ad altri accrescimenti di speranze nostre. — La Cristianità è in
PROGRESSO D’UNIONE. Comparisi quella che è ora, con quella che era, o
tre secoli fa, al principio della riforma, ovvero due, al costituirsi
di essa, ovvero uno, al suo lasciar luogo alla filosofia del secolo
XVIII, ovvero al principio del secolo presente, ovvero dieci anni
fa, come si voglia, come paia più svantaggioso al tempo presente.
Non importa; riman favorevole qualunque di questi paragoni. — E non è
bisogno di spiegare che quand’uno, quantunque piccolo, di noi cattolici
parla di riunione, ei non intende altro se non il riaccostamento degli
altri a noi; noi non ammettiamo se non una verità in teoria, una chiesa
in istoria ed in pratica. Ma questa chiesa nostra è quella appunto che
veggiamo, ora più che mai, in progresso di dilatazione, a detrimento
continuo di tutte l’altre parti della Cristianità. Facciamo anche qui
arditamente la divisione de’ due campi; mettiamoci anche qui, noi da
una parte, e tutti gli altri dall’altra. Sarà paragone pieno di letizia
e speranza, qui più che mai; qui abbiam per noi i due coefficienti
della forza, la massa e l’impulso. De’ duecento milioni di Cristiani,
cento all’incirca son cattolici; tutti gli altri, divisi in parti
innumerevoli, arrivano appena insieme all’altra metà; ogni parte è una
frazione piccola; è peggio, è una quantità indeterminata, variabile di
dì in dì. — Ma prendiamoli pur tutt’insieme; tutta intiera la riforma,
come se facesse corpo; ella non ha più impulso, noi l’abbiam conservato
e rinnovato. Da trecent’anni e più ch’ella sorse, ella progredì
poco più di cinquanta[42], ma poniamo cento; e rimase stazionaria,
pogniam cento altri; certo poi da cento in qua, quel suo dividersi,
ridividersi, disordinarsi, discostituirsi, sminuzzarsi, prova che
non ha più impulso, che non è più essa, non è più riforma; nè quasi
eresia, nè quasi Cristianesimo; che ella è regredita a quel dubbio del
Cristianesimo, a quel razionalismo, il quale sotto varie forme e varii
nomi, ma sotto quello sopratutti di Arianismo fu antichissimo sì, ma
quasi spento per un intervallo di mille anni. Giunta a tal condizione
la riforma, è egli sperabile per lei, temibile per noi, ch’ella
ricalchi le vie sue, che si riordini e ricostituisca per progredire di
nuovo? Che faccia ciò che non ha fatto essa mai, ciò che non fecero
le eresie primitive? O non anzi, che succeda a lei ciò che a quelle?
che si spenga, si perda a poco a poco, insensibilmente, da sè? E tanto
più, che ella non pretende più a propagarsi nella Cristianità; che ella
ci ha lasciato il vizio stesso, o virtù del propagandismo, che ella
si vanta di non averlo, che ella l’ha cancellato da’ suoi dogmi. — E
noi, all’incontro, l’abbiam serbato; e siam tornati a più arditezza
nel professarlo. Non parlo dell’uno e dell’altro caso speciale; non
entro in dispute nè particolari di teologia. Ma sono campo della
storia oramai quella liberazione dall’antica servitù religiosa di
sette milioni d’irlandesi ed uno d’Inglesi, che vedemmo inaugurarsi
or son poc’anni, e vedremo compiersi probabilmente fra pochi altri; e
il riaccostarsi della scuola teologica _puseista_ e di altre inglesi
e germaniche; e il progresso di quegli studi storici germanici e
francesi, che non possono non ricondurre alla sola chiesa che sia
storica, alla sola che non presenti l’intervallo dei mill’anni. La
storia universale bene studiata non può non fare ciascuno cristiano;
bastando il paragone di tutte l’altre religioni antiche o nuove a
dare un infinito vantaggio al Cristianesimo. Ma la storia moderna
non può non fare ciascuno cattolico; dando un vantaggio simile alla
chiesa cattolica su tutte le altre[43]. E sono campo della storia,
sono progressi cattolici tutti que’ progressi della filosofia che
la conducono a riconoscere la propria insufficienza nel capire, e
più nel diffondere e più nel ridurre in pratica universale le grandi
verità che ella contempla; ed a riconoscere quindi la necessità, e
quindi la realità della rivelazione, e quindi della conservazione e
continuazione di essa in una chiesa, la cattolicità, il cattolicismo.
Qui pure, le generalità della filosofia conducono al Cristianesimo,
le particolarità al cattolicismo. — Certo rimase e forse rimarrà
il gran residuo della riforma, anzi di tutte le eresie, il gran
residuo della filosofia del secolo XVIII, anzi di tutte le grette e
incompiute filosofie antiche o moderne, la filosofia escludente la
contemplazione del soprannaturale, la filosofia razionalista; certo
questa è e forse sarà gran tempo e forse sempre l’avversaria vera
del cattolicismo; certo ella è da combattersi molto più che non quel
materialismo e quel panteismo duranti in pochi, rinnegati da questi
stessi. Ma il razionalismo stesso può combattersi oramai da’ nostri,
come da vittoriosi, con alacrità, senza timore; il razionalismo non è
per natura sua se non filosofia, non fu nè può essere religione mai,
non credenza popolare nè molto sparsa, non culto, non fede, non amore,
non fiducia compiuta nel Creatore, che sono pure qualità intime della
natura umana; non è nemmeno satisfazione compiuta alla ragione: non
può essere opinione nè dei pochi sommi, nè dei molti piccoli; non è nè
sarà mai se non errore di pochissimi intermedii. Ne’ quali duri più
o meno tempo, egli è ad ogni modo ultimo stadio di tutto ciò che si
scosta dalla cattolicità; comprenderà in breve quanto non è cattolico
nella cristianità; ondechè, riducendosi a questi necessariamente
pochi il campo opposto, si accrescerà il nostro di altrettanto. — Del
resto, io non profeto, non parlo di una riunione pronunciata, d’un
ritorno dichiarato de’ dissidenti, lascio nelle incertezze del futuro
imprevedibile la forma, la quantità, la compiutezza delle conversioni.
Ma questo veggo ed affermo con tutti (con gli stessi dissidenti sinceri
e colti), che la dissidenza o riforma è in disordine e in regresso; che
è in regresso ogni filosofia acristiana, in progresso ogni cristiana;
che la cattolicità è in progresso; ch’è quindi in progresso d’unione la
Cristianità tutt’intiera. Un fatto solo è all’incontro; una disunione
sola è crescente; quella della Russia, o per dir meglio del governo, o
forse solamente dell’autocrata russo. Ponga, chi vuole, tal regresso
al paragone di tutti i progressi. Io non so se non compiangerlo, ma
contarlo per piccolo, e probabilmente di poca durata.
5. Ed anche qui da questo progresso d’unione cristiana sorgono begli
accrescimenti di speranze italiane. Unendosi la Cristianità nella
cattolicità, ella non può unirsi se non intorno al centro di questa;
ed essendo tal centro, d’instituzione sua, italiano, non può se non
accrescerne l’interesse universale per quell’indipendenza d’Italia
che è così necessaria all’indipendenza del centro, del capo della
Cattolicità; e tale interesse universale accresciuto non può se non
accrescere gli amici, far più sinceri, più efficaci gli aiuti, scemare,
scoraggiare gli avversari e le resistenze a quella indipendenza. — E
vegniam pure ai particolari. Tre grandi potenze sono nella cattolicità,
Francia, Spagna, Austria. Francia è la massima; Francia fu la
istitutrice del dominio temporale dei papi sotto i Carolingi; Francia
fu più o meno il sostegno loro contro agli imperatori germanici fino
a Filippo il Bello; e Francia fu poi lor rivale per vero dire, od anzi
lor tiranna per un secolo e più, grazie alle emulazioni per il dominio
d’Italia; ma Francia fu di nuovo lor protettrice più o men buona, ma
sola contro alla preponderanza di Carlo V e delle due case d’Austria
spagnuola e tedesca lungo il seicento; Francia la distruggitrice di
tal prepotenza, e così la restauratrice d’indipendenza della Santa
Sede nel secolo XVIII; e Francia fu poscia e colle sue opinioni
e coll’armi la principal nemica di quella Sedia per vero dire; ma
quell’opinione e quell’armi le son tutt’altro che nemiche oramai; e
senza voler nè lodar nè scusare l’ultima mossa di quell’armi in Italia,
di che tanto si scandalezzano alcuni, elle paiono a me, e credo pur
ad altri devoti della Santa Sede, essere state molto meno antipapali
che antiaustriache, e men dannose al papa che a tutti i nemici di
lui. Ad ogni modo Francia, non più ostile al papa, è ridiventata di
natura sua la potenza maggiore, epperciò, politicamente, la potenza
duce della Cattolicità; serba in questa il primato suo. Del quale
poi, lungi dal far disprezzo o scherno come al secolo scorso, ella si
rifà gloria e potenza; e l’esercita molto volontieri e apertamente,
dentro e fuori d’Europa; e l’esercita ogni dì più, quanto più ella
s’assoda; tantochè un suo ministro protestante, perchè è uom sodo e
progressivo, è quello fra tutti il quale lo esercita più apertamente.
— E Francia sarà in ciò aiutata ogni dì più da Spagna, pur riassodata,
pur riaccostata alla Santa Sedia. Bisogna conoscere quella nazione
così intimamente cattolica, per capire come le alleanze inglesi, che vi
dovrebbero essere favorite da tante gratitudini e da tanti interessi,
vi sieno pur sempre brevi e mal ferme, per la sola dissidenza od
anzi avversione religiosa; e come, all’incontro, vi si torni sempre
all’alleanza francese, che ha pur contro a sè tanti interessi e tante
memorie, per ciò solo che non ha quel vizio intrinseco, e che è rifugio
dall’antipatica alleanza inglese. E ad ogni modo ogni progresso
spagnuolo è progresso cattolico, progresso papalino, progresso da
diventar utile un dì o l’altro all’Italia[44]. — Ma Austria fu ed è
buona cattolica, eppur non fu guari papalina mai, e men che mai da
Giuseppe II in qua. Molti lo dicono; e parecchi ne la lodano, e si
trovò un Italiano il quale ci confortò ad imitare l’Austria in ciò,
anzi ad accostarci all’Austria per ciò; il quale ci volle far credere
che l’essere essa antipapalina riscatta tutti gl’inconvenienti,
tutti i difettucci che potrebbe aver per noi la dominazione di
essa. Ma chi gli diè retta? Lasciamo in pace i morti dimenticati;
e tanto più uno che errò senza malizia. E passiamo ad osservare che
l’antipapalismo austriaco va cessando come tutti gli altri; che il
progresso dell’opinione cattolica riconduce anche l’Austria a maggior
rispetto, a maggior interesse verso la Santa Sede; che se fosser
possibili a lei quegli antichi disegni di dominazione universale della
penisola, ella non li adempirebbe forse per quel rispetto; che ella
rigetterà certo tutte le stoltezze, non sue, dei neo-ghibellini; e
che in tutte le eventualità future, ella s’accosterà probabilmente a
qualunque disegno si faccia dall’altre potenze cattoliche ad onore e
pro della Santa Sedia. E non mi si faccia dir poi che Austria ci darà
l’indipendenza, si ritrarrà d’Italia per amore alla Santa Sedia; chè io
non dico questo, anzi dico che l’Austria non si ritrarrà mai per amor
di nessuno se non di sè stessa, e farà in ciò come fan tutti. Ma dico
che se l’Austria vedrà l’interesse suo vero, che è di portar altrove
la sua potenza, ella lo farà in modo che non ne scapiti la potenza,
la dignità del papa; e che intanto nè Austria, nè Francia, nè Spagna,
nè l’altre potenze che sono e saran cattoliche non aderiranno a niun
altro detrimento di esso; e dico che tal fatto, e la persuasione di
tal fatto, debb’essere ed è una causa d’unione, epperciò una nuova
fortuna una nuova speranza all’Italia. — E dico poi che questa, anche
da sè, anche indipendentemente d’ogni paura od influenza straniera,
anche per interno effetto del progresso cattolico, anderà smettendo
nell’avvenire tutte quelle opinioni, e quei tentativi antipapalini che
guastarono da secoli e secoli, fino a ieri od oggi la nostra impresa
d’indipendenza. — Pochi mesi sono, io m’interrompeva in quest’ultime
pagine per deplorare uno di tali tentativi; ma corso quel poco tempo,
il tentativo è già finito. E deh nota ciò, ti piaccia o dispiaccia, o
leggitore italiano. Un venti e più anni fa una sollevazione di quelle
medesime provincie fu impedita da una grande invasione austriaca;
rimedio all’antica. Un dieci anni fa un’altra sollevazione vi fu in
parte repressa da una invasione austriaca minore, in parte impedita da
una contro-invasione francese; rimedio già nuovo e che si potrebbe dir
di transizione. L’anno scorso una terza sollevazione succede; e non
fa più bisogno nè di grande nè di piccola invasione austriaca, nè di
contro-invasione francese; l’opinione nazionale assodata la riduce a
nulla da sè, fa che bastano poche armi, le armi del papa, a spegnerla
del tutto; rimedio novissimo, e almeno nazionale. E quindi, io vo
incontro a tutto ciò che mi si apporrà qui; vo incontro alle risposte
che mi si faranno a ciò che dico e non dico; e chiamo progresso e
grandissimo progresso siffatto assodamento dell’opinione italiana.
— E spero che si accrescerà ancora. Io dissi già, doversi lasciare
ai principi italiani la decisione delle mutazioni da farsi ne’ loro
governi; e quindi al papa, che è uno di questi principi. Ma aggiungo
qui, che il governo di lui è il più difficile a mutare, è quello
ove le mutazioni fatte per forza trarrebbero intervenzioni o forse
invasioni dell’universa cattolicità; e che è quindi gran fortuna, non
si facciano così, e ne cessino i tentativi; e che cessando, elle si
faranno più facilmente, da chi solo le può fare utilmente, che sarà
nuova fortuna. E mi si rimproveri pure di non entrare in particolari;
io non entrerovvi qui più che altrove; e v’entrerei anche meno. Chè le
costituzioni mi paion già puerili a far così, _a priori_, da lungi,
sulla carta e non sul terreno, anche per li principati secolari e
volgari; ma per quel principato eccezionale, unico in sua specie, e
duplice in sua natura come è il papato, io riderei di me stesso se
mi vi arrischiassi. Del resto, la unione crescente della cristianità,
raccogliendo nel centro più opinioni, più aiuti, più consigli di tutti
i cattolici, non può se non servire al progresso del governo temporale
del papa; non può se non accrescere anche questa grande speranza
italiana.
6. E quindi siam condotti molto naturalmente a considerare il terzo
progresso della Cristianità, il PROGRESSO DI CIVILTÀ. I passi fatti in
essa sono quelli che si sogliono riconoscere con minore unanimità da’
contemporanei, perchè non si posson fare senza distruggere privilegi
ed ingiustizie; senza far passare dall’une alle altre mani, o almeno
senza allargar parecchi diritti civili; senza che rimangano malcontenti
molti di coloro che furono spogliati, molti a cui pare spogliazione
l’allargamento de’ loro diritti, e molti a cui non paiono acquisto
i diritti che hanno in comune cogli antichi possessori; la numerosa
caterva degli illiberali. La ricognizione de’ progressi civili non
si suol fare se non quando, cessata la generazione degli spogliati
e degli spogliatori, e sentito poi universalmente il beneficio della
più larga ripartizione; e questa ricognizione è allora suggello dei
progressi avvenuti, gran progresso ella stessa. — Ora, io crederei che
non siamo discosti da questo; che sia incominciato il giudizio de’
posteri sulle mutazioni fatte nella civiltà cristiana dal principio
nel nostro secolo; che già non si neghi loro il nome di progressi, se
non forse da coloro a cui ripugna, in odio degli autori, men l’idea,
che non la parola. Ed alcuni di questi sogliono torle quella macchia
o correggerla, chiamando _ben intesi_ i progressi riconosciuti da
loro. A me parve migliore e più determinata correzione, chiamar
_cristiani_ tali progressi che veggiamo estendersi più o meno su tutta
la Cristianità, e non estendersi se non sulla Cristianità; ma se più
piaccia dirli ben intesi od anche più timidamente, miglioramenti,
ordinamenti o che si voglia, sia pure; purchè si riconoscano come
beneficii della Provvidenza alla Cristianità de’ nostri tempi, come
arra di continuazione probabile ai tempi prossimi venturi. — Ma poveri
uomini di stato, poveri uomini di studio, poveri cristiani vogliono
essere coloro che non professino tal gratitudine per lo sgombramento
fattosi quasi dappertutto degli ultimi resti di quella feudalità che
fu resto ella stessa degli antichi e gentili diritti di conquista,
che non fu mai sistema od ordine, ma mancanza d’ogni ordine, che fu
la più mal costituita fra le aristocrazie; aristocrazia nemica al
principe ed al popolo, stato nello stato, felicità ed operosità di
pochi a spese di molti, eccezione anticivile ed anticristiana, e non
più. E poveri uomini di stato o di studio, poveri cristiani vogliono
essere coloro che non professino gratitudine per l’allargamento
e l’agguagliamento de’ diritti civili a tutte le condizioni dei
cittadini; per la semplificazione e l’ordinamento in codici delle
leggi di quasi tutti gli stati; per quell’abolizione della schiavitù
la quale fu proseguita dalla Cristianità fin dalla prima età sua, ma
non fu avanzata mai come alla nostra; per l’abolizione di tutti quegli
usi che nelle successioni, nelle fortune di mare, nella punizione
dei delitti, separavano l’una dall’altra le nazioni cristiane; e per
la diminuzione di quelle gelosie commerciali che le separavano anche
più, ed erano quasi guerre continuate in tempi di pace; e così poi per
tutti que’ commerci allargati e tutte quelle comunicazioni materiali ed
intellettuali agevolate, che fanno più che mai quasi una repubblica,
uno stato degli stati, una società non solamente religiosa, ma civile
dell’intiera Cristianità. E poveri uomini di stato e di studio voglion
esser coloro i quali non riconoscano un immenso progresso civile, in
quel progresso della carità, che è universale ne’ paesi cristiani,
ma sopratutti ne’ cattolici presenti; e che dicemmo già, e (con gran
rincrescimento di non poterci estendere in prove) confermiamo, esser
massimo possibile scioglimento delle ultime, delle vere e sublimi
questioni della pubblica economia. E finalmente, poveri uomini di
stato e di studio e poveri cristiani voglion esser coloro i quali
non riconoscano il beneficio di quel riaccostamento delle parti, che
noi, nati nel secolo scorso, abbiam veduto avvenire durante il corso
di nostra vita. Erano nell’ultimo decennio di quel secolo divise
le nazioni tutte della Cristianità in due parti, non che diverse,
assolutamente avverse, in due campi, non che ostili, mortalmente
nemici; repubblicani gli uni, regii o realisti gli altri, quelli
chiamavan questi tiranni e vili servi, e come tali li trattavano;
e questi chiamavano e trattavano quelli come scellerati, ribelli e
ladroni. Ora all’incontro pochi, sparsi, non influenti, non istimati
e cessanti, sono coloro che usino tuttavia que’ nomi, che serbino
in cuore quegli odii invecchiati. Pochi sono, che che si dica, gli
assoluti repubblicani, pochi gli assoluti realisti, nel cuor d’Europa
e della civiltà cristiana. Le differenze tra le parti son diventate
piccole al paragone; son mezze tinte rispetto ai colori urtanti di
cinquanta anni fa. In Inghilterra, Francia e Spagna e parte di Germania
dove son governi deliberativi, già non si parteggia se non tra il
più o meno conservare o progredire nella libertà ivi definita; e nel
resto d’Europa non si parteggia se non tra chi vuol governi più o men
consultativi, e chi deliberativi; ondechè in somma sono dappertutto
e indubitabilmente riaccostate le parti. E se questo non si dica
progresso o miglioramento di civiltà, io non so più veramente che sia
civiltà o miglioramento.
7. E da tal progresso universale, è venuto, viene e verrà
immanchevolmente un progresso importante italiano. Ei s’ha un bel
dire da’ parteggianti estremi di qua e di là, e talor pure da alcuni
intermedii, che non bisogna prender nulla dagli stranieri, nulla
dall’opinione fuor di patria, nulla da oltremonti ed oltremare. Le
parti, le opinioni patrie lascian dire, e continuano a prendere, e
prender molto. Nè questa è novità; ei fu così dal principio del mondo;
ed io conforterei questi gravi politici e scrittori a studiar su ciò un
po’ più di storia; a studiarla non ne’ compendiuzzi, ma ne’ monumenti
originali e contemporanei ad ogni età antica ed antichissima. E
vedrebbono che, a malgrado delle comunicazioni poco frequenti, od anzi
perchè queste comunicazioni furono fin d’allora molto più frequenti
che non si dice, le forme de’ governi, le civiltà furono pur molto
più simili, e furon dunque molto più prese che non si crede, da un
paese all’altro; che all’origine fu universale un cotal governo misto
naturalmente di regno, aristocrazia e democrazia, il quale durò poi
nelle genti germaniche fino a Cesare e Tacito, che lo descrissero; che
dopo questo fu sparso in tutta l’Asia quel governo che si suol chiamare
de’ grandi despoti orientali, e fu più propriamente di re grandi
imperianti sui piccoli, il governo dei Re de’ Re, dei Melek-malachim,
dei Shahin-sha, dei Kakan, dei Maharadja; che fu al medesimo tempo
o poco dopo universale nell’Europa meridionale Grecia, Italia, e
forse Iberia e Gallia, il governo delle repubblichette federative;
che furono soggette poi Asia ed Europa insieme sotto un solo imperio;
e che, caduto questo, fu universale il governo dei regni barbarici,
alla tedesca, di nuovo misto dei tre elementi primitivi; ed universale
poi la feudalità od usurpazione aristocratica; universale poi (salva
l’Italia) la riunione de’ re e de’ popoli contro a quell’aristocrazia;
universali quindi i regni consultativi, cadenti in assoluti; ed
universale ai nostri dì il sollevamento estremo contro a questi, e
finalmente il ritorno moderato a’ regni consultativi e deliberativi.
— E si crederebbe tener l’Italia isolata da queste universalità? Ai
nostri dì? Ma non è possibile quando fosse bene; non sarebbe bene
quando fosse possibile. L’Italia non è isolata nè isolabile; non è
per la natura sua, colle sue frontiere, che non la dividono da due
grandi nazioni progredienti, colle sue marine, che la riaccostano a
tutte l’altre; e tal sarà men che mai, ora che l’universa Cristianità
si porta nel Mediterraneo. È bene o male? Così è. Ma non è poi male
certamente, posciachè le opinioni europee si son moderate, non è male
che noi siam ridotti a prendere tal moderazione. Io credo che l’Italia
sia ancora il paese dove rimangono più repubblicani; è bene grande
che noi prendiamo dal resto della Cristianità europea le opinioni
antirepubblicane. L’Italia è, tranne Russia, il paese dove sono meno
ordinati i governi a consultativi o deliberativi; è bene che si prenda
l’uno o l’altro ordinamento. L’Italia è il paese dove le due parti
sono per anco più discoste; è bene grande che prendiam di fuori il
riaccostamento. Quando i repubblicani nostri sieno diventati non più
che partigiani dei governi deliberativi, e gli assolutisti non più che
partigiani del governo consultativo, le dissensioni saranno diventate
molto meno acerbe, la divisione meno larga; le parti meno ostili; e le
unioni tra principi o popoli, tra governanti e governati, tra nobili
e plebei, tra stato e stato molto più avanzate. Prendiam pure di fuori
gli esempi d’unioni; non possiam prender nulla di migliore in generale,
nulla di più necessario in particolare all’Italia. E confortiamoci pur
del pensiero che non è possibile che noi prendiamo. L’utopia, il sogno
non è, nemmen qui, la partecipazione nostra futura a’ progressi della
civiltà cristiana; è che noi possiam tenercene isolati; o che il possa
chicchessia.