7. Ma passiamo a quelle forze morali le quali all’occasione accrescono

le materiali, quasi allo infinito. In quelle è il gran vantaggio de’

principi nazionali sullo straniero. Certo i miei leggitori, certo

tutti coloro che volgono l’attenzione a queste speranze, a queste cose

italiane, certo tutti i veri Italiani anteporrebbono qualunque anche

men buono governo nazionale a qualunque anche ottimo straniero. Ma pur

troppo, e già il notammo, sono pure Italiani così avviliti, da non

desiderar se non un governo dolce e buono, qualunque sia del resto,

onde ch’ei venga. E questi avviliti sono pur troppo tante forze morali

ed anche materiali tolte all’Italia, all’occasione, e fin d’ora; e

questi sono che vorrebbonsi racquistare, affinchè sorga una vera e

grande opinione nazionale; questi che non si possono riconquistare

se non facendo i governi italiani incontrastabilmente migliori, più

desiderabili e più desiderati che non lo straniero. Niuna nazione

è, anche nella presente civiltà e coltura cristiana, che compongasi

unicamente di generosi e di colti; in tutte sono molti incapaci, molti

ineducati a quel vero amor patrio, che come tutti gli amori vive di

sacrifici; e ne sono tanto più nelle nazioni dipendenti. Non è colpa

loro non essere stati educati; perdoniamo e cerchiamo educarli quanto

sia possibile; epperciò facciamo loro invidiar le condizioni de’

sudditi italiani. — Nè questo è difficile. Io non salirò in cattedra

a voler insegnare quella scienza del buon governo, la quale non è

recondita oramai, è alla mano di qualunque uomo di sincera volontà. Io

suppongo l’una e l’altra ne’ miei leggitori, e vengo al caso speciale

nostro. — Il governo buono è facilissimo a’ principi nazionali, in

paragone ai signori stranieri, a cui è difficile naturalmente, e

può diventar impossibile. Un principe nazionale ha molti timori di

meno, che non uno straniero; e i timori sono il vero fonte d’ogni mal

governo. Tra un principe nazionale e sua nazione è molta più fiducia,

che non tra il principe straniero e la nazione non sua; e la fiducia

reciproca è il vero fonte di ogni buon governo. Un principe nazionale

non ha bisogno di comprare amici: tutti i sudditi gli sono tali

naturalmente; e se mai ha nemici, può largheggiare con essi in clemenza

e rifarseli amici, mentre lo straniero non può, o non gli serve.

Quest’è la somma di tutto quel libro del _Principe_ di Machiavello, il

quale letto o non letto, è naturalmente messo più o meno in pratica

sempre da qualunque straniero. Un principe nazionale può andar più

ardito perchè quand’anche egli erra, gli errori non gli sono imputati

dal popol suo, come sarebbono ad uno straniero. Quando eccedesse

in levar eserciti, i soldati che restano nel paese e tornan sovente

alle famiglie, vi si adattano facilmente; mentre quelli d’un principe

straniero tratti fuori e lontano, gliel perdonano difficilmente. Se

il principe nazionale eccede in levar tasse o tributi, spendendoli

ei li restituisce al paese, mentre lo straniero portandoli via

l’impoverisce. Se il principe nazionale fa scelte buone, egli contenta

tutti i sudditi; se erra, malcontenta i migliori, ma contenta pure

alcuni, ed è meno danno. Ma il principe straniero malcontenta tutti

eleggendo stranieri anche buoni; e potendo difficilmente eleggere

nazionali buoni, che non soglion servirlo, malcontenta di nuovo tutti

eleggendone de’ cattivi. Se si eccettuino quegli eccessi di tirannia,

i quali ondechè vengano sollevan tutti per vero dire, ma che si fanno

ogni dì più rari; gli arbitrii stessi di qualunque governo assoluto,

ma nazionale, offendon meno e son più rimediabili che gli arbitrii di

uno straniero. Nel primo, la vittima dell’arbitrio può trovar almeno

ne’ parenti, negli amici, ne’ compatriotti qualche difensore, e quindi

qualche giustizia almeno arbitraria; ma ne’ secondi non è nemmeno

questo rimedio, questo temperamento. Il quale è quello poi che fa dar

nomi di _paterni_ a parecchi governi nazionali; ma inapplicabile il

temperamento, inapplicabile è il nome a’ governi stranieri. E in somma

non è opera buona che non si conti le cento volte più, non errore che

non si conti le cento volte meno in un principe nazionale, che in uno

straniero; ondechè di tali differenze farebbesi facilmente un volume

speciale; e noi non ci fermerem quindi se non a due o tre delle più

importanti.

8. Un gran vantaggio de’ principi nazionali è in quella che dicemmo

somma arte del governare in tutte le età, e principalmente nella

nostra; l’arte dell’opportuno conservare ed opportuno progredire. Tale

arte non può esercitarsi bene mai da niun governo in una provincia

straniera; e v’è fittizio e falso il nome stesso di conservatori

che vi prendono alcuni. Non sogliono, non possono esservi tali, o

se sono, è danno loro. Se conservano le leggi, gli usi, le feste

pubbliche, i nomi, la lingua, qualunque cosa patria, ei fanno errore

contra sè e contra la propria conservazione; non possono conservare

sè e la nazionalità insieme, che sono cose antipatiche; non possono

essere sinceri conservatori. Ed all’incontro, qualunque cosa patria

sia conservata dal principe nazionale, è tutto vantaggio della

nazionalità; ondechè, non è dubbio, ei deve conservare quanto più può,

quanto non è utile mutare. — Peggio poi nel progredire. Al principe

straniero ogni progresso è tanto più pericoloso, quanto più è buono;

al principe nazionale è utile ogni buono. Se io scrivessi di filosofia

od anche di politica generale, mi crederei in debito di fermarmi

qui a discernere i progressi buoni, indifferenti e cattivi, cioè i

progressi veri, quelli che si credon tali e non sono nulla, e quelli

che son regressi. Ma lasciando le generalità e non parlando se non di

progressi veri, e nemmen di questi non potendo fare un’esposizione

o lista compiuta, io mi contenterò di pochi esempi. Pogniamo uno

de’ progressi che sembrano potersi fare con più parità dai principi

nazionali e dallo straniero, un progresso non più che materiale,

l’agevolamento delle vie d’ogni sorta tra l’una e l’altra parte della

penisola. L’agevolar siffatte comunicazioni materiali è un agevolar

quelle degli ingegni e de’ costumi, un riunirli, un accomunarli in

tutta la nazione. Ma la comunanza degli ingegni e de’ costumi non può

se non far sentire la comunanza degli interessi, e quindi il pregio

della nazionalità e dell’indipendenza; le quali dovendosi proseguire

dai principi italiani, ma fuggire dallo straniero, ne resulta che il

progresso, così innocuo in apparenza delle comunicazioni materiali,

è buono ai primi e nocivo ultimamente al secondo. E così di tutte

l’altre comunanze, dei commerci, delle poste, delle monete, dei pesi e

misure. E così di quelle leghe doganali che ognuno sa quanto potente

strumento di nazionalità elle sieno altrove, e che tali potrebbono

essere anche in Italia. Perciocchè in queste non sono le difficoltà

della confederazione politica, nè lo straniero le potrebbe impedire

ai principi italiani. — I governi italiani dovrebbono capacitarsi

di ciò: che quantunque di gran lunga men forti in guerra che non il

governo straniero, essi non sono tali, ma puri, finchè duri la pace,

e non si sieno legati sotto lui con una confederazione politica. In

tempo di pace, nelle condizioni presenti della repubblica cristiana, le

dipendenze indeterminate, le preponderanze non dichiarate ne’ trattati,

non sono dipendenze nè preponderanze, se non per coloro che se ne

lascian fare spauracchio. Riducasi al fatto la superiorità di potenza;

è più uomini e più danari; gran superiorità per vero dire in guerra; ma

un nulla finchè non si viene a guerra: alla quale poi non si può venire

dalla potenza prepotente, finchè la inferiore non fa che porre in

opera i diritti della sua indipendenza riconosciuta. Io vorrei vedere

qualche gran principe italiano fare per l’indipendenza ciò che fa il

famoso cittadino irlandese più veramente per la libertà che per la

indipendenza; usare i diritti, tutti i diritti propri fino all’ultimo

limite. L’impresa nostra sarebbe tanto più bella, e più universalmente

applaudita, che i diritti d’indipendenza sono più larghi e più chiari

nella repubblica europea, che non quelli di libertà nello stesso

imperio britannico; e, che de’ diritti di libertà interna si disputa

e si disputerà finchè sarà mondo, ma dell’indipendenza nazionale,

convengon tutti a lodarne la legittimità, la virtù, la santità, il

diritto e il dovere di compierla[35].

9. Un altro gran vantaggio che hanno i principi nazionali sullo

straniero è nella protezione delle colture. Perciocchè anche queste

giovano all’unione, sono forse il massimo stromento di unione in

qualunque nazione di lingua comune e stati diversi; e giovando

all’unione, giovano dunque ai principi nazionali, e nocciono agli

stranieri. Questi non dovrebbero promuover mai le lettere italiane, e

se fosse possibile non dovrebbero soffrirle; ed io mi meraviglio di

quel tanto di sofferenza che dan loro. Le lettere anche compresse,

anche attuate, censurate od evirate, non possono non mantenere e

promuovere la nazionalità. La lingua è segno, suggello principale

di essa; la storia anche nuda ne tien vive le memorie; la storia

virilmente scritta nota gli errori fatti contr’essa, e ciò che sia

da imitare, ciò che da fuggire, ciò che da soffrire per essa; la

filosofia storica mostra come nasca, come si perda, come si recuperi;

la filosofia generale ne fa veder la virtù, vi conforta la ragione

umana; la poesia, le arti vi concitano le passioni; le scienze

materiali stesse, a malgrado della loro apparente innocuità, vi

contribuiscono di molte maniere, e se non altro coll’accrescimento

della gloria nazionale. Niuna coltura è innocua agli stranieri, niuna

dunque inutile a’ principi nazionali, niuna non promovibile da essi.

— Ma per promuoverle sarebbe prima d’ogni cosa necessario rendersi

conto, e compiuto del loro stato presente. E qui è dove fan più danno

non solo i lodatori insinceri e prevaricatori, ma gli stessi sinceri

esagerati. Con queste lusinghe che ci si danno, con questi paragoni

che si fan di noi scrittori italiani con gli stranieri, e si terminano

troppo sovente a nostro onore e gloria, non si fa altro che tener nel

sonno noi scrittori da una parte, e i governi patrii dall’altra. Le

lettere del secolo XIX non han bisogno veramente di quelle protezioni,

di que’ mecenati, di quelle pensioni che eran magnificenze e miserie

dell’età de’ Medici e di Ludovico XIV. Ma le lettere presenti e future

han bisogno di facilità, e, diciam pure la vera parola, di libertà. Ed

il lodar esageratamente noi scrittori di quella che usiamo, e i governi

di quella che ci danno, è un dire che l’una e l’altra bastano, è un

impedire quel progresso dell’una e dell’altra, che gioverebbe a’ nostri

principi, e nocerebbe solamente ai nostri stranieri. Non entrerò ne’

particolari della censura preventiva e repressiva; so che l’ultima non

può essere se non ne’ governi liberi, perchè il censurar repressivo,

cioè ne’ pubblici giudizi, è un ammettere od anzi accrescere quella

pubblicità compiuta, che non può essere se non de’ governi liberi. Ma

anche nella censura preventiva sono gradi diversissimi di facilità

e libertà; e i governi nazionali possono lasciar il massimo, mentre

lo straniero non può nemmeno il minimo. Questa virtù, per esempio,

ch’io lodo della indipendenza nazionale si può certo, e mi pare si

debba lasciar lodare negli stati nazionali; ma non si può nè si debbe

tollerare dagli stranieri. Se questi fossero assennati non dovrebbero

lasciar lodare niuna virtù; perciocchè tutte, anche le più umili in

apparenza, danno forza, e la forza della nazione, sempre utile a’

governi nazionali, è sempre dannosa agli stranieri. — Del resto anche

a’ nostri dì, sono uomini di scienze e di lettere o d’arti, a cui è

indispensabile una protezione più sostanziale, che non quella della

libertà. Coloro a cui l’insegnamento o l’esercizio delle proprie

cognizioni sono professione, possono accettar siffatte protezioni

senza avvilirsi, se non le accettino con condizioni avvilitrici. E

qui pure tutto il vantaggio è de’ principi nazionali. Questi non hanno

interesse ad impor di quelle condizioni nè a professori nè a scolari;

non hanno interesse a menomare, ma ad accrescer l’insegnamento, a far

fiorire gli studi, le università, a spingerle quanto più possano a quel

grado a cui son giunte in Germania, e in altri paesi anche non liberi.

Quando i principi italiani non si lasciassero far paure inutili, non

osterebbe la piccolezza dei loro Stati e la povertà de’ loro erarii.

Non son più grandi nè più ricchi parecchi di quei principi tedeschi

presso cui splendono università numerose e potenti. E se si riducesse

a calcolo ciò che costerebber di più cinque e sei professori de’

primi della penisola, da aggiugnere a quelli di ciascun paese, ei si

vedrebbe che basterebbero e soverchierebbero quaranta o cinquantamila

lire a dare splendore sommo a qualunque delle nostre università, a

qualunque delle capitali letterarie italiane già esistenti. Nè questo

tornerebbe solamente a gloria di quel principe o di quella città.

Sarebbe gran profitto letterario, ed anche politico. Che se giova

alle lettere l’essere coltivate in parecchi luoghi, l’aver parecchi

centri, giova lor pure avere un centro principale; nè senza questo

elle risplendettero molto mai in niuna nazione. E politicamente poi,

se la potenza delle lettere non è da paragonare a quella dell’armi in

tempi di guerra, nè a quella dell’istituzioni civili in tempo di pace,

non è dubbio ch’ella è la principale dopo quelle due, che è il più

gran supplemento a tutte e due. I poveri letterati sogliono essere la

ricchezza più a buon prezzo, e nelle condizioni presenti della Italia

sarebber forse la più profittevole di tutte ad un principe italiano.

Certo, il fare è più che dire; certo, le virtù civili, politiche e

militari son dappiù che non le letterarie; ma finchè non si possono

bene esercitar quelle, son da pregiare e promuover queste pure, che

possono ridestar quelle. Un principe italiano che sapesse far di sua

capitale la capitale della coltura, darebbe un centro all’opinione

italiana; e da quel centro la moverebbe poi facilmente. Prussia ebbe

tal arte in Germania.

10. Ma tutto ciò è un nulla, rispetto agli ordini propriamente detti

del governo. Qui è il massimo fra’ grandi vantaggi de’ principi

nazionali sullo straniero. Qui i primi possono tutto, qui lo straniero

non può nulla, senza pericolo. Io non mi ricordo più chi abbia

inventato quel nome di _governi consultativi_, che è usato poi dal

Gioberti, per accennare i nostri governi, e distinguerli di qua e di là

dai veramente assoluti e dai deliberativi. Ad ogni modo è nome molto

bene inventato ed usato, se si dia non solamente ai governi italiani

presenti, ma ancora ad altri simili e stranieri e più antichi, a quasi

tutti in generale i governi cristiani europei, come uscirono di mezzo

al disordine feudale. In tutti, la potenza suprema fu temperata da

consigli più o men bene ordinati, più o meno indipendenti; e questi

furono che distinsero quasi tutte le monarchie europee e cristiane da

quasi tutti i dispotismi orientali; molto meglio, che non que’ due

principii dell’onore e del timore, troppo leggermente o forse non

sinceramente predicati dall’altronde grande Montesquieu. I governi

consultativi che rimangono in Italia, in Austria ed in Prussia, sono

più o meno reliquie di quelli che esistevano già dappertutto; benchè

quello dell’ultima sia forse anche passaggio al deliberativo. — Ma

che che s’abbia a pensare dell’opportunità e della durevolezza di

tali governi, non è dubbio ch’ei possono essere molto più buoni e più

sinceri sotto i principi nazionali, che non sotto allo straniero. Sotto

i primi, i consiglieri possono essere di buona fede, il principe li può

ascoltar con fiducia; perciocchè l’interesse degli uni e dell’altro è

quello d’un medesimo stato. Ma i consiglieri d’un principe straniero,

o sono stranieri ancor’essi ed allora hanno col principe un interesse

contrario a quello della provincia governata, in parecchie questioni

importanti, o almeno in quella importantissima dell’indipendenza;

ondechè nè sono veri consiglieri di tutto lo stato, nè temperamento

del vizio massimo delle diverse nazionalità. Ovvero ei sono nazionali

nostri, ed allora io domanderei loro: a chi attendono, a chi mirano,

a chi servono? Al principe, cui han fatto giuramento? o alla patria,

cui sono astretti senza giuramento? Alla fedeltà contratta, od alla

naturale? Come si salvano dalla doppiezza? Come dallo scrupolo, dalla

vergogna, dal delitto di tradimento, inevitabile dall’una parte o

dall’altra? E il principe crederà egli a tali consiglieri, che nol

possono consigliare se non eleggendo fra due tradimenti, che nol

consiglierebbono se fosser uomini semplici e retti? E così è che un

governo consultativo a casa propria non rimane sinceramente tale in

casa d’altri; è insincero ed assoluto in Italia. — All’incontro, i

principi nazionali possono non solo avere consigli veri, ma estenderne

l’importanza. Io so d’un principe italiano al quale, salito al trono,

furono proposte varie forme di consigli; ed egli, lasciate tutte

quelle, ne imaginò una nuova e bellissima, una che io direi la forma

più perfetta del governo consultativo, quella che più s’accosta ai

vantaggi, quali che sieno, de’ governi deliberativi. Sarebbe questa

forma novissima consistita di consiglieri perpetui e quasi centrali,

e consiglieri annui e provinciali. I quali gli uni e gli altri

sarebbero stati (certo senza pericoli) promovitori di quelle due forze

indispensabili ad ogni governo, la conservatrice e la progressiva. Ed

avrebbero poi tenuto conto opportuno degli interessi universali dello

stato e dei particolari delle provincie; molto meglio forse che non

i consigli provinciali prussiani. Dalla potenza dei quali, più o men

buona colà, Dio voglia salvar l’Italia. Chè le provincie italiane non

han bisogno d’essere disgiunte, ma unite; l’unione delle provincie

in ciascuno dei principati italiani, è l’interesse, il rimedio, la

speranza d’Italia dipendente, intanto che sien possibili le riunioni

degli stati nell’Italia indipendente.

11. Ma procediamo, e cerchiamo tutto quanto possa esser pericolo

dello straniero, epperciò vantaggio de’ principi nostri, cerchiamo

se tal potrebbe essere un governo anche più largo o deliberativo. Nè

perdiamoci tuttavia a discutere in teoria la bontà più o men grande,

o le forme diverse di questi governi, quali si trovano in parecchie

monarchie europee. Anni sono, portavasi a cielo or l’una, or l’altra

forma, e predicavasi ciascuna, quasi panacea universale, libertà

somma. Ora s’è passato all’eccesso opposto; si dispregiano da alcuni,

quasi illusorie ed insufficienti tutte. Forse non si scosterebbe dal

segno chi dicesse: essenza di que’ governi, la pubblicità; e dovunque

sia questa, essere a’ nostri dì libertà sufficiente. E quindi ai più

sperimentati, le forme varie sembrano ora meno importanti che non

parvero già; e il più importante essere il non mutarne sovente, il

fuggire le rivoluzioni. Ad ogni modo e tenendoci all’Italia, non è

dubbio, benchè non abbastanza noto, che vi sono pur troppo, molto

sparsi ancora (come erano altrove pochi anni fa) que’ desiderii

di libertà. Pur troppo dico, anche de’ desiderii moderati; perchè

io vorrei, non rimanesse luogo a niun desiderio se non a quello

d’indipendenza; perchè nelle nazioni come in ogni uomo, due desiderii

son men forti che uno, e l’uno guasta l’altro, e rimangono per lo più

ineffettuati ambedue. Pur troppo sopra tutto, se questi desiderii si

proseguano o senza o contra i principi; perchè allora sono disunioni, e

non unioni, rischi presenti per eventualità future, pericoli e vantaggi

a rovescio di quelli che cerchiano noi, pericolo a noi, vantaggio allo

straniero, regresso, e non progresso verso lo scopo grande. Di che

vidersi da poco più che venti anni in qua due esempi molto diversi:

uno men cattivo, in cui speravasi la libertà vegnente dai principi, o

tutt’al più senza i principi; ed uno peggiore, in che sperossi contra;

e tuttavia tutti e due terminarono con invasioni d’uno ed anche due

stranieri, con diminuzioni d’indipendenza. — Che le grandi mutazioni

dello stato si faccian male e con pericolo dai molti, e sia necessario

rimettersene ai pochi, anche quando non è il pericolo dello straniero,

fu saputo molto bene da quegli antichi, anche repubblicani democratici,

i quali quando avevano a mutare lo stato il mettevano in mano di

pochi o d’un solo, un Licurgo, un Solone, i decemviri, un dittatore. E

seppelo, e notollo Machiavello. E sel sapevano gl’Italiani del medio

evo, i quali pure a pochi o ad uno davan balia per le mutazioni.

Ondechè si vede che fu vera invenzione retrograda, quella moderna

delle assemblee costituenti o _convenzioni_, che ognuno vide poi a

quali e quanto lunghi turbamenti riuscissero, massime ne’ paesi dove

la impresa di libertà si complicò con quella d’indipendenza, come in

Ispagna. E quindi io non posso se non tornare a quell’esempio tanto

più bello, di che già accennai; a quegli Irlandesi i quali nella loro

impresa, comunque chiamisi e sia di libertà o d’indipendenza, si sono

fatti quasi un dittatore od un principe, e ne seguono i cenni, a lui

se ne rimettono, intorno a lui si serbano unanimi epperciò forti, con

sapienza che è insieme veramente antica e cristiana. Ciò che fa la

forza (innegabile ora, a che che ella riesca) della impresa irlandese,

è la perfetta legalità con cui si prosegue da quella nazione, da

quel dittatore uniti. Ciò che può fare la forza dell’impresa nostra è

quella simile o maggior legalità, la quale possiamo aver senz’essi.

E non dicasi che i ribelli fortunati fanno poi nuovi diritti, nuove

legalità. È vero, ma a carico d’esser fortunati. Se nol sono, e finchè

nol sono, son ribelli, han contro a sè tutti i migliori, nazionali o

stranieri. Chi, all’incontro, segue il diritto presente, la legalità,

la legittimità (tutti sinonimi) in una impresa buona ha buoni dunque il

fine e i mezzi; ha per sè la propria coscienza, la propria alacrità,

che è gran forza; ha tutti i buoni, ha la pubblica opinione, che

è forza grandissima; ha il tempo, non dipende dalla fortuna, può

aspettarla, che è la maggior delle forze in una lunga impresa. Io

non saprei augurar maggior ventura, maggior forza o virtù alla patria

mia. — Ma ridotta così ai principi la decisione del passare o no a un

governo deliberativo, sarebbe egli utile passarvi? Parliamo schietto:

anche presa dai principi può esser decisione piena di pericoli, feconda

di disunioni, distraente dall’impresa d’indipendenza, nociva dunque.

Le assemblee deliberative o parlamenti vivono delle opinioni diverse

e divise. Queste sono loro essenza. E se è così nei parlamenti vecchi,

nelle nazioni educatevi e sperimentatevi, tanto più nelle ineducate e

nuove. Francia e Spagna ne han dati esempi numerosi e terribili; senza

contar i pochi e piccoli italiani. La virtù prima di que’ governi è

la sodezza; virtù seconda, la tolleranza reciproca. Sono elle virtù

nostre? — Ma, dicesi, se nol sono, diventerebbono. Sta bene; ma

intanto? Durante l’impresa d’indipendenza, tanto più importante? —

Ma, dicesi ancora, vi si potrebbe educar la nazione nelle assemblee

consultative. Sta benissimo; ma questo apparecchio riconduce di natura

sua ad aspettar tutto dal principe; posciachè dal principe dipende, nel

principe si concentra qualunque governo consultativo, ed al principe

lascerebbe la decisione dell’opportunità e del modo di passare al

governo deliberativo. — E so che può parer noioso agli affrettati. Ma

che farvi? Sia inconveniente; è necessità. Chi non è lunganime, rinunci

alla pratica, ai pensieri stessi di politica. Chi non voglia ammettere

il tempo in qualunque calcolo, non faccia calcoli. Chi ha fretta, tenga

pure sè stesso incapace di quella libertà che desidera.

Delle speranze d'Italia · 第 12 / 29 段