13. La vera opponitrice agl’interessi universali, la dividitrice della

Cristianità, quella che sta sola da una parte, contra tutte le altre

nazioni cristiane, è la Russia. Un atteggiamento politico, che non è

senza apparenza di grandezza; e che ella quindi accetta tacitamente

per lo più, altamente talora. — E tuttavia anche là, se fossero intesi

bene gl’interessi particolari, ei non s’opporrebbero agli universali.

I più grandi autocrati dal principio del secolo scorso furono tre:

Pietro, Caterina, Alessandro. E Pietro fu veramente grande, rivolgendo

la sedia, le ambizioni, la vita russa ad Occidente. Era necessario per

incivilire quel popolo; senza volgersi ad Occidente, all’Europa, alla

Cristianità, Russia non poteva incivilirsi, rimaneva potenza asiatica

e barbara. Pietro ebbe così la sola che sia grandezza vera, quella che

sorge dalle condizioni ben intese e ben avanzate del proprio tempo,

quella che si potrebbe dire grandezza opportuna. Nè trascurò egli

gl’interessi orientali; ma non essendo questi maturi, sacrificolli agli

occidentali, più urgenti. — E maturato poi l’Oriente, precipitante

già l’imperio turco, Caterina vi si rivolse, opportunamente; ma con

più pompa che vera grandezza; non virilmente, come pretendeva; nè

con quella intuizione semplice femminile, che sopravanza talora le

previsioni nostre, ma che non è data guari se non alle donne semplici,

diverse da lei; non con quella fermezza di mente che vede il vero

campo di una grandezza ed abbandona gli altri; non senza distrarsi ad

Occidente, non senza dividere l’impulso e sminuzzar l’ambizione russa.

Il pensiero di Polonia nocque fin d’allora al pensiero di Turchia; la

divisione di Polonia ritardò chi sa per quante generazioni, guastò chi

sa fino a qual segno la divisione di Turchia. — Finalmente Alessandro,

mente e cuor più semplice, più largo d’assai, ma educato fra’

pericoli, tra le vicende, tra gli affetti e le tradizioni occidentali,

ebbe sì quel dì che dicemmo di grande intuizione, quel dì di grande

intelligenza degl’interessi russi e cristiani presenti, degl’interessi

orientali; ma al domani o alla sera di quel dì, si lasciò distrarre

dagl’interessi occidentali, da quella stessa Polonia la quale salvò

così una seconda volta Turchia. Non volle egli, non credette distrarsi;

credette anzi avere stanziata Polonia in una limitatissima libertà.

Come se si potesse stanziare in questa! come se una libertà limitata

non fosse una incipiente, e non chiamasse il seguito! come se, dove non

è indipendenza, la libertà potesse valere ad altro che ad acquistarla!

Alessandro pose in terreno fecondo i semi d’un frutto amaro per

lui; pose le fondamenta, e lasciò l’addentellato d’un edifizio

difficile ad abbandonarsi, impossibile a compiersi da’ successori, la

preponderanza occidentale di Russia. — Non vegniamo più giù; serbiamci

puri d’ingiurie; e non esprimiam nemmeno una indegnazione espressa da

tutti[27]. Osserviamo solamente che la distrazione, l’impedimento,

la piaga occidentale s’è più che mai accresciuta ed inasprita negli

ultimi anni. Ma non è del tutto utopia veder possibile anche là un

progresso dell’opinione pubblica che invada un dì anche quel governo,

quella corte, quella famiglia imperiale, e, perchè no? quello stesso

imperadore. Sono famose là le mutazioni subitane di politica; un

fatto patente, una felice ispirazione, un pensiero del principe,

basta là più che altrove, senza aspettare le naturali, e sopratutto

senza desiderar le scellerate mutazioni del principe, pur troppo

frequenti colà. Que’ principi sogliono essere gli uomini del loro

imperio più avanzati in civiltà; tantochè sono fino a persecuzione

gelosi di tal primato. Ma questo può in somma trarre il principe ad

uno di que’ pensieri che fanno a un tratto d’un uomo e d’una nazione

sviata un uomo e una nazione grande; che farebber là un quarto grande

autocrate, anzi il maggiore di tutti. Sarebbe, è vero, necessario

perciò il vedere, ma pare impossibile che non si vegga anche là un dì

o l’altro: che i tempi presenti ed avvenire sono differentissimi, sono

contrari a quelli di Pietro; che se era grande allora il volgersi ad

Occidente per chiamarne la civiltà, sarebbe più grande ora il volgersi

ad Oriente per portarvela; che Inghilterra e Russia sono a’ nostri

dì le due sole potenze che possono operare in grande la diffusione

orientale della civiltà cristiana, ma che questo gran destino ed

ufficio naturale della Russia non si può adempier da lei insieme con

quello innaturale della diffusione, della preponderanza occidentale;

che queste due diffusioni sono localmente impossibili a farsi insieme

o a vicenda, per essere insieme l’Oriente e l’Occidente della Russia

così distanti da non potervisi fare que’ trasporti di eserciti, di

navi, di forze e di attenzione stessa, i quali son vantaggi della

posizione centrale ne’ paesi più piccoli; che è dunque da sciegliere

inevitabilmente tra la diffusione della civiltà russa all’Oriente, e

quella della preponderanza russa ad Occidente; cioè tra un’impresa

legittima, santa, applaudita, aiutata da tutti, ed una scellerata,

empia, maledetta e contrastata da tutto il resto della Cristianità.

— Sembra un gran chè per vero dire, una impossibilità, che si fermi,

che retroceda in qualunque direzione un tale imperio. Ma retrocesse

il romano sotto Augusto da’ disegni di Cesare, sotto Adriano da que’

di Traiano, e durò secoli per queste retrocessioni. E retrocesse,

invito dapprima, adattatovisi meravigliosamente poi, l’imperio

britannico in America; e cominciò da quel dì il suo secolo di vera

preponderanza, d’incontrastabil primato. Polonia è piaga insanabile

nel corpo russo; non sette, non tredici secoli domeranno quella, più

che Irlanda o Italia. L’identità delle schiatte non è rimedio, ma

esacerbazione della piaga, mantenuta dalla differenza delle religioni,

ed incancherita oramai da ingiustizie, da crudeltà non dimenticabili.

Russia è più inferma che nol si crede, e non ha forse rimedio se

non l’amputazione del membro piagato. Russia n’è certo almeno fatta

fiacca, incapace, impotente; e il provò ad Andrinopoli sul Bosforo, a

Khiva e in Circassia, quantunque postasi a cimento non più che or d’un

imperio cadente, or della diplomazia europea, or d’un kan, or d’una

gente barbarica. I limiti fatti naturali oramai alla Russia dagli odii

reciproci, i limiti che dovrebb’essere _arcanum imperii_ il porre e

sancire sono: a Nord-Ouest, là dove più o meno incomincia Polonia;

a Sud-Ouest, là dove incomincia Ungheria, la sorella di Polonia, là

dove estendendosi Russia abbraccerebbe Ungheria ed Austria, che non

possono lasciarsi così abbracciare ed irretire. Niuno, quantunque

grande, non deve durare in imprese impossibili a compiersi, niuno,

quantunque costante, deve tardare a lasciarle volontariamente; sotto

pena di lasciarle poi per forza, con vergogna e danno. — Il dì poi che

fosse, non dico fatto, ma deliberato o solamente ammesso come possibile

il gran sacrificio, diventerebbero semplici e facili i destini di

Russia. Fermati i limiti occidentali, rimarrebbero tanto più aperti

gli orientali a duplici e triplici compensi. Perciocchè, pogniamo che

sieno or russe intieramente, non solo Polonia, ma Valachia e Servia,

che non sono pur tali di nome e forse meno di fatto. Sarebber tuttavia

più che compensate tutte queste province europee che si lasciassero,

da quelle asiatiche che si prendessero, da Sinope od anche Scutari fino

ad Erivan od all’angolo occidentale od anche all’orientale del Caspio.

Turche o persiane, queste provincie giacciono lì a’ piè di Russia, che

ha poco più a fare che abbassarsi per raccoglierle. Gli Armeno-Turchi e

gli Armeno-Persiani chiamano i Russi, soli cristiani chiamabili, soli

possibili colà. Non ostano se non due imperii impotenti, sconfitti

quando furon soli, e che ora sono appunto soli, e non possono avere

aiuti di nessuna potenza cristiana gelosa. Inghilterra non anderà mai

a ficcarsi così addentro alle terre, nè partendo dall’Indo, nè dal

fondo del golfo Persico, nè dal fondo del mar Nero. Inghilterra ha

sperimentato ultimamente essa stessa nel Cabul, e veduto sperimentare

da Russia sulla via di Khiva que’ deserti che dividono, per secoli e

secoli o forse per sempre, India da Russia. Ed Inghilterra sa che un

altro tal deserto è tra India e Persia settentrionale; ondechè gli

Inglesi sodi e informati non han guari più paura di niuna di quelle

discese russe nell’Indie che furon tema negli anni scorsi di utopie

napoleoniche e continentali. Quegli Inglesi sanno la storia dell’Indie

un po’ meglio che non la sapesse probabilmente Napoleone; e che non la

sappiano poi certamente que’ giornalisti i quali, avendo osservato che

le invasioni all’India venner tutte dall’Indo-Kutsch, dal Nord-Ouest

della penisola, ed osservando poi sulla carta che al Nord-Ouest di

quel Nord-Ouest si trova Russia, ivano profetando una discesa di

questa dalla Neva o dalla Moskova all’Indo e al Gange. Quegli Inglesi

sanno molto bene che tutte quelle invasioni vennero sì da quel primo

Nord-Ouest, ma non mai dal secondo; che vennero da genti numerose, e

grandi imperii stanziati là vicino a Cabulo Ghiznè, o tutt’al più nella

Transoxiana od in Persia, ma non mai da imperii più lontani; tantochè

nè gli antichissimi re dei regi persiani, nè Alessandro macedone, nè

Gengiskan non posero mai piè in ciò che è India, imperio britannico

presente[28]. Se verrà mai a questo qualche pericolo esterno, non

verrà da niun imperio lontano che abbia a passare mezzo mondo per

capitare poi ad uno dei due deserti prima che all’Indo superiore;

ma piuttosto da qualche imperio nuovo che sorgesse più vicino dalle

rovine turche, persiane od anche russe. Ed Inghilterra provvederebbe a

ciò senza dubbio, se venisse il caso; Inghilterra non lascerà mai più

sorgere nè risorgere niun grande imperio asiatico; e si è veduto già

che non ne vuol nemmeno niun affricano vicino all’Asia. Inghilterra

ha quindi anzi interesse che le provincie turco-asiatiche sieno tolte

dall’eventualità degli imperii asiatici vicini per essere aggiunte al

lontanissimo russo. Ma se pur non vedesse tal interesse proprio, certo

ella vedrebbe oramai con indifferenza che Russia s’estendesse fino a

mezzodì del mar Nero od anche del Caspio, che sarebbe ancora un sedici

gradi lontano dall’Indo, co’ deserti frammezzo. E se anche questa

estensione le paresse un tal qual pericolo, certo le parrebbe pericolo

minore che non l’altra estensione russa sulla sponda occidentale del

mar Nero o sul Bosforo; ondechè ella darebbe le mani a quella per

impedire e far indietreggiar questa. — Ed a Russia poi, qual differenza

immensa, totale! Le provincie occidentali, Polonia, quando anche non

fosse piaga, le provincie danubiane, quando non fossero per essere

pietra di scandalo, _casus belli_ perpetuo con Austria, il Bosforo

stesso, quando nol fosse coll’intiera Cristianità, non sarebbero

mai stromenti di vero progresso, di vera potenza interna russa; non

sarebbono mai se non istrumenti a quell’edifizio di preponderanza

occidentale che non può compiersi. All’incontro, le sponde meridionali

del mar Nero aggiunte alle settentrionali ed orientali, facendo della

metà orientale di questo un vero lago russo possibile, chiuso da

Sinope e Sebastopol, aprirebbero le bocche di tutti i fiumi russi ad un

commercio orientale perpetuo, ed indipendente dal Bosforo. E il grande

istmo del Caucaso, già russo di nome, ma che non sarà tale di fatto

mai finchè non sien russe le sponde Sud-Est del mar Nero e Sud-Ouest

del Caspio, accrescerebbe ancora questo commercio russo-asiatico. Le

sponde meridionali del Caspio per sè stesse poi, aprirebbero nuova

via, nuove comunicazioni alla Russia europea ed all’asiatica insieme.

E questo sì che può e debbe un giorno o l’altro esser tutto intiero

lago russo, senzachè nessuno lo possa impedire nè disfare mai più.

Là avrebbesi un campo inesauribile di progressi. Nè dicasi utopia,

perchè è campo così trascurato finora, perchè così lontano, perchè

russo. Cinquant’anni fa avrebbe potuto parer maggior utopia il voler

solcar coi numerosi piroscafi i laghi Ontario od Erie, il Mississipi

o il Missouri, che son pur solcati; e venti anni fa quando le strade

di ferro non parevano adattarsi se non all’interno di qualche _dock_ o

di qualche manifattura inglese, sarebbe paruta utopia, volerne far una

tra le due capitali russe, tra cui pure si fa. Certo, quando Russia

s’aggregasse tutte queste provincie asiatiche-meridionali, quando

s’aprissero tutte queste comunicazioni commerciali, il profitto primo

ne verrebbe alla Russia europea, ma a poco a poco pure all’asiatica. Nè

questa poi potrà mai progredire altrimenti. Non serve mandar guerrieri,

preti, principi e principesse, polacchi e russi, insieme con ladri

ed assassini a popolar Siberia; non serve attirarvi qualche sparso

colono. Ma chi ardirebbe fissare limiti a quelle popolazioni e a quella

civiltà, quando non più limiti, ma mezzi di esse fossero il Caspio, il

Volga e l’Ural, Astrakan, Casan ed Oremburgo?[29] Anni sono, notarono

alcuni viaggiatori che le condizioni de’ paesi ultimi settentrionali

i quali giacciono verso le bocche dell’Obi, del Jenisei e della Lena,

si muterebbero notabilmente se si corressero que’ fiumi con pochi

piroscafi a portarvi più brevemente e più regolarmente le poche merci

necessarie ai pochissimi abitatori. Ma senza concedere nè negare le

possibilità di que’ progressi estremi, chi vorrebbe dire impossibili

quelli dei paesi tanto più temperati che giacciono alle latitudini di

Vienna, Parigi o Londra? Non son queste le utopie, ma quella della

preponderanza russa occidentale; non il progresso dell’Asia, ma il

regresso dell’Europa; ed utopia massima quella di condurre insieme le

due imprese incompatibili.

14. Ma rivolgiamoci alla patria. Alla quale tornando in qualunque

maniera, anche in iscritto, sembra ritrovare una cotale assicuranza

che non si sentiva tra gli stranieri. Io non so come faccian altri che

parlano e sparlano di questi così facilmente; ma io mi sento di mal

agio in tali discorsi, non v’ho fiducia di poter essere utile lodando

nè biasimando. Ed all’incontro, per quanto piccolo uno si ritrovi

in casa, sembra pur ritrovarvi la signoria de’ propri pensieri, più

facile, più consenziente l’udienza, più intese le spiegazioni, più

diritto, più dovere di parlare, più speranze che non sien tutte parole

vane quelle che si rivolgano con sincerità ed amore ai compatriotti.

— E così, dopo molta via percorsa, dopo molti casi posti, riducendoci

ai nostri, ci pare poterli determinare molto più precisamente, e

che sieno tre soli. — 1.º O le grandi potenze cristiane, lasciando

cader l’imperio turco quando che sia, ne raccoglieran le spoglie

secondo gl’interessi universali; e la questione così sciolta porterà

naturalmente da sè l’inorientarsi d’Austria, l’abbandonar essa

l’Italia, il farci quasi dono dell’indipendenza, cioè la più bella

e più facile delle occasioni per noi. — 2.º Ovvero le grandi potenze

cristiane, pur lasciando cadere quell’Imperio, lo spartiranno tra sè

od in frazioni e stati nuovi, con, o senza protettorati, in qualunque

guisa, ma senza rispetto agl’interessi, alla spinta, alle necessità

della Cristianità; ed allora sarà un lungo fare e disfare, una

inevitabil serie di contese, di guerre, di mutazioni, la quale sarà pur

serie di occasioni all’Italia. — 3.º Ovvero (che parrà a molti il caso

più probabile, perch’è il presente) si continuerà a tener su un imperio

fattizio, una rovina, raccogliendone un dì l’uno, un dì l’altro uso,

ora una provincia o una colonia di uno stato europeo, ora uno stato

sotto tre protettori, ora sotto due, sotto uno, in varie guise, secondo

le occasioni; e la serie delle occasioni sarà quindi men buona sì,

ma più lunga che mai per l’Italia. — Quale avverrà più probabilmente

de’ tre casi? Nol sappiamo e non ce ne curiamo per ora. Uno de’

tre avverrà. La massima di tutte le utopie non è quella della pace

perpetua, ma d’una pace perpetua, che offendesse tutti gl’interessi

universali, che fermasse tutti gli andamenti della Cristianità. Una

pace buona satisfarà anche a noi; una cattiva non durerà; e qualunque

guerra grande darà occasioni, non importa quali, quante o quando

sien per essere; l’interesse, il dovere di valercene per acquistar

l’indipendenza riman lo stesso. Nel primo caso del buono ordinamento

della Cristianità, non solamente sarebbe vergogna a noi l’accettare, ma

è improbabile che ci si faccia il dono dell’indipendenza, intieramente

gratuito ed immeritato. Nel secondo e nel terzo caso delle moltiplici

occasioni, niuna di queste rimarrebbe occasione ad oziosi. Dicemmo che

Austria è quella la quale può sola spingersi innanzi per posizione,

quella che si vuole spingere per l’interesse universale; ma diciam ora

ed è chiaro per sè, che è sopratutto interesse italiano. E dicemmo che

Austria, lentissima per sè, sarà lentamente spinta da Inghilterra, e

più fortemente da Germania e da Francia. Ma diciam ora che può e deve

essere spinta principalmente da noi, più interessati che nessuno. A

Germania e Francia l’inorientarsi di Austria darebbe accrescimenti,

sfoghi commerciali o di popolazione; ma a noi darebbe il bene che

li passa tutti, l’indipendenza. E noi siamo poi in tal condizione,

che, quantunque minori che non Francia o Germania, noi possiam pur

dare ad Austria la spinta maggiore di gran lunga. Alcuni di noi siamo

la piaga maggiore che ella abbia in corpo; alcuni altri siamo i più

pericolosi vicini di lei. A noi sta farle sentire l’acerbità della

piaga, affinchè ella pensi a’ rimedii; farle sentire crescente il

pericolo della vicinanza, affinchè ella pensi al proprio trasporto.

La corona lombardo-veneta è troppo bella corona, perchè si lasci o si

muti volontariamente del tutto; un po’ d’aiuto vi si vuole; un po’ di

fatti i quali provino che il cambio non è lasciato a pieno arbitrio di

lei; che non si tratta per lei dell’alternativa di tener Po o prender

Danubio, ma di prendere o non prendere Danubio, come compenso al Po

da perdersi un dì o l’altro ad ogni modo. Austria vive alla giornata,

profittando delle occasioni per continuar come sta, perchè sta bene;

viviamo se si voglia alla giornata anche noi, ma pur valendoci delle

occasioni per mutar ciò che non istà bene per noi. Aspettiamo sì le

occasioni con longanimità, ma prendiamole poi con prontezza. Troppe

passarono già. Tredici secoli è già durata l’impresa. E i secoli son

pur preziosi a una nazione; e se è stoltezza anticiparli, è viltà il

perderli. In politica come in guerra, tutto il resto dell’arte è un

nulla rimpetto al saper cogliere il tempo. Il quale incominciò dalle

prime divisioni fatte, dalle prime spoglie raccolte dell’imperio

destinato a riordinare cadendo la Cristianità. La Provvidenza ci fu

così propizia che ritardò a nostro pro gli ultimi atti di quella

mutazione, che ci concedè nuovo respiro ad apparecchiarci. Ma se

continuassimo a rimaner disapparecchiati, disattenti, non curanti,

oziosi, allora, vergogna, danno e colpa nostra, si deciderà di noi,

senza noi, e contro a noi. I figli nostri malediranno i padri di non

aver fatto nulla, non essere stati nulla a’ dì dell’occasioni, che

non si ritroveranno più. — Ma speriamo, desideriamo, facciamo che non

avvenga così; e veggiam quindi fin d’ora come apparecchiarci alla

occasione, che non può non risorgere un dì o l’altro, e può da un

giorno all’altro.

CAPO DECIMO.

COME VI POSSONO AIUTARE I PRINCIPI ITALIANI

Iis quidem qui _secundum patientiam boni operis_,

gloriam et honorem et _incurruptionem_ quærunt.

(Paul. _ad Rom._, I, 47).

1. Qui incomincia adunque la parte pratica dell’assunto nostro; quella

perciò in che mi duol più di non aver credito che d’oscuro scrittore

su coloro che tengono in mano i nostri destini; quella in che vorrei

sapere entrar meglio in lor ragioni, in lor difficoltà, le quali sono

gravissime senza dubbio. Ma ei mi par pure che sia toccata loro in

tutto una invidiabile opera. Certo, sono al mondo principi più potenti,

uomini di stato in situazioni più clamorose, che non i nostri. Ma

niuno è che abbia dinanzi a sè un’impresa così grande ed all’ultimo

così gloriosa, come quella della indipendenza patria. Passano le

conquiste d’una in altra parte, e lodate dagli uni, sogliono essere

maledette dagli altri; e le legislazioni stesse mutano progrediendo;

ondechè dubbie ed instabili sono quelle glorie de’ conquistatori e

de’ legislatori che il nostro Machiavello e tanti altri pongono in

cima all’umane. Ma le glorie de’ procacciatori e degli apparecchiatori

d’indipendenza sono le più pure, le più sante e le più benedette finchè

ella dura; e non che cessare se mai ella cessa, elle soglion ricevere

nuovo splendore dai desiderii stessi che allor ritornano di lei, e

dagli sforzi per ricuperarla. Ma non dimoriamo in esortazioni, le quali

sogliono essere inefficaci su coloro che abbiano il cuore incallito,

e inutili a coloro che l’abbiano innalzato dalla pratica de’ pubblici

affari.

2. Ed inutili a tutti sarebbero i particolari di ciò che sia da fare

quando venisse la grande occasione. Non sapendo nè quando nè come

verrà, sarebbe tutto utopia il disegnare fin d’ora confederazioni di

due o tre o tutti i principi italiani, od alleanze con gli stranieri,

e peggio che mai divisioni da patteggiare prima o dopo l’evento. Io

so che siffatti particolari sono i gioielli più cercati ne’ libri

politici, dai politici principianti e dilettanti. Ma a costoro, io

mi son già forse fermato troppo; e mi vi vorrei fermare meno che

mai in questo capitolo, che di natura sua s’indirizza agli uomini di

pratica. — Due sole avvertenze generali paiono poter farsi fin d’ora.

La prima è di quella moderazione che deve trovar luogo dappertutto,

anche in un’impresa d’indipendenza. Il grande scrittore a cui noi

facciamo sempre supplemento, e talora opposizione, aspira ad una

indipendenza così compiuta d’Italia, che comprenderebbe non solamente

la penisola e l’isole presentemente italiane, ma anche la Corsica, che

non è tale ora. E certo questa pure sarebbe desiderabile. Ma è ella

sperabile? Certo, Corsica fu Italia e vi rimangono italiane la lingua

e le schiatte; ed italiana la famiglia stessa di Napoleone. Ma questi

appunto fece la patria sua francese irrevocabilmente. È puerilità

quella questione posta in termini generali: se Napoleone fosse italiano

o francese? Veniamo sempre ai fatti, al senso comune, alla voce

universale. Napoleone fu Italiano di schiatta, di sangue, d’ingegno

naturale; ma fu Francese di educazione, d’idee, di disegni, di

interessi, di vita, di gloria; e, nè i Francesi si lasceranno spogliar

mai di questa gloria, nè i Corsi separarsene. E poi, italiane sono pure

le lingue e in gran parte le schiatte di Malta, di Fiume, di Spalatro,

di Ragusi. E vorremmo noi per questo ambire tutto ciò? Noi miseri,

che non possiamo se non da lungi ambire Venezia stessa e Milano? E

non solamente ci metteremmo contro, nella grande impresa, Francia ed

Inghilterra (quel poco!); ma, che è forse peggio, faremmo impossibile

ogni consenso, ogni adattarsi d’Austria ai compensi? pretenderemmo a

quelle coste orientali dell’Adriatico, che dan valore a quei compensi,

che son quelle che le possono far desiderar le provincie danubiane?

Queste sono generose ambizioni senza dubbio, e da piacere al volgo; ma

da far sorridere quanti uomini di pratica restin pure da noi. Ondechè

questa ci pare di quelle quistioni, che basta esporle chiaramente per

torle di mezzo.

Delle speranze d'Italia · 第 10 / 29 段