9. E perchè nol producono? perchè si tiene così poco conto di questa

unanimità? Perchè appunto ella non basta senza la virtù. Le nazioni

sono tra sè come gli uomini, i quali non tengon conto delle proteste

nè delle minacce se non dei forti, degli operosi, de’ virtuosi. Non è

verace quella distinzione di Montesquieu, che la virtù sia necessità,

principio delle repubbliche sole; se così fosse, questa sarebbe la sola

forma buona e possibile in ultimo di governare. Ma il vero è, che tutte

le nazioni, sotto qualunque forma governate, han bisogno di virtù; che

la virtù è principio di ogni buon governo alle nazioni indipendenti,

principio d’indipendenza alle dipendenti; ondechè ella è necessaria a

queste sopra tutte. E non è vero poi, come dicono Montesquieu e tanti

altri, che sien due virtù, la pubblica e la privata; sono due forme,

o meglio due applicazioni della medesima virtù. La virtù pubblica non

si può esercitare se non da pochi in qual siasi nazione, da pochissimi

nelle non libere, da più pochi ancora nelle dipendenti; e non si suole

esercitar poi quasi da nessuno nelle sue parti difficili, quando sono

facili i tempi. Ma la virtù privata è accessibile a tutti, sotto

tutti i governi, in tutti i tempi, e più ne’ facili e tranquilli.

La virtù nazionale si compone delle due sorta di virtù, pubbliche

e private; ondechè può essere una nazione che non possa avere quasi

nessuna virtù pubblica, ma che avendone molte private abbia una somma

di virtù nazionali maggiore che non altre dove sieno più delle prime;

e la somma, comechè fatta, delle virtù nazionali, è quella all’ultimo

che impone altrui ammirazione o paura, secondo le occorrenze. In

Italia, a’ tempi nostri, le virtù pubbliche non possono se non esser

rare; quindi tanta più necessità di accrescere, di moltiplicare le

private, se vogliamo una somma vantaggiosa, un totale che imponga.

E quindi debb’essere l’oggetto più importante, non dirò di questi

nostri pensieri, poveri, pochi, ed approssimantisi a lor fine, ma di

tutti quelli di qualunque buon Italiano: cercare se sieno o no queste

virtù private in Italia; e se non sieno, come si possono procacciar

da ciascuno co’ propri mezzi; colle leggi, se è principe od uomo di

stato; colle predicazioni, se sacerdote; colle produzioni dell’ingegno,

se è uomo di coltura; ma sopra ogni cosa coll’esempio, che è il mezzo

più efficace, e che sta in mano di qualunque privato. Ma qui è, che

s’io dirò intiero il pensier mio, sarò chiamato moralizzante, austero,

pedante, uom di mal umore, bacchettone, o (col modo di dire di Botta)

cappuccino, o che so io? E peggio che tutto ciò, sarò detto forse non

amator della patria, se veggo e confesso i vizi di lei. So anch’io

che il chiuder gli occhi ai vizi, il non veder se non le virtù e le

bellezze è il più facil modo di farsi amare. Ma da chi? Da quella

qualità di persone a cui Dante coll’autorità propria e la rozzezza

de’ tempi osava paragonare pur troppo l’Italia; ma a cui non crederei

giusto oramai il paragonarla, ondechè spero ella non brami essere amata

così. E poi, se questo è il più facile modo di farsi amare, non è il

buono d’amare, non è amar l’amata più che sè, amar sè in lei e per lei;

non è amor vero e virile di niuna maniera. Nè così amarono Dante o gli

altri due, Alfieri e Parini; ed io, incapace d’imitarli nell’ingegno,

vorrei imitarli almeno nell’amore. — E dico dunque, che non è oramai la

unanimità, non sono le opinioni, non quanto dipenda dall’ingegno, non

i consigli, non forse i duci all’opera quelli che manchino all’Italia;

manca, se non assolutamente, certo comparativamente, la virtù severa,

forte e sufficiente. Io dico che ella ci manca in paragone di altre

nazioni cristiane contemporanee nostre; forse d’Inghilterra quantunque

non cattolica, forse di Francia quantunque uscente di rivoluzione,

forse di Germania stessa signora nostra, che è il gran danno. Io

non mi porrò a ragguagliare e discuter fatti, che sarebbe da non

finire. Ma non mi si venga a dire con finto scandalo e pervertitrice

compunzione che non possono essere più virtuose di noi, nè virtuose

di niuna maniera quelle nazioni eretiche o quella rivoluzionaria. Le

nazioni eretiche sono eretiche ne’ dogmi o in qualche punto di morale,

ma hanno in somma quasi tutto quel tesoro di moralità cristiana che

è principio di ogni virtù, di ogni civiltà, d’ogni coltura e d’ogni

progresso. E quanto alle rivoluzioni, io dico che sono immorali le

nazioni che v’entrano, o che dan retta a chi ve le vuol fare entrare,

non quelle che ne sanno uscire. Ed io n’appello poi a tutti quegli

Italiani che conoscono quelle tre nazioni straniere, non per avervi

viaggiato correndo, ma per avervi esulato o vivuto di qualunque maniera

lungamente, posatamente, nelle capitali, nelle provincie e tra le

famiglie. I quali, mal grado il desiderio della patria lor negata, ci

narrarono e narrano con santa invidia la moralità, la unione di quelle

famiglie, la severità, la operosità, la fortezza di quei costumi.

E n’appello poi per il confronto coll’Italia, a quegli stranieri

che scrivono di noi; e non già a quelli che ci scrivon contro, anzi

a quanti son più per noi, e si mostrano più innamorati di noi; un

Goëthe, una Staël, un Byron, un Lamartine ed altri tali. I quali, come

ne sono eglino innamorati di questa che chiaman terra _degli ulivi

e degli aranci_? di questo bel cielo, delle belle donne, delle molli

aure d’Italia? Ne sono innamorati, la lodano appunto, vergogna! quasi

regione apparecchiata a’ loro riposi quando sono stanchi de’ loro

gravi pensieri settentrionali; quasi luogo da piaceri e sollazzi, quasi

giardino, passeggio, o che so io, pubblico a chicchessia. E talora ei

ci lodan pure per vero dire del nostro ingegno facile, vario, mutabile,

rivestente nuove forme; ed han ragione. Ma delle virtù nostre, chi ne

parla? chi non ne tace? anche fra questi nostri innamorati? E il tacer

della virtù esaltando l’ingegno, che altro è se non o la più perfida

delle calunnie, o la più mordente dell’accuse? Ma è accusa pur troppo

verosimile, quando si fa da chi gode le bellezze e le piacevolezze

della mal lodata, quando questa accetta vergognosamente tali lodi,

quando se ne compiace, sfuggendo ella stessa l’ingrato assunto della

virtù. Nè ciò fa, tutta la patria nostra, per vero dire. Ma il fanno

per lei i piaggiatori di lei, che, allargandosi su tutti gli altri

pregi nostri, non trovano talor a fare un periodo di lor panegirici

sulle nostre forti e virili virtù. Che più, che più? La stessa lingua

nostra se n’è guastata! e virtuoso fu chiamato da’ nostri classici

Cesare Borgia; virtuoso, l’Aretino; e virtuose chiamiamo anche oggi,

non più le madri di famiglia o le vergini italiane, ma quelle che

servono sulle scene a’ diletti nostri e d’Europa. — Ma lasciamo i

paragoni. Purchè abbiamo una virtù sufficiente! diranno parecchi, e

direi pur io. Ma sufficiente a che? A vivere di giorno in giorno per

le bisogne nostre presenti, in pace e tranquillità, senza curarci

dell’avvenire? Certo abbiamo virtù sufficiente a ciò. Ma se tal sia de’

miei leggitori che consenta meco nella probabilità o solamente nella

possibilità di un progresso qualunque della patria, e sopratutto del

progresso d’indipendenza, a questo io domanderò: abbiamo noi virtù

sufficienti all’occasione, quandochesia che ella venga? Le avremmo

noi se venisse domani? Saremmo noi apparecchiati dalla severità di

nostra vita privata, alla severità di quella vita pubblica che allora

incomincierebbe? Alla continua, alla faticosa, alla dura operosità? ai

sagrifici delle superflue, delle necessarie sostanze? a quello della

persona? Ed a que’ sacrifici morali, tanto più ardui che non tutti

questi? Di nuovo n’appello a’ sinceri e buoni. Non dunque a quelli

che scusano le mollezze col clima, i turpi amori coll’ozio, l’ozio

colla servitù, la servitù colla forza ch’ei chiamano maggiore; non

a quelli che piangono i carnovali, le maschere, i casini di Venezia

o d’altre città, quasi istituzioni nazionali perdute, i piaceri, le

spensieratezze del secolo scorso, e i cavalier serventi, quai esempi

de’ maggiori. Con tutti questi non ci cale d’intenderci mai. Ma

rivolgendoci per parlar di virtù a coloro che abbiano almeno, come

noi, desiderio di virtù, questi conforteremo a quella verità che è

primo principio di virtù; a volere quindi guardare e vedere quali virtù

ci manchino, in quali noi siamo superati dagli stranieri, quali ci

abbisognino a diventare nazione stimata, rispettata, ed all’occasione

temuta. Se dopo tali riscontri sinceramente fatti, si trovi che noi

siamo, come io temo veramente, superati, non ci diam pace, emuliamoli,

travagliamo noi stessi, finchè siamo almeno lor pari in virtù, chè

senza tal parità, non avremo mai parità d’indipendenza. E se, come

desiderio, io m’ingannassi, se non avessimo bisogno d’emulare gli

stranieri, tanto meglio! emuliamo, superiamo allora noi stessi. —

Accresciamo ad ogni modo le nostre virtù. Elle non saranno mai troppe

per l’impresa che abbiamo alle mani, non massimamente per il gran dì

del compierla.

10. Ma sia pur vero, dicono alcuni, che la virtù produrrebbe

indipendenza; intanto la dipendenza produce vizio, il quale mantiene

dipendenza. — Costoro hanno ragione; questo è il circolo vizioso ond’è

difficile uscire. Negli stessi stati italiani l’operosità nazionale

è compressa dalla dipendenza indiretta; ma è incomparabilmente più

dalla diretta nelle provincie straniere. Là sono da compatire senza

dubbio que’ giovani a cui non è possibile nè bella niuna operosità

pubblica, a cui è così ingrata qualunque militare, così impedita

qualunque letteraria. Ma ei sono da compatire, non da scusare nemmen

là, se si abbandonano. Qualche operosità rimane ad essi pure; una

principalmente, quella a cui sono chiamati tutti, che non si può

togliere a nessuno, l’operosità della vita privata, della famiglia. Qui

sta il punto, qui il rimedio. La famiglia a chi la accetta come fonte

di operosità, è fonte quasi inesauribile. Al giovane la cura, l’aiuto,

l’osservanza verso i parenti, allo sposo il primo amor della donna,

i primi passi dei figliuoli; all’adulto l’educazione, le speranze,

i timori e il retaggio di essi; all’invecchiante tutte queste cure

moltiplicate e complicate; al vecchio il tesoro delle memorie; ed ecco

occupazioni più che bastanti non solamente a fuggir ozi e vizi, ma

ad esercitare virtù; quelle virtù, dico, le quali chi l’abbia serbate

entro le mura domestiche può esser chiamato un dì ad esercitarle anche

moribondo a pro della patria, o che tramanderà almeno incolumi ai

nepoti. Quasi tutti possono aver tal campo di operosità, se spoglino

vanità, pregiudizio, pretensioni. Nè ai pochi cui manchi o non basti,

mancherebbe quella che è supplemento e rimedio a tutto nella civiltà

cristiana, l’operosità della carità. — In somma, il gran circolo

vizioso si vuol rompere in qualche maniera da tutti se vogliamo servire

alle speranze nazionali. E non ci sono se non due modi di romperlo; od

acquistando prima l’indipendenza per venire da essa poi alla virtù, od

acquistando prima questa per venir a quella. Ma il primo modo non istà

in noi, il secondo sì. Afforziamoci a questo virilmente, resistiamo a

quell’arti corruttrici ch’io non credo scientemente usate se non forse

da alcuni vili subalterni, ma che s’usano senza rendersene conto anche

da’ maggiori e migliori stranieri; resistiamo a quell’arti con cui ci

si profonde l’ozio, la spensieratezza, la facile, l’inutil vita, la

nullità. Qui sia guerra aperta tra gli stranieri e noi; gli stranieri

corrompano, noi resistiamo. Non è grado di corruzione onde non si

possa guarire. Diciamo una ultima volta col nostro gran compatriota: LE

NAZIONI CRISTIANE POSSONO AMMALARE, NON MORIRE. — Uno straniero, non

de’ nostri molli innamorati, ma de’ nostri amici severi, un’illustre

Tedesco settentrionale, trovandosi una sera fra parecchi non del tutto

indegni Italiani, e conversando con amore delle condizioni, della virtù

e delle speranze d’Italia, mordeva pure amaramente i men buoni costumi

d’una delle province soggette allo straniero. Sorgevano gl’Italiani

a compatire, a scusar i fratelli, ad accusarne i corruttori. «Avete

ragione» rispondeva quegli con sua freddezza e sua pronuncia tedesca;

«avete ragione; ma una nazione che non vuol lasciarsi corrompere, non

si lascia corrompere». — Ed insistendo noi, e citando fatti e nomi,

e gli esuli là ripatriati, a cui fu raccomandato _divertirsi_; e i

giovani che presentandosi con un manoscritto alla censura ricevetter

risposta, esser peccato che uomini di famiglia e di speranze si

perdessero in letteratura; ed altri non dissimili fatti: «Avete

ragione», riprendeva il duro Tedesco: «ma una nazione che non vuol

lasciarsi corrompere, non si lascia corrompere». — Ed infiammandosi

la disputa e venendosi alle grida e al domandare: «Come si fa? chi ci

può? che ne sarà?» — «Avete ragione, avete ragione», ripigliava colui,

e nol potemmo trar mai di sua costanza tedesca, «avete ragione, ma UNA

NAZIONE CHE NON VUOL LASCIARSI CORROMPERE, NON SI LASCIA CORROMPERE».

— Così è. Ed una nazione che non si lasci corrompere, fa tal atto che è

già virtù, che è già apparecchio all’indipendenza.

Delle speranze d'Italia · 第 15 / 29 段