e di tutto l’imperio austriaco. Se noi attendiamo a ciò, che fra le
pubblicazioni citate in capo a quest’appendice, tutte quelle fatte
in paesi e da persone più o meno dipendenti dall’Austria, promuovono
questa lega di tutta Italia con tutto l’Imperio austriaco, ei parrà
confermato a ciascuno il fatto, per sè stesso altronde probabile, che
tal lega sarebbe desiderata dall’Austria. E noi non siamo di quelli
che vogliam conchiudere a un tratto: se è desiderata dall’Austria,
non è desiderabile da noi. Noi torniamo sempre a ciò, che i veri
interessi futuri dell’Austria e dell’Italia sono identici. Ma di
nuovo e sempre; il male è, che per ora, e probabilmente per a lungo,
l’Austria non li intende così. Ella è, più che noi, che li separa, che
li contrappone; ma in somma, finchè è così, noi non possiamo promuovere
gl’interessi di lei, intesi tutt’all’incontro de’ nostri. — Pogniamo
fatta la lega austro-italica, che ne avverrebbe ora, economicamente,
politicamente? Economicamente, noi ci uniremmo al sistema austriaco
vecchio, proibitivo, protettorale; noi ci separeremmo dal sistema più
largo, men protettorale, più liberale, che viene e verrà promosso
dalla lega germanica principalmente, dall’Inghilterra a poco a
poco, e dalla Francia probabilmente. Se Austria volesse entrare in
questo, ella entrerebbe nella lega germanica, ella promoverebbe la
lega germanico-italica, e non la austro-italica; ondechè, finch’ella
promuove questa sola, è probabile ch’ella non vuol entrare nel
sistema largo, solo conveniente all’Italia. Noi torneremo frappoco
alla necessità di questa larghezza. Ma è facile ad intendersi
fin di qua sommariamente: che l’Italia entra ora in una nuova età
commerciale; che, ricondotto il commercio orientale nel Mediterraneo,
ella può e deve riprendere gran parte a quel commercio, se non vi
ponga ostacoli ella stessa; che non ha nemmeno bisogno qui, nè di
grand’arte, nè di grande operosità; che per lei più che per nessuno
l’economia politica si ridurrà al lasciar fare e lasciar passare;
ma che se ella s’aggiungesse a un sistema economico proibitivo, o
solamente protettivo, o di preferenze, contra Francia ed Inghilterra,
le due nazioni più passanti e ripassanti per le sue acque, l’Italia
troncherebbe da sè tutte le sue migliori speranze commerciali; cadrebbe
non solamente nel fallo di trascurare le occasioni, ma in quello di
opporsi ad esse; non sarebbe solamente neghittosa, ma avversaria de’
propri interessi, a pro de’ propri avversari. Napoli e tutta la parte
meridionale della penisola, e le due isole Sardegna e Sicilia, vi
perderebbero evidentemente; siccome quelle che per la loro situazione
sono prime e principalmente destinate a’ profitti di quel nuovo
passaggio del commercio orientale. Ma la parte settentrionale della
penisola, o almeno la parte nord-ouest, il Piemonte vi perderebbe per
altre ragioni forse più. Finora il Piemonte fu disgiunto da Francia,
da un muro commerciale, per così dire, ferreo; era pregiudizio
politico ed economico insieme. Ma, non è forse paese al mondo in che
i pregiudizi cadendo lentamente, cadano all’ultimo più certamente;
e v’è incominciato a cadere questo del muro commerciale. Un primo
trattato è stato fatto testè tra Piemonte e Francia, ed alcuni
cenni fanno da credere che si potrà estendere quandochesia; e senza
entrare qui nel merito, nè de’ trattati di commercio in generale,
nè di questo in particolare, questo è senza dubbio principio ed
arra di più larghe comunicazioni, cioè, a parer di tutti oramai i
migliori economisti, di miglioramenti commerciali. A’ quali tutti
dovrebbe dunque rinunciar l’Italia occidentale, rientrando nel sistema
vecchio, facendosi economicamente austriaca. Nè le stesse provincie
orientali o lombardo-venete ne vantaggerebbero. Noi ci riferiamo pur
qui a ciò che crediamo aver dimostrato altrove; tutti i veri e buoni
interessi futuri austriaci sono sul Danubio e non sul Po; ondechè
quanto più s’intenderanno in Austria gl’interessi austriaci, quanto
più progrediranno quell’imperio, que’ popoli, quegli uomini di stato,
quella corte e cancelleria, tanto più sempre sarà sagrificato il Po al
Danubio. Qui il fallo fatto una volta non avrebbe nemmeno il rimedio
che è a tutti gli altri; non che scemare, accrescerebbesi il danno in
ragione del progresso avvenire. — E politicamente poi? I leggitori
informati delle cause, delle vicende e degli effetti di quella lega
doganale germanica, che è finor solo esempio di tali istituzioni, sanno
il grande accrescimento di preponderanza politica venutone a Prussia,
che si trova potenza principale in quella lega. Vorremmo noi procacciar
simile situazione, simile preponderanza all’Austria? Io credo che
niun principe, niun uomo di stato, niun uomo pensante e senziente in
Italia abbia tal desiderio; e che se qualche Italiano pur si trovò a
promuover la lega austro-italica ei fu per un’illusione fattasi troppo
semplicemente, per vero dire, a sè stesso: che non fosse per succedere
in Italia ciò che successe così evidentemente altrove. Ma speriamo
che i molti, i più, o tutti si atterranno a quel modo più naturale di
ragionare, il quale argomenta da simili cause a simili effetti, dal
passato all’avvenire, dai fatti alle probabilità; e che quando fra
cento di queste, ne fosse una sola di accrescere la dipendenza degli
stati italiani, quand’anche invece di vantaggi commerciali probabili
dalla lega austro-italica, basterebbe quell’uno pericolo a farla
rigettare. Gli stati, le persone morali non hanno doveri dissimili
dalle individuali; e se ad ogni uomo è dovere (ed all’ultimo utile) il
rigettar qualunque vantaggio di fortuna acquistato con una viltà, tal è
pure agli stati, alle nazioni[47]. — E conchiudiamo, sperando assenso
unanime italiano, la lega austro-italica sarebbe, quanto a difficoltà
esterna, fattibilissima; ma ella non è desiderabile, è assolutamente
rigettabile da tutti i princi italiani.
5. Caso III.º: lega italica compiuta, ossia de’ principati italiani
e delle provincie austro-italiche. — Questa può essere desiderabile
o no per noi, secondo che ne’ particolari ella si scosterebbe
o s’accosterebbe alla precedente. Chiaro è: se l’unione delle
provincie austro-italiche co’ principati italiani fosse solamente un
nome, una finzione; e se la separazione tra quelle provincie e le
germanico-austriache fosse un’altra finzione o si riducesse ad una
linea doganale di più tra l’une e l’altre; e se quell’unione implicasse
come nel caso precedente, accettazione per noi del sistema economico
austriaco, antiquato e stretto, tal unione non sarebbe desiderabile da
noi nè economicamente nè politicamente. Non economicamente, traendoci
a’ medesimi falli, alle medesime rinuncie di speranze che denunciammo
testè; non politicamente, perchè questi falli ci trarrebbono a
separazione anche politica dalle altre nazioni europee, ed a maggior
unione (che sarebbe maggior dipendenza) colla potenza già troppo
signora nostra. — Se all’incontro i negoziati che s’intavolassero per
la lega italica, e il trattato che ne risultasse fossero tali di far
entrar le provincie austro-italiche in quella larga economia politica
italiana da cui dipendono tutte le nostre speranze commerciali; se così
le provincie austro-italiche si educassero ad una futura unione anche
politica con gli stati italiani, non è dubbio che tal lega sarebbe
non solamente molto, ma la più desiderabile di tutte per l’intiera
Italia; sarebbe arra dataci dall’Austria, del suo rivolgersi dalla
mala politica sua occidentale a quella nuova e buona orientale, la
quale ci farebbe a un tratto da avversari amici ed alleati naturali. —
Ma non c’inganniamo; niun fatto, niun principio di fatto, niun cenno
è di tal rivolgimento; e quanto più la lega esclusivamente italica
s’accosterebbe a buona per noi, tanto più è improbabile ch’ella fosse
accettata dall’Austria presente; quanto più qualunque lega italica
sarebbe proposta od accettata dall’Austria, tanto più probabilmente
ella sarebbe dannosa all’Italia. — E quindi di questa lega comprendente
i principati italiani e le provincie austro-italiche, ei ci pare,
senza fermarvici altrimenti, poter conchiudere: che ben fatta, ella
sarebbe senza dubbio la più desiderabile, ma è la più improbabile; e
che mal fatta, non sarebbe desiderabile; ovvero più brevemente, che la
probabilità vi sta in ragione inversa della bontà.
6. E veniam dunque alla IV.ª ed ultima delle leghe accennate, a quella
de’ principati italiani soli fra sè. — E di essa diciam subito, che
difficilissima in apparenza, ella non è tale in realtà; se non si tenga
forse per irrealtà, impossibilità, supposizione assurda, quella che i
principi italiani abbiano il volgar coraggio di non veder pericolo dove
non è. Io direi anzi che sarebbe ingiustizia non isperar tal coraggio
da due o tre di questi principi; i quali unendosi potrebbon fare il
nocciolo, a cui si unirebbon gli altri, come avvenne in Germania. Qui è
luogo da ridere: che in tempo e per le opere di pace i principi piccoli
son potenti (grazie alle condizioni della presente civiltà cristiana)
quanto i più grandi. Siami lecito recar un esempio che mi par quadrare
al caso. In quegli anni che seguirono la restaurazione di Ferdinando
VII di Spagna, e che la nazione spagnuola, insuperbita della recente
difesa, e credendo aver essa liberata l’Europa, anzichè essere stata
liberata da nessuno, trattava verso l’altre nazioni grandi o piccole
con una superbia che è rimasta famosa nella diplomazia, trovossi
un giovane diplomatico incaricato colà degli affari di una potenza
italiana. Ed avvenendogli d’incontrare difficoltà, e non potersi far
render giustizia negli affari commerciali che sorgevano ogni dì,
zelante siccome novizio ch’egli era, ei se ne veniva rammaricando
con un altro diplomatico sperimentatissimo in quella corte, e che
degnamente rappresentava colà una delle principali potenze europee.
Ma questi «Che volete? fate come fo io. Prendete pazienza». — «E
che?» ripigliava il novizio. «Vi avverrebbono essi anche a voi di
questi incontri?» — E l’altro «Certo sì; ogni dì; a me, ed a tutti,
quanto a voi». — «Ma come lo soffrite voi, rappresentanti di grandi
potenze, che potreste d’un cenno annientar questa superbia spagnuola?»
— «Noi?» ripigliava l’assennato e sperimentato. «Nol possiam noi più
che voi. Noi abbiamo più navi, più armi, più eserciti, e forse più
coraggio che non costoro, è vero; ma finchè non si viene all’usar
tutto ciò, finchè non ci è guerra, e in tutti gli affari di che non
si vuole nè può fare un caso di guerra, una potenza piccola vale
una grande, Spagna, qual è ridotta quanto noi fiorentissimi, e voi
quanto noi verso essa. Questi Spagnuoli non sono stolti, sanno ciò,
sanno di poter quanto noi in tutto ciò che non è caso di guerra, ed
usano ed abusano di questa situazione di pace, sempre favorevole ai
piccoli». — E il diplomatico novizio se ne capacitò tanto più, ch’era
massima buona a riportar a casa; e ne conchiuse fin d’allora: che i
principi piccoli italiani possono molto più che non si suol credere,
in tempo di pace; e tanto più poi, che non solamente per le cose
dappoco, ma nemmeno per le dappiù, non torna conto all’Austria il
romper guerra. — E difatti, facciamo il caso (minore, ma simile ad un
altro posto già nel testo del libro) che due o tre principi italiani
consentissero un bel dì nella opportunità d’una lega doganale, e
che tenendo giusto conto degli immensi interessi meridionali, e dei
minori, ma pur grandi settentrionali, facessero cedere questi a quelli
(all’incontro di ciò che vedemmo doversi fare nell’impresa eventuale
dell’indipendenza), e che convenissero i due o tre nelle condizioni
principali, e che accedendovi gli altri più o meno, una lega doganale
qualunque si conchiudesse e firmasse; io lo chiedo a’ più prudenti od
anche timidi, che ne avverrebbe o duranti le trattative o conchiuso il
trattato? Molto probabilmente, il confesso, che Austria s’opporrebbe.
Ma di nuovo, che vorrebbe dire, che sarebbe questa opposizione di
lei? Che darebbe note, od anche farebbe proteste, od anche (benchè
non è probabile) che interromperebbe le relazioni diplomatiche, e più
probabilmente che chiuderebbe più che mai suoi limiti, aggraverebbe
suoi dazi, separerebbe dalla restante Italia le sue provincie italiane.
Ma tutto ciò, nemmen questa separazione, non sarebbe gran danno
economico nè politico; e quando fosse, sarebbe largamente compensato
dai vantaggi economici e politici della lega. E quanto a guerra, le
sarebbe impossibile; o, se mai, le sarebbe immanchevolmente funesto.
Se i principi italiani proseguissero tranquillamente il fatto loro, nè
Austria, nè nessuno non potrebbe nè impedir loro d’adempiere l’ideato,
nè far loro disfare il già fatto. E non vi si vorrebbe nemmen segreto;
alla faccia di tutta Europa si vorrebbe provare una volta se sieno
o no indipendenti secondo i trattati questi principi italiani: alla
faccia d’Europa tutta, e coll’aiuto di mezza, si vorrebbe rivendicare
ciò che ce ne fosse imprudentemente negato. Le seccature, i disturbi,
le cattive ragioni, le minacce, non son pericoli; son parole, e nulla
più. E se n’avrebbono in abbondanza senza dubbio, ma non altro;
ondechè, in somma, a far la lega che diciamo, ci si vorrebbe men
coraggio, che operosità, meno uscir di timori, che di pigrizia. — E
ne varrebbe la fatica per li grandi vantaggi che ne risulterebbono.
Politicamente, una lega doganale non val per certo una politica, e
tanto meno una confederazione stabile. Ma ella varrebbe molto più
che non tutti insieme quei mezzi vantati di unire e nazionalizzare
nostra nazione; più che non i trattati tipografici, e i congressi
scientifici, e i comizi agricoli e via via; che son pur unioni buone,
ma minori. Lo sperimento di Germania è evidente; e quest’evidenza è
quella appunto che farebbe quindi l’opposizione dell’Austria, e quinci
il merito de’ principi italiani di non lasciarsene spaventare. E il
medesimo sperimento fa evidente l’utilità economica. L’Italia si trova
in condizioni simili alla Germania; sminuzzata anch’essa in parecchi
Stati, intermediaria tra l’Oriente e l’Occidente, con interessi
provinciali non tanto simili da nuocersi colla concorrenza, non
tanto diversi da non potersi accordare; ondechè non è dubbio che una
lega simile fatta con principii similmente larghi, produrrebbe senza
dubbio simili effetti, simili vantaggi. Se non che anzi la situazione
dell’Italia in mezzo al Mediterraneo, cioè alla via probabile di tutto
il gran commercio avvenire, è molto più felice che non quella della
Germania; ondechè si potrebbono prevedere risultati anche maggiori. E
conchiudiam pure: che, dato solamente nei principi il coraggio bastante
a non veder pericolo dove non è, la lega de’ principati italiani
sarebbe possibile e vantaggiosa tutt’insieme.
7. Ricapitoliamo dunque il paragone delle quattro leghe:
La germanico-italica sarebbe forse la più desiderabile, ma è la più
difficile di tutte ad effettuarsi;
La austro-italica sarebbe la più facile, ma non è desiderabile, non è
accettabile assolutamente da niuno stato italiano;
La italica compiuta, non sarebbe facile se desiderabile, non
desiderabile se facile; ondechè insomma, nelle condizioni presenti, non
è desiderabile nè facile;
La sola lega de’ soli stati italiani (impossibile in apparenza a’
paurosi od inoperosi) è di fatto possibile e desiderabile.
E lascio trar la conchiusione a ciascuno; che la trarrà buona, in
ragione inversa della propria paura e pigrizia.
8. Eppure qualche cosa è da fare. Lasciando la questione politica e
riducendoci all’economia, apparirà evidente a ciascuno la necessità
d’una lega doganale italiana, e d’una fatta su larghi principii
commerciali, e d’una fatta prontamente. — E prima, è principio,
dogma economico universalmente accettato, che quando molte nazioni
vicine entrano in un gran progresso commerciale, quella che rimane
stazionaria cade nel danno di retrocedere, non solo comparativamente,
ma positivamente. Se questo principio avesse bisogno di dimostrazione,
la storia nostra ce la darebbe. Al sorgere del secolo XVI il commercio
italiano era ancora il principale di tutti; ma Portogallo e Spagna,
poi Inghilterra, Olanda e Francia essendosi aperte nuove vie e nuovi
mercati, l’Italia, che non seppe prendervi parte, non solamente
decadde dalla sua condizione relativa, ma dalla sua positiva, da quasi
tutta la sua navigazione, da quasi tutte le sue industrie, e, se non
decadde, rimase stazionaria nella sua agricoltura. — Ora, a’ nostri
dì, non solamente molte nazioni europee hanno un’operosità commerciale
superiore all’italiana, ma hanno ogni probabilità di accrescerla
tuttavia; Inghilterra con essersi procacciati nuovi mercati alla Cina
e nell’Oceania, e con essersi aperta la nuova via del Mediterraneo e
dell’Egitto a tutti gli immensi mercati suoi orientali nuovi o vecchi;
Francia col suo muoversi alacramente a que’ mercati ed a questa via;
Olanda per il progresso continuante nelle sue colonie cinesi, e perchè
pur si approfitterà della Cina e del Mediterraneo; Germania colla
sua lega e con sua liberalità commerciale; e forse in breve Spagna,
se, uscendo da sua mala operosità politica, entrerà (come succede)
con pari ardore in una nuova operosità commerciale, valendosi della
medesima nuova via del Mediterraneo. È evidente: tutti han progredito
o minacciano progredire. Se non progrediamo noi pure, ci avverrà una
seconda volta di peggiorare nelle nostre condizioni relative; e quindi
secondo ogni probabilità anche nelle positive; qual che sia la nostra
operosità presente noi perderemo anche questa, tutta o in gran parte.
— E come poi possiam noi progredire? Certo, non conquistando anche noi
grandi colonie, chè non n’abbiam forza; non aprendoci nuovi mercati
orientali, dove saranno non solo ultimi, ma sconosciutissimi; non
isperando competere co’ nostri prodotti industriali, troppo rimasti
indietro, nè co’ nostri agricoli, troppo scarsi e cari al paragone.
Noi non abbiamo speranza buona di progressi commerciali, se non dalla
nostra mirabile situazione in mezzo a quel Mediterraneo, attraverso
a cui s’è ricondotta, senza fatica nè merito nostro, la via del
commercio universale. Per noi han lavorato, e lavorano tutti questi
che riconducono il commercio europeo-asiatico (il massimo de’ commerci
del mondo), nel nostro mare. Chi va e chi viene ci passa in vista,
solca nostre acque, tocca o vede i nostri porti. — Ma non c’inganniamo;
veggiamo i vantaggi di questa nostra situazione quali sono, nè più nè
meno. Essi non ci possono venire se non dalla vicinanza, che può fare i
nostri prodotti più facili a spacciare in Oriente, i prodotti orientali
più facili a spacciar da noi, e i porti nostri, scali o depositi a
chi va e viene; vantaggi dunque di esportazioni, di importazioni,
di scali. Ma fra questi tre, il vantaggio solo dell’esportazioni si
potrebbe forse serbare da’ paesi piccoli e disgiunti della nostra
Italia; i due altri dell’importazioni e degli scali non si possono nè
serbare nè accrescere se non invitando co’ mercati grossi e con gli
approdi facili; i quali poi nè gli uni nè gli altri non possono essere
se non in paesi grandi, ovvero in piccoli congiunti da una lega. Agli
stranieri niun porto nostro non è mercato nè scalo necessario, non è
se non facoltativo, e non sarà adoprato se non sarà mercato grosso e
approdo facile; ed ai nazionali stessi, cui i porti nostri son mercati
e approdi necessari, essi non saran buoni se non colle medesime
condizioni. Finchè Otranto o Napoli non saranno se non mercati del
Regno, finchè Ancona o Civitavecchia non saranno se non degli stati
del papa, Livorno di Toscana, Genova del Piemonte, niuna spedizione
grossa si farà mai da o per Otranto, Napoli, Ancona, Civitavecchia,
Livorno o Genova. Ma se ognuna di queste potesse essere mercato,
deposito, transito di tutta o molta Italia, certo vi moltiplicherebbe
l’invito, l’approdo e per le navi straniere e per le nazionali; e
moltiplicherebbero quindi, non solo le industrie, i commerci propri
de’ luoghi di scalo o di transito, ma per effetto immanchevole,
tutte le produzioni dell’industria e dell’agricoltura nazionale. Il
fermarsi nelle prove di ciò sarebbe non altro che pedanteria, sarebbe
ripetizione inutile di ciò che è saputo da qualunque mediocremente
informato delle scienze e de’ fatti della pubblica economia[48].
9. Ne è dubbio a questi informati: che la legge dovrebbe esser fatta su
principii commerciali larghissimi. — Ognun sa che i vantaggi della lega
doganale germanica furono effetto, meno forse del fatto stesso della
lega, che non della larghezza de’ principii su cui ella sorse e crebbe.
Non solamente in Germania, ma in Inghilterra, in Francia, in Italia, e
dappertutto, la scienza è unanime nel tener come dogma quella larghezza
o liberalità. I pratici soli se ne scostano; e non già, negando que’
principii, ma solamente la possibilità di questa o quella applicazione;
non combattendo i dogmi, ma introducendo eccezioni. Nè sarebbe forse
difficile mostrare la vanità di quasi tutte queste eccezioni in tutti
i paesi dove si van facendo. Ma riduciamoci all’Italia e veggiamo
se l’apertura de’ nostri porti, l’abolizione de’ dazi protettori,
le larghezze commerciali nocerebbero o gioverebbero alle nostre
navigazioni, alle nostre industrie, alle nostre agricolture.
I.º Contro alla libera navigazione, ei si suol citar quell’atto di
navigazione inglese che, escludendo o svantaggiando le straniere,
dicesi aver promosso la nazionale. Ma in questa citazione ei mi
par che sia un cumulo d’errori gli uni sugli altri. Perciocchè
non è provato che quell’atto restrittivo sia stato quello che fece
crescere la navigazione nazionale; questa crebbe per la situazione
dell’Inghilterra, intermedia a molte nuove vie, a molti nuovi mercati
aperti nel 1500; come è intermedia ora la situazione dell’Italia alle
vie riaperte ora. Poi, la nostra navigazione non è in su suoi principii
com’era allora l’inglese; è anzi decadente o almeno stazionaria; non
si tratta di insegnarci a costrur navi o a condurle, ma a costrurle e
condurle al par degli emuli, a che anzi ci può giovar l’emulazione, ci
debbono nuocere i privilegi. E finalmente e principalmente, Inghilterra
ha ora abbandonate queste strettezze; e ci insegna così, non a
prenderle, ma appunto ad abbandonarle; Inghilterra conosce l’età nostra
commerciale; noi dobbiam seguire non gli usi che lascia, ma quelli che
prende. Quando finirem noi di prendere gli abiti fuor d’uso agli altri?
— Ma lasciando gli esempi bene o mal citati, ci si permetta porre
a dirittura una alternativa conchiudente. Ovvero le nuove facilità
accresceranno effettivamente il numero delle navi straniere sulle
marine italiane; ovvero no. Se no, le condizioni delle navi italiane
rimarran le stesse che sono ora, quanto a concorrenza; ed elle si
miglioreranno inoltre di tutte le facilità di che non si saran voluti
valere quegli stranieri. Se all’incontro se ne varranno gli stranieri
ed accresceranno la navigazione sulle nostre marine; così pure ce ne
potremo valer noi, ma con tutto il vantaggio (immenso, come sa chiunque
abbia per poco atteso a questi studi) che ha sempre la navigazione
piccola ma vicina, breve, ripetuta, e moltiplice, il cabotaggio e il
quasi cabotaggio, sulla navigazione grande, ma lunga e rara. Apransi i
porti italiani; chi se n’approfitterà più? Certo non le navi in corso
lontano, e massime non quelle che abbiano approdi propri; certo le navi
italiane che han tempo a far tre viaggi, mentre l’altre uno, ed a cui
gli approdi nostri sono gli unici e naturali. — Ora, mentre scriviamo,
non è forse gran porto italiano dove non sia qualche navigazione
straniera più privilegiata in qualche rispetto, che non qualche altra
navigazione italiana. È vergogna, è danno grave. Ma, vergogna e danno
maggiore, il governo di Roma propose già di equiparare alla propria
le navigazioni di tutti quegli altri stati italiani che volessero
corrispondere con simile liberalità; ed a tal liberal proposizione non
corrispose finora niuno stato italiano!