12. E per vero dire, la conflagrazione democratica, quantunque molto

minacciata e molto temuta a’ nostri dì, ci par fatta improbabile dai

progressi che veggiamo appunto nella presente democrazia. Noi non ci

vanteremo, come fanno alcuni tuttavia, d’essere o non esser del popolo,

gentiluomini o non gentiluomini. Passato ci sembra il tempo dell’uno e

dell’altro vanto; non è più quello nè della superbia feudale, nè della

plebea; il nome nobile o non nobile può essere illustre parimente; e

il nome illustre procaccia attenzione, non rispetto a chi il porta,

ondechè è vantaggio o danno secondo che è portato bene o male; e in

somma non si tratta più per ciascuno di essere o no gentiluomo, ma

uomo gentile, persona educata. — E questo, delle persone educate, è

il ceto che s’accresce ogni dì più, di qua e di là, dalle reliquie,

a detrimento dei due o tre e non so quanti ceti che erano. I quali

dunque scemano tutti d’altrettanto; e fra gli altri scema la democrazia

propriamente detta, distinta, odiante, usurpante, conflagrante[16].

Quegli stessi che eran di essa ieri, non ne sono più oggi; quelli

che avrebbero aiutato ieri alla conflagrazione, l’impedirebbero oggi;

quelli che ieri avrebbon versate fiamme, porterebbon oggi l’acqua per

estinguerle. Gli studi stessi progrediti hanno scemate le distinzioni

de’ ceti antichi e nuovi. Le democrazie antiche, tanto ammirate

mezzo secolo fa, sono sotto la critica presente diventate quasi

tutte aristocrazie; le pretese dispute tra aristocrazie e democrazie

sono quasi tutte diventate contese fra le schiatte sovrapposte dalla

conquista sul medesimo suolo; ondechè cade da sè ogni invito alle

imitazioni presenti, impossibili in condizioni troppo diverse di

società. Del resto l’antichità continua ad ammirarsi in molte parti, ma

non si propone più a niuna stolta imitazione. E il medio evo, succeduto

per pochi anni in quelle ammirazioni usurpate, non si vuol ammirar più,

nè tanto meno imitare da nessuno nè nella feudalità nè nei comuni.

Quanto alle democrazie che sopravvivono in qualche angolo di Europa,

o nelle vastità americane, le loro condizioni già tanto vantate, sono

ora troppo note anch’esse per invaghire gl’imitatori. In alcune la

democrazia è tirannica e sconforta quindi ogni altro ceto; in alcune

s’assoggetta ella stessa alla aristocrazia; nelle più scomparisce

entro al gran ceto delle persone educate. — Ei me ne duole per li

pochi democratici puri che rimangono; uomini stantii non meno che i

più stantii aristocratici, rimasti addietro nel progresso universale,

escludenti sè stessi dal ceto crescente degli uomini gentili, educati

e veramente liberali, non che formare o muover masse come sperano, non

che esser capaci di far conflagrazioni come temon altri, non avranno

in breve o già non hanno compagni o consolatori, se non fra le rade

file di que’ poveri sansimonisti, owenisti, o fourrieristi, a cui

parrebbemi tempo perduto il fermare i leggitori. La conflagrazione

democratica può continuare ad essere alcun tempo paura di polizie, o

speranza di società segrete, ma non può entrare in conto di niun futuro

prevedibile, non può essere eventualità, occasione da calcolarsi in

niuna impresa importante.

13. Nè sarebbe da tener maggior conto di un tentativo di monarchia

universale che si supponesse da qualche potenza europea. Questo,

quantunque sia stato sogno recente, od anzi appunto perchè fu

dimostrato sogno da’ fatti recenti, non è probabile che si rinnovelli.

Chi oserebbe ritentar ciò, in che fallì Napoleone? Certo, Francia ne fu

troppo ammonita per ritentarlo. Inghilterra non ne sognò, nè per sua

situazione ne potrà sognar mai. Prussia, quantunque grande, è troppo

piccola per ciò; ed Austria, non che avere spiriti a tale impresa, non

ne ha nemmeno a quelle più facili che le si parano innanzi. Non sarebbe

dunque a temerne o sperarne se non da Russia. Ma il vero è che nemmen

questa nè gl’imperadori di lei non sono così barbari da non conoscere

quella gran civiltà europea che hanno all’incontro, o da disprezzarla

a modo de’ loro avi antichissimi. Ei sanno molto bene di non aver

davanti a sè niun imperio romano invecchiato da conquistare facilmente;

sanno d’aver anzi all’incontro quattro grandi nazioni, Germania,

Francia, Inghilterra e Spagna, rinnovellate dagli sforzi fatti al

principio del secolo, per asserir ciascuna la propria indipendenza;

più una quinta, Italia, che desidera quest’indipendenza, tanto più

quant’è più sola nella vergogna di non averla; sanno in somma che una

invasione a modo dei Finni o de’ Mongolli non riuscirebbe; e non han

poi nè volere nè potere di far tali invasioni. Quei loro eserciti che

sono così sterminati sui prospetti, o forse anche realmente tra le

loro steppe, nelle loro colonie militari, o nei campi di esercizi,

li abbiam veduti noi, a che fossero ridotti quando giugnevano sul Po

e su la Senna! e dicesi che fossero anche men grossi quando scesero

sul Bosforo, od oltrepassarono il Caspio. Nella presente civiltà le

invasioni di nuovi barbari son sogni che quando fosser fatti da’ Russi

sarebbon brevi; ma i Russi non li fanno. Il sogno che fanno non è di

monarchia universale, ma solamente di preponderanza europea; e questo

stesso nol fanno in generale, non isperano adempierlo in tutti i casi,

ma in una eventualità, in una occasione sola che prevedono molto bene

e preparano. Altro che barbari! essi sono anzi di que’ buoni pratici,

che dicemmo saper prefiggersi uno scopo lontano, ed aspettarne i mezzi

dall’occasione. E l’occasione che prevedono è la caduta dell’Imperio

ottomano; e la preponderanza che sperano è dall’occupare quelle bocche

del Danubio dove metterà capo un dì o l’altro il commercio europeo,

dall’occupar quel Bosforo e quell’Ellesponto onde il dominerebbono.

Questa è la preponderanza che sarà sogno o realtà, secondo che saprà

ordinarsi a resistenza l’Europa incivilita. E perchè appunto una

resistenza qualunque si farà, qualche compenso si vorrà, qualche

spoglia del medesimo imperio si pretenderà pur dall’altre potenze

cristiane, un dì o l’altro del futuro prevedibile, questa sarà a noi

pure occasione buona probabilmente; ma occasione che si riduce alla

terza di quelle dette, all’occasione di una partizione di Stati.

14. Nè sorgerà probabilmente niun’altra simile. Niun’altra partizione,

niun’altra caduta, niuna gran successione non è a prevedersi in

Europa; se mai sorgesse, ella sarebbe regolata dalla presente civiltà;

sarebbe ridotta a quistione diplomatica od interna, non sarebbe grande

occasione per noi. E quindi senza rigettarne niun’altra se mai venisse,

e tenendoci anzi apparecchiati a tutte, fermiamoci a quella che ci par

la più probabile fra le favorevoli, la più favorevole fra le probabili,

la più promettitrice d’ogni maniera.

CAPO NONO.

L’EVENTUALITÀ PIÙ PROMETTITRICE

Es gibt keine Propheten mehr. Die Wahrsager,

welche unsere beschrænkte Zeit gebiert, müssen

sich, ob Mangel an gœttlicher Inspiration, ihre

Kunde aus eigener Anschauung holen; und nicht aus

den Linien der Hand, nicht aus den Konjuncturen der

Sterne kœnnen sie vorder das Schicksel der Menschen

weissagen, sondern aus der Kenntniss seiner jetzigen

Zustandes, und seiner bisherigen Geschichte.

_Oesterreich und dessen Zukunft_, s. 143.

1. Ed ora, d’eliminazione in eliminazione noi siamo giunti finalmente

ad una che ci pare eventualità, speranza buona. Terminata la parte

ingrata dell’assunto nostro, noi entriamo nella più lieta, ma forse più

difficile. Facile è sempre il distruggere, difficile il riedificare;

facile il dimostrare gli errori altrui, difficile il non cadere in

nuovi, e talora peggiori; facile la parte negativa, difficile la

positiva d’ogni scienza, d’ogni studio. Facile ci fu l’accennare che

non sono probabili nè desiderabili nè il regno d’Italia, nazionale

o straniero, nè le repubbliche, nè niuno ordinamento, in somma,

che non sia progresso de’ presenti; nè probabile la confederazione

stessa finch’è tra noi lo straniero. È facile il dimostrare che

l’impresa di liberarcene, durata già XIII secoli, non può nel futuro

prevedibile compiersi nè per unioni spontanee di principi, nè per

ispontanee sollevazioni di popoli, nè per chiamate nè per alleanze di

altri stranieri, senza qualche buona occasione; e che non sono tali

poi niuna conflagrazione democratica, niun tentativo di monarchia

universale, niuna successione o caduta di regni, se non una. — Ma ora,

mutato ufficio, abbiamo a dimostrare che questa è veramente occasione

e speranza buona; e qui sta la difficoltà. Abbiamo contro a noi i

nostri stessi leggitori che disponemmo al dubbio fin qui; abbiamo in

particolare tutti coloro di cui dicemmo sogni le speranze, e che saran

disposti a dir pur sogni le nostre[17]; ed abbiamo più che mai gli

uomini pratici, indisposti dalle utopie fatte e rifatte sulla divisione

dell’Imperio ottomano. Nè ci varrebbero proteste. Non può valere se non

la nostra attenzione a tenerci anche qui ne’ limiti del prevedibile. Se

così faremo, e se, fra’ primi a trattar dall’aspetto italiano l’assunto

tanto trattato altrove[18], noi riusciremo a fermarvi l’attenzione di

coloro che hanno in mano i nostri destini, l’opera presente non sarà

del tutto perduta. E se in così arduo argomento noi pure erreremo, essi

giudichino, essi ci correggano, ma ci ascoltino; ovvero anche senza

ascoltarci altrimenti, vogliano pensare essi a questa che, qualunque

sia, è pur la meno improbabile e la meno sfavorevole delle occasioni;

a questa che, mal apparecchiata o mal usata, non ci lascerebbe forse se

non il dovere del perseverare senza sperare.

2. L’eventualità di che trattiamo consta di due fatti: la caduta

dell’Imperio ottomano, e la mutazione che ne avverrà nella Cristianità.

— Ma a dimostrare la probabilità del primo, non mi par necessario nè

far una lunga storia della decadenza maomettana in generale o della

ottomana in particolare, nè dimostrare la gran differenza che è fra

tali decadenze vere e le apparenti cristiane. Le due civiltà maomettana

e cristiana si trovarono l’una e l’altra in presenza, giovane la

maomettana, vecchia già la cristiana, or sono più di mill’anni alla

battaglia Poitiers. E vittoriosa la cristiana continuò poi a sorgere e

crescere fino alla onnipotenza presente; mentre la vinta stette prima,

e decadde poi fino alla presente impotenza. Era naturale: questa non

ebbe nè avrà mai i rimedii della civiltà cristiana; non quello primario

della incorruttibile religione, non quelli che ne vengono della virtù,

della operosità rinascenti ora in tutto il corpo, ora in alcune parti

della cristianità. La decadenza ottomana o turca in particolare,

incominciò dalla presa stessa di Costantinopoli, dallo stanziamento

della gente in quella sede costante di corruzioni; e continuò colla

cacciata de’ Mori dalla Spagna, colla sconfitta di Lepanto, e a poco

a poco colle respinte da tante provincie europee ed affricane; e dura

così da IV secoli. S’adduce è vero l’esempio dell’Imperio greco, il

quale durò cadente XII secoli nella medesima Costantinopoli, per

dimostrare che l’ottomano vi può durare altrettanti. Ma l’Imperio

greco non era circondato, assalito, battuto in rovina se non da

genti piccole e più barbare che non esso; l’Imperio ottomano è ora

battuto di fuori da nazioni più grandi e molto più incivilite che

non esso; ed è travagliato addentro poi, e corroso da genti varie

che tendono a libertà e civiltà maggiori. Nè del resto è mestieri di

niuna di queste comparazioni, nelle quali è difficile tener conto di

tutte le somiglianze e differenze, e che per ciò soglion portar più

convincimento in alcune menti solitarie e meditatrici che non in quelle

degli uomini pratici. Bastano a questi oramai gli eventi quotidiani per

tener indubitabile la caduta, irremediabile l’infermità dell’Imperio

ottomano. Molti e varii rimedii furono tentati o si tentano ogni dì;

ma sempre invano. Furono eglino tentati sinceramente? Non importa. La

mala riuscita dimostra o l’inefficacia de’ rimedii, o l’insincerità

de’ rimedianti, o l’irremediabilità dell’infermo, o tutti insieme

questi malanni, e il pronostico riman lo stesso. Non è confessato negli

atti pubblici diplomatici, nè nei pubblici dibattimenti parlamentari

cristiani. È naturale, e fino a un certo punto conveniente. La civiltà

pubblica si è imposti all’incirca i medesimi doveri, che la privata.

Le nazioni cristiane stanno al letto di morte dell’Imperio ottomano

a guisa di medici, o piuttosto d’eredi, i quali non vi parlano della

morte nè del retaggio. Ma ne parla il pubblico; e tanto più quanto più

s’appressa il fine ed è più grande il retaggio. Fu una vera comedia

udire i medici-eredi dirsi via via: proviamo questo rimedio ancora,

o quest’altro; cercando ingannarsi a vicenda, per rimaner ciascuno

solo o con pochi all’ultima cura, ed alle prime spoglie. Se non

che, durando troppo la comedia, pare che se ne sieno stancati essi

stessi; e guardatisi in viso e ridendone tacitamente, lascino ora

fare il suo corso alla agonia, tenendosi convenientemente da parte, ed

apparecchiati.

3. Più sincero, più ardito, più grande d’ogni maniera fu già

Alessandro, imperator delle Russie; il quale professò vedere, non

solamente la caduta ottomana, ma le mutazioni che ne succederebbero

all’intiera Cristianità. Ne’ suoi giorni più belli, in quei giorni

sereni, quando, difesa ammirabilmente l’indipendenza della patria

sua, ammirabilmente rivendicata l’indipendenza d’Europa, avea riposta

in pace la Cristianità, egli vide subito, e primo, che ci voleva

pure una grande operosità alla Cristianità pacificata, un grande

scopo a questa operosità; e vide lo scopo dover essere l’Oriente. E

questo fu gran mente, senza dubbio; ma fu gran cuore, l’avere, esso

autocrate delle Russie, esso nipote di Caterina e pronipote di Pietro,

chiamata a parte di quel pensiero e quell’operosità russa l’intiera

Cristianità. Tuttociò è evidente ad ogni spregiudicato in quel trattato

supplementare, ch’egli Alessandro fece firmare e chiamare _della

Santa Alleanza_; non importando che coloro che il firmarono con lui

ed egli stesso poi ne mutassero le tendenze, lo scopo, l’essenza. Ma

Alessandro rientrato nella sua patria tanto meno incivilita che non

lui, Alessandro, o mutabile per natura o mutato dagli eventi, non

fu più l’Alessandro protettore della civiltà cristiana, innalzatosi

ad una intelligenza di essa cui non arrivò forse nessun principe del

tempo suo. Intanto la civiltà cristiana proseguì da sè l’opera così

ben preveduta. La proseguì per quell’intima ed invincibile operosità

che è natura sua; la proseguì e per le spinte stesse date e non potute

ritirare da Alessandro, e per le ambizioni russe un momento generose,

poi di nuovo ristrette; e la proseguì come conseguenza inevitabile

delle conquiste inglesi nell’Oriente ulteriore. Soggiogato questo

alla Cristianità, non era già possibile che ella si fermasse per via;

o piuttosto, arrivata ad una parte lontana della via, non era più

possibile che ella non tentasse aprirsi il tratto intermedio. Giunta

all’Oriente ulteriore, doveva aprirsi il citeriore, il Levante. Ed

apertoselo in varii modi, per varii aditi, vi si precipitò, ne sboccò,

ne ritornò, se li allargò; ondechè è ora una fiumana, una innondazione,

che niuna potenza umana non può fermare, niuna umana cecità negare.

— E lodiamone la Provvidenza, quanti siamo a non chiuder gli occhi

alla oramai chiara opera di Lei: la diffusione della Cristianità, che

sarà quando che sia seguita da quella del Cristianesimo. E lodino il

Cielo anche coloro che vantan nome di uomini positivi. Positivamente,

questa gran diffusione, questo quasi trasporto ad Oriente è quello che

occupa ed occuperà per molti anni e forse secoli la pace; che sazia

e sazierà l’operosità; che contenta e contenterà gl’interessi anche

materiali di tutte le nazioni europee. Calunnisi il gran movimento,

riducasi da opera provvidenziale a industriale; neghisi o riducasi il

motore, mutisi nome a chi si muove. Il risultato riman lo stesso; e noi

diciamo: _eppur si muove_.

4. Ma, i due fatti oramai certi della caduta ottomana e del movimento

cristiano all’Oriente sono eglino legittimi? Lo scrupolo si propone

per lo più da tali che non ne mostran guari poi in lor opere; da

tali che non ne hanno nel sollevare popoli contra governi, o governi

contra popoli; nel sagrificar le generazioni presenti a’ lor sogni sul

futuro od ai loro sogni dal passato; da tali che accumulando tutte le

legittimità, tutti i diritti in sè soli, se son popolo, mettono fuor

di legge i principi e chiunque dicono non popolo, se son principi,

il popolo e chiunque non è principe. Costoro compiangono, gli uni la

civiltà, gli altri la legittimità turca. Ma noi non sappiamo veder

colà nè buona civiltà, nè legittimità, per vero dire. Non buona

civiltà, chè non ci par tale nessuna oramai se non la cristiana;

non legittimità che non sappiam vedere in una dominazione rimasta

straniera, anzi d’una gente soprapposta all’altre, barbara, despotica.

E noi veggiamo anzi diritti molto probabili nelle popolazioni cristiane

di liberarsi da quella verissima tirannia; diritti e talor doveri

negli stati cristiani d’aiutarli; diritto e dovere nella civiltà e nel

Cristianesimo d’estendersi. E questi diritti e doveri, noi li veggiamo

riconosciuti da gran tempo dai teologi, da’ filosofi e dagli uomini

di stato egualmente; da’ teologi che da Gregorio VII ed Urbano II in

qua sollevarono la Cristianità non solo alle difese, ma all’offese

contro a’ Maomettani; da’ filosofi che spingono innanzi la civiltà

nostra e le debbon quindi concedere le conquiste sulle civiltà minori

ed inconvertibili; dagli uomini di stato che veggiamo avanzarsi e

fermarsi secondo le convenienze de’ propri stati, ma non finora per

nessuno di questi scrupoli. — Ancora, quanto a certo altro scrupolo

del _non intervenire_, parmi che dacchè fu posto ei non sia stato

seguito guari, se non quando tornò a conto seguirlo. Tornò a conto

negli affari interni delle nazioni cristiane: perchè fu scoperto che

queste s’assestano molto più presto e meglio senza intervenzioni; e

quindi non s’intervenne, e riuscì. Ma colla nazione turca non è il

caso; che intervenendo o no, sempre avverrà la caduta di lei; e non

intervenendo si lascerebbero cadere con essa e spegnersi le nazioni

cristiane implicate in essa. Ondechè, diritto e fatto, tutto chiama

le intervenzioni; le quali, se non sieno false, non traditrici, se

facciansi anzi apertamente e fortemente, possono dunque in molti

casi essere legittime, in molti necessarie e di stretto dovere. —

Finalmente, per torci una volta tutti gli scrupoli, si allega da

alcuni il tristo esempio della divisione di Polonia. Ma in nome della

verità, qual somma, qual total differenza! La nazione polacca era,

è nazione cristiana; è di quelle che non possono perire. E mirate il

fatto; divisa, oppressa, dispersa come nessuna mai è ella perita? O non

anzi forse progredita in virtù, in prudenza? E i suoi tre rottami non

sono eglino piaghe in corpo alle tre potenze, che se li aggiunsero? e

più a ciascuna, secondo che più vuol distruggere la indestruttibile

nazionalità? Ma chi può sognare d’una nazionalità turca risorgente

mai, quando fosse dispersa? O chi paragonare l’immanità di aver

voluto spegnere una nazione cristiana, alla necessità di lasciare

spegnersi spontaneamente una maomettana, o piuttosto al prevedere

ch’ella si spegnerà, al raccorne le spoglie quando sarà spenta? —

Perciocchè in somma tutti questi son discorsi inutili. Dei due fatti

che noi consideriamo, il primo, la caduta, non può esser nè legittimo

nè illegittimo, nè oggetto di scrupoli alla Cristianità; è fatto

estrinseco ad essa, che si compie senz’essa. Non può esser questione

se non dell’occupar l’una civiltà le regioni abbandonate dall’altra,

del raccor l’eredità lasciata vacua. E questa stessa questione

seconda è poi già decisa dal fatto. Le spoglie son già incominciate

a dividersi. Russia n’ha già raccolte parecchie, incorporandosi

le sponde settentrionali ed orientali del mar Nero, e prendendo i

tre protettorati di Moldavia, Valachia e Servia nel cuore stesso

dell’Imperio. Grecia è un’altra di tali spoglie, ed Algeri un’altra.

Altro che scrupoli! noi ne siam lungi; non n’è più tempo. Smembrato,

screditato, infiacchito uno stato non è più conservabile. La questione

è stata decisa quando s’incominciò lo smembramento; e nuovamente ad

ogni volta che si continuò. La inarrestabile civiltà cristiana la

decise; o piuttosto la Provvidenza, destinando questi popoli asiatici

come già gli americani a ritirarsi e forse spegnersi a poco a poco,

per lasciar luogo alle generazioni cristiane. E in giustizia? Ma chi

l’osa dire? Sarebbe della Provvidenza; come sarebbero state quelle

adempiute altrove. Diciamo meglio: è uno di que’ misteri che son nella

storia come in tutte le scienze umane. La civiltà progredita può bensì

addolcire i mezzi, evitar le ingiustizie particolari, salvar qualche

popolazione men restìa: ma quanto a fermare la Provvidenza o fermar sè,

che è tutt’uno, la civiltà cristiana non vuole e nol può. E se taluno

venisse a dirci ch’ella il vuole, il può, o il fa, noi risponderemmo di

nuovo: _eppur si muove_.

Delle speranze d'Italia · 第 7 / 29 段