le materiali, quasi allo infinito. In quelle è il gran vantaggio de’
principi nazionali sullo straniero. Certo i miei leggitori, certo
tutti coloro che volgono l’attenzione a queste speranze, a queste cose
italiane, certo tutti i veri Italiani anteporrebbono qualunque anche
men buono governo nazionale a qualunque anche ottimo straniero. Ma pur
troppo, e già il notammo, sono pure Italiani così avviliti, da non
desiderar se non un governo dolce e buono, qualunque sia del resto,
onde ch’ei venga. E questi avviliti sono pur troppo tante forze morali
ed anche materiali tolte all’Italia, all’occasione, e fin d’ora; e
questi sono che vorrebbonsi racquistare, affinchè sorga una vera e
grande opinione nazionale; questi che non si possono riconquistare
se non facendo i governi italiani incontrastabilmente migliori, più
desiderabili e più desiderati che non lo straniero. Niuna nazione
è, anche nella presente civiltà e coltura cristiana, che compongasi
unicamente di generosi e di colti; in tutte sono molti incapaci, molti
ineducati a quel vero amor patrio, che come tutti gli amori vive di
sacrifici; e ne sono tanto più nelle nazioni dipendenti. Non è colpa
loro non essere stati educati; perdoniamo e cerchiamo educarli quanto
sia possibile; epperciò facciamo loro invidiar le condizioni de’
sudditi italiani. — Nè questo è difficile. Io non salirò in cattedra
a voler insegnare quella scienza del buon governo, la quale non è
recondita oramai, è alla mano di qualunque uomo di sincera volontà. Io
suppongo l’una e l’altra ne’ miei leggitori, e vengo al caso speciale
nostro. — Il governo buono è facilissimo a’ principi nazionali, in
paragone ai signori stranieri, a cui è difficile naturalmente, e
può diventar impossibile. Un principe nazionale ha molti timori di
meno, che non uno straniero; e i timori sono il vero fonte d’ogni mal
governo. Tra un principe nazionale e sua nazione è molta più fiducia,
che non tra il principe straniero e la nazione non sua; e la fiducia
reciproca è il vero fonte di ogni buon governo. Un principe nazionale
non ha bisogno di comprare amici: tutti i sudditi gli sono tali
naturalmente; e se mai ha nemici, può largheggiare con essi in clemenza
e rifarseli amici, mentre lo straniero non può, o non gli serve.
Quest’è la somma di tutto quel libro del _Principe_ di Machiavello, il
quale letto o non letto, è naturalmente messo più o meno in pratica
sempre da qualunque straniero. Un principe nazionale può andar più
ardito perchè quand’anche egli erra, gli errori non gli sono imputati
dal popol suo, come sarebbono ad uno straniero. Quando eccedesse
in levar eserciti, i soldati che restano nel paese e tornan sovente
alle famiglie, vi si adattano facilmente; mentre quelli d’un principe
straniero tratti fuori e lontano, gliel perdonano difficilmente. Se
il principe nazionale eccede in levar tasse o tributi, spendendoli
ei li restituisce al paese, mentre lo straniero portandoli via
l’impoverisce. Se il principe nazionale fa scelte buone, egli contenta
tutti i sudditi; se erra, malcontenta i migliori, ma contenta pure
alcuni, ed è meno danno. Ma il principe straniero malcontenta tutti
eleggendo stranieri anche buoni; e potendo difficilmente eleggere
nazionali buoni, che non soglion servirlo, malcontenta di nuovo tutti
eleggendone de’ cattivi. Se si eccettuino quegli eccessi di tirannia,
i quali ondechè vengano sollevan tutti per vero dire, ma che si fanno
ogni dì più rari; gli arbitrii stessi di qualunque governo assoluto,
ma nazionale, offendon meno e son più rimediabili che gli arbitrii di
uno straniero. Nel primo, la vittima dell’arbitrio può trovar almeno
ne’ parenti, negli amici, ne’ compatriotti qualche difensore, e quindi
qualche giustizia almeno arbitraria; ma ne’ secondi non è nemmeno
questo rimedio, questo temperamento. Il quale è quello poi che fa dar
nomi di _paterni_ a parecchi governi nazionali; ma inapplicabile il
temperamento, inapplicabile è il nome a’ governi stranieri. E in somma
non è opera buona che non si conti le cento volte più, non errore che
non si conti le cento volte meno in un principe nazionale, che in uno
straniero; ondechè di tali differenze farebbesi facilmente un volume
speciale; e noi non ci fermerem quindi se non a due o tre delle più
importanti.
8. Un gran vantaggio de’ principi nazionali è in quella che dicemmo
somma arte del governare in tutte le età, e principalmente nella
nostra; l’arte dell’opportuno conservare ed opportuno progredire. Tale
arte non può esercitarsi bene mai da niun governo in una provincia
straniera; e v’è fittizio e falso il nome stesso di conservatori
che vi prendono alcuni. Non sogliono, non possono esservi tali, o
se sono, è danno loro. Se conservano le leggi, gli usi, le feste
pubbliche, i nomi, la lingua, qualunque cosa patria, ei fanno errore
contra sè e contra la propria conservazione; non possono conservare
sè e la nazionalità insieme, che sono cose antipatiche; non possono
essere sinceri conservatori. Ed all’incontro, qualunque cosa patria
sia conservata dal principe nazionale, è tutto vantaggio della
nazionalità; ondechè, non è dubbio, ei deve conservare quanto più può,
quanto non è utile mutare. — Peggio poi nel progredire. Al principe
straniero ogni progresso è tanto più pericoloso, quanto più è buono;
al principe nazionale è utile ogni buono. Se io scrivessi di filosofia
od anche di politica generale, mi crederei in debito di fermarmi
qui a discernere i progressi buoni, indifferenti e cattivi, cioè i
progressi veri, quelli che si credon tali e non sono nulla, e quelli
che son regressi. Ma lasciando le generalità e non parlando se non di
progressi veri, e nemmen di questi non potendo fare un’esposizione
o lista compiuta, io mi contenterò di pochi esempi. Pogniamo uno
de’ progressi che sembrano potersi fare con più parità dai principi
nazionali e dallo straniero, un progresso non più che materiale,
l’agevolamento delle vie d’ogni sorta tra l’una e l’altra parte della
penisola. L’agevolar siffatte comunicazioni materiali è un agevolar
quelle degli ingegni e de’ costumi, un riunirli, un accomunarli in
tutta la nazione. Ma la comunanza degli ingegni e de’ costumi non può
se non far sentire la comunanza degli interessi, e quindi il pregio
della nazionalità e dell’indipendenza; le quali dovendosi proseguire
dai principi italiani, ma fuggire dallo straniero, ne resulta che il
progresso, così innocuo in apparenza delle comunicazioni materiali,
è buono ai primi e nocivo ultimamente al secondo. E così di tutte
l’altre comunanze, dei commerci, delle poste, delle monete, dei pesi e
misure. E così di quelle leghe doganali che ognuno sa quanto potente
strumento di nazionalità elle sieno altrove, e che tali potrebbono
essere anche in Italia. Perciocchè in queste non sono le difficoltà
della confederazione politica, nè lo straniero le potrebbe impedire
ai principi italiani. — I governi italiani dovrebbono capacitarsi
di ciò: che quantunque di gran lunga men forti in guerra che non il
governo straniero, essi non sono tali, ma puri, finchè duri la pace,
e non si sieno legati sotto lui con una confederazione politica. In
tempo di pace, nelle condizioni presenti della repubblica cristiana, le
dipendenze indeterminate, le preponderanze non dichiarate ne’ trattati,
non sono dipendenze nè preponderanze, se non per coloro che se ne
lascian fare spauracchio. Riducasi al fatto la superiorità di potenza;
è più uomini e più danari; gran superiorità per vero dire in guerra; ma
un nulla finchè non si viene a guerra: alla quale poi non si può venire
dalla potenza prepotente, finchè la inferiore non fa che porre in
opera i diritti della sua indipendenza riconosciuta. Io vorrei vedere
qualche gran principe italiano fare per l’indipendenza ciò che fa il
famoso cittadino irlandese più veramente per la libertà che per la
indipendenza; usare i diritti, tutti i diritti propri fino all’ultimo
limite. L’impresa nostra sarebbe tanto più bella, e più universalmente
applaudita, che i diritti d’indipendenza sono più larghi e più chiari
nella repubblica europea, che non quelli di libertà nello stesso
imperio britannico; e, che de’ diritti di libertà interna si disputa
e si disputerà finchè sarà mondo, ma dell’indipendenza nazionale,
convengon tutti a lodarne la legittimità, la virtù, la santità, il
diritto e il dovere di compierla[35].
9. Un altro gran vantaggio che hanno i principi nazionali sullo
straniero è nella protezione delle colture. Perciocchè anche queste
giovano all’unione, sono forse il massimo stromento di unione in
qualunque nazione di lingua comune e stati diversi; e giovando
all’unione, giovano dunque ai principi nazionali, e nocciono agli
stranieri. Questi non dovrebbero promuover mai le lettere italiane, e
se fosse possibile non dovrebbero soffrirle; ed io mi meraviglio di
quel tanto di sofferenza che dan loro. Le lettere anche compresse,
anche attuate, censurate od evirate, non possono non mantenere e
promuovere la nazionalità. La lingua è segno, suggello principale
di essa; la storia anche nuda ne tien vive le memorie; la storia
virilmente scritta nota gli errori fatti contr’essa, e ciò che sia
da imitare, ciò che da fuggire, ciò che da soffrire per essa; la
filosofia storica mostra come nasca, come si perda, come si recuperi;
la filosofia generale ne fa veder la virtù, vi conforta la ragione
umana; la poesia, le arti vi concitano le passioni; le scienze
materiali stesse, a malgrado della loro apparente innocuità, vi
contribuiscono di molte maniere, e se non altro coll’accrescimento
della gloria nazionale. Niuna coltura è innocua agli stranieri, niuna
dunque inutile a’ principi nazionali, niuna non promovibile da essi.
— Ma per promuoverle sarebbe prima d’ogni cosa necessario rendersi
conto, e compiuto del loro stato presente. E qui è dove fan più danno
non solo i lodatori insinceri e prevaricatori, ma gli stessi sinceri
esagerati. Con queste lusinghe che ci si danno, con questi paragoni
che si fan di noi scrittori italiani con gli stranieri, e si terminano
troppo sovente a nostro onore e gloria, non si fa altro che tener nel
sonno noi scrittori da una parte, e i governi patrii dall’altra. Le
lettere del secolo XIX non han bisogno veramente di quelle protezioni,
di que’ mecenati, di quelle pensioni che eran magnificenze e miserie
dell’età de’ Medici e di Ludovico XIV. Ma le lettere presenti e future
han bisogno di facilità, e, diciam pure la vera parola, di libertà. Ed
il lodar esageratamente noi scrittori di quella che usiamo, e i governi
di quella che ci danno, è un dire che l’una e l’altra bastano, è un
impedire quel progresso dell’una e dell’altra, che gioverebbe a’ nostri
principi, e nocerebbe solamente ai nostri stranieri. Non entrerò ne’
particolari della censura preventiva e repressiva; so che l’ultima non
può essere se non ne’ governi liberi, perchè il censurar repressivo,
cioè ne’ pubblici giudizi, è un ammettere od anzi accrescere quella
pubblicità compiuta, che non può essere se non de’ governi liberi. Ma
anche nella censura preventiva sono gradi diversissimi di facilità
e libertà; e i governi nazionali possono lasciar il massimo, mentre
lo straniero non può nemmeno il minimo. Questa virtù, per esempio,
ch’io lodo della indipendenza nazionale si può certo, e mi pare si
debba lasciar lodare negli stati nazionali; ma non si può nè si debbe
tollerare dagli stranieri. Se questi fossero assennati non dovrebbero
lasciar lodare niuna virtù; perciocchè tutte, anche le più umili in
apparenza, danno forza, e la forza della nazione, sempre utile a’
governi nazionali, è sempre dannosa agli stranieri. — Del resto anche
a’ nostri dì, sono uomini di scienze e di lettere o d’arti, a cui è
indispensabile una protezione più sostanziale, che non quella della
libertà. Coloro a cui l’insegnamento o l’esercizio delle proprie
cognizioni sono professione, possono accettar siffatte protezioni
senza avvilirsi, se non le accettino con condizioni avvilitrici. E
qui pure tutto il vantaggio è de’ principi nazionali. Questi non hanno
interesse ad impor di quelle condizioni nè a professori nè a scolari;
non hanno interesse a menomare, ma ad accrescer l’insegnamento, a far
fiorire gli studi, le università, a spingerle quanto più possano a quel
grado a cui son giunte in Germania, e in altri paesi anche non liberi.
Quando i principi italiani non si lasciassero far paure inutili, non
osterebbe la piccolezza dei loro Stati e la povertà de’ loro erarii.
Non son più grandi nè più ricchi parecchi di quei principi tedeschi
presso cui splendono università numerose e potenti. E se si riducesse
a calcolo ciò che costerebber di più cinque e sei professori de’
primi della penisola, da aggiugnere a quelli di ciascun paese, ei si
vedrebbe che basterebbero e soverchierebbero quaranta o cinquantamila
lire a dare splendore sommo a qualunque delle nostre università, a
qualunque delle capitali letterarie italiane già esistenti. Nè questo
tornerebbe solamente a gloria di quel principe o di quella città.
Sarebbe gran profitto letterario, ed anche politico. Che se giova
alle lettere l’essere coltivate in parecchi luoghi, l’aver parecchi
centri, giova lor pure avere un centro principale; nè senza questo
elle risplendettero molto mai in niuna nazione. E politicamente poi,
se la potenza delle lettere non è da paragonare a quella dell’armi in
tempi di guerra, nè a quella dell’istituzioni civili in tempo di pace,
non è dubbio ch’ella è la principale dopo quelle due, che è il più
gran supplemento a tutte e due. I poveri letterati sogliono essere la
ricchezza più a buon prezzo, e nelle condizioni presenti della Italia
sarebber forse la più profittevole di tutte ad un principe italiano.
Certo, il fare è più che dire; certo, le virtù civili, politiche e
militari son dappiù che non le letterarie; ma finchè non si possono
bene esercitar quelle, son da pregiare e promuover queste pure, che
possono ridestar quelle. Un principe italiano che sapesse far di sua
capitale la capitale della coltura, darebbe un centro all’opinione
italiana; e da quel centro la moverebbe poi facilmente. Prussia ebbe
tal arte in Germania.
10. Ma tutto ciò è un nulla, rispetto agli ordini propriamente detti
del governo. Qui è il massimo fra’ grandi vantaggi de’ principi
nazionali sullo straniero. Qui i primi possono tutto, qui lo straniero
non può nulla, senza pericolo. Io non mi ricordo più chi abbia
inventato quel nome di _governi consultativi_, che è usato poi dal
Gioberti, per accennare i nostri governi, e distinguerli di qua e di là
dai veramente assoluti e dai deliberativi. Ad ogni modo è nome molto
bene inventato ed usato, se si dia non solamente ai governi italiani
presenti, ma ancora ad altri simili e stranieri e più antichi, a quasi
tutti in generale i governi cristiani europei, come uscirono di mezzo
al disordine feudale. In tutti, la potenza suprema fu temperata da
consigli più o men bene ordinati, più o meno indipendenti; e questi
furono che distinsero quasi tutte le monarchie europee e cristiane da
quasi tutti i dispotismi orientali; molto meglio, che non que’ due
principii dell’onore e del timore, troppo leggermente o forse non
sinceramente predicati dall’altronde grande Montesquieu. I governi
consultativi che rimangono in Italia, in Austria ed in Prussia, sono
più o meno reliquie di quelli che esistevano già dappertutto; benchè
quello dell’ultima sia forse anche passaggio al deliberativo. — Ma
che che s’abbia a pensare dell’opportunità e della durevolezza di
tali governi, non è dubbio ch’ei possono essere molto più buoni e più
sinceri sotto i principi nazionali, che non sotto allo straniero. Sotto
i primi, i consiglieri possono essere di buona fede, il principe li può
ascoltar con fiducia; perciocchè l’interesse degli uni e dell’altro è
quello d’un medesimo stato. Ma i consiglieri d’un principe straniero,
o sono stranieri ancor’essi ed allora hanno col principe un interesse
contrario a quello della provincia governata, in parecchie questioni
importanti, o almeno in quella importantissima dell’indipendenza;
ondechè nè sono veri consiglieri di tutto lo stato, nè temperamento
del vizio massimo delle diverse nazionalità. Ovvero ei sono nazionali
nostri, ed allora io domanderei loro: a chi attendono, a chi mirano,
a chi servono? Al principe, cui han fatto giuramento? o alla patria,
cui sono astretti senza giuramento? Alla fedeltà contratta, od alla
naturale? Come si salvano dalla doppiezza? Come dallo scrupolo, dalla
vergogna, dal delitto di tradimento, inevitabile dall’una parte o
dall’altra? E il principe crederà egli a tali consiglieri, che nol
possono consigliare se non eleggendo fra due tradimenti, che nol
consiglierebbono se fosser uomini semplici e retti? E così è che un
governo consultativo a casa propria non rimane sinceramente tale in
casa d’altri; è insincero ed assoluto in Italia. — All’incontro, i
principi nazionali possono non solo avere consigli veri, ma estenderne
l’importanza. Io so d’un principe italiano al quale, salito al trono,
furono proposte varie forme di consigli; ed egli, lasciate tutte
quelle, ne imaginò una nuova e bellissima, una che io direi la forma
più perfetta del governo consultativo, quella che più s’accosta ai
vantaggi, quali che sieno, de’ governi deliberativi. Sarebbe questa
forma novissima consistita di consiglieri perpetui e quasi centrali,
e consiglieri annui e provinciali. I quali gli uni e gli altri
sarebbero stati (certo senza pericoli) promovitori di quelle due forze
indispensabili ad ogni governo, la conservatrice e la progressiva. Ed
avrebbero poi tenuto conto opportuno degli interessi universali dello
stato e dei particolari delle provincie; molto meglio forse che non
i consigli provinciali prussiani. Dalla potenza dei quali, più o men
buona colà, Dio voglia salvar l’Italia. Chè le provincie italiane non
han bisogno d’essere disgiunte, ma unite; l’unione delle provincie
in ciascuno dei principati italiani, è l’interesse, il rimedio, la
speranza d’Italia dipendente, intanto che sien possibili le riunioni
degli stati nell’Italia indipendente.
11. Ma procediamo, e cerchiamo tutto quanto possa esser pericolo
dello straniero, epperciò vantaggio de’ principi nostri, cerchiamo
se tal potrebbe essere un governo anche più largo o deliberativo. Nè
perdiamoci tuttavia a discutere in teoria la bontà più o men grande,
o le forme diverse di questi governi, quali si trovano in parecchie
monarchie europee. Anni sono, portavasi a cielo or l’una, or l’altra
forma, e predicavasi ciascuna, quasi panacea universale, libertà
somma. Ora s’è passato all’eccesso opposto; si dispregiano da alcuni,
quasi illusorie ed insufficienti tutte. Forse non si scosterebbe dal
segno chi dicesse: essenza di que’ governi, la pubblicità; e dovunque
sia questa, essere a’ nostri dì libertà sufficiente. E quindi ai più
sperimentati, le forme varie sembrano ora meno importanti che non
parvero già; e il più importante essere il non mutarne sovente, il
fuggire le rivoluzioni. Ad ogni modo e tenendoci all’Italia, non è
dubbio, benchè non abbastanza noto, che vi sono pur troppo, molto
sparsi ancora (come erano altrove pochi anni fa) que’ desiderii
di libertà. Pur troppo dico, anche de’ desiderii moderati; perchè
io vorrei, non rimanesse luogo a niun desiderio se non a quello
d’indipendenza; perchè nelle nazioni come in ogni uomo, due desiderii
son men forti che uno, e l’uno guasta l’altro, e rimangono per lo più
ineffettuati ambedue. Pur troppo sopra tutto, se questi desiderii si
proseguano o senza o contra i principi; perchè allora sono disunioni, e
non unioni, rischi presenti per eventualità future, pericoli e vantaggi
a rovescio di quelli che cerchiano noi, pericolo a noi, vantaggio allo
straniero, regresso, e non progresso verso lo scopo grande. Di che
vidersi da poco più che venti anni in qua due esempi molto diversi:
uno men cattivo, in cui speravasi la libertà vegnente dai principi, o
tutt’al più senza i principi; ed uno peggiore, in che sperossi contra;
e tuttavia tutti e due terminarono con invasioni d’uno ed anche due
stranieri, con diminuzioni d’indipendenza. — Che le grandi mutazioni
dello stato si faccian male e con pericolo dai molti, e sia necessario
rimettersene ai pochi, anche quando non è il pericolo dello straniero,
fu saputo molto bene da quegli antichi, anche repubblicani democratici,
i quali quando avevano a mutare lo stato il mettevano in mano di
pochi o d’un solo, un Licurgo, un Solone, i decemviri, un dittatore. E
seppelo, e notollo Machiavello. E sel sapevano gl’Italiani del medio
evo, i quali pure a pochi o ad uno davan balia per le mutazioni.
Ondechè si vede che fu vera invenzione retrograda, quella moderna
delle assemblee costituenti o _convenzioni_, che ognuno vide poi a
quali e quanto lunghi turbamenti riuscissero, massime ne’ paesi dove
la impresa di libertà si complicò con quella d’indipendenza, come in
Ispagna. E quindi io non posso se non tornare a quell’esempio tanto
più bello, di che già accennai; a quegli Irlandesi i quali nella loro
impresa, comunque chiamisi e sia di libertà o d’indipendenza, si sono
fatti quasi un dittatore od un principe, e ne seguono i cenni, a lui
se ne rimettono, intorno a lui si serbano unanimi epperciò forti, con
sapienza che è insieme veramente antica e cristiana. Ciò che fa la
forza (innegabile ora, a che che ella riesca) della impresa irlandese,
è la perfetta legalità con cui si prosegue da quella nazione, da
quel dittatore uniti. Ciò che può fare la forza dell’impresa nostra è
quella simile o maggior legalità, la quale possiamo aver senz’essi.
E non dicasi che i ribelli fortunati fanno poi nuovi diritti, nuove
legalità. È vero, ma a carico d’esser fortunati. Se nol sono, e finchè
nol sono, son ribelli, han contro a sè tutti i migliori, nazionali o
stranieri. Chi, all’incontro, segue il diritto presente, la legalità,
la legittimità (tutti sinonimi) in una impresa buona ha buoni dunque il
fine e i mezzi; ha per sè la propria coscienza, la propria alacrità,
che è gran forza; ha tutti i buoni, ha la pubblica opinione, che
è forza grandissima; ha il tempo, non dipende dalla fortuna, può
aspettarla, che è la maggior delle forze in una lunga impresa. Io
non saprei augurar maggior ventura, maggior forza o virtù alla patria
mia. — Ma ridotta così ai principi la decisione del passare o no a un
governo deliberativo, sarebbe egli utile passarvi? Parliamo schietto:
anche presa dai principi può esser decisione piena di pericoli, feconda
di disunioni, distraente dall’impresa d’indipendenza, nociva dunque.
Le assemblee deliberative o parlamenti vivono delle opinioni diverse
e divise. Queste sono loro essenza. E se è così nei parlamenti vecchi,
nelle nazioni educatevi e sperimentatevi, tanto più nelle ineducate e
nuove. Francia e Spagna ne han dati esempi numerosi e terribili; senza
contar i pochi e piccoli italiani. La virtù prima di que’ governi è
la sodezza; virtù seconda, la tolleranza reciproca. Sono elle virtù
nostre? — Ma, dicesi, se nol sono, diventerebbono. Sta bene; ma
intanto? Durante l’impresa d’indipendenza, tanto più importante? —
Ma, dicesi ancora, vi si potrebbe educar la nazione nelle assemblee
consultative. Sta benissimo; ma questo apparecchio riconduce di natura
sua ad aspettar tutto dal principe; posciachè dal principe dipende, nel
principe si concentra qualunque governo consultativo, ed al principe
lascerebbe la decisione dell’opportunità e del modo di passare al
governo deliberativo. — E so che può parer noioso agli affrettati. Ma
che farvi? Sia inconveniente; è necessità. Chi non è lunganime, rinunci
alla pratica, ai pensieri stessi di politica. Chi non voglia ammettere
il tempo in qualunque calcolo, non faccia calcoli. Chi ha fretta, tenga
pure sè stesso incapace di quella libertà che desidera.