XVI in poi, un grande evento, una gran questione ci si affaccia:
qual parte abbia avuta nel progresso cristiano, quella separazione
che fu chiamata Riforma della Chiesa. Ei ci pare che una parte molto
troppo larga le sia stata fatta dagli amici, e quasi conceduta da
molti nemici di lei. Errore, per vero dire, non insueto e ne’ politici
contemporanei e negli storici speciali di ogni grande evento; i quali,
preoccupandosene unicamente, ne esagerano l’importanza, e lo dicono
non mai veduto, non da vedersi più, principio di nuova età, causa
universale di quanto avviene, di quanto avverrà; ond’è poi principale
ufficio della storia universale, restituir l’importanze giuste ad ogni
evento, comparandolo con quelli dell’altre età, e richiamando ad esame
gli effetti esagerati dalle speranze e dalle paure contemporanee. Della
riforma, noi accennammo già, che ella fu poco più che rinnovazione di
tutte le eresie primitive della Chiesa, alle quali ella non aggiunse
nulla guari se non l’inimicizia al papa, e gli argomenti tratti dalle
condizioni mutate della coltura. Ma lasciando tal comparazione, che
sarebbe lunga a proseguire, ed a cui saremmo insufficienti noi, ci
contenteremo di osservare le esagerazioni degli effetti della riforma.
Gli amici la dissero termine del medio evo, emancipazione della ragione
umana, madre d’ogni libertà di coscienza, da cui disser figliata la
libertà civile, da cui ogni civiltà, ogni coltura, ogni progresso
presente. E i nemici, non so s’io dica troppo incauti o troppo
impauriti, od anzi, come succede, incauti e impauriti insieme, i nemici
della riforma, le concedettero troppo sovente tutte queste importanze,
tutte queste figliazioni; si contentarono di mutar loro i nomi da buoni
a cattivi, e di porre invece di emancipazione e libertà, ribellione e
licenza. Ma il vero è che non sono storiche tutte queste figliazioni
nè sotto l’un nome nè sotto l’altro. La ragione non aveva bisogno nè
d’essere emancipata nè di ribellarsi al secolo XVI, dopo i quattro
della coltura italiana, dopo un san Tommaso, un Dante e un Machiavello,
per non dir di tanti altri. Nè la libertà o la licenza civile avevan
bisogno di essere figliate dalla libertà o dalla licenza di coscienza,
non avevano a nascere nè l’una nè l’altra, eran vecchie già tutte
e due di quei quattro secoli medesimi nei comuni, nelle repubbliche
italiane. La riforma fu senza dubbio ribellione e licenza religiosa,
ribellione dall’originaria autorità stabilita nella Chiesa, licenza
della ragione umana; ma fu non più che una delle tante ribellioni e
licenze che avvennero ed avverran forse; non principio di nuova età,
non fine di medio evo, nè di oscurità nè di barbarie, le quali eran
finite a poco a poco sin dal secolo XI, se non altrove, certo in
Italia. Io non so che cosa s’abbiano in mente tutti questi discorritori
di storia, i quali dimenticano così tanti fatti, tanti effetti di
quattro tali secoli. Non così alcuni eletti contemporanei, Erasmo e
Tommaso Moro[40] principalmente; i quali giudicarono fin d’allora la
riforma per quello che fu veramente, per quello ch’è ora più chiaro e
sarà senza dubbio ogni dì più; non ispinta e aiuto, e tanto meno causa
o madre di niun gran progresso; ma distrazione, impiccio, fermata,
ritardamento di esso in tutte le nazioni dove allignò e potè. — La
Germania, dove la riforma potè più, non entrò allora, nè per due
altri secoli, nel progresso universale; non fiorì in niuna di quelle
colture ch’ella, una delle due vicine e l’antica signora d’Italia,
n’avrebbe potuto riportare più facilmente che niun’altra nazione.
In lettere parve fuori d’Europa, fuori della coltura universale. In
arti ricadde dallo splendore che parevale promesso allora da Alberto
Durero ed Holbein, in una nuova oscurità. In quelle sole scienze le
quali son sempre le più indipendenti dalle condizioni nazionali, nelle
sole scienze matematiche sorsero due Tedeschi, Keplero e Leibnizio,
ad emulare il grande Italiano e il grande Inglese. Ma la vera e gran
coltura germanica non sorse se non quando, corso un lungo secolo di
divisioni e guerre religiose, ed un altro di riposi e nullità, furono
cessati quello zelo e quella grettezza di spiriti, quella inimicizia
a tutti gli antecedenti cristiani, quell’avversione quasi iconoclasta
all’arti, tutti quegli odii, e, per chiamarle col loro nome, tutte
quelle illiberalità che la riforma suscitò e nodrì, rinfacciandole
alla cattolicità. E forse a chi ben consideri e compari, nemmeno il
sommo fiore presente delle colture germaniche non sembrerà pari a
quelli che furon sommi in ciascuna dell’altre nazioni cristiane; e
questa inferiorità sembrerà da attribuirsi alla inferiorità religiosa
di lei, e non rimediabile se non quando sarà rimediata la causa. — E
così della nazione britannica, che fu seconda nel calor della riforma.
Certo a chi ben consideri la storia di lei, parrà chiaro che dovette
esservi ritardato ogni progresso e dalle tirannie neroniane di Arrigo
VIII, e dalle tiberiane d’Elisabetta, e dalle vanità teologiche di
Giacomo I, e da tutte insieme quelle guerre civili fino al 1688 che
vennero dalla riforma. Nè osteranno gli stessi grandissimi nomi di
Shakespear, di Milton, di Newton, o le forme così avanzate ora di
quella civiltà. Perciocchè di que’ tre grandi, due furono negletti
e poco meno che sconosciuti in patria per gran tempo, e il terzo,
quantunque lodatissimo, non vi ebbe grande schiera di emuli o seguaci
contemporanei; ondechè essi, se niuno mai, si hanno a dire ingegni
solitari ed eccezionali; e il fatto sta che il gran fiore, l’apice,
l’universalità, il primato della coltura britannica non avvenne se
non più tardi, a’ nostri dì, quando furono cessati pur là lo zelo,
l’ispirazione, la illiberalità della riforma. E quanto alla civiltà,
ella pure non incominciò a fiorir là se non dal 1688; e se ella vi
crebbe d’allora in poi a quella potenza che ognuno le riconosce al
presente, non è dubbio pure che i vizi rimanenti in lei, e massime
i tre principali (la carità pubblica mal costituita, la proprietà
territoriale tiranneggiante, e le ingiustizie accumulate sull’Irlanda),
sono funeste reliquie della riforma: ma: ondechè anche là ei si dee
credere che quella nazione sia stata ritardata già nel suo fiore, e
non sia per risplendere in tutto quello a lei possibile se non quando
abbia sgombrate quelle reliquie, abbia ricalcati tutti i passi mal
fatti sotto la mala guida. — Finalmente, Francia, che fu terza in calor
di riforma, fu pur terza in disturbi di coltura e civiltà. Al secolo
XVI ella era una delle nazioni più frammiste all’italiana, era di
quelle che ne riportarono più spoglie di coltura e civiltà; aveva uno
de’ principi più amici di queste, più progressisti che non sieno stati
mai, Francesco I; e questi, e i suoi successori, e Caterina de’ Medici,
nuora di lui, trassero in Francia più artisti e letterati italiani che
non ne andassero in tutto il rimanente della Cristianità. E tuttavia lo
splendore della coltura e della civiltà non incominciarono in Francia
se non sotto Ludovico XVI; impedite che furono anche là un secolo e
più dalle preoccupazioni e dalle guerre della riforma. — Io non so, nè
mi curo verificare, se io dica qui cose nuove, ovvero già avvertite
da altri e solamente poco note; ma verrà tempo che il progresso
degli studi storici le farà volgari. Non è possibile che resti sempre
inavvertito questo gran fatto: che dal principio del secolo XVI fino a
noi, le tre nazioni che progredirono più, ed ottennero i tre primati
del progresso cristiano, gli ottennero appunto nell’ordine inverso a
quello che ebbero nella riforma, e così prima Spagna, pura di essa, poi
Francia, poi Inghilterra. Incontrastabil prova, che ella non fu aiuto a
progresso; prova, parmi, che fu impedimento.
14. Ad ogni modo, l’ordine de’ primati tenuti dalle nazioni cristiane
in questi tre secoli fino a noi, fu quello. — Il primato iberico è
incontrastabile dalla metà del secolo XVI alla metà del XVII. Spagna
e Portogallo furono le prime a prenderci i primati delle lettere
e dell’arti. Ma elle preserci ben altro; preserci tutt’intiero il
commercio orientale, quel commercio che è sempre il massimo dell’orbe;
e preserci quello spirito che non so com’io chiami di venture o di
scoperte o meglio di propagazioni cristiane, in che noi pure eravamo
stati primi tre secoli addietro, e saremmo rimasti allora, se non
avessimo disprezzato il maggior uomo di quel progresso, il nostro
Colombo. Ma eran passati per l’Italia i tempi di tener conto degli
uomini grandi suoi, passato il tempo di adoprar la propria virtù. Ed
era passata questa all’Iberia, esercitatavi e cresciutavi negli otto
secoli della sua impresa d’indipendenza. Il fatto ci è, non solamente
dimostrato, ma particolarmente narrato, e quasi messo in iscena dalla
storia, più epica e più drammatica qui che non possa essere niun dramma
o poema. Perciocchè ei fu all’assedio di Granata e dinanzi a Ferdinando
d’Aragona ed Isabella di Castiglia, all’ultimo atto, e dinanzi ai due
protagonisti del dramma precedente d’indipendenza e riunione iberica,
che si presentò Colombo, il grande Italiano disprezzato in patria, a
propor loro l’America, il gran campo della futura operosità, del futuro
primato. E l’accettarono Ferdinando ed Isabella, da Colombo. E tutti
e tre lo tramandarono poi quasi compito a Carlo V, Tedesco d’origine e
d’educazione, ma Spagnuolo poi d’operosità e d’abiti e di cooperatori
lungo tutta sua vita. Chè Spagnuoli furono i suoi guerrieri e ministri
principali (salvo uno o due italiani), que’ suoi Palatini quasi simili
e forse più reali che non quelli di Carlomagno. E Spagnuolo si professò
egli; e vide in Ispagna, che lasciò al figliuolo, egli Augusto al
suo Tiberio, l’importanza della sua successione. Ed a Filippo II,
senza dubbio (perchè la natura del principe è quasi tutto in un regno
assoluto, e più in uno grande) si deve attribuire la prima decadenza
del primato iberico, la perdita delle Fiandre, il dismetter le imprese
contro a’ Maomettani, Turchi e Barberi, quantunque vinti, il non
chiamare a niuna operosità, il fare o lasciar poltrire e infracidire le
province italiane, la grettezza, i sospetti, le precauzioni, le spie,
i supplizi posti in vece della larga ed operosa tirannia del padre. Ma
molto pure di quella decadenza deve attribuirsi alla natura stessa di
quel primato iberico, il quale era fondato e mantenuto principalmente
dalle conquiste, dalle colonie transatlantiche. Le colonie, quando
sono grandi, hanno questo inconveniente, di esaurire l’operosità della
madre patria, chiamando a sè quanti uomini sono naturalmente arditi
e venturieri. Peggio poi, quando, come in Ispagna, queste colonie
arricchiscono facilmente e in pochi anni i venturieri; perciocchè
allora esse esauriscono l’operosità di questi stessi, rimandando in
patria oziosi e viziosi quelli che ne erano usciti tutto diversi.
E peggio ancora quando alle colonie lontane s’aggiungono paesi di
conquista vicini; come furono a Spagna quelli di Napoli e Milano; i
quali corrompono anche più facilmente più numerosi ministri, grandi
e piccoli, tutta quella caterva d’impiegati stranieri che vengono
a ingrassare, viziare e viziarsi. E insomma tra il tiranneggiare e
il poltrire dei tristi successori di Carlo V, e la corruzione delle
colonie americane e de’ governi italiani, il primato spagnuolo, che
aveva raccolto in sè tutto l’iberico, precipitò il termine suo, e durò
appena 100 anni.
15. Sottentrò Francia non immeritamente, non senza causa nemmen essa.
Perciocchè essa pure s’era apparecchiata al primato, come già Italia
e Spagna, con una lunga e felice guerra d’indipendenza. Vinta la
quale sotto Carlo VII, e riunitasi sotto Ludovico XI, ella trovossi
sotto Carlo VIII, Ludovico XII e Francesco I molto bene apparecchiata
ad accedere ad ogni progresso trovato in Italia; e v’accesse
subito e lo svolse poi, quando, come accennammo, furono cessati
in lei gl’impedimenti delle divisioni religiose e della grettezza
riformatrice. Fatti cessare questi da Arrigo IV, sgombratane ogni
reliquia da Ludovico XIII e Richelieu, Ludovico XIV colse finalmente i
frutti di tutte le unioni nazionali. E allora incominciò quel primato
francese, che vorrebbesi invano negare o menomare. Coloro che ciò
tentano, sogliono disputare della grandezza personale di quel principe;
e giudicandolo poi, or secondo la inalterabile severità cristiana, or
secondo la progredita severità della pubblica opinione, hanno facil
trionfo per vero dire. Ma prima per giudicare della grandezza d’un
principe, ei si vorrebbe comparare sempre ai principi dell’età sua;
ed io crederei che così facendo, Ludovico XIV se n’accrescerebbe più
che mai. E poi, nemmen Leon X, nè Lorenzo de’ Medici, nè Augusto, nè
Pericle non furono uomini incolpevoli; nè produssero essi le grandezze
de’ secoli a cui pur diedero il nome; e tutti, come Ludovico XIV in
Francia, così quelli in Firenze e Roma e Grecia, nascendo a’ tempi di
raccoglier le frutte, seppero coglierle e non mancare a’ loro tempi,
che è pur virtù non volgare. Ma lasciando la persona di Ludovico XIV,
e venendo al primato francese incominciato sotto lui e durato fino
a’ nostri dì, io crederei che il negarlo taluni sia meno effetto
d’ignoranza che non di quella sorta di vendetta, o, come si suol
dire, reazione, solita farsi contro a tutte le dominazioni ne’ primi
tempi dopo ch’elle son finite, e da coloro che ne sono usciti. Ma,
corso qualc’altro tempo e surte nuove generazioni, suol ritornare poi
quella moderazione di giudizio che non è nè servilità nè reazione.
Tornata quella, giudicherà probabilmente ognuno, il primato francese
essere consistito molto meno in grandi diffusioni, simili alle ultime
spagnuole, che non in un progresso di tutte le scienze di guerra e di
pace, un progresso somigliante al penultimo italiano. Nell’arte del
governo incominciò o crebbe almeno sotto Ludovico XIV quell’ordine
centrale e quella divisione di ministeri non secondo le provincie, ma
secondo le materie governative, che si sparsero poi e sono universali
ora in Europa; e che criticate più o men giustamente ne’ loro eccessi,
sono pure per ogni dove un certissimo progresso. Nell’arti belliche
Condè, Turenna, Lucemburgo e Vauban, per lasciar gli altri, inventarono
e praticarono quella tattica e quella strategica le quali, superate
o no da’ loro emuli Eugenio e Malborough, durarono fino a Federico
e Napoleone. Nelle sole scienze naturali e matematiche, Francia, a
malgrado del suo Descartes e del suo Fermat, rimase inferiore, non
produsse per allora progressi da compararsi a quelli fatti in Italia,
Germania ed Inghilterra, da Galileo, Keplero, Leibnizio e Newton. Ma
questo non fu se non un indugio; e quell’inferiorità fu compensata poi
da que’ Lavoisier, Laplace, Cuvier e tanti altri che risplendettero
nell’ultima generazione del primato francese. Quanto alla letteratura
francese, chiamisi primato o dominazione o tirannia quello che si
sopportò già con tanta servilità da tutta Europa per 150 anni, egli
è confermato dalle grida stesse che si muovono contro, da quelle
tardive proteste, da quelle oramai inutili esortazioni che si fanno a
liberarcene. S’accusa ora quella letteratura d’essere stata ella stessa
servile imitazione dagli antichi; e s’accusa insieme d’aver ritratto
troppo i tempi, la nazione, la corte, i principi suoi. Ma l’una accusa
distrugge l’altra; e fa vedere che l’imitazione classica francese (dico
quella fatta da’ buoni al tempo di Ludovico XIV principalmente) non fu
servile, fu ciò che l’imitazione romana antica, e l’italiana del buon
tempo, ciò che dovrebbe essere sempre ogni imitazione classica o non
classica, imitazione adattata a’ propri tempi, alla propria lingua,
alla propria patria. E quanto alla filosofia poi, se, rimosso ogni
zelo di nazione o di scuola, si consideri che i filosofi antichi non
furono forse grandissimi, se non perchè meditarono e scrissero al lume
naturale di lor ragione in tempi e luoghi dove quello soprannaturale
della tradizione e della rivelazione era inferiore ed oscuratissimo; e
che all’incontro ai filosofi moderni, meditanti, e scriventi in mezzo
alla luce della tradizione restituita e della rivelazione accresciuta,
non fu, non è, nè sarà conceduto mai più uno splendore uguale (perchè
qual più vuole innalzarsi in filosofia, o incontra il campo della
teologia, ed ha nome poi di teologo più che di filosofo, ovvero, per
tenersene fuori, si svia irremediabilmente); se, dico, si consideri
questa menomata condizione della filosofia in mezzo alla Cristianità,
forse che quel gran filosofo storico di Bossuet, e quegli altri
metafisici Descartes e Malebranche, sembreranno nella loro semplicità e
ritenutezza più vicini a verità, che non molti lor successori francesi
scozzesi e tedeschi. E quindi forse, diciamolo passando, questo sarà il
merito della scuola italiana presente, ricondurre la filosofia a quella
modestia che sola le si addice in seno al Cristianesimo; così sappiano
i maestri non distrarsi da quell’alto ufficio loro, non perdersi in
analisi non necessarie oramai, e produr quelle sintesi potenti, di che
si mostraron essi capaci più volte, e che sole asseriscono la capacità
ultima di qualunque scuola. — Ad ogni modo, questo fu il grande
inciampo del primato francese: che i successori di que’ primi filosofi
ritenuti, facendosi via via più arditi, infelicemente logizzando a modo
de’ più infelici dialettici del medio evo, arrivarono a poco a poco
dall’analisi del pensiero ad una stolta analisi dello spirito umano;
ed inevitabilmente poi, ovvero alla circoscrizione e materializzazione
di esso, al materialismo; ovvero all’infinito estendimento di esso,
al farlo onnipotente e quasi Iddio, al razionismo o razionalismo. E
quindi, effetto o causa non so, od anzi effetto e causa a vicenda,
l’altro pervertimento dei costumi; quella corruzione mal elegante
nella corte di Ludovico XIV, dissoluta in quelle del Reggente e di
Ludovico XV, e che passò quindi alla città, alle provincie, a tutti
i ceti della nazione. Allora, spoglia di verità e virtù, fu perduta
Francia e cadde in quegli eccessi che ognun sa, in quella perdizione
di civiltà e coltura che certo fu delle massime in che sia caduta mai
niuna nazione cristiana. — Ma questo è quasi privilegio di Francia,
dovuto alla prontezza degli ingegni suoi, o piuttosto a quella virtù
dell’operosità ch’ella non perdette mai fra tante perdizioni: che gli
errori, prontissimi a spargervisi, son prontissimi a correggervisi.
E così dopo un dieci anni o poco più, la civiltà e la religione vi
furono ravviate da Napoleone, le lettere cristiane da Chateaubriand,
le cristiane scienze da Cuvier; un triumvirato per vero dire, che, a
malgrado gli errori di quei grandi, rimarrà immortale nelle storie, non
solamente nel progresso francese, ma dell’universale cristiano. E così
ravviato, il primato francese risplendette di un nuovo ed ultimo lampo.
Dopo aver primeggiato colla coltura, primeggiò Francia coll’armi. Ma
durata poco in tal fortuna, ritornò ella poi ed ora sta negli antichi
limiti; forte della memoria dell’antiche e nuove glorie; guarita di
molti errori, ed accresciuta in civiltà, restituentesi in coltura,
in filosofia, in religione; non più prima per vero dire, a malgrado
del vanto che le ne danno taluni per abito, ma non seconda se non ad
una sola altra nazione, tutt’al più. Così si salvi essa pure da tali
pretensioni retrospettive a quel primato, a cui non è probabile risalga
ella, più che niuna nazione che l’ha perduto! Così sottentri in lei la
pretensione a quella parità che è destino probabile delle maggiori e
più virtuose nazioni cristiane! E così voglia Iddio, pietoso per essa e
per noi! Perciocchè, posta come ella è, in mezzo a Spagna, Inghilterra,
Germania e Italia, le altre quattro grandi nazioni della Cristianità,
non è nazione le cui sorti buone o cattive si facciano sentir più a
tutti, sia ch’ella primeggi, sia che soggiaccia o pareggi.
16. Ed ora, giunti ai tempi che viviamo, noi faremo per la storia
generale del progresso cristiano una questione simile a quella che
facemmo per la storia particolare italiana: quali sono, come s’hanno
a nominare questi tempi? semplice continuazione dell’età precedente?
età di progresso simile, o poco diverso? ovvero età diversa, novella,
età di _transizione, Era umanitaria_ come la chiamano alcuni, or
vantandola, or esecrandola? — Ma confesserollo: io non ho capite mai
queste due denominazioni, le quali mi paiono dettate dalla solita
preoccupazione magnificatrice delle cose presenti, dimenticatrice
delle passate. Qui è dove ci potrà forse giovare l’aver raccolte in
poco spazio e quasi comprese in una idea, le vicende di molte età; la
sola salvaguardia dall’esagerazioni è la comparazione. Della quale chi
si giovi vedrà facilmente: che tutte le età di che abbiano discorso
sono state età intermediarie tra una di minore ed una di maggior
progresso, età dunque di transizioni nè più nè meno che la presente;
ondechè tal nome non può distinguere nessuna età, od anzi non significa
nulla, essendo inevitabilmente ogni età, età di transizione tra una
che precedette, ed una che seguirà. E quanto all’altro nome d’Era
umanitaria, se si voglia dire che questa nostra è età in che diventano
più universali gli interessi di ogni nazione e si confondono in quello
del genere umano, ciò è vero, ciò è certo, ciò non sarà negato da
noi. Ma se si voglia dire che questo sia fatto, o principio di fatto
nuovo, progresso in senso diverso da’ precedenti, altro in somma che
continuazione del progresso cristiano di XVIII secoli; noi negheremmo,
per vero dire, tal novità; noi sapremmo immaginare quale possa
essere, come venire questo progresso diverso, non sapremmo indovinare
niuna significazione a quel nome di progresso umanitario diverso
dal passato e cristiano. E vi ha più. Noi, tanto credenti e speranti
nel progresso presente, non sappiam tuttavia vederlo maggiore che i
passati, se non come è sempre naturalmente maggiore degli anteriori
ogni progresso ulteriore; non veggiamo che i passi facentisi ora,
sieno più grandi che quelli fatti parecchie altre volte. Certo è grande
il progresso di propagazione che si fa ora in Asia e s’incomincia in
Affrica dalla Cristianità; ma sarebbe lungo a disputare e difficile
a determinare, se più grande che il progresso simile fatto sotto il
primato iberico e in quella medesima Asia, e di più nelle due Americhe.
Certo sarebbe gran rivoluzione, gran progresso quello che sembra
apparecchiarsi al commercio, nel mutargli le vie dai due gran capi
d’Affrica e America ai passaggi di Suez e di Panama; ma è difficile
a determinare se sarebbe mutazione e progresso maggiore che quello il
quale si fece tutt’all’incontro, dal Mediterraneo a quelle due grandi
circumnavigazioni. Certo è grande il progresso delle scienze, delle
lettere e della pubblicità ai nostri dì; ma resta molto disputabile se
non più grande quello che si fece nel mezzo secolo della invenzione
e propagazione della stampa. E certo poi è grande il progresso della
età presente in tornare dalle false filosofie, e sarà più grande
se le distrugga, e più grande se distrugga le eresie, e grandissimo
se distrugga l’erede di tutte le filosofie false e dell’eresie, il
razionalismo; ma quando ciò facesse, non perciò l’età nostra o niuna
futura sarebbe a comparare mai a quell’età, mezzo dei tempi, nella
quale furono fatte cadere d’un colpo non alcune, ma tutte le false e
tutte le insufficienti filosofie dell’antichità; d’un colpo non alcune
eresie, ma tutte le false religioni. — Sappiam comparare se vogliam
giudicare; se vogliamo non esser noi giudicati fanciulli da coloro che,
quanto più noi progrediamo, tanto più saran essi progrediti.