d’animo esso, forte della fede antica e provata de’ suoi popoli,
forte degli apparecchi legislativi, e dello sperimento del governo
consultativo; e postala fatta a tempo, fatta bene, fatta felicemente;
non è dubbio che quel principe avrebbe messo mano al massimo strumento
di popolarità e di unione italiana; non è dubbio che sarebbe da quel
dì incomparabilmente accresciuto il pericolo, inasprita la piaga,
incominciata a sonar l’agonia dello straniero in Italia. Consideriamo
posatamente le conseguenze varie che glie ne verrebbero. — O non
vorrebbe egli soffrire novità, e ne farebbe lamenti, gride, negoziati,
minaccie. Ma a tuttociò sarebbe facile rispondersi dal principe
italiano allo straniero: io son sovrano quanto te, e fo quel che mi
pare a casa mia. — Se allora a tal risposta si rompessero negoziati,
si ritirassero ambasciadori di qua, si ritirerebbero ambasciadori di
là, e si vivrebbe senza. Ei s’è veduto ch’io non sono per la politica
dell’isolarsi, non credo che vi si abbia a ricorrere spontaneamente;
ma, se venga dagli altri, l’isolamento è forse meno a lamentarsi nelle
potenze piccole, già quasi isolate dalla diplomazia or corrente in
Europa. Ognuno sa d’un piccolissimo principe italiano, il quale da 13
anni in qua s’è isolato da tutta la politica europea, e non glie n’è
pur occorso nessun male. Ondechè ciò che quello fece per una ragione,
si potrebbe fare da altri per una tutto diversa, pur senza pericolo.
E ad ogni modo l’isolamento di che parliamo sarebbe tutt’altro che
compiuto, si ridurrebbe ad una o due potenze, e sarebbe compensato
dal riaccostamento ad una o due altre. E farebbesi guerra per ciò?
Non è probabile di niuna maniera. Non si fa guerra oramai con un torto
così evidente, come sarebbe quello d’una potenza che volesse impedir
un’altra, sovrana com’essa, di far da sovrana in casa propria. Contro
a tal potenza si solleverebbero tutte le opinioni di tutta Europa,
i biasimi di tutte le parti, le armi di tutte le potenze interessate
a mantener l’indipendenza italiana, almeno qual è, od anzi di tutte
le interessate a mantener la compiuta sovranità degli stati sovrani.
E se la guerra si facesse poi con tanto torto, con tanti biasimi e
tanti avversari da una parte, tanto diritto, tanti voti e tanti aiuti
probabili dall’altra, facessesi pur quando che sia; chè non sarebbe
Italiano, suddito o non suddito, il quale ricusasse morirvi e mandarvi
a morire tutti i figliuoli per il principe liberatore, nè sarebbe
dubbia la riuscita d’una tal guerra nazionale. — Ma la probabilità,
di gran lunga maggiore, è che non si farebbe; che dopo gli scritti
e i fatti diplomatici, anche lo straniero tollererebbe ciò che non
potrebbe impedire. E ciò sarebbe poi ad ogni modo il principio del
fine suo. Perciocchè, od imiterebbe o non imiterebbe la mutazione.
Ma l’imitarla sarebbe per lui pazzia; chè se i governi deliberativi
fanno troppa paura a’ principi nazionali, ei non ne possono far troppa
mai ad uno straniero. Ei non è forse se non un esempio di un governo
deliberativo durato senza grandi pericoli sotto un principe straniero;
Ungheria sotto casa d’Austria. Ma la sede di questa è così vicina,
che si può dire addentro all’Ungheria; e si aggiunge ora l’antichità
del fatto, che porta rimedio a tutto. Ma credere che durasse non
dico secoli, ma nemmen dieci anni casa d’Austria in Lombardia con un
governo deliberativo, sarebbe stoltezza che non può venir in mente
a quel governo prudentissimo, e che se venisse produrrebbe il suo
effetto naturale. La più probabile è dunque l’ultima supposizione, che
lo straniero non imiterebbe l’esempio italiano; che, vedendo di non
poter risanare, si ridurrebbe a prolungare la vita sua presso a noi. Ma
questa sarebbe breve allora, colla vicinanza d’un governo nazionale,
che tirasse a sè l’attenzione e i voti di tutti gl’Italiani, che
facesse invidiare ai sudditi stranieri quella libertà e quell’operosità
che vi sarebbero naturali; che alzasse una di quelle tribune, una di
quelle pubblicità, una di quelle opinioni universali contro a cui non
può resistere niuna grande ingiustizia, e men di tutte la massima di
tutte, la dominazione straniera. E ciò sa, ciò sente lo straniero.
Epperciò è così risoluto, così acre contro questo suo pericolo sommo;
perciò usa tutta la sua prepotenza sui principi italiani per impedir
loro di apparecchiarsi, di lasciarci sperare o parlare; perciò in
parecchi casi particolari gli astrinse di promesse. Ma siffatte
promesse non possono averli obbligati, sempre, per tutti i casi; non
possono aver distrutti gli inalienabili diritti di lor sovranità; non
possono aver ridotta questa a vassallaggio feudale, imponendole una
condizione perpetua; non possono reggere contro al diritto di piena
potenza di essi universalmente statuito e riconosciuto. Fra due diritti
o doveri ripugnanti ma egualmente riconosciuti, il massimo distrugge
il minimo. Un principe riconosciuto sovrano da un altro, non può esser
astretto a non fare nell’interno dello stato suo, nell’esercizio della
sovranità sua, ciò che creda utile al popol suo. È finita l’impostura
del sacro Imperio romano; è finita la feudalità; son finite le
graduazioni di sovranità.
13. Ma di nuovo, ed in generale, di tutto ciò che trattammo nel
presente capitolo de’ principi, lascinsi giudici i principi soli. Io
son per dire di ciò che possano gl’Italiani non principi; ma io volli
dir fin d’ora ciò che non possano e non debbano, per distinguer subito
i diritti d’ognuno, que’ diritti esistenti, da cui è dovere d’ogni uomo
retto partir sempre, e dovere più speciale degli amici di libertà,
la quale insomma non è altro che rispetto ai diritti[36]. — Per poco
che facciano i principi nostri, se facciano un passo di più che lo
straniero nella via de’ progressi veri, materiali, intellettuali, di
governo consultativo, deliberativo o che che sia, essi sono sulla buona
via, sono anzi al lor posto nella buona via. Ma quel posto all’innanzi,
quel passo di più è l’essenziale; per poco che sia in apparenza, egli
è molto, egli è tutto in conseguenza. O lo straniero si fermerà in
quella situazione inferiore, e sarà continuo svantaggio a lui, continuo
vantaggio a noi; ovvero vorrà far egli un passo ulteriore, ed allora,
purchè facendone un altro, noi serbiamo il posto, ei si può condurre
a quello che per lui è precipizio. In ciò sta tutt’intiero il pensier
mio.
Il quale, ben so che ad alcuni parrà troppo ardito, ed a molti
all’incontro troppo timido. Ma io non sono senza speranza che possa
parer moderato e giusto a coloro che, senza debolezza, doppiezza, nè
dubbiezza, sieno moderati e giusti essi stessi. E se paresse ad alcuni
che queste sarebbono state cose da dirsi sommessamente all’orecchio
di qualche principe italiano, anzichè pubblicamente, io risponderei:
che se le avessi credute cattive, io non le avrei volute dire di niuna
maniera; e se buone e da restar segrete, non le avrei dette nemmeno,
non avendo orecchio di principe a cui dirle così. Ma io credo anzi,
che questi segretumi, questi misteri politici sien cose vecchie, e
da sorriderne ai tempi presenti. Ora è il tempo delle arti aperte,
delle politiche schiette, pubbliche, forti. Tal credo questa, e perciò
l’esposi, che è poco merito. Il vero e solo merito, il merito della
fortezza, sarà di colui, nato o da nascere, che ponga in opera ciò che
è facile vedersi e dirsi, ed è oramai veduto e detto da moltissimi.
Perciocchè anche in Italia, grazie al Cielo, sta crescendo questa somma
fra le virtù politiche, la forte moderazione.
CAPO UNDECIMO.
COME VI POSSONO AIUTARE TUTTI GL’ITALIANI
Iis quidem qui _secundum patientiam boni operis_,
gloriam et honorem et _incorruptionem_ quærunt.
(Paul. _ad Rom._, II, 7).
1. Noi abbiamo fatta parte grossa a’ nostri principi nell’impresa
d’indipendenza, per una buona ragione: che essi hanno una parte più che
grossa, hanno tutta la potenza de’ nostri stati. Coloro che pretendono
escludere i principi dalle speranze, dai disegni nazionali italiani,
sono come certi storici, i quali, noiati, dicono, che la storia moderna
sia stata ridotta troppo sovente a’ principi, affettano l’eccesso
opposto di scrivere quella de’ popoli soli; quasi le azioni degli uni
e degli altri si potessero disgiungere, quasi fosser fattibili due
storie distinte, quasi fosse negabile la parte maggiore della storia a
coloro che ebbero la parte maggiore dell’opere. Ma costoro poi, o non
tengono la promessa e fanno storie poco dissimili da tutte l’altre,
ovvero le fanno così spoglie di fatti, così piene di generalità che non
sono più storie, e ritraggono peggio che mai la vita de’ popoli stessi.
E come la vita passata, così è poi la vita futura di questi; non vi
si possono considerar soli i principi, nè soli i popoli in qualunque
luogo ove sia principe; ma men che mai dove, piaccia o non piaccia,
sia bene o male, il fatto onde è forza partire, il fatto presente è,
che i principi hanno tutta la potenza. — Nè perciò resta piccola la
parte di tutti gli altri. Non ci è pericolo; non resta piccola per
questa medesima ragione, che le azioni de’ principi, appena passano
dal disegno al fatto, diventano azioni della nazione; che se i popoli
non possono nulla senza i principi, i principi non posson nulla senza
i popoli, non sono principi se non perchè fanno operar popoli; che è
una corrispondenza, una vicenda, un circolo or vizioso, or virtuoso,
ma continuo di opinioni, di azioni dagli uni agli altri, il quale non
si può interrompere per niun disprezzo, niun pregiudizio di qua, niuno
di là. In qualunque stato, ogni uomo ha pure in fatto e in diritto
una qualunque operosità. La quale se si volga a buon fine, ma oltre ai
propri diritti, oltre alla propria natura, guasta il fine, fa più mal
che bene, produce contrasti e disunioni. Se poi si volga da ciascuno,
secondo buon diritto, a buon fine, diventa operosità buona di tutti,
diventa operosità, moto, forza nazionale irresistibile. L’Italia ha
per le mani un’impresa indubitabilmente giusta nel fine; aggiungiamovi
una indubitabil giustizia di mezzi, e non dubitiamo allora della
buona riuscita. Le due giustizie unite sogliono ottener questa dalla
Providenza più sovente che non si crede anche negli affari privati,
ma più sovente, ed io crederei sempre, nelle imprese di molti, nelle
imprese nazionali.
2. La operosità, la vita d’ogni uomo sarà considerata da noi o come
pubblica, o come sacerdotale, o come letteraria, o come privata.
3. La vita pubblica italiana si riduce a quella de’ ministri o
consiglieri maggiori o minori dei principi. Da noi il principe
essendo lo stato, non vi possono essere servitori dell’uno e servitori
dell’altro. È bene o male? Così è; e chi vuol far la distinzione, fa
sogni e non realtà, e guasta tutto. Ei sono alcuni che, prendendo nelle
gazzette di fuori quelle gelosie, que’ disprezzi che i consiglieri
della nazione (cioè gli oratori dei parlamenti) muovono contro ai
consiglieri della corona, le applicano poi a’ consiglieri che qui
sono necessariamente della corona e dello stato e della nazione
tutt’insieme. E quindi viene una affettazione d’indipendenza personale,
una condanna dell’ambizione governativa, che può stare in que’ paesi
dove si può servire politicamente la nazione senza il principe; ma che
è molto risibile e dannosa dove, non potendosi far tal distinzione
in realtà, tutto quello che è di buono e di bello nel desiderio di
servir lo stato può essere nel desiderio di servire il principe. Quella
sì, che è idea straniera da non prendersi, nel caso nostro. Hai tu,
credi tu avere indipendente, generoso, forte animo in te? Servi il
principe, o lo stato, o la nazione, come vorrai dire, che è tutt’uno.
Non s’adonta altrove nessuno di servire la nazione. Non è ragione di
adontarsene qui. Non è onta, fuorchè nel modo, qui come là; e qui come
là vi può essere, vi è indipendenza. Qui come là questa vuole essere
duplice: indipendenza dagli errori del popolo e da quelli del principe;
e la sola differenza è che là è forse più difficile l’una, qui l’altra.
Ma ad un animo veramente indipendente, importan poco le varietà di
difficoltà; ei sa vincere l’una e l’altra o le due insieme del paro. —
Niun principe, per assoluto che egli sia, non può saper nè fare tutto
da sè; e quindi niuno nega aver consiglieri e ministri. La differenza
tra il principe assoluto e il principe in governo consultativo, e il
principe in governo deliberativo, è che il primo prende consigli senza
niuna regola da chi gli capita in mente ogni volta, il secondo da
consiglieri ordinati ed eletti da sè, il terzo da questi consiglieri
propri, e da altri ordinati ed eletti dal popolo. E la differenza è
grande senza dubbio, perchè i consigli dati dagli eletti dal popolo
diventano poco men che obblighi al principe ed a’ consiglieri di lui.
Ma in somma quanto più un principe è assoluto, tanti più uffici sono
raccolti nei consiglieri di lui; e così tanti più doveri. Essi da una
parte soli esecutori, soli interpreti, sola coscienza delle volontà
del principe, che rappresenta qui la volontà nazionale; e dall’altra,
essi soli interpreti de’ bisogni, de’ desiderii della nazione appresso
alla volontà del principe. Essi, se non sola, certo la più breve
via della pubblica opinione; essi, soli oratori nazionali. Essi,
solo anello di quell’unione tra principi e popolo, la quale, utile e
desiderabile dappertutto, è indispensabile ad una nazione che stia
in presenza d’uno straniero, e più ad una che intenda liberarsene.
— Del resto, detto così della importanza e dignità de’ servitori de’
nostri principi, contro all’opinione di coloro che non si contentano
di giudicarne le azioni, ma ne dispregiano stoltissimamente l’ufficio,
perchè non risplende come in altri paesi pubblicamente (mancanza di
incoraggiamenti, che accresce anzi il merito di coloro che sappiano
esser buoni così); io non mi fermerò a ciò che possano eglino fare
in particolare, per la indipendenza. Prima, perchè naturalmente essi
possono, ciascuno nel proprio ufficio, tutto ciò che dicemmo potersi
dai principi, ch’essi servono ed informano in tutto. Poi quanto ai
particolari ulteriori, perchè, oltre all’essere questi infiniti e fuor
di luogo qui, essi non sarebbero probabilmente attesi da coloro a cui
si rivolgessero. I ministri, talora i maggiori, ma più i minori ed i
minimi soglion esser gelosi di tali particolari, che sono opera loro,
molto più che non sogliano i principi delle opere loro più grandi. I
principi, avvezzi a farsi dar cooperazioni e consigli da alcuni, non
si offendono che sien lor dati da altri; come se n’offendon coloro
che, quanto più scendono, tanto più sono avvezzi a far tutto l’ufficio
proprio da sè. E i principi hanno più pratica, più amore a quei grandi
interessi di che parliamo; i quali all’incontro sono talor disprezzati
da coloro che sogliono versar tutta la vita tra le minuzie, e le
chiamano soli affari del mondo. E i principi, posti sopra a tutte
le condizioni de’ loro sudditi, non hanno interesse poi a mantenere
viva quella distinzione, che è gloria, diletto e talor sicurezza di
alcuni uomini di piccoli affari, la distinzione tra la pratica e la
teorica, tra la potenza e la scienza, tra la capacità di operare e
quella di pensare. — Nè saremo noi così illiberali. Noi ammettiamo con
piacere che parecchi Italiani sanno innalzarsi dal merito di semplici
amministratori a quello di veri uomini di stato, dalla pratica vagante
degli affari pubblici ad ogni buono ed alto scopo di essi, dalle
preoccupazioni quotidiane a quelle cure del futuro, che sono comuni
oramai a principi, uomini di stato ed anche scrittori di qualche polso,
o piuttosto a tutte le persone educate e generose. Ed a questi veri
uomini di stato italiani si rivolgono, dopo i principi, le nostre
maggiori speranze; a questi i nostri detti, i nostri desiderii di
saperli persuadere.
4. Ma passiamo da coloro che servono i principi nazionali, a quelli
che sono così infelici da servire lo straniero. De’ maggiori fra’ quali
già dicemmo non esser possibile nè che il principe abbia fede in essi,
nè che essi la serbino insieme al principe e alla patria. Qui è tutto
a rovescio che negli stati italiani, dove i doveri non fanno se non
uno, e chi serve bene al principe serve bene allo stato, all’Italia
intiera. Qui son due doveri diversi, opposti, inconciliabili. Chi si
voglia mettere a tal conciliazione vi perderà o la pace o la integrità
di sua coscienza; vivrà combattendola, finchè non l’abbia fatta tacere;
miserando dapprima, più miserando in appresso. — Ma io crederei che
sia molto diverso il caso de’ ministri minori, di tutti quelli a cui il
piccolo impiego è professione importante ad essi, ma non alla patria.
Questi non fan guari nè bene nè male, seguendo una professione che non
ha potenza sui destini della patria, ma tutt’al più su una provincia;
la quale è poi interesse della patria sia bene amministrata, si serbi
quanto più prospera per il dì che diventerà provincia italiana. —
Nè tal distinzione è nuova o mia. Quando l’immortal Pio VII, il più
forte Italiano de’ tempi suoi, fu indegnamente spogliato de’ suoi
stati, uno dei ministri dello spogliatore pregava uno dei ministri
dello spogliato di voler continuar nel suo ufficio importantissimo
nello stato. E tacerò il nome del primo, ma dirò del secondo, che
fu monsignor Lante, allora tesoriere. Il quale, rigettando quella
brutta continuazione nell’ufficio: «E che», diceva l’altro, «che sono
queste rinunzie, queste congiure, questi ordini del papa di lasciar
gli uffici? Certo ei provvede male al popolo suo. Oggi voi, monsignor
tesoriere, a rinunziare; saran domani i vostri primi capi d’ufficio;
doman l’altro i secondi; e via via, così sarà abbandonato il tesoro,
saranno mal governate le pubbliche entrate da noi mal pratici, non
apparecchiati a supplirvi». E monsignor Lante: «Il santo padre non ha
dati siffatti ordini; non a me, che non ne ho mestieri per sapere che
non posso nè debbo servir voi, non agli impiegati minori, dei quali
l’impiego è professione e vitto, e che continueranno». Ed insistendo
l’altro tra minaccia e celia a dire: «Ma voi vogliamo, voi sopra tutti,
monsignore; e chi non ubbidisce a noi... voi sapete...» (E voleva
accennar Fenestrelle o l’altre fortezze di Francia, ove si conducevano
i resistenti). — «Io», riprendeva il Lante sorridendo, «son pronto.
Partendomi di casa per venir da voi, feci ogni mio apparecchio. Ho
giù il legno». E così lasciò il celiatore celiato, e non ne fu fatto
altro. — Ancora e tanto più, è a fare la medesima riflessione pei
militari italiani serventi lo straniero: gli uni levati a forza, che
sono moltissimi, gli altri volontari, che son pochi. Ma de’ primi
il voler dire che non dovrebbero servire, tanto sarebbe come dire
che dovrebbero resistere alla levata, come dire che facessero uno
di quei sollevamenti che dicemmo quasi sempre illeciti e dannosi,
ed ora certamente inopportuni. Oltrechè sarebbe pur gran danno che
un terzo delle popolazioni italiane, che una delle più belligere si
disavvezzasse di nuovo dall’armi, e non si trovasse apparecchiata
il dì quando potrà diventar debito ed opportuno che tutta Italia in
sull’armi dica allo straniero: o con voi o contra voi, secondo che
volete diventar amici o rimaner avversari della patria nostra. E quindi
mi paiono da lodar gli stessi volontari; e da desiderare che fossero
più numerosi, massimamente in quelle classi di persone che quando non
militano sogliono poltrire. Noi dicemmo già con piena sincerità, e
così ridiciamo qui, che in ogni altra cosa che l’Italia, sono identici
gl’interessi italiani ed austriaci, che fuor d’Italia sono alleati
naturali Austria ed Italia. Tutte le guerre che avrà a fare Austria a
settentrione ed oriente saranno guerre italiane. Il maggior servigio
che si possa fare all’Italia, è di far vittoriosa, conquistatrice
l’Austria in quelle parti. Salvo l’arciduca Carlo vivente, quasi
tutti i grandi capitani di casa d’Austria furono italiani; Alessandro
Farnese, Spinola, Piccolomini, Montecuccoli, e sopra tutti il principe
Eugenio di Savoia. Così ne nascesse uno tale a far trionfare Austria
sul Baltico e sul mar Nero! Così tutta la gioventù italiana aiutasse
Austria a tali conquiste; chè avrebbe avanzata di tanto quella
dell’indipendenza nostra, e col mostrarsene ella degna, e coll’averne
preparato il prezzo. Nè vorrebbesi tale intenzione tenere vilmente
segreta; ma professarsi pubblicamente, onoratamente, militarmente.
Verrebb’egli poscia il gran dì? o quello che ne sarebbe vigilia, d’una
guerra contro a un principe italiano? Non sarebbe nemmen mestieri di
seguir l’esempio (pur lodato) d’Austria e Baviera e Sassonia quando
si rivolsero dall’uno all’altro campo, sul campo stesso di guerra o
di battaglia. Basterebbe quella resistenza passiva, più conveniente
all’onor militare: il posare l’armi senza rivolgerle, le demissioni, se
si concedessero; ovvero il rimaner prigioni, che non è se non disgrazia
volgare in qualunque guerra. Ma lo straniero non verrebbe a ciò
probabilmente. Il grande impaccio di esso quando s’appressino i tempi,
sarà il corpo d’esercito italiano, tanto più grande quello, quanto più
grande esercitato questo.