13. Ora, venendo all’età che dicemmo IV.ª, dal principio del secolo

XVI in poi, un grande evento, una gran questione ci si affaccia:

qual parte abbia avuta nel progresso cristiano, quella separazione

che fu chiamata Riforma della Chiesa. Ei ci pare che una parte molto

troppo larga le sia stata fatta dagli amici, e quasi conceduta da

molti nemici di lei. Errore, per vero dire, non insueto e ne’ politici

contemporanei e negli storici speciali di ogni grande evento; i quali,

preoccupandosene unicamente, ne esagerano l’importanza, e lo dicono

non mai veduto, non da vedersi più, principio di nuova età, causa

universale di quanto avviene, di quanto avverrà; ond’è poi principale

ufficio della storia universale, restituir l’importanze giuste ad ogni

evento, comparandolo con quelli dell’altre età, e richiamando ad esame

gli effetti esagerati dalle speranze e dalle paure contemporanee. Della

riforma, noi accennammo già, che ella fu poco più che rinnovazione di

tutte le eresie primitive della Chiesa, alle quali ella non aggiunse

nulla guari se non l’inimicizia al papa, e gli argomenti tratti dalle

condizioni mutate della coltura. Ma lasciando tal comparazione, che

sarebbe lunga a proseguire, ed a cui saremmo insufficienti noi, ci

contenteremo di osservare le esagerazioni degli effetti della riforma.

Gli amici la dissero termine del medio evo, emancipazione della ragione

umana, madre d’ogni libertà di coscienza, da cui disser figliata la

libertà civile, da cui ogni civiltà, ogni coltura, ogni progresso

presente. E i nemici, non so s’io dica troppo incauti o troppo

impauriti, od anzi, come succede, incauti e impauriti insieme, i nemici

della riforma, le concedettero troppo sovente tutte queste importanze,

tutte queste figliazioni; si contentarono di mutar loro i nomi da buoni

a cattivi, e di porre invece di emancipazione e libertà, ribellione e

licenza. Ma il vero è che non sono storiche tutte queste figliazioni

nè sotto l’un nome nè sotto l’altro. La ragione non aveva bisogno nè

d’essere emancipata nè di ribellarsi al secolo XVI, dopo i quattro

della coltura italiana, dopo un san Tommaso, un Dante e un Machiavello,

per non dir di tanti altri. Nè la libertà o la licenza civile avevan

bisogno di essere figliate dalla libertà o dalla licenza di coscienza,

non avevano a nascere nè l’una nè l’altra, eran vecchie già tutte

e due di quei quattro secoli medesimi nei comuni, nelle repubbliche

italiane. La riforma fu senza dubbio ribellione e licenza religiosa,

ribellione dall’originaria autorità stabilita nella Chiesa, licenza

della ragione umana; ma fu non più che una delle tante ribellioni e

licenze che avvennero ed avverran forse; non principio di nuova età,

non fine di medio evo, nè di oscurità nè di barbarie, le quali eran

finite a poco a poco sin dal secolo XI, se non altrove, certo in

Italia. Io non so che cosa s’abbiano in mente tutti questi discorritori

di storia, i quali dimenticano così tanti fatti, tanti effetti di

quattro tali secoli. Non così alcuni eletti contemporanei, Erasmo e

Tommaso Moro[40] principalmente; i quali giudicarono fin d’allora la

riforma per quello che fu veramente, per quello ch’è ora più chiaro e

sarà senza dubbio ogni dì più; non ispinta e aiuto, e tanto meno causa

o madre di niun gran progresso; ma distrazione, impiccio, fermata,

ritardamento di esso in tutte le nazioni dove allignò e potè. — La

Germania, dove la riforma potè più, non entrò allora, nè per due

altri secoli, nel progresso universale; non fiorì in niuna di quelle

colture ch’ella, una delle due vicine e l’antica signora d’Italia,

n’avrebbe potuto riportare più facilmente che niun’altra nazione.

In lettere parve fuori d’Europa, fuori della coltura universale. In

arti ricadde dallo splendore che parevale promesso allora da Alberto

Durero ed Holbein, in una nuova oscurità. In quelle sole scienze le

quali son sempre le più indipendenti dalle condizioni nazionali, nelle

sole scienze matematiche sorsero due Tedeschi, Keplero e Leibnizio,

ad emulare il grande Italiano e il grande Inglese. Ma la vera e gran

coltura germanica non sorse se non quando, corso un lungo secolo di

divisioni e guerre religiose, ed un altro di riposi e nullità, furono

cessati quello zelo e quella grettezza di spiriti, quella inimicizia

a tutti gli antecedenti cristiani, quell’avversione quasi iconoclasta

all’arti, tutti quegli odii, e, per chiamarle col loro nome, tutte

quelle illiberalità che la riforma suscitò e nodrì, rinfacciandole

alla cattolicità. E forse a chi ben consideri e compari, nemmeno il

sommo fiore presente delle colture germaniche non sembrerà pari a

quelli che furon sommi in ciascuna dell’altre nazioni cristiane; e

questa inferiorità sembrerà da attribuirsi alla inferiorità religiosa

di lei, e non rimediabile se non quando sarà rimediata la causa. — E

così della nazione britannica, che fu seconda nel calor della riforma.

Certo a chi ben consideri la storia di lei, parrà chiaro che dovette

esservi ritardato ogni progresso e dalle tirannie neroniane di Arrigo

VIII, e dalle tiberiane d’Elisabetta, e dalle vanità teologiche di

Giacomo I, e da tutte insieme quelle guerre civili fino al 1688 che

vennero dalla riforma. Nè osteranno gli stessi grandissimi nomi di

Shakespear, di Milton, di Newton, o le forme così avanzate ora di

quella civiltà. Perciocchè di que’ tre grandi, due furono negletti

e poco meno che sconosciuti in patria per gran tempo, e il terzo,

quantunque lodatissimo, non vi ebbe grande schiera di emuli o seguaci

contemporanei; ondechè essi, se niuno mai, si hanno a dire ingegni

solitari ed eccezionali; e il fatto sta che il gran fiore, l’apice,

l’universalità, il primato della coltura britannica non avvenne se

non più tardi, a’ nostri dì, quando furono cessati pur là lo zelo,

l’ispirazione, la illiberalità della riforma. E quanto alla civiltà,

ella pure non incominciò a fiorir là se non dal 1688; e se ella vi

crebbe d’allora in poi a quella potenza che ognuno le riconosce al

presente, non è dubbio pure che i vizi rimanenti in lei, e massime

i tre principali (la carità pubblica mal costituita, la proprietà

territoriale tiranneggiante, e le ingiustizie accumulate sull’Irlanda),

sono funeste reliquie della riforma: ma: ondechè anche là ei si dee

credere che quella nazione sia stata ritardata già nel suo fiore, e

non sia per risplendere in tutto quello a lei possibile se non quando

abbia sgombrate quelle reliquie, abbia ricalcati tutti i passi mal

fatti sotto la mala guida. — Finalmente, Francia, che fu terza in calor

di riforma, fu pur terza in disturbi di coltura e civiltà. Al secolo

XVI ella era una delle nazioni più frammiste all’italiana, era di

quelle che ne riportarono più spoglie di coltura e civiltà; aveva uno

de’ principi più amici di queste, più progressisti che non sieno stati

mai, Francesco I; e questi, e i suoi successori, e Caterina de’ Medici,

nuora di lui, trassero in Francia più artisti e letterati italiani che

non ne andassero in tutto il rimanente della Cristianità. E tuttavia lo

splendore della coltura e della civiltà non incominciarono in Francia

se non sotto Ludovico XVI; impedite che furono anche là un secolo e

più dalle preoccupazioni e dalle guerre della riforma. — Io non so, nè

mi curo verificare, se io dica qui cose nuove, ovvero già avvertite

da altri e solamente poco note; ma verrà tempo che il progresso

degli studi storici le farà volgari. Non è possibile che resti sempre

inavvertito questo gran fatto: che dal principio del secolo XVI fino a

noi, le tre nazioni che progredirono più, ed ottennero i tre primati

del progresso cristiano, gli ottennero appunto nell’ordine inverso a

quello che ebbero nella riforma, e così prima Spagna, pura di essa, poi

Francia, poi Inghilterra. Incontrastabil prova, che ella non fu aiuto a

progresso; prova, parmi, che fu impedimento.

14. Ad ogni modo, l’ordine de’ primati tenuti dalle nazioni cristiane

in questi tre secoli fino a noi, fu quello. — Il primato iberico è

incontrastabile dalla metà del secolo XVI alla metà del XVII. Spagna

e Portogallo furono le prime a prenderci i primati delle lettere

e dell’arti. Ma elle preserci ben altro; preserci tutt’intiero il

commercio orientale, quel commercio che è sempre il massimo dell’orbe;

e preserci quello spirito che non so com’io chiami di venture o di

scoperte o meglio di propagazioni cristiane, in che noi pure eravamo

stati primi tre secoli addietro, e saremmo rimasti allora, se non

avessimo disprezzato il maggior uomo di quel progresso, il nostro

Colombo. Ma eran passati per l’Italia i tempi di tener conto degli

uomini grandi suoi, passato il tempo di adoprar la propria virtù. Ed

era passata questa all’Iberia, esercitatavi e cresciutavi negli otto

secoli della sua impresa d’indipendenza. Il fatto ci è, non solamente

dimostrato, ma particolarmente narrato, e quasi messo in iscena dalla

storia, più epica e più drammatica qui che non possa essere niun dramma

o poema. Perciocchè ei fu all’assedio di Granata e dinanzi a Ferdinando

d’Aragona ed Isabella di Castiglia, all’ultimo atto, e dinanzi ai due

protagonisti del dramma precedente d’indipendenza e riunione iberica,

che si presentò Colombo, il grande Italiano disprezzato in patria, a

propor loro l’America, il gran campo della futura operosità, del futuro

primato. E l’accettarono Ferdinando ed Isabella, da Colombo. E tutti

e tre lo tramandarono poi quasi compito a Carlo V, Tedesco d’origine e

d’educazione, ma Spagnuolo poi d’operosità e d’abiti e di cooperatori

lungo tutta sua vita. Chè Spagnuoli furono i suoi guerrieri e ministri

principali (salvo uno o due italiani), que’ suoi Palatini quasi simili

e forse più reali che non quelli di Carlomagno. E Spagnuolo si professò

egli; e vide in Ispagna, che lasciò al figliuolo, egli Augusto al

suo Tiberio, l’importanza della sua successione. Ed a Filippo II,

senza dubbio (perchè la natura del principe è quasi tutto in un regno

assoluto, e più in uno grande) si deve attribuire la prima decadenza

del primato iberico, la perdita delle Fiandre, il dismetter le imprese

contro a’ Maomettani, Turchi e Barberi, quantunque vinti, il non

chiamare a niuna operosità, il fare o lasciar poltrire e infracidire le

province italiane, la grettezza, i sospetti, le precauzioni, le spie,

i supplizi posti in vece della larga ed operosa tirannia del padre. Ma

molto pure di quella decadenza deve attribuirsi alla natura stessa di

quel primato iberico, il quale era fondato e mantenuto principalmente

dalle conquiste, dalle colonie transatlantiche. Le colonie, quando

sono grandi, hanno questo inconveniente, di esaurire l’operosità della

madre patria, chiamando a sè quanti uomini sono naturalmente arditi

e venturieri. Peggio poi, quando, come in Ispagna, queste colonie

arricchiscono facilmente e in pochi anni i venturieri; perciocchè

allora esse esauriscono l’operosità di questi stessi, rimandando in

patria oziosi e viziosi quelli che ne erano usciti tutto diversi.

E peggio ancora quando alle colonie lontane s’aggiungono paesi di

conquista vicini; come furono a Spagna quelli di Napoli e Milano; i

quali corrompono anche più facilmente più numerosi ministri, grandi

e piccoli, tutta quella caterva d’impiegati stranieri che vengono

a ingrassare, viziare e viziarsi. E insomma tra il tiranneggiare e

il poltrire dei tristi successori di Carlo V, e la corruzione delle

colonie americane e de’ governi italiani, il primato spagnuolo, che

aveva raccolto in sè tutto l’iberico, precipitò il termine suo, e durò

appena 100 anni.

15. Sottentrò Francia non immeritamente, non senza causa nemmen essa.

Perciocchè essa pure s’era apparecchiata al primato, come già Italia

e Spagna, con una lunga e felice guerra d’indipendenza. Vinta la

quale sotto Carlo VII, e riunitasi sotto Ludovico XI, ella trovossi

sotto Carlo VIII, Ludovico XII e Francesco I molto bene apparecchiata

ad accedere ad ogni progresso trovato in Italia; e v’accesse

subito e lo svolse poi, quando, come accennammo, furono cessati

in lei gl’impedimenti delle divisioni religiose e della grettezza

riformatrice. Fatti cessare questi da Arrigo IV, sgombratane ogni

reliquia da Ludovico XIII e Richelieu, Ludovico XIV colse finalmente i

frutti di tutte le unioni nazionali. E allora incominciò quel primato

francese, che vorrebbesi invano negare o menomare. Coloro che ciò

tentano, sogliono disputare della grandezza personale di quel principe;

e giudicandolo poi, or secondo la inalterabile severità cristiana, or

secondo la progredita severità della pubblica opinione, hanno facil

trionfo per vero dire. Ma prima per giudicare della grandezza d’un

principe, ei si vorrebbe comparare sempre ai principi dell’età sua;

ed io crederei che così facendo, Ludovico XIV se n’accrescerebbe più

che mai. E poi, nemmen Leon X, nè Lorenzo de’ Medici, nè Augusto, nè

Pericle non furono uomini incolpevoli; nè produssero essi le grandezze

de’ secoli a cui pur diedero il nome; e tutti, come Ludovico XIV in

Francia, così quelli in Firenze e Roma e Grecia, nascendo a’ tempi di

raccoglier le frutte, seppero coglierle e non mancare a’ loro tempi,

che è pur virtù non volgare. Ma lasciando la persona di Ludovico XIV,

e venendo al primato francese incominciato sotto lui e durato fino

a’ nostri dì, io crederei che il negarlo taluni sia meno effetto

d’ignoranza che non di quella sorta di vendetta, o, come si suol

dire, reazione, solita farsi contro a tutte le dominazioni ne’ primi

tempi dopo ch’elle son finite, e da coloro che ne sono usciti. Ma,

corso qualc’altro tempo e surte nuove generazioni, suol ritornare poi

quella moderazione di giudizio che non è nè servilità nè reazione.

Tornata quella, giudicherà probabilmente ognuno, il primato francese

essere consistito molto meno in grandi diffusioni, simili alle ultime

spagnuole, che non in un progresso di tutte le scienze di guerra e di

pace, un progresso somigliante al penultimo italiano. Nell’arte del

governo incominciò o crebbe almeno sotto Ludovico XIV quell’ordine

centrale e quella divisione di ministeri non secondo le provincie, ma

secondo le materie governative, che si sparsero poi e sono universali

ora in Europa; e che criticate più o men giustamente ne’ loro eccessi,

sono pure per ogni dove un certissimo progresso. Nell’arti belliche

Condè, Turenna, Lucemburgo e Vauban, per lasciar gli altri, inventarono

e praticarono quella tattica e quella strategica le quali, superate

o no da’ loro emuli Eugenio e Malborough, durarono fino a Federico

e Napoleone. Nelle sole scienze naturali e matematiche, Francia, a

malgrado del suo Descartes e del suo Fermat, rimase inferiore, non

produsse per allora progressi da compararsi a quelli fatti in Italia,

Germania ed Inghilterra, da Galileo, Keplero, Leibnizio e Newton. Ma

questo non fu se non un indugio; e quell’inferiorità fu compensata poi

da que’ Lavoisier, Laplace, Cuvier e tanti altri che risplendettero

nell’ultima generazione del primato francese. Quanto alla letteratura

francese, chiamisi primato o dominazione o tirannia quello che si

sopportò già con tanta servilità da tutta Europa per 150 anni, egli

è confermato dalle grida stesse che si muovono contro, da quelle

tardive proteste, da quelle oramai inutili esortazioni che si fanno a

liberarcene. S’accusa ora quella letteratura d’essere stata ella stessa

servile imitazione dagli antichi; e s’accusa insieme d’aver ritratto

troppo i tempi, la nazione, la corte, i principi suoi. Ma l’una accusa

distrugge l’altra; e fa vedere che l’imitazione classica francese (dico

quella fatta da’ buoni al tempo di Ludovico XIV principalmente) non fu

servile, fu ciò che l’imitazione romana antica, e l’italiana del buon

tempo, ciò che dovrebbe essere sempre ogni imitazione classica o non

classica, imitazione adattata a’ propri tempi, alla propria lingua,

alla propria patria. E quanto alla filosofia poi, se, rimosso ogni

zelo di nazione o di scuola, si consideri che i filosofi antichi non

furono forse grandissimi, se non perchè meditarono e scrissero al lume

naturale di lor ragione in tempi e luoghi dove quello soprannaturale

della tradizione e della rivelazione era inferiore ed oscuratissimo; e

che all’incontro ai filosofi moderni, meditanti, e scriventi in mezzo

alla luce della tradizione restituita e della rivelazione accresciuta,

non fu, non è, nè sarà conceduto mai più uno splendore uguale (perchè

qual più vuole innalzarsi in filosofia, o incontra il campo della

teologia, ed ha nome poi di teologo più che di filosofo, ovvero, per

tenersene fuori, si svia irremediabilmente); se, dico, si consideri

questa menomata condizione della filosofia in mezzo alla Cristianità,

forse che quel gran filosofo storico di Bossuet, e quegli altri

metafisici Descartes e Malebranche, sembreranno nella loro semplicità e

ritenutezza più vicini a verità, che non molti lor successori francesi

scozzesi e tedeschi. E quindi forse, diciamolo passando, questo sarà il

merito della scuola italiana presente, ricondurre la filosofia a quella

modestia che sola le si addice in seno al Cristianesimo; così sappiano

i maestri non distrarsi da quell’alto ufficio loro, non perdersi in

analisi non necessarie oramai, e produr quelle sintesi potenti, di che

si mostraron essi capaci più volte, e che sole asseriscono la capacità

ultima di qualunque scuola. — Ad ogni modo, questo fu il grande

inciampo del primato francese: che i successori di que’ primi filosofi

ritenuti, facendosi via via più arditi, infelicemente logizzando a modo

de’ più infelici dialettici del medio evo, arrivarono a poco a poco

dall’analisi del pensiero ad una stolta analisi dello spirito umano;

ed inevitabilmente poi, ovvero alla circoscrizione e materializzazione

di esso, al materialismo; ovvero all’infinito estendimento di esso,

al farlo onnipotente e quasi Iddio, al razionismo o razionalismo. E

quindi, effetto o causa non so, od anzi effetto e causa a vicenda,

l’altro pervertimento dei costumi; quella corruzione mal elegante

nella corte di Ludovico XIV, dissoluta in quelle del Reggente e di

Ludovico XV, e che passò quindi alla città, alle provincie, a tutti

i ceti della nazione. Allora, spoglia di verità e virtù, fu perduta

Francia e cadde in quegli eccessi che ognun sa, in quella perdizione

di civiltà e coltura che certo fu delle massime in che sia caduta mai

niuna nazione cristiana. — Ma questo è quasi privilegio di Francia,

dovuto alla prontezza degli ingegni suoi, o piuttosto a quella virtù

dell’operosità ch’ella non perdette mai fra tante perdizioni: che gli

errori, prontissimi a spargervisi, son prontissimi a correggervisi.

E così dopo un dieci anni o poco più, la civiltà e la religione vi

furono ravviate da Napoleone, le lettere cristiane da Chateaubriand,

le cristiane scienze da Cuvier; un triumvirato per vero dire, che, a

malgrado gli errori di quei grandi, rimarrà immortale nelle storie, non

solamente nel progresso francese, ma dell’universale cristiano. E così

ravviato, il primato francese risplendette di un nuovo ed ultimo lampo.

Dopo aver primeggiato colla coltura, primeggiò Francia coll’armi. Ma

durata poco in tal fortuna, ritornò ella poi ed ora sta negli antichi

limiti; forte della memoria dell’antiche e nuove glorie; guarita di

molti errori, ed accresciuta in civiltà, restituentesi in coltura,

in filosofia, in religione; non più prima per vero dire, a malgrado

del vanto che le ne danno taluni per abito, ma non seconda se non ad

una sola altra nazione, tutt’al più. Così si salvi essa pure da tali

pretensioni retrospettive a quel primato, a cui non è probabile risalga

ella, più che niuna nazione che l’ha perduto! Così sottentri in lei la

pretensione a quella parità che è destino probabile delle maggiori e

più virtuose nazioni cristiane! E così voglia Iddio, pietoso per essa e

per noi! Perciocchè, posta come ella è, in mezzo a Spagna, Inghilterra,

Germania e Italia, le altre quattro grandi nazioni della Cristianità,

non è nazione le cui sorti buone o cattive si facciano sentir più a

tutti, sia ch’ella primeggi, sia che soggiaccia o pareggi.

16. Ed ora, giunti ai tempi che viviamo, noi faremo per la storia

generale del progresso cristiano una questione simile a quella che

facemmo per la storia particolare italiana: quali sono, come s’hanno

a nominare questi tempi? semplice continuazione dell’età precedente?

età di progresso simile, o poco diverso? ovvero età diversa, novella,

età di _transizione, Era umanitaria_ come la chiamano alcuni, or

vantandola, or esecrandola? — Ma confesserollo: io non ho capite mai

queste due denominazioni, le quali mi paiono dettate dalla solita

preoccupazione magnificatrice delle cose presenti, dimenticatrice

delle passate. Qui è dove ci potrà forse giovare l’aver raccolte in

poco spazio e quasi comprese in una idea, le vicende di molte età; la

sola salvaguardia dall’esagerazioni è la comparazione. Della quale chi

si giovi vedrà facilmente: che tutte le età di che abbiano discorso

sono state età intermediarie tra una di minore ed una di maggior

progresso, età dunque di transizioni nè più nè meno che la presente;

ondechè tal nome non può distinguere nessuna età, od anzi non significa

nulla, essendo inevitabilmente ogni età, età di transizione tra una

che precedette, ed una che seguirà. E quanto all’altro nome d’Era

umanitaria, se si voglia dire che questa nostra è età in che diventano

più universali gli interessi di ogni nazione e si confondono in quello

del genere umano, ciò è vero, ciò è certo, ciò non sarà negato da

noi. Ma se si voglia dire che questo sia fatto, o principio di fatto

nuovo, progresso in senso diverso da’ precedenti, altro in somma che

continuazione del progresso cristiano di XVIII secoli; noi negheremmo,

per vero dire, tal novità; noi sapremmo immaginare quale possa

essere, come venire questo progresso diverso, non sapremmo indovinare

niuna significazione a quel nome di progresso umanitario diverso

dal passato e cristiano. E vi ha più. Noi, tanto credenti e speranti

nel progresso presente, non sappiam tuttavia vederlo maggiore che i

passati, se non come è sempre naturalmente maggiore degli anteriori

ogni progresso ulteriore; non veggiamo che i passi facentisi ora,

sieno più grandi che quelli fatti parecchie altre volte. Certo è grande

il progresso di propagazione che si fa ora in Asia e s’incomincia in

Affrica dalla Cristianità; ma sarebbe lungo a disputare e difficile

a determinare, se più grande che il progresso simile fatto sotto il

primato iberico e in quella medesima Asia, e di più nelle due Americhe.

Certo sarebbe gran rivoluzione, gran progresso quello che sembra

apparecchiarsi al commercio, nel mutargli le vie dai due gran capi

d’Affrica e America ai passaggi di Suez e di Panama; ma è difficile

a determinare se sarebbe mutazione e progresso maggiore che quello il

quale si fece tutt’all’incontro, dal Mediterraneo a quelle due grandi

circumnavigazioni. Certo è grande il progresso delle scienze, delle

lettere e della pubblicità ai nostri dì; ma resta molto disputabile se

non più grande quello che si fece nel mezzo secolo della invenzione

e propagazione della stampa. E certo poi è grande il progresso della

età presente in tornare dalle false filosofie, e sarà più grande

se le distrugga, e più grande se distrugga le eresie, e grandissimo

se distrugga l’erede di tutte le filosofie false e dell’eresie, il

razionalismo; ma quando ciò facesse, non perciò l’età nostra o niuna

futura sarebbe a comparare mai a quell’età, mezzo dei tempi, nella

quale furono fatte cadere d’un colpo non alcune, ma tutte le false e

tutte le insufficienti filosofie dell’antichità; d’un colpo non alcune

eresie, ma tutte le false religioni. — Sappiam comparare se vogliam

giudicare; se vogliamo non esser noi giudicati fanciulli da coloro che,

quanto più noi progrediamo, tanto più saran essi progrediti.

Delle speranze d'Italia · 第 18 / 29 段