8. Nella I.ª età (dall’anno 1 al 476) non ha guari bisogno di

dimostrazione il progresso cristiano in mezzo alla decadenza

greco-romana. Qui si trovarono in presenza i due mondi, l’antico e

il nuovo; qui furono contemporanee, qui spiccarono al paragone le

due serie d’eventi, regredienti gli uni, progredienti gli altri;

qui precipitarono del paro i due moti contrari. — All’anno 1.º la

coltura antica era al suo apice; l’antica civiltà ci si credeva; e la

religione, non quella del volgo per vero dire, ma quella de’ filosofi

e di tutti i colti, si sforzava di risalire alla semplicità ed unità

abbandonata da molti secoli. All’anno 476 poi la coltura aulica erasi

spenta già tutta da sè, a poco a poco, per vizio, per impotenza

propria; la civiltà, qualunque fosse stata, era passata per tutti

gli eccessi della tirannia imperiale, ed era giunta al disordine più

compiuto che sia stato mai; e quella religione filosofica, la quale

si era potuta credere tanto più vicina al trionfo, che era sulla via

della verità in mezzo agli errori universali, la religione filosofica

non era tuttavia progredita per quella via; non era stata capace di

farvi entrare nè l’Imperio, nè una provincia, nè una città, nè una

condizione, nè una società d’uomini qualunque; non era stata capace

di formare società di quei pochi filosofi; non nemmeno di riconoscere

la religione, la società veramente filosofica, veramente risalente ad

unità, che le sorgeva daccanto. — E la società cristiana all’incontro,

incominciata da pochi uomini del più disprezzato volgo nella più

disprezzata fra le provincie romane; dimorata pochi anni in quella e

nelle provincie greche circondanti; portata in breve a Roma ed ivi

subito propagatasi a segno da trar l’attenzione e le persecuzioni

imperiali; e propagatasi quindi tutto all’intorno, a malgrado di quelle

persecuzioni, a malgrado della guerra mossale da tutta la filosofia,

da tutta la cultura, a malgrado della guerra ch’ella moveva a tutti

i costumi del tempo, e, non come tutti gli altri progressi secondando

l’opinione e secondatane, ma a malgrado di essa; tanto crebbe, tanto

potè in tre secoli, da salir sul trono imperiale e diventare religione

dello Stato, da creare un gran principio di coltura propria, di propria

civiltà, da porsi in somma essa sola in luogo di tutta la società

greco-romana. — E questa era stata, per vero dire, la più splendida,

la più progredita fra le antiche; ma ne rimanevan pur altre, fra

cui due grandi, l’indiana e la cinese. E tutte due, chiamisi caso o

disposizione della Provvidenza, tutte due trovaronsi appunto intorno

al medesimo anno 1.º al loro sommo, tutte due quasi nel medesimo

fiore che la società occidentale greco-romana; anzi in quella medesima

condizione di filosofie ricercanti la religione primitiva. E tutte e

due dimostrarono a lor modo la medesima impotenza; e la dimostrarono

tanto più, quanto più diversamente. Non decaddero, o decadder poco;

rimasero stazionarie; stazionarie allora; stazionarie poi fra molte

vicende, lungo molti secoli, fin presso a noi che le veggiamo cadere.

E stazionarie rimasero allor pure le reliquie della società e della

religione antichissima de’ Persiani o de’ Magi; stazionarie le

società e le religioni varie e moltiplici di barbari settentrionali

e meridionali, Germani, Scandinavi, Finni, Sciti, Tartari, Arabi,

Affricani; e stazionarie come si trovarono poi le società e religioni

americane. Certo non sarebbe mestieri venir più giù nella storia

della Cristianità; basterebbe fermarci a questa prima età di lei per

dimostrare 1.º che è in lei infusa una virtù del progresso; 2.º che

non è infusa in nessun’altra società umana; 3.º che è dunque infusa in

lei, non per natura umana, ma da fuori, soprannaturale. — E l’accenno a

scanso di ogni scandalo; certo di tal soprannaturalità sono altre prove

che la filosofia della storia; ma la filosofia della storia, come tutte

l’altre filosofie, ha e dà la prova sua, e deve darla; la grande idea

del progresso cristiano non sarebbe compiuta senza quella dell’origine

soprannaturale di esso.

9. Ma lasciata l’età della chiesa primitiva, or perseguitata, or

trionfante, l’età degli apostoli, dei primi apologisti e de’ santi

Padri, della quale non può essere nè è contrastato il progresso;

entriamo in quella seconda, della barbarie, che è il campo eletto

da’ negatori di esso. — Dal 476 al 1073 sono sei secoli, ne’ quali

tu non trovi un grande scrittore, non un grande artista, non una

scienza, non una coltura fiorente. Nè io disputerò facendo liste di

grandi uomini ignoti; non solamente ammetto, ma propugno io stesso

quella oscurità; quella barbarie di coltura. E ammetto e propugno

la contemporanea barbarie di civiltà. — Ma che perciò? Ritorniamo a

ciò un altra volta: viviamo noi quaggiù per iscrivere o dipingere,

od anche governare ed essere governati? Ovvero, non si scrive egli e

dipinge, e promuove le colture, tutte, e non si governa egli e non si

è governati, per viver buoni, per la virtù? Qual è la somma (io do il

problema ai filosofi non teologi o puri, non meno che a’ nostri), qual

è la somma, la risultante delle vite di qualunque generazione, quando

lascia luogo alla successiva? La somma de’ libri e de’ quadri e delle

leggi, ovvero quella delle virtù? E se, come io credo, non solamente

tutti i filosofi, ma tutti gli uomini di senso comune convengano in

ciò, che la somma, lo scopo delle vite umane sia la virtù; certo, una

età che sia progredita in virtù si dovrà dire progredita in generale,

quand’anche non sien progrediti tutti quegli accessorii od amminicoli

di virtù. Ora, così appunto avvenne, che questa età, caduta di coltura

e civiltà, progredì in virtù; che al difetto di que’ soliti e minori

amminicoli supplì e soverchiò quello maggiore del Cristianesimo; che

continuando a decadere o rimanendo stazionarie la coltura e la civiltà,

continuò a progredire in somma totale la Cristianità. — L’Imperio

romano diventando cristiano era senza dubbio progredito in virtù o

piuttosto aveva corretto molti vizi suoi. Ma questi erano stati così

estremi, che anche scemati rimanevano grandissimi, così grandi che

abbondano le testimonianze dei sudditi imperiali desideranti passare

sotto i barbari invasori. I quali poi erano poveri di virtù, ricchi

di vizi pur essi; di che pure abbondano le testimonianze. E il fatto

sta che, viziosissime le due società civili le quali si rimescolarono

a quel tempo, non era virtù se non nella società religiosa, nella

Cristianità; e che il solo che potesse essere progresso di virtù, era

dunque il progresso di essa. Il quale poi è innegabile. Progredì la

Cristianità in diffusione, dall’interno dell’Imperio, dov’era stata

rinchiusa (salve poche eccezioni), tutt’allo intorno, ma principalmente

nelle schiatte germaniche, invaditrici od invase. Come? non sarebbe

stato progresso questo accedere d’una grande e numerosissima nazione

da’ culti di Odino, di Teuth e di Erta e da’ sacrifici umani, al

culto del Dio Uno, al sacrificio di Gesù Cristo? Ma, ei si conta pur

per progresso l’antico accedere de’ Romani alle arti ed alle lettere

greche! I due casi sono simili: i vincitori romani preser dai vinti le

colture greche, i vincitori germanici preser la religione cristiana.

Chi prese più? Di nuovo, io do la questione a’ filosofi purissimi.

Nè credo che osi uno negare che presero più gli ultimi; che fu

maggiore, e, per dire a modo di quelli, più _umanitario_ progresso,

il germanico. E se uno l’osasse, io l’inviterei a guardare ai due

risultati, la corruzione romana dall’arti greche, l’incivilimento

germanico dal Cristianesimo. Quest’età fu destinata all’incristianirsi,

all’incivilirsi, al progredire delle genti germaniche; il progresso

germanico fu il grande ufficio di quest’età; e quest’età tutt’insieme

fu quindi età di Primato Germanico, prima e dopo Carlomagno, da

Odoacre a Gregorio VII. — Uno de’ più illustri e degli ultimi filosofi

della scuola pura, Hegel, nella sua filosofia storica dataci postuma,

chiama Età Germanica, Mondo Germanico tutte quante le età della storia

cristiana. Esagerazione anche questa! ma in cui pure è un nocciolo

di verità. Non fu mai mondo germanico, nè come li chiama il medesimo

Hegel, Mondo Orientale, Mondo Greco, Mondo Romano. Ma primeggiarono fra

le antiche già, e fra le cristiane poi alcune nazioni indubitabilmente;

con questa essenzial differenza, che i primati antichi riuscirono tutti

a cadute, i primati cristiani a progressi e della nazione primeggiante

e delle primeggiate. Questa parmi la realtà della storia contro alle

due esagerazioni simili, del primato germanico e dell’italiano.

Nè l’un nè l’altro non durarono lungo tutte le età cristiane; nè

l’un nè l’altro nè nessuno non fu nè potè essere destinato a durar

sempre, in una società destinata ad essere universale, cattolica,

cristiana. — Ma il primato germanico ne’ sei secoli di che parliamo

è incontrastabile. Primeggiarono i Germani coll’armi, primeggiarono

stanziando ne’ governi, nelle case, nei campi de’ vinti, propagandosi

nelle schiatte, nelle generazioni; e primeggiarono forse nella coltura

(così povera del resto a quell’età, che quasi non conta) e certo nella

operosità universale, che era grande dappertutto, e in che furono essi

grandissimi. Ed il primato germanico fu il primo in tempo fra’ primati

cristiani; e fu il più lungo, durò dai primi stanziamenti di quelle

genti in mezzo alla Cristianità d’intorno alla metà del secolo V, fino

alla cessazione della tirannia degli imperadori germanici sulla Chiesa

romana, e per essa su tutta la Chiesa, cioè fino a Gregorio VII, dopo

la metà del secolo XI, sei secoli in tutto. Il tentativo, l’imperio

di Carlomagno non fu, se si consideri bene, se non un evento di quel

primato, il più grande per vero dire; quello per cui ei si volle, ma

non si potè fare perpetuo; quello per cui si divide la barbarie, in

barbarie propriamente detta, e barbarie feudale; barbarie germaniche

tutte e due ad ogni modo.

10. Nè il progresso di diffusione fu il solo fatto dalla Cristianità

in quell’età; un altro non meno importante e non abbastanza avvertito

fu pur fatto da lei contemporaneamente: un progresso di riunione. La

Cristianità dell’Imperio romano, sia la primitiva e soffrente, sia

più quella poi trionfante, era stata divisa da innumerevoli eresie.

Quella moltiplicazione di errori che, annunciata così arditamente da

Bossuet due secoli fa, noi osserviamo così indubitabilmente effettuata

a’ nostri dì, fu già pari e quasi identica al secolo V; tanto che

non è forse un’eresia presente che non potesse, volendo, prendere il

nome d’una di quelle antiche. E (magnifico augurio per vero dire!)

tutte queste cessarono, si spensero da sè, nel corso del secolo VI;

ricominciò in questo l’unione di tutta la cristianità, che durò poi

senza grandi eccezioni non solamente lungo tutta l’età barbara, ma

lungo tutta la seguente. Sarebb’egli a farne onore alla semplicità, al

buon senso della schiatta germanica primeggiante? Io crederei che sì;

e che questo sia poi buon augurio a quella stessa schiatta, sviata sì

più che l’altre da tre secoli in qua, ma che dagli intensi e sinceri

suoi studi storici sembra essere ricondotta all’imitazione de’ suoi

maggiori. — Ad ogni modo, è indubitabile questo progresso di riunione

nella Cristianità dell’età barbara o germanica.

11. Ma un altro grand’evento successe intanto sui limiti della

Cristianità (non succedendo niun altro tale più in là, durando colà

più o meno stazionarie le religioni, le civiltà, le colture indiane

e cinesi, e l’altre minori); sorse il Maomettismo. — Fu progresso

o regresso questo? Certo fece perdere alla Cristianità non poche

provincie, alcune asiatiche, tutte l’affricane, e quasi tutte le

iberiche; e quindi nuovo argomento a coloro che vogliono vedere

regressi in questa età. Ma prima, questa diminuzione di sudditi

meridionali fu più che compensata alla Cristianità dall’accrescimento

che dicemmo nelle schiatte settentrionali. E poi questo stesso

Maomettismo, il quale si può considerare e si considera da parecchi

quasi non più che una setta, un’eresia semirazionalista cristiana;

questo Maomettismo non fu forse gran regresso dalle incerte e miste

religioni arabiche, e fu poi certamente un progresso vero dovunque

sottentrò alle idolatrie moltiplici e vagabonde, cioè nei tre quarti

dell’immenso territorio su cui s’estese. Se per esempio si consideri

il Teismo maomettano nelle sue conquiste indiane, nella sua guerra

contro quell’idolatrie che si potrebbero dire le più perfette perchè

appunto le più inoltrate nel proprio principio della moltiplicità;

certo egli è a considerare come un ravvicinamento alla verità, come

un miglioramento. E così dove ei distrusse od asservì il Magismo

persiano, e i Feticismi delle genti vaganti asiatiche od affricane. —

Noi non possiamo sapere ancora, quali saranno le vie della Provvidenza

nelle future ampliazioni della Cristianità e del Cristianesimo che

sembrano annunziarsi da tutte le parti; nè se si convertiranno, ovvero

si perderanno, come in America, le schiatte non cristiane in mezzo

alle cristiane; nè se, succedendo larghe e nazionali conversioni,

elle succederanno dalla religione maomettana più che dall’altre. Ma

considerando questa in sè e ne’ suoi primi secoli non è negabile, non è

negato, ed è anzi esagerato da parecchi il fatto che ella fu e produsse

progresso. — La storia dell’Islamismo è un magnifico assunto, il

quale non è maturo per quella sorte di storici che pretendono narrare

tutto, ambiscono erudizioni recondite, veggono tutta l’importanza

nei documenti inediti, e che direbbono quindi impossibile una storia

maomettana senza compulsar di nuovo gli archivi di Simanca, ed aver

aperti quelli di Costantinopoli, e ritrovar quelli di Bagdad, di

Brussa, di Ghiznè, di Bokara o di Samarcanda. Ma a coloro che, senza

disprezzare i fatti e le rettificazioni minute, non danno grande

importanza se non a’ grandi fatti, e credono che la storia sia oramai

più saputa che intesa e volgarizzata, e attendono perciò a spiegarla e

diffonderla; a costoro basterebbon certo i fatti maomettani noti, per

comporne una storia e direi quasi un poema vario, piacevole, utile,

ed oramai compiuto. Incominciando da Maometto e l’egira, intorno al

seicento, e venendo fino a noi, sono dodici secoli in tutto; quattro

di gioventù e d’ingrandimento, quattro di stazione o compensi tra

il perduto e il nuovo conquistato, e quattro oramai di decadenza;

tre età meravigliosamente corrispondenti alle tre cristiane da noi

poste, quantunque diversissime ne’ due andamenti. Ma basti a noi

l’osservar qui, che la prima di quelle età maomettane, l’età della

gioventù, delle conquiste dilatate di qua fino ed oltre i Pirenei,

di là fino ed oltre all’Indo, l’età d’un incivilimento poco minor

del cristiano contemporaneo, d’una coltura forse superiore, fu dunque

un’età di progresso incontrastabile per tutte quelle immense regioni;

e che quindi questo progresso maomettano, si consideri o no come

conseguenza del cristiano, entra ad ogni modo nel conto del progresso

universale di questa età. In tutto, gli storici che vogliono abbassar

il Cristianesimo, che vogliono dare la virtù progreditrice alla natura,

alla ragione umana, alla filosofia, al Maomettismo, a checchessia,

purchè non al Cristianesimo, non sapendo dei XIX secoli nostri trovarne

altri in cui il progresso cristiano sia stato così piccolo come in

questi sei, s’impuntano, si compiacciono in questi, per dimostrarvi la

quasi nullità della coltura e della civiltà cristiana, e la superiorità

della maomettana. Noi all’incontro veggiamo nella Cristianità di questi

sei secoli, prima due chiari, due grandi progressi, uno di diffusione

nelle schiatte germaniche, ed uno di riunione nella chiesa cattolica.

Poi, potendo forse reclamare tutto il progresso maomettano, come

fatto che non sarebbe succeduto senza il Cristianesimo, e perciò come

conseguenza di esso, noi non insistiamo tuttavia in tal pretensione;

e scegliamo anzi di considerar il maomettano come ultimo progresso

tentato fuori della Cristianità, come uno simile agli antichi, ed

a guisa di quelli incapace di durare o progredire ulteriormente,

destinato a mostrare la incapacità di tutti fuori della Cristianità.

Ma, dei due modi di vedere, noi lasciamo volontieri la scelta a

ciascuno: tutti due risultano a gloria esclusiva del progresso

cristiano.

12. E passando quindi alla III.ª delle età che ponemmo da Gregorio

VII (1072) alla fine del secolo XV, e che chiamammo età del Primato

Italiano, noi saremo più brevi, e perchè già abbiam toccato di tale

età scorrendo le vicende della nostra indipendenza, e perchè poi sono

notissimi e conceduti da tutti e il gran progresso di questa età, e

il primato tenutovi dall’Italia. Perciocchè io credo che in questo

convengano non solamente i miei compatrioti, ma anche gli stranieri;

men gelosi, men bugiardi e meno ignoranti che non si dicono da

alcuni di noi. Gli stranieri non ci negano se non le esagerazioni, il

prolungamento, la perennità del nostro primato; ma il primato vero de’

quattro secoli e più, io non saprei straniero colto che ce lo neghi;

e parecchi di essi resergli anzi l’ossequio più reale che sia, e che

pur troppo non sapemmo o potemmo rendergli noi, quello di studiare e

descrivere quei tempi, quelle cose, quegli uomini nostri. Chi ci diede

la storia delle repubbliche italiane? chi le vite distese di Silvestro

II, di Gregorio VII, di Innocenzo III, di Cola di Rienzi, del Poggio,

di Lorenzo de’ Medici, di Colombo, di Leon X e di Raffaello? Le quali

se non ci contentano del tutto, sono pure ciascuna o la migliore, o la

sola opera che abbiamo su ciascuno di questi assunti; e provano ad ogni

modo il rispetto, la riconoscenza di quegli stranieri per quell’età

nostra, che studiarono tanto. Quella stessa impresa della lega di

Lombardia la quale è vanto e dovrebb’essere studio precipuo nostro,

chi la studiò più? Noi vincitori od anzi i Tedeschi vinti nostri quella

volta? Certo le opere del Raumer, del Voigt, del Kortüm e del Leo non

hanno satisfatto al grande e nazionale assunto; ma certo pure non ne

fu fatto nè tentato altretanto, non ne fu tentato nulla in Italia.

Un Francese dedicò già gravissimi studi al Petrarca; ed un Francese,

parecchi Tedeschi ed un Americano vivente ne dedicano de’ più gravi

a Dante. Certo tutti questi non sono disprezzi di stranieri contra

noi. Nè furonvi, alla grande età nostra, disprezzi d’Italiani contra

stranieri. Que’ nostri maggiori, che eran duci della civiltà pubblica

universale, e che fecero già una parola sola di essa e della civiltà

privata o personale (notevole e bella povertà della lingua nostra!),

non che predicare invidiuzze od isolamenti, predicavano e praticavano

unione, larghezza, liberalità universale. Pier Lombardo, Lanfranco,

sant’Anselmo, Ildebrando, Alessandro III, san Tommaso, Dante, Petrarca

e Boccaccio, i più grandi della nostra grande età, tutti impararono,

o insegnarono, o rifuggirono presso a quegli stranieri. Cinquecento

anni fa e più oltre, gl’Italiani riconoscevano una sola ed universal

civiltà cristiana; ed era ciò naturale; la conducevan essi. Or la

riconoscono gli altri, fattisi nuovi duci; e riconoscono insieme

il ducato o primato nostro antico. Noi soli, negando i progressi

e i primati succeduti, neghiamo parte di nostre glorie, neghiam le

conseguenze dell’opera de’ nostri maggiori. — Io non saprei guari niun

contradittore del nostro primato del medio evo, se non gli esageratori

del primato maomettano. Nacque questa esagerazione nel secolo scorso da

coloro che dicemmo aver voluto torre ogni gloria, ma sopra tutte quella

del progresso, alla Cristianità. Dissero e dicono che la resurrezione

della coltura cristiana nel secolo XI, l’architettura così detta

gotica, la poesia provenzale, e le scienze matematiche sopra tutto,

furon dovute alla coltura maomettana. Ma della architettura, ei bisogna

non aver veduto nè i monumenti nè i disegni, per poter confondere o

creder venuti l’un dall’altro i due stili gotico e moresco; e tutti

gli studi moderni concorrono poi a dimostrare normanna o sassone o

longobarda e ad ogni modo germanica l’origine di quell’architettura

gotica, od anche meglio la lenta trasformazione dell’architettura

ultima romana. Quanto alla poesia provenzale, noi concederemo che,

derivando dalle due spagnuole, catalana e castigliana, ella derivasse

dalla moresca indirettamente. E così concederemo la terza e più certa

derivazione delle scienze matematiche; cioè (esclusa forse l’astronomia

poca, o guasta dall’astrologia maomettana e cristiana di quel tempo) la

numerazione decimale e i segni algebraici. Ma fatte tali concessioni,

è a dire di queste due colture straniere nella Cristianità ciò che

delle tre grandi invenzioni pure straniere, pur importate durante

questa età; la bussola, la polvere da guerra, e la stampa. Tutte e

tre furono probabilmente importazioni fatte a poco a poco dalla Cina

nell’Oriente indiano, nel Levante maomettano, nella Cristianità; o, se

mai furono invenzioni nostre, furono invenzioni che erano state fatte

fuori molto prima. Ma che? Qui risplende la capacità progreditrice

della Cristianità, la incapacità di tutte l’altre civiltà o colture non

cristiane. Tutte queste invenzioni, e così la poesia, così le scienze

matematiche, erano antiche di secoli e secoli in quelle colture non

cristiane, eran passate dall’una all’altra; e tuttavia nè nelle loro

culle, nè nel corso delle loro migrazioni non avean trovato campo

buono a crescervi, fiorirvi e fruttificarvi, finchè non giunsero sul

campo cristiano! Che vuol dir ciò, in nome della verità? Che? Se non

ch’erano inopportuni, naturalmente infecondi, mal apparecchiati tutti

que’ campi? solo fecondo, ed apparecchiato il cristiano? dove e le tre

invenzioni e la poesia crebbero rapidissimamente appena nate durante

il primato italiano; e le scienze matematiche più lentamente sì, ma

pur in pochi secoli, rispetto a quelli che eran durate stazionarie

altrove. Noi lasciamo a’ filosofi la questione del come o perchè, la

questione della connessione che è tra la verità universale o religiosa,

e le verità o le scoperte particolari e materiali che ne paiono

indipendenti. Ma sfidiamo storici e filosofi a negare il fatto e la

importanza del fatto: che queste tre invenzioni massime e con esse poi

parecchie altre (come le chimiche) di poco minori, possedute prima,

possedute secoli e millennii[39] dall’altre colture, non fruttificarono

se non quando per importazione o reinvenzione diventarono cristiane.

E ciò posto, lasciam pure attribuire a Maomettani, Indiani o Cinesi

quanto si voglia. Quanto più se ne dia loro, tanto più sarà vergogna

della loro incapacità, vanto della nostra capacità di progresso. La

quale si dimostrò, si svolse in tanti modi, sotto tante forme poi,

libertà civile, arti governative, carità, eloquenza, poesia, storia,

musica, pittura, scoltura, architettura, teologia, economia pubblica,

arte militare, commerci, navigazioni, scoperte terrestri e marittime,

durante tutta quest’età del primato italiano; che il volerne dar le

prove sarebbe inutile opera da retore, e il volerne dar la descrizione,

assunto di una lunga storia tutt’intiera. Ci sarà ella data anche

questa da qualche straniero?

Delle speranze d'Italia · 第 17 / 29 段