questione. Il vizio essenziale della patria nostra è l’ozio; l’ozio,
a cui siamo invitati dal dolce clima, dal bel paese nostro; a cui
fummo avvezzi più o meno da tre secoli; in cui siamo mantenuti dalla
natura de’ nostri governi, che non chiamano il comune degli uomini a
niuna deliberazione; a cui siamo sforzati dall’oppressione straniera,
che c’impedisce tante operosità incompatibili colla dipendenza.
L’ozio, il beato far niente, od anzi (come udii riprendere sè stesso
un uom di stato italiano) il _beatissimo far niente_; la massima
(che fu d’un altro, il quale sarebbe stato grande fuor d’Italia),
la massima che _il mondo va da sè_, sono il gran vizio italiano.
Popolani piccoli, popolani _grassi_, commercianti, nobili o grandi,
uomini di stato e di chiesa, e principi, quasi tutti cadono più o
meno in questo vizio. Non è vizio nativo, naturale, posciachè noi
fummo la nazione più operosa del mondo; ma è oramai vizio vecchio,
nazionale. Non è ozio del seicento, perciocchè già da un secolo e mezzo
ne andiamo uscendo un poco; ma è grande ozio tuttavia, al paragone
della operosità contemporanea del resto della Cristianità. Non è
ozio all’Orientale, ma è ozio ancora anticristiano. — Ma la grande
operosità altrui è quella appunto che ci debbe dare speranze. Qui men
che altrove non servono isolamenti e dogane; l’operosità cristiana
c’invaderà (s’intende se l’aiutiamo) sempre più. Gli stranieri ci
venner già oppressori o corruttori, o l’uno e l’altro insieme. E di
tali ci restano in seno molti pur troppo; e di tali ce ne arrivan
talora. Ma sappiam distinguer da questi, tutti coloro che ci recano, il
rimedio a tutte le corruzioni, le loro operosità; scienziati, artisti,
commercianti, uomini di mare e militari, tutti quelli specialmente
che ci dan l’esempio e la spinta in mezzo al nostro Mediterraneo, e
verso quell’Oriente, onde ci ha a ritornare riaccresciuta la nostra
operosità. Apriam pure le porte a siffatti stranieri; concediam loro
quell’ospitalità italiana, già troppo facilmente conceduta agli oziosi
e corruttori, già troppo male lodata da costoro. Facciamo a casa
nostra ciò che fanno essi alle loro; non accettiam guari altre lettere
di raccomandazione o d’introduzione se non il merito di ciascuno, il
capitale d’opere o almen d’idee ch’ei viene aggiugnere alle nostre. —
E non contentiamoci poi di accogliere e lodar tali ospiti. Aiutiamoli
ed imitiamoli. — Epperciò non solamente accresciamo l’operosità nostra,
ma volgiamola nella sola direzione che sia buona oramai; in quella del
progresso cristiano. Questo aiutiamo; di questo aiutiamoci; epperciò
sappiam vederlo, confessarlo, professarlo ed anche nominarlo. I nomi,
le parole anche esse sono doni di Dio; e il rinnegare quelle che sono
universalmente accettate in ogni secolo è, se non colpa, gran pericolo;
è quasi rinnovamento della confusione babelica, è diminuzione delle
idee acquistate dalla propria generazione. E quindi parvemi accettare
quella di progresso; senza badare agli abusi fatti di essa, come di
tante altre scientifiche, politiche ed anche religiose, le quali non si
rigettarono perciò. Ma m’inganno io forse? E la parola progresso è ella
più abusata che ben usata, più da rigettarsi che da accettarsi, non
corretta, non determinata abbastanza dicendo cristiano quel progresso?
Trovisi qualunque altra da uno di que’ tanti che son vaghi di novelle
nomenclature, e le prendono o danno per invenzioni; trovisi qualunque
altra per esprimere la serie di memorie, di fatti presenti e di
speranze che noi abbiam comprese sotto il nome di progresso cristiano.
Ma questa serie è importante il nominarla, e più il confessarla e
professarla colle opere, coll’intiera vita. È importante a’ principi,
uomini di stato, scrittori, scienziati, artisti ed anche privati di
qualsiasi nazione; perchè quanto operano ed opereranno in tal senso
dell’operosità universale rimarrà, aiutato da questa, a gloria loro,
e, che è più, ad utile del genere umano; quanto operano ed opereranno
in senso contrario sparirà, sarà nullo, o non rimarrà se non più o men
compatito, come sprecamento di opere fuor delle vie della Provvidenza.
— Ma più che ad ogni uomo è importante ad ogni nazione; perchè ogni
uomo può sì esser virtuoso, seguendo quei semplici precetti che son
compresi in qualunque dottrina cristiana, senza rendersi conto della
alta mira, anche terrena, di essi; ma a congiungere le operosità, le
virtù personali in nazionali, sono necessari uno scopo materialmente
visibile, una via largamente aperta; il quale e la quale poi non
possono essere oramai se non lo scopo e la via della cristiana
operosità. Questa fu sempre la principale, ma ora è la sola sull’orbe,
non lascia luogo a nessun’altra; fuor di questa non è salvezza, nemmen
terrena; qualunque nazione non entri in questa, non vi prenda l’ufficio
suo, non ne troverà altro; cadrà in inoperosità, in vizi, sventure e
vergogne. E badivisi bene poi; ogni nazione ha dalla natura, dalla
situazione sua, di necessità, l’ufficio suo nella Cristianità. Son
passate o presso a passare le età de’ primati comprendenti quasi tutte
le operosità, de’ primati onnipotenti ed onnioperanti. Incomincia o
sta per incominciare l’età, che ogni nazione cristiana potrà e varrà
secondo il proprio ufficio, non primeggerà se non nel cerchio di esso,
lasciando primeggiare ogni altra nel suo; e l’ufficio, il primato
parziale di ciascuna si fa più chiaro, ogni dì. La nazione britannica
può più ch’ogni altra, e primeggia su quasi tutti i limiti della
Cristianità, in diffusione di territori, di schiatte, di commerci, di
civiltà cristiane. La nazione francese può e primeggia in diffusione
religiosa e civile al limite affricano, e in diffusione di colture
nell’interno della Cristianità. La nazione germanica può e primeggia
nell’ufficio di distruggere tutte le reliquie de’ primati universali,
s’accosta in industrie alla britannica, in civiltà alla britannica
e francese, le supera in liberalità di commerci, le agguaglia o
supera in intensità di studi; ha forse ufficio di ricondurre essa a
quell’unione religiosa da lei distrutta or son tre secoli; e non può
se non essa aver l’ufficio d’inorientare il territorio europeo della
Cristianità. La russa non può se non essa aver l’ufficio d’inorientarla
ulteriormente; avrebbe quello di ripopolar di cristiani tante regioni
già fiorenti, or deserte in temperatissimi climi, e quello di popolare
le settentrionali estreme. Ed a Polonia, a Grecia, a Spagna pure,
si faranno chiari i propri uffici, quando escano, la prima da quella
dipendenza assoluta che non ne lascia adempier nessuno, e la seconda e
la terza da que’ noviziati d’indipendenza e libertà, che li lasciano
adempiere male. E così tutti gli stati americani, pur novizi; e così
quanti altri cristiani sorgessero. A tutti, o quando entrano nella
gran società, o quando rientrano nella grande operosità, è forse
inevitabile un tempo di noviziato; ondechè la grand’arte agli entranti
o rientranti è abbreviare il noviziato, entrare o rientrar pronti
ed alacri nell’operosità, nell’ufficio. — E così sia a noi, o miei
compatrioti principalmente; sia arte e virtù nostra, il rientrar pronti
ed alacri nell’operosità, nel progresso universale; epperciò vedere,
riconoscere, accettare ed adempiere i nostri uffici in essa; tutti gli
uffici nostri, non meno e non più. I quali, mutate le età, non sono
nè possono esser più nè di riunire il mondo occidentale, riunito da
XIX secoli, nè di far sorgere la civiltà e la coltura cristiana, surte
da IX; non sono nè posson essere di restaurar il primo nè il secondo
primato nostro, nè d’instaurarne niuno simile, assoluto, universale.
Ma sono pur belli e grandi, e da contentare qualunque ambizione
nazionale gli uffici a che possiamo e dobbiam pretendere tuttavia.
Noi possiamo primeggiare in quell’arti liberali che sono uno dei più
bei fiori della civiltà e della coltura, e nelle quali non sorse mai
nazione, non la greca stessa, pari a noi, e in alcune delle quali noi
serbiamo oggi ancora, perduti gli altri, il primato. Noi possiamo
forse primeggiare di nuovo, ma possiam certo pareggiar chicchessia
in quelle lettere a cui strumento abbiamo una delle più belle lingue
che sieno state mai. E noi possiamo primeggiare o pareggiare in
quelle scienze in cui primeggiò primo fra’ moderni Galileo, ed in cui
Lagrangia e Volta pareggiarono testè i più grandi. E noi potremmo e
dovremmo non rimaner secondi a nessuno in quelle industrie, in quei
commerci in che primeggiammo già finchè lor vie furono per il nostro
Mediterraneo, in che scademmo per non aver seguite le vie mutate, ma in
che dobbiamo poter di nuovo, or che si riconducono quelle tutto intorno
alle nostre costiere, tutt’attraverso alle nostre acque. E possiamo
e dobbiamo poi primeggiare in quell’ufficio massimo di circondar noi
immediati la sede centrale della Cristianità, di difenderla, di tenerla
e farla compiutamente indipendente. Quest’è il principale ufficio
nostro (svelato, dichiarato, fatto incontrastabile in tutte l’opere
del Gioberti); quest’è l’ufficio il quale, piaccia o dispiaccia,
paia piccolo o grande, accettisi ringraziando o rassegnandosi, è
incontrastabile, è naturale, è costituzionale a noi, dura e durerà
quanto la Cristianità; l’ufficio per cui adempiere i migliori dei
nostri padri spesero il sangue di generazioni e generazioni; per cui
non dovremmo negar noi il nostro, se non che noi avremo a spendervi
probabilmente meno sangue che virtù. — Ma sangue o virtù, noi
dobbiamo spendere quanto è nostro nell’adempimento di questi uffici
nostri, epperciò di quell’indipendenza che n’è indispensabil mezzo.
In età barbare od uscenti di barbarie, poteva bastare l’indipendenza
incompiuta, col desiderio di compierla. Ma in età progredite, non serve
se non la compiutissima; perchè l’altre nazioni che l’han compiuta
ci soverchiano con ciò in modo da umiliarci, se non opprimerci, e
che agli umiliati non meno che agli oppressi non può restar capacità
di adempiere bene niun ufficio. Le arti non possono sollevarsi, le
lettere non possono esistere, le scienze stesse patiscono; i commerci
non si svolgono per gli umiliati dalla dipendenza, in mezzo alla quale
è poi del tutto impossibile adempier l’ufficio di ben circondare la
sede centrale della Cristianità. L’indipendenza è un dovere a tutte
le nazioni senza dubbio; ma all’altre è uno di quei doveri verso
sè stesse, nel cui adempimento non ha ad entrar altri a giudicare
e meno ad operare. Ma a noi è dovere non solo verso noi, ma verso
l’universa Cristianità, cioè, ormai verso l’intiero genere umano; od
anzi dover più che umano, verso il divin fondatore e mantenitore della
Cristianità. Stima degli uomini, aiuti di Dio, non si ottengono, se non
adempiendo ciascuno, uomo o nazione, il proprio dovere. Fu così sempre;
ma or tanto più quanto più progredisce il genere umano; perchè quanto
più progredisce in esso ciascuno, tanto più ha bisogno per adempiere
il dover proprio, che ciascun altro adempia il suo. Non adempiremo
noi il nostro o per ignoranza o per negligenza, per non sapere o per
non voler riconoscere le condizioni universali della Cristianità?
Allora (io lo protestai già, e non vi fu atteso dai disperanti, a cui
giovava affiggermi il ridicolo predicato di speranzoso), allora, io
lo protestai e lo riprotesto, tutte le speranze che io sono venuto
moderatamente svolgendo, e tanto più quelle più magnifiche presentate
da altri, e quante altre sieno state o possano esserci presentate mai,
saranno vane. Sprecando in operosità dipendenti o troncate, od in vane,
od in ree, i doni fatti da Dio larghissimamente all’Italia, continuando
sogni, _mutando lato_ nel letto d’infermità, nel gran circolo vizioso
in che giacciamo da secoli, farem non più che mutar dipendenze e
sventure e vergogne; e dipendenze, sventure e vergogne ci terranno
afferrati nell’ozio, l’ozio ne’ vizi, ed ozi e vizi ci apparecchieranno
nuovi ferri. Adempiremo noi, o almeno proseguiremo noi, o solamente
incomincieremo noi a proseguire i nostri doveri nella Cristianità?
Allora, mentre cadranno da sè tutte le vane, tutte le ree speranze,
cresceranno d’altrettanto tutte le buone. Tutte le occasioni perdute
da’ maggiori non ci sgomenteranno più, quando ci paia naturale che si
perdessero nella barbarie o nella mezza civiltà o nella corruzione,
ma naturale che non si perdano più in mezzo alla civiltà presente. La
grande occasione della caduta e della divisione dell’imperio ottomano,
che ci parve probabile e buona studiandola in sè, ci parrà tanto più
probabile e più buona considerandola come uno degli eventi necessari
all’avanzamento della Cristianità. Se mancasse quell’occasione, noi
vedremo immanchevole qualche altra simile ed equivalente. Se si facesse
aspettare oltre ogni giusta previsione, non perciò dimenticheremo o
guasteremo l’impresa nostra precipitandola. Gli aiuti esterni, già a
ragione temuti, si temeranno meno venendo dalla Cristianità progredita,
a noi progrediti. Le unioni interne tra principi e principi, principe
e popolo, grandi e piccoli, tutte le unioni italiane, già così
rare e corte, si faranno più frequenti e più durevoli in mezzo alla
progredita Italia. E la virtù, quel sommo o solo mezzo che dicemmo
all’indipendenza, la virtù nostra ci sarà agevolata dagli esempi e
conforti altrui, quando li sappiamo accettare; in vece di cercar esempi
e consolazioni ai vizi dal paragone dei vizi. — Noi compendiamo già il
discorso nostro sulle speranze speciali della patria, proferendo un
solo scopo, l’indipendenza; un solo mezzo la virtù. Ma ampliate ora
le osservazioni nostre all’intiera Cristianità, ed accresciuteci le
speranze dalle crescenti condizioni di lei, aggiugniam pure arditi: che
l’indipendenza arrivata ci si farà mezzo a virtù ulteriori. Siffatto
circolo virtuoso è immanchevole, non meno che il vizioso opposto.
Così voglia il pietoso Iddio dar forza all’Italia d’uscir da questo,
per rientrare in quello finalmente; forza di cercar virtù come mezzo
necessario d’indipendenza, indipendenza come mezzo necessario di virtù.
CONCHIUSIONE
Io ho posta e cercata sciogliere nel presente libro la sola questione:
QUALI ABBIANO AD ESSERE LE SPERANZE D’ITALIA. Ora un’altra, il
riconosco, una forse di più concitante interesse, sarebbe a porre
e sciorre; QUANTO GRANDI POSSANO ESSERE QUESTE SPERANZE. Ma tale
scioglimento sarebbe, a parer mio, molto più difficile e molto meno
importante. — Sarebbe più difficile, perchè a determinare la quantità
delle speranze, ci si vorrebbe prima poter determinare la quantità
delle virtù nazionali, proporzionali essendo sempre le due. Chi dice
speranze, dice probabilità, non certezze; dice fatti eventuali, non
adempiuti; dice potere, non volere; dice cause, e non effetti; vuol
ispirare il sentimento delle cause presenti, affinchè producano effetti
avvenire. E quindi s’intende da sè (tranne da coloro che, per non
intendere, mutan senso alle parole d’uno scrittore, o peggio, mutano,
combattendolo, le idee di lui), s’intende da sè che il passaggio d’una
causa presente ad effetto avvenire, dipende poi da ciò che i filosofi
direbbero attuazione o virtù efficace, e noi dicemmo più semplicemente
virtù. E s’intende da sè che questa, or progrediente, può continuare
ad accrescersi, può fermarsi e può retrocedere, e s’intende da sè
che ciò dipende poi principalmente da que’ pochi uomini i quali si
trovan ora duci della nazione, duci de’ fatti nostri, duci delle
nostre speranze; que’ pochissimi il cui sommo privilegio è che le loro
virtù personali valgano per migliaia e centinaia di migliaia, nella
somma totale delle virtù nazionali. E queste virtù personali sono,
non che difficili, impossibili a conoscersi, a valutarsi da niun uomo
al mondo; sono anch’esse uno de’ segreti della Provvidenza. Tal uomo
che pareva aver in serbo grandi virtù non ne produce poi una mai,
tal altro non pareva averne nemmeno il germe, e dà frutti inaspettati
all’occasione, e tal fa nascere egli stesso le occasioni, spinto com’è
da quella virtù ch’era in lui, nascosta a tutti, salvo a Dio ed a
lui, o nascosta talora ad esso stesso. Ma, grazie a Dio, tutto questo
calcolo della quantità delle speranze, della quantità delle virtù
nazionali e personali, non è poi importante, non è almeno se non a’
timidi ed oziosi. Questi soli han bisogno per entrare in una buona
impresa, di sapere quanta sia la probabilità della riuscita, quanto
lunga la via; i codardi chiedono al mattino della battaglia il calcolo
delle probabilità della vittoria. I forti e costanti non soglion
chiedere quanto fortemente nè quanto a lungo, ma come e dove abbiano
a combattere, non han bisogno se non di sapere in qual posto, per qual
via, a quale scopo; e sperano poi, ed operano, e combattono, e soffrono
ivi fino al fine della giornata, lasciando a Dio gli adempimenti. —
Facciam ciascuno l’ufficio nostro, a nostro posto, fino all’ultimo
di nostra potenza; lasciamo alla Provvidenza l’ufficio suo. Anche in
condizioni peggiori, con probabilità, con isperanze minori che non le
nostre, un caso, un uomo, risollevarono sovente le nazioni cadute, ma
avviate a virtù. — Od anzi, un caso, un uomo non mancarono loro mai.
— Od anzi, non vi sono casi al mondo; una Provvidenza regna, e regnò
quaggiù in tutti i secoli della lunga vita del genere umano, e quella
Provvidenza non ha, non può avere altro scopo quaggiù se non la virtù;
non mancò mai ad aiutarvi chi vi s’aiuti, promise anche un angelo a
salvar un giusto, e non negherà un uomo, un’occasione a salvar una
nazione virtuosa; non negherà il grande strumento d’operosità e virtù,
ad una nazione che voglia veramente entrare a far l’ufficio, tutto
l’ufficio suo nella Cristianità.
APPENDICE.
SE E COME SIA SPERABILE UNA LEGA DOGANALE IN ITALIA
1. L’idea d’una lega doganale italiana si è certo presentata molte
volte alla mente non solo degli uomini di stato, ma di quanti
commercianti e viaggiatori italiani o stranieri sentono ogni dì i danni
materiali del nostro sminuzzamento. E probabilmente molti di questi
ultimi accusano i primi di negligenza o d’incapacità, perchè non fanno
ciò che si vede così felicemente fatto altrove. Ma il vero è, che se
è talor questione difficile a sciogliere, quella dell’accessione di un
semplice stato germanico alla lega già esistente colà e fiorente; molto
più difficile è quella della costituzione di qualunque nuova lega, e
difficilissima poi per le sue complicazioni quella d’una lega italiana.
Ne fu trattato da non pochi scrittori[46]. Ma perchè gli stranieri
non possono preveder tutte quelle complicazioni, e i nazionali non ne
possono discorrere, ei non fu forse distinto finora sufficientemente
tra le varie leghe immaginabili, quali sieno possibili, quali
desiderabili, nè come desiderabili. Per intendersi bisogna distinguere.
Ciò tento fare, brevemente, secondo le convenienze di questo libro,
epperciò supponendo nei miei leggitori, non solamente la cognizione
delle scienze economiche in generale, ma quella in particolare del
fatto e de’ risultati della lega doganale germanica. Lasciamo i grossi
libri a coloro che voglion rimuovere il secolo dalle sue vie; chi
accetta queste, può esser breve, riducendosi a cercare come entrarvi,
come seguirle più opportunamente in ciascuna opportunità.
2. Due casi s’affacciano nel primo mirare alla questione. La lega
italiana potrebbe esser fatta, o tra i principati italiani soli, o
comprendendovi l’Austria. Ma questa può comprendervisi per le provincie
italiane sole, ovvero per tutto l’Imperio. E, considerato poi che in
quest’Imperio austriaco è surta la questione dell’entrar esso nella
lega doganale germanica, sorge il nuovo caso che l’Imperio austriaco
acceda con tutta questa alla italiana. Ondechè sono in tutto quattro
casi, quattro modi immaginabili; cioè, procedendo dal più lato a’ più
stretti:
I.º Una lega germanico-italica;
II.º Una lega austro-italica;
III.º Una lega compiutamente italica;
IV.º Una lega de’ soli principati italiani.
3. La I.ª, la lega germanico-italica sarebbe, per vero dire, magnifica
idea, magnifica combinazione. Tutta la media Europa collegata
insieme. Un moderatore tra l’Occidente e l’Oriente contrappesanti.
Inghilterra, Francia e Spagna tendono ad unirsi con o senza una gran
lega occidentale; non prossima per certo, ma non impossibile forse un
dì o l’altro. Ma anche senza tener conto di siffatta eventualità, anche
senza uscir del presente, non è dubbio che i grandi e veri interessi
commerciali dell’Europa media, dal Baltico al Mediterraneo, sono molto
simili; e che sarebbero quindi ben promossi da quest’unione economica
di tutte le popolazioni comprese tra i due mari. Queste unioni
economiche son talora più profittevoli che le stesse comunicazioni
materiali; le producono, o vi suppliscono. A coloro poi che sieno
entrati nell’idee del nostro libro, questa riunione di tutta Italia
con tutta Germania parrà anche più importante; la questione, od anzi
tutte le questioni orientali si scioglierebbero molto più facilmente,
se queste due nazioni si potessero intendere come due uomini. Ei s’è
usato ed abusato di quell’espressione, del _sollevarsi le nazioni
come un uomo_. Non si potrebb’ella mettere in uso pur quest’altra,
_d’intendersi come due uomini?_ In ciò non sarebbe da temere, non
possibile niun abuso. E quanto all’Italia in particolare, non è
mestieri dire che la lega germanico-italica sarebbe desiderabile.
La preponderanza austriaca vi sarebbe compensata dalla prussiana;
l’interesse italiano dell’inorientar Austria, sarebbe rinforzato
dall’interesse germanico dell’inorientar Austria e Prussia; la spinta
italiana dalla spinta germanica; la molle operosità nostra da quella
fortissima; le lontane speranze italiane da tutte le più prossime
germaniche. — Tutto ciò è vero e certo. Ma pur ciò all’incontro:
che per ora e gran tempo le nazioni in generale non s’intendono
come due uomini; che qui in particolare bisognerebbe supporre di
animo larghissimo e previdentissimo, supporre spregiudicati sugli
interessucci passeggeri, ma presenti, tutti i principi, tutti gli
uomini di stato tedeschi e italiani, cioè una trentina di principi,
alcune centinaia di ministri, e consiglieri o deputati a’ parlamenti.
Non dico nel futuro imprevedibile, ma non volendo parlar mai se non del
prevedibile, tale accordo si può arditamente pronunciare impossibile.
Oltrechè, ei sarebbe forse a dubitare che Prussia promuova mai
sinceramente niuna accessione alla lega germanica cui presiede ella,
d’un’altra grande potenza, la quale le torrebbe quella presidenza. Non
ci inganniamo diplomaticamente, noi non diplomatici. La presidenza o
precedenza o preponderanza doganale è a Prussia potente strumento di
preponderanza politica; ed ella rinuncierà a questa difficilmente.
Tuttavia, quella potenza è così sinceramente progressiva, così
intelligente de’ suoi veri interessi presenti, e così previdente
de’ futuri universali, che non è impossibile ch’ella rinunciasse
alla propria situazione vantaggiosa particolarmente in Germania, per
prenderne una forse più vantaggiosa generalmente in Europa. Ma tal
non è l’Austria; la quale rinuncierebbe certo difficilmente alla sua
preponderanza politica in Italia, ammettendo il contrappeso della
Prussia. Ciò che giova ed è desiderabile a noi, sarebbe, a parer
mio, desiderabile pur all’Austria, se intendesse bene, compiutamente,
grandemente gl’interessi suoi; ma ella non li intende così: è fatto
attuale e probabile per gran tempo. Ondechè in somma a questa lega
doganale germanico-italica sono tali difficoltà che parrà chiara a
ciascuno la conchiusione: essere essa molto desiderabile sì, ma molto
improbabile.