che probabili, principali: che l’Imperio ottomano cade, e che la
Cristianità sottentra e sottentrerà, quandochesia, comechesia. E
cerchiamo questo quando e questo come, il tempo e il modo. Ma del tempo
non dimentichiamo, che è il maggiore de’ secreti riservatisi dalla
Provvidenza in tutti gli eventi umani futuri. Molti sono prevedibili,
anzi certi, ma di che resta incertissimo il tempo. Quando Gregorio
VII ideò primo un’invasione della Cristianità sull’Islamismo, ei non
la potè ideare se non prevedendole un buon fine, e previde bene.
Ma s’ei previde che avverrebbe in tanti anni o secoli, ei previde
male. Quando dopo sette secoli e più, Alessandro imperatore ideò
nuovamente tale invasione, ei previde con molta più probabilità il
fine più prossimo; ma s’ei previde un’epoca vicina, ei previde pur
male; non poteva prevedere nè la propria incostanza, nè le distrazioni
proprie e delle nazioni cristiane in interessi minori, nè le alleanze
parziali e variabili che succederebbero a quella universale ideata
da lui. La descrizione di queste alleanze sarà un dì uno dei più
singolari episodii della storia diplomatica. Ora sarebbe prematura,
quando n’avessimo luogo. E basterà quindi accennare l’unione che
si mantenne alcuni anni, quasi reliquia della santa Alleanza tra
Russia, Inghilterra e Francia; e l’indipendenza della Grecia che ne
risultò, quasi arra d’acquisti futuri alla Cristianità. Poi, Russia
e Francia unite innaturalmente: e frutti tuttavia della mala unione
gli acquisti russi sul mar Nero, l’acquisto francese d’Algeri: nuove
arre. Poi Francia ed Inghilterra unite molto più naturalmente, ma
con sospetti reciproci, e maggiori, come suole, per parte della
potenza che era in minor fortuna; onde il gran rifiuto di rompere i
Dardanelli, che ritardò chi sa di quanto tempo lo scioglimento della
questione. E quindi l’unione più innaturale, più feconda di sospetti,
più infeconda di veri risultati, più breve che niun’altra, tra Russia
ed Inghilterra. E finalmente, Austria entrata in mezzo a fermar tutto,
a metter tutti d’accordo nel far nulla per ora. Ma siamo giusti, pro
come contro ai nostri avversari. Questo ritardo operato dall’Austria
fu gran beneficio alla Cristianità, al genere umano tutto intiero,
all’Italia in particolare; perchè con que’ sospetti che duravano tra
Francia ed Inghilterra, e le occupazioni indiane e cinesi di questa,
era impossibile allora quell’unione delle due con essa Austria, quel
triumvirato, onde solo può venire qualunque buono scioglimento. Ondechè
se si conceda ad un osservator solitario il classificare le azioni di
uno degli uomini di stato che ne adempiè più ne’ nostri tempi, io direi
ch’egli non ne adempisse niuna mai, le cui conseguenze sieno per essere
più durevoli o più felici, niuna quindi che meriti rimanere a lui più
gloriosa, fin ora. Così, mutate ora le posizioni, gli interessi, le
possibilità universali, e le proprie sue, ei ne adempisse ancor una, la
quale soverchierebbe in vera e durevole utilità, e perciò in gloria,
tutte le adempiute, non solamente da lui, ma da tutti gli uomini di
stato dell’età sua. Ad ogni modo quanto all’Italia, qual che abbia ad
esser il profitto che saprem trarre un giorno dalla grande occasione,
certo è che non eravam pronti in questi anni scorsi a trarne nessuno.
Ma ora, la Cristianità si trova in un intervallo di riposo tra fatti
e fatti; si trova meglio che non fu da trent’anni in qua, riunita
in una quasi alleanza, o men disunita. Quindi è momento favorevole
ad esaminar la questione. Approfittiamone anche noi, per cercare non
il tempo assoluto del termine, ma quello relativo, dico il tempo che
durerà incominciata che sia la gran mutazione. I tempi di mutazioni
o rivoluzioni sono sempre pericolosi e dolorosi; ed incominciati che
sono, quanto più si abbreviano, tanto è meglio. Ma ei si può osservare
in ogni storia e dedur da ogni ragione, che le rivoluzioni non sogliono
finire, se non quando si sono satisfatti gli interessi veri di coloro
che le incominciarono; tantochè si potrebbe dire che le brevità
delle rivoluzioni stanno in ragione diretta di questa satisfazione.
E lasciando gli esempi che s’affollerebbero qui, e venendo al fatto
nostro, facile è vedere fin d’ora: che qual che sia per essere il dì
della caduta ottomana, se le nazioni cristiane si moveranno secondo
gl’interessi universali della Cristianità, che è quanto dire gli
interessi ben intesi di ciascuna, la mutazione fatta così non avrà
bisogno di rifarsi, sarà più breve, più facile, men pericolosa e men
dolorosa; e che all’incontro, se ognuno tira dalla parte sua, senza
rispetto degli interessi altrui, e con mancante intelligenza dei
propri, la mutazione fatta non potrà non rifarsi, una, due, o molte
volte, e durerà ed occuperà male per secoli e secoli l’operosità,
i dolori della Cristianità. Noi siamo in una età, non ostanti le
grandi differenze, simile in ciò a quella quando le genti germaniche
precipitarono sull’Imperio romano. Non intesesi, non potutesi intendere
(chè non era proprio di tal civiltà), strapparono ciascuna un pezzo
della gran preda, e poi sel disputarono fra due, fra tre; e tutti i
pezzi passarono di zanna in zanna, finchè non cessò per stanchezza lo
strazio reciproco; e cessò, osservisi bene, colle divisioni naturali,
inalterabili del territorio europeo. Sarà egli tal esempio di tali
barbari imitato ora da una civiltà così progredita, come si vanta
ed è la presente? Sembra potersi sperare l’opposto. — Del resto, io
prego non mi si faccia forse più sperante, più utopista, che non sono.
Certo sarebbe desiderabile un trattato di alleanza che provvedesse
a tutti i casi. Ma questo nol dico probabile, nè forse possibile.
I casi sono troppi; e suddividendosi ciascuno in parecchi, le
combinazioni di essi diventano incalcolabili. L’accordo non può venir
da un trattato universale, ma forse da uno tra due o tre o quattro
delle potenze più similmente interessate; e intanto e ad ogni modo
dall’opinione universale de’ principi, degli uomini di stato, degli
uomini politici di tutta la Cristianità. Nè questo poi è impossibile
nelle condizioni presenti di civiltà, di pubblicità. E quindi sarebbe
molto desiderabile, che l’assunto si trattasse apertamente ne’ pubblici
parlamenti da uno di quegli uomini che, aggiungendo all’autorità
delle ragioni l’autorità del proprio nome, possono soli riunire i
loro pari in una opinione universale. Ma questo è difficile per ora,
come accennammo. L’argomento non può esser trattato pubblicamente e
convenientemente nè in tali luoghi nè da niuno di quegli uomini di
pratica ai quali noi l’abbandoneremmo volentieri. E poichè così è, e
non abbiamo a chi riferirci, ei ci è forza esaurir noi da noi anche
questa parte inevitabile del nostro assunto. Forse, contro al dir degli
isolatori d’ogni sorta, noi troveremo che gli interessi italiani non
sono altro che gl’interessi di tutti. Ma ei si può intanto asserire,
ch’essi ne dipendono almeno; che lo studio delle speranze nostre, o si
riduce a quello o s’implica in quello di quegli interessi universali.
6. È egli interesse della Cristianità che si compia la liberazione
parziale delle province ottomane passando sotto la protezione russa?
Questa è senza dubbio la prima questione da porsi; perchè s’aggira
su un fatto presente e pressante. Moldavia, Valachia e Servia son
già passate sotto a quel gran protettorato; Grecia sotto quello,
mal equilibrato da due altri[19]; ondechè già non rimangono, se non
le quattro altre provincie; Bulgaria che dicesi già apparecchiata,
Bosnia che si dispone al medesimo passaggio, Albania, e finalmente
Costantinopoli. Ma pogniamo che queste quattro non passate ancora,
passassero, grazie agli sforzi della diplomazia, come Grecia, sotto
a qualche protezione complessiva; che sarà, che diventerà questa,
daccanto o frammezzo a’ protettorati puramente russi? Che, in nome
del buon senso e dello sperimento, se non un nido, un vespaio di
difficoltà, di contese, di guerre, d’invasioni, di miserie locali, e
di miserie di tutta la Cristianità, per anni ed anni e forse secoli?
Non par possibile, che una generazione civile, forte, previdente, e che
dovrebb’essere provvida come la nostra, apparecchi tal destino alle
generazioni venture. Così si è fatto per vero dire fino a ieri, così
si fa oggi; perciocchè sono di ieri o d’oggi le ultime prepotenze russe
nella Servia, la continuazione di questo modo di protettorati semplici
o complessi. Ma non è poi possibile, che non venga dalla continuazione
stessa qualche maggior prepotenza, qualche intollerabile usurpazione,
per parte del protettore principalissimo, la quale desti finalmente
l’attenzione universale. E allora qualche alleanza si farà, qualche
modo si troverà senza dubbio di fermare, od anche di far indietreggiare
l’invasione russa. Questa è la sola che si faccia al presente; e quindi
ella pare sola probabile, sola possibile ai veggenti poco lontano.
Ma ella non può essere se non un modo transitorio, non può di niuna
maniera essere modo ultimo e definitivo della gran mutazione; ella
lascia intiera la questione di ciò in che debba accordarsi un giorno o
l’altro, a che tendere al più presto la cristianità.
7. Quest’interesse ultimo sarebb’egli che si innalzi sulle rovine
dell’Imperio ottomano un Imperio qualunque cristiano? — Ma ciò sarebbe
porre uno stato debole per novità in luogo d’uno debole per vecchiezza;
sarebbe impacciarsi della tutela di quello stato cristiano, come s’è
impacciati ora di quella del mussulmano; sarebbe un’altra mutazione
transitoria. Lo sperimento dello stato greco è conchiudente. Un
Imperio greco a Costantinopoli non sarebbe se non un ingrandimento
del regno greco presente. Nè, per passar questo da regno a imperio,
o per fondarsene uno simile avrebbonsi condizioni diverse. Le genti
state lungamente serve possono bensì ricevere la indipendenza e la
libertà, ma non la sapienza o la potenza di ben usarne. Il nuovo
stato cristiano sarebbe, or russo, or austriaco, or francese, or
inglese, come sono l’ottomano e il greco presenti; e potrebbe bene
essere quindi accresciuta la dignità, ma non la tranquillità, non il
buon ordine della Cristianità. Le stesse genti così raccolte a forza
non ne vantaggerebbero guari. Le schiatte, le religioni diverse vi
pugnerebbero tra sè; ed appoggiandosi ciascuna all’una o all’altra
delle schiatte e delle religioni europee, nutrirebbero, accrescerebbero
più che mai la propria e l’altrui confusione. Evidentemente dunque, un
nuovo Imperio greco sarebbe contrario all’interesse universale della
Cristianità. Ma non ce ne inquietiamo: più evidentemente ancora egli
sarebbe contrario all’ambizione di parecchie nazioni cristiane. Ondechè
in somma o per la ragione buona o per la cattiva, anche questo modo
di mutazione non par destinato ad effettuarsi, ed anche meno a durare;
non sarebbe in ogni caso se non un modo transitorio ancor esso. — E di
nuovo rimane intiera la quistione definitiva.
8. Un giorno o l’altro, in un modo o nell’altro sarà forza
probabilmente tornare all’idea semplice e primitiva, della partizione
intiera o poco meno che intiera dell’Imperio ottomano in provincie
delle nazioni presenti cristiane. E del resto pogniamo che si
spartisse non in provincie, ma in protettorati cristiani; la questione
riman la stessa: fra chi si spartiranno? — Ora, non sono limitrofi
all’Imperio ottomano cadente, non possono prendere parte diretta alle
spoglie europee, se non due potenze cristiane, Austria e Russia. E
quindi quando si venga all’inevitabile divisione delle provincie o
de’ protettorati, ella non potrà farsi se non tra Russia ed Austria;
tutto ciò che non diventerà in qualunque modo russo, diventerà in
qualunque modo austriaco, tutto ciò che non diventerà austriaco,
diventerà russo. Le ambiguità dureranno anni, secoli; ma cesseranno
all’ultimo, per lasciar luogo a que’ fatti semplici e naturali, che
sono come le constanti della storia. E venutosi a ciò, che le spoglie
ottomane europee diventino in qualunque modo accrescimento russo od
austriaco, io lo domando poi a qualunque uomo italiano, francese,
inglese, tedesco, spagnuolo, od anche russo spregiudicato: quale può
essere l’interesse cristiano maggiore? Che s’accresca la Russia? ovvero
l’Austria? Che s’accresca di tanto, e si porti a mezzodì ed occidente
quell’imperio così oltrepotente già, così ambizioso, così affettante
preponderanza universale, come è Russia? Ovvero che s’accresca un
imperio tanto meno potente, tanto meno (salvo in Italia) prepotente,
così poco ambizioso di conquiste, che indugia quelle stesse che le sono
inevitabili, come Austria? — Che si lascino le bocche del Danubio a
chi non ne ha nè può aver mai il corso germanico, a chi non v’ha nè può
avere interesse se non di chiuderlo? che si sottomettano al capriccio
russo, tutti i progressi commerciali della Germania? Ovvero che si
diano quelle bocche e il corso inferiore di quella gran comunicazione
germanica ed europea a chi ne ha già tutto il corso superiore, a chi ha
interesse a trarne tutto il profitto possibile per sè, e per altrui? —
Che si aggiungano per contrafforte alle chiuse del Danubio le chiuse
del mar Nero, e si faccia di questo un lago, una darsena, un _dock_
russo, dove s’esercitino e progrediscano tranquille le armate navali
di quella potenza, per iscendere in poco più d’un dì nel Mediterraneo,
e cadere in tre sul gran passaggio orientale di Alessandria e di Suez,
e in dodici o quindici su qualunque altra stazione navale greca,
austriaca, italiana, inglese, francese o spagnuola? Ovvero che,
sottoposti Bosforo e Dardanelli insieme colla costa occidentale ad
Austria, non solo si confermi l’utile che verrebbe alla Cristianità
dall’apertura del Danubio, ma si divida così il mar Nero tra due
grandi potenze, non si lasci esser lago di nessuna esclusivamente,
non occasione ed aiuto ad affettar niun imperio nel Mediterraneo? —
E, che si lascino poi tutti questi accrescimenti ad una potenza, la
quale non avrebbe se non un compenso occidentale da dare, ma che non
vuole e dichiara non volerlo dare? Ovvero che si concedano ad una, la
quale ha compensi numerosi a dare ad Ouest, a Sud-Ouest, a Nord-Ouest;
e la quale per esempi antichi e moderazione presente si deve credere
disposta a que’ cambiamenti di territorii a che ella s’adattò sempre?
— E mi si rinfacci pure, ch’io fo gli interessi italiani, desiderando
tali compensi. Certo sì, ch’io li fo. Nè scrivo di tutto ciò se non
appunto, perchè tutto ciò fa gl’interessi italiani. Ma non ne scriverei
se non li credessi insieme italiani ed universali; se non credessi
che abbiano a parer tali a qualunque sincero leggitor mio, italiano o
straniero. Certo è interesse italiano, ma è pur universale cristiano
che s’accresca Austria, Austria sola od almeno principalmente,
Austria direttamente facendo provincie sue, o almeno indirettamente
facendo protettorati suoi delle spoglie europee ottomane; perchè
non è destinazione durevole di quelle spoglie se non questa; perchè
Austria, salvaguardia e palladio d’Europa per il presente, sarà tale
molto più per l’avvenire; perchè tutte l’esitazioni, tutti i ritardi
succeduti fin qui nello scioglimento della gran questione, non sorsero
se non dallo esitare dell’Austria stessa; e perchè secondochè durerà
o cesserà quest’esitazione durerà a danno o finirà a pro di tutti la
gran rivoluzione orientale. Io son lontano dagl’Italiani pregiudicati,
gretti, odiatori ed isolanti. Ma tant’è ch’io li abbandoni del tutto.
Essi avranno da gran tempo già abbandonato me e il mio libro.
9. Ma passiamo dagli interessi generali della cristianità a quelli
particolari d’ognuna delle potenze cristiane. E prima cerchiamo se
tutto ciò che abbiam detto in favor d’Austria sia veramente interesse
austriaco? E se, quando sia, cesseranno pure le esitazioni austriache?
— Andiamo adagio. Sono due questioni differenti. Rischiariamole, se sia
possibile l’una, poi l’altra. — Che sia interesse vero dell’Austria
il trasportare la propria potenza principalmente sul Danubio, è
riconosciuto da molti e buoni, s’io non m’inganni, di quella corte,
di quella cancelleria, di quell’aristocrazia viennese, la quale non
è solamente molto nobile e molto elegante, ma molto civile, ed anche
colta; ed è riconosciuto principalmente dall’aristocrazia, e da tutta
la nazione ungarese. E fu riconosciuto da gran tempo, fu progetto
di quel principe Eugenio di Savoia, che rimane senza dubbio uno de’
maggiori uomini di stato di quella monarchia[20]. La quale ha per
natura sua di potersi mutare, ha per virtù di traslocarsi secondo i
tempi, senza gran difficoltà e senza pregiudizi. È la sola monarchia,
che non consti essenzialmente d’una nazione; che sia durata e duri,
sempre la stessa, mutando sudditi. Vi fu, vi è una monarchia austriaca,
non una nazione austriaca. Quelle popolazioni che ne portan nome, non
fanno una decima parte dei sudditi. Tedeschi Austriaci, Tedeschi non
Austriaci, Slavi Boemi, Slavi Moravi, Slavi Polacchi, Slavi Illirici,
Magiari, resti d’Unni, senza contare altri resti, formano ora quella
monarchia. E furono già in essa pure Olandesi, Francesi e Belgi.
E mirate com’ella se ne sia lasciata spogliare, o quasi spogliata
da sè senza mutar natura, ed anzi migliorandola col concentrarsi
da occidente ad oriente! Ed ora il nuovo movimento non sarebbe se
non continuazione di quelli fatti già, continuazione del movimento
orientale, continuazione della concentrazione di luoghi, di schiatte
e d’interessi. Slave sono tutte le schiatte delle provincie turche;
Moldavi, Valachi, Bulgari, Serbi, Albanesi e Bosniaci, tutti, tranne
forse i Greci della Romelia e del Fanar. E gl’interessi di tutti
questi si concentran tutti su quel Danubio, dove già sono gl’interessi
ungaresi, viennesi, austriaci propriamente detti, austriaci tedeschi e
boemi, cioè tutti quelli della monarchia austriaca presente, salve le
provincie italiane e polacche. E quindi, lasciando queste fuor della
monarchia come sono fuor degl’interessi, e concentrando l’una e gli
altri insieme sulle provincie slave danubiane, non è dubbio che ne
riuscirebbe il più bello, il più gran concentramento che siasi fatto
mai nè da quella nè da niun’altra monarchia. Il movimento slavo, quel
movimento che s’annunzia e minaccia o fa sperare da ogni parte, può
riuscire a pro d’Austria, più facilmente forse che a pro di Russia.
E lo stato che ne risulterebbe sarebbe uno de’ più omogenei, de’ più
naturali, de’ più conformati a difesa, a commercii, a conservazione
ed a progressi, che sieno in Europa o sulla terra; sarebbe non
solo l’antemurale presente di Europa, ma, se non ingannino tutte
le probabilità cristiane, sarebbe un giorno o l’altro il nodo della
Cristianità europea colla asiatica. — Sogni forse, utopie, ordinamenti
fatti sulle carte geografiche? Certo sì, se si fissi un’epoca; certo
no, se si lasci indeterminata. L’esecuzione è difficile, io lo concedo;
ma è inevitabile, io non temo affermarlo. Certo, un tal cambiamento
d’una tal monarchia non è mutar casa d’un privato. Certo, il movimento
orientale, il concentramento sul Danubio implicano abbandoni di
provincie occidentali discoste; e tali abbandoni non si farebbono
saviamente senza assicurazione di compensi. Ei bisogna tornare a ciò
che dicemmo fin da principio; gli uomini di stato austriaci hanno
doveri speciali austriaci, e presenti; e qualunque bene sia per
avvenire alla Cristianità od alla stessa Austria futura dal movimento
accennato, essi debbono attendere molto meno all’una o all’altra, che
non all’Austria presente. Austria non deve nè può abbandonare nulla
senza assicuranza dei compensi; nè questa le può forse venire da un
trattato, da un’alleanza sola; ma sì da molte e successive; da molti
e successivi fatti. Ma Austria può, deve tendere a ciò senza dubbio;
perchè se ella vi tende ella seguirà sua natura, adempirà suoi destini,
otterrà suoi progressi; perchè se non vi tende, ella si apparecchia
una lunga, una inevitabile serie di esitazioni, di contrasti e
indebolimenti; perchè ella verrà un giorno o l’altro a ciò, cui avrebbe
potuto e dovuto venir fin da principio; e perchè poi finalmente, quando
non vi si muova da sè, ella vi sarà spinta e sforzata dalle nazioni
cristiane che le stanno a spalle, da quelle che le stanno nel corpo mal
connesso, dall’intiera Cristianità, che gravita su lei, che ha bisogno,
dovere, destino di compiere essa tutta il suo movimento orientale[21].
10. E la prima e principale spinta verrà probabilmente da Germania.
Chiusa nel cuor d’Europa, con una sola piaggia marittima, e
questa povera di grandi aditi e lontanissima da ogni comunicazione
coll’Oriente, la nazione germanica non può prender parte al gran
movimento, se non spingendo innanzi Austria e Prussia in quella
direzione; cioè per parlar chiaro, Austria sulle provincie turche,
Prussia sulle polacche. — E questo è sollevare un’altra gran questione,
io lo so; e so che alcuni sorrideranno più che mai. Ma è forse il caso
d’avventurare il proverbio volgare; riderà bene chi ultimo. Perciocchè
di nuovo, non parlo di anni o lustri o nemmen secoli. Lascio il tempo
intieramente; parlo d’un futuro indeterminato, ma pur prevedibile; e ne
parlo solamente a chi non sia così _impressionabile_ al presente da non
saper mirare al futuro. Io m’ero messo in animo principiando, di non
complicare la questione italiana colla polacca, quantunque simile. Ma
che? come bugia trae bugia, così verità verità, e sincerità sincerità;
ed io m’avveggo di non poter trattare una questione compiutamente
senza l’altra. Polonia e Italia sono le due nazioni oppresse, ma non
perite, non periture; le quali si voglion quindi costituire, anzichè
non niuno stato nuovo, niun imperio greco o slavo o che che fosse;
se pur si voglia dar costituzione, ordinamento, stanziamento, pace
durevole, conservazione e progresso alla Cristianità. Polonia è molto
più giù che Italia: non ha principati nazionali come noi; non ha
solamente un quinto di provincie straniere, le ha tutte. Ma Polonia
ha una nazionalità più recentemente perduta, e, diciam tutto, molto
meglio difesa. Polonia ha ammirabili memorie recenti, ha le simpatie
e i voti di tutta la Cristianità. Non importa che sembri ora vicina
a distruzione, più lontana che mai da ogni risurrezione. Le nazioni
cristiane non possono perire; nè perì Irlanda per sette secoli d’una
oppressione che potè anche essa parer distruzione. Irlanda ne va
sorgendo a nostri dì, usando i mezzi lasciatile da una servitù che
si può dir libertà al paragone[22]; Polonia ne sorgerà fra uno, due,
sette o più secoli co’ mezzi, coll’ire di una servitù più barbara,
più compiuta, che nessuna. Ma Polonia sorgerà? se ella pure prende le
occasioni, se ella pure guarisce le proprie infermità, se abbandona
i propri pregiudizi, se dismette gl’isolamenti, e si affratella
colle nazioni cristiane, e principalmente colla sua nobil vicina
Germania. Le nazioni slave invasero già barbaramente le germaniche;
e si incastrarono, si frammischiarono l’une coll’altre. Difficile
oramai o piuttosto impossibile sarebbe il disgregarle. Fu già un regno
polacco-prussiano; forza è che sia un regno prussiano-polacco. Le
congiunzioni innaturali non durano; ma le naturali si rinnovellano.
E chi non volesse tollerar queste, sarebbe destinato a patir quelle
perpetuamente. Polonia ebbe re tedeschi, ma disgiunti, e non fu
nulla; quando abbia re tedeschi congiunti sarà tutto quel che può
essere, sarà l’altro antemurale, l’altra potenza intermediaria tra
l’Europa e l’Asia della futura Cristianità. Austria non può avanzarsi
orientalmente senza che s’avanzi Prussia; la nazione germanica spinge
a spalle l’una, a spalle l’altra. E la nazione germanica è ab antico
invincibile nelle sue spinte. Barbara, invase il mezzodì. Incivilita,
invaderà quell’oriente d’Europa che dal Baltico all’Adriatico
scarseggia di popolazioni. Anni sono, il fatto della popolazione
crescente a dismisura nell’occidente europeo fu molto ben veduto
da tutti, non economisti come economisti. E sorse uno di questi,
il Malthus, non solamente a dimostrare ciò che sapevan tutti, ma a
proporre esso, o sua scuola, un rimedio che nessuno sognava; proposero
che ciascuno non facesse se non un numero determinato di figliuoli;
e la media stabilita fu 3-1/2, o 3-1/4 se ben mi sovviene. Stoltezze!
La civiltà, cioè la Provvidenza, diede ella, dà il rimedio: le terre
vacue, che son molte sull’orbe, le colonizzazioni, il trasporto delle
popolazioni addensate tra le rare. Mezzo antichissimo per vero dire,
ed a cui pure non pensò abbastanza la scuola malthusiana, cattiva
in economia pubblica, peggiore in istoria. Da Dublino a Cadice,
a Sardegna, a Grecia, a Slesia, a Stoccolma, le popolazioni hanno
trascurato il rimedio malthusiano, hanno preso il mezzo provvidenziale.
E Germania l’ha preso come può, colle trasmigrazioni marittime; ma
non le bastano queste già, e le basteranno meno ogni dì. Trasporto
continentale le si vuole; il solo trasporto che possa bastare oramai
a’ bisogni propri e dell’Europa; un trasporto che si faccia con tutti
i mezzi dell’industrie, de’ commerci, dell’armi, dell’agricolture.
Finchè i parlamenti e gli uomini di stato scenderanno a discutere
rimedi parziali e piccoli, saranno non più che nuovi Malthusiani;
provvederanno per tre o quattro anni, per una provincia o una città;
ma ricadranno poi in quelle che chiamano crisi commerciali, crisi
agricole, crisi proletarie, crisi democratiche, e son crisi di
addensata popolazione che non ha mezzi sufficienti di diradarsi.
Aprite le valvole dell’Oriente alle popolazioni europee, questo è
ufficio vostro; è ufficio d’uomini di stato che non si contentino di
grandezze e glorie vitalizie; il resto lo faranno le popolazioni da
sè. Basta all’acque per equilibrarsi che s’aprano loro gli sbocchi; ma
se lor si tengano chiusi, esse li rompono malamente, fan danno dove
avrebbero fatto servigio. Non è utopia questa, che Germania abbia a
popolare l’oriente d’Europa; è utopia all’incontro il pensare che si
possa popolare l’oriente d’Europa fuorchè da’ Germani vicini; utopia
il credere di poter fondar stati nuovi e rari di popolazioni, là così
appresso a stati che ne sovrabbondano; utopia massima il credere che
basti niuna potenza umana a fermare il gran movimento orientale, e
peggio che mai a farne uno di direzione opposta. Può succedere che si
tenti, può succedere che s’incontrino le due onde, i due cavalloni, e
sarebbe urto e tempesta grande senza dubbio, e può succedere che vinca
una o più volte l’onda che viene d’Oriente. Ma quella d’Occidente,
l’onda condensata di cencinquanta milioni d’uomini inciviliti che han
bisogno di spandersi, non può non vincere all’ultimo l’onda rara di
cinquanta milioni sparsi, che ha bisogno di condensazioni. L’utopia
non è di quelli che prevedono la continuazione di un movimento già
principiato e progrediente; ma di quelli che sperano poter tramutare
tale e tanto movimento[23].