8. Ancora, la Cristianità è in PROGRESSO DI COLTURA. — E ciò pure

è negato da parecchi. Innocentissimi alcuni, per vero dire; i quali

in qualche angolo della Cristianità, da quello del loro studio o del

loro giornale, a cui non penetrano i frutti della coltura universale,

giudicano di questa da ciò che li circonda e che solo veggono;

ondechè, anche giudicandone sinceramente, ne giudicano per ignoranza

insufficientemente. Lasciamo costoro nella loro innocua impotenza; i

loro piagnistei non possono guari far danno, se non appunto intorno

a quegli angoli, dove non abbiam agio ad andarli cercare. — Ma altri

sono, i quali pur vedendo ed ammirando i progressi della coltura

cristiana, si meravigliano e si dolgono che non sorga di mezzo ad essa

niuno di que’ grandi ingegni i quali risplendettero già nelle passate

età; che la coltura più sparsa, sia quasi meno alta; ondechè dubitano

se abbiano o no a dirla progredita. Questo è dubbio molto più grave,

e che può sorgere non solo negli ingegni ben informati, ma forse

tanto più ne’ più alti, portati dalla loro altezza a non tener conto

se non dei loro pari. Ma a questi pure ci sembra aver già risposto

in parte, dove dicemmo: che la diffusione stessa della coltura, la

moltiplicazione degli scrittori, degli artisti e degli scienziati,

e l’agevolamento delle pubblicazioni, sieno quelli che lasciano men

comparire ciascun autore, ciascuna opera. E noi anderemo più oltre

qui: confesseremo che i progressi precedenti di tutte le colture sono

quelli che impediscono i presenti. Nè le lettere, nè le arti, nè le

scienze umane non hanno campi infiniti; molto limitati sono tutti

all’incontro; e quanto più è stato coltivato ciascuno, tanto meno ne

resta a coltivare. Nelle lettere, quando una lingua ha avuti da due

o tre grandi epici, due o tre grandi tragici o lirici, od oratori,

egli è molto difficile che sorgano altri eguali. Se imitano que’

primi, è lor difficile non cader nelle stentatezze dell’imitazione;

se cercano scostarsene, nelle affettazioni della novità. E quindi

si cerca quel rimedio di imitare gli stranieri; che sembra salvare,

ma non salva sempre dalle due difficoltà, e v’aggiugne quella di

adattare alla patria pensieri ed imagini che non sono intesi da lei.

E così nell’arti. Ei fu molto più facile esser buon pittore o buono

scultore, ma forse molto più difficile esser grande dopo Raffaello

o Michel Angelo. E quindi è, che anche i più ardenti nelle speranze

del progresso universale, ne sogliono escludere le lettere e le

arti; riconoscendo che giunte a una cotal altezza, elle non possono

innalzarsi più, elle ricadono necessariamente per risalire poi.

Ma io crederei che siasi per arrivare alla medesima conchiusione,

anche rispetto a quelle scienze materiali e spirituali che furono

dette campo di progresso indefinito. Certo nelle materiali, dopo i

grandi inventori vengono gli applicatori delle invenzioni; i quali

appunto stanno ai primi, come gli imitatori in letteratura ai grandi

ed originali scrittori. E quindi dopo due secoli d’un progresso

scientifico che non fu veduto mai l’uguale, dopo que’ sommi inventori,

Galileo, Newton, Leibnizio, Herschel, Lavoisier, Volta, e Cuvier,

venne l’età degli applicatori; grandi e poco minori che gli inventori,

i primi; ma via via minori quelli che seguono in questo campo, esso

pure non infinito, esso pure preoccupato. Quanto poi a quelle scienze

che hanno per oggetto o l’uomo materia e spirito, ovvero lo spirito

solo, politica, economia, storia e filosofia; elle sono, in che i

progressi anteriori impediscono forse più gli ulteriori. Tutte queste

scienze più o meno spirituali partecipano a un tempo alla incapacità

delle scienze materiali, ed a quella delle lettere; perchè procedendo

talora per invenzione, è inevitabile che dopo gl’inventori vengano

gli applicatori; e procedendo pure per esposizione letteraria, è

inevitabile che dopo i grandi ed originali scrittori vengano gli

imitatori. Ondechè in somma, nelle lettere, e nelle arti, e nelle

scienze materiali, e nelle miste, e nelle spirituali, noi sembriamo

giunti a quella età degli imitatori ed applicatori, che non può

se non parere inferiore a quella degli scrittori spontanei e degli

inventori. — Ma conceduto od anzi professato tutto ciò, ei non parmi

che sia per ciò a dir men progrediente la nostra età o quella che

prevediamo vicina. Due sono i progressi della coltura; è progresso in

lei l’innalzarsi, ma è pur progresso il dilatarsi. Non istanchiamoci

di tornare a ciò: che le lettere non sono fatte per i letterati, nè

le arti per gli artisti, nè le scienze per gli scienziati; ma quelli

e questi per il pubblico, per l’universale, per il genere umano. E il

genere umano approfitta forse più dell’estesa che dell’alta coltura;

o piuttosto, approfitta di tutte e due a vicenda; ha bisogno che

s’innalzino, ma pur che s’estendano le idee; e il più grand’uomo del

mondo, venuto all’età dell’estensione non farà se non estenderle,

perchè i grandi sono appunto quelli che fanno ciò che è fattibile,

ciò che giova più alla loro età. Il voler restringere la grandezza

agli inventori, il voler far privilegio od aristocrazia della coltura

fu ed è pretensione di alcuni; ma è la più stolta delle pretensioni,

è quella molto ben derisa col nome di pedanteria. I veri dotti non

hanno scopo nè piacere di lor dottrina se non l’utile universale.

Certo è un piacer solitario nell’imparare, nello scoprire, nello

scrivere stesso; ma non dura tal piacere, se non colla speranza di

comunicarlo altrui e di farlo diventar utilità; ed io non so se si

direbbe più pazzo o più cattivo colui che chiudesse in sè il frutto

dei propri studi. L’incertezza di quest’utilità è quella che più

tormenta qualunque buono e sincero studioso; è quella che gli pone in

mano la penna, e glie la fa cadere a vicenda; come la certezza o la

speranza d’aver diffusa qualche verità, è la sola degna ricompensa

di lui. Non abbassiamo noi stessi il mestiero; non ne facciamo una

speculazione di gloria o vanità, poco migliore che quella de’ danari;

e, non solamente consoliamoci, ma rallegriamoci che i nostri nomi

sieno oscurati fra molti pari o maggiori. Spogliamoci d’ogni invidia,

e confesseremo facilmente i progressi altrui, e quindi il progresso

universale. — E quindi confesseremo novelle universali speranze. Come

dopo l’età di spontaneità e d’invenzione è venuta quella di imitazione

e d’applicazioni, così dopo questa tornerà una di quelle probabilmente.

Ei si sono già avuti parecchi esempi parziali di siffatti ritorni.

Due ne furono dati dall’Italia; quando dopo l’imitatore quattrocento,

sorse il cinquecento, di nuovo inventore; e quando dopo il seicento

sorse il settecento, dico il settecento perdentesi nell’ottocento,

l’età di Parini, Alfieri, Lagrangia, Volta, Canova e Manzoni. Ed

Inghilterra pure, dopo l’età degli imitatori francesi, ebbe l’età di

Byron e Scott. Nè è improbabile, quandochesia, un simile rinnovamento

delle lettere cristiane tutte intiere. È appena incominciata la

liberazione di esse dalla vana imitazione antica; e se, come quasi

ogni liberazione al suo principio, questa fu licenza, già si ritorna

dall’esagerazioni, e se rimarranno opportunamente cristiane le lettere

della Cristianità. Ancora, la comunicazione reciproca delle varie

letterature nazionali, e lo spandersi di tutte in nuove regioni, e

l’arricchirsi esse quindi di nuove immagini e nuovi fatti, sembrano

dover produrre un accomunamento e una moltiplicazione d’idee, che sarà

ricchezza e novità delle lettere e dell’arti future. Ancora, benchè

sia più difficile a prevedere il futuro delle scienze materiali, non è

improbabile nemmeno in esse, che, esauste le applicazioni, moltiplicati

i fatti e gli sperimenti, sorga qualche nuovo ingegno, ricco di

quella facoltà sintetica che è somma delle scientifiche, a raccorre

insieme i fatti ed a creare alcuna di quelle teorie le quali sogliono

disprezzarsi dagli ingegni minori, ma essere scopo de’ maggiori. Qui

come altrove non è se non il volgo che dica non rimaner nulla o poco a

fare; non è se non il volgo a cui la difficoltà di capire tutto ciò che

è fatto tolga la facoltà e il desiderio di far più. Qui come altrove

i grandi ingegni si fanno scala dal fatto al fattibile; ed io odo

alcuni di essi aspirare a quella teoria della materia imponderabile,

la quale se sarà data al genere umano, incomincierà una nuova Età

scientifica pari a qualunque delle maggiori. Ad ogni modo già certo e

incominciato è il progresso di tutte quelle scienze che noi chiamammo

spirituali miste, e spirituali pure. In tutte queste il più grande

de’ progressi è la moderazione, è il vedere i propri limiti, il

restringersi in essi; è il non tentar l’inarrivabile, l’infinito,

l’assoluto. E questo progresso si va facendo incontrastabilmente. Non

ha guari si cercava l’ottimo de’ governi, la forma unica di libertà;

or si viene da tutti i pratici e sapienti a riconoscere una varietà

troppo grande nelle condizioni nazionali, perchè non sia utile pure

una varietà nelle forme de’ governi; ed è messo in cima del grande

e cristiano governare piuttosto l’estendere la libertà, che non il

tendere ad una quantità o qualità determinata di essa; piuttosto il

conservare e progredir bene insieme, che il progredir sempre, o solo,

o netto. Pocanzi gli economisti davan le ricchezze come scopo di loro

scienza; e chi le vedeva nella terra sola, chi nel solo commercio, chi

nell’industria, chi meglio nel lavoro. Ma or meglio ancora, si viene

a prendere per iscopo delle ricchezze e di ogni operosità, il buon

costume, la virtù. E gli storici (non dico i parolai, che proseguon

l’arte, non la scienza) pretendevano a una quasi indipendenza della

scienza loro da tutte l’altre, pretendevano a trovar nelle azioni

umane le cause e il fine di esse, isolavano il genere umano dal mondo

superiore, il riponevano (quasi rinnegando Copernico e Galileo) al

centro dell’universo, od anzi (rinnegando Cristo e la Provvidenza)

facevano dell’uomo un essere indipendente, una non-creatura, quasi un

Dio; e chi ne faceva poi un Dio stolto, andante a caso, senza ragione,

e chi peggio, un Dio sempre ragionante nelle azioni sue. Ora poi,

già si ritorna a riammettere una Provvidenza, una Cristianità, una

direzione superiore alla terrena; or la storia si va rifacendo sorella

dell’altre scienze spirituali, della filosofia cristiana. E questa

finalmente, è risorta a quella sua moderazione nativa che sta appunto

nel riconoscere nel mondo un ordine di fatti soprannaturali, nello

spirito un ordine d’idee inarrivabili alla ragione pura, arrivabili

alla ragione illuminata dalle comunicazioni con Dio, dalla rivelazione.

Questo progresso sommo della filosofia è tutto contrario a quello

annunciato da lei pocanzi, a quel progresso che doveva consistere

nel por sè in luogo della rivelazione, nell’eliminar i fatti, le idee

soprannaturali. E il fallimento di queste speranze è quello appunto

che conduce, e, come par che Dio voglia, condurrà ogni dì più alla

restaurazione della vera filosofia. Già una volta, all’ultima delle età

antiche, la filosofia pura d’ogni soprannaturalità dimostrò la propria

insufficienza; in Grecia e Roma, nell’India, nella Cina; e la dimostrò

tanto più, che erano pur grandi i filosofi greco-romani, indiani o

cinesi. Ora un’altra volta, quella medesima pura e razional filosofia

prova e dimostra la propria insufficienza; e la dimostra tanto più, che

grandi pure furono gli ultimi filosofi francesi, inglesi e tedeschi.

Dopo due tali prove (perciocchè anche l’ultima par finita, e confessata

oramai col silenzio di molti filosofi puri, e col ritorno di altri alla

filosofia soprannaturale), dopo due tali prove sembra impossibile che

il ritorno principiato alla vera filosofia non prosegua ed acceleri

il corso suo. I nostri due gran filosofi, Rosmini e Gioberti, non

hanno solamente, come credono alcuni, mantenuta sana la filosofia

nazionale; hanno innalzata la filosofia universale a ciò che è oramai

il sommo ufficio di lei, a ritrovare i nessi tra la ragione pura e la

rivelazione. Schelling, il gran filosofo tedesco, si rivolse a ritrovar

più o men bene altri di questi nessi, che sono infiniti. E Cousin, il

gran ravviatore della filosofia in Francia, accennò già quello che è il

più chiaro, il più stretto, il più fermo de’ nessi, il nesso storico; e

compierà egli forse un dì la magnifica opera sua a pro della filosofia

universale, o se non la compierà, ella non può tardare ad essere

compiuta da alcuno de’ suoi scolari o seguaci o successori. — Ad ogni

modo e di nuovo, se questo, qual è già, non si vuol dire progresso e

cristianissimo progresso, ei bisogna inventar parole nuove e rinnegar

le antiche più unanimemente intese in lingua italiana e in qualunque

altra.

9. Ed a questi progressi universali della coltura partecipa e

parteciperà certamente l’Italia. La partecipazione reciproca,

l’accomunamento delle colture, è fatto anch’esso più antico che non

si crede. Ma, ei raddoppiò di forza poi, al dì che fu inventata la

stampa; niuno è che il debba saper meglio che gl’Italiani, i quali

ebbero fino a quel dì e perdettero d’allora in poi quel primato che

era quasi monopolio di tutte le colture. Da quattro secoli le colture

s’accomunarono così, che or corre in esse molto minor differenza tra

l’una e l’altra nazione cristiana europea od anche americana, che non

corresse tra l’una e l’altra provincia, o talor tra l’una e l’altra

città italiana del medio evo; corre meno differenza tra la coltura

presente di Parigi e New-York, che non corresse tra Milano e Torino.

Eppure io crederei che quest’effetto della stampa, venutosi accrescendo

per i quattro secoli passati, s’accrescerà ancora negli avvenire. Non

fu fatta ai nostri dì, per vero dire, niuna invenzione ulteriore che

possa parere così grande o aver tanto nome come quella della stampa;

ma ne furono fatte parecchie piccole, che tutte insieme valgono una

grande. Il torchio a macchina e che stampa doppio, la stereotipia,

la politipia, la fabbricazione agevolata della carta, oltre poi alle

leggi ed ai trattati della proprietà letteraria, oltre a’ trasporti

accelerati ed agevolati, fanno e faranno i libri molto più volgari

che non fosse fatto quattro secoli fa dalla grande invenzione. — E,

a malgrado di ciò, vorrebbesi da alcuni mantenere isolate le colture

nazionali! E si ha fiducia nelle linee doganali e nelle critiche per

escludere le colture straniere! Ma questi sì che son sogni in qualunque

paese d’Europa si facciano, e, più che altrove, nell’Italia, così

aperta a tante introduzioni. Noi il dicemmo, l’industria letteraria

è soggetta alle medesime leggi che ogni altra; e quanto più si scema

la qualità e la quantità di questa produzione nazionale, tanto più

si moltiplicano le domande di produzioni straniere; e moltiplicate

che sono tali domande, ei si ha un bel chiuder le vie, e raddoppiar i

posti o le linee doganali, le produzioni molto domandate trovan sempre

aditi tra posto e posto, ed attraverso a quante linee si voglian porre.

Peggio poi avviene a que’ censori dilettanti che vorrebbono escludere

le imitazioni straniere col logoro strumento di lor critica letteraria.

Questi, non avendo a lor servigio impedimenti materiali, non fanno

assolutamente nulla colle loro esortazioni contrarie all’andamento

universale; fanno così nulla, che t’accade di veder continuamente,

non dico il compagno o l’amico di uno di tali censori, ma esso stesso

il censor dilettante, colui che grida come critico, come giornalista

contro all’introduzioni, essere poi grande introduttore di modi e

idee straniere nelle sue prose o poesie; e, che più è, far prose

e poesie lodate; e, che è più, a ragione lodate, appunto per ciò.

Deh che non si mettono in pace costoro? Perchè non s’adattano a ciò

che, sia fortuna o sventura, è invincibile? A ciò che ha vinti essi

stessi? Perchè non volgono l’ingegno dalle inutilissime generalità,

a quelle che sarebbero utili distinzioni? Dal vituperare in corpo

le cose straniere al distinguere ciò che vi sia da imitare, ciò che

da fuggire? Perciocchè le lettere straniere sono come le nazionali

nostre, le moderne come l’antiche, le romantiche come le classiche;

vi è da imitare e da fuggire in tutte; e i buoni ed utili critici son

quelli che prendon la fatica di tutto ciò distinguere, non quelli che

facilmente e pigramente gridano in corpo contro questo o quel genere

o quel paese, o quell’età. — Del resto questa grettezza è particolare

di noi letterati. Gli scienziati non l’hanno; danno e prendon fuori,

senza conto reciproco. E gli artisti stessi, quegli artisti italiani

che avrebbon forse tanta più ragione di non prender nulla di fuori,

gli artisti nostri essi pure danno e prendono senza conto. Sarebb’egli

che gli scienziati e gli artisti nostri si sentano meno inferiori?

Certo, chi tanto fugge i paragoni mostra temerli. E ben so che mi si

dirà qui, dovere le lettere di natura loro rimaner più nazionali che

non le scienze e l’arti. Ed io aderirò fino a un certo punto a tal

sentenza. Assomigliando alle scienze, tutte quelle parti delle lettere

che s’aggirano su qualche parte di scienza, la storia, la filosofia,

la politica, l’economia pubblica, le quali debbon dare e prendere esse

pure non meno fuori, che in patria; concederò che quelle le quali si

soglion chiamar propriamente belle lettere, le poesie, i romanzi e le

orazioni, debbano serbar più nazionalità, più specialità, più di quello

che con parola nuova si suol chiamar color locale. È naturale: lo stile

e la lingua fanno il merito principale di queste composizioni; e le

lingue debbono tenersi pure, rimaner differenti l’una dall’altra anche

in mezzo all’accomunamento delle colture. Ma primamente, ridotta a ciò,

ridotta alla lingua, alle parole, l’esclusione delle cose straniere,

ella rimarrebbe men difficile e men dannosa senza dubbio. Ma poi, è

egli ben certo che anche nella lingua non sia niun progresso, niun

esempio buono a prender di fuori? Che, per esempio, quel modo così

semplice di costruir la frase naturalmente, senza inversioni, senza

periodoni, il quale è seguito oramai universalmente in tre lingue,

l’inglese, la francese e la spagnuola, e che incomincia ad accettarsi

anche nella tedesca, non possa, non debba forse accettarsi da tutte,

e principalmente dalla nostra? Ma io mi fermo; chè non ho luogo di

entrare in particolari; di spiegare come quella costruzione, sola

naturale, non sia contro al detto da molti, noiosa mai; come essendo

sola logica, ella sia destinata a passare in tutte le letterature dove

si voglia pur logizzare; come, essendo sola chiara, ella sia destinata

a passare dovunque si possa e voglia parlar chiaro; come il Botta, che

tanto loda le inversioni e i periodoni, ne faccia pochissimi, e come

pochi ne facessero i nostri trecentisti. E ben so di scandalezzare

i nostri puristi di lingua e nazionalità, con tali proposizioni non

ispiegate; ma io scandalizzerei forse più se le spiegassi. E ad ogni

modo il mio intento qui non fu se non d’accennare che nella lingua

stessa e nelle opere di bella letteratura, e più nelle lettere più

scientifiche, e più nelle scienze propriamente dette, e nell’arti, e

in tutte insomma le colture, ei si darà e prenderà ogni dì più dagli

uni agli altri; e così si riunirà, si rinforzerà e si dilaterà quella

che è già detta da gran tempo repubblica letteraria della universa

Cristianità, nella quale entrerà pur ella la patria nostra. — Nè (siamo

sinceri od anzi umili noi altri letterati), nè questo è il progresso di

lei sul quale si fondino le maggiori nostre speranze. Ma anche questo

vi può conferire. L’entrar meglio nella repubblica delle lettere, può

aiutarci a tener meglio il nostro luogo nella repubblica delle nazioni

cristiane.

10. Ma di ben altra importanza è l’ultimo dei progressi della

Cristianità che noi abbiam presi ad esaminare; IL PROGRESSO DI VIRTÙ.

— E questo è, per vero dire, il più negato fra tutti, dai disperanti

e piagnoni del secolo nostro. Concedono essi sovente i progressi

materiali, e concedono talor tutti quelli della coltura od anche della

civiltà, e dell’unione o della dilatazione della Cristianità; ma si

tengon fermi a negare che ella sia progredita in virtù; asseriscono

che questa è uguale in tutti i secoli[45], od anche peggio, che è

cadente, caduta nel secolo nostro, destinata a cadere ulteriormente

ne’ secoli futuri. Che anzi; alcuni sono, che di tal questione,

tutta storica o politica, pretendono fare una questione religiosa;

e, mal imitando l’eloquenza dei pulpiti e delle cattedre cristiane,

affettano di piangere o tuonare essi pure contro al secolo ed al mondo,

e si profferiscon così, non chiamati, ad aiutare i predicatori veri

della nostra chiesa. Ma questa è una grande illusione, od una grande

arroganza e un grande abuso; corre tra i predicatori ecclesiastici, e

questi secolari dilettanti, una grandissima, una radical differenza.

I predicatori veri, i chiamati e mandati, hanno dinanzi a sè

continuamente un’idea, anzi un modello reale e divino di virtù; al

quale essi han missione di far riaccostar gli uomini perpetuamente,

al quale gli uomini non arriveranno mai, al quale dunque essi hanno ed

avranno perpetuamente ragione, diritto e dovere di sgridar gli uomini

di non accostarsi più e più; ragione, diritto e dovere di riprendere

il secolo qualunque sia, e il mondo perpetuamente. Ma il caso è tutto

diverso per que’ moralisti o filosofi o storici o politici od oratori

o discorritori profani, i quali, instituendo il paragone degli uomini

presenti, non col modello divino inarrivabile, ma solamente con gli

uomini di altri secoli, non han ragione nè diritto di dirli peggiori

o migliori se non confrontando conscienziosamente e scientemente

(perciocchè la scienza diventa dovere nelle discussioni scientifiche),

confrontando dico, i fatti umani de’ diversi secoli, tra sè. Benchè,

anche prima d’istituir qualsivoglia confronto, questi e qualsiasi

cristiano han ragione di credere ed asserire che il Cristianesimo,

instituito per ben degli uomini, deve pure, non può non aver prodotto,

sopra ogni altro, il progresso di virtù. Tutti gli altri progressi,

di coltura, di civiltà, di unione, di dilatazione del Cristianesimo,

sono un nulla, non avrebbono servito a nulla senza questo; non possono

avere avuto nella mente divina altro scopo che questo, del progresso

di virtù. Sappiamo innalzarci una volta, e non lasciamo che l’eccesso

del rispetto ci impedisca di guardare alle verità conceduteci, ci

impedisca di sentire tutta la gratitudine che dobbiamo al divin

fondatore del Cristianesimo; interniamoci anche noi uomini di quaggiù

in quell’idea divina che è forse chiara agli spiriti superiori, ma

che è anche a noi conceduta. A che avrebbon servito dagli apostoli

fino ai presenti i predicatori veri, sacri, e mandati, se non avessero

prodotto d’allora in poi il solo frutto degno di lor missione, il

frutto di virtù? Il frutto stesso di verità sarebbe stato inutile

senza il frutto di virtù; nè col lume naturale della nostra ragione,

nè molto meno con quello soprannaturale della rivelazione, noi non

possiamo concepire un Dio che si fosse contentato di spandere tra

gli uomini una verità sterile, improduttiva di virtù. Lascino dunque

costoro la questione religiosa, la quale troppo facilmente si scioglie

contra essi; e riducendola poi a storica, prendansi la poca fatica

di aprir qualche storia, qualche raccolta di fatti. — E quindi, io

li conforterei prima ad aprire alcune di quelle descrizioni che sono

numerose a’ nostri dì, delle nazioni acristiane, e non dico delle più

barbare o selvagge, ma delle asiatiche più incivilite, Turchia, Persia,

India o Cina. Ivi, oltre alle innegabili decadenze, alle imminenti

cadute di quegli imperi, di quelle civiltà e di quelle religioni, essi

vedranno tali particolari di costumi e vizi d’ogni sorta da farli a un

tratto rivolgersi, se pur sien cristiani, a benedir la Provvidenza di

essere nati cristiani; da farli prostrare, se sien umili cristiani,

a benedirla di non trovarsi in mezzo a tali pericoli; da persuaderli

una volta dell’immensa differenza che è tra la virtù cristiana e non

cristiana, e quindi dell’innegabil progresso fatto fare agli uomini da

questa. Ma non basta loro e vogliono essi particolari? Aprano qualunque

libro un po’ particolarizzato di storie o memorie di qualunque

nazione cristiana, nell’età barbare, o in quella della feudalità, o

in quella di Carlo V o di Ludovico XIV, o di Ludovico XV, di Federigo

e Catterina; e paragonino di nuovo que’ costumi, que’ vizi, quegli

scandali coll’età presente; e ne risulterà di nuovo in ogni sincero

la medesima persuasione. E finalmente, se sono della generazione de’

vecchi, si ricordino, e se son giovani, credano a noi od alle numerose

memorie de’ nostri coetanei; e vedranno quali innegabili progressi

di virtù siensi fatti, all’età nostra stessa: in Francia dai costumi

pubblici e privati del Direttorio o dell’Imperio a quelli della

Restaurazione e della Rivoluzione del 1830; in Inghilterra dal principe

e la principessa di Galles a Vittoria Regina; in Ispagna da Carolina e

il Principe della Pace a quanti vi si vide anche in mezzo agli ultimi

pervertitori turbamenti; e così poi in Portogallo, in Italia, in

Prussia, in Austria, in tutta Germania, e fino in Russia. Tutti questi

son fatti chiari, a cui sopravviviamo noi testimoni a migliaia; son

fatti che fanno evidente la menzogna, l’error colpevole per volontà

o per ignoranza di coloro che vituperano i costumi, la virtù del

secolo nostro in paragone degli altri. — Certo questa non è perfetta;

nè tal sarà quella di niun secolo mai, certo sono e saran passioni

sempre, e colpe e delitti; certo i governi n’avranno a punir sempre;

e certo i veri predicatori avranno a predicar sempre contro essi, ma

mente contro alle nostre rimembranze, mente alla storia di tutti i

secoli, mente al paragone della virtù cristiana con tutte l’altre, ed

oserei dire che mente all’istituzione stessa del Cristianesimo, chi

nega al Cristianesimo l’efficacia della virtù, alla Cristianità il

progresso di virtù. — Ed anche qui vorrei avere spazio da estendermi;

vorrei poter comparare le esagerate virtù antiche colle presenti;

vorrei rispondere a coloro che si scandalezzano del lusso presente,

quasi avesse a far nulla con quello degli antichi; a coloro che non

capiscono quale immensa differenza sia surta tra i due dall’abolizione

della schiavitù e dalla introduzione della carità. Vorrei premunire i

leggitori contro a quella esagerazione, men cattolica che protestante,

la quale per ricondurci agli usi, alle discipline della chiesa

primitiva, deprime troppo gli usi, le discipline, i costumi della

chiesa e di tutto il secolo presente. Vorrei premunire contra altri

simili confronti che si fanno col secolo XIII, o coll’XI, o con non so

quali altri del medio evo, i quali, dicesi, ebber più santi; quasi le

virtù eroiche di que’ santi non provassero appunto che era necessario

l’eroismo per mantenersi allora nelle virtù, fatte tanto più facili

ai dì nostri. Ma parecchi di questi assunti toccano appunto a quelle

scienze ecclesiastiche di che io mi tengo lontano, per non cader ne’

vizi e negli errori di que’ predicatori dilettanti i quali presero o

si fecero dare il nome assurdo di neocattolici. E del resto, tutto ciò

sarebbe di tale importanza da sforzarci non che ad uno, ma a parecchi

trattati speciali. Ondechè, contentandoci della proposizione generale,

che crediamo non sia dubbia a niuno assennato e sincero cristiano,

aver il Cristianesimo fatto progredire ed essere per far progredire la

Cristianità in virtù, noi passiamo a considerare l’accrescimento ultimo

e massimo che ne viene a tutte le speranze italiane.

Delle speranze d'Italia · 第 21 / 29 段