II.º Quanto alle industrie, quali sono, in nome della verità, quelle

che si vogliono proteggere colle chiusure o colle strette aperture? Le

industrie del cotone, o de’ ferri, o delle canape, o dei lini, o delle

sete, o di che? Non n’è una ora (anno 1843) che superi le straniere,

che abbia primato su’ mercati europei od ultra-europei. Le stesse

seterie di Genova, di Firenze e di Torino, già famose, sono un nulla

ora su que’ mercati; e quanto all’altre, ei si può dire, relativamente

parlando, che non esistono. Non servono esposizioni pubbliche,

non medaglie d’incoraggiamento, non statistiche comparative degli

accrescimenti annui. Fate statistiche comparative con le produzioni

inglesi, germaniche ed anche francesi, e tirate le conseguenze vere,

sinceramente, senza voler trovare ciò che non è, per adulare principi

di qua, o popoli di là; e vedrete che bello avvenire industriale

s’apparecchi all’Italia? Tanto brutto, tanto nullo, che basterebbe tal

nullità a conchiudere: facciamo tutto a rovescio di quel che facemmo

finora; noi non potremmo fare se non meglio; poichè le chiusure ci

portarono qui, apriamo per Dio una volta per provare; peggio di ciò

che è, o ci si apparecchia, non potrà esser mai. — Benchè anzi molto

miglioramento si potrebbe sperare quando i principi italiani, colti

come sono i più (che non parrà adulazione), applicassero francamente,

tutti o quasi tutti d’accordo, quel gran principio del lasciar fare

e lasciar passare, a cui niuna nazione si trova forse apparecchiata

quanto l’Italia. La pochezza delle industrie esistenti scemerebbe il

danno inevitabile della concorrenza ammessa. E poi, noi abbiamo avuta

più volte l’occasione di osservarlo: l’ingegno italiano è sopratutti

meraviglioso in varietà, in adattamenti. Varierà, s’adatterà anche in

ciò. Cadranno le industrie men potenti, men naturali; ma sorgeranno le

naturalmente più potenti. Se gli uomini di stato che si occuperanno

in ciò, pretenderanno a un calcolo minuto di tutte le importazioni

od esportazioni, utili a concedersi per le industrie italiane ad una

ad una, ei vi perderanno probabilmente l’ingegno e la fatica, come

avvenne a tanti altri; ma se se ne rimetteranno all’ingegno vecchio

ed all’operosità nuovamente eccitata degli Italiani, ei ci è novanta

per cento di probabilità, che questa, compressa com’è in tante altre

parti, si precipiterà tutta nel nuovo sbocco, e vi farà miracoli.

Possibile che noi, produttori di tante sete, non arriviamo ad operarle

quanto i Francesi e i Tedeschi? Possibile che nell’operare i cotoni

egiziani così vicini non abbiam parità con coloro che li tessono in

mezzo al continente europeo? Perciocchè mal si dice che la natura ci

ha negate tali competenze, negandoci il carbon fossile, epperciò le

macchine a vapore. Sono elle messe in opera tutte l’acque italiane?

Non confondiamo; l’acque non valgono il vapore per le strade a vapore;

ma per le industrie non locomotrici, le acque che, fatte cadere una

volta opportunamente, cadon sempre, valgon più che non il vapore; e

finchè rimane in Italia un fiume o un rivo non usato nella sua caduta,

non abbiam occasione di accusar la Provvidenza, nè di affettare una

rassegnazione, la quale non è in somma se non pigrizia. Non è il

carbone che ci manchi, ma l’operosità; e all’operosità non manca

se non la competenza; la competenza dico, che farà danno ai pigri

senza dubbio, ma profitterà agli operosi, che sono quelli soli onde

si può approfittar la nazione. Se ne capacitino gl’Italiani tutti,

ma sopratutti i principi: i nemici della loro gloria, del loro pro,

della loro potenza, sono i pigri, i gaudenti, tutta quella genia degli

ostinati nel far nulla, degli invidiatori ed impeditori di chiunque

fa. Quando alcuni o molti di costoro scapitassero all’operosità altrui,

poco male; il mal de’ tristi risulta sempre dal ben de’ buoni, e non si

vuol fermar questo per quello.

III.º Del resto dicono alcuni che le industrie italiane sono e saran

per l’avvenire sempre un nulla rimpetto all’agricoltura. Io nol

crederei; ma pogniamo che così sia, che le speranze materiali italiane

debbano venir unicamente dalla agricoltura. Ad ogni modo queste

speranze si accrescerebbono incalcolabilmente per una lega doganale

che si facesse su principii larghi. Grani, risi, canapi, lini, olii,

vini, pascoli e sete sono i principali prodotti agricoli nostri. Ma

questi tutti (salvo i pascoli) sono prodotti pure di tutti i paesi

circondanti il Mediterraneo; e prodotti che si può preveder forse

si moltiplicheranno, quali in un paese, quali in altro, a segno da

diventar là più a vil prezzo che in Italia. Niun metodo nuovo, niune

società agricole, niuni incoraggiamenti governativi, non possono

impedir tal danno. Tutti questi sono rimedi piccoli microscopici.

Niun rimedio grande può essere, se non, o la chiusura assoluta, che

lasci i mercati nostri esclusivamente a’ nostri prodotti, o l’assoluta

apertura, che li equilibri agli stranieri, che, facendo abbandonare

le produzioni svantaggiose, promova d’altrettanto le vantaggiose. Ma

il primo di questi due rimedi grandi è difficile, forse impossibile

ad applicarsi, ognuno il sa, in un paese così vario, così sulla via

universale, così facile al commercio illegale com’è l’Italia; e poi non

servirebbe se non a dar vantaggio su’ mercati nazionali, e crescerebbe

lo svantaggio sugli stranieri. Ondechè il secondo rimedio, l’apertura,

che equilibra tutte le produzioni, ed accresce le più naturali, è solo

proficuo e possibile all’ultimo; epperciò tant’è volgervisi quanto

prima. Non sono i metodi di colture quelli che si debban mutare, ma

le colture stesse; i metodi nostri son buoni da secoli e secoli, e

poco o quasi nulla v’è d’aggiungere; ma le colture si debbono mutar

di secolo in secolo secondo le condizioni nuove, e quest’è che non

abbiam fatto, e dobbiam fare. Noi eccettuammo testè i pascoli da quelle

colture italiane che hanno a temer competenze. E difatti, se si giri

tutt’intorno al Mediterraneo, ei non si troverà forse regione che sia

comparabile per essi a tutta l’Italia settentrionale e a molte parti

della meridionale. E quindi ei si può prevedere: che quelle regioni non

arriveranno forse mai, e certo non per grandissimo tempo a competer

con noi per li pascoli, e perciò per li bestiami e i latticinii: che

quindi, quanto più la competenza scemerà la produzione de’ grani, tanto

compenso e forse vantaggio noi potrem trovare nella produzione de’

pascoli, de’ bestiami, de’ latticini: che accrescendosi la abitazione,

e quindi il lusso dell’altre coste del Mediterraneo, s’accrescerà la

richiesta di questi nostri prodotti; e tanto più che son prodotti di

natura loro cercati sempre ne’ luoghi più vicini; e quindi in ultimo,

che l’Italia è destinata ad accrescere molto, immensamente, questa

produzione sua, a rivolgere in pascoli tutte le terre sue che ne sien

capaci, a valersi per ciò di tutti i suoi corsi d’acqua e di tutti

i lavori accumulativi da parecchie generazioni, e ad accrescerli di

gran lunga, che è in somma un avvenire speciale suo e fecondissimo

di operosità e ricchezze d’ogni sorta. — Questa è la nostra speranza

agricola principale senza dubbio. Ma non è la sola. I nostri risi pure

sono fin ora senza competenza nelle ragioni circum-mediterranee, i

nostri oli han sostenuto fin qui, o poco meno, tutte le competenze;

e se i nostri vini non lo sostengono, la potrebbero sostenere quando

s’introducessero perfezionamenti ed incoraggiamenti in questa

industria, che n’è forse sola capace fra le nostre. Anche questi

prodotti si accresceranno probabilmente, per la vicinanza nostra a

tutte quelle immense regioni che sono in progresso probabile. Qui più

che altrove i progressi altrui aiutano e quasi sforzano i nostri. La

nostra pigrizia sola li potrebbe impedire. Non sarebbe se non nel

caso che non volessimo produr noi quanto ci domanderà ogni dì più

tutt’all’intorno, che le domande si rivolgerebbero altrove, e forse

per sempre. Se noi ci ostiniamo a voler produr grani come nel mezzodì

della Russia, od in Barberia, o in Egitto, a confondere (come fanno

troppi agricoltori, amministratori ed economisti) l’agricoltura in

generale con la coltura de’ grani; se in un’età di comunicazioni

infinite ci ostiniamo a voler produr tutto, o a tener più necessaria

la produzione de’ grani; se sagrifichiamo a questa le produzioni

che ci daran ricchezze da comprarne, armi e navi da procacciarcene

sempre, allora questa vecchia preferenza ci farà mancar l’occasione,

e l’Italia non solo scaderà una seconda volta dai suoi commerci, ma

scaderà dalla sua agricoltura, che sarà ultimo danno materiale. — E

il danno materiale porterà seco quelli morali anche maggiori, della

inoperosità e de’ vizi che l’accompagnan sempre. Ne’ secoli scorsi

l’operosità non cessò quasi, se non nelle così dette classi alte, o

tutt’al più nell’industriali; l’agricoltura, progredita lungo i grandi

secoli italiani e serbatasi lungo i piccoli, salvò l’operosità in una

gran parte della nazione. Ma guai se, cessando anche in questa parte,

tutta la nazione nostra cadesse mai in inoperosità, a’ tempi appunto

che i popoli circondanti, od anzi tutti i cristiani, accrescono la loro

operosità. Allora sarebbe colma la misura de’ nostri danni; allora non

servirebbero se non quegli estremi rimedii, che la Provvidenza permette

bensì, ma che debb’essere studio d’ogni buon evitar sempre, quanto più

sia possibile, in ogni cosa.

10. Epperciò qualunque cosa si voglia e possa fare, facciasi quanto

prima. Qui non è solamente necessità; è urgenza. In questi anni

dintorno alla metà del secolo XIX, forse in questi pochi che restano

del quinto decennio di esso, si deciderà il nostro avvenire commerciale

industriale ed agricola, per secoli e secoli. Questi sono gli anni

climaterici dell’economia pubblica di tutte le nazioni europee,

ma più dell’Italiana. Li trascureremo noi? Il commercio universale

prenderà altre abitudini; ed ognun sa, quanto le abitudini commerciali

sieno poi difficili a mutarsi. Ci varremo noi all’incontro di questa

nuova e grande e forse ultima occasione dataci dalla Provvidenza?

Di questa nostra magnifica situazione in mezzo al Mediterraneo?

Di questo nostro trovarci prima nazione europea sulla via riaperta

all’Oriente? E, parliam chiaro, ce ne varrem noi più largamente, più

arditamente che non le altre nazioni circum-mediterranee? Faremo noi

i nostri sbocchi, i nostri approdi, più facili che gli altri? Allora

le nazioni più lontane che non hanno scali nel Mediterraneo, Olanda,

Germania, Svezia, America, se ne varranno molto; e se ne varranno talor

anche quelle stesse che v’hanno scali o coste, Inghilterra, Francia

e Spagna, se sappiam precederle in quelle liberalità. E prese allora

quelle abitudini, elle continueranno poi anche quando Inghilterra

e Francia e Spagna entrassero in quella via dove noi le avremmo

precedute. Ma capacitiamocene bene; qui si tratta di una corsa; qui

d’arrivar primi; qui di prendere il solo vantaggio che ci rimanga a

prendere. Altre nazioni hanno altri vantaggi, altre precedenze, più

navi, più industrie, più mercati; noi non li possiam tôrre ad esse;

non possiam prendere se non ciò che non han saputo esse finora: le

liberalità de’ commerci. — Io fo tutt’uno in somma, fo una sola ipotesi

della lega doganale italiana, e della liberalità e della prontezza

di essa. La liberalità senza lega, o la lega senza liberalità, o la

lega e la liberalità senza prontezza, non gioverebbero. Pogniamo che

Napoli (la meglio situata) entrasse sola nella liberalità; questa non

darebbe mercato grosso senza la lega, la nave straniera o nazionale

approdata ne’ porti napoletani dovrebbe spacciar tutto il suo carico

nel Regno, o portarlo via in altri porti italiani, dove nuovi dazi,

nuove leggi l’aspetterebbero. Ingannata, non tornerebbe quella, nè

altra; non s’avrebbero grandi approdi, nè gran commercio di niuna

maniera. Ed all’incontro poniamo fatta la lega, ma non liberalmente,

non servirebbe a nulla; le abitudini straniere ed anche nazionali

continuerebbero a pro de’ più liberali. E pogniamo in ultimo fatta la

lega, e fatta liberalmente, ma quando (fra pochi anni probabilmente)

saran venute le altre nazioni circum-mediterranee a quella liberalità;

allora di nuovo non servirà a nulla. Preceduti, non arriveremo mai

più. — Il so anch’io, che è dogma di buona economia politica, far

a poco a poco le novità. Ma è pur dogma di buona economia politica,

che vi sono eccezioni a tutti i dogmi. E qui è il caso d’eccezione

al dogma dell’_a poco a poco_. Il nuovo commercio ultra-orientale,

e il cinese sono in sui lor principii; ma fra dieci anni al più essi

avran prese probabilmente tutte le loro abitudini. La via d’Egitto è

in sui suoi principii; ma fra dieci anni ella avrà prese forse tutte

le sue agevolezze. Questi pochi anni in che si stanzieranno quelle

abitudini e quelle agevolezze, sono gli irremediabili. Passati questi,

non ci sarà nulla a fare, nulla a sperare più, per l’accrescimento

de’ nostri commerci, nostre industrie e nostre agricolture; cioè per

le nostre grandi operosità nazionali. Altro che primati, o nemmen

parità! Se non vi provvediamo a tempo, noi siamo forse per cadere in

una inferiorità non mai veduta; inferiorità a tutti gli altri, che son

sulle mosse d’una non mai veduta operosità; inferiorità a noi stessi,

che non avemmo mai una occasione così bella a prendere, così brutta

a perdere. Ma Dio ci salvi da ogni infausta previsione! Dio spiri

forza ne’ petti in cui sta salvar la generazione presente italiana dai

disprezzi, dall’esecrazione de’ nipoti. A che servirebbe che adulassimo

o tacessimo noi? Costoro sogliono essere inesorabili poi; e tanto più

nel giudicar di ciò che fu alterato o taciuto da’ contemporanei.

NUOVA APPENDICE.

A MOLTE CRITICHE UNA RISPOSTA: FATTI NUOVI.

1. Il volgo e i naturalisti antichi credevano a certe serpi, che

col guardo affascinate tirasser giù tra’ raggiri di loro annella e a

poco a poco in lor bocca, gli uccelli che le guardavano imprudenti e

reluttanti dal nido. Questa favola è rigettata dalla scienza moderna,

ma può servire a un paragone. Non dissimili mi paiono la polemica

personale e gli scrittori, i quali, quantunque avversi, si lasciano

trarre al fascino di essa. E poco mancò che mi vi lasciassi trarre io

pure, quantunque avversissimo.

2. Il presente libro, primo da parecchi o molti anni che sia surto

d’Italia a discorrere apertamente di politica italiana, primo che

l’abbia rivolta tutta intiera allo scopo dell’indipendenza, doveva

suscitare e suscitò fin dall’apparire non poche critiche. Ma io dissi

già brevemente di quelle che precedettero la seconda edizione; qui

dirò più brevemente di quelle che seguirono da dieci mesi in qua.

Continuarono a venirmene da destra e da sinistra. Ma le prime a voce,

in opera, senza pubblicazioni, nè pubblicità. I destri (dico d’Italia)

sdegnano l’opinione, e ciò che la fa; sdegnano gli scritti altrui

e lo scrivere essi; son conseguenti. E conseguenti sono i sinistri,

quando scrivono il più che possono. — Ma in Italia, proibito più o meno

severamente ed efficacemente il libruccio dappertutto, ei non potè,

naturalmente, esser criticato, nè menzionato, nè annunciato da niun

giornale. Due soli scrittori, ch’io sappia, ne fecero cenno pubblico

in Toscana, citandone onorevolmente alcuni squarci a proposito di

strade ferrate; e due altri poi fecero altrove il medesimo al medesimo

proposito in lor relazioni d’ufficio, non pubbliche. Nè io saprei

dire quale dei due mi sia più incoraggiante pensiero; d’aver potuto

servire così o all’opinione pubblica, o ai governi della patria nostra;

motrice quella o aiutatrice massima, effettuatori questi necessari, di

qualunque buona impresa italiana. — In Germania, parecchi giornali,

mi fu detto, raccomandarono il mio scritto a quella grande e lenta,

ma sempre progrediente ed a noi preziosa opinione pubblica. Ma io

ne vidi uno solo; e perchè egli mi propose molto cortesemente due

questioni supplementari, cercai scioglierle in due lettere pubblicate

sotto il titolo _Della fusione delle schiatte in Italia_. Ed un

illustre scrittor di colà diede poi un sunto onorevole ed amichevole

del libro mio, nel suo libro sulle condizioni presenti d’Italia. —

Dall’Inghilterra non ho notizia, che d’un articolo della rivista più

antica e più grave fra le _Tories_, la quale mi assalì con pensieri e

frasi che mi paiono, per vero dire, molto diverse da quella opinione,

e ad ogni modo coll’allegazione d’un fatto inesatto; ed io le risposi

per rettificare una volta di più quel fatto a me importante[49]. —

E finalmente, poche lodi pubbliche, e parecchi attacchi mi venner

di Francia; alcuni da Francesi propriamente detti, i più da nostri

compatrioti. Nè celerò che in tali attacchi mi fu amara, oltre a

ciò che mi ero aspettato o preparato, una cosa: che si continuasse

talora a travisare le opinioni mie. Già s’era fatto, ma s’insistè;

e ciò mi dolse tanto più, che più mi duole essere travisato presso

a quegli stranieri, i quali non prenderan probabilmente la fatica di

confrontare le opinioni allegate con quelle che io scrissi; e tanto

più che quel paese è pur quello la cui opinione, la cui politica

mi parve più importante a noi fra tutte le straniere; e quello poi,

a cui dopo la patria io sono personalmente più stretto, quello che

fu a me pure largo di ospitalità da 47 anni oramai, quello che fu a

me pur rifugio nell’esiglio, quello della mia più dolce e più sacra

memoria, quello di molti preziosi affetti privati che mi vi rimangono.

E quindi parevami l’occasione da dover rispondere, protestare; e

più volte presi la penna a ciò; ma ne fui ad ogni volta trattenuto

dagli amici di qua o di colà in varii modi. Ho io fatto bene o male

di arrendermivi, di non insistere? Certo mi pena ancora, per me, di

lasciarmi giudicare colà su quei rendiconti; per la patria, di lasciar

cadere colà la discussione sulle cose italiane. Io aveva sperato che

questa discussione politica incominciata da un Italiano di fuori,

proseguita da un Italiano d’addentro, con serietà, con sincerità, con

moderazione (o almen lo spero), fosse continuata di nuovo da fuori al

medesimo modo, e continuata colà con più vantaggio; e che continuandosi

così, potesse uscire o dalle speranze massime del Gioberti, o dalle già

minori mie, o se mai da altre minori ancora, una politica nazionale

italiana; una di quelle politiche che non è dato a nessuno, e a me

certo men che a niun altro, di fondar solo; ma una di quelle politiche

che, fondate dalla discussione sull’opinione dei più di una nazione, e

non discordantemente dall’opinione della civiltà universale cristiana,

non possono a meno di non condurre una nazione qualunque; a tutti i

suoi qualunque sieno, più o men buoni destini. Disgraziatamente, non

fu così; e dopo pochissime discussioni d’opinioni (di che ringrazio

sinceramente), la polemica si ridusse ad appormi opinioni non mie, e

sarebbesi così ridotta per me a protestare: io non ho detto questo o

quest’altro. E questa non sarebbe più stata polemica utile, buona a

nulla; e fatta tra Italiani, dinanzi a stranieri, e «In Francia, dove

in pregio è cortesia,» sarebbe probabilmente stata nociva[50]. E quindi

in tutto non so se io abbia fatto bene a farne il sacrificio, o se io

n’abbia fatto uno utile alla patria; ma mi perdoni ella d’aggiugnere

che credo averne fatto uno non lieve.

3. Ad ogni modo, tra tutti questi attacchi prodigiati di fuori al

presente libro, e la pubblicazione impeditane addentro a tal segno

da non potersi più quasi dir pubblicazione[51], 3000 esemplari o poco

meno ne corsero di mano in mano e in un anno sul suolo italiano; qui

dov’è in somma il corpo, la gran pluralità di miei compatriotti, la

vera, la grande opinione italiana. Quindi (per non parlare di alcune

simpatie a me preziose, ma che espressemi in modo privato o meno

esplicito, io non debbo, miseria patria palesare ulteriormente) quindi

quel poco incoraggiamento che può venire in Italia ad uno scrittore

sincero; e quindi poi l’occasione della presente edizione terza. Ma

quindi pure un nuovo dubbio in me: se avessi in questa ad aggiugnere

nuove note, come feci nella seconda, ai due intenti 1.º di rispondere

alle nuove critiche; 2.º di accennare i nuovi fatti surti a conferma

delle speranze accennate. Ma quanto alle risposte, non so se io mi

sia lasciato persuadere di nuovo dalla mia pigrizia, ma in somma mi

persuasi: che il rispondere a tutti i nuovi criticanti avrebbe fatto

oramai di questo libretto un volumaccio tempestato di note, e quasi di

un commento perpetuo, a modo d’un libro d’erudizione; che il rispondere

ad alcuni solamente, avrebbe fatto dire che tralasciavo i più forti

opponenti; che del resto, alle poche critiche vere, ai principii

diversi io aveva risposto già o primitivamente nel testo, o nelle note

alla seconda edizione, le quali serbo in questa, ondechè le risposte

nuove sarebbero state ripetizioni; e che finalmente le proteste di non

aver detto questo o quest’altro, se potevano aver qualche vantaggio

dinanzi a un pubblico che non mi conosce, e non ha od ha poco il mio

libro in mano, elle sarebbero inutilissime in Italia, dove il libro

è volgare oramai, e massime a coloro che, tenendo appunto il libro in

mano, possono vedervi da sè ciò che v’è o non v’è[52]. All’incontro,

quanto alle conferme, a’ fatti nuovi avvenuti da dieci mesi in

qua, essi mi parvero di tale importanza da non poterne discorrere

adeguatamente in note, e da star meglio collocati qui in calce tutti

insieme. E quindi in somma lasciai testo e note come nella seconda

edizione, riducendomi alla sola presente aggiunta de’ fatti nuovi. — I

quali, per vero dire, se io non m’inganni sovr’essi, se sieno per parer

tali altrui come paiono a me, serviranno di risposta sommaria, e la

migliore che possa essere alle critiche sincere. Certo, se in così poco

tempo, e, pur troppo, con così poca opera nostra, le nostre speranze

si sono tuttavia accresciute veramente e notevolmente; ei bisogna pur

dire che sia nell’andamento universale di questa civiltà cristiana

in cui viviamo, una spinta irresistibile la quale arrivi fino a noi;

ei bisogna dire che le speranze tratte dalla certezza di quel gran

movimento, non sieno sogni; ei bisogna dire che gl’Italiani speranti

abbiano, in generale, ragione contro ai disperanti d’ogni luogo o

qualità. E poco importerebbe allora a me, nulla, alla patria, che io,

sperante particolare, abbia più o men bene esposte quelle speranze.

Torniamo oramai, e sotto rinnovati auspici, al modo nostro; lasciamo le

persone, la polemica, le cose dette; andiamo avanti, colla patria; ed

anzi, se ci riesca, spingiamola avanti.

Delle speranze d'Italia · 第 24 / 29 段