17. E così dunque comparando e giudicando, ei ci parrà che l’età

comprendente il tempo presente e il futuro vicino è prevedibile, sia

per essere nè meno nè più che un’età di continuato progresso cristiano,

età o porzione d’età simile a quella che dicemmo del primato iberico

e del francese, età o porzione d’età che si potrà chiamare molto

probabilmente del primato britannico. — Perciocchè dolga ad alcuni

Francesi, dolga a Spagnuoli od Italiani o Tedeschi, detronati dai

primati, dolga ai pretendenti nuovi o a chicchessia, sono fatti chiari

a qualunque sincero e mediocremente informato: 1.º Che ora, al finir

dell’anno 1843, la nazione che comprende Inghilterra, Scozia ed Irlanda

e noi chiamiamo non propriamente, ma abbreviatamente britannica,

è prima delle nazioni cristiane nell’opera delle conquiste della

Cristianità, bella e grande essendo senza dubbio, ma non comparabile

fin ora, la parte che vi prende Francia nell’Affrica; e non bella nè

grande la parte che vi prende Russia, sviata dall’Asia. 2.º Che la

nazione britannica è prima delle presenti, in quella propagazione della

propria schiatta, e così di una di quelle schiatte cristiane, le quali

(giudicando da tutti gli esempi anteriori, e da quello massimamente

dell’America) sembrano destinate a succedere a tutte l’altre, a

popolar tutto l’orbe, ad essere il terribil mezzo della Provvidenza

alla propagazione del Cristianesimo. 3.º Che la nazione britannica

è ora prima in quella propagazione di commerci, la quale è mezzo a

quell’altre due più importanti. 4.º Che ella è prima in tutte quelle

operosità industriali, in tutte quelle applicazioni scientifiche,

in tutti insomma que’ progressi materiali che sono mezzi al mezzo

commerciale, e per esso alle due grandi propagazioni; e che perciò,

a malgrado di tanti stolti disprezzi, sono e saranno l’occupazione,

l’oggetto di operosità, la via di molti nobili intelletti presenti e

futuri. — Se tutto ciò non si voglia chiamar primato, io non so quale

possa o potrà esser chiamato mai. Non quello germanico, che non fu

guari se non propagazione e prepotenza della propria schiatta fra le

cristiane; non l’italiano, che fu pari o più grande del britannico

presente in colture, in industrie, in commerci, ma molto minore e quasi

nullo in conquiste per la Cristianità, ed in propagazione di schiatte

cristiane; non l’iberico, che fu grande in queste propagazioni, ma

non in tutte le colture; non il francese, che fu all’incontro e di

nuovo, come l’italiano, grande nelle colture, ma poco potente nelle

propagazioni. — È buono o cattivo, giusto od ingiusto, utile o dannoso

il primato britannico? Sono questioni diverse dalla questione del

fatto, e poco meno che vane. Nè le facemmo per gli altri primati; o

piuttosto noi ne prendemmo gli scioglimenti dalla Provvidenza e dagli

effetti adempiuti, ed in ciascuno di questi riconoscemmo le vie di

Lei. Confidiamo pure in Lei per gli effetti del primato britannico

presente; e lasciamo ai nepoti la descrizione che ne potran fare essi

soli. — E così lasciam loro le due altre quistioni se questo primato

sarà durevole, e se sarà ultimo. Della durata, noi non possiamo

guari scorgere se non che ella dipenderà probabilmente dal saper la

nazione britannica vincere non tanto le difficoltà esterne, come le

interne, quelle tre grandi piaghe del pauperismo, della prepotenza

aristocratica, e della prepotenza inglese in Irlanda; che il gran

rimedio alle tre, ed a quest’ultima principalmente, sarebbe senza

dubbio il ritorno alla cattolicità, a cui sembra tendere la nazione

tutt’intiera; e che quando fosse compiuta od avanzata tale opera,

quando alle missioni infruttuose degli acattolici succedessero

le fruttuose cattoliche, allora solamente si potrebbe sperare

quell’incristianirsi dell’Asia, il quale solo sarebbe avanzamento

definitivo colà della civiltà cristiana, conferma e guarentigia forse

dell’imperio britannico in quelle regioni. Del resto, nulla d’umano

dura perpetuo quaggiù; e gl’inglesi più colti, più dotti in istorie

ed in pratica che nessun altro, sanno molto bene che il loro imperio

asiatico, da cui dipende il loro primato, non durerà sempre; e tal

professione si trova, se non nei documenti governativi, certo in

molti degli innumerevoli libri di storie e di descrizioni indiane,

che dimostrano la pubblica opinione. La quale professa sì volere e

dover tener quell’imperio e quel primato quanto più si possa, e trarne

intanto il maggior profitto in tributi e commerci; ma tende a far più

legittimi, men gravosi ai popoli questi profitti; e prevede un tempo

in che rimarrà forse profitto solo la propagazione delle schiatte

e del nome e della civiltà britannica, e tien conto di tal profitto

come grande anche ai nepoti, a quel modo che tien gloria ed utilità

britannica presente l’imperio-anglo-americano, quantunque diviso. E

questo è senza dubbio, alto e veramente liberale e cristiano modo di

considerare il presente e il futuro, l’operosità, la virtù, i doveri

e il destino delle nazioni cristiane. Una nazione in cui tale opinione

è, se non universale, certo pubblica e frequente, non ha forse bisogno

di altro per asserire il proprio primato; e può ben lasciare a’ nepoti

le questioni della durata di esso; ferma essa nella coscienza o almeno

nel desiderio di ben usarlo finchè durerà[41]. — E noi ci metteremo

anche meno poi in quell’altre questioni di più lontano scioglimento, se

qualche altra nazione succederà alla britannica nel primato cristiano,

se il riacquisterà alcuna delle nazioni che già l’ebbero, o s’ei

passerà ad alcun’altra dell’antico o del nuovo continente, ovvero

se dal vedersi men chiari, meno assoluti, men durevoli quanto più si

succedono i primati, si possa argomentare, che essi vengono cessando

e cesseranno quasi assolutamente per l’avvenire, e che così sorgerà

più o meno tardi una età novella in che le nazioni cristiane non

proseguano più se non quella parità, che si può fin d’ora giudicare la

più utile a tutti, la più utile forse a ciascuna, la sola giusta, la

sola legittima, la sola compiutamente cristiana. — Certo, a chi ha fede

nel progresso, a chi partendo dal presente, ne scorge immanchevole uno

ulteriore nel corso de’ secoli, niuna speranza può parer troppa. Ma noi

lasciamo queste e l’altre simili, le quali appartengono a quel futuro

lontano che continuiamo a chiamare imprevedibile; e ci contenteremo

di dar un ultimo sguardo a quel progresso presente, che congiunge le

men discoste speranze dell’universa cristianità con quelle particolari

della patria nostra.

CAPO DECIMOTERZO.

IL PROGRESSO CRISTIANO PRESENTE ED ACCRESCIMENTO CHE NE VIENE A TUTTE

LE SPERANZE ITALIANE

_Lo que ha de ser, no puede faltar_. — C’est là

un fatalisme particulier à l’Espagne, un fatalisme

religieux qui repugne aux lâchetés Épicuriennes,

comme aux stériles vertus du Stoïcisme.

DURIEU, _Revue des deux Mondes_,

15 _juin_ 1844, _p_. 972.

1. Noi nol celammo già, ma gli opponenti cel fan ripetere

deliberatamente qui: Se le Speranze che noi venimmo esponendo della

patria nostra fossero isolate, se noi sperassimo un progresso di virtù

e d’opinione nel popolo nostro, un progresso d’unione tra popolo e

principi, un progresso di territorio ad uno o parecchi principati,

un progresso d’indipendenza a tutta l’Italia, senza sperarne altri

simili o maggiori dell’universa cristianità; tutte quelle Speranze

nostre ci parrebbero mal sode a noi stessi; noi ci sottoporremmo

satisfatti al giudicio di coloro che le dissero più virtuose forse,

ma non meno vane che le rigettate da noi, sogni nuovi posti invece

di sogni vecchi. Ma qui sta, diciamo noi, la differenza; qui, se si

voglia, la sola, ma qui, il pretendiamo, la total differenza; che le

speranze da noi rigettate sono appunto contrarie, che le presentate

da noi sono concordi, col progresso universale della Cristianità. — E

quindi è che, svolta oramai la serie di questo per li XIX secoli suoi,

noi ci fermiamo a cercare posatamente, partitamente, qual sia esso

a’ nostri dì; e quali poi le prove, gli accrescimenti che ne vengono

alle Speranze italiane. Se oltrepassando qui il nostro primo disegno,

noi cadrem forse in alcune ripetizioni, noi ne rigettiam la colpa sui

disperanti. — I quali, non abbiam fiducia per vero dire di persuader

tutti; non quelli certamente che invecchiati in lor disperanze ed

adattatavi da gran tempo lor vita, non vorranno disturbarne i resti per

le nostre o per niune ragioni. Ma molti sono pure che non hanno ancora

adattata lor vita; molti giovani che cercano adattarla alle speranze

della patria, che cercano quindi candidamente, spregiudicatamente quali

sieno più probabili, cercan vivere, cercan morire per l’adempimento,

od anche per l’avanzamento di queste. Ed a tali giovani, alla vera

e sincera giovane Italia de’ nostri dì, noi rivolgiamo, non senza

fiducia, il nostro discorso. — Ad ogni modo, noi prendiamo a dimostrare

qui 1.º che la Cristianità presente è in progresso di dilatazione,

2.º che è in progresso di unione, 3.º in progresso di civiltà, 4.º

in progresso di coltura, 5.º in progresso di virtù; e che ciascuno

di questi progressi accresce le speranze italiane, ne fa, non che

probabili, ma in un modo o in un altro, una volta o l’altra, e per

quanto possa qualunque cosa umana, certi gli adempimenti.

2. Io dico che la Cristianità presente è ora evidentemente in PROGRESSO

DI DILATAZIONE. — Tutta l’Europa senza eccezioni, tutta l’America

con così poche che già non contano e finiscono, sono cristiane; ed

in esse, e qua e là nel resto dell’orbe, cristiani sono da dugento

milioni d’uomini, tra il quarto e il quinto del genere umano. Ed

ora (ei fu già osservato da altri) non istà all’incontro niun’altra

società religiosa comprendente un numero così grande d’uomini; non

la Bramanica, che comprende solamente una parte degli Indiani; non

la Buddica, che comprende l’altra parte degli Indiani, ed una di

Cinesi; non l’antico Teismo, che dura nell’altra parte di questi. Ma

noi aggiugniamo poi, che, fatta in tal modo la comparazione delle

forze cristiane colle non cristiane, ella è molto incerta e poco

significante. Ogni calcolo di forze umane non può esser giusto, se vi

si tenga conto solamente del numero delle anime, se non si tenga pure

dell’impulso che le muove; le forze umane, come le materiali, constano

di due elementi, la massa e la velocità. Ed introdotto quest’elemento

della velocità, dell’impulso, la comparazione delle forze cristiane

con ciascuna delle acristiane non rimarrebbe dubbio per vero dire. Ma

noi andiamo più in là; noi accettiamo e provochiamo una comparazione

più svantaggiosa: la comparazione delle Cristianità con tutto il resto

del mondo; la comparazione delle forze dei 200 milioni di cristiani,

con quelle degli 800 che concederemo de’ non cristiani. Quest’è la

divisione del genere umano che incominciò al dì che incominciò la

Cristianità; al dì che erano contro l’universo mondo 70 cristiani

o poco più. — E così instituito il paragone, diciamo che que’ 70

essendo diventati 200 milioni in XVIII secoli, è molto probabile che

questi diventin mille milioni in pochi secoli; diciamo che la massa

de’ 200 milioni moltiplicata per l’impulso presente cristiano è una

forza che ci par molto grande, ma che noi lascerem supporre mediocre,

o piccola, o piccolissima; perciocchè ad ogni modo ella sarà sempre

maggiore che non la forza la quale, constando della massa degli 800

milioni acristiani, moltiplicata per la velocità zero dell’impulso loro

presente, risulta quindi zero ad ogni modo. — E che poi sieno zero al

dì d’oggi tutti gl’impulsi religiosi non cristiani, io non credo che

ne possa dubitare nessuno, il quale v’attenda pur un momento. Lasciamo

le religioni anticamente cadute, guardiamo sole le superstiti. Io

crederei che il Teismo Cinese sia antico quanto il mondo postdiluviano;

che fosse simile, fosse parte del teismo primitivo, prima buono, in

breve sviato; e si propagasse quindi colle genti primitive, e durasse

presso le cinesi forse meno sviato, forse quasi solo, lunghi secoli

certamente, intorno a 2,500 anni. Ma ad ogni modo il suo trionfo, il

suo imperio esclusivo cessava già intorno al secolo VI prima di nostra

era; e d’allora in poi fu combattuto, fu ristretto, fu alterato dal

Tao-teismo, dal Buddismo antico, dal Shamanismo successivo; ondechè è

ridotto oramai a non molti in quell’imperio, e quell’imperio è il più

misto di religioni, od anzi, al dir di tutti, il più privo di religione

che sia al mondo; ondechè in somma l’impulso, la forza di quel teismo

si vede cessata da ventiquattro secoli oramai. — Ed io crederei che il

Bramanismo primitivo sia parimente antico, parimente originario dal

Teismo; ma sviatosene più prontamente, ei si costituì ad ogni modo

qual è nei Vedi duemila anni incirca prima di G. C. E fiorì, ebbe

un primo periodo di propagazione, un primo impulso fino intorno al

medesimo secolo VI avanti G. C. Ma allora ebbe ad emulo il Buddismo,

e ne fu vinto in parte fino ai primi secoli dopo G. C.; e il rivinse

poi, ed ebbe così un secondo periodo di vittoria, un secondo impulso

indubitabilmente. Ma questo durò molto meno che il primo; e intorno

all’anno 1000 il Bramanismo fu assalito e vinto dal Maomettismo, e durò

schiavo di esso dapprima, schiavo poscia ed ora della Cristianità;

ondechè in somma sono otto secoli ch’egli è schiavo, otto secoli che

è cessato ogni impulso suo. — Ed io crederei che anche il buddismo

primitivo fosse quasi contemporaneo alle prime genti postdiluviane.

Ma checchesia di tal opinione, certo è che il buddismo, vincitor del

Bramanismo, non risale nemmen esso oltre al secolo VI avanti G. C.;

che il Buddismo Lamaico è posteriore di parecchi secoli a questa nostra

era; che l’impulso e la propagazione di lui cessarono all’incirca alla

medesima epoca ed allo stesso modo che l’impulso bramanico, per le

vittorie orientali del Maomettismo; cioè da’ medesimi otto secoli. —

E l’impulso, la propagazione di questo poi, durò (non disputiamo nè

distinguiamo qui, e concediamo quanto si possa pretendere) durò presso

a mille anni, dall’Egira fino all’assedio di Vienna. Ma da due secoli

in qua, non solamente ogni impulso suo è cessato, non solamente è

chiara a tutti la sua decadenza, ma la sua caduta a precipizio; perdè

la signoria dell’Indie, perdè molte provincie asiatiche ed europee

conquistategli dalla Russia, fu cacciato intieramente di Valachia,

Moldavia e Servia, perdè Grecia ed Algeri; ondechè la cessazione del

suo impulso, quantunque molto meno antica, è più evidente a ciascuno,

che non quelle stesse del Teismo Cinese, o del Bramanismo e del

Buddismo. — Ed ora supponiamo (ciò che tuttavia è assurdo) che si

congiungessero tutti questi acristiani e di più tutti gli altri del

mondo contra i cristiani, gli 800 milioni d’uomini senza impulso contra

i 200 milioni più o meno impulsi, la vittoria, il risultato ultimo

non resterebbe dubbio; non è possibile che questi non finiscano per

vincere, conquistare ed asservire o spegner quelli, in un modo o in

un altro, quandochesia. — Ma questo impulso cristiano poi non è vero

che sia piccolo; è grandissimo, è patente da tutte le parti, su tutti

i limiti della Cristianità. Tre secoli fa ella incominciò a spandersi

in Occidente; ed ora è finito quell’impulso per una buona ragione,

perchè è finito il terreno da conquistare, sono conquistate o spente

tutte quelle schiatte d’uomini. Ora è la vicenda dell’Oriente e del

Mezzodì; e ad Oriente è conquistato da un secolo un imperio intiero, il

vero imperio di mezzo dell’Asia, tutte le Indie: ed indi raggiando, la

Cristianità, condotta dall’Inghilterra, domina più o meno già su tutta

l’Asia meridionale; mentre Russia regna su tutta la settentrionale;

e s’incontrano le due preponderanze nell’Asia centrale, ondechè non

è libera della preponderanza cristiana niuna terra asiatica, se non

la Cina e il Giappone, o forse già questo solo. E l’Affrica è da gran

tempo cinta da una corona d’isole e di porti continentali cristiani,

ed è ora intaccata gravemente nell’Algeria, ed è ultimamente assalita

a Marocco; e la lontana Oceania è invasa nelle sue isole maggiori

e minori tutta quanta oramai. È egli probabile, non dico che dia

indietro, ma che si fermi tal impulso, tal progresso di dilatazione, il

quale dura vittorioso così da tre secoli, crebbe e cresce fino a ieri

ed oggi? O non anzi, che cresciuto si acceleri; e che fra altrettanti

o meno secoli diventin cristiani o almen soggetti a’ cristiani

quei rimasugli di terre e di schiatte non cristiane? No, no; non è

profetare, non è se non umano od anzi volgarissimo prevedere questo,

che fra pochi secoli non rimarranno sul globo se non iscemate e sparse,

e suddite nostre, e nascondentisi ne’ deserti le genti acristiane; a

quel modo che poco dopo i tre primi secoli rimanevano sparsi e nascosti

ne’ _pagi_ più oscuri que’ pochi idolatri dell’Imperio romano, che

ne preser nome di pagani. — Al secolo scorso, nel calor della smania

anticristiana si accusava il Cristianesimo di essere propagandista;

ed alcuni cristiani erano così semplici da volerlo scusare di tale

imputazione. Ma questa era pur giusta; e fu sempre ed è ora più che mai

provata dal fatto. Propagandista si mostra il Cristianesimo da tutte

parti; propagandista fu lungo tutti i secoli suoi; propagandista fin

dal nascere suo, per istituzione, per la natura sua soprannaturale.

Il Cristianesimo non è altro che propagazione; è verità, epperciò

si propaga. E se noi scrivessimo qui di teologia o filosofia, noi

invertiremmo l’argomento, e diremmo: si propaga solo e dappertutto, ei

debbe essere dunque verità. Ma noi scriviamo di storia e politica; e

notiamo solamente il fatto: si propaga in tutto l’orbe.

3. Ed ora scendiamo da queste evidenti certezze generali alle

speranze italiane. — Noi dimorammo già non poco tratto a dimostrare

la probabilità che cada l’Imperio ottomano, sedia principale del

Maomettismo, e che, cadendo, lasci luogo alle nazioni cristiane. Ma

ora, considerata nel suo impulso presente, in quello dei tre ultimi

o, per dir meglio, dei XVIII secoli suoi la cristianità; la questione

turca s’impicciolisce a tal segno da non parer più degna forse

nemmeno dello studio che vi ponemmo; da parere non più che parte della

certezza della propagazione universale cristiana. Quell’Imperio è ad

uno dei limiti dell’Europa, della madre patria della Cristianità,

della sedia ov’ella è compressa, ristretta, confinata contro tutti

i bisogni presenti suoi, contro a tutti i suoi destini futuri; è

al limite orientale, verso a dove si volge l’impulso presente di

lei; è sulla via, primo sulla via ond’ella ha a passare; ed è non

solamente imperio stazionario, ma cadente, ma già scemato, ma già

incominciato a spartirsi tra la Cristianità. Se dunque non mutino

tutte le proprietà, tutti gli andamenti di lei, se non cessi a un

tratto tutto l’impulso cristiano, contro tutti i fatti precedenti,

senza ragione presente, senza annunzi, senza cenni, senza probabilità

nè possibilità avvenire, se non si volgano a rovescio i secoli e il

genere umano, quell’imperio è destinato a finir di cadere, a lasciarci

luogo, a darci spazio. — Se fosse possibile che la Cristianità non

passasse per quella via, ella passerebbe per qualunque altra; e la

propagazione sarebbe la medesima; e medesimi sarebbero all’incirca i

risultati per la Cristianità in generale, per l’Italia in particolare.

Supponiamo che la Cristianità non passi per la sua via naturale, da

Occidente ad Oriente, che incominci dal Mezzodì, dall’Oriente, dal

Settentrione; supponiamo (improbabilissimo) che l’Imperio turco duri

come già l’Imperio greco a Costantinopoli, intanto che Inghilterra

e Russia lo spoglierebbero delle sue provincie asiatiche. Ma un dì o

l’altro ei sarebbe spogliato pure delle sue provincie europee, pur di

Costantinopoli. E allora, risorgerebbero le medesime eventualità, le

medesime occasioni, i medesimi tre casi di spartimento che ponemmo.

Ridico che non è possibile che avvenga tal ritardo; ma poniamolo,

non è che ritardo; e sempre si verrebbe a’ tre casi già considerati.

Di qua non s’esce; qualche nazione cristiana passerà o sorgerà,

un dì o l’altro, nelle provincie europee dell’Imperio turco; ed,

o vi passerà l’Austria, o vi passerà la Russia, che sono le due

sole potenze limitrofe; o sorgeranno stati nuovi delle popolazioni

cristiane che vi si trovano or rare e serve. Ma nel 1.º caso (il più

conveniente, dicemmo e confermiamo, a tutta la Cristianità) l’Austria

s’accrescerà a segno da non poter nè essa conservare, nè esser sofferta

di conservare le sue provincie occidentali straniere; e queste non

possono se non ridiventar italiane, compiere finalmente la nostra

indipendenza, in qualunque modo. Nel 2.º caso, se la Russia fosse

quella che sottentrasse all’Imperio turco, ciò sarebbe segno, sarebbe

effetto d’una decadenza, d’un ozio, d’un avvilimento, d’una nullità

dell’Austria molto peggiori che non le presenti stesse; e ciò sarebbe

occasione, ciò speranza, grandissima oltre ogni altra, all’Italia.

Quella viltà, quella nullità esterne sarebbero pur interne; sarebbero

scioglimento di quell’imperio; sarebbero sorgimento d’indipendenza

nuova e compiuta agli Ungaresi, ai Boemi, a tutti gli Slavi. E non

sarebbero all’Italia? Non è probabile. L’indipendenza è desiderata

dalle popolazioni austro-lombarde, più che non dall’austro-ungaresi,

od austro-slave; e queste non hanno principi connazionali vicini, da

aiutar quell’indipendenza, da approfittarne. Certo sì: lo scioglimento

dell’Imperio austriaco sarebbe l’occasione la più propizia per

l’Italia; e se i nostri desiderii fossero italiani gretti, non

italo-europei od anzi italo-cristiani, noi non desidereremmo mai altra

occasione. E finalmente il 3.º caso, che sorgessero stati cristiani

dalle provincie turche, non può succedere forse, se non col medesimo od

un poco minore avvilimento dell’Austria, e di più, con uno simile della

Russia; e ad ogni modo dall’instabilità, dalla debolezza, dalle dispute

interne ed esterne di questi stati nuovi sorgerebbero tali e tanti

turbamenti in tutta la Cristianità, che sarebbero non più un’occasione,

ma una lunga serie di occasioni favorevoli alla indipendenza d’Italia.

— Ma si vuol egli fare un 4.º caso? uno composto de’ tre primi? il

caso che qualche cosa sia presa dall’Austria, qualche cosa da Russia,

qualche cosa da stati nuovi indipendenti? Sia pure: in tal caso

le nostre occasioni sarebbero pur composte delle tre occasioni, le

nostre speranze delle tre speranze particolari; noi avremmo occasioni

e speranze dall’inorientarsi d’Austria, e dall’avvilimento di essa,

e da’ turbamenti che nascerebbero. — Ovvero ancora, vuol egli farsi

un 5.º caso? che tutto ciò avvenga a poco a poco, pacificamente,

diplomaticamente? Sia pure anche ciò; ma sorgerebbero almeno occasioni

diplomatiche, speranze quindi da’ nostri principi che possono e debbono

entrare in tali diplomazie, speranze dai nostri popoli che vi possono

incorare, spingere i nostri principi. Perciocchè, già s’intende, che

tutto ciò non succederebbe se mancassimo noi stessi a noi, all’Europa,

alla Cristianità. Già s’intende, che non è speranza a chi non prenda

le occasioni, a chi non s’aiuti quando Dio l’aiuta. Non è che un

caso contro a noi: il caso che poi rimaniamo oziosi nell’occasione.

Ma questo stesso, grazie a Dio, non è probabile. Noi non siamo in un

seicento. Noi valiamo più che al principio del secolo XVIII. E allora

bastò l’occasione della successione di Spagna per rialzar l’Italia. Ben

altra successione ci si apparecchia; e noi siamo di gran lunga meglio

apparecchiati a valercene. No, non è sogno questo; sogno è quello de’

disperanti; ed alla moltiplicazione di essi si riduce il solo caso che

abbiamo contra noi. Deh non date lor retta, o miei compatrioti.

Delle speranze d'Italia · 第 19 / 29 段