5. È vera fortuna mia che il libro del Gioberti mi dispensi dal parlar

compiutamente dell’operosità sacerdotale. I sacerdoti sono anche

più gelosi delle cose proprie, che non i principi e i ministri de’

principi. Ed a ragione. La vita, i pensieri, le leggi del sacerdozio

sono un mondo da sè, tutto diverso dal secolare; quasi un mondo

intermediario tra terra e cielo. Chi non ha vivuto e non vive in

quello ne discorre male; ondechè i sacerdoti non han fiducia se non

ne’ sacerdoti. Ad essi è utile specialmente il libro del Gioberti. E

così tutti gli altri di lui, e così quelli pure dell’avversario di

lui, il Rosmini. Tutti e due hanno ridesta nel sacerdozio italiano

quell’operosità del pensiero, che è forse più necessaria in quella

altissima, che non in niun’altra delle condizioni umane; tutti e due

hanno sentita e fatta sentire quella necessità, che il sacerdozio

cattolico accresca la propria coltura quanto più ad esso ritorna

l’opinione universale; tutti e due hanno collocato il sacerdozio

italiano, forse al primo, certo ad uno de’ primi posti, in questa

buona e gran via. Io non so s’io mi inganni; ma io non vedo guari che

due Inglesi, il Wiseman e il Lingard, che possano in promovimento di

coltura star a petto dei due Italiani. E quindi io non so trattenermi

dal ripetere, ancor che fosse a rischio di dispiacere e al Gioberti

e al Rosmini: quando vedremo darsi la mano da due tali cristiani, due

cattolici, due sacerdoti, due Italiani? Certo le divisioni sono utili

talora, come uno dei mezzi usati dalla Provvidenza a far risorgere

ogni buona operosità. Ma non son elle tutte le divisioni e massime

le ecclesiastiche, quelle di che pur è detto, guai a chi le desti? Nè

cercherò io profano, chi abbia destata od a chi tocchi finir questa, nè

se si possa. Ma ei mi par di poter dire, che sarebbe bello a qualunque

dei due; e, riducendomi al mio assunto italiano, che sarebbe bello e

buono specialmente per l’Italia, a cui tutte le divisioni nuove son

dannose, tutte le buone riunioni necessarie. — Ad ogni modo tutti

e due ci dimostrano che sarebbe gran danno, se si escludessero gli

ecclesiastici dalla discussione delle cose temporali, e si riducessero

alle spirituali, come vorrebbero alcuni. Nè ciò è possibile. Dov’è il

limite tra l’une e l’altre? Chi lo porrebbe? Chi n’ha autorità sulla

terra? Il capo degli ecclesiastici e della Chiesa può bene dir di

questo o quello che ha passato i limiti dell’ufficio, della dignità

sua, in ogni caso particolare. Ma è impossibile determinare que’ limiti

esattamente, per tutti i casi. Il medio evo ne disputò e combattè

secoli intieri; la civiltà progredita lascia più latitudine in questa

come in altre cose, e non s’oppone se non all’usurpazioni evidenti.

E le ecclesiastiche poi sono a temer ora men che mai. Il chiasso

che si fa di qualunque menoma sorga qua o là, basterebbe a provare

la impossibilità che se ne faccian delle grandi; ondechè il temerne

gravemente oramai, non è da conoscitori della presente civiltà, ma da

rimasti addietro in tal cognizione, ed in emulazioni, odii e paure. E

così pure il desiderarne. Alcuni sono, dentro e fuori d’Italia, che

chiamano sulla cattedra di Gregorio XVI un Gregorio VII. Ma ei non

vedranno mai più, nè uno tale, nè un Alessandro III, nè gl’Innocenzi,

nè un Giulio II. La differenza de’ tempi è troppa, anche contando da

quest’ultimo. Dal quale in poi, oltre le nuove eresie, sorsero tutte

le civiltà oltramontane ed oltramarine europee e non europee. Finito

è il tempo della tutela temporale della Cristianità; ella è uscita

de’ minori, ella governa i suoi affari temporali da sè; e se ne farà

forse tanto più docile alla tutela spirituale. A’ nostri stessi dì è

avvenuto un fatto importante e non avvertito abbastanza. Pio VII sarà

grande nella storia dei papi non solamente per il fatto immortale

della sua resistenza, ma per la causa ultima di essa: il rifiuto da

lui fatto a Napoleone di entrare nella lega contro Inghilterra. Con

tal rifiuto e coi patimenti sofferti per esso, Pio VII abdicò in gran

parte quell’ingerenza negli affari politici della Cristianità, in

che risplendettero pur tanti de’ suoi predecessori. Non rinnegolli,

ma fece diverso, secondo i tempi; diè un esempio, incominciò una età

novella per il papato; non rese impossibili, ma difficili, ma rare

quell’ingerenze; e rese impossibile sopratutto, se già non era, il

farsi essi papi, capi d’imprese politiche, temporali, ed in particolare

di quell’impresa d’indipendenza in che fallirono quantunque grandi i

papi stessi del medio evo. — Nè è a lamentare o a tentare vanamente di

mutare quel fatto oramai adempiuto. Lasciamo e il papa e il sacerdozio

tutt’intiero a quegli alti e numerosi uffici più o meno spirituali,

che chiamano la loro opera a’ nostri dì. Essi hanno a compiere la

sconfitta (incominciata da altri) d’ogni anticristiana filosofia, hanno

a vincere i vincitori del secolo XVIII; hanno a rivolgersi, non più

inutilmente contro a’ materialisti o sensisti di quel secolo, nè forse

contro agli incerti e vergognantisi panteisti del nostro, ma contro a

quei razionalisti che sono il vero pericolo, il pericolo preveduto già

ed or ultimo. Ed hanno così quella magnifica opera della riunione de’

dissidenti al cattolicismo, la quale sembra apparecchiarsi in tanti

modi diversi secondo i luoghi; là cogli studi teologici e il ritorno

all’autorità, là con gli studi storici e il ritorno all’unità, là con

la povertà, e là con le persecuzioni ben sofferte; dappertutto con

le controversie, con le predicazioni opportune. Ed in ciò abbiamo un

bell’esempio italiano, se sia vera la notizia di numerose conversioni

fatte dai sacerdoti rosminiani in Inghilterra; tanto più bello

che là sono le più prossime speranze, le maggiori importanze delle

conversioni. Perciocchè hanno i sacerdoti cattolici dinanzi a sè

quell’altra anche più ampia opera della conversione degl’infedeli;

quell’opera in che da secoli pareva non rimaner a’ missionari altro

profitto a trarre se non quello del proprio martirio, e di poche

conversioni individuali; ma a che la civiltà cristiana ha aperte tante

vie nuove, agevolate tante antiche, e in che il massimo di tutti

i passi sarebbe fatto quando con vantaggio reciproco si riunissero

o almeno s’aiutassero l’Inghilterra e il Cattolicismo. — Ma tutte

queste sono opere, occupazioni che gli ecclesiastici nostri hanno in

comune cogli stranieri. Opera poi particolarmente italiana, e ben che

indirettamente, pur molto utile alla impresa d’indipendenza, sarebbe ed

anzi è quella di tutti i nostri ecclesiastici, i quali o coll’esempio

o colle parole accrescano l’esercizio di qualunque virtù della nostra

nazione. Io sono per dire frappoco della importanza delle virtù

private, e per porle sopra qualunque degli stromenti d’indipendenza.

So anch’io che le predicazioni degli ecclesiastici debbono avere scopo

più alto che non questa stessa, più alto che non tutta la vita terrena

degli uomini o delle nazioni; ma le virtù conducenti ai due scopi sono

le medesime, e chi le promuove serve insieme all’uno ed all’altro.

Il maggior ausiliare del liberatore irlandese, è il padre Matthews,

predicatore, non di politica, non di libertà nè d’indipendenza, ma

di privata _temperanza_, di astinenza da’ liquori inebbrianti. Colà

que’ meditatori ed operatori veramente grandi della grande impresa

nazionale intesero bene la gran forza motrice essere la virtù, la gran

debolezza essere il vizio; e attaccarono il vizio nazionale. Da noi non

è quello; ma ne son altri e non pochi. Gli ecclesiastici sono meglio

che niun altro in situazione di saper quali sieno, di studiarli, di

perseguirli, di correggerli; gli ecclesiastici sono i più efficaci

maestri di morale; sono maestri della morale più perfetta che sia stata

o possa esser mai. Lasciamoli, preghiamoli di far ciò, liberamente,

largamente, con reciproca fiducia, senza paure, senza troppe

distrazioni; essi avran fatto più per la indipendenza, avran fatta

opera più nazionale e più ecclesiastica, che non se avessero combattuto

come i frati spagnuoli, o negoziato e governato come gli Alberoni, i

Fleury, i Mazarini o i Richelieu de’ secoli scorsi, o cercato dominar

tutto come i grandi papi del medio evo. Ogni età ha i modi suoi; la

nostra ha quello che noi lodammo già, di far ognuno l’officio suo,

di operar ciascuno nel cerchio della propria operosità. — Del resto,

s’io avessi a dire qual condizione d’uomini in Italia paiami adempier

meglio gli uffici, la operosità sua speciale e presente, quale esser

più apparecchiata per l’occasioni, io non dubiterei di rispondere, gli

ecclesiastici; e rammenterei la fortezza mostrata da essi dal 1808 al

1814. Certo niuna provincia, niun ceto d’uomini italiani, non furono

allora così forti come questi preti, non tenuti da tanto. Ed io so di

taluno a cui, giovanissimo allora, tale spettacolo, tal sorpresa, tal

paragone, tali ammirazioni e vergogne furon semi di quelle opinioni

papaline o guelfe o come che si voglian dire, onde egli fu poi accusato

da molti, ma in che ei si confermò sempre, quanto più venne studiando e

ripensando.

6. Ed ora, venendo a noi altri letterati, ei mi pare sopratutto

necessario guardarci da quella esagerazione della propria importanza,

nella quale cadono sovente non solo gli uomini di piccola pratica,

ma quelli pure di piccola teorica. L’innamorarsi esclusivamente del

proprio mestiere, è vizio di tutti gli uomini di mente miope, i quali

non veggono se non ciò che hanno molto vicino. Si dice che le lettere

son creatrici delle idee, le quali creano i fatti; maestre degli

uomini, duci dell’opinione, onnipotenti nelle società. Ma io non so

se elle abbiano avute mai tutte queste potenze; se non sieno stati

per lo più all’incontro i fatti, quelli che fecer sorgere le idee;

la società, le opinioni, quelle che guidarono le lettere; gli uomini

operanti, veri maestri o almeno signori degli scriventi; e la verità è

che s’avvicendarono continuamente le potenze degli uni e degli altri. —

E si suol dir poi, che la potenza delle lettere s’è accresciuta nella

nostra età, per la moltiplicazione degli scrittori e degli scritti.

Ma gli scritti sono come tutte l’altre merci, che moltiplicandosi

s’inviliscono. La facilità di scrivere, di stampare senza spesa o con

profitto, ha fatti diventare scrittori molti, che avean poca o niuna

facoltà naturale di scrivere, molti che non l’hanno accresciuta cogli

studi, molti che non elaborando lor produzioni, non usano tutta quella

che hanno, o non meditandole, l’usan male; e quindi la merce, già

invilita per troppa quantità, s’invilì di nuovo per mala qualità. Il

vero è, che si fanno ogni dì più rari, quinci quegli ampii e studiati

lavori letterari che furono frequenti nei due o tre secoli scorsi; e

quindi più ancora quella universale attenzione che si soleva concedere

loro. Sminuzzati si sono a’ nostri dì i grossi libri, i lunghi studi,

le grandi riputazioni. Nè tuttavia vorrei troppo lamentarmene, come

fanno alcuni; o compatir la intiera società di questo accrescersi il

numero, e diminuirsi il credito degli scrittori. Io crederei che la

società vi abbia forse guadagnate più numerose verità; che queste, più

discusse, si sien fatte più chiare; che la coltura latamente sparsa

sia da preferire alla coltura più altamente insegnata; che sia la più

assurda e la più tirannica a voler restaurare, l’aristocrazia delle

lettere; e che insomma sia accresciuta la potenza della coltura in

generale, e sopratutto della buona coltura. Ad ogni modo, non è dubbio,

resta scemata la potenza di ciascuno scrittore, di ciascun scritto in

particolare; a guisa appunto che in un esercito tutto vittorioso, non

conta guari niun guerriero privato, quantunque prode, il quale avrebbe

contato molto in uno nuovo o sconfitto. — Ma questa potenza degli

scrittori è scemata poi, e va scemando, più che altrove, in Italia;

e scemerà ogni dì più, finchè dureranno le condizioni presenti. Gli

scrittori italiani non hanno solamente a vincere gli emuli, diventati

più numerosi; hanno a vincer emuli posti in condizione più vantaggiosa.

Chi scrive colla paura delle censure, chi è sforzato a calcolare,

a misurare, a lisciar ogni frase o parola per farla, come si dice,

_passare_, chi ammorbidisce le proprie idee, non potrà mai emular

felicemente gli scrittori che scrivono schietto senza tanti riguardi.

Non serve dire agli Italiani: leggete italiano, leggeteci noi, non

ricorrete agli stranieri; gli Italiani ricorreranno sempre agli

stranieri; più chiari, più facili, più piacevoli, più utili a leggersi,

finchè più liberi. Noi ammettemmo già, parlando dei principi nostri,

che una censura preventiva è forse necessità politica dei loro governi.

Ma è ad ogni modo infelicità, impotenza letteraria, la quale è giusto

notare dove si parla di ciò che possano o non possano gli scrittori

italiani. Veggiamo il fatto com’è, una volta. Studio precipuo degli

stranieri è porger chiaro, limpido il loro pensiero. Studio precipuo

degl’Italiani scriventi in Italia è velarlo più o meno. Ne’ primi

anni del secolo, restaurate le censure sotto Napoleone e i successori

(e restaurate con severità tanto maggiore, che i tempi parevan

più pericolosi), coloro che avrebbon voluto scrivere, sdegnarono

adattarsi, e non iscrissero o scrisser pochissimo. Poi verso il quarto

del secolo, si girò, come succede, intorno all’ostacolo che non si

potea vincere; ognuno cercò adattarsi, si usò l’artifizio contro alla

forza. Gli scriventi s’accorsero che ci era modo di dir molto, anche

colla censura. Le pieghevolezze della parola sono infinite. A un nome

particolare rigettato si sostituì uno generale, un sinonimo accettato;

a una idea compiuta, una in germe; ad una precisa, una involta; ad una

chiara, una annuvolata. Si fece conto sulla intelligenza del discreto

leggitore, si sperò che questi intenderebbe. E così avvenne per lo

più; l’acutezza italiana, l’identità degli interessi, la universalità

di molte opinioni fecero nascere uno stile adattato, convenzionale,

quasi un gergo, tra scrittori e leggitori. Artifizio illecito senza

dubbio se ad esprimere cose illecite, e lecito pure se a lecite. Ma

l’artifizio anche lecito è sempre infelicità. Non è bella se non la

parola compiuta e limpida. Talora, ingannando il censore, s’inganna

il leggitore; talora vien meno tra l’uno e l’altro la consueta

intelligenza del gergo; e da tutto questo adattarsi, nasce una

letteratura adattata, oscura, men bella, men utile, e talora nociva;

si trattano più i generi nei quali si può parlare apparentemente

d’una cosa, e realmente d’un’altra, i generi oscuri; la confusione de’

pensieri, la insincerità di espressioni diventano vizi della parola, e

minaccian diventare delle azioni nazionali. Gl’Italiani che scrivono

e stampano fuori sono i soli che possano uscir di tali difficoltà,

correggerci di tali vizi, rivendicarci da tali pericoli, da tali

vergogne, fondare una letteratura italiana esterna e non adattata,

all’incontro dell’adattata; far per la patria nostra altrettanto o

forse più che non gli stranieri per le loro. Così sappiano valersi di

tal potenza e valersene con quella moderazione ch’è dovere tanto più

stretto ai più liberi; così lavorare essi almeno con quell’alacrità

che non s’ha se non isfogando tutte le proprie facoltà; così non

dimenticar la patria antica per le nazioni che sono nobili e generose

ospiti a tanti di essi[37]. — Ma Dio mi liberi dallo scoraggiar nemmeno

coloro che scrivono e stampano in patria. Non volli se non toglier di

mezzo qui come altrove, quelle false speranze, le quali non adempiute

lasciano poi, alla prova, il male incoraggiato più scoraggiato che mai.

Io temo sia avvenuto a parecchi de’ nostri scrittori anche dei primi,

anche di quelli le opere di cui ebbero maggior potenza in Italia, che

comparato tal effetto colle fatiche fatte, colle difficoltà sofferte,

quest’effetto parve loro poco al paragone e si lasciaron quindi

cader di mano la penna, la quale avrebbe pur potuto esser utilissima

ancora alla patria. Nè sarebbe forse avvenuto tal danno, se fin dal

principiare avessero ben preveduta la pochezza di questo effetto. I

nostri più alti ingegni scriventi tra lo svantaggio delle condizioni

d’Italia, si trovan nel caso degli scrittori stranieri di secondo o

terz’ordine; i quali sanno bene di non potere acquistarsi gloria, nè

produrre effetti pari a quelli d’un Byron, d’un Walter-Scott, d’un

Goëthe, d’un Alfieri o d’un Chateaubriand, ma che perseverano ciò non

di meno; o perchè par loro pregiabile anche una buona riputazione in

mancanza di una gran gloria, o meglio perchè par loro dovere adoperare

ognuno a pro della patria le facoltà quali che sieno, ricevute dalla

Provvidenza. E così i nostri. Non possono eglino scrivere chiaramente,

limpidamente, con parole proprie? scrivano oscuro. Non possono scrivere

liberi? scrivano impacciati. Non possono scriver tutto? scrivano la

metà, il quarto, ciò che lor si conceda. Dei tre precetti di scrivere

la verità, nulla se non la verità, tutta la verità, i due primi

si posson seguir sempre, anche da noi; e seguiamo il terzo quanto

possiamo. Il pietoso Iddio in cielo, e i nostri compatriotti in terra

ci terran conto un dì di questa vita così angustiata, così tormentata,

così ricca d’interni strazii, così povera di esterni compensi com’è

la vita dello scrittore italiano. Tolti uno o due fra noi scriventi al

presente in Italia, noi tutti gli altri avremo probabilmente presso i

posteri, come abbiamo presso gli stranieri, poco merito di lettere; ma

forse ci si concederà tanto più merito di virtù. E poi, non importa ciò

che ci si conceda, purchè adempiamo anche noi il nostro ufficio verso

la patria.

7. Di gran lunga più felice vita vivon da noi gli scienziati, gli

artisti, tutti coloro che adoprano lor facoltà in materie lontane dalla

politica, dalla storia e dalla filosofia. Questi si trovano più o meno

nelle medesime condizioni addentro come fuori d’Italia; e se essi pure

hanno a patire della moltiplicità degli emuli, non patiscono almeno

di niuna condizione particolarmente italiana. E tutti questi possono

giovare alla patria, forse più che non credono. Prima colla loro gloria

personale, la quale sempre ritorna alla patria, e di che le sarà tenuto

conto al gran dì, quando i destini di lei dipenderanno da tutto insieme

il rispetto ch’ella avrà saputo acquistarsi. Noi vedemmo Grecia aver

dovuta la indipendenza sua, in gran parte, alla propria gloria antica,

alla gratitudine delle nazioni che riconoscono da lei una civiltà, una

coltura, quantunque lontane di tanti secoli, quantunque spente. È forse

vergogna per la nostra età, che siasi tenuto conto di quella gloria

antica, più che non della qualità di cristiani ai Greci presenti. Ma ad

ogni modo le medesime nazioni europee avrebbero pure un altro simile

e più vicino debito a pagare all’Italia; il debito della civiltà e

della coltura moderne e cristiane. Nè il negano, che che si dica da

molti di noi. Negano le esagerazioni che ne facciamo; negano i falsi

e piccoli primati che pretendiamo sovente oltre al vero e grande che

avemmo; negano sopratutto la continuazione presente o probabile futura.

Noi siamo verso di esse come i benefattori ricordanti ed esageranti i

propri benefizi, o come i nobili ricordanti ed esageranti la propria

nobiltà, che ne fan venir noia a ciascuno. Non predichiamo i benefizi

e la nobiltà nostra, e questa e quelli ci saran più facilmente

riconosciuti; non vituperiamo nelle nazioni sorelle le educate da’

nostri maggiori; non ci mostriam sopra tutto troppo degeneri da questi,

e verrà dì che raccoglieremo anche noi i frutti della gloria italiana

e della gratitudine straniera. — Del resto, anche direttamente, tutte

l’arti, tutte le scienze possono giovare alla patria, avanzarla verso

i destini futuri. Perciocchè tutte possono servire a quelle virtù,

che serviranno a que’ destini. Io non so se non volendo estendermi,

saprò far capire il mio pensiero. Ma ei mi pare che sia pure una musica

virtuosa ed una no, e così una pittura, una scoltura, e direi per fino

una architettura. Della musica non può esser dubbio. Esprimendo essa

gli affetti, i sentimenti dell’animo, ella può esprimere i virtuosi

e i viziosi; ed è quindi virtuosa se fa piacere i primi, dispiacere i

secondi, viziosa se alletta tutto all’incontro; nè più nè meno che la

poesia, o le lettere. E così pure la pittura e la scoltura. Da alcuni

anni in qua si sono venuti scegliendo soggetti patrii più vicini a

noi che non gli antichi greci e romani. Ma sarebbe da fare anche più

sovente che non si fa e da’ committenti e dagli artisti. E sarebbe

poi da progredire nella scelta di tali soggetti. Non basta venirci

ritraendo qualche fatto del medio evo, insigne per le vesti, i rasi,

i velluti o l’armi che vi si introducano. Dovrebbonsi scegliere fatti

insigni per virtù, insigni per quelle principalmente dell’unione e

dell’indipendenza, insigni non solamente per la provincia, ma per

tutta la patria, tutta la nazione. Certo si troverebbero in que’ XIII

secoli che durò finora la impresa, in quello principalmente da Gregorio

VII alla pace di Costanza, che dicemmo il più bello della storia

italiana. Lettere, scienze, arti, tutte le colture dovrebbero cercare

quanto possa ricordare, lodare, far risorgere e progredire, esaltare

e scoppiare le due virtù, dell’unione e dell’indipendenza; dovrebbero

farle entrare per tutti i sensi negli animi italiani, per tutti i sensi

importunarne gli stranieri.

8. Ma ei v’è più. Ciò sta in mano non solamente di tutti coloro

che hanno una operosità, una vita eccezionale, principi, uomini di

stato, sacerdoti, scrittori, scienziati od artisti, ma di ciascuno

anche privato italiano. Qui è dove desidererei ingegno ed autorità

da persuadere, non più alcuni, ma tutti i compatrioti miei. Qui li

conforterei a contarsi, qui a conchiudere che una nazione di venti e

più milioni d’uomini è invincibile, se unanime e virtuosa. Unanimità e

virtù sono i due desiderati dell’indipendenza. Virtù senza unanimità;

unanimità senza virtù non servirebbono. — E l’unanimità è più avanzata

che non si crede. Noi disdegnammo i varii sogni italiani, perchè son da

disdegnare finchè ne resterà un’ombra; ma li dicemmo, secondo credemmo

e crediamo, sogni di pochi, sogni vicini a svanire, anche senz’opera

nostra o di altri scrittori, anche lasciando fare il semplice senso

comune italiano ridesto dagli ultimi sperimenti. E svaniti i sogni

resterà necessariamente la verità nuda ed una, l’unanimità. La quale

non è impedita nemmeno dalla divisione territoriale d’Italia. Due

terzi di questa sono indipendenti abbastanza perchè vi sien nati e

cresciuti l’idea, l’amore, il desiderio, la volontà dell’indipendenza

compiuta; perchè si persuada ogni suddito di principe italiano che

non sarà compiuta per essi e lor principi se non quando sarà comune a

tutti i sudditi dello straniero; perchè ognuno vi professi apertamente,

altamente tale opinione; perchè propagandola, tramandandola intorno

e dopo sè, ella penetri ne’ consigli dei principi e ne’ principi; se

già non l’abbian questi dalla propria natura generosa. — E quanto alle

province straniere, lodiamo pure i fratelli nostri. Uomini e donne,

vecchi e giovani, colti o solamente educati vi sono anche più unanimi

che non i sudditi de’ principi italiani. È naturale; provan da vicino

ed addosso, non alcune, ma tutte quelle spine della dipendenza che son

martirii a qualunque animo colto ed educato, e che passano da questi

poi a farsi sentire agli incolti ed ineducati. Segno, fatto, protesta

di quell’unanimità è colà il tenersi discosti quasi tutti dal governo,

dalla corte straniera, da quella famiglia imperiale, quantunque stimata

come sovrana a casa sua, quantunque ammirata come famiglia privata

dappertutto; discosti tutti e ciascuno da tutti e ciascuno di quegli

stranieri, quantunque pregevoli personalmente. Segni, fatti e proteste

sono, le antipatie a quella nazione germanica, che per la sua natural

bontà, per la sua pacatezza, per il suo intelligente amore dell’arti

sarebbe la più simpatica, sarebbe sorella dell’italiana: e segni,

fatti, proteste sono tutte quelle rinunzie ad ogni operosità pubblica

e militare, che dolgon certo a que’ nostri compatrioti, naturalmente

operosi, e che, se sono, com’io le credo, esagerate, provano tanto più

l’abborrimento della dipendenza. Tuttociò in Lombardia. Ma dicono,

non sia altrettanto nella vicina Venezia. Sarebbe egli vero che un

popolo, indipendente già per mill’anni, abbia in meno di cinquanta

imparata la dipendenza? Se è, sarebbe gran prova della corruzione di

quell’antico governo che avrebbe infracidito a tal segno que’ popoli;

sarebbe gran ragione di non lamentarne la caduta; di volgersi dal

passato ad un migliore e tutto diverso avvenire. Ma noi non crediamo

a tale avvilimento di niun popolo italiano; non crediamo in ogni

caso che possa durare così, in mezzo all’unanimità italiana, vicino

alla stupenda protesta lombarda. — E queste proteste poi, questa

unanimità hanno in sè ben altra efficacia che non le società segrete,

le congiure, o i sollevamenti. Le società segrete si vincono colle

pulizie, le congiure co’ supplizi, i sollevamenti colla forza; ma qual

forza, quali supplizi, quali pulizie bastano a vincere una resistenza

passiva, unanime, quotidiana, in tutti i luoghi pubblici o privati,

di ogni nazionale che dica ad ogni straniero: «Voi siete persone di

conto, stimate, amate, felici nelle vostre case, nel vostro paese; voi

siete qui e sarete in perpetuo rigettati dalla società, lasciati soli

tra voi, mostrati a dito, disprezzati più che esecrati; come ciechi e

servili esecutori d’una flagrante ingiustizia, di una che è stoltezza

nell’interesse stesso del vostro padrone?» Nè io son solo ad ammirare

siffatte proteste. Le ammirano Italia, Europa tutta. Le ammirano, e

stupiscono forse che non abbiano prodotto ancora maggior effetto.

Delle speranze d'Italia · 第 14 / 29 段