12. Ma, posta la mutazione fatta da qualche principe italiano, forte

d’animo esso, forte della fede antica e provata de’ suoi popoli,

forte degli apparecchi legislativi, e dello sperimento del governo

consultativo; e postala fatta a tempo, fatta bene, fatta felicemente;

non è dubbio che quel principe avrebbe messo mano al massimo strumento

di popolarità e di unione italiana; non è dubbio che sarebbe da quel

dì incomparabilmente accresciuto il pericolo, inasprita la piaga,

incominciata a sonar l’agonia dello straniero in Italia. Consideriamo

posatamente le conseguenze varie che glie ne verrebbero. — O non

vorrebbe egli soffrire novità, e ne farebbe lamenti, gride, negoziati,

minaccie. Ma a tuttociò sarebbe facile rispondersi dal principe

italiano allo straniero: io son sovrano quanto te, e fo quel che mi

pare a casa mia. — Se allora a tal risposta si rompessero negoziati,

si ritirassero ambasciadori di qua, si ritirerebbero ambasciadori di

là, e si vivrebbe senza. Ei s’è veduto ch’io non sono per la politica

dell’isolarsi, non credo che vi si abbia a ricorrere spontaneamente;

ma, se venga dagli altri, l’isolamento è forse meno a lamentarsi nelle

potenze piccole, già quasi isolate dalla diplomazia or corrente in

Europa. Ognuno sa d’un piccolissimo principe italiano, il quale da 13

anni in qua s’è isolato da tutta la politica europea, e non glie n’è

pur occorso nessun male. Ondechè ciò che quello fece per una ragione,

si potrebbe fare da altri per una tutto diversa, pur senza pericolo.

E ad ogni modo l’isolamento di che parliamo sarebbe tutt’altro che

compiuto, si ridurrebbe ad una o due potenze, e sarebbe compensato

dal riaccostamento ad una o due altre. E farebbesi guerra per ciò?

Non è probabile di niuna maniera. Non si fa guerra oramai con un torto

così evidente, come sarebbe quello d’una potenza che volesse impedir

un’altra, sovrana com’essa, di far da sovrana in casa propria. Contro

a tal potenza si solleverebbero tutte le opinioni di tutta Europa,

i biasimi di tutte le parti, le armi di tutte le potenze interessate

a mantener l’indipendenza italiana, almeno qual è, od anzi di tutte

le interessate a mantener la compiuta sovranità degli stati sovrani.

E se la guerra si facesse poi con tanto torto, con tanti biasimi e

tanti avversari da una parte, tanto diritto, tanti voti e tanti aiuti

probabili dall’altra, facessesi pur quando che sia; chè non sarebbe

Italiano, suddito o non suddito, il quale ricusasse morirvi e mandarvi

a morire tutti i figliuoli per il principe liberatore, nè sarebbe

dubbia la riuscita d’una tal guerra nazionale. — Ma la probabilità,

di gran lunga maggiore, è che non si farebbe; che dopo gli scritti

e i fatti diplomatici, anche lo straniero tollererebbe ciò che non

potrebbe impedire. E ciò sarebbe poi ad ogni modo il principio del

fine suo. Perciocchè, od imiterebbe o non imiterebbe la mutazione.

Ma l’imitarla sarebbe per lui pazzia; chè se i governi deliberativi

fanno troppa paura a’ principi nazionali, ei non ne possono far troppa

mai ad uno straniero. Ei non è forse se non un esempio di un governo

deliberativo durato senza grandi pericoli sotto un principe straniero;

Ungheria sotto casa d’Austria. Ma la sede di questa è così vicina,

che si può dire addentro all’Ungheria; e si aggiunge ora l’antichità

del fatto, che porta rimedio a tutto. Ma credere che durasse non

dico secoli, ma nemmen dieci anni casa d’Austria in Lombardia con un

governo deliberativo, sarebbe stoltezza che non può venir in mente

a quel governo prudentissimo, e che se venisse produrrebbe il suo

effetto naturale. La più probabile è dunque l’ultima supposizione, che

lo straniero non imiterebbe l’esempio italiano; che, vedendo di non

poter risanare, si ridurrebbe a prolungare la vita sua presso a noi. Ma

questa sarebbe breve allora, colla vicinanza d’un governo nazionale,

che tirasse a sè l’attenzione e i voti di tutti gl’Italiani, che

facesse invidiare ai sudditi stranieri quella libertà e quell’operosità

che vi sarebbero naturali; che alzasse una di quelle tribune, una di

quelle pubblicità, una di quelle opinioni universali contro a cui non

può resistere niuna grande ingiustizia, e men di tutte la massima di

tutte, la dominazione straniera. E ciò sa, ciò sente lo straniero.

Epperciò è così risoluto, così acre contro questo suo pericolo sommo;

perciò usa tutta la sua prepotenza sui principi italiani per impedir

loro di apparecchiarsi, di lasciarci sperare o parlare; perciò in

parecchi casi particolari gli astrinse di promesse. Ma siffatte

promesse non possono averli obbligati, sempre, per tutti i casi; non

possono aver distrutti gli inalienabili diritti di lor sovranità; non

possono aver ridotta questa a vassallaggio feudale, imponendole una

condizione perpetua; non possono reggere contro al diritto di piena

potenza di essi universalmente statuito e riconosciuto. Fra due diritti

o doveri ripugnanti ma egualmente riconosciuti, il massimo distrugge

il minimo. Un principe riconosciuto sovrano da un altro, non può esser

astretto a non fare nell’interno dello stato suo, nell’esercizio della

sovranità sua, ciò che creda utile al popol suo. È finita l’impostura

del sacro Imperio romano; è finita la feudalità; son finite le

graduazioni di sovranità.

13. Ma di nuovo, ed in generale, di tutto ciò che trattammo nel

presente capitolo de’ principi, lascinsi giudici i principi soli. Io

son per dire di ciò che possano gl’Italiani non principi; ma io volli

dir fin d’ora ciò che non possano e non debbano, per distinguer subito

i diritti d’ognuno, que’ diritti esistenti, da cui è dovere d’ogni uomo

retto partir sempre, e dovere più speciale degli amici di libertà,

la quale insomma non è altro che rispetto ai diritti[36]. — Per poco

che facciano i principi nostri, se facciano un passo di più che lo

straniero nella via de’ progressi veri, materiali, intellettuali, di

governo consultativo, deliberativo o che che sia, essi sono sulla buona

via, sono anzi al lor posto nella buona via. Ma quel posto all’innanzi,

quel passo di più è l’essenziale; per poco che sia in apparenza, egli

è molto, egli è tutto in conseguenza. O lo straniero si fermerà in

quella situazione inferiore, e sarà continuo svantaggio a lui, continuo

vantaggio a noi; ovvero vorrà far egli un passo ulteriore, ed allora,

purchè facendone un altro, noi serbiamo il posto, ei si può condurre

a quello che per lui è precipizio. In ciò sta tutt’intiero il pensier

mio.

Il quale, ben so che ad alcuni parrà troppo ardito, ed a molti

all’incontro troppo timido. Ma io non sono senza speranza che possa

parer moderato e giusto a coloro che, senza debolezza, doppiezza, nè

dubbiezza, sieno moderati e giusti essi stessi. E se paresse ad alcuni

che queste sarebbono state cose da dirsi sommessamente all’orecchio

di qualche principe italiano, anzichè pubblicamente, io risponderei:

che se le avessi credute cattive, io non le avrei volute dire di niuna

maniera; e se buone e da restar segrete, non le avrei dette nemmeno,

non avendo orecchio di principe a cui dirle così. Ma io credo anzi,

che questi segretumi, questi misteri politici sien cose vecchie, e

da sorriderne ai tempi presenti. Ora è il tempo delle arti aperte,

delle politiche schiette, pubbliche, forti. Tal credo questa, e perciò

l’esposi, che è poco merito. Il vero e solo merito, il merito della

fortezza, sarà di colui, nato o da nascere, che ponga in opera ciò che

è facile vedersi e dirsi, ed è oramai veduto e detto da moltissimi.

Perciocchè anche in Italia, grazie al Cielo, sta crescendo questa somma

fra le virtù politiche, la forte moderazione.

CAPO UNDECIMO.

COME VI POSSONO AIUTARE TUTTI GL’ITALIANI

Iis quidem qui _secundum patientiam boni operis_,

gloriam et honorem et _incorruptionem_ quærunt.

(Paul. _ad Rom._, II, 7).

1. Noi abbiamo fatta parte grossa a’ nostri principi nell’impresa

d’indipendenza, per una buona ragione: che essi hanno una parte più che

grossa, hanno tutta la potenza de’ nostri stati. Coloro che pretendono

escludere i principi dalle speranze, dai disegni nazionali italiani,

sono come certi storici, i quali, noiati, dicono, che la storia moderna

sia stata ridotta troppo sovente a’ principi, affettano l’eccesso

opposto di scrivere quella de’ popoli soli; quasi le azioni degli uni

e degli altri si potessero disgiungere, quasi fosser fattibili due

storie distinte, quasi fosse negabile la parte maggiore della storia a

coloro che ebbero la parte maggiore dell’opere. Ma costoro poi, o non

tengono la promessa e fanno storie poco dissimili da tutte l’altre,

ovvero le fanno così spoglie di fatti, così piene di generalità che non

sono più storie, e ritraggono peggio che mai la vita de’ popoli stessi.

E come la vita passata, così è poi la vita futura di questi; non vi

si possono considerar soli i principi, nè soli i popoli in qualunque

luogo ove sia principe; ma men che mai dove, piaccia o non piaccia,

sia bene o male, il fatto onde è forza partire, il fatto presente è,

che i principi hanno tutta la potenza. — Nè perciò resta piccola la

parte di tutti gli altri. Non ci è pericolo; non resta piccola per

questa medesima ragione, che le azioni de’ principi, appena passano

dal disegno al fatto, diventano azioni della nazione; che se i popoli

non possono nulla senza i principi, i principi non posson nulla senza

i popoli, non sono principi se non perchè fanno operar popoli; che è

una corrispondenza, una vicenda, un circolo or vizioso, or virtuoso,

ma continuo di opinioni, di azioni dagli uni agli altri, il quale non

si può interrompere per niun disprezzo, niun pregiudizio di qua, niuno

di là. In qualunque stato, ogni uomo ha pure in fatto e in diritto

una qualunque operosità. La quale se si volga a buon fine, ma oltre ai

propri diritti, oltre alla propria natura, guasta il fine, fa più mal

che bene, produce contrasti e disunioni. Se poi si volga da ciascuno,

secondo buon diritto, a buon fine, diventa operosità buona di tutti,

diventa operosità, moto, forza nazionale irresistibile. L’Italia ha

per le mani un’impresa indubitabilmente giusta nel fine; aggiungiamovi

una indubitabil giustizia di mezzi, e non dubitiamo allora della

buona riuscita. Le due giustizie unite sogliono ottener questa dalla

Providenza più sovente che non si crede anche negli affari privati,

ma più sovente, ed io crederei sempre, nelle imprese di molti, nelle

imprese nazionali.

2. La operosità, la vita d’ogni uomo sarà considerata da noi o come

pubblica, o come sacerdotale, o come letteraria, o come privata.

3. La vita pubblica italiana si riduce a quella de’ ministri o

consiglieri maggiori o minori dei principi. Da noi il principe

essendo lo stato, non vi possono essere servitori dell’uno e servitori

dell’altro. È bene o male? Così è; e chi vuol far la distinzione, fa

sogni e non realtà, e guasta tutto. Ei sono alcuni che, prendendo nelle

gazzette di fuori quelle gelosie, que’ disprezzi che i consiglieri

della nazione (cioè gli oratori dei parlamenti) muovono contro ai

consiglieri della corona, le applicano poi a’ consiglieri che qui

sono necessariamente della corona e dello stato e della nazione

tutt’insieme. E quindi viene una affettazione d’indipendenza personale,

una condanna dell’ambizione governativa, che può stare in que’ paesi

dove si può servire politicamente la nazione senza il principe; ma che

è molto risibile e dannosa dove, non potendosi far tal distinzione

in realtà, tutto quello che è di buono e di bello nel desiderio di

servir lo stato può essere nel desiderio di servire il principe. Quella

sì, che è idea straniera da non prendersi, nel caso nostro. Hai tu,

credi tu avere indipendente, generoso, forte animo in te? Servi il

principe, o lo stato, o la nazione, come vorrai dire, che è tutt’uno.

Non s’adonta altrove nessuno di servire la nazione. Non è ragione di

adontarsene qui. Non è onta, fuorchè nel modo, qui come là; e qui come

là vi può essere, vi è indipendenza. Qui come là questa vuole essere

duplice: indipendenza dagli errori del popolo e da quelli del principe;

e la sola differenza è che là è forse più difficile l’una, qui l’altra.

Ma ad un animo veramente indipendente, importan poco le varietà di

difficoltà; ei sa vincere l’una e l’altra o le due insieme del paro. —

Niun principe, per assoluto che egli sia, non può saper nè fare tutto

da sè; e quindi niuno nega aver consiglieri e ministri. La differenza

tra il principe assoluto e il principe in governo consultativo, e il

principe in governo deliberativo, è che il primo prende consigli senza

niuna regola da chi gli capita in mente ogni volta, il secondo da

consiglieri ordinati ed eletti da sè, il terzo da questi consiglieri

propri, e da altri ordinati ed eletti dal popolo. E la differenza è

grande senza dubbio, perchè i consigli dati dagli eletti dal popolo

diventano poco men che obblighi al principe ed a’ consiglieri di lui.

Ma in somma quanto più un principe è assoluto, tanti più uffici sono

raccolti nei consiglieri di lui; e così tanti più doveri. Essi da una

parte soli esecutori, soli interpreti, sola coscienza delle volontà

del principe, che rappresenta qui la volontà nazionale; e dall’altra,

essi soli interpreti de’ bisogni, de’ desiderii della nazione appresso

alla volontà del principe. Essi, se non sola, certo la più breve

via della pubblica opinione; essi, soli oratori nazionali. Essi,

solo anello di quell’unione tra principi e popolo, la quale, utile e

desiderabile dappertutto, è indispensabile ad una nazione che stia

in presenza d’uno straniero, e più ad una che intenda liberarsene.

— Del resto, detto così della importanza e dignità de’ servitori de’

nostri principi, contro all’opinione di coloro che non si contentano

di giudicarne le azioni, ma ne dispregiano stoltissimamente l’ufficio,

perchè non risplende come in altri paesi pubblicamente (mancanza di

incoraggiamenti, che accresce anzi il merito di coloro che sappiano

esser buoni così); io non mi fermerò a ciò che possano eglino fare

in particolare, per la indipendenza. Prima, perchè naturalmente essi

possono, ciascuno nel proprio ufficio, tutto ciò che dicemmo potersi

dai principi, ch’essi servono ed informano in tutto. Poi quanto ai

particolari ulteriori, perchè, oltre all’essere questi infiniti e fuor

di luogo qui, essi non sarebbero probabilmente attesi da coloro a cui

si rivolgessero. I ministri, talora i maggiori, ma più i minori ed i

minimi soglion esser gelosi di tali particolari, che sono opera loro,

molto più che non sogliano i principi delle opere loro più grandi. I

principi, avvezzi a farsi dar cooperazioni e consigli da alcuni, non

si offendono che sien lor dati da altri; come se n’offendon coloro

che, quanto più scendono, tanto più sono avvezzi a far tutto l’ufficio

proprio da sè. E i principi hanno più pratica, più amore a quei grandi

interessi di che parliamo; i quali all’incontro sono talor disprezzati

da coloro che sogliono versar tutta la vita tra le minuzie, e le

chiamano soli affari del mondo. E i principi, posti sopra a tutte

le condizioni de’ loro sudditi, non hanno interesse poi a mantenere

viva quella distinzione, che è gloria, diletto e talor sicurezza di

alcuni uomini di piccoli affari, la distinzione tra la pratica e la

teorica, tra la potenza e la scienza, tra la capacità di operare e

quella di pensare. — Nè saremo noi così illiberali. Noi ammettiamo con

piacere che parecchi Italiani sanno innalzarsi dal merito di semplici

amministratori a quello di veri uomini di stato, dalla pratica vagante

degli affari pubblici ad ogni buono ed alto scopo di essi, dalle

preoccupazioni quotidiane a quelle cure del futuro, che sono comuni

oramai a principi, uomini di stato ed anche scrittori di qualche polso,

o piuttosto a tutte le persone educate e generose. Ed a questi veri

uomini di stato italiani si rivolgono, dopo i principi, le nostre

maggiori speranze; a questi i nostri detti, i nostri desiderii di

saperli persuadere.

4. Ma passiamo da coloro che servono i principi nazionali, a quelli

che sono così infelici da servire lo straniero. De’ maggiori fra’ quali

già dicemmo non esser possibile nè che il principe abbia fede in essi,

nè che essi la serbino insieme al principe e alla patria. Qui è tutto

a rovescio che negli stati italiani, dove i doveri non fanno se non

uno, e chi serve bene al principe serve bene allo stato, all’Italia

intiera. Qui son due doveri diversi, opposti, inconciliabili. Chi si

voglia mettere a tal conciliazione vi perderà o la pace o la integrità

di sua coscienza; vivrà combattendola, finchè non l’abbia fatta tacere;

miserando dapprima, più miserando in appresso. — Ma io crederei che

sia molto diverso il caso de’ ministri minori, di tutti quelli a cui il

piccolo impiego è professione importante ad essi, ma non alla patria.

Questi non fan guari nè bene nè male, seguendo una professione che non

ha potenza sui destini della patria, ma tutt’al più su una provincia;

la quale è poi interesse della patria sia bene amministrata, si serbi

quanto più prospera per il dì che diventerà provincia italiana. —

Nè tal distinzione è nuova o mia. Quando l’immortal Pio VII, il più

forte Italiano de’ tempi suoi, fu indegnamente spogliato de’ suoi

stati, uno dei ministri dello spogliatore pregava uno dei ministri

dello spogliato di voler continuar nel suo ufficio importantissimo

nello stato. E tacerò il nome del primo, ma dirò del secondo, che

fu monsignor Lante, allora tesoriere. Il quale, rigettando quella

brutta continuazione nell’ufficio: «E che», diceva l’altro, «che sono

queste rinunzie, queste congiure, questi ordini del papa di lasciar

gli uffici? Certo ei provvede male al popolo suo. Oggi voi, monsignor

tesoriere, a rinunziare; saran domani i vostri primi capi d’ufficio;

doman l’altro i secondi; e via via, così sarà abbandonato il tesoro,

saranno mal governate le pubbliche entrate da noi mal pratici, non

apparecchiati a supplirvi». E monsignor Lante: «Il santo padre non ha

dati siffatti ordini; non a me, che non ne ho mestieri per sapere che

non posso nè debbo servir voi, non agli impiegati minori, dei quali

l’impiego è professione e vitto, e che continueranno». Ed insistendo

l’altro tra minaccia e celia a dire: «Ma voi vogliamo, voi sopra tutti,

monsignore; e chi non ubbidisce a noi... voi sapete...» (E voleva

accennar Fenestrelle o l’altre fortezze di Francia, ove si conducevano

i resistenti). — «Io», riprendeva il Lante sorridendo, «son pronto.

Partendomi di casa per venir da voi, feci ogni mio apparecchio. Ho

giù il legno». E così lasciò il celiatore celiato, e non ne fu fatto

altro. — Ancora e tanto più, è a fare la medesima riflessione pei

militari italiani serventi lo straniero: gli uni levati a forza, che

sono moltissimi, gli altri volontari, che son pochi. Ma de’ primi

il voler dire che non dovrebbero servire, tanto sarebbe come dire

che dovrebbero resistere alla levata, come dire che facessero uno

di quei sollevamenti che dicemmo quasi sempre illeciti e dannosi,

ed ora certamente inopportuni. Oltrechè sarebbe pur gran danno che

un terzo delle popolazioni italiane, che una delle più belligere si

disavvezzasse di nuovo dall’armi, e non si trovasse apparecchiata

il dì quando potrà diventar debito ed opportuno che tutta Italia in

sull’armi dica allo straniero: o con voi o contra voi, secondo che

volete diventar amici o rimaner avversari della patria nostra. E quindi

mi paiono da lodar gli stessi volontari; e da desiderare che fossero

più numerosi, massimamente in quelle classi di persone che quando non

militano sogliono poltrire. Noi dicemmo già con piena sincerità, e

così ridiciamo qui, che in ogni altra cosa che l’Italia, sono identici

gl’interessi italiani ed austriaci, che fuor d’Italia sono alleati

naturali Austria ed Italia. Tutte le guerre che avrà a fare Austria a

settentrione ed oriente saranno guerre italiane. Il maggior servigio

che si possa fare all’Italia, è di far vittoriosa, conquistatrice

l’Austria in quelle parti. Salvo l’arciduca Carlo vivente, quasi

tutti i grandi capitani di casa d’Austria furono italiani; Alessandro

Farnese, Spinola, Piccolomini, Montecuccoli, e sopra tutti il principe

Eugenio di Savoia. Così ne nascesse uno tale a far trionfare Austria

sul Baltico e sul mar Nero! Così tutta la gioventù italiana aiutasse

Austria a tali conquiste; chè avrebbe avanzata di tanto quella

dell’indipendenza nostra, e col mostrarsene ella degna, e coll’averne

preparato il prezzo. Nè vorrebbesi tale intenzione tenere vilmente

segreta; ma professarsi pubblicamente, onoratamente, militarmente.

Verrebb’egli poscia il gran dì? o quello che ne sarebbe vigilia, d’una

guerra contro a un principe italiano? Non sarebbe nemmen mestieri di

seguir l’esempio (pur lodato) d’Austria e Baviera e Sassonia quando

si rivolsero dall’uno all’altro campo, sul campo stesso di guerra o

di battaglia. Basterebbe quella resistenza passiva, più conveniente

all’onor militare: il posare l’armi senza rivolgerle, le demissioni, se

si concedessero; ovvero il rimaner prigioni, che non è se non disgrazia

volgare in qualunque guerra. Ma lo straniero non verrebbe a ciò

probabilmente. Il grande impaccio di esso quando s’appressino i tempi,

sarà il corpo d’esercito italiano, tanto più grande quello, quanto più

grande esercitato questo.

Delle speranze d'Italia · 第 13 / 29 段