Francia moverebbe Germania. — Ma avendo a parlar di Francia in
Italia, e non potendo quindi schivar d’offendere alcuni che mi
paiono pregiudizi, or sinceri, ora no, ma sempre molto dannosi;
tanto è che mi vi opponga direttamente. Incominciarono gli odii, i
rancori, i rimprocci esagerati contro a Francia, al tempo che essa
ci tiranneggiava. Ed erano naturali e scusabili allora; è naturale
e scusabile passar il segno della giustizia, giudicando de’ propri
tiranni; e tanto più che, salve le eccezioni (notate sovente dal
Botta), i Francesi non ci mandavano allora se non la feccia di Francia,
come sogliono tutti i signori stranieri. Ma il pregiudizio avrebbe
dovuto cessare, e, per quanto è lecito dire d’un pregiudizio, avrebbe
dovuto rivolgersi altrove, quando passò altrove la signoria. Non cessò
tuttavia; e le ire compresse scoppiarono anzi allora senza rischio,
non senza viltà, nè senza adulazioni ai signori novelli. Povero
Alfieri! gli si fece prender indegna parte a tutto ciò, pubblicando
postumo, d’ogni maniera, quel _Misogallo_ ch’aveva scritto egli contra
una viva tirannia. I buoni, i retti, i generosi, cioè, che che si
dica, la pluralità degli Italiani, torsero il viso a tali eccessi;
e il pregiudizio non passò dalle corti ai popoli. Ma in breve le
dissensioni, le peritanze, le variazioni, le debolezze del nuovo
governo e del nuovo parlamento di Francia screditarono la nazione
intiera presso a molti non abbastanza sodi di mente o di coltura, per
vedere che questi eran vizi non di quella nazione in particolare,
ma d’ogni rivoluzione in generale; che eran fiotti cessanti a poco
a poco dopo la tempesta. Vennero poi quelle rivoluzioni fallite in
Italia, a cui speraronsi aiuti di Francia, e non si ottennero se non
mali consigli ed impotenti promesse di pochi rivoluzionari francesi;
e così scese il pregiudizio dalla parte cortigiana alla popolana;
e l’opinione italiana, sviata di su e di giù, si riunì quasi tutta
contro Francia. Allora fu uno scatenarsi, un apparente ragionare, e
un effettivo ingiuriare che non è finito per anche. Alzaronsi le grida
a gara da tutte bande. I letterati italiani, negletti in Francia come
in Inghilterra e talora in Germania, per la buona ragione che quanto
più si scrive liberamente in que’ paesi, tanto meno vi si attende
a ciò che si scrive altrove non liberamente; i letterati italiani,
poco informati delle altre letterature, e così dell’altre trascuranze
straniere, ma offesi dì per dì delle francesi, furono de’ primi, e
saran forse degli ultimi a gridare contra la ignoranza, o la leggerezza
francese. I classicisti sopratutti (dico, non quelli che, studiata la
maravigliosa arte antica, se ne san valere come fecero gli antichi
de’ più antichi, secondo i bisogni del proprio tempo; ma coloro che
non sanno uscir essi o vogliono almeno impedire altrui d’uscire dalla
imitazione materiale e ristretta), i classicisti esagerati, che s’eran
provati contro a un Manzoni, ed avevan sollevata l’opinione italiana
non contra lui, ma contra sè, diedersi bello e facil gioco contro gli
scrittori stranieri; e confondendo in questi l’uso e l’abuso della
indipendenza letteraria, confondendo romantici moderati ed esagerati,
tedeschi, inglesi e francesi, affettarono ed affettano un disprezzo,
un’ira speciale contro agli ultimi, più noti; senza tener conto che
quella letteratura è in tutto la più classica fra le moderne; che là
più che altrove si grida contro a quelle novità e quelle esagerazioni;
e che v’è finita o finisce quella moda contro a cui romponsi ancora
inutilmente tante lance italiane. Poi s’aggiunsero i filosofi,
giustamente sdegnati contro alla mala filosofia francese del secolo
scorso e contro alla insufficientemente corretta del secolo presente;
e s’aggiunsero i teologi, i buoni cristiani e buoni cattolici, pur
giustamente rivolti contro all’empietà degli uni, e contro alla nuova
e non retta cattolicità degli altri, ma senza avvertire che anche
tutti questi sono errori finienti, ritorni incipienti a verità. E
s’aggiunsero finalmente molti Italiani generosamente innamorati della
patria, generosamente assumenti l’impegno di difenderla contro alle
calunnie, e di restituirle il sentimento della propria nazionalità; ma
che non tennero bastante conto nè di quanto può essere accusa vera tra
le calunnie, nè di ciò che è ora la buona nazionalità; non avvertirono
esser natura delle nazioni cristiane incivilite, non gli odii, ma gli
amori, non le accuse reciproche, ma le scuse, non gli isolamenti, ma le
congiunzioni, non quell’esaltar sè ed abbassare altrui che era proprio
delle civiltà antiche, ma il pregiar ciascuna delle nazioni cristiane
secondo l’operosità sua nella Cristianità, ma l’accomunar gl’interessi,
i vanti, le cognizioni, l’operosità tutte in una sola[24]. E sarebbe
pur tempo, sarebbe pur necessario che si distruggessero tutti questi
pregiudizi. Perciocchè insomma non potendosi fare sparir dalla terra,
nè allontanar da noi questa Francia così odiata[25], sarebbe pur bene
giudicarne assennatamente, computare tranquillamente le probabilità
di lei per vedere quale abbia ad essere buona o rea, ma inevitabile
l’influenza di lei sulle probabilità italiane. Non serve dire che
non si vuol tale influenza, che non si vuol far dipendere il nostro
avvenire dall’avvenir di Francia; come se l’avvenire d’ogni nazione
cristiana non dipendesse da quel di tutte, e più delle più vicine! come
se la vicinanza di Francia fosse un fatto che si potesse tor di mezzo
con gli odii o i disprezzi! Non è più Francia l’avversaria contro a cui
si voglian rivolgere, non dico gli odii, che non si vogliono rivolger
contro nessuno, ma gli sforzi. Francia non è nè sarà più mai signora
nostra, ha interesse a scemar la signoria straniera, ad accrescere
le signorie italiane in Italia, è l’alleata nostra più naturale,
l’adiutrice principale all’occasione, e tal sarà quanto più s’assoderà.
Anche a Francia si vorrebbe applicare il bel principio, che le nazioni
cristiane non possono morire, e che debbono dunque guarire. E guardando
allor bene ed amorevolmente a Francia, si vedrebbe che la guarigione
è là molto più avanzata che non si dice da noi; e che tornando ella
a quegli abiti di civiltà e religione in che risplendette già tanto,
ella va ora prendendo quegli altri di sodezza che sono immancabili in
qualunque nazione chiamata a discutere i propri interessi. Del resto,
io non posso accennar qui tutte le guarigioni, tutti i passi fatti
là in pochi anni, e mi restringo a quelli che vi si van facendo nella
questione orientale. — Pochi anni sono, già l’accennammo, Francia fu
innaturalmente alleata russa, poi sospettosamente alleata inglese; ma
ella è ora tornata dall’uno e l’altro errore. Dal primo assolutamente;
sia merito di lei, od anzi dei disprezzi russi. Dal secondo, non forse
abbastanza, essendo Francia non già leggera, ma anzi, come Italia,
ostinata nelle antipatie nazionali. Ma Francia sembra almeno aver
ora abbandonato il pensiero di porsi essa, invece d’Inghilterra, in
quell’Egitto il quale non può aver gran valore nè per l’una nè per
l’altra parte se non come passaggio all’Oriente ulteriore; e ne ha
quindi tanto più per l’Inghilterra, quanto son più le Indie inglesi
che non i microscopici stabilimenti francesi di Borbone, Pondichéry,
Chandernagor e Mahé. Certo Inghilterra vi sarebbe perita tutta intiera,
anzichè cedere su tal questione, che è vitale per lei, e secondaria od
anzi di pura vanità per la Francia; ondechè è grandissimo progresso in
questa l’avere tralasciata la inutile ed impossibile competenza. Ed io
crederei ch’ella venga poi abbandonando a poco a poco anche quell’altro
errore dell’isolarsi, in che ella cadde testè, e di che ella diede così
l’idea a’ nostri scrittori non inventori. Perciocchè questa è vana idea
anche a Francia, quantunque tanto più potente, e che parrebbe potere
star da sè. L’isolamento può durare o piuttosto può affettarsi un anno
o due, per contentare alcuni politici popolareschi. Ma in realtà, in
mezzo a questo secolo XIX un isolamento vero non può durare nemmen due
anni; e i Francesi, pronti al tornar dall’errore come al corrervi,
son già tornati da questo pure. E pronti come sono d’intendimento,
essi intenderanno presto o già intendono, che lor vero interesse nella
questione orientale non è di avanzarvisi nè isolati, nè alleati russi,
nè forse inglesi, ma austriaci principalmente. Prima, perchè a Francia
più che a nessuno importa che non s’accresca ad occidente Russia, sua
nemica naturale ed antipatica; ondechè importa a lei aiutar Austria
a prender quanto più può, affinchè Russia prenda tanto meno. Poi,
perchè Russia non si potrà mai persuadere a dar compensi occidentali,
se non per forza, e non si potrà per forza se non col mezzo d’Austria.
Poi, perchè ne darà più facilmente Austria, che v’è avvezza da gran
tempo, e n’ha parecchi a dare a parecchie potenze intermediarie le
quali ne darebbero a Francia. Poi, perchè sarebbe vantaggio speciale
francese, che surgesse una potenza navale austriaca nel mar Nero; la
quale sarebbe seconda in quel mare e quarta nel Mediterraneo, e farebbe
tanto più difficile che quello o questo diventino mai tutto d’una. E
finalmente, perchè quell’interesse dell’independenza d’Italia che noi
cerchiamo è pur interesse di Francia; la quale è e sarà sempre la gran
potenza che raccorrà intorno a sè le minori occidentali, e che non
potendole temere emule, ha interesse a farle forti alleate. Francia
attende ora troppo poco a Italia, ma non può non vedere tosto o tardi
il suo interesse. Neghi chi vuole a Francia ogni amor disinteressato
di civiltà o di cristianesimo, ogni generosità, ogni virtù; ma non le
si neghi almeno quella prontezza d’ingegno e d’operosità che basta a
vedere e proseguire i propri interessi. Le passioni, miseri resti di
tutte le rivoluzioni, poterono turbarle la vista sì alcuni anni, ma
ella s’allontana da sue rivoluzioni, ma ella si libera da sue male
passioni, ma ella s’assoda ogni dì e si rischiara sui veri interessi
suoi, che sono gli europei ed italiani[26]. E Francia ha già avuta sua
spoglia diretta ed oltremarina dell’imperio ottomano; le altre simili
sarebbon poco men che nulla al paragone; Algeri le basta, e soverchia,
le sue ambizioni ulteriori non possono se non essere continentali. E
queste ambizioni, spingendo Italia ed Austria e Prussia ad Oriente,
sono buone all’Europa in generale, all’Italia in particolare. Gli
interessi francesi non meno che gli austriaci sono oramai gli italiani;
ma con questa differenza: che i francesi sono tali fin d’ora, mentre
gli austriaci non saran tali che quando ella si sarà mossa o per
sè o per impulso altrui. — E Italia vedrà, seguirà pur essa i veri
interessi suoi verso Francia, quando vi sia condotta o da uno di que’
grandi principi, o da uno di que’ grandi scrittori che han potenza, non
solamente d’innalzarsi sopra le opinioni volgari ma di mutarle.
12. Ma se tutto questo è interesse di Francia e di tutti, non vi
s’incontrerà ella l’opposizione d’Inghilterra? Non sorgerà ella,
la tiranna dei mari, la ambiziosa, la avara, la perfida Albione,
ad impedir secondo il solito il ben di tutti, per far monopolio di
tutto ella stessa? Singolare pregiudizio, anche questo! il quale si
congiunge in alcuni con quell’altro contra Francia, e si fa tuttavia
venire di Francia od anzi da quanto vi è in Francia di men colto e
men progredito. Poco si legge d’Inglese in Italia; e quel poco, per
la diversità di quel governo, e la peculiarità di quella lingua o
gergo parlamentare, s’intende da pochissimi. Ai quali tuttavia io me
ne rimetto, non volendo fare una nuova digressione, per persuadere
contra i giornali francesi, a’ miei compatrioti: che le conquiste
inglesi nell’Indie, simili per l’illegittimità a tutte le conquiste,
furono molto più civilmente fatte che non le portoghesi, spagnuole,
francesi ed inglesi anteriori; che furono le sole fra le moderne di
che i conquistatori abbiano avuto a rendere conto (più o men severo,
non importa) a un pubblico tribunale; che furono costantemente vietate
prima e disapprovate poi dalla compagnia mercantile dell’India, più
avida di _dividendi_ che non di conquiste; ondechè elle furono fatte
più per necessità od ambizioni private de’ governatori, che non della
nazione intiera; che si può creder quindi, che questi governatori,
tanto riaccostati alla madre patria dal passaggio per l’Egitto, non ne
potranno più far così a lor talento, o le dovranno lasciare, come si
è già veduto del Cabulistan; che la guerra della Cina non fu fatta per
avvelenare i Cinesi coll’opio, ma all’occasione dell’opio per rompere
finalmente il corso di que’ barbari usi commerciali, troppo a lungo
sofferti da tutte le nazioni cristiane, o piuttosto per l’inevitabile
irrompere d’una civiltà maggiore su una tanto minore; e che
l’abolizione della schiavitù dei negri imposta per forza dal Wilbeforce
e da altri buoni cristiani e filosofi al governo ed alla nazione
inglese, e costata un bilione, non fu nè potè esser mai speculazione
commerciale o politica; e via via. Più lungo e più difficile ancora
sarebbe capacitare i nostri dispregiatori di tutto ciò che chiamano
oltremonti ed oltremare: che questa potenza, la quale ha senza dubbio
anche essa le sue piaghe, saprà guarirsene probabilmente molto prima
che non ciascuna altra potenza delle proprie. Io lascio tutto ciò, e
vengo al medesimo argomento finale, che feci per Francia. Credasi pure
interessatissima Inghilterra; ma credasi interessata almeno secondo
quella intelligenza di civiltà che non le si può negare. — E ciò posto,
osserviamo prima quell’impulso britannico a tutti i venti, il quale,
piangane o l’invidii chi vuole, è pur certamente spettacolo pieno di
speranze a tutta la Cristianità. Ma osserviamo poi, che di tutti questi
impulsi, il principale senza paragone è all’Oriente. Là sono oltre a
cento milioni di sudditi inglesi, là la consumazione principale delle
proprie merci, là la produzione di quelle più consumate e adoperate in
Inghilterra, là gl’interessi principali del commercio, della potenza,
della gloria delle schiatte britanniche. E quindi quella necessità
dell’Imperio britannico d’aprirsi la via tanto più corta di Egitto,
e la certezza che egli serberà a qualunque costo quella via, e la
probabilità che egli se l’assicurerà ed aprirà ognor più. Questo è di
gran lunga il maggior interesse britannico nella questione turca. A
petto di questo, tutte le conquiste o i protettorati che ella potrebbe
pretendere sono un nulla; sono di quelle cose in che un ambasciadore,
un ammiraglio, od anche un console possono bene porre ambizione od
impegno, ma in che non ne pongono il governo e la nazione, ondechè
si sogliono poi abbandonare. L’Inghilterra ha più conquiste, che non
desidera; ella incomincia a sentir il peso dell’imperio suo. Ha più
regioni vacue che non ne può popolare; ha più colonie che non profitti
da esse; ha forse più posti navali che non le son necessari a mantenere
la sua prepotenza marittima, e se alcuno le ne manca, ella il prenderà
probabilmente senza scrupolo, ma lo prenderà quanto più ristretto
affinchè le costi quanto meno, come si vede aver fatto in Aden e in
varii altri ultimi acquisti. E quindi può ben essere che tra le ruine
turche ella si approprii qualche dì o l’Egitto o qualche stazione in
esso o vicina ad esso; ma non niuna altra parte notevole dell’Imperio,
non sopratutto niuna provincia europea. E questo non voler conquistar
essa, fa senza dubbio dell’Inghilterra una potenza meno impellente
alle conquiste altrui, una potenza conservatrice nella questione
turca, e tanto più quando ella è retta dai propri _conservatori_.
Ma ella suol dimenticare i riguardi, quand’è retta dalla parte
opposta; e li dimentica ogni dì più, quanto più ella s’avanza sotto
gli uni o gli altri in quella carriera di progressi, in che non suol
nessuno fermarsi ed ella non mai. Quando la caduta e la divisione
turca fosser fatti imminenti, ella non sarebbe ultima a vederli, nè
ad accettarli. Tal non fu finora ad ogni stadio della questione; la
quale, se Francia avesse corrisposto, sarebbe ora avanzata di molto
colla rottura dei Dardanelli, proposta da Inghilterra. Quando si venga
di nuovo a ciò, quando là, nel mar Nero, sia ricondotta e ridiventata
importante la contesa, allora gl’interessi britannici si troveranno
così evidentemente identici con quelli universali, che sarebbe
stolta ipotesi quella, che ella non li saprà vedere; o vedendoli, non
avanzarli; od avanzandoli, non deciderli, non tenervi il posto suo
presente di duce della Cristianità. L’Inghilterra dissoda il terreno
alla Cristianità in tutte le regioni; fa ad essa l’ufficio di quegli
abbattitori di selve e dissodatori di terreno (_pioneers_) che sgombran
la via a’ coloni americani. Ella il farà nel Levante come l’ha fatto
nell’Oriente ulteriore; e il farà per l’interesse britannico come per
il comune. È interesse particolare britannico come comune, che il mar
Nero non sia lago russo; e quindi che Austria abbia la parte maggiore
possibile di quelle marine. È interesse britannico come comune, che una
sola potenza abbia le bocche e il corso del Danubio; e che le bocche
del mar Nero sieno più o men direttamente di chi abbia utilmente le
bocche e il corso del Danubio. È interesse britannico particolare, che
Francia abbia compensi continentali, affinchè ella non ne pretenda de’
marittimi in Levante, in Siria, nell’isole imminenti all’Egitto, dove
Britannia ha diritto, dovere e volere di signoreggiare. Ed è interesse
britannico più che di niun’altra nazione cristiana, che l’Italia
diventi quanto prima nazione indipendente e nazionalizzata; perchè
Britannia, che è la nazione più progredita in industrie e commerci,
è quella che trae sempre i primi vantaggi delle nazioni nuovamente
progredite in indipendenza e nazionalità. Che se è interesse francese
che sieno nel Mediterraneo parecchie potenze navali oltre Britannia;
non è minor interesse britannico che vi sieno tali potenze oltre
Francia. Gli assennati di là come di qua hanno dismessi tutti que’
sogni del Mediterraneo lago francese o lago inglese. Ei sanno che il
Mediterraneo non fu lago mai di nessuno, se non d’Italia due volte;
una volta nell’antichità ed una nel medio evo, quando le civiltà e le
colture universali furono italiane. Ma dacchè la civiltà non può più
essere dell’una o dell’altra sola fra le nazioni cristiane, quando
ella non può aver nome nè realtà se non di civiltà cristiana, non è
più possibile che quel Mediterraneo, su cui mettono tante di quelle
nazioni, diventi mai lago esclusivo di nessuna. Fidiamocene pure a
quel senno, a quella lenta, ma continua forza progrediente, a quella
intelligenza quasi perfetta degl’interessi propri ed universali, che
è già vecchia e pur s’accresce ogni dì nella schiatta britannica. Non
è essa che abbia voluti sempre gl’indugi, che siasi impuntata nello
_statu quo_ della questione turca; ella non li volle, se non quando
vide probabili i profitti di Russia, sua rivale vera e perpetua. Veda
probabili i profitti d’Austria, alleata sua naturale e riconoscente, e
di Francia e Italia, alleate sue naturali quantunque sconoscenti: ed
accertiamoci pure ch’ella non mancherà l’occasione di assicurar loro
questi profitti. Se non fosse altro, per non lasciar durare il rischio
che diventino profitti russi.