11. Del resto se fosse possibile che Germania non movesse Austria,

Francia moverebbe Germania. — Ma avendo a parlar di Francia in

Italia, e non potendo quindi schivar d’offendere alcuni che mi

paiono pregiudizi, or sinceri, ora no, ma sempre molto dannosi;

tanto è che mi vi opponga direttamente. Incominciarono gli odii, i

rancori, i rimprocci esagerati contro a Francia, al tempo che essa

ci tiranneggiava. Ed erano naturali e scusabili allora; è naturale

e scusabile passar il segno della giustizia, giudicando de’ propri

tiranni; e tanto più che, salve le eccezioni (notate sovente dal

Botta), i Francesi non ci mandavano allora se non la feccia di Francia,

come sogliono tutti i signori stranieri. Ma il pregiudizio avrebbe

dovuto cessare, e, per quanto è lecito dire d’un pregiudizio, avrebbe

dovuto rivolgersi altrove, quando passò altrove la signoria. Non cessò

tuttavia; e le ire compresse scoppiarono anzi allora senza rischio,

non senza viltà, nè senza adulazioni ai signori novelli. Povero

Alfieri! gli si fece prender indegna parte a tutto ciò, pubblicando

postumo, d’ogni maniera, quel _Misogallo_ ch’aveva scritto egli contra

una viva tirannia. I buoni, i retti, i generosi, cioè, che che si

dica, la pluralità degli Italiani, torsero il viso a tali eccessi;

e il pregiudizio non passò dalle corti ai popoli. Ma in breve le

dissensioni, le peritanze, le variazioni, le debolezze del nuovo

governo e del nuovo parlamento di Francia screditarono la nazione

intiera presso a molti non abbastanza sodi di mente o di coltura, per

vedere che questi eran vizi non di quella nazione in particolare,

ma d’ogni rivoluzione in generale; che eran fiotti cessanti a poco

a poco dopo la tempesta. Vennero poi quelle rivoluzioni fallite in

Italia, a cui speraronsi aiuti di Francia, e non si ottennero se non

mali consigli ed impotenti promesse di pochi rivoluzionari francesi;

e così scese il pregiudizio dalla parte cortigiana alla popolana;

e l’opinione italiana, sviata di su e di giù, si riunì quasi tutta

contro Francia. Allora fu uno scatenarsi, un apparente ragionare, e

un effettivo ingiuriare che non è finito per anche. Alzaronsi le grida

a gara da tutte bande. I letterati italiani, negletti in Francia come

in Inghilterra e talora in Germania, per la buona ragione che quanto

più si scrive liberamente in que’ paesi, tanto meno vi si attende

a ciò che si scrive altrove non liberamente; i letterati italiani,

poco informati delle altre letterature, e così dell’altre trascuranze

straniere, ma offesi dì per dì delle francesi, furono de’ primi, e

saran forse degli ultimi a gridare contra la ignoranza, o la leggerezza

francese. I classicisti sopratutti (dico, non quelli che, studiata la

maravigliosa arte antica, se ne san valere come fecero gli antichi

de’ più antichi, secondo i bisogni del proprio tempo; ma coloro che

non sanno uscir essi o vogliono almeno impedire altrui d’uscire dalla

imitazione materiale e ristretta), i classicisti esagerati, che s’eran

provati contro a un Manzoni, ed avevan sollevata l’opinione italiana

non contra lui, ma contra sè, diedersi bello e facil gioco contro gli

scrittori stranieri; e confondendo in questi l’uso e l’abuso della

indipendenza letteraria, confondendo romantici moderati ed esagerati,

tedeschi, inglesi e francesi, affettarono ed affettano un disprezzo,

un’ira speciale contro agli ultimi, più noti; senza tener conto che

quella letteratura è in tutto la più classica fra le moderne; che là

più che altrove si grida contro a quelle novità e quelle esagerazioni;

e che v’è finita o finisce quella moda contro a cui romponsi ancora

inutilmente tante lance italiane. Poi s’aggiunsero i filosofi,

giustamente sdegnati contro alla mala filosofia francese del secolo

scorso e contro alla insufficientemente corretta del secolo presente;

e s’aggiunsero i teologi, i buoni cristiani e buoni cattolici, pur

giustamente rivolti contro all’empietà degli uni, e contro alla nuova

e non retta cattolicità degli altri, ma senza avvertire che anche

tutti questi sono errori finienti, ritorni incipienti a verità. E

s’aggiunsero finalmente molti Italiani generosamente innamorati della

patria, generosamente assumenti l’impegno di difenderla contro alle

calunnie, e di restituirle il sentimento della propria nazionalità; ma

che non tennero bastante conto nè di quanto può essere accusa vera tra

le calunnie, nè di ciò che è ora la buona nazionalità; non avvertirono

esser natura delle nazioni cristiane incivilite, non gli odii, ma gli

amori, non le accuse reciproche, ma le scuse, non gli isolamenti, ma le

congiunzioni, non quell’esaltar sè ed abbassare altrui che era proprio

delle civiltà antiche, ma il pregiar ciascuna delle nazioni cristiane

secondo l’operosità sua nella Cristianità, ma l’accomunar gl’interessi,

i vanti, le cognizioni, l’operosità tutte in una sola[24]. E sarebbe

pur tempo, sarebbe pur necessario che si distruggessero tutti questi

pregiudizi. Perciocchè insomma non potendosi fare sparir dalla terra,

nè allontanar da noi questa Francia così odiata[25], sarebbe pur bene

giudicarne assennatamente, computare tranquillamente le probabilità

di lei per vedere quale abbia ad essere buona o rea, ma inevitabile

l’influenza di lei sulle probabilità italiane. Non serve dire che

non si vuol tale influenza, che non si vuol far dipendere il nostro

avvenire dall’avvenir di Francia; come se l’avvenire d’ogni nazione

cristiana non dipendesse da quel di tutte, e più delle più vicine! come

se la vicinanza di Francia fosse un fatto che si potesse tor di mezzo

con gli odii o i disprezzi! Non è più Francia l’avversaria contro a cui

si voglian rivolgere, non dico gli odii, che non si vogliono rivolger

contro nessuno, ma gli sforzi. Francia non è nè sarà più mai signora

nostra, ha interesse a scemar la signoria straniera, ad accrescere

le signorie italiane in Italia, è l’alleata nostra più naturale,

l’adiutrice principale all’occasione, e tal sarà quanto più s’assoderà.

Anche a Francia si vorrebbe applicare il bel principio, che le nazioni

cristiane non possono morire, e che debbono dunque guarire. E guardando

allor bene ed amorevolmente a Francia, si vedrebbe che la guarigione

è là molto più avanzata che non si dice da noi; e che tornando ella

a quegli abiti di civiltà e religione in che risplendette già tanto,

ella va ora prendendo quegli altri di sodezza che sono immancabili in

qualunque nazione chiamata a discutere i propri interessi. Del resto,

io non posso accennar qui tutte le guarigioni, tutti i passi fatti

là in pochi anni, e mi restringo a quelli che vi si van facendo nella

questione orientale. — Pochi anni sono, già l’accennammo, Francia fu

innaturalmente alleata russa, poi sospettosamente alleata inglese; ma

ella è ora tornata dall’uno e l’altro errore. Dal primo assolutamente;

sia merito di lei, od anzi dei disprezzi russi. Dal secondo, non forse

abbastanza, essendo Francia non già leggera, ma anzi, come Italia,

ostinata nelle antipatie nazionali. Ma Francia sembra almeno aver

ora abbandonato il pensiero di porsi essa, invece d’Inghilterra, in

quell’Egitto il quale non può aver gran valore nè per l’una nè per

l’altra parte se non come passaggio all’Oriente ulteriore; e ne ha

quindi tanto più per l’Inghilterra, quanto son più le Indie inglesi

che non i microscopici stabilimenti francesi di Borbone, Pondichéry,

Chandernagor e Mahé. Certo Inghilterra vi sarebbe perita tutta intiera,

anzichè cedere su tal questione, che è vitale per lei, e secondaria od

anzi di pura vanità per la Francia; ondechè è grandissimo progresso in

questa l’avere tralasciata la inutile ed impossibile competenza. Ed io

crederei ch’ella venga poi abbandonando a poco a poco anche quell’altro

errore dell’isolarsi, in che ella cadde testè, e di che ella diede così

l’idea a’ nostri scrittori non inventori. Perciocchè questa è vana idea

anche a Francia, quantunque tanto più potente, e che parrebbe potere

star da sè. L’isolamento può durare o piuttosto può affettarsi un anno

o due, per contentare alcuni politici popolareschi. Ma in realtà, in

mezzo a questo secolo XIX un isolamento vero non può durare nemmen due

anni; e i Francesi, pronti al tornar dall’errore come al corrervi,

son già tornati da questo pure. E pronti come sono d’intendimento,

essi intenderanno presto o già intendono, che lor vero interesse nella

questione orientale non è di avanzarvisi nè isolati, nè alleati russi,

nè forse inglesi, ma austriaci principalmente. Prima, perchè a Francia

più che a nessuno importa che non s’accresca ad occidente Russia, sua

nemica naturale ed antipatica; ondechè importa a lei aiutar Austria

a prender quanto più può, affinchè Russia prenda tanto meno. Poi,

perchè Russia non si potrà mai persuadere a dar compensi occidentali,

se non per forza, e non si potrà per forza se non col mezzo d’Austria.

Poi, perchè ne darà più facilmente Austria, che v’è avvezza da gran

tempo, e n’ha parecchi a dare a parecchie potenze intermediarie le

quali ne darebbero a Francia. Poi, perchè sarebbe vantaggio speciale

francese, che surgesse una potenza navale austriaca nel mar Nero; la

quale sarebbe seconda in quel mare e quarta nel Mediterraneo, e farebbe

tanto più difficile che quello o questo diventino mai tutto d’una. E

finalmente, perchè quell’interesse dell’independenza d’Italia che noi

cerchiamo è pur interesse di Francia; la quale è e sarà sempre la gran

potenza che raccorrà intorno a sè le minori occidentali, e che non

potendole temere emule, ha interesse a farle forti alleate. Francia

attende ora troppo poco a Italia, ma non può non vedere tosto o tardi

il suo interesse. Neghi chi vuole a Francia ogni amor disinteressato

di civiltà o di cristianesimo, ogni generosità, ogni virtù; ma non le

si neghi almeno quella prontezza d’ingegno e d’operosità che basta a

vedere e proseguire i propri interessi. Le passioni, miseri resti di

tutte le rivoluzioni, poterono turbarle la vista sì alcuni anni, ma

ella s’allontana da sue rivoluzioni, ma ella si libera da sue male

passioni, ma ella s’assoda ogni dì e si rischiara sui veri interessi

suoi, che sono gli europei ed italiani[26]. E Francia ha già avuta sua

spoglia diretta ed oltremarina dell’imperio ottomano; le altre simili

sarebbon poco men che nulla al paragone; Algeri le basta, e soverchia,

le sue ambizioni ulteriori non possono se non essere continentali. E

queste ambizioni, spingendo Italia ed Austria e Prussia ad Oriente,

sono buone all’Europa in generale, all’Italia in particolare. Gli

interessi francesi non meno che gli austriaci sono oramai gli italiani;

ma con questa differenza: che i francesi sono tali fin d’ora, mentre

gli austriaci non saran tali che quando ella si sarà mossa o per

sè o per impulso altrui. — E Italia vedrà, seguirà pur essa i veri

interessi suoi verso Francia, quando vi sia condotta o da uno di que’

grandi principi, o da uno di que’ grandi scrittori che han potenza, non

solamente d’innalzarsi sopra le opinioni volgari ma di mutarle.

12. Ma se tutto questo è interesse di Francia e di tutti, non vi

s’incontrerà ella l’opposizione d’Inghilterra? Non sorgerà ella,

la tiranna dei mari, la ambiziosa, la avara, la perfida Albione,

ad impedir secondo il solito il ben di tutti, per far monopolio di

tutto ella stessa? Singolare pregiudizio, anche questo! il quale si

congiunge in alcuni con quell’altro contra Francia, e si fa tuttavia

venire di Francia od anzi da quanto vi è in Francia di men colto e

men progredito. Poco si legge d’Inglese in Italia; e quel poco, per

la diversità di quel governo, e la peculiarità di quella lingua o

gergo parlamentare, s’intende da pochissimi. Ai quali tuttavia io me

ne rimetto, non volendo fare una nuova digressione, per persuadere

contra i giornali francesi, a’ miei compatrioti: che le conquiste

inglesi nell’Indie, simili per l’illegittimità a tutte le conquiste,

furono molto più civilmente fatte che non le portoghesi, spagnuole,

francesi ed inglesi anteriori; che furono le sole fra le moderne di

che i conquistatori abbiano avuto a rendere conto (più o men severo,

non importa) a un pubblico tribunale; che furono costantemente vietate

prima e disapprovate poi dalla compagnia mercantile dell’India, più

avida di _dividendi_ che non di conquiste; ondechè elle furono fatte

più per necessità od ambizioni private de’ governatori, che non della

nazione intiera; che si può creder quindi, che questi governatori,

tanto riaccostati alla madre patria dal passaggio per l’Egitto, non ne

potranno più far così a lor talento, o le dovranno lasciare, come si

è già veduto del Cabulistan; che la guerra della Cina non fu fatta per

avvelenare i Cinesi coll’opio, ma all’occasione dell’opio per rompere

finalmente il corso di que’ barbari usi commerciali, troppo a lungo

sofferti da tutte le nazioni cristiane, o piuttosto per l’inevitabile

irrompere d’una civiltà maggiore su una tanto minore; e che

l’abolizione della schiavitù dei negri imposta per forza dal Wilbeforce

e da altri buoni cristiani e filosofi al governo ed alla nazione

inglese, e costata un bilione, non fu nè potè esser mai speculazione

commerciale o politica; e via via. Più lungo e più difficile ancora

sarebbe capacitare i nostri dispregiatori di tutto ciò che chiamano

oltremonti ed oltremare: che questa potenza, la quale ha senza dubbio

anche essa le sue piaghe, saprà guarirsene probabilmente molto prima

che non ciascuna altra potenza delle proprie. Io lascio tutto ciò, e

vengo al medesimo argomento finale, che feci per Francia. Credasi pure

interessatissima Inghilterra; ma credasi interessata almeno secondo

quella intelligenza di civiltà che non le si può negare. — E ciò posto,

osserviamo prima quell’impulso britannico a tutti i venti, il quale,

piangane o l’invidii chi vuole, è pur certamente spettacolo pieno di

speranze a tutta la Cristianità. Ma osserviamo poi, che di tutti questi

impulsi, il principale senza paragone è all’Oriente. Là sono oltre a

cento milioni di sudditi inglesi, là la consumazione principale delle

proprie merci, là la produzione di quelle più consumate e adoperate in

Inghilterra, là gl’interessi principali del commercio, della potenza,

della gloria delle schiatte britanniche. E quindi quella necessità

dell’Imperio britannico d’aprirsi la via tanto più corta di Egitto,

e la certezza che egli serberà a qualunque costo quella via, e la

probabilità che egli se l’assicurerà ed aprirà ognor più. Questo è di

gran lunga il maggior interesse britannico nella questione turca. A

petto di questo, tutte le conquiste o i protettorati che ella potrebbe

pretendere sono un nulla; sono di quelle cose in che un ambasciadore,

un ammiraglio, od anche un console possono bene porre ambizione od

impegno, ma in che non ne pongono il governo e la nazione, ondechè

si sogliono poi abbandonare. L’Inghilterra ha più conquiste, che non

desidera; ella incomincia a sentir il peso dell’imperio suo. Ha più

regioni vacue che non ne può popolare; ha più colonie che non profitti

da esse; ha forse più posti navali che non le son necessari a mantenere

la sua prepotenza marittima, e se alcuno le ne manca, ella il prenderà

probabilmente senza scrupolo, ma lo prenderà quanto più ristretto

affinchè le costi quanto meno, come si vede aver fatto in Aden e in

varii altri ultimi acquisti. E quindi può ben essere che tra le ruine

turche ella si approprii qualche dì o l’Egitto o qualche stazione in

esso o vicina ad esso; ma non niuna altra parte notevole dell’Imperio,

non sopratutto niuna provincia europea. E questo non voler conquistar

essa, fa senza dubbio dell’Inghilterra una potenza meno impellente

alle conquiste altrui, una potenza conservatrice nella questione

turca, e tanto più quando ella è retta dai propri _conservatori_.

Ma ella suol dimenticare i riguardi, quand’è retta dalla parte

opposta; e li dimentica ogni dì più, quanto più ella s’avanza sotto

gli uni o gli altri in quella carriera di progressi, in che non suol

nessuno fermarsi ed ella non mai. Quando la caduta e la divisione

turca fosser fatti imminenti, ella non sarebbe ultima a vederli, nè

ad accettarli. Tal non fu finora ad ogni stadio della questione; la

quale, se Francia avesse corrisposto, sarebbe ora avanzata di molto

colla rottura dei Dardanelli, proposta da Inghilterra. Quando si venga

di nuovo a ciò, quando là, nel mar Nero, sia ricondotta e ridiventata

importante la contesa, allora gl’interessi britannici si troveranno

così evidentemente identici con quelli universali, che sarebbe

stolta ipotesi quella, che ella non li saprà vedere; o vedendoli, non

avanzarli; od avanzandoli, non deciderli, non tenervi il posto suo

presente di duce della Cristianità. L’Inghilterra dissoda il terreno

alla Cristianità in tutte le regioni; fa ad essa l’ufficio di quegli

abbattitori di selve e dissodatori di terreno (_pioneers_) che sgombran

la via a’ coloni americani. Ella il farà nel Levante come l’ha fatto

nell’Oriente ulteriore; e il farà per l’interesse britannico come per

il comune. È interesse particolare britannico come comune, che il mar

Nero non sia lago russo; e quindi che Austria abbia la parte maggiore

possibile di quelle marine. È interesse britannico come comune, che una

sola potenza abbia le bocche e il corso del Danubio; e che le bocche

del mar Nero sieno più o men direttamente di chi abbia utilmente le

bocche e il corso del Danubio. È interesse britannico particolare, che

Francia abbia compensi continentali, affinchè ella non ne pretenda de’

marittimi in Levante, in Siria, nell’isole imminenti all’Egitto, dove

Britannia ha diritto, dovere e volere di signoreggiare. Ed è interesse

britannico più che di niun’altra nazione cristiana, che l’Italia

diventi quanto prima nazione indipendente e nazionalizzata; perchè

Britannia, che è la nazione più progredita in industrie e commerci,

è quella che trae sempre i primi vantaggi delle nazioni nuovamente

progredite in indipendenza e nazionalità. Che se è interesse francese

che sieno nel Mediterraneo parecchie potenze navali oltre Britannia;

non è minor interesse britannico che vi sieno tali potenze oltre

Francia. Gli assennati di là come di qua hanno dismessi tutti que’

sogni del Mediterraneo lago francese o lago inglese. Ei sanno che il

Mediterraneo non fu lago mai di nessuno, se non d’Italia due volte;

una volta nell’antichità ed una nel medio evo, quando le civiltà e le

colture universali furono italiane. Ma dacchè la civiltà non può più

essere dell’una o dell’altra sola fra le nazioni cristiane, quando

ella non può aver nome nè realtà se non di civiltà cristiana, non è

più possibile che quel Mediterraneo, su cui mettono tante di quelle

nazioni, diventi mai lago esclusivo di nessuna. Fidiamocene pure a

quel senno, a quella lenta, ma continua forza progrediente, a quella

intelligenza quasi perfetta degl’interessi propri ed universali, che

è già vecchia e pur s’accresce ogni dì nella schiatta britannica. Non

è essa che abbia voluti sempre gl’indugi, che siasi impuntata nello

_statu quo_ della questione turca; ella non li volle, se non quando

vide probabili i profitti di Russia, sua rivale vera e perpetua. Veda

probabili i profitti d’Austria, alleata sua naturale e riconoscente, e

di Francia e Italia, alleate sue naturali quantunque sconoscenti: ed

accertiamoci pure ch’ella non mancherà l’occasione di assicurar loro

questi profitti. Se non fosse altro, per non lasciar durare il rischio

che diventino profitti russi.

Delle speranze d'Italia · 第 9 / 29 段