sprecata ad operosità efficace, è impossibile ch’ei non
produca l’effetto suo. Egli invaderà le amministrazioni, i consigli, i
ministeri de’ principi, anche più oziosi e lenti; e gli operosi, invece
d’ostacoli ed ostilità, troveranno aiuti. E principi e popoli, divisi
già in operosità contrarie, troveranno l’operosità comune, che è il più
grande, anzi il solo buono fra gli stromenti di unione.
6. II.º FATTO NUOVO. L’operosità comune è incominciata. Negativamente
e positivamente. Negativamente quel disegno di lega doganale dei
principati italiani colla provincia straniera, che preoccupava pubblico
e governi italiani un anno fa, è caduto. La lega de’ principati soli
continua sì ad esser difficile, a parere impossibile. Ma il tempo
giudicherà di tale impossibilità; ed è un gran passo intanto, che
paia più impossibile la lega colla provincia straniera, quale è[53].
— Positivamente poi, pubblico e governi italiani si sono destati,
finalmente, al desiderio, al bisogno, al fatto delle strade ferrate.
Gran danno che sia un po’ tardi! maggiore, che ci sia venuto dallo
straniero. Ma meglio tardi che mai, ed onde che ci venga, il bene. E
questo fatto serve già di suggello a ciò che dicemmo sovente; che lo
straniero stesso sarà sforzato a farci del bene, a prepararci le vie,
la via sino al fine, allo scopo. E questo fatto, questo progresso è
immenso. 1.º Egli torrà di mezzo, probabilissimamente (io m’avventuro
forse; ma più penso, più confido) i tentativi di rivoluzioni. Quali
potranno riuscire, quando potranno i principi in poche ore mandar
milizie, portarsi di lor persona sul punto sollevato o minacciante?
quando si potranno aiutare essi a vicenda, senza chiamata di
stranieri? Od anzi qual tentativo o minaccia seria si farà, quando le
popolazioni non sieno più inoperose, oziose, tormentate da quel non
saper che fare del proprio ingegno ed animo, il quale nella condizione
presente della società, è il gran motore delle rivoluzioni? 2.º Ed
all’incontro, le strade ferrate, cioè le comunicazioni agevolate,
accelerate, moltiplicate non possono non conferir molto, tutto, alla
formazione della politica nazionale, dico la politica di principi e
popoli, popolo grande e piccolo insieme, tutta la nazione. Relazioni
frequenti, opinione universale, politica nazionale: sinonimi. Questa
politica si formerà a poco a poco, allora che si provin comuni gli
interessi materiali, gli intellettuali. Lo straniero porrà ostacoli?
Saranno incitamenti al desiderio d’indipendenza. Continuerà a dar aiuto
a queste comunicazioni di merci, di mode, di usi, di costumi, d’idee?
Saranno aiuti a comunanze, e le comunanze aiuti a indipendenza. Nè mi
si dica che io sono imprudente, che rivelo pericoli allo straniero.
Egli li vede, ma li vede doppi, e non può uscir dall’ambage. 3.º E
quindi non disputeremo qui, quali sieno utili di tali comunicazioni
nuove. Tutte sono utili più o meno.
Prime forse, quelle che uniscano le capitali, le sedi de’ principati, i
centri d’operosità e d’idee italiane, i centri d’idee, or più, or meno
diverse, da riaccostare.
Seconde, quelle che uniscano i grandi approdi nostri coll’interno o
coll’estero; e così Genova con Torino, Francia e Svizzera occidentale;
Genova con Torino e Svizzera orientale; Genova con Milano e Germania;
Livorno con Firenze; Adriatico con Firenze; Ancona e Civitavecchia con
Roma; Napoli ed Otranto coll’interno del Regno.
Terze, tutte quante le comunicazioni terziarie tra quelle primarie e
secondarie.
Ed io voleva dire più a lungo di tutte queste. Ma molti ne dicono;
ed è un bene, un progresso pur questo, che i nostri governi ne lascin
più o meno dire. Pochi anni fa, una cosa qualunque, anche materiale,
che fosse caduta sotto l’opera o il solo pensiero de’ governi nostri,
era vietata alla discussione pubblica; or questa si soffre e talor si
eccita. Quindi tra le infinite cose da dire, ne scelgo una non o men
detta; tra tante strade ferrate di che si parla molto e bene, parlerò
io di una sola, che comprenderebbe tutte le prime e gran parte delle
seconde sopra accennate, e ne accrescerebbe l’importanza di gran lunga.
— Se il principe italiano dell’Italia settentrionale, e il principe
italiano dell’Italia meridionale s’intendessero (e non v’è nessuno al
mondo che possa impedirli d’intendersi) a fare, il primo la strada
che forando l’Alpi mettesse da Torino a Francia, e il secondo la
strada che varcando o forando l’ultimo Appennino mettesse da Napoli
ad Otranto, queste due strade sarebbero i due sommi capi di quella che
riunendo tutte le capitali italiane percorrerebbe tutta la longitudine
della longitudinale penisola nostra; e tutta questa strada insieme
libererebbe i principati italiani d’ogni loro dipendenza commerciale
germanica, e farebbe poi dell’Italia la via più lunga in terra, più
breve in tutto, tra l’Occidente d’Europa e l’Asia intiera. Molto
probabilmente questa strada torrebbe di mezzo ogni altra concorrenza,
rimarrebbe la migliore, la preferita per quella comunicazione,
che fu, che sarà sempre la massima di tutte sul nostro pianeta. Le
comunicazioni per terra, per istrade ferrate, si preferiscono già,
e, perfezionandosi, si preferiranno sempre più alle comunicazioni
per mare; le quali per quanto si perfezionino mai, rimarran sempre
soggette ed alcune fortune di mare. Guardate la carta; la via diritta
tra Londra e Suez attraversa la penisola nostra da Susa ad Otranto.
Da Otranto non riman più Golfo di Lione, non Adriatico da navigare;
non riman più che il Jonio, un mar solo, che è gran vantaggio a non
correre due fortune, due incertezze. Questa via farebbe guadagnare su
quella di Marsiglia una giornata forse, la sicurezza certo. Chi può
dubitare che il commercio e i due governi di Francia e Inghilterra, i
quali pagano così caro la sicurezza e il tempo, ne approfitteranno? —
Ma volete voi creder pure che rimarran preferite le vie per Marsiglia
o Venezia o Trieste per li loro corrieri? Ammettiamolo, benchè io
nol creda. Ma rimarrà quella fila, quella folla di ufficiali pubblici
francesi ed inglesi che faranno il passaggio in Levante ed Oriente,
e poi quell’altra fila o folla di viaggiatori scientifici, letterari
ed oziosi, che ne faranno, come si dice, il giro, e che facendo quel
passaggio o quel giro preferiranno senza niun dubbio far per via il
passaggio o il giro d’Italia. E questa folla, già grande oggidì, già
pur importante che non si pensa, s’accrescerà così certamente, ad uno
o più doppi. Io mi meraviglio (se forse non m’inganno per ignoranza)
che non siasi fatto un computo, facilissimo, dell’importanza di quella
folla presente, e della presumibile in avvenire. Poniamo che vengano
da 40,000 stranieri all’anno in Italia[54]. Poniam che la media
del soggiorno di tutti sia sei mesi, anzi solamente 180 giorni. E
poniam finalmente che spendano (voglio porre sempre poco) 10 lire al
giorno. Saranno 10 × 180 × 40,000 = 72,000,000. E notate ciò: questi
sono settantadue milioni quasi netti portati in Italia, guadagnati
dall’Italia. Siano pur servitori di piazza, facchini, postiglioni,
vetturini, locandieri che ne guadagnino il più; ma tutti questi si
provvedono da agricoltori, fruttaiuoli, fabbricanti e mercanti d’ogni
sorta. E poi vi guadagnano direttamente tutti questi fabbricanti
e mercanti, e i banchieri, e i padroni di case, e gli artisti, in
somma chiunque lavora e guadagna nella penisola. E questi settantadue
milioni, ripeto, sono guadagno quasi netto[55]; ed equivalgono perciò
a quello che in qualunque altro commercio sarebbe solamente guadagno
definitivo, risultato ultimo di esso, dopo dedotti i consumi proprii
e i profitti stranieri. Ora poniamo (per por sempre tutto contro
al calcolo nostro) che il guadagno netto degli altri commerci sia
di dieci per cento, che un commercio sia il cento per dieci del suo
guadagno netto; resta chiaro, che il guadagno datoci dagli stranieri
viaggianti in Italia equivale a quello di qualunque altro commercio
che fosse stimato a 720 milioni. Ei non s’è forse badato abbastanza
a questo computo; il quale spiega, come siasi così poco impoverita la
così oziosa, così poco produttrice Italia. Noi viviamo del benefizio
del Cielo, e dell’opera de’ nostri maggiori[56]. Essi lavorarono per
noi; noi raccogliamo ancor le frutte seminate da essi. I lor monumenti,
le opere di lor mani e lor ingegni ci fanno vivere. Noi siamo come
i nobili degeneri, che mangiano e bevono sul reddito dei capitali
messi insieme da’ maggiori. Sappiamo almeno non far come quelli, che
trascurano perfino di migliorare que’ redditi, secondo le opportunità
dei tempi. — Poca fatica ci vuole a raddoppiarli, triplicarli, od anche
più. Chi può prevedere il totale degli stranieri i quali passerebbono,
girerebbero e soggiornerebbero in Italia, quando agli allettamenti del
nostro cielo, di nostre campagne, di nostre città, di nostri monumenti,
di nostre memorie, s’aggiugnesse quello d’essere il nostro suolo la via
più breve tra tutta l’Europa Occidentale e l’Asia, tra le due nazioni
più operose del pianeta, e il maggior campo di lor operosità? Io credo
esagerare in meno, portando il guadagno nostro probabile in tal caso
sotto al triplo del guadagno presente, a incirca 200 milioni all’anno,
equivalenti al guadagno d’un commercio di due bilioni[57]. Tanto
che questo solo guadagno nostro eguaglierebbe quello delle nazioni
più produttrici o più commercianti! Tanto che io non m’inquieterei
che d’un solo inconveniente, della facilità di tal guadagno, e così
dell’allettamento all’ozio che ne verrebbe ai nipoti! Ma incominciamo
con essere operosi noi, e non inquietiamoci troppo dei nipoti; li
avremo incamminati pure essi. Incamminiamo l’operosità; l’operosità
saprà trovare nuove vie. Elle sono infinite. — Che le comunicazioni
a vapore, strade e navi combinate insieme, sieno per mutare forma
al mondo incivilito, ed anche poi al non incivilito; che ne abbiano
a sorgere condizioni, relazioni nuove a tutte le nazioni; è oramai
un assioma non più scientifico, ma volgare in tutta la cristianità.
Saremmo noi soli a non vederlo? o se il veggiamo, a non farlo entrar
nella politica, nella pratica nostra? O se v’entra, a non dargli tutta
quella efficacia, tutti quegli svolgimenti di che è capace, e che
gli si danno altrove? Se così fosse, allora sì che sarebbe convinta
d’incapacità la nazione nostra, o chi per essa; ed alla faccia di tutte
l’altre nazioni incivilite, libere, men libere, od anche serve, e tra
la servitù trovanti pur modo a questa almeno fra le grandi operosità.
Alla fine del secolo, od anche prima, i gradi di civiltà delle nazioni
diverse si segneranno probabilmente sulla scala di proporzione delle
popolazioni ai miriametri di strade accelerate che esse possederanno.
— Materialità, diranno alcuni! E materialità risponderemo noi! Ma
materialità come quella d’un corpo sano e ben disposto, il quale serve
all’animo, all’intelligenza, ed anche alla virtù.
7. III.º FATTO NUOVO. Ora usciamo d’Italia, e veggiamo se quelle
speranze che notammo, or fa un anno, e furono derise, in versi e in
prosa da alcuni nostri compatrioti ed anche amici (non meno rimastici
amici perciò), sieno pur di quei sogni che si dileguano coll’andare
del tempo e della realità. Io parlo della speranza che ci viene,
come fu detto, da Turchi, o per parlar sul serio dalle inevitabili
mutazioni di quell’imperio, di tutta la civiltà Maomettana. — Questa
civiltà è una, è solidaria più o meno, dall’Indo all’Atlantico.
Nel qual grande spazio, tre imperii maomettani sono od erano: il
Persiano, il Turco e Marocco. Vero è che questo era da gran tempo
più supposto, che effettivo; ma appunto in quest’anno, ne’ pochi
mesi scorsi, apparve, fu dichiarata a tutti la supposizione. Io
notava già timidamente: ecco Francia postasi in contatto, entrata in
relazioni sforzate con Marocco. Mal detto, mal preveduto, timidità
mia, esitazione ne’ miei proprii principii! Con un grado ulterior
di fiducia, io avrei detto fin d’allora: Francia entra a buttar giù
l’imperio di Marocco, a far comparir quel sogno, quella bugia. Ad ogni
modo, così fu. Una battaglia, due bombardamenti marittimi, bastarono
a dileguare lo spauracchio di que’ vincitori di D. Sebastiano, di
quella gloria antica, di quel deserto, di quelle nubi di cavalieri,
di quell’imperatore. Quell’imperio giace lì, preda disputabile forse
tra Francia, Inghilterra, od altri; preda insomma a’ Cristiani,
quando che sia che s’accordino in prenderlo; come i due altri imperii
di Turchia e Persia. I tre, tutto l’islamismo, giacciono ora nella
medesima condizione; sopravvivon per grazia della cristianità; grazia
momentanea, fatta loro fino a che ella non abbia tempo od ozio a
rivolgervisi, finchè pensa ed opera in altro, finchè non le giova
ritirar la grazia, finchè a tutti o molti, od anche a due o ad uno
de’ forti popoli cristiani non venga una necessità, una occasione,
un piacere, un capriccio di levarsi l’incomodo. — E già è minacciata
un’altra parte, già l’istmo di Suez è un incomodo. Chi può credere che
rimarrà gran tempo, mal aperto com’è? Che quando sieno moltiplicate,
agevolate le comunicazioni in tutta Europa e tutto il Mediterraneo di
qua, nell’Indie, e tra l’India e la Cina, e tra l’India e Suez al di
là, l’istmo di Suez rimanga a lungo, quasi un’interruzione, abbandonato
alle comunicazioni patriarcali sui cameli? Ma, mentre io scrivo,
o prima che il mio scritto diventi stampa, sarà forse incamminato
il progresso primo; e i cameli saran per diventare locomitivi, e
in breve le locomitive accresceranno il tragitto, e il tragitto
accresciuto domanderà un canale, e il canale sforzerà a guarentigie, e
le guarentigie a nuovi gradi di preponderanze, dominazioni o dominii
cristiani. — Ancora, da una terza parte, Grecia s’educa ogni dì
(più o men lentamente) a costituzione, a libertà, a pubblicità, ad
operosità; Grecia, già quasi tutto russa, si fa or russo-inglese, or
russo-francese; finirà con essere anglo-francese in diplomazia, e greca
solamente, ma compiutamente in interessi, in parole, in opere. Gli
_Status quo_ son buoni per alcuni anni, o lustri. Ma secoli? Chi il
può pensare? Chi può credere che resti per secoli un milione di Greci
liberi daccanto a quattro o cinque milioni di Greci schiavi, senza
che quelli chiamino questi a libertà? Sono sogni buoni tutt’al più per
qualche novizio di diplomazia, tutto ancora rispettoso ai protocolli;
ma non per chi rammenti la storia de’ protocolli moderni od antichi,
da quelli di Londra risalendo su fino a quelli per cui Atene e Sparta
riconobbero la dipendenza sotto al gran re delle città grecopersiane;
quelle medesime città, le quali elle aiutarono tuttavia in breve a
liberarsi, a vendicarsi, a distruggere il gran re. Ei s’ha un bel dire;
ma la storia, sovente mal intesa, serve pure talvolta; quando se ne
ragioni tenendo conto della natura umana, immutabile in condizioni
simili. Una nazione nuova e libera, ficcata in fianco a un imperio
vecchio ed assoluto, non può non tendere a distruggerlo. Una nazione
libera che ha fratelli schiavi, non può non tentar di liberarli. Sol
che l’Europa lasciasse fare a Grecia, Grecia basterebbe probabilmente
alla caduta dell’Imperio ottomano. E se l’Europa vi porrà le mani, la
caduta sarà forse più lenta, ma tanto più certa e più a profitto di
tutti, o di molti, e per nostro, se non teniam noi nostre mani alla
cintola. — E tanto più, che oltre queste nuove spinte interne o vicine,
una o due altre van pur incalzando da più lontano.
8. IV.º FATTO NUOVO, ma dubbio, e così posto qui solamente per
memoria. Pochi mesi sono noi dicevamo impossibile che l’Europa in
generale, che la nazione Germanica in particolare ed in vangardia, non
s’inorientino un giorno o l’altro in qualche modo; e che l’inorientarsi
di Germania non sia inorientarsi d’Austria e Prussia. Ma, un gran
dubbio ci rimaneva; come faranno a inorientarsi quelle due potenze
assolute, fra que’ popoli slavi che mostrano tante voglie di libertà?
Delle tre potenze assolute, Russia, Prussia ed Austria, Russia è la
più forte, la più operosa e la più omogenea agli Slavi orientali;
ondechè, finchè le tre non adoprano se non mezzi pari, mezzi da
potenze assolute, tutto il vantaggio è dell’ambizione russa. Quindi
alle due altre non resta se non una speranza: adoprar mezzi diversi,
mezzi di libertà; non hanno che la libertà da opporre all’omogeneità
di lingua e di religione. Ma questa libertà, nè l’Austria nè Prussia
non parevano, pochi mesi sono, volerla offerire, adoprare. Delle due,
Austria pareva quasi la meno discosta da tal mezzo; Austria dico, che
è pure Ungheria. Ma ecco che, quando meno vi ci aspettavamo (almen noi
altri Italiani, mal informati sempre d’ogni cosa straniera, e massime
settentrionale), ecco, dico, rumori, parole che annunciano più o meno
di libertà politica in Prussia, in quella parte di Germania che è duce
di Germania. Saran false, quest’altra volta, siffatte voci? Sia allora
per non detto. — Ma sarebbon elle vere? Oh, allora io credo che ei si
vorrà esser ciechi, e volontariamente ed assolutamente ciechi per non
vedere che questa pure sarà una gran mutazione per tutti gli affari
d’Europa, ma principalmente per quelli d’Oriente. Prussia assoluta, o
mezzo libera solamente, non ha nulla ad offerire a quelle popolazioni
slave, che sono oltre ogni cosa al mondo vaghe, o se si voglia pazze,
di libertà. Prussia assoluta non ha di che trarre quelle popolazioni
dalla Russia a sè. Può dir loro tutt’al più: non ho Siberia ove
mandarvi. Tra Russia slava e Prussia tedesca, e ambe non libere, la
scelta degli Slavi sarebbe sempre per Russia slava. All’incontro, se
e quando sia libera Prussia, se e quando la scelta sia per gli Slavi,
tra l’essere Slavi, servi di Slavi, ovvero Slavi liberi con Tedeschi,
io non credo poter ingannarmi, benchè scrivente da lungi, benchè
straniero, benchè non informato, dicendo che la scelta degli Slavi non
rimarrà dubbia un momento. E so che la scelta di una nazione serva e
dispersa non conta molto da principio, o in un’occasione, in un tempo
determinato. Ma so pure, che alla lunga, ed a tempo determinato, la
scelta di tutta una nazione pazza di libertà, non è, non può essere
nulla. E massime in questo secolo; e massime quando quel voto d’una
nazione, gloriosamente caduta, consuoni con quello della universa
cristianità, simpatizzante; e massime quando questa troverebbe il
suo utile a tal mutazione. Io non fo se non tornar al mio dir primo
delle precedenti edizioni, ma vi torno con isperanze confermate: il
buon ordinamento e la potenza ulteriore della Cristianità dipendono
dall’ordinamento reciproco, dalla fusione progrediente delle due
grandi schiatte centrali, germanica e slava. — La schiatta, o come
si dice ora, il mondo slavo si divide in tre parti: Slavi germanici,
Slavi russi, Slavi turchi. Questi tendono a sciogliersi della signoria
turca. Rimarran essi indipendenti, o s’accosteranno ad una delle due
signorie, russa o germanica? Se si attenda a’ fatti prossimi passati
si crederà che diventeran Russi; se alle voci, alle tendenze presenti
si crederà che diventeranno indipendenti; ma se a’ grandi insegnamenti
della storia antichissima, antica, moderna ed alle grandi previsioni
avvenire ed agli stessi destini asiatici, incivilitori, cristiani
dell’Imperio russo, si argomenterà che è più naturale insieme e più
desiderabile qualche fusione nuova delle due grandi schiatte germanica
e slava[58]. — E lascio poi un altro grande effetto che verrebbe da
questa mutazione prussiana; effetto sul resto di Germania; effetto
forse su Austria stessa; effetto sulle relazioni del governo di lei
con le provincie sue, colle stesse provincie italiane. Chi può dire ove
giungerà tal effetto? O se s’avrà a dir felice od infelice? Felice per
quelle provincie italo-austriache immediatamente? Infelice perchè ne
sarebbero italo-austriache per sempre o almen per secoli? Per ora non
v’è pericolo, è vero. Ma col tempo? chi può giurare, che come furono
introdotte da quegli stranieri parecchie novità, non sarà introdotta
anche questa? E allora?