conformazione ammirabili che fecero l’Italia atta a tante e così varie
grandezze lungo i secoli, hanno pure questo grande inconveniente: che
v’è naturale e quasi irremediabile la divisione di essa in due parti
distinte: l’Italia settentrionale o val di Po sino agli Appennini, e
la meridionale al di là. La meridionale, fin da quando ella diede il
nome a tutta la penisola, fu anticamente la parte principale, quella
che diede la civiltà e la vita alla parte settentrionale, e che per
essa le fece passare a tutto il mondo antico, a tutto il moderno
e cristiano. Ma ciò è mutato da due o tre secoli in qua: da quando
la civiltà è uguale o maggiore fuori che dentro Italia. D’allora in
poi crebbe la civiltà, la importanza della parte settentrionale, e
come notammo, quella del Piemonte in particolare. Io sono, come s’è
veduto già, poco ambizioso di primati. Nè vorrei pretenderne nessuno
definitivo per l’Italia settentrionale sulla meridionale. Ma finchè
non è compiuta l’impresa d’indipendenza, due primati sono, che non
si posson tôrre all’Italia settentrionale: quello dei pericoli, e
quello poi degli accrescimenti. Quando e come che sieno per venire
le occasioni dell’impresa, questa si farà senza dubbio dalla e nella
Italia settentrionale principalmente; e il risultato necessario sarà
una riunione di essa, uno inorientarsi, un accrescersi la monarchia di
casa Savoia. Ella sola ha i compensi occidentali da dare; ella sola
si trova vicina alle province italo-straniere; ella sola può farle
diventare italiane, che è la somma dell’impresa. Tantochè è quasi dir
lo stesso impresa di indipendenza italiana, o fondazione di un gran
regno ligure-lombardo. Parma e Modena tutt’al più potrebbon prender
parte a quegli accrescimenti; ma nulla o quasi nulla Toscana, nulla
Roma, nulla Napoli. E quindi è forse il pericolo, l’ostacolo maggiore
all’unione de’ principi italiani: che i più, non prevedendo aver
parte agli acquisti, non prendano interesse nè parte all’impresa, e
dimentichino che è impresa non d’acquisti, ma d’indipendenza. — Napoli
specialmente è così lontana, che, oltre al non avere speranze di futuri
accrescimenti, ella può immaginarsi di non aver nemmeno pericoli dallo
straniero. Eppure vegniamo sempre ai fatti. Dal 1814 in qua, Piemonte,
così vicino ad ogni straniero, non soffrì se non una occupazione, e
Napoli, così lontana, ne soffrì due. E se noi risaliamo più e più su,
Piemonte soffrì sì molti passaggi, ma due sole occupazioni lunghe
e vere, nel cinquecento e a’ nostri dì, e non mai una mutazione
di dinastia; la quale anzi uscì sempre da’ pericoli accresciuta di
potenza. Napoli, all’incontro, soffrì mutazioni numerosissime e così
durevoli, che diventarono mutazioni dello stato e delle dinastie;
Longobardi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Francesi, Spagnuoli,
Austriaci, Borboni. E quindi, se si lascino le apparenze vane de’
luoghi e si guardi alla realità della storia, se anche in politica
si segua il metodo comune a tutte le scienze di giudicare dei fatti
incogniti da’ cogniti, di trar le regole dagli sperimenti, noi avremo
a dire che Napoli e Sicilia sieno quella parte d’Italia che ha più a
temere delle invasioni straniere. Nè diremo con parecchi che sia colpa
irremediabile del molle clima, delle molli schiatte. No, in nome della
patria comune; noi non accettiamo nè per essa intiera nè per niuna
parte di lei queste necessità, queste perennità, queste naturalezze
d’ozi o di vizi, smentite dalle storie. Il clima di Italia è quello de’
Romani; il clima del Regno è quello in che si fecero famosi in guerra
Siculi, Sanniti, Normanni; e se la degenerazione fu più frequente in
quella che nell’altre provincie italiane, ella è forse dovuta meno al
clima, che a quell’inganno della situazione estrema, il quale le fa
parer lontani i pericoli, e inutili le preparazioni a difesa; onde
poi le facili, le frequenti invasioni, onde le mutazioni, onde le
corruzioni, effetti prima e nuove cause poi. Ma insomma e per qualunque
ragione, delle dieci mutazioni portate dagli stranieri all’Italia, otto
o nove toccaron sempre a Napoli; ondechè quel popolo e quella dinastia
sono di gran lunga i più interessati a tener lontani quegli stranieri,
epperciò a veder compiuta l’impresa d’indipendenza; e se non avranno a
questa interesse d’accrescimento, essi v’avranno l’interesse maggiore
di conservazione e d’assicurazione. — Nè mancherà loro ultimamente
l’accrescimento stesso. Quando Italia fosse indipendente, quando
avesse satisfatta quella necessità a che ella deve attendere tutta
intiera prima che a niun’altra, sorgeranno per l’Italia quell’altre
dell’estendersi, dell’inorientarsi o immeridionarsi, che sono sentite
da tutte le nazioni cristiane. Ed allora Napoli, se avrà saputo far
bene l’ufficio di potenza seconda nell’impresa di indipendenza, sarà
chiamata all’ufficio di potenza prima nell’impresa di estensione.
Sarà a Tunisi, a Tripoli, o in qualche isola o parte di continente
orientale? Non importa; sarebbe puerilità cercarne ora. Per qualunque
scalo, in qualunque modo, Napoli è destinata a diventar l’anello di
congiunzione dell’Italia colla Cristianità orientale, ed aver quindi i
maggiori profitti ultimi; ma a condizione d’essere stata disinteressata
ne’ primi, generosamente operosa nell’acquisto fondamentale. Noi
accennammo che l’impresa d’indipendenza non vuol esser guastata da
niuna di libertà interna; ma aggiugniam qui, da niun’altra nemmeno.
Una sola conquista è in somma necessaria; la conquista delle provincie
straniere. A chiunque venga il profitto apparente, quello effettivo
sarà di tutti i principi, di tutti i popoli italiani. — E se taluno mi
dicesse che io mi scopro Piemontese parlando così, io risponderò che
poco importa pur ciò. Que’ nostri compatriotti meridionali, qualunque
difetto abbiano, non han certo quello del poco ingegno. E gli uomini
ingegnosi, non solamente soglion intendere ed apprezzar le ragioni
onde ch’elle vengano, senza tener conto della poca autorità di chi le
espone; ma non sogliono nemmeno aspettar che sieno loro esposte, le
trovano da sè. La filosofia storica è colà sul terreno suo nativo;
ed ella serve, quand’è buona, ad intendere non che il passato, pur
l’avvenire; e ad apparecchiarlo.
4. Ma Napoli e Toscana non potrebbero esse pure aver subito lor
profitti, prendendoli sulle provincie adriatiche del papa? e
queste provincie, che sono elle insomma se non un’appendice quasi
innaturalmente congiunta con Roma? E concedendo la convenienza e la
necessità che il papa per essere indipendente sia signor temporale
della sedia sua, queste provincie non son elle inutili a tale
indipendenza? e non mostrarono elle più volte già il loro desiderio di
non rimaner papaline? E quindi in un riordinamento definitivo d’Italia
non sarebbe egli desiderabile di scioglierle in qualunque modo dal
giogo ingrato? E se il papa non le vorrà sciogliere, non sarà egli
il vero e grande ostacolo di qualunque buono ordinamento futuro? come
il furono i predecessori? — Ma, rispondiam noi, se così fu, se i papi
furono o posson essere ostacolo, togliam dunque di mezzo l’ostacolo, ma
togliamolo nel modo che è più facile. E non dunque togliendo il papa,
che non si può tôrre, nè interessandolo contro al buono ordinamento;
ma anzi interessandolo ad esso, facendo che egli pure vi trovi il
vantaggio massimo ed universale dell’indipendenza, e non vi trovi
lo svantaggio particolare, materiale e per così dire palpabile della
diminuzione di stato. Se non fosse della solita ragione di brevità,
io m’impegnerei a mostrare che l’indipendenza d’Italia dovette ai papi
più beni che mali; più spinte che ostacoli, più comodi che incomodi; ma
pogniamo che, pieni di pregiudizi storici guelfi, io e i miei simili
o i dappiù di me, un Manzoni, un Troya, un Gioberti, c’inganniamo del
tutto; pogniamo che, rifatto bene il conto ai papi da Gregorio Magno a
Gregorio XVI, s’abbiano a dire essi definitivamente inconvenienti; essi
resterebbono pure inconvenienti terribilmente antichi, terribilmente
radicati da XII secoli, e che bisognerebbe quindi dire irremovibili,
e che sarebbe utopia il voler rimuovere, e che è necessità, trista o
lieta non importa, di sapervi adattare i nostri disegni. — Ancora, che
sia necessità non trista, ma lieta necessità che si congiunge con tutti
i destini più lieti, più grandi della nostra patria; che l’Italia,
prescelta a sedia del capo, a centro della cristianità, sia interessata
non solamente alla indipendenza, ma alla dignità, allo splendore, alla
potenza di quel capo; che non solamente l’albergarlo, ma il difenderlo
e glorificarlo sia il gran destino d’Italia ne’ secoli futuri, tutto
ciò è così ben esposto non solo nell’ultima, ma anche nell’altre opere
di Gioberti, e queste opere hanno e sono per aver tal popolarità (dico
il popolo de’ colti e sordi) in Italia, che sarebbe stoltezza in me il
volervi aggiungere nulla. E s’io ne detrassi anzi alcun che, se dissi
prematura la quistione della presidenza del papa in una confederazione
italiana, ed esagerata l’idea del primato così assoluto, così quasi
universale come sembra sperato dal Gioberti, io pur ammetto un primato
speciale presente e futuro d’Italia; il primato che le viene, e non le
si può tôrre, dall’essere albergatrice, circondatrice e difenditrice
della sedia pontificale. Questo primato non implica tutti gli altri,
anzi ammette che ognuno degli altri sia tenuto dall’una o l’altra
nazione cristiana. La sola differenza (se forse io non mi inganni,
ed anche egli non l’intenda così) che è qui tra Gioberti e me, è che
egli spera un primato italiano universale o quasi universale in ogni
cosa, ed io non ne spero e direi quasi non ne desidero se non uno
speciale, sperando e desiderando che ogni nazione cristiana n’abbia pur
uno speciale suo[30]. E i fatti passati mi paiono confermare questa
speranza, dei moltiplici primati. Nell’antichità i primati erano
assoluti, universali; perchè la civiltà e la coltura cadendo allora
prontamente in ogni nazione, passavano tutt’intiere dall’una all’altra.
Ma oramai, la civiltà e la coltura sono comuni a tutta la Cristianità,
il vede ognuno; civiltà e coltura si diffondono via via dall’una
all’altra nazione cristiana senza che si perdano in nessuna; e quindi i
primati si fanno via via meno assoluti, meno universali; ogni nazione
serba un brano del primato universale, serba un primato particolare
suo. Il primato italiano dalla fine del secolo XI alla fine del XV si
accostò ad universalità, perchè fu de’ primi. Ma ei si fecero via via
meno universali, e così si fanno e faranno. Forse, conservandosi quello
della potenza e delle diffusioni marittime da una nazione che il tiene
ora con tanti altri, un’altra nazione cristiana salirà al primato della
diffusione asiatica continentale, un’altra a quello della diffusione
affricana[31], un’altra a quello della produzione industriale, e chi sa
quali altre ai primati variabili delle lettere, delle scienze, delle
arti. Ma in mezzo a tutti questi primati speciali, quello d’Italia è
più assicurato che niun altro. Vorrebbe ella non tenerne conto? non
farlo valere tutto il valor suo? e di ciò che è aiuto o vantaggio suo
far impaccio? e non correre ardita tutto il destino suo? od avendone
uno bello, grande e naturale, proporsene qualunque altro fattizio,
innaturale? — L’arte del governare consistette dal principio del
mondo sempre in due parti: conservare e progredire; conservare ciò
solo, ma ciò tutto ch’è buono ed opportuno, progredire in tutto il
resto, ch’è quindi pur buono ed opportuno a mutare. Quelle nazioni
in che la Provvidenza pose due forze, l’una conservatrice, l’altra
progreditrice, furono le più grandi, le più utili al genere umano.
Le monarchie asiatiche ebbero lor forza progreditrice da principio
epperciò crebbero; ma soverchiò in esse la forza conservatrice,
epperciò, non bastando questa da sè, caddero tutte, salvo tre, che
veggiam languir moribonde; Turchia, Persia e quella Cina ch’è esemplar
massimo della conservazione pura. Ma Grecia con la sua forza dorica
conservatrice e la ionica progreditrice, e co’ suoi due centri di
Sparta ed Atene, fu la gran maestra antica di civiltà e coltura. E
tal fu Roma poi colla sua forza conservatrice aristocratica e la sua
progreditrice democratica. E tale Italia nel medio evo, colla sua
forza conservatrice ghibellina, e la sua progreditrice guelfa. Se non
che erano male adattate al loro ufficio queste due; la conservatrice
ghibellina perchè straniera, la progreditrice guelfa perchè capitanata
dai papi che erano di natura loro men progressivi che conservatori;
ondechè ben poterono essere due, tre, dieci papi progressivi finchè
ebbero ad ultimar le libertà ecclesiastiche, ma appena ottenutele
diventarono troppo conservatori come Innocenzo III durante la
minorità di Federico II, ed Alessandro III nei negoziati della tregua
di Venezia. E per ciò più che per ogni altra cosa, si arrestò il
progresso italiano, e poi cadde. Spagna non aveva forza progreditrice
intrinseca, ma solamente una occasionale, la diffusione americana; e
passata questa, decadde. Francia fu grande, finchè durò l’equilibrio
tra il suo governo monarchico conservatore e l’ingegno eminentemente
progressivo della nazione; ma quando soverchiò questo, ella prevaricò,
gettò un lampo meraviglioso, e decadde. Inghilterra straziò sè stessa
per secoli nella contesa delle due forze; ed equilibratele all’ultimo
meravigliosamente, ridottele tutte due a contendere pacificamente,
crebbero in un secolo, quasi da nulla a tutto. Ed appunto perchè la
contesa si fa ivi sotto gli occhi di tutti, tutti san vedere e dire
d’Inghilterra, che la grandezza di lei dura e durerà, secondo che vi
si saprà mantener l’equilibrio e non lasciar soverchiar nè l’una nè
l’altra forza. Ma il medesimo si può e deve dire di tutte le altre
grandezze, sieno esistenti da conservare o cadute da risollevare. E
principalmente d’Italia. Nella quale, cadute da gran tempo felicemente
le due forze ghibellina e guelfa, i due uffici di progresso e di
conservazione finiranno, se Dio voglia, con esser esercitati molto più
naturalmente; il progressivo dagli stati secolari e principalmente da
Piemonte e Napoli, e il conservatore dai papi. Non bisogna giudicare
da ciò che è momento, a ciò che è età vera nella storia. Pare a molti
che Piemonte e Napoli progrediscano lentamente, che non facciano guari
ufficio di elemento progressivo in Italia. Ma concedendo questo, a
chi la colpa? Agli stranieri, che li trattengono. Tolti i quali, non è
possibile che Piemonte, così circondato da quanto è più progressivo sul
continente, e che Napoli, che si trova in mezzo a tutto il movimento
marittimo orientale, non finiscano nel muoversi con animo tanto più
pronto quanto meno stanco. E allora gioverà quella forza conservatrice
del papa, e gioverà tanto meglio, ch’ella non può all’ultimo esser
troppo conservatrice, tratta come è fin d’ora da quella necessità sua
ecclesiastica di ammetter come figliuole egualmente tutte le nazioni
della Cristianità, in qualunque forma, da qualunque forza governate.
— E tutto ciò è futuro molto prevedibile a parer mio. Ma non vuolsi
egli ammettere? Sia pure. Allora noi ricadiamo nel presente; e la gran
necessità del presente è di non guastare con nessuna inutile difficoltà
la già difficile impresa d’indipendenza; di non cacciare fuori di
questa e non por contro questa uno de’ principi italiani più potenti
territorialmente, quello che è poi il più potente per le due autorità
unite in esso; di partire dallo _statu quo_ dell’Italia, per non
mutarvi se non ciò che è indispensabile all’impresa[32].
5. Ma lasciamo tutto ciò che sarà da fare al dì che venga l’occasione,
e passiamo a ciò che è da fare fin d’oggi per apparecchiarla e
pressarla. Sarà questa, nella parte pratica, la più pratica del nostro
discorso. Il primo degli apparecchi è senza dubbio quel dell’armi. Ciò
è chiaro agli occhi di tutti; salvi forse alcuni gretti economisti,
i quali in Italia, come altrove, si fanno difensori degli _interessi
materiali_, in che fanno bene; ma difensori esclusivi, in che fanno
male certamente. Costoro soglion guardar quasi con invidia a que’
tanti milioni adoprati intorno agli eserciti, e gridano contro a
queste che chiamano _spese improduttive_, e si fanno una dolce utopia
dei _disarmamenti_. Ma ei mi pare che incominci a passare quel gergo
delle spese improduttive, e s’ammettano oramai, anche dagli economisti
più esclusivi, le spese improduttive materialmente, ma moralmente
produttive; e che incominci pure ad abbandonarsi quell’utopia del
disarmamento, la quale è figlia o sorella di quell’altra della pace
perpetua. Ma, lasciando quanto è fuori del fatto nostro, io dico che
in Italia, al dì d’oggi, non è spesa così ben fatta, come quella che
si fa da due principi italiani per tener su due eserciti nazionali. E
non solo perchè sarebbono necessari all’occasione, che sarebbe ragione
sufficientissima quantunque lontana[33]; ma per quest’altra presente
e non meno importante, che gli eserciti sono uno de’ migliori o forse
il miglior modo di conservare ed accrescere l’operosità, d’impedire
l’ozio italiano, di salvarci da un nuovo _Seicento_. Eccettuando nelle
professioni materiali quella degli agricoltori, e nelle intellettuali
il sacerdozio (che non è professione, ma altissimo ufficio umano, e
non devesi prendere per fruire la vita terrena, ma per condur sè ed
altrui alla ulteriore); di tutte le altre professioni materiali ed
intellettuali, la militare è forse la più sana al corpo insieme ed
all’animo. Delle professioni industriali è noto che sono quasi tutte
mal sane, più o meno sedentarie, più o meno corrompitrici, o almeno
indebolitrici. E quindi alcuni anni di milizia sono il miglior rimedio
che possa essere a tali vizi corporali ed intellettuali; il solo mezzo
di scemarli nelle generazioni presenti, e d’impedirli di passare nelle
future. E quanto alle professioni della magistratura, dell’avvocatura,
dell’amministrazione pubblica, della diplomazia, delle lettere,
delle scienze e delle arti, cioè quanto alle professioni liberali od
intellettuali, tutte sono buone e necessarie senza dubbio, e tutte
possono essere e sono sovente virtuose; ma tutte esaltando l’intelletto
e tenendo in ozio il corpo, sono malsane a questo, e per questo sovente
a quello, e così in somma all’uomo intiero, all’uomo qual è quaggiù,
anima e corpo. E se taluno pur riesce a non lasciarsi effemminare ed
infiacchire da queste occupazioni sedentarie ed ombratili, è caso
raro e da lodarsi tanto più, ma è più raro che non si tramandi il
vizio alle schiatte; ondechè in somma è interesse nazionale che non
si moltiplichino tutte queste professioni oltre il bisogno. E poi,
tutte richieggono disposizioni speciali, e facoltà oltre il comune;
e coloro che le esercitano senza tali facoltà vi fan più male che
bene. E poi, anche quando si lasciassero moltiplicare oltre il bisogno
e le convenienze, elle occuperebbero pure un numero relativamente
piccolo di persone nello stato. La sola professione militare può
tenere operosi i molti e d’ingegno comune. Mirate i paesi dov’ella non
è; e senza uscir d’Italia fate il paragone co’ paesi dov’ella è. In
quelli, le capitali ed anche le cittaduzze ed i borghi sono ripieni
di una classe che si chiama alta, ma non è tale sovente se non come
le materie impure che salgono a galla ne’ liquori fermentati; una
classe di giovani oziosi e corrompitori, di vecchi oziosi e corrotti,
figliuoli cattivi, mariti peggiori e cittadini pessimi. All’incontro,
ne’ paesi dove i giovani sono occupati nell’armi, i più colti in
quelle che si chiaman dotte, e quasi tutti nell’altre, l’ozio ed il
vizio non avendo agio a moltiplicarsi nell’età e nella condizione
corruttrici, non ne scendono con tanta forza sull’altre, e vi sono in
tutto incomparabilmente più rari. E quindi, persistete voi a tor dieci,
venti o cinquanta milioni dal capitolo _guerra_ del bilancio dello
stato? Sia pure. Ma riponeteli nel capitolo _pubblica operosità_, dalla
quale dipende poi il serbar ciò che ci resta, il riacquistar ciò che
ci manca di tutte le virtù nazionali. — Esaminate dunque, correggete,
perfezionate gli ordini della milizia, togliete le spese inutili a
questa operosità; ma serbate, accrescete questa; lasciate che coloro
a’ quali non bastano gli esercizi militari, possan prendere parte
alla realità delle belle guerre di diffusione che va facendo da tutte
parti la Cristianità; e in nome dell’Italia, benedite insomma que’
principi nostri che ci serban l’armi italiane, e confortate gli altri,
quantunque piccoli, ad imitarli. Gli aiuti italiani d’ogni provincia,
quando anche non accrescesser molto il numero, la potenza materiale
degli eserciti italiani, accrescerebbero molto la loro potenza morale
al dì d’adoprarli. Ed intanto negli stati piccoli come ne’ grandi
l’esercizio dell’armi serberà più sani i corpi e gli animi di tutti,
massime nelle condizioni naturalmente inoperose. Nè dicasi forse ciò
che era vero nel secolo scorso, ma sarebbe falso a’ nostri dì: che
i militari sogliono essi stessi essere uomini di poca moralità, di
molto ozio, viziosi, corrompitori. Per poco che uno abbia atteso, non
dico alle scienze militari or così progredite e moltiplici, ma agli
esercizi stessi che si fanno in piazza nei paesi militari italiani o
non italiani, ognun sa che il mestier dell’armi è tutt’altro oramai,
anche in pace, che mestiere ozioso; e che quindi non può esser vizioso.
Io non vorrei offendere, di niuna maniera, niuna dell’altre professioni
liberali; e meno che niuna quella di scrittore che io sto facendo; ma
se proseguissi il paragone, io non potrei se non essere dell’opinione
d’alcuni vecchi della operosissima generazione or finiente, i quali
avendo avuto in sorte d’esercitar parecchie di quelle professioni
insieme od a vicenda, pretendono aver ricevuti incomparabilmente più
esempi e conforti di virtù nella militare che non in nessun’altra.
6. Del resto, tuttociò s’applica a quell’altra professione della
marineria, la quale, anche la non militare, ha tutti i vantaggi
morali, tutta la operosità della milizia terrestre, od anche più. E
quindi io non mi fermerò ad essa se non per far osservare, che è gran
danno ch’ella non sia promossa al paro della milizia nei due grandi
e militari principati italiani, ed anche meno negli altri. Forse, la
non buona direzione che fu data alle nostre marinerie fin da’ primi
anni dopo le restaurazioni, è quella che, avendole fatte quasi inutili
in così poco tempo, le fa ora trascurate. Fin da quegli anni uno de’
primi uomini di mare inglesi, che era pure uno de’ più pratici del
Mediterraneo, dava consiglio che le nostre marinerie si componessero
principalmente od unicamente di navi piccole atte a costeggiare e
correre in tutti gli angoli de’ nostri mari. E nota che non erano
allora quasi usate ancora quelle navi a vapore, e non inventate
quelle lunghe e grosse artiglierie, che hanno ultimamente dato tanto
vantaggio alla marineria numerosa e piccola sulla grossa e rara, per
la maggior parte delle operazioni navali nel Mediterraneo; e s’era
lontani dagli esempi di Beyruth e di San Giovanni d’Acri; ondechè se il
consiglio era buono allora, ei sarebbe ottimo adesso[34]. E tuttavia
ei non fu seguito nè allora nè adesso; non allora, per isfiducia,
vanità, trascuranza od amor degli usi vecchi; non adesso, perchè i
nostri erarii non sono tali da poter rifare una marineria nuova oltre
l’antica, come van facendo Inghilterra e Francia. Ma non potrebbesi
almeno trarre tutta a noi ed ampliare quella navigazione tra una parte
e l’altra della nostra penisola, la quale si fa in parte su navi e da
compagnie straniere? Non potrebbero sorgere più compagnie nazionali? O
a lor difetto i governi? Certo questa è di quelle industrie le quali si
dovrebbon tenere e dire _governative_ o _politiche_, perchè è interesse
non solamente economico, ma politico de’ governi che s’esercitino da’
nazionali; ondechè è il caso di promuoverle ed esercitarle i governi
a difetto delle compagnie. Ei non si dovrebbe perder di occhio mai a
quell’avvenir piuttosto certo che probabile, quando le operosità del
commercio, della guerra, delle diffusioni d’ogni sorta, quasi tutte le
operosità cristiane ripasseranno per il Mediterraneo, a modo del medio
evo. Nel medio evo l’Italia ne aveva il primato, quasi il monopolio. E,
poeticamente, oratoriamente, sarebbe più bello dire: riconquistiamolo;
ed altri forse il direbbe. Ma io non dico nemmeno: facciamoci eguali
a Francia od Inghilterra. Questa eguaglianza potrebbe sì ottenersi
un dì; ma ora ne siamo così lontani, che io dirò solamente; prendiamo
pure una parte minore, ma notevole e proporzionata. La gran vergogna
è non averne quasi nessuna; veder passare e ripassare nuvoli di navi
straniere intorno alle nostre marine, noi collocati così favorevolmente
in mezzo al mare che fu già tutto nostro, ed or sembra di tutti,
fuorchè di noi. Pochi anni sono, quando le navi austriache aiutavano
le inglesi sulle coste di Siria a decidere uno degli episodi più
importanti della questione orientale, italiane erano per la maggior
parte quelle navi, ed italiani que’ marinari. Ma non fu egli vergogna e
danno, che non fossero se non sotto bandiera straniera? E senza dubbio,
in uno o in altro modo, o tosto o tardi, risorgeranno guerre non
dissimili. Non risorgeranno allora navi e marinai italiani a prendervi
parte sotto bandiera italiana? Certo, se Napoli e Piemonte, emulando sè
stessi, apparecchiassero marinerie come eserciti, e gli altri principi
italiani emulassero quei due nell’una e l’altra di quelle forze
materiali, il complesso di queste sarebbe tale da pesar gravemente
nella decisione di quella gran questione cristiana; e da preponderar
poi nella speciale italiana, che ne sarà dipendenza necessaria.