comprendente il tempo presente e il futuro vicino è prevedibile, sia
per essere nè meno nè più che un’età di continuato progresso cristiano,
età o porzione d’età simile a quella che dicemmo del primato iberico
e del francese, età o porzione d’età che si potrà chiamare molto
probabilmente del primato britannico. — Perciocchè dolga ad alcuni
Francesi, dolga a Spagnuoli od Italiani o Tedeschi, detronati dai
primati, dolga ai pretendenti nuovi o a chicchessia, sono fatti chiari
a qualunque sincero e mediocremente informato: 1.º Che ora, al finir
dell’anno 1843, la nazione che comprende Inghilterra, Scozia ed Irlanda
e noi chiamiamo non propriamente, ma abbreviatamente britannica,
è prima delle nazioni cristiane nell’opera delle conquiste della
Cristianità, bella e grande essendo senza dubbio, ma non comparabile
fin ora, la parte che vi prende Francia nell’Affrica; e non bella nè
grande la parte che vi prende Russia, sviata dall’Asia. 2.º Che la
nazione britannica è prima delle presenti, in quella propagazione della
propria schiatta, e così di una di quelle schiatte cristiane, le quali
(giudicando da tutti gli esempi anteriori, e da quello massimamente
dell’America) sembrano destinate a succedere a tutte l’altre, a
popolar tutto l’orbe, ad essere il terribil mezzo della Provvidenza
alla propagazione del Cristianesimo. 3.º Che la nazione britannica
è ora prima in quella propagazione di commerci, la quale è mezzo a
quell’altre due più importanti. 4.º Che ella è prima in tutte quelle
operosità industriali, in tutte quelle applicazioni scientifiche,
in tutti insomma que’ progressi materiali che sono mezzi al mezzo
commerciale, e per esso alle due grandi propagazioni; e che perciò,
a malgrado di tanti stolti disprezzi, sono e saranno l’occupazione,
l’oggetto di operosità, la via di molti nobili intelletti presenti e
futuri. — Se tutto ciò non si voglia chiamar primato, io non so quale
possa o potrà esser chiamato mai. Non quello germanico, che non fu
guari se non propagazione e prepotenza della propria schiatta fra le
cristiane; non l’italiano, che fu pari o più grande del britannico
presente in colture, in industrie, in commerci, ma molto minore e quasi
nullo in conquiste per la Cristianità, ed in propagazione di schiatte
cristiane; non l’iberico, che fu grande in queste propagazioni, ma
non in tutte le colture; non il francese, che fu all’incontro e di
nuovo, come l’italiano, grande nelle colture, ma poco potente nelle
propagazioni. — È buono o cattivo, giusto od ingiusto, utile o dannoso
il primato britannico? Sono questioni diverse dalla questione del
fatto, e poco meno che vane. Nè le facemmo per gli altri primati; o
piuttosto noi ne prendemmo gli scioglimenti dalla Provvidenza e dagli
effetti adempiuti, ed in ciascuno di questi riconoscemmo le vie di
Lei. Confidiamo pure in Lei per gli effetti del primato britannico
presente; e lasciamo ai nepoti la descrizione che ne potran fare essi
soli. — E così lasciam loro le due altre quistioni se questo primato
sarà durevole, e se sarà ultimo. Della durata, noi non possiamo
guari scorgere se non che ella dipenderà probabilmente dal saper la
nazione britannica vincere non tanto le difficoltà esterne, come le
interne, quelle tre grandi piaghe del pauperismo, della prepotenza
aristocratica, e della prepotenza inglese in Irlanda; che il gran
rimedio alle tre, ed a quest’ultima principalmente, sarebbe senza
dubbio il ritorno alla cattolicità, a cui sembra tendere la nazione
tutt’intiera; e che quando fosse compiuta od avanzata tale opera,
quando alle missioni infruttuose degli acattolici succedessero
le fruttuose cattoliche, allora solamente si potrebbe sperare
quell’incristianirsi dell’Asia, il quale solo sarebbe avanzamento
definitivo colà della civiltà cristiana, conferma e guarentigia forse
dell’imperio britannico in quelle regioni. Del resto, nulla d’umano
dura perpetuo quaggiù; e gl’inglesi più colti, più dotti in istorie
ed in pratica che nessun altro, sanno molto bene che il loro imperio
asiatico, da cui dipende il loro primato, non durerà sempre; e tal
professione si trova, se non nei documenti governativi, certo in
molti degli innumerevoli libri di storie e di descrizioni indiane,
che dimostrano la pubblica opinione. La quale professa sì volere e
dover tener quell’imperio e quel primato quanto più si possa, e trarne
intanto il maggior profitto in tributi e commerci; ma tende a far più
legittimi, men gravosi ai popoli questi profitti; e prevede un tempo
in che rimarrà forse profitto solo la propagazione delle schiatte
e del nome e della civiltà britannica, e tien conto di tal profitto
come grande anche ai nepoti, a quel modo che tien gloria ed utilità
britannica presente l’imperio-anglo-americano, quantunque diviso. E
questo è senza dubbio, alto e veramente liberale e cristiano modo di
considerare il presente e il futuro, l’operosità, la virtù, i doveri
e il destino delle nazioni cristiane. Una nazione in cui tale opinione
è, se non universale, certo pubblica e frequente, non ha forse bisogno
di altro per asserire il proprio primato; e può ben lasciare a’ nepoti
le questioni della durata di esso; ferma essa nella coscienza o almeno
nel desiderio di ben usarlo finchè durerà[41]. — E noi ci metteremo
anche meno poi in quell’altre questioni di più lontano scioglimento, se
qualche altra nazione succederà alla britannica nel primato cristiano,
se il riacquisterà alcuna delle nazioni che già l’ebbero, o s’ei
passerà ad alcun’altra dell’antico o del nuovo continente, ovvero
se dal vedersi men chiari, meno assoluti, men durevoli quanto più si
succedono i primati, si possa argomentare, che essi vengono cessando
e cesseranno quasi assolutamente per l’avvenire, e che così sorgerà
più o meno tardi una età novella in che le nazioni cristiane non
proseguano più se non quella parità, che si può fin d’ora giudicare la
più utile a tutti, la più utile forse a ciascuna, la sola giusta, la
sola legittima, la sola compiutamente cristiana. — Certo, a chi ha fede
nel progresso, a chi partendo dal presente, ne scorge immanchevole uno
ulteriore nel corso de’ secoli, niuna speranza può parer troppa. Ma noi
lasciamo queste e l’altre simili, le quali appartengono a quel futuro
lontano che continuiamo a chiamare imprevedibile; e ci contenteremo
di dar un ultimo sguardo a quel progresso presente, che congiunge le
men discoste speranze dell’universa cristianità con quelle particolari
della patria nostra.
CAPO DECIMOTERZO.
IL PROGRESSO CRISTIANO PRESENTE ED ACCRESCIMENTO CHE NE VIENE A TUTTE
LE SPERANZE ITALIANE
_Lo que ha de ser, no puede faltar_. — C’est là
un fatalisme particulier à l’Espagne, un fatalisme
religieux qui repugne aux lâchetés Épicuriennes,
comme aux stériles vertus du Stoïcisme.
DURIEU, _Revue des deux Mondes_,
15 _juin_ 1844, _p_. 972.
1. Noi nol celammo già, ma gli opponenti cel fan ripetere
deliberatamente qui: Se le Speranze che noi venimmo esponendo della
patria nostra fossero isolate, se noi sperassimo un progresso di virtù
e d’opinione nel popolo nostro, un progresso d’unione tra popolo e
principi, un progresso di territorio ad uno o parecchi principati,
un progresso d’indipendenza a tutta l’Italia, senza sperarne altri
simili o maggiori dell’universa cristianità; tutte quelle Speranze
nostre ci parrebbero mal sode a noi stessi; noi ci sottoporremmo
satisfatti al giudicio di coloro che le dissero più virtuose forse,
ma non meno vane che le rigettate da noi, sogni nuovi posti invece
di sogni vecchi. Ma qui sta, diciamo noi, la differenza; qui, se si
voglia, la sola, ma qui, il pretendiamo, la total differenza; che le
speranze da noi rigettate sono appunto contrarie, che le presentate
da noi sono concordi, col progresso universale della Cristianità. — E
quindi è che, svolta oramai la serie di questo per li XIX secoli suoi,
noi ci fermiamo a cercare posatamente, partitamente, qual sia esso
a’ nostri dì; e quali poi le prove, gli accrescimenti che ne vengono
alle Speranze italiane. Se oltrepassando qui il nostro primo disegno,
noi cadrem forse in alcune ripetizioni, noi ne rigettiam la colpa sui
disperanti. — I quali, non abbiam fiducia per vero dire di persuader
tutti; non quelli certamente che invecchiati in lor disperanze ed
adattatavi da gran tempo lor vita, non vorranno disturbarne i resti per
le nostre o per niune ragioni. Ma molti sono pure che non hanno ancora
adattata lor vita; molti giovani che cercano adattarla alle speranze
della patria, che cercano quindi candidamente, spregiudicatamente quali
sieno più probabili, cercan vivere, cercan morire per l’adempimento,
od anche per l’avanzamento di queste. Ed a tali giovani, alla vera
e sincera giovane Italia de’ nostri dì, noi rivolgiamo, non senza
fiducia, il nostro discorso. — Ad ogni modo, noi prendiamo a dimostrare
qui 1.º che la Cristianità presente è in progresso di dilatazione,
2.º che è in progresso di unione, 3.º in progresso di civiltà, 4.º
in progresso di coltura, 5.º in progresso di virtù; e che ciascuno
di questi progressi accresce le speranze italiane, ne fa, non che
probabili, ma in un modo o in un altro, una volta o l’altra, e per
quanto possa qualunque cosa umana, certi gli adempimenti.
2. Io dico che la Cristianità presente è ora evidentemente in PROGRESSO
DI DILATAZIONE. — Tutta l’Europa senza eccezioni, tutta l’America
con così poche che già non contano e finiscono, sono cristiane; ed
in esse, e qua e là nel resto dell’orbe, cristiani sono da dugento
milioni d’uomini, tra il quarto e il quinto del genere umano. Ed
ora (ei fu già osservato da altri) non istà all’incontro niun’altra
società religiosa comprendente un numero così grande d’uomini; non
la Bramanica, che comprende solamente una parte degli Indiani; non
la Buddica, che comprende l’altra parte degli Indiani, ed una di
Cinesi; non l’antico Teismo, che dura nell’altra parte di questi. Ma
noi aggiugniamo poi, che, fatta in tal modo la comparazione delle
forze cristiane colle non cristiane, ella è molto incerta e poco
significante. Ogni calcolo di forze umane non può esser giusto, se vi
si tenga conto solamente del numero delle anime, se non si tenga pure
dell’impulso che le muove; le forze umane, come le materiali, constano
di due elementi, la massa e la velocità. Ed introdotto quest’elemento
della velocità, dell’impulso, la comparazione delle forze cristiane
con ciascuna delle acristiane non rimarrebbe dubbio per vero dire. Ma
noi andiamo più in là; noi accettiamo e provochiamo una comparazione
più svantaggiosa: la comparazione delle Cristianità con tutto il resto
del mondo; la comparazione delle forze dei 200 milioni di cristiani,
con quelle degli 800 che concederemo de’ non cristiani. Quest’è la
divisione del genere umano che incominciò al dì che incominciò la
Cristianità; al dì che erano contro l’universo mondo 70 cristiani
o poco più. — E così instituito il paragone, diciamo che que’ 70
essendo diventati 200 milioni in XVIII secoli, è molto probabile che
questi diventin mille milioni in pochi secoli; diciamo che la massa
de’ 200 milioni moltiplicata per l’impulso presente cristiano è una
forza che ci par molto grande, ma che noi lascerem supporre mediocre,
o piccola, o piccolissima; perciocchè ad ogni modo ella sarà sempre
maggiore che non la forza la quale, constando della massa degli 800
milioni acristiani, moltiplicata per la velocità zero dell’impulso loro
presente, risulta quindi zero ad ogni modo. — E che poi sieno zero al
dì d’oggi tutti gl’impulsi religiosi non cristiani, io non credo che
ne possa dubitare nessuno, il quale v’attenda pur un momento. Lasciamo
le religioni anticamente cadute, guardiamo sole le superstiti. Io
crederei che il Teismo Cinese sia antico quanto il mondo postdiluviano;
che fosse simile, fosse parte del teismo primitivo, prima buono, in
breve sviato; e si propagasse quindi colle genti primitive, e durasse
presso le cinesi forse meno sviato, forse quasi solo, lunghi secoli
certamente, intorno a 2,500 anni. Ma ad ogni modo il suo trionfo, il
suo imperio esclusivo cessava già intorno al secolo VI prima di nostra
era; e d’allora in poi fu combattuto, fu ristretto, fu alterato dal
Tao-teismo, dal Buddismo antico, dal Shamanismo successivo; ondechè è
ridotto oramai a non molti in quell’imperio, e quell’imperio è il più
misto di religioni, od anzi, al dir di tutti, il più privo di religione
che sia al mondo; ondechè in somma l’impulso, la forza di quel teismo
si vede cessata da ventiquattro secoli oramai. — Ed io crederei che il
Bramanismo primitivo sia parimente antico, parimente originario dal
Teismo; ma sviatosene più prontamente, ei si costituì ad ogni modo
qual è nei Vedi duemila anni incirca prima di G. C. E fiorì, ebbe
un primo periodo di propagazione, un primo impulso fino intorno al
medesimo secolo VI avanti G. C. Ma allora ebbe ad emulo il Buddismo,
e ne fu vinto in parte fino ai primi secoli dopo G. C.; e il rivinse
poi, ed ebbe così un secondo periodo di vittoria, un secondo impulso
indubitabilmente. Ma questo durò molto meno che il primo; e intorno
all’anno 1000 il Bramanismo fu assalito e vinto dal Maomettismo, e durò
schiavo di esso dapprima, schiavo poscia ed ora della Cristianità;
ondechè in somma sono otto secoli ch’egli è schiavo, otto secoli che
è cessato ogni impulso suo. — Ed io crederei che anche il buddismo
primitivo fosse quasi contemporaneo alle prime genti postdiluviane.
Ma checchesia di tal opinione, certo è che il buddismo, vincitor del
Bramanismo, non risale nemmen esso oltre al secolo VI avanti G. C.;
che il Buddismo Lamaico è posteriore di parecchi secoli a questa nostra
era; che l’impulso e la propagazione di lui cessarono all’incirca alla
medesima epoca ed allo stesso modo che l’impulso bramanico, per le
vittorie orientali del Maomettismo; cioè da’ medesimi otto secoli. —
E l’impulso, la propagazione di questo poi, durò (non disputiamo nè
distinguiamo qui, e concediamo quanto si possa pretendere) durò presso
a mille anni, dall’Egira fino all’assedio di Vienna. Ma da due secoli
in qua, non solamente ogni impulso suo è cessato, non solamente è
chiara a tutti la sua decadenza, ma la sua caduta a precipizio; perdè
la signoria dell’Indie, perdè molte provincie asiatiche ed europee
conquistategli dalla Russia, fu cacciato intieramente di Valachia,
Moldavia e Servia, perdè Grecia ed Algeri; ondechè la cessazione del
suo impulso, quantunque molto meno antica, è più evidente a ciascuno,
che non quelle stesse del Teismo Cinese, o del Bramanismo e del
Buddismo. — Ed ora supponiamo (ciò che tuttavia è assurdo) che si
congiungessero tutti questi acristiani e di più tutti gli altri del
mondo contra i cristiani, gli 800 milioni d’uomini senza impulso contra
i 200 milioni più o meno impulsi, la vittoria, il risultato ultimo
non resterebbe dubbio; non è possibile che questi non finiscano per
vincere, conquistare ed asservire o spegner quelli, in un modo o in
un altro, quandochesia. — Ma questo impulso cristiano poi non è vero
che sia piccolo; è grandissimo, è patente da tutte le parti, su tutti
i limiti della Cristianità. Tre secoli fa ella incominciò a spandersi
in Occidente; ed ora è finito quell’impulso per una buona ragione,
perchè è finito il terreno da conquistare, sono conquistate o spente
tutte quelle schiatte d’uomini. Ora è la vicenda dell’Oriente e del
Mezzodì; e ad Oriente è conquistato da un secolo un imperio intiero, il
vero imperio di mezzo dell’Asia, tutte le Indie: ed indi raggiando, la
Cristianità, condotta dall’Inghilterra, domina più o meno già su tutta
l’Asia meridionale; mentre Russia regna su tutta la settentrionale;
e s’incontrano le due preponderanze nell’Asia centrale, ondechè non
è libera della preponderanza cristiana niuna terra asiatica, se non
la Cina e il Giappone, o forse già questo solo. E l’Affrica è da gran
tempo cinta da una corona d’isole e di porti continentali cristiani,
ed è ora intaccata gravemente nell’Algeria, ed è ultimamente assalita
a Marocco; e la lontana Oceania è invasa nelle sue isole maggiori
e minori tutta quanta oramai. È egli probabile, non dico che dia
indietro, ma che si fermi tal impulso, tal progresso di dilatazione, il
quale dura vittorioso così da tre secoli, crebbe e cresce fino a ieri
ed oggi? O non anzi, che cresciuto si acceleri; e che fra altrettanti
o meno secoli diventin cristiani o almen soggetti a’ cristiani
quei rimasugli di terre e di schiatte non cristiane? No, no; non è
profetare, non è se non umano od anzi volgarissimo prevedere questo,
che fra pochi secoli non rimarranno sul globo se non iscemate e sparse,
e suddite nostre, e nascondentisi ne’ deserti le genti acristiane; a
quel modo che poco dopo i tre primi secoli rimanevano sparsi e nascosti
ne’ _pagi_ più oscuri que’ pochi idolatri dell’Imperio romano, che
ne preser nome di pagani. — Al secolo scorso, nel calor della smania
anticristiana si accusava il Cristianesimo di essere propagandista;
ed alcuni cristiani erano così semplici da volerlo scusare di tale
imputazione. Ma questa era pur giusta; e fu sempre ed è ora più che mai
provata dal fatto. Propagandista si mostra il Cristianesimo da tutte
parti; propagandista fu lungo tutti i secoli suoi; propagandista fin
dal nascere suo, per istituzione, per la natura sua soprannaturale.
Il Cristianesimo non è altro che propagazione; è verità, epperciò
si propaga. E se noi scrivessimo qui di teologia o filosofia, noi
invertiremmo l’argomento, e diremmo: si propaga solo e dappertutto, ei
debbe essere dunque verità. Ma noi scriviamo di storia e politica; e
notiamo solamente il fatto: si propaga in tutto l’orbe.
3. Ed ora scendiamo da queste evidenti certezze generali alle
speranze italiane. — Noi dimorammo già non poco tratto a dimostrare
la probabilità che cada l’Imperio ottomano, sedia principale del
Maomettismo, e che, cadendo, lasci luogo alle nazioni cristiane. Ma
ora, considerata nel suo impulso presente, in quello dei tre ultimi
o, per dir meglio, dei XVIII secoli suoi la cristianità; la questione
turca s’impicciolisce a tal segno da non parer più degna forse
nemmeno dello studio che vi ponemmo; da parere non più che parte della
certezza della propagazione universale cristiana. Quell’Imperio è ad
uno dei limiti dell’Europa, della madre patria della Cristianità,
della sedia ov’ella è compressa, ristretta, confinata contro tutti
i bisogni presenti suoi, contro a tutti i suoi destini futuri; è
al limite orientale, verso a dove si volge l’impulso presente di
lei; è sulla via, primo sulla via ond’ella ha a passare; ed è non
solamente imperio stazionario, ma cadente, ma già scemato, ma già
incominciato a spartirsi tra la Cristianità. Se dunque non mutino
tutte le proprietà, tutti gli andamenti di lei, se non cessi a un
tratto tutto l’impulso cristiano, contro tutti i fatti precedenti,
senza ragione presente, senza annunzi, senza cenni, senza probabilità
nè possibilità avvenire, se non si volgano a rovescio i secoli e il
genere umano, quell’imperio è destinato a finir di cadere, a lasciarci
luogo, a darci spazio. — Se fosse possibile che la Cristianità non
passasse per quella via, ella passerebbe per qualunque altra; e la
propagazione sarebbe la medesima; e medesimi sarebbero all’incirca i
risultati per la Cristianità in generale, per l’Italia in particolare.
Supponiamo che la Cristianità non passi per la sua via naturale, da
Occidente ad Oriente, che incominci dal Mezzodì, dall’Oriente, dal
Settentrione; supponiamo (improbabilissimo) che l’Imperio turco duri
come già l’Imperio greco a Costantinopoli, intanto che Inghilterra
e Russia lo spoglierebbero delle sue provincie asiatiche. Ma un dì o
l’altro ei sarebbe spogliato pure delle sue provincie europee, pur di
Costantinopoli. E allora, risorgerebbero le medesime eventualità, le
medesime occasioni, i medesimi tre casi di spartimento che ponemmo.
Ridico che non è possibile che avvenga tal ritardo; ma poniamolo,
non è che ritardo; e sempre si verrebbe a’ tre casi già considerati.
Di qua non s’esce; qualche nazione cristiana passerà o sorgerà,
un dì o l’altro, nelle provincie europee dell’Imperio turco; ed,
o vi passerà l’Austria, o vi passerà la Russia, che sono le due
sole potenze limitrofe; o sorgeranno stati nuovi delle popolazioni
cristiane che vi si trovano or rare e serve. Ma nel 1.º caso (il più
conveniente, dicemmo e confermiamo, a tutta la Cristianità) l’Austria
s’accrescerà a segno da non poter nè essa conservare, nè esser sofferta
di conservare le sue provincie occidentali straniere; e queste non
possono se non ridiventar italiane, compiere finalmente la nostra
indipendenza, in qualunque modo. Nel 2.º caso, se la Russia fosse
quella che sottentrasse all’Imperio turco, ciò sarebbe segno, sarebbe
effetto d’una decadenza, d’un ozio, d’un avvilimento, d’una nullità
dell’Austria molto peggiori che non le presenti stesse; e ciò sarebbe
occasione, ciò speranza, grandissima oltre ogni altra, all’Italia.
Quella viltà, quella nullità esterne sarebbero pur interne; sarebbero
scioglimento di quell’imperio; sarebbero sorgimento d’indipendenza
nuova e compiuta agli Ungaresi, ai Boemi, a tutti gli Slavi. E non
sarebbero all’Italia? Non è probabile. L’indipendenza è desiderata
dalle popolazioni austro-lombarde, più che non dall’austro-ungaresi,
od austro-slave; e queste non hanno principi connazionali vicini, da
aiutar quell’indipendenza, da approfittarne. Certo sì: lo scioglimento
dell’Imperio austriaco sarebbe l’occasione la più propizia per
l’Italia; e se i nostri desiderii fossero italiani gretti, non
italo-europei od anzi italo-cristiani, noi non desidereremmo mai altra
occasione. E finalmente il 3.º caso, che sorgessero stati cristiani
dalle provincie turche, non può succedere forse, se non col medesimo od
un poco minore avvilimento dell’Austria, e di più, con uno simile della
Russia; e ad ogni modo dall’instabilità, dalla debolezza, dalle dispute
interne ed esterne di questi stati nuovi sorgerebbero tali e tanti
turbamenti in tutta la Cristianità, che sarebbero non più un’occasione,
ma una lunga serie di occasioni favorevoli alla indipendenza d’Italia.
— Ma si vuol egli fare un 4.º caso? uno composto de’ tre primi? il
caso che qualche cosa sia presa dall’Austria, qualche cosa da Russia,
qualche cosa da stati nuovi indipendenti? Sia pure: in tal caso
le nostre occasioni sarebbero pur composte delle tre occasioni, le
nostre speranze delle tre speranze particolari; noi avremmo occasioni
e speranze dall’inorientarsi d’Austria, e dall’avvilimento di essa,
e da’ turbamenti che nascerebbero. — Ovvero ancora, vuol egli farsi
un 5.º caso? che tutto ciò avvenga a poco a poco, pacificamente,
diplomaticamente? Sia pure anche ciò; ma sorgerebbero almeno occasioni
diplomatiche, speranze quindi da’ nostri principi che possono e debbono
entrare in tali diplomazie, speranze dai nostri popoli che vi possono
incorare, spingere i nostri principi. Perciocchè, già s’intende, che
tutto ciò non succederebbe se mancassimo noi stessi a noi, all’Europa,
alla Cristianità. Già s’intende, che non è speranza a chi non prenda
le occasioni, a chi non s’aiuti quando Dio l’aiuta. Non è che un
caso contro a noi: il caso che poi rimaniamo oziosi nell’occasione.
Ma questo stesso, grazie a Dio, non è probabile. Noi non siamo in un
seicento. Noi valiamo più che al principio del secolo XVIII. E allora
bastò l’occasione della successione di Spagna per rialzar l’Italia. Ben
altra successione ci si apparecchia; e noi siamo di gran lunga meglio
apparecchiati a valercene. No, non è sogno questo; sogno è quello de’
disperanti; ed alla moltiplicazione di essi si riduce il solo caso che
abbiamo contra noi. Deh non date lor retta, o miei compatrioti.