11. Ma non sarebbe compiuto nè verace il nostro discorrere della

virtù privata italiana, se dopo aver detto che ella è impari pur

troppo a parecchie straniere, ed alle speranze nazionali, noi non

dicessimo, che ella è pure notevolmente progredita dai secoli ultimi

al presente. — Noi osservammo altrove, che dal principio del secolo

scorso è chiaro un progresso di tutte le condizioni d’Italia, il

quale continuò poi e continua indubitabilmente a’ nostri dì. Ma fra

tutte l’altre, la condizione morale è certamente la più progredita.

E ciò parmi da osservare non solamente a vana lode, ma a conforto

della nazione in generale, ed a quello in particolare de’ nostri

governanti. Perciocchè, capacitandosi essi d’aver intorno e dietro

sè una nazione progredita e progrediente in virtù, essi ne potranno

andar tanto più arditi ad adoprar tal nazione, a cimentar tal virtù.

Ei vi ha un libro, non buono, non forte, non puro in virtù, per vero

dire, ma pur consolante in sommo grado a qualunque italiano. Son due

volumi d’appunti fatti dal Baretti (Italiano come ognun sa, dimorante

in Londra nella seconda metà del secolo scorso) contra un viaggiatore

e scrittore inglese, molto severo o forse impertinente verso l’Italia.

Ed è a vedere nel Baretti quel generoso, ma smoderato impegno di

difendere le cose nostre, che è diventato così volgare a’ nostri dì.

Il Baretti mordentissimo in patria, come ognun pur sa, si faceva, se

non adulatore, avvocato generale d’Italia fuori patria. E tuttavia pur

difendendoci così, pur volendo far le scuse nostre in ogni cosa, egli

si lascia sfuggire o piuttosto profonde le confessioni de’ nostri ozi

e vizi in tal modo, da vergognarcene per quell’età così vicina, ma da

consolarcene per la nostra, che si vede tutta mutata. Bisogna vedere,

ora scusate ora no, ma in somma confessate, le impertinenze signorili,

le tolleranze popolari di que’ tempi: le corruzioni non solamente delle

classi infime, locandieri, doganieri, gondolieri e via via, ma delle

medie, dell’alte e delle sante stesse; e la vita scioperata di tutti

quanti, principalmente in Venezia; e la mollezza dei costumi e delle

vesti, e i travestimenti, e quel bamboleggiar di ninfe e pastori che

era, per vero dire, universale allora anche fuori d’Italia, ma che in

Italia erasi costituito nell’Accademia dell’Arcadia, e nelle numerose

_colonie_ di lei. Ed è a vedere il Baretti, l’autor già della _Frusta

letteraria_, scusare e lodar tutto ciò, e fare quelle lunghe liste

di pretesi illustri Italiani, che non servono nè a mettere quei nomi

nella memoria degli stranieri, nè a serbarli in quella de’ posteri,

ma talor solamente a farne ridere i concittadini. Ancora, potrebbero

esser prova della leggerezza insieme dell’età e dell’autore, quelle

lodi dell’ingegno italiano che egli trae dall’abilità del giocar a

carte ed a tarocchi; e quelle poi della sapienza politica dei Romani

contemporanei suoi, ch’egli pone sopra qualunque altra; e quelle del

commercio italiano comparato in isperanze al francese ed inglese; e

quelle delle razze de’ nostri buoi, nostri cavalli, e nostri asini,

e via via; ridicolezze, puerilità, illusioni, inganni, pazzie, ora a

noi evidenti. Ma la più curiosa difesa e la più vergognosa confessione

è quella de’ cicisbei e delle cicisbee, i quali, se i miei giovani

leggitori nol sapessero, furon coloro che si chiamarono poi _il

cavalier servente e la dama_, poi abbreviatamente il cavaliere o il

servente e la donna, poi l’amico e l’amica; cioè per parlar chiaro

l’adulterio sfacciato, pubblico, regolarizzato dall’usanza. Qui

s’allarga, qui si compiace lo scusatore; dà l’etimologia della bella

parola; vanta l’origine antica dalla cavalleria e dalla filosofia,

spiega, ingentilisce, innalza l’usanza ad amor platonico, immateriale,

o che so io. Ed era pur surto già, ed aveva scritto il Parini; ed egli

il Baretti cita lui e la immortal satira di lui! Tanto, per dar lodi

immeritate, si sogliono trascurar le meritate! Tanto questa buona

intenzione dello scusare acceca su’ progressi già incominciati; fa

rimaner indietro de’ propri tempi anche coloro che sono per natura

e furono altrove scrittori progredenti, virili e severi! — Ad ogni

modo tutti questi usi, ozi e vizi di settanta anni fa (il libro è del

1769), sono pur così diversi da’ nostri, che paiono discosti di secoli

e secoli, e che non possono nemmeno più esser soggetti di sdegni,

ma di risa. Notevole sopra tutto è la differenza dei costumi delle

famiglie, delle donne italiane. Certo sono anche ora, e saran sempre

donne e famiglie scostumate, in Italia e dappertutto. Ma n’è scemato il

numero, scemata la sfacciataggine; che sono due miglioramenti, grandi

ciascuno per sè, e prove l’un dell’altro. L’usanza, la moda era allora

l’adulterio, il vero o almeno il finto; il vizio o l’affettazione

del vizio; l’ozio, la mollezza, ad ogni modo; ed eccezione era la

costumatezza, eccezione rarissima la costumatezza professata. Or tutto

all’incontro; la virtù e il vizio han ripreso ciascuno loro luogo

naturale; regola e moda è la virtù, eccezione il vizio; si professa

quella, si cela questo. È vero che da alcuni ostinati ammiratori del

buon tempo antico, tutto ciò si chiama peggioramento ed ipocrisia. E

tra l’ipocrisia della virtù e l’ipocrisia del vizio io non saprei,

per vero dire, qual sia peggiore o minore per l’ipocrita; ma per

la società, ma come segno di pubblica moralità, certo è migliore

l’ipocrisia della virtù; la quale mostra almeno che la virtù è più

pregiata, più in autorità, più vantaggiosa ad affettarsi che non il

vizio. Io non cercherò qual parte abbiano avuta gli stranieri in

questo sommo progresso italiano; se le invettive di Napoleone non

v’abbiano forse operato più che non quelle dello stesso Parini; se

forse non v’abbiano potuto anche più il ridicolo, e più i disturbi

recati in questi quasi matrimoni dagli stessi scostumati stranieri;

e se pur vi potessero le lettere, gli stessi romanzi stranieri, non

nemici certamente di ogni mal costume, ma nemici incompatibili di

questo; ovvero se più la civiltà, le leggi mutate, la distruzione

delle primogeniture, il numero scemato de’ celibi e cadetti, e

le operosità cresciute, principalmente ne’ principati italiani.

Forse tutte queste cause insieme hanno cooperato alla mutazione;

ma la mutazione, il progresso è certo, evidente a tutti. Le donne

italiane amano od affettano amare i mariti; amano od affettano amare

i figliuoli; attendono all’educazione di questi, al governo della

famiglia, a’ lavori femminili, alla casa, quel santuario di lor virtù.

E perchè come vizio fa vizio, così virtù fa virtù, l’educazione delle

fanciulle, che non si soleva nè si poteva fare in case disoneste,

or si può e si suol fare in casa dalle madri; e se per isventura

non si può, si fa pur meglio ne’ conservatorii e ne’ monasteri, di

gran lunga migliorati; e dove che facciasi, si rivolge allo scopo di

allevar donne di famiglia, anzichè di mondo, o, come si diceva, di

_talento_ od _eleganti_. In tutto, le donne italiane sembrano esser

progredite più che non gli uomini, tantochè se continuano, sarà di

esse il vanto di aver risollevati questi a lor dignità ed operosità.

Certo, odo dire di una e parecchie città italiane dove molti giovani

son ridotti a lasciar le case, le conversazioni di lor donne, troppo

superiori ad essi per esser loro piacevoli; a cercarsi donne più pari

ad essi. E di ciò pure piangono i piagnoni, ed alcuni altri a cui par

minore il vizio se sia ingentilito, o come dicono in buona società.

Ma a me pare che non sia mai a dir buona società quella in cui si

professin vizi; che essendo condizione umana che sempre sorgano virtù

e vizi, sia molto bene che si separino i due campi, che faccian vita

diversa, che sia esiliato questo da quello. E se continuino così,

non dubitino le donne italiane di riavere in breve reduci e degni di

esse quegli uomini stessi a cui non manca forse per esser lor pari

se non d’aver trovata pari operosità. — Perciocchè, siamo giusti;

questo è più difficile agli uomini, che non alle donne. Basta ad

esse la operosità della famiglia; non sempre agli uomini; anzi tanto

meno quanto più ne lasciano alle donne. Ma queste gioveranno forse a

quelli con gli esempi e i conforti e la stessa moda. E il vero è, che

colla moda femminile del governo della famiglia, incomincia per gli

uomini quella del governo delle sostanze private. Lo sciuparle, il non

attendervi, il rimettersene a segretari è passato di moda; non par più

vezzo nè obbligo signorile. Ora si curano le campagne, s’abbelliscono

le ville, si accumulano nelle case que’ comodi, quelle pulitezze,

quelle eleganze che chiamansi con voce straniera, ma bellissima ed

anche italiana, di _conforti_. La quale è eleganza non che sana, ma

quasi virtuosa, è minimo grado di operosità, ma pure operosità; tanto

migliore, che di natura sua vuol essere continua. E vi s’aggiungono

quell’altre mode ed eleganze degli esercizi della persona, e sopratutto

del cavalcare, dell’allevar cavalli e delle corse; a cui i nostri

puristi di nazionalità fanno il mal viso, perchè le dicono eleganze

straniere, ma che sono italiane antichissime, passate fuori già come

tante altre ed ivi progredite, ed indi tornate, e che non è vergogna

riprendere o prendere, come che sia. La vergogna sarebbe di non

prenderle intiere, in quanto hanno di migliore; il guidar per esempio i

tiri a quattro o a sei comodamente, invece del cavalcare; il cavalcar

tranquillo, a diporto, in vece del virile e difficile, invece del

domar cavalli, o montarli alle caccie, alle _corse al campanile_, e via

via. Il Baretti vanta le caccie alle reti, ai _roccoli_; io vanterei

anzi tutte, quelle che si fan coll’armi e sui cavalli; le quali se

per la diversa natura de’ paesi non son possibili tutte le medesime

che altrove, come quelle della volpe e del cervo o del capriolo, ne

son altre proprie all’Italia e che sarebbe bello mettere alla moda,

come quelle dei cignali nelle nostre macchie, e de’ camosci e degli

stambecchi e degli orsi stessi nelle nostre Alpi. Le quali poi furono

troppo cantate forse come difesa, ma certo son bellezza peculiare di

nostra Italia, e potrebbero essere palestra di variissime operosità

alla gioventù italiana. Certo è vergogna che, così vicine a noi,

così nostre, elle sieno tentate, superate, corse, studiate, descritte

d’ogni maniera da tutti, salvo che da noi. Non è forse un Italiano che

abbia vanto d’una di quelle prime ascensioni sulle somme Alpi, che si

notano quasi a modo delle scoperte transatlantiche o polari. In quelle

stesse liste annue dell’ascensioni al Monbianco che si van facendo

così numerose, raro è che tra gli Inglesi, Russi o Svedesi si trovi

(come pur trovossi in quest’anno) un nome italiano. Questi son viaggi

in che all’allettamento, all’esercizio della operosità, s’aggiungono

l’allettamento e l’esercizio del pericolo; e che brevi e facili del

resto ai giovani ed arditi, non possono essere impediti loro nè dalle

loro occupazioni abituali, nè da scarsezza di fortuna, nè da gelosia

de’ governi. — Ma è egli poi vero che sieno loro impediti i viaggi

più lontani? Che duri nelle province straniere quella proibizione di

uscir dall’imperio, che sarebbe per questo una così candida confessione

di non voler esser paragonato con altri paesi più inciviliti? una

confessione da doversi lasciare ai barbari? Ad ogni modo, non è fatta

niuna tal proibizione da principi italiani; ed i sudditi loro hanno

ed esercitano l’operosità del viaggiare, non solamente in Europa,

ma in tutto il globo. E se ai vecchi il viaggiare è sovente ozio o

inganno d’ozio, ai giovani e ardenti ad imparare è operosità e nuova

educazione. Alcuni ne sono, per vero dire, che tornan da’ paesi più

colti e più operosi del mondo, dicendoci che vi si sono noiati. Lo

credo anch’io; non ci è maggior noia che parer noioso, che l’essere

sfaccendato tra gente affaccendatissima. Ma vi tornino buoni, se non

altro, a desiderare operosità, e ne saran contentati da quelle medesime

genti che trovan tempo a tutto, fuorchè alla noia. Io mi meraviglio

di nuovo, che non facciasi una qualità di viaggi che pur avrebbero il

doppio allettamento dell’operosità e de’ pericoli; dico il viaggiare o

piuttosto il guerreggiar volontario ne’ paesi dove sono le belle guerre

di conquiste cristiane. Questo sì che sarebbe un diretto apparecchiarsi

a quell’altre guerre, onde sorgeranno le migliori speranze nostre. Noi

abbiamo una di tali guerre tutt’all’incontro d’Italia; ed è colà men

bello che altrove, che si veggano volontari di tutti i paesi cristiani

e lontani, e non del nostro, così vicino. — Ma io non finirei, se

volessi dire di tutte le operosità che in questa operosissima età si

parano innanzi a qualunque privato anche italiano; e che abbracciate

già da parecchi (lodevolissimi in tal precedenza), si può sperare

sieno a poco a poco abbracciate da molti, e secondo le condizioni di

ciascuno, finalmente da tutti. Hannosi tutte quelle società ed imprese

pubbliche, le quali, se non accrescono sempre la fortuna de’ socii,

accrescono almeno il capitale, il progresso della patria, ondechè

dovrebbero essere speculazioni de’ ricchi principalmente. Io non

parlo dei commerci propriamente detti, perchè questi, come le arti

e gli studi liberali, sono operosità speciali, più che non comuni

a tutte le persone private, di che parliamo qui. — Ma mi rivolgo a

lodare e benedire ultimamente quella che noi chiamammo già operosità

supplementare di tutte l’altre, e che chiameremo qui operosità antica

e nazionale italiana, l’operosità della carità. Io crederei che non

sia modo o forma di essa, fiorente a’ nostri dì, della quale non si

trovino principii in qualche istituzione italiana antichissima. Ondechè

io mi meraviglio che i reclamatori perpetui delle priorità italiane,

non si sien data ancora la pena di cercare quei principii nelle

memorie di nostra patria. Ed io, che tengo poco conto de’ principii

non progrediti, il terrei pure di questi; perchè appunto non furono

semplici nè improduttivi principii, ma progrediron molto nel medio

evo, e lasciarono esempi e modelli poco superati. Ma quello di che è

da rallegrarci più è il veder continuati e moltiplicati ora siffatti

progressi dall’un capo all’altro d’Italia. Questa è operosità buona

a tutto ed a tutti; buona come operosità cristiana, il che è saputo

da chicchessia, ma buona pure come operosità pubblica, e buona come

privata. Come operosità pubblica, la carità è scioglimento ultimo forse

di quei grandi problemi economici, del massimo accomunamento delle

sostanze, del massimo ravvicinamento delle condizioni estreme, di una

quasi legge agraria del mondo cristiano. Ed in Italia particolarmente,

oltre al vanto del continuar l’opera de’ maggiori, la carità ha il

gran merito di essere la virtù più riunitrice di natura sua, vincolo

di tutte le qualità di persone, di tutte le opinioni. Principi,

grandi e popolo, ricchi, mediocri e poveri, uomini, donne, vecchi,

fanciulli, sani, infermi, sacerdoti e secolari, tutto si riunisce

nell’esercizio della carità, e talora in una sola casa di carità. Là si

apparecchia quanto è sano ed utile alla patria; popolazione salvata,

educazione allargata, generazioni apparecchiate, moralità serbata o

corretta, ordine, obbedienza, regolarità, amore. Nulla di cattivo,

nulla almeno di peggiorato non ne suole uscire. E come operosità

privata poi, la carità è il modo più certo e più in mano a ciascun

privato di far bene alla patria ed a sè, tutto insieme; è il modo di

tener vive in sè più virtù, più virili virtù; è operosità del corpo,

dell’ingegno e di tutto l’animo; è fatica, pericolo, sacrificio. Hai

tu un’altra operosità speciale, obbligatoria dalla tua condizione? Sei

tu principe, uomo di stato, sacerdote, professore, artista, artefice,

commerciante, padre, madre o figliuol di famiglia, occupato ne’ tuoi

doveri dati da Dio? Segui quelli prima; prima i doveri imposti dalla

Provvidenza, poi gli scelti da te. Se no, saresti appunto come coloro

che fan mendica la famiglia per arricchire un ospedale. E tanto più

che, anche nell’esercizio de’ tuoi doveri, puoi, anzi devi esercitare

la medesima carità. Ma non hai tu operosità pubblica, nè speciale, nè

privata? Ovvero non ne hai tu una bastante a riempiere la vita tua,

a farti fuggir gli ozi? E vuoi tu salvar te e i tuoi, e quanti più

puoi, l’intiera patria dalla corruzione? e così giovarle quant’è in

te in un modo sicuro? Fa allora ciò che fecero tanti nostri maggiori,

ciò che fanno tanti nostri contemporanei; datti alla carità, e lascia

dire; tu ti sarai dato alla patria. E lascia che altri si scusi degli

ozi, accusando la patria, i principi, i tempi, gli stranieri. Niuno di

questi, nemmeno gli ultimi, non ti posson rapire il gran supplemento

a tutte le operosità; non ti posson rapire questo esercizio delle

due virtù, di che più abbisogna ed abbisognerà ogni patria, ma più la

nostra sempre e più finchè si apparecchia all’impresa, e più che mai

quando venga l’occasione: le due virtù, dell’operosità e de’ sacrifici.

12. Ma stando già in sul finire, io temo mi si domandi forse chi son

io che tanto predico virtù? qual diritto, qual missione ho a ciò? e

se ho io tal virtù? Ed io risponderò prima, che poco importa chi io

mi sia; che la mia missione, io la tengo dal mio amore alla patria,

il quale inspira a me a dir ciò che sarà da altri chiamato austerità,

come ispira altrui a dir ciò che chiamo io adulazione; e poi che se

queste mie si chiaman prediche, io reclamo il diritto e dovere di dire

con ogni predicatore: guardate a quel che dico, e non a quel che fo,

io vi parlai di virtù, non di mie virtù, e quelle studio e desidero in

generale, appunto perchè sento il bisogno di farle mie. — E se mi si

dicesse poi ch’io ho percorsa e fatto percorrer gran via, per riuscir

a cose, non che private, volgari, alla virtù dei padri e delle madri

di famiglia, de’ _fratelli ignorantelli_ o delle _suore di carità_, io

risponderei che noi abbiam percorsa gran via per riuscire a ciò: che

ogni virtù pubblica e privata è indispensabil mezzo a raggiungere lo

scopo altissimo dell’indipendenza, a rivolgere i sogni in isperanze,

e le speranze in realità. — E se mi si dicesse finalmente, che la

somma di quanto io seppi proporre non è altro che rassegnazione, virtù

dei miseri e deboli, io risponderei che la somma di quanto propongo

è appunto la rassegnazione, virtù degli infelici, ma forti; quella

rassegnazione che non è rinuncia, ma nuova direzione d’operosità,

quella che è volontaria accettazione di quanto non si può virtuosamente

mutare, per progredir tanto più alacri a tutto ciò che si può e si

deve virtuosamente mutare[38]. — Di che poi, e di tutto lo scritto fin

qui, fo il sunto in due parole: un solo scopo, L’INDIPENDENZA; un solo

mezzo, LA VIRTÙ.

CAPO DUODECIMO.

BREVE STORIA DEL PROGRESSO ITALIANO

L’azione incivilitrice dell’Evangelio è tuttavia

ne’ suoi principii.

(GIOBERTI, _Del Buono_, Avvert., XX).

1. Ora è finito il mio libro, quale mi proposi di scriverlo,

rispettando, quanto più potessi, senza tradire i miei pensieri, quella

esagerata opinione di nazionalità che parmi molto sparsa nella patria

nostra. Ogni opinione patria mi sembra rispettabile fino a questo

segno, che chi crede doverla combattere, il faccia, come figliuolo,

colla speranza d’ingannarsi sugli errori de’ genitori; col desiderio

almeno di trovarne le scuse. Ma in una nazione che non ha nazionalità

compiuta, è poi particolarmente scusabile qualunque esagerazione

del sentimento di nazionalità. Quindi, volendo dire delle speranze

d’Italia, io m’attenni a quelle speciali di lei; e se talvolta per

necessità io toccai pure alle straniere, io m’affrettai di rivarcar

l’Alpi, e porle quasi fra noi e l’universo mondo; e se talvolta non

potei evitare la parola e l’idea di progresso cristiano universale, io

mi affrettai, mio malgrado, a lasciarla. — Ma il mio libro è finito;

e non so trattenermi dal pensare che sien pur molti Italiani d’animo

più largo e veramente liberale; i quali, anche tra le condizioni men

liete della patria, sappiano vedere e fruire le condizioni lietissime

della Cristianità, e trar da esse volontieri nuove e maggiori speranze.

Questa virtù del sapere nella minor ventura, od anche tra le sventure

proprie, rallegrarsi allo spettacolo delle fortune altrui, è una

delle più necessarie virtù private senza dubbio; è quella che dà

forza a qualunque sventurato di adempiere i doveri e gli affetti a lui

restanti. E così è delle nazioni. Ad esse come agli uomini l’invidia

è colpa; l’invidia è pervertimento del dolore, destinato a migliorare,

non a guastare; l’invidia è ultimo grado della miseria. Ed alle nazioni

più che non agli uomini il saper partecipare alle letizie altrui è

talor fonte di letizie novelle; perchè non si rinnovella la vita negli

uomini, ma sì nelle nazioni. — A coloro adunque fra’ miei compatrioti

che sien capaci di questa virtù io rivolgo il presente supplemento o

complemento del mio libro; rivolgo quest’altre poche pagine per chiarir

quell’idea del progresso universale, la quale è oramai inevitabile

a chiunque attenda ad una delle tre scienze che trattano dei destini

umani, la storia, la politica e la filosofia. Giusta o fallace, buona

o cattiva, utile od inutile, quest’idea preoccupa gran parte della

nostra generazione. Non sarà quindi tempo perduto quello adoprato in

chiarircene ciascuno. — E non sarà perduto particolarmente per niun

Italiano. Siamo sinceri. Molte, forse tutte le speranze speciali

fin qui proposte a’ nostri compatrioti, scendono da quella somma,

che progredisca la Cristianità in mezzo al genere umano, l’Italia in

mezzo alla Cristianità. Se fosse fallace la speranza somma, sarebbe

fallace la nostra speciale. Se è verace quella all’incontro, non

importerebbe ch’io mi fossi ingannato sulle minori od eventuali;

invece d’una occasione venuta meno, ne sorgerebbero parecchie altre.

Il progresso cristiano è il fonte di tutte. E val dunque la pena di

risalire ad esso. — Ma, naturalmente, non può essere se non brevissimo

questo supplemento a breve libro; e non può pretendere quindi nè a

persuadere gli invecchiati in opinioni contrarie, nè ad insegnar le

nostre a coloro che vi sien nuovi del tutto. Ei non può essere se

non reminiscenza, o, tutt’al più, ordinamento d’idee già concepite;

discorso tra consenzienti o poco dissenzienti.

2. L’idea del progresso del genere umano non è nuova. Io crederei che

sia surta in mente a molti, ogni volta che surse una gran nazione, un

grande imperio, un gran conquistatore; a cui gli adulatori dissero

probabilmente, incominciar quindi una nuova era di riunione e di

felicità universale. Così, senza cercarne altri esempi, avvenne

a’ tempi di Augusto; la famosa egloga di Virgilio ed altre simili

adulazioni ne sono chiari documenti. — E tutte queste si trovarono, per

vero dire, fallaci profezie. Ma altre se ne fecero già tutto diverse;

e non a niun conquistatore, a niun imperio, a niuna nazione da poeti

o panegiristi, ma alla Cristianità primitiva da’ santi Padri, dagli

apologisti, dagli apostoli e da san Paolo principalmente, anzi dal

divino autore del Cristianesimo; e risalendo più su da’ profeti, dai

salmisti e dagli scrittori sacri fino alla Genesi, i quali congiunsero

colla promessa del Redentore, la promessa d’una nuova luce, d’una nuova

via, d’una nuova verità, d’una nuova unione di tutto il genere umano.

Confusa in coloro che non avevano se non i lumi della ragione o delle

tradizioni mal serbate, più chiara in coloro che erano rischiarati

dalla rivelazione, l’idea d’un progresso universale futuro è ad

ogni modo antica quanto il mondo; l’idea precisa d’un progresso già

incominciato e futuro è antica quanto la Cristianità.

3. I filosofi del secolo scorso, a cui ella si suole attribuire,

non fecero se non nominarla e determinarla. Bene o male? Qui è grave

questione. — Vedendo il progresso vero e grande che facevasi a lor

tempo in tutte le scienze materiali, sperarono e promisero farne fare

essi uno simile nelle spirituali, annunciarono un progresso universale

presente e futuro; e quindi a poco a poco innamorandosi, come succede,

della propria idea, e retrocedendo al passato, protestarono che tal

progresso era già antico, antichissimo, coevo col mondo, perpetuo,

connaturale al genere umano. L’uomo fu definito animal progressivo;

progressiva la ragione, la natura umana per sè; quanto fu, quant’è

o sarà buono nel genere umano, effetto di tal virtù progreditrice;

quanto è cattivo, eccezione. — Una difficoltà rimaneva: gli storici

avean notato sempre, gli uomini pratici e politici osservavano ogni dì

nazioni salenti, nazioni scendenti in fortuna e virtù; e gli storici

universali e i filosofi avevano anzi osservati periodi di tempi in che

parve retrocedere non solamente una o più nazioni, ma il genere umano

tutt’intiero; e ciò avrebbe distrutta fin dalle fondamenta la nuova

e lieta idea del progresso perpetuo. Ma non si arrestarono perciò i

filosofanti; non potendo co’ fatti nè quindi co’ ragionamenti, ei si

salvarono con un paragone; paragonarono il progresso umano a quello

d’una spirale che ad ogni giro sembra retrocedere e pure avanza; e

con questo, senza chiarire se i regressi umani sieno stati apparenti

o no, e quanti e quali, tennero satisfatti sè stessi e distrutta la

difficoltà. — Un’altra, per vero dire, ne sorse. In quell’idea del

progresso perpetuo fin dal principio, era implicata l’idea che il

Cristianesimo, quell’innegabilmente sommo de’ progressi umani, non

fosse se non un progresso umano, naturale; che quindi fosse possibile,

probabile, certo, imminente un altro progresso simile e per conseguenza

maggiore il quale poi fosse la filosofia. E questa era, per vero dire,

gran difficoltà per li sinceri cristiani, i quali non ammettono nè che

il Cristianesimo sia un progresso naturale, nè che ne possa succedere

uno superiore. Ma nè perciò si arrestarono que’ filosofi. Posta

evidente la caduta del Cristianesimo, e disprezzando poi e commiserando

tutti coloro che non la vedevano, non tennero di questi, cioè di tutti

i cristiani, niun conto; separarono in questa come in altre questioni i

due campi della religione e della filosofia; dismessero le discussioni

sul passato, sull’intiera storia del genere umano; la dichiararono

inesplicabile, la lasciarono inesplicata; e rifuggirono al futuro,

facile sempre a spiegare, malleabile a conformare per tutti coloro che

non si prendon cura di farlo concordar col passato.

4. Ma a costoro, il tempo suol dar pronte e solenni smentite; e diedene

una tale a’ nostri dì. Quel futuro così mal preveduto da’ filosofi

delle ultime generazioni è diventato presente nostro; e noi veggiamo il

Cristianesimo più fiorente che mai. E quindi men che mai, noi cristiani

studiosi di filosofia, di storia o di politica, non accettiam nessuno

di siffatti compatimenti, non abbiam bisogno nè di separare i campi

della filosofia e della religione, della ragione e della rivelazione,

nè di rimettercene al futuro incerto; bastaci il passato e il presente,

la storia, qual l’abbiamo, compiuta dal principio del mondo fino a

noi. — Per noi questa si divide in due sole parti principali, due

serie d’eventi spartite da uno massimo, la venuta del Redentore.

Per noi la serie antica è regrediente; la cristiana è progrediente.

Per noi il progresso presente del genere umano è evidente e certo;

ma non incomincia dal principio del mondo, non dal primo uomo, non

naturalmente; incomincia soltanto col Cristianesimo, dalla venuta del

Redentore, dalla ultima gran rivelazione, e così soprannaturalmente.

E per noi in somma il Cristianesimo, fu, è, non solamente progresso

massimo, ma causa del progresso; e non progredì egli stesso in sua

intima virtù, la quale dovette essere e fu perfetta fin da principio,

poichè divina; ma progredì negli effetti di quella virtù, in tutti gli

effetti umani suoi, fece progredire tutti gli uomini in che si diffuse,

la società cristiana, la Cristianità. Tutto ciò fino a noi, certamente;

tutto ciò molto probabilmente in tutto il futuro a noi prevedibile;

rinunciando noi per il futuro lontano a sapere quanto non ce n’è

rivelato; e così a quasi tutto, salvo che la chiesa cristiana durerà in

qualunque condizione, quanto il genere umano. — E veggiam ora le prove

sommarie di tutto ciò.

5. Le prove del regresso del genere umano fino al mezzo de’ tempi sono

a noi evidenti da tutti insieme i libri sacri e profani. I primi (che

sono solo chiaro, solo tollerabile documento per li tre o quattro primi

millennii fino a Ciro), ci ritraggono il genere umano due volte surto

da una famiglia, due volte incipiente dall’adorazione del Dio vero

ed unico e dalla vita semplice patriarcale, e due volte scostatosi

dalla verità e dalla virtù, due volte caduto in que’ politeismi e

in quell’idolatrie moltiplici e corruttrici, che si son fatte quasi

inconcepibili a noi oramai. — Nè contraddicono le stesse storie

profane; se non sieno interpretate, come pur troppo si fa talora, con

quella pedanteria, con quella scienza affettata ed ignoranza effettiva,

che non lascia libera la mente a niun concepimento di realtà. Fuori

d’una cronaca cinese, il _Shu-King_, ed una di Cashmir, io non conosco

libro profano anteriore ad Erodoto, che meriti nome di storico, che non

sia assurdamente mitico e poetico. E questi due libri, non discordi

in nulla dalla narrazione biblica, ma poveri poi nell’altre notizie,

non sono noti se non, il primo da men d’un secolo, il secondo da una

decina d’anni. Tutti gli altri storici, compreso Erodoto, che han

nome d’antichi, non ci ritraggono se non gli ultimi sei secoli, fra i

quaranta o cinquanta della storia antica; e questi sei sono quelli di

quell’arti e quelle lettere greco-romane, le quali furono apice delle

antiche. Quindi l’illusione. Dico, l’illusione di coloro che attendendo

a quell’arti e quelle lettere, e non sapendo vedere più in là nè

più su, quando veggono un progresso di coltura, lo dicon progresso

di civiltà, e dimenticando poi i due maggiori bisogni, i due più

essenziali progressi umani, quelli della verità e della virtù, danno

ai due altri minori il nome di progresso universale del genere umano,

o con parola propria loro _umanitario_. Se questa non è pedanteria,

cioè preoccupazione, anzi restrizione e studio incompiutissimo della

propria scienza, io non so che cosa sia. Non s’avrebbe se non a

studiar meglio tutti quegli storici antichi, così facili del resto e

piacevoli per l’arte ammirabile colla quale scrissero, e congiungere

lo studio de’ poeti e de’ filosofi e di tutti gli altri scrittori non

meno ammirabili di quell’età, per vedere: 1.º Che tutti quanti, ma più

i più alti d’antichità e d’ingegno, Erodoto e Platone sopra tutti, e

poi Senofonte, Livio, Cicerone, Tacito, e poi tutti in corpo i poeti

della età colta antica, ricordarono continuamente non una sola, ma

parecchie età anteriori e migliori, e in capo a tutte una età dell’oro,

cioè un’età di pensieri e costumi semplici, di vita patriarcale, e

d’adorazione unica. 2.º Che tutti, ma principalmente i filosofi, e

sopratutti Platone, non fecero già quella distinzione dei due campi

della filosofia e della religione, che è novissima de’ nostri dì;

ma cercarono anzi come potevano co’ lumi uniti della loro ragione

potentissima ed avanzatissima, e delle loro tradizioni all’incontro

perdutissime, le reliquie di quelle credenze e que’ costumi primitivi

che volevano restituire. 3.º E che in somma, non pedanti, non

preoccupati essi dallo splendore della loro coltura ed anche meno della

loro civiltà, confessarono, professarono, proclamarono vivere in una

età corrotta e retrograda, ed aspirarono (quantunque invano, come si

vide in breve) a quello che sarebbe stato progresso primo incipiente

da essi. Non è colpa loro se i moderni, non credendo alle loro stesse

parole, lodandoli di ciò di che non lodavano sè stessi, e commentatori

simili a tanti altri, aggiungendo ciò che non era nei testi, fecero

una storia antica in veste moderna, ad uso delle moderne opinioni, e

contraddicente a tutte l’antiche; nè se poi alcuni scrittori di storie

moderne, aggiungendo alla stretta scienza la stretta imitazione,

ingioiellarono le narrazioni dei tempi nostri con que’ piangistei sulla

decadenza del genere umano, i quali erano gravi di spontanea verità

negli storici antichi, ma sono in essi risibile e bugiarda copiatura.

6. Ma lasciamo la storia antica; e della moderna stessa non prendiamo

se non ciò che sia necessario al nostro assunto. — La storia della

Cristianità è per noi nè più nè meno, che storia del progresso; lo

comprende tutto, vi è compresa tutta; le due sono contemporanee,

parallele, identiche. Pare a molti impossibile a provarsi, lo so; pare

che in parecchi secoli, in quelli specialmente detti della barbarie,

sia impossibile a scorgersi un progresso qualunque. Ma se qui pure noi

lascerem da banda, noi scrittori o leggitori, ogni preoccupazione del

nostro mestiero di letteratura, se ci sapremo innalzare a considerare

come prime necessità, prime condizioni, primi scopi della vita in ogni

uomo e nel genere umano la verità e la virtù, non ci sarà difficile

scorgere il progresso del genere umano nel progresso della Cristianità,

e questo poi lungo tutti i secoli cristiani, anche in quelli detti

oscuri o barbari. — Considerata la questione nella sua generalità, nel

suo complesso, dal suo principio a noi, nel suo risultato presente,

ella non può essere, io non credo che sia, dubbiosa a nessuno. Non

dubita nessuno che sia ora progredita la Cristianità, non dubita

nessuno che la Cristianità sia sola delle grandi società umane,

progrediente oggidì; non dubita nessuno che sieno o stazionarie od

anzi in regresso le società maomettane, le bramaniche, le buddiste,

la cinese, e i resti delle altre idolatre. Gran prova sommaria per

vero dire, e che basterebbe a dimostrare la virtù progressiva insita

esclusivamente nella Cristianità; gran presunzione che questa abbia

dovuto progredir continuamente. Ma lascisi pure, come troppo breve,

tal prova; noi non fuggiam l’esame consecutivo de’ varii secoli, e

non abbiamo altro rincrescimento se non di non potere scender qui ai

più minuti particolari, i quali dimostrerebbero sempre più la nostra

proposizione.

7. Le divisioni sono nella storia, come nell’altre scienze,

molto importanti, dipendono dal concepimento giusto e complessivo

nell’autore, e il producono nel leggitore. Ma, perchè parecchi

concepimenti giusti di qualunque scienza possono essere nella mente

umana, che non arriva al concepimento infinito, perciò parecchie

divisioni possono esser buone, perciò qualunque divisione è sempre più

o meno arbitraria. Dopo tal protesta su tutte le divisioni, pongo qui

questa della storia del Progresso Cristiano. — Età I.ª dalla nascita

del Redentore alla distruzione dell’Imperio romano (anni 1-476); età

della coltura e civiltà antica cadente, e delle cristiane sorgenti;

età intermediaria tra il mondo antico e il rinnovato. — Età II.ª dalla

distruzione dell’Imperio romano fino a Gregorio VII (anni 476-1073);

età che si potrebbe forse dividere in due, prima e dopo Carlomagno;

ma che noi comprendiamo in una sola, per chiamarla Età del Primato

Germanico. — Età III.ª da Gregorio VII al gran rimescolamento degli

stranieri in Italia (anni 1073-1494); età incontrastabile di Primato

Italiano. — Età IV.ª da quel rimescolamento della Cristianità fino a

noi; la quale, per non suddividere troppo secondo i primati più brevi

che succedettero, noi chiameremo Età de’ varii Primati Cristiani. —

Come si vede, noi accettiamo dal Gioberti il nome e l’idea d’un Primato

tenuto finora da una nazione cristiana sull’altre; ma scostandocene

in ciò che crediamo non sia stato tenuto da una sola sempre, ma sia

passato dall’una all’altra parecchie volte. Delle idee dei grandi

pensatori, sempre si serba molto da coloro che vi contraddicono non per

ismania di novità, ma per istudio di verità.

Delle speranze d'Italia · 第 16 / 29 段