unanimità? Perchè appunto ella non basta senza la virtù. Le nazioni
sono tra sè come gli uomini, i quali non tengon conto delle proteste
nè delle minacce se non dei forti, degli operosi, de’ virtuosi. Non è
verace quella distinzione di Montesquieu, che la virtù sia necessità,
principio delle repubbliche sole; se così fosse, questa sarebbe la sola
forma buona e possibile in ultimo di governare. Ma il vero è, che tutte
le nazioni, sotto qualunque forma governate, han bisogno di virtù; che
la virtù è principio di ogni buon governo alle nazioni indipendenti,
principio d’indipendenza alle dipendenti; ondechè ella è necessaria a
queste sopra tutte. E non è vero poi, come dicono Montesquieu e tanti
altri, che sien due virtù, la pubblica e la privata; sono due forme,
o meglio due applicazioni della medesima virtù. La virtù pubblica non
si può esercitare se non da pochi in qual siasi nazione, da pochissimi
nelle non libere, da più pochi ancora nelle dipendenti; e non si suole
esercitar poi quasi da nessuno nelle sue parti difficili, quando sono
facili i tempi. Ma la virtù privata è accessibile a tutti, sotto
tutti i governi, in tutti i tempi, e più ne’ facili e tranquilli.
La virtù nazionale si compone delle due sorta di virtù, pubbliche
e private; ondechè può essere una nazione che non possa avere quasi
nessuna virtù pubblica, ma che avendone molte private abbia una somma
di virtù nazionali maggiore che non altre dove sieno più delle prime;
e la somma, comechè fatta, delle virtù nazionali, è quella all’ultimo
che impone altrui ammirazione o paura, secondo le occorrenze. In
Italia, a’ tempi nostri, le virtù pubbliche non possono se non esser
rare; quindi tanta più necessità di accrescere, di moltiplicare le
private, se vogliamo una somma vantaggiosa, un totale che imponga.
E quindi debb’essere l’oggetto più importante, non dirò di questi
nostri pensieri, poveri, pochi, ed approssimantisi a lor fine, ma di
tutti quelli di qualunque buon Italiano: cercare se sieno o no queste
virtù private in Italia; e se non sieno, come si possono procacciar
da ciascuno co’ propri mezzi; colle leggi, se è principe od uomo di
stato; colle predicazioni, se sacerdote; colle produzioni dell’ingegno,
se è uomo di coltura; ma sopra ogni cosa coll’esempio, che è il mezzo
più efficace, e che sta in mano di qualunque privato. Ma qui è, che
s’io dirò intiero il pensier mio, sarò chiamato moralizzante, austero,
pedante, uom di mal umore, bacchettone, o (col modo di dire di Botta)
cappuccino, o che so io? E peggio che tutto ciò, sarò detto forse non
amator della patria, se veggo e confesso i vizi di lei. So anch’io
che il chiuder gli occhi ai vizi, il non veder se non le virtù e le
bellezze è il più facil modo di farsi amare. Ma da chi? Da quella
qualità di persone a cui Dante coll’autorità propria e la rozzezza
de’ tempi osava paragonare pur troppo l’Italia; ma a cui non crederei
giusto oramai il paragonarla, ondechè spero ella non brami essere amata
così. E poi, se questo è il più facile modo di farsi amare, non è il
buono d’amare, non è amar l’amata più che sè, amar sè in lei e per lei;
non è amor vero e virile di niuna maniera. Nè così amarono Dante o gli
altri due, Alfieri e Parini; ed io, incapace d’imitarli nell’ingegno,
vorrei imitarli almeno nell’amore. — E dico dunque, che non è oramai la
unanimità, non sono le opinioni, non quanto dipenda dall’ingegno, non
i consigli, non forse i duci all’opera quelli che manchino all’Italia;
manca, se non assolutamente, certo comparativamente, la virtù severa,
forte e sufficiente. Io dico che ella ci manca in paragone di altre
nazioni cristiane contemporanee nostre; forse d’Inghilterra quantunque
non cattolica, forse di Francia quantunque uscente di rivoluzione,
forse di Germania stessa signora nostra, che è il gran danno. Io
non mi porrò a ragguagliare e discuter fatti, che sarebbe da non
finire. Ma non mi si venga a dire con finto scandalo e pervertitrice
compunzione che non possono essere più virtuose di noi, nè virtuose
di niuna maniera quelle nazioni eretiche o quella rivoluzionaria. Le
nazioni eretiche sono eretiche ne’ dogmi o in qualche punto di morale,
ma hanno in somma quasi tutto quel tesoro di moralità cristiana che
è principio di ogni virtù, di ogni civiltà, d’ogni coltura e d’ogni
progresso. E quanto alle rivoluzioni, io dico che sono immorali le
nazioni che v’entrano, o che dan retta a chi ve le vuol fare entrare,
non quelle che ne sanno uscire. Ed io n’appello poi a tutti quegli
Italiani che conoscono quelle tre nazioni straniere, non per avervi
viaggiato correndo, ma per avervi esulato o vivuto di qualunque maniera
lungamente, posatamente, nelle capitali, nelle provincie e tra le
famiglie. I quali, mal grado il desiderio della patria lor negata, ci
narrarono e narrano con santa invidia la moralità, la unione di quelle
famiglie, la severità, la operosità, la fortezza di quei costumi.
E n’appello poi per il confronto coll’Italia, a quegli stranieri
che scrivono di noi; e non già a quelli che ci scrivon contro, anzi
a quanti son più per noi, e si mostrano più innamorati di noi; un
Goëthe, una Staël, un Byron, un Lamartine ed altri tali. I quali, come
ne sono eglino innamorati di questa che chiaman terra _degli ulivi
e degli aranci_? di questo bel cielo, delle belle donne, delle molli
aure d’Italia? Ne sono innamorati, la lodano appunto, vergogna! quasi
regione apparecchiata a’ loro riposi quando sono stanchi de’ loro
gravi pensieri settentrionali; quasi luogo da piaceri e sollazzi, quasi
giardino, passeggio, o che so io, pubblico a chicchessia. E talora ei
ci lodan pure per vero dire del nostro ingegno facile, vario, mutabile,
rivestente nuove forme; ed han ragione. Ma delle virtù nostre, chi ne
parla? chi non ne tace? anche fra questi nostri innamorati? E il tacer
della virtù esaltando l’ingegno, che altro è se non o la più perfida
delle calunnie, o la più mordente dell’accuse? Ma è accusa pur troppo
verosimile, quando si fa da chi gode le bellezze e le piacevolezze
della mal lodata, quando questa accetta vergognosamente tali lodi,
quando se ne compiace, sfuggendo ella stessa l’ingrato assunto della
virtù. Nè ciò fa, tutta la patria nostra, per vero dire. Ma il fanno
per lei i piaggiatori di lei, che, allargandosi su tutti gli altri
pregi nostri, non trovano talor a fare un periodo di lor panegirici
sulle nostre forti e virili virtù. Che più, che più? La stessa lingua
nostra se n’è guastata! e virtuoso fu chiamato da’ nostri classici
Cesare Borgia; virtuoso, l’Aretino; e virtuose chiamiamo anche oggi,
non più le madri di famiglia o le vergini italiane, ma quelle che
servono sulle scene a’ diletti nostri e d’Europa. — Ma lasciamo i
paragoni. Purchè abbiamo una virtù sufficiente! diranno parecchi, e
direi pur io. Ma sufficiente a che? A vivere di giorno in giorno per
le bisogne nostre presenti, in pace e tranquillità, senza curarci
dell’avvenire? Certo abbiamo virtù sufficiente a ciò. Ma se tal sia de’
miei leggitori che consenta meco nella probabilità o solamente nella
possibilità di un progresso qualunque della patria, e sopratutto del
progresso d’indipendenza, a questo io domanderò: abbiamo noi virtù
sufficienti all’occasione, quandochesia che ella venga? Le avremmo
noi se venisse domani? Saremmo noi apparecchiati dalla severità di
nostra vita privata, alla severità di quella vita pubblica che allora
incomincierebbe? Alla continua, alla faticosa, alla dura operosità? ai
sagrifici delle superflue, delle necessarie sostanze? a quello della
persona? Ed a que’ sacrifici morali, tanto più ardui che non tutti
questi? Di nuovo n’appello a’ sinceri e buoni. Non dunque a quelli
che scusano le mollezze col clima, i turpi amori coll’ozio, l’ozio
colla servitù, la servitù colla forza ch’ei chiamano maggiore; non
a quelli che piangono i carnovali, le maschere, i casini di Venezia
o d’altre città, quasi istituzioni nazionali perdute, i piaceri, le
spensieratezze del secolo scorso, e i cavalier serventi, quai esempi
de’ maggiori. Con tutti questi non ci cale d’intenderci mai. Ma
rivolgendoci per parlar di virtù a coloro che abbiano almeno, come
noi, desiderio di virtù, questi conforteremo a quella verità che è
primo principio di virtù; a volere quindi guardare e vedere quali virtù
ci manchino, in quali noi siamo superati dagli stranieri, quali ci
abbisognino a diventare nazione stimata, rispettata, ed all’occasione
temuta. Se dopo tali riscontri sinceramente fatti, si trovi che noi
siamo, come io temo veramente, superati, non ci diam pace, emuliamoli,
travagliamo noi stessi, finchè siamo almeno lor pari in virtù, chè
senza tal parità, non avremo mai parità d’indipendenza. E se, come
desiderio, io m’ingannassi, se non avessimo bisogno d’emulare gli
stranieri, tanto meglio! emuliamo, superiamo allora noi stessi. —
Accresciamo ad ogni modo le nostre virtù. Elle non saranno mai troppe
per l’impresa che abbiamo alle mani, non massimamente per il gran dì
del compierla.
10. Ma sia pur vero, dicono alcuni, che la virtù produrrebbe
indipendenza; intanto la dipendenza produce vizio, il quale mantiene
dipendenza. — Costoro hanno ragione; questo è il circolo vizioso ond’è
difficile uscire. Negli stessi stati italiani l’operosità nazionale
è compressa dalla dipendenza indiretta; ma è incomparabilmente più
dalla diretta nelle provincie straniere. Là sono da compatire senza
dubbio que’ giovani a cui non è possibile nè bella niuna operosità
pubblica, a cui è così ingrata qualunque militare, così impedita
qualunque letteraria. Ma ei sono da compatire, non da scusare nemmen
là, se si abbandonano. Qualche operosità rimane ad essi pure; una
principalmente, quella a cui sono chiamati tutti, che non si può
togliere a nessuno, l’operosità della vita privata, della famiglia. Qui
sta il punto, qui il rimedio. La famiglia a chi la accetta come fonte
di operosità, è fonte quasi inesauribile. Al giovane la cura, l’aiuto,
l’osservanza verso i parenti, allo sposo il primo amor della donna,
i primi passi dei figliuoli; all’adulto l’educazione, le speranze,
i timori e il retaggio di essi; all’invecchiante tutte queste cure
moltiplicate e complicate; al vecchio il tesoro delle memorie; ed ecco
occupazioni più che bastanti non solamente a fuggir ozi e vizi, ma
ad esercitare virtù; quelle virtù, dico, le quali chi l’abbia serbate
entro le mura domestiche può esser chiamato un dì ad esercitarle anche
moribondo a pro della patria, o che tramanderà almeno incolumi ai
nepoti. Quasi tutti possono aver tal campo di operosità, se spoglino
vanità, pregiudizio, pretensioni. Nè ai pochi cui manchi o non basti,
mancherebbe quella che è supplemento e rimedio a tutto nella civiltà
cristiana, l’operosità della carità. — In somma, il gran circolo
vizioso si vuol rompere in qualche maniera da tutti se vogliamo servire
alle speranze nazionali. E non ci sono se non due modi di romperlo; od
acquistando prima l’indipendenza per venire da essa poi alla virtù, od
acquistando prima questa per venir a quella. Ma il primo modo non istà
in noi, il secondo sì. Afforziamoci a questo virilmente, resistiamo a
quell’arti corruttrici ch’io non credo scientemente usate se non forse
da alcuni vili subalterni, ma che s’usano senza rendersene conto anche
da’ maggiori e migliori stranieri; resistiamo a quell’arti con cui ci
si profonde l’ozio, la spensieratezza, la facile, l’inutil vita, la
nullità. Qui sia guerra aperta tra gli stranieri e noi; gli stranieri
corrompano, noi resistiamo. Non è grado di corruzione onde non si
possa guarire. Diciamo una ultima volta col nostro gran compatriota: LE
NAZIONI CRISTIANE POSSONO AMMALARE, NON MORIRE. — Uno straniero, non
de’ nostri molli innamorati, ma de’ nostri amici severi, un’illustre
Tedesco settentrionale, trovandosi una sera fra parecchi non del tutto
indegni Italiani, e conversando con amore delle condizioni, della virtù
e delle speranze d’Italia, mordeva pure amaramente i men buoni costumi
d’una delle province soggette allo straniero. Sorgevano gl’Italiani
a compatire, a scusar i fratelli, ad accusarne i corruttori. «Avete
ragione» rispondeva quegli con sua freddezza e sua pronuncia tedesca;
«avete ragione; ma una nazione che non vuol lasciarsi corrompere, non
si lascia corrompere». — Ed insistendo noi, e citando fatti e nomi,
e gli esuli là ripatriati, a cui fu raccomandato _divertirsi_; e i
giovani che presentandosi con un manoscritto alla censura ricevetter
risposta, esser peccato che uomini di famiglia e di speranze si
perdessero in letteratura; ed altri non dissimili fatti: «Avete
ragione», riprendeva il duro Tedesco: «ma una nazione che non vuol
lasciarsi corrompere, non si lascia corrompere». — Ed infiammandosi
la disputa e venendosi alle grida e al domandare: «Come si fa? chi ci
può? che ne sarà?» — «Avete ragione, avete ragione», ripigliava colui,
e nol potemmo trar mai di sua costanza tedesca, «avete ragione, ma UNA
NAZIONE CHE NON VUOL LASCIARSI CORROMPERE, NON SI LASCIA CORROMPERE».
— Così è. Ed una nazione che non si lasci corrompere, fa tal atto che è
già virtù, che è già apparecchio all’indipendenza.