Cristianità, quella che sta sola da una parte, contra tutte le altre
nazioni cristiane, è la Russia. Un atteggiamento politico, che non è
senza apparenza di grandezza; e che ella quindi accetta tacitamente
per lo più, altamente talora. — E tuttavia anche là, se fossero intesi
bene gl’interessi particolari, ei non s’opporrebbero agli universali.
I più grandi autocrati dal principio del secolo scorso furono tre:
Pietro, Caterina, Alessandro. E Pietro fu veramente grande, rivolgendo
la sedia, le ambizioni, la vita russa ad Occidente. Era necessario per
incivilire quel popolo; senza volgersi ad Occidente, all’Europa, alla
Cristianità, Russia non poteva incivilirsi, rimaneva potenza asiatica
e barbara. Pietro ebbe così la sola che sia grandezza vera, quella che
sorge dalle condizioni ben intese e ben avanzate del proprio tempo,
quella che si potrebbe dire grandezza opportuna. Nè trascurò egli
gl’interessi orientali; ma non essendo questi maturi, sacrificolli agli
occidentali, più urgenti. — E maturato poi l’Oriente, precipitante
già l’imperio turco, Caterina vi si rivolse, opportunamente; ma con
più pompa che vera grandezza; non virilmente, come pretendeva; nè
con quella intuizione semplice femminile, che sopravanza talora le
previsioni nostre, ma che non è data guari se non alle donne semplici,
diverse da lei; non con quella fermezza di mente che vede il vero
campo di una grandezza ed abbandona gli altri; non senza distrarsi ad
Occidente, non senza dividere l’impulso e sminuzzar l’ambizione russa.
Il pensiero di Polonia nocque fin d’allora al pensiero di Turchia; la
divisione di Polonia ritardò chi sa per quante generazioni, guastò chi
sa fino a qual segno la divisione di Turchia. — Finalmente Alessandro,
mente e cuor più semplice, più largo d’assai, ma educato fra’
pericoli, tra le vicende, tra gli affetti e le tradizioni occidentali,
ebbe sì quel dì che dicemmo di grande intuizione, quel dì di grande
intelligenza degl’interessi russi e cristiani presenti, degl’interessi
orientali; ma al domani o alla sera di quel dì, si lasciò distrarre
dagl’interessi occidentali, da quella stessa Polonia la quale salvò
così una seconda volta Turchia. Non volle egli, non credette distrarsi;
credette anzi avere stanziata Polonia in una limitatissima libertà.
Come se si potesse stanziare in questa! come se una libertà limitata
non fosse una incipiente, e non chiamasse il seguito! come se, dove non
è indipendenza, la libertà potesse valere ad altro che ad acquistarla!
Alessandro pose in terreno fecondo i semi d’un frutto amaro per
lui; pose le fondamenta, e lasciò l’addentellato d’un edifizio
difficile ad abbandonarsi, impossibile a compiersi da’ successori, la
preponderanza occidentale di Russia. — Non vegniamo più giù; serbiamci
puri d’ingiurie; e non esprimiam nemmeno una indegnazione espressa da
tutti[27]. Osserviamo solamente che la distrazione, l’impedimento,
la piaga occidentale s’è più che mai accresciuta ed inasprita negli
ultimi anni. Ma non è del tutto utopia veder possibile anche là un
progresso dell’opinione pubblica che invada un dì anche quel governo,
quella corte, quella famiglia imperiale, e, perchè no? quello stesso
imperadore. Sono famose là le mutazioni subitane di politica; un
fatto patente, una felice ispirazione, un pensiero del principe,
basta là più che altrove, senza aspettare le naturali, e sopratutto
senza desiderar le scellerate mutazioni del principe, pur troppo
frequenti colà. Que’ principi sogliono essere gli uomini del loro
imperio più avanzati in civiltà; tantochè sono fino a persecuzione
gelosi di tal primato. Ma questo può in somma trarre il principe ad
uno di que’ pensieri che fanno a un tratto d’un uomo e d’una nazione
sviata un uomo e una nazione grande; che farebber là un quarto grande
autocrate, anzi il maggiore di tutti. Sarebbe, è vero, necessario
perciò il vedere, ma pare impossibile che non si vegga anche là un dì
o l’altro: che i tempi presenti ed avvenire sono differentissimi, sono
contrari a quelli di Pietro; che se era grande allora il volgersi ad
Occidente per chiamarne la civiltà, sarebbe più grande ora il volgersi
ad Oriente per portarvela; che Inghilterra e Russia sono a’ nostri
dì le due sole potenze che possono operare in grande la diffusione
orientale della civiltà cristiana, ma che questo gran destino ed
ufficio naturale della Russia non si può adempier da lei insieme con
quello innaturale della diffusione, della preponderanza occidentale;
che queste due diffusioni sono localmente impossibili a farsi insieme
o a vicenda, per essere insieme l’Oriente e l’Occidente della Russia
così distanti da non potervisi fare que’ trasporti di eserciti, di
navi, di forze e di attenzione stessa, i quali son vantaggi della
posizione centrale ne’ paesi più piccoli; che è dunque da sciegliere
inevitabilmente tra la diffusione della civiltà russa all’Oriente, e
quella della preponderanza russa ad Occidente; cioè tra un’impresa
legittima, santa, applaudita, aiutata da tutti, ed una scellerata,
empia, maledetta e contrastata da tutto il resto della Cristianità.
— Sembra un gran chè per vero dire, una impossibilità, che si fermi,
che retroceda in qualunque direzione un tale imperio. Ma retrocesse
il romano sotto Augusto da’ disegni di Cesare, sotto Adriano da que’
di Traiano, e durò secoli per queste retrocessioni. E retrocesse,
invito dapprima, adattatovisi meravigliosamente poi, l’imperio
britannico in America; e cominciò da quel dì il suo secolo di vera
preponderanza, d’incontrastabil primato. Polonia è piaga insanabile
nel corpo russo; non sette, non tredici secoli domeranno quella, più
che Irlanda o Italia. L’identità delle schiatte non è rimedio, ma
esacerbazione della piaga, mantenuta dalla differenza delle religioni,
ed incancherita oramai da ingiustizie, da crudeltà non dimenticabili.
Russia è più inferma che nol si crede, e non ha forse rimedio se
non l’amputazione del membro piagato. Russia n’è certo almeno fatta
fiacca, incapace, impotente; e il provò ad Andrinopoli sul Bosforo, a
Khiva e in Circassia, quantunque postasi a cimento non più che or d’un
imperio cadente, or della diplomazia europea, or d’un kan, or d’una
gente barbarica. I limiti fatti naturali oramai alla Russia dagli odii
reciproci, i limiti che dovrebb’essere _arcanum imperii_ il porre e
sancire sono: a Nord-Ouest, là dove più o meno incomincia Polonia;
a Sud-Ouest, là dove incomincia Ungheria, la sorella di Polonia, là
dove estendendosi Russia abbraccerebbe Ungheria ed Austria, che non
possono lasciarsi così abbracciare ed irretire. Niuno, quantunque
grande, non deve durare in imprese impossibili a compiersi, niuno,
quantunque costante, deve tardare a lasciarle volontariamente; sotto
pena di lasciarle poi per forza, con vergogna e danno. — Il dì poi che
fosse, non dico fatto, ma deliberato o solamente ammesso come possibile
il gran sacrificio, diventerebbero semplici e facili i destini di
Russia. Fermati i limiti occidentali, rimarrebbero tanto più aperti
gli orientali a duplici e triplici compensi. Perciocchè, pogniamo che
sieno or russe intieramente, non solo Polonia, ma Valachia e Servia,
che non sono pur tali di nome e forse meno di fatto. Sarebber tuttavia
più che compensate tutte queste province europee che si lasciassero,
da quelle asiatiche che si prendessero, da Sinope od anche Scutari fino
ad Erivan od all’angolo occidentale od anche all’orientale del Caspio.
Turche o persiane, queste provincie giacciono lì a’ piè di Russia, che
ha poco più a fare che abbassarsi per raccoglierle. Gli Armeno-Turchi e
gli Armeno-Persiani chiamano i Russi, soli cristiani chiamabili, soli
possibili colà. Non ostano se non due imperii impotenti, sconfitti
quando furon soli, e che ora sono appunto soli, e non possono avere
aiuti di nessuna potenza cristiana gelosa. Inghilterra non anderà mai
a ficcarsi così addentro alle terre, nè partendo dall’Indo, nè dal
fondo del golfo Persico, nè dal fondo del mar Nero. Inghilterra ha
sperimentato ultimamente essa stessa nel Cabul, e veduto sperimentare
da Russia sulla via di Khiva que’ deserti che dividono, per secoli e
secoli o forse per sempre, India da Russia. Ed Inghilterra sa che un
altro tal deserto è tra India e Persia settentrionale; ondechè gli
Inglesi sodi e informati non han guari più paura di niuna di quelle
discese russe nell’Indie che furon tema negli anni scorsi di utopie
napoleoniche e continentali. Quegli Inglesi sanno la storia dell’Indie
un po’ meglio che non la sapesse probabilmente Napoleone; e che non la
sappiano poi certamente que’ giornalisti i quali, avendo osservato che
le invasioni all’India venner tutte dall’Indo-Kutsch, dal Nord-Ouest
della penisola, ed osservando poi sulla carta che al Nord-Ouest di
quel Nord-Ouest si trova Russia, ivano profetando una discesa di
questa dalla Neva o dalla Moskova all’Indo e al Gange. Quegli Inglesi
sanno molto bene che tutte quelle invasioni vennero sì da quel primo
Nord-Ouest, ma non mai dal secondo; che vennero da genti numerose, e
grandi imperii stanziati là vicino a Cabulo Ghiznè, o tutt’al più nella
Transoxiana od in Persia, ma non mai da imperii più lontani; tantochè
nè gli antichissimi re dei regi persiani, nè Alessandro macedone, nè
Gengiskan non posero mai piè in ciò che è India, imperio britannico
presente[28]. Se verrà mai a questo qualche pericolo esterno, non
verrà da niun imperio lontano che abbia a passare mezzo mondo per
capitare poi ad uno dei due deserti prima che all’Indo superiore;
ma piuttosto da qualche imperio nuovo che sorgesse più vicino dalle
rovine turche, persiane od anche russe. Ed Inghilterra provvederebbe a
ciò senza dubbio, se venisse il caso; Inghilterra non lascerà mai più
sorgere nè risorgere niun grande imperio asiatico; e si è veduto già
che non ne vuol nemmeno niun affricano vicino all’Asia. Inghilterra
ha quindi anzi interesse che le provincie turco-asiatiche sieno tolte
dall’eventualità degli imperii asiatici vicini per essere aggiunte al
lontanissimo russo. Ma se pur non vedesse tal interesse proprio, certo
ella vedrebbe oramai con indifferenza che Russia s’estendesse fino a
mezzodì del mar Nero od anche del Caspio, che sarebbe ancora un sedici
gradi lontano dall’Indo, co’ deserti frammezzo. E se anche questa
estensione le paresse un tal qual pericolo, certo le parrebbe pericolo
minore che non l’altra estensione russa sulla sponda occidentale del
mar Nero o sul Bosforo; ondechè ella darebbe le mani a quella per
impedire e far indietreggiar questa. — Ed a Russia poi, qual differenza
immensa, totale! Le provincie occidentali, Polonia, quando anche non
fosse piaga, le provincie danubiane, quando non fossero per essere
pietra di scandalo, _casus belli_ perpetuo con Austria, il Bosforo
stesso, quando nol fosse coll’intiera Cristianità, non sarebbero
mai stromenti di vero progresso, di vera potenza interna russa; non
sarebbono mai se non istrumenti a quell’edifizio di preponderanza
occidentale che non può compiersi. All’incontro, le sponde meridionali
del mar Nero aggiunte alle settentrionali ed orientali, facendo della
metà orientale di questo un vero lago russo possibile, chiuso da
Sinope e Sebastopol, aprirebbero le bocche di tutti i fiumi russi ad un
commercio orientale perpetuo, ed indipendente dal Bosforo. E il grande
istmo del Caucaso, già russo di nome, ma che non sarà tale di fatto
mai finchè non sien russe le sponde Sud-Est del mar Nero e Sud-Ouest
del Caspio, accrescerebbe ancora questo commercio russo-asiatico. Le
sponde meridionali del Caspio per sè stesse poi, aprirebbero nuova
via, nuove comunicazioni alla Russia europea ed all’asiatica insieme.
E questo sì che può e debbe un giorno o l’altro esser tutto intiero
lago russo, senzachè nessuno lo possa impedire nè disfare mai più.
Là avrebbesi un campo inesauribile di progressi. Nè dicasi utopia,
perchè è campo così trascurato finora, perchè così lontano, perchè
russo. Cinquant’anni fa avrebbe potuto parer maggior utopia il voler
solcar coi numerosi piroscafi i laghi Ontario od Erie, il Mississipi
o il Missouri, che son pur solcati; e venti anni fa quando le strade
di ferro non parevano adattarsi se non all’interno di qualche _dock_ o
di qualche manifattura inglese, sarebbe paruta utopia, volerne far una
tra le due capitali russe, tra cui pure si fa. Certo, quando Russia
s’aggregasse tutte queste provincie asiatiche-meridionali, quando
s’aprissero tutte queste comunicazioni commerciali, il profitto primo
ne verrebbe alla Russia europea, ma a poco a poco pure all’asiatica. Nè
questa poi potrà mai progredire altrimenti. Non serve mandar guerrieri,
preti, principi e principesse, polacchi e russi, insieme con ladri
ed assassini a popolar Siberia; non serve attirarvi qualche sparso
colono. Ma chi ardirebbe fissare limiti a quelle popolazioni e a quella
civiltà, quando non più limiti, ma mezzi di esse fossero il Caspio, il
Volga e l’Ural, Astrakan, Casan ed Oremburgo?[29] Anni sono, notarono
alcuni viaggiatori che le condizioni de’ paesi ultimi settentrionali
i quali giacciono verso le bocche dell’Obi, del Jenisei e della Lena,
si muterebbero notabilmente se si corressero que’ fiumi con pochi
piroscafi a portarvi più brevemente e più regolarmente le poche merci
necessarie ai pochissimi abitatori. Ma senza concedere nè negare le
possibilità di que’ progressi estremi, chi vorrebbe dire impossibili
quelli dei paesi tanto più temperati che giacciono alle latitudini di
Vienna, Parigi o Londra? Non son queste le utopie, ma quella della
preponderanza russa occidentale; non il progresso dell’Asia, ma il
regresso dell’Europa; ed utopia massima quella di condurre insieme le
due imprese incompatibili.
14. Ma rivolgiamoci alla patria. Alla quale tornando in qualunque
maniera, anche in iscritto, sembra ritrovare una cotale assicuranza
che non si sentiva tra gli stranieri. Io non so come faccian altri che
parlano e sparlano di questi così facilmente; ma io mi sento di mal
agio in tali discorsi, non v’ho fiducia di poter essere utile lodando
nè biasimando. Ed all’incontro, per quanto piccolo uno si ritrovi
in casa, sembra pur ritrovarvi la signoria de’ propri pensieri, più
facile, più consenziente l’udienza, più intese le spiegazioni, più
diritto, più dovere di parlare, più speranze che non sien tutte parole
vane quelle che si rivolgano con sincerità ed amore ai compatriotti.
— E così, dopo molta via percorsa, dopo molti casi posti, riducendoci
ai nostri, ci pare poterli determinare molto più precisamente, e
che sieno tre soli. — 1.º O le grandi potenze cristiane, lasciando
cader l’imperio turco quando che sia, ne raccoglieran le spoglie
secondo gl’interessi universali; e la questione così sciolta porterà
naturalmente da sè l’inorientarsi d’Austria, l’abbandonar essa
l’Italia, il farci quasi dono dell’indipendenza, cioè la più bella
e più facile delle occasioni per noi. — 2.º Ovvero le grandi potenze
cristiane, pur lasciando cadere quell’Imperio, lo spartiranno tra sè
od in frazioni e stati nuovi, con, o senza protettorati, in qualunque
guisa, ma senza rispetto agl’interessi, alla spinta, alle necessità
della Cristianità; ed allora sarà un lungo fare e disfare, una
inevitabil serie di contese, di guerre, di mutazioni, la quale sarà pur
serie di occasioni all’Italia. — 3.º Ovvero (che parrà a molti il caso
più probabile, perch’è il presente) si continuerà a tener su un imperio
fattizio, una rovina, raccogliendone un dì l’uno, un dì l’altro uso,
ora una provincia o una colonia di uno stato europeo, ora uno stato
sotto tre protettori, ora sotto due, sotto uno, in varie guise, secondo
le occasioni; e la serie delle occasioni sarà quindi men buona sì,
ma più lunga che mai per l’Italia. — Quale avverrà più probabilmente
de’ tre casi? Nol sappiamo e non ce ne curiamo per ora. Uno de’
tre avverrà. La massima di tutte le utopie non è quella della pace
perpetua, ma d’una pace perpetua, che offendesse tutti gl’interessi
universali, che fermasse tutti gli andamenti della Cristianità. Una
pace buona satisfarà anche a noi; una cattiva non durerà; e qualunque
guerra grande darà occasioni, non importa quali, quante o quando
sien per essere; l’interesse, il dovere di valercene per acquistar
l’indipendenza riman lo stesso. Nel primo caso del buono ordinamento
della Cristianità, non solamente sarebbe vergogna a noi l’accettare, ma
è improbabile che ci si faccia il dono dell’indipendenza, intieramente
gratuito ed immeritato. Nel secondo e nel terzo caso delle moltiplici
occasioni, niuna di queste rimarrebbe occasione ad oziosi. Dicemmo che
Austria è quella la quale può sola spingersi innanzi per posizione,
quella che si vuole spingere per l’interesse universale; ma diciam ora
ed è chiaro per sè, che è sopratutto interesse italiano. E dicemmo che
Austria, lentissima per sè, sarà lentamente spinta da Inghilterra, e
più fortemente da Germania e da Francia. Ma diciam ora che può e deve
essere spinta principalmente da noi, più interessati che nessuno. A
Germania e Francia l’inorientarsi di Austria darebbe accrescimenti,
sfoghi commerciali o di popolazione; ma a noi darebbe il bene che
li passa tutti, l’indipendenza. E noi siamo poi in tal condizione,
che, quantunque minori che non Francia o Germania, noi possiam pur
dare ad Austria la spinta maggiore di gran lunga. Alcuni di noi siamo
la piaga maggiore che ella abbia in corpo; alcuni altri siamo i più
pericolosi vicini di lei. A noi sta farle sentire l’acerbità della
piaga, affinchè ella pensi a’ rimedii; farle sentire crescente il
pericolo della vicinanza, affinchè ella pensi al proprio trasporto.
La corona lombardo-veneta è troppo bella corona, perchè si lasci o si
muti volontariamente del tutto; un po’ d’aiuto vi si vuole; un po’ di
fatti i quali provino che il cambio non è lasciato a pieno arbitrio di
lei; che non si tratta per lei dell’alternativa di tener Po o prender
Danubio, ma di prendere o non prendere Danubio, come compenso al Po
da perdersi un dì o l’altro ad ogni modo. Austria vive alla giornata,
profittando delle occasioni per continuar come sta, perchè sta bene;
viviamo se si voglia alla giornata anche noi, ma pur valendoci delle
occasioni per mutar ciò che non istà bene per noi. Aspettiamo sì le
occasioni con longanimità, ma prendiamole poi con prontezza. Troppe
passarono già. Tredici secoli è già durata l’impresa. E i secoli son
pur preziosi a una nazione; e se è stoltezza anticiparli, è viltà il
perderli. In politica come in guerra, tutto il resto dell’arte è un
nulla rimpetto al saper cogliere il tempo. Il quale incominciò dalle
prime divisioni fatte, dalle prime spoglie raccolte dell’imperio
destinato a riordinare cadendo la Cristianità. La Provvidenza ci fu
così propizia che ritardò a nostro pro gli ultimi atti di quella
mutazione, che ci concedè nuovo respiro ad apparecchiarci. Ma se
continuassimo a rimaner disapparecchiati, disattenti, non curanti,
oziosi, allora, vergogna, danno e colpa nostra, si deciderà di noi,
senza noi, e contro a noi. I figli nostri malediranno i padri di non
aver fatto nulla, non essere stati nulla a’ dì dell’occasioni, che
non si ritroveranno più. — Ma speriamo, desideriamo, facciamo che non
avvenga così; e veggiam quindi fin d’ora come apparecchiarci alla
occasione, che non può non risorgere un dì o l’altro, e può da un
giorno all’altro.
CAPO DECIMO.
COME VI POSSONO AIUTARE I PRINCIPI ITALIANI
Iis quidem qui _secundum patientiam boni operis_,
gloriam et honorem et _incurruptionem_ quærunt.
(Paul. _ad Rom._, I, 47).
1. Qui incomincia adunque la parte pratica dell’assunto nostro; quella
perciò in che mi duol più di non aver credito che d’oscuro scrittore
su coloro che tengono in mano i nostri destini; quella in che vorrei
sapere entrar meglio in lor ragioni, in lor difficoltà, le quali sono
gravissime senza dubbio. Ma ei mi par pure che sia toccata loro in
tutto una invidiabile opera. Certo, sono al mondo principi più potenti,
uomini di stato in situazioni più clamorose, che non i nostri. Ma
niuno è che abbia dinanzi a sè un’impresa così grande ed all’ultimo
così gloriosa, come quella della indipendenza patria. Passano le
conquiste d’una in altra parte, e lodate dagli uni, sogliono essere
maledette dagli altri; e le legislazioni stesse mutano progrediendo;
ondechè dubbie ed instabili sono quelle glorie de’ conquistatori e
de’ legislatori che il nostro Machiavello e tanti altri pongono in
cima all’umane. Ma le glorie de’ procacciatori e degli apparecchiatori
d’indipendenza sono le più pure, le più sante e le più benedette finchè
ella dura; e non che cessare se mai ella cessa, elle soglion ricevere
nuovo splendore dai desiderii stessi che allor ritornano di lei, e
dagli sforzi per ricuperarla. Ma non dimoriamo in esortazioni, le quali
sogliono essere inefficaci su coloro che abbiano il cuore incallito,
e inutili a coloro che l’abbiano innalzato dalla pratica de’ pubblici
affari.
2. Ed inutili a tutti sarebbero i particolari di ciò che sia da fare
quando venisse la grande occasione. Non sapendo nè quando nè come
verrà, sarebbe tutto utopia il disegnare fin d’ora confederazioni di
due o tre o tutti i principi italiani, od alleanze con gli stranieri,
e peggio che mai divisioni da patteggiare prima o dopo l’evento. Io
so che siffatti particolari sono i gioielli più cercati ne’ libri
politici, dai politici principianti e dilettanti. Ma a costoro, io
mi son già forse fermato troppo; e mi vi vorrei fermare meno che
mai in questo capitolo, che di natura sua s’indirizza agli uomini di
pratica. — Due sole avvertenze generali paiono poter farsi fin d’ora.
La prima è di quella moderazione che deve trovar luogo dappertutto,
anche in un’impresa d’indipendenza. Il grande scrittore a cui noi
facciamo sempre supplemento, e talora opposizione, aspira ad una
indipendenza così compiuta d’Italia, che comprenderebbe non solamente
la penisola e l’isole presentemente italiane, ma anche la Corsica, che
non è tale ora. E certo questa pure sarebbe desiderabile. Ma è ella
sperabile? Certo, Corsica fu Italia e vi rimangono italiane la lingua
e le schiatte; ed italiana la famiglia stessa di Napoleone. Ma questi
appunto fece la patria sua francese irrevocabilmente. È puerilità
quella questione posta in termini generali: se Napoleone fosse italiano
o francese? Veniamo sempre ai fatti, al senso comune, alla voce
universale. Napoleone fu Italiano di schiatta, di sangue, d’ingegno
naturale; ma fu Francese di educazione, d’idee, di disegni, di
interessi, di vita, di gloria; e, nè i Francesi si lasceranno spogliar
mai di questa gloria, nè i Corsi separarsene. E poi, italiane sono pure
le lingue e in gran parte le schiatte di Malta, di Fiume, di Spalatro,
di Ragusi. E vorremmo noi per questo ambire tutto ciò? Noi miseri,
che non possiamo se non da lungi ambire Venezia stessa e Milano? E
non solamente ci metteremmo contro, nella grande impresa, Francia ed
Inghilterra (quel poco!); ma, che è forse peggio, faremmo impossibile
ogni consenso, ogni adattarsi d’Austria ai compensi? pretenderemmo a
quelle coste orientali dell’Adriatico, che dan valore a quei compensi,
che son quelle che le possono far desiderar le provincie danubiane?
Queste sono generose ambizioni senza dubbio, e da piacere al volgo; ma
da far sorridere quanti uomini di pratica restin pure da noi. Ondechè
questa ci pare di quelle quistioni, che basta esporle chiaramente per
torle di mezzo.