minacciata e molto temuta a’ nostri dì, ci par fatta improbabile dai
progressi che veggiamo appunto nella presente democrazia. Noi non ci
vanteremo, come fanno alcuni tuttavia, d’essere o non esser del popolo,
gentiluomini o non gentiluomini. Passato ci sembra il tempo dell’uno e
dell’altro vanto; non è più quello nè della superbia feudale, nè della
plebea; il nome nobile o non nobile può essere illustre parimente; e
il nome illustre procaccia attenzione, non rispetto a chi il porta,
ondechè è vantaggio o danno secondo che è portato bene o male; e in
somma non si tratta più per ciascuno di essere o no gentiluomo, ma
uomo gentile, persona educata. — E questo, delle persone educate, è
il ceto che s’accresce ogni dì più, di qua e di là, dalle reliquie,
a detrimento dei due o tre e non so quanti ceti che erano. I quali
dunque scemano tutti d’altrettanto; e fra gli altri scema la democrazia
propriamente detta, distinta, odiante, usurpante, conflagrante[16].
Quegli stessi che eran di essa ieri, non ne sono più oggi; quelli
che avrebbero aiutato ieri alla conflagrazione, l’impedirebbero oggi;
quelli che ieri avrebbon versate fiamme, porterebbon oggi l’acqua per
estinguerle. Gli studi stessi progrediti hanno scemate le distinzioni
de’ ceti antichi e nuovi. Le democrazie antiche, tanto ammirate
mezzo secolo fa, sono sotto la critica presente diventate quasi
tutte aristocrazie; le pretese dispute tra aristocrazie e democrazie
sono quasi tutte diventate contese fra le schiatte sovrapposte dalla
conquista sul medesimo suolo; ondechè cade da sè ogni invito alle
imitazioni presenti, impossibili in condizioni troppo diverse di
società. Del resto l’antichità continua ad ammirarsi in molte parti, ma
non si propone più a niuna stolta imitazione. E il medio evo, succeduto
per pochi anni in quelle ammirazioni usurpate, non si vuol ammirar più,
nè tanto meno imitare da nessuno nè nella feudalità nè nei comuni.
Quanto alle democrazie che sopravvivono in qualche angolo di Europa,
o nelle vastità americane, le loro condizioni già tanto vantate, sono
ora troppo note anch’esse per invaghire gl’imitatori. In alcune la
democrazia è tirannica e sconforta quindi ogni altro ceto; in alcune
s’assoggetta ella stessa alla aristocrazia; nelle più scomparisce
entro al gran ceto delle persone educate. — Ei me ne duole per li
pochi democratici puri che rimangono; uomini stantii non meno che i
più stantii aristocratici, rimasti addietro nel progresso universale,
escludenti sè stessi dal ceto crescente degli uomini gentili, educati
e veramente liberali, non che formare o muover masse come sperano, non
che esser capaci di far conflagrazioni come temon altri, non avranno
in breve o già non hanno compagni o consolatori, se non fra le rade
file di que’ poveri sansimonisti, owenisti, o fourrieristi, a cui
parrebbemi tempo perduto il fermare i leggitori. La conflagrazione
democratica può continuare ad essere alcun tempo paura di polizie, o
speranza di società segrete, ma non può entrare in conto di niun futuro
prevedibile, non può essere eventualità, occasione da calcolarsi in
niuna impresa importante.
13. Nè sarebbe da tener maggior conto di un tentativo di monarchia
universale che si supponesse da qualche potenza europea. Questo,
quantunque sia stato sogno recente, od anzi appunto perchè fu
dimostrato sogno da’ fatti recenti, non è probabile che si rinnovelli.
Chi oserebbe ritentar ciò, in che fallì Napoleone? Certo, Francia ne fu
troppo ammonita per ritentarlo. Inghilterra non ne sognò, nè per sua
situazione ne potrà sognar mai. Prussia, quantunque grande, è troppo
piccola per ciò; ed Austria, non che avere spiriti a tale impresa, non
ne ha nemmeno a quelle più facili che le si parano innanzi. Non sarebbe
dunque a temerne o sperarne se non da Russia. Ma il vero è che nemmen
questa nè gl’imperadori di lei non sono così barbari da non conoscere
quella gran civiltà europea che hanno all’incontro, o da disprezzarla
a modo de’ loro avi antichissimi. Ei sanno molto bene di non aver
davanti a sè niun imperio romano invecchiato da conquistare facilmente;
sanno d’aver anzi all’incontro quattro grandi nazioni, Germania,
Francia, Inghilterra e Spagna, rinnovellate dagli sforzi fatti al
principio del secolo, per asserir ciascuna la propria indipendenza;
più una quinta, Italia, che desidera quest’indipendenza, tanto più
quant’è più sola nella vergogna di non averla; sanno in somma che una
invasione a modo dei Finni o de’ Mongolli non riuscirebbe; e non han
poi nè volere nè potere di far tali invasioni. Quei loro eserciti che
sono così sterminati sui prospetti, o forse anche realmente tra le
loro steppe, nelle loro colonie militari, o nei campi di esercizi,
li abbiam veduti noi, a che fossero ridotti quando giugnevano sul Po
e su la Senna! e dicesi che fossero anche men grossi quando scesero
sul Bosforo, od oltrepassarono il Caspio. Nella presente civiltà le
invasioni di nuovi barbari son sogni che quando fosser fatti da’ Russi
sarebbon brevi; ma i Russi non li fanno. Il sogno che fanno non è di
monarchia universale, ma solamente di preponderanza europea; e questo
stesso nol fanno in generale, non isperano adempierlo in tutti i casi,
ma in una eventualità, in una occasione sola che prevedono molto bene
e preparano. Altro che barbari! essi sono anzi di que’ buoni pratici,
che dicemmo saper prefiggersi uno scopo lontano, ed aspettarne i mezzi
dall’occasione. E l’occasione che prevedono è la caduta dell’Imperio
ottomano; e la preponderanza che sperano è dall’occupare quelle bocche
del Danubio dove metterà capo un dì o l’altro il commercio europeo,
dall’occupar quel Bosforo e quell’Ellesponto onde il dominerebbono.
Questa è la preponderanza che sarà sogno o realtà, secondo che saprà
ordinarsi a resistenza l’Europa incivilita. E perchè appunto una
resistenza qualunque si farà, qualche compenso si vorrà, qualche
spoglia del medesimo imperio si pretenderà pur dall’altre potenze
cristiane, un dì o l’altro del futuro prevedibile, questa sarà a noi
pure occasione buona probabilmente; ma occasione che si riduce alla
terza di quelle dette, all’occasione di una partizione di Stati.
14. Nè sorgerà probabilmente niun’altra simile. Niun’altra partizione,
niun’altra caduta, niuna gran successione non è a prevedersi in
Europa; se mai sorgesse, ella sarebbe regolata dalla presente civiltà;
sarebbe ridotta a quistione diplomatica od interna, non sarebbe grande
occasione per noi. E quindi senza rigettarne niun’altra se mai venisse,
e tenendoci anzi apparecchiati a tutte, fermiamoci a quella che ci par
la più probabile fra le favorevoli, la più favorevole fra le probabili,
la più promettitrice d’ogni maniera.
CAPO NONO.
L’EVENTUALITÀ PIÙ PROMETTITRICE
Es gibt keine Propheten mehr. Die Wahrsager,
welche unsere beschrænkte Zeit gebiert, müssen
sich, ob Mangel an gœttlicher Inspiration, ihre
Kunde aus eigener Anschauung holen; und nicht aus
den Linien der Hand, nicht aus den Konjuncturen der
Sterne kœnnen sie vorder das Schicksel der Menschen
weissagen, sondern aus der Kenntniss seiner jetzigen
Zustandes, und seiner bisherigen Geschichte.
_Oesterreich und dessen Zukunft_, s. 143.
1. Ed ora, d’eliminazione in eliminazione noi siamo giunti finalmente
ad una che ci pare eventualità, speranza buona. Terminata la parte
ingrata dell’assunto nostro, noi entriamo nella più lieta, ma forse più
difficile. Facile è sempre il distruggere, difficile il riedificare;
facile il dimostrare gli errori altrui, difficile il non cadere in
nuovi, e talora peggiori; facile la parte negativa, difficile la
positiva d’ogni scienza, d’ogni studio. Facile ci fu l’accennare che
non sono probabili nè desiderabili nè il regno d’Italia, nazionale
o straniero, nè le repubbliche, nè niuno ordinamento, in somma,
che non sia progresso de’ presenti; nè probabile la confederazione
stessa finch’è tra noi lo straniero. È facile il dimostrare che
l’impresa di liberarcene, durata già XIII secoli, non può nel futuro
prevedibile compiersi nè per unioni spontanee di principi, nè per
ispontanee sollevazioni di popoli, nè per chiamate nè per alleanze di
altri stranieri, senza qualche buona occasione; e che non sono tali
poi niuna conflagrazione democratica, niun tentativo di monarchia
universale, niuna successione o caduta di regni, se non una. — Ma ora,
mutato ufficio, abbiamo a dimostrare che questa è veramente occasione
e speranza buona; e qui sta la difficoltà. Abbiamo contro a noi i
nostri stessi leggitori che disponemmo al dubbio fin qui; abbiamo in
particolare tutti coloro di cui dicemmo sogni le speranze, e che saran
disposti a dir pur sogni le nostre[17]; ed abbiamo più che mai gli
uomini pratici, indisposti dalle utopie fatte e rifatte sulla divisione
dell’Imperio ottomano. Nè ci varrebbero proteste. Non può valere se non
la nostra attenzione a tenerci anche qui ne’ limiti del prevedibile. Se
così faremo, e se, fra’ primi a trattar dall’aspetto italiano l’assunto
tanto trattato altrove[18], noi riusciremo a fermarvi l’attenzione di
coloro che hanno in mano i nostri destini, l’opera presente non sarà
del tutto perduta. E se in così arduo argomento noi pure erreremo, essi
giudichino, essi ci correggano, ma ci ascoltino; ovvero anche senza
ascoltarci altrimenti, vogliano pensare essi a questa che, qualunque
sia, è pur la meno improbabile e la meno sfavorevole delle occasioni;
a questa che, mal apparecchiata o mal usata, non ci lascerebbe forse se
non il dovere del perseverare senza sperare.
2. L’eventualità di che trattiamo consta di due fatti: la caduta
dell’Imperio ottomano, e la mutazione che ne avverrà nella Cristianità.
— Ma a dimostrare la probabilità del primo, non mi par necessario nè
far una lunga storia della decadenza maomettana in generale o della
ottomana in particolare, nè dimostrare la gran differenza che è fra
tali decadenze vere e le apparenti cristiane. Le due civiltà maomettana
e cristiana si trovarono l’una e l’altra in presenza, giovane la
maomettana, vecchia già la cristiana, or sono più di mill’anni alla
battaglia Poitiers. E vittoriosa la cristiana continuò poi a sorgere e
crescere fino alla onnipotenza presente; mentre la vinta stette prima,
e decadde poi fino alla presente impotenza. Era naturale: questa non
ebbe nè avrà mai i rimedii della civiltà cristiana; non quello primario
della incorruttibile religione, non quelli che ne vengono della virtù,
della operosità rinascenti ora in tutto il corpo, ora in alcune parti
della cristianità. La decadenza ottomana o turca in particolare,
incominciò dalla presa stessa di Costantinopoli, dallo stanziamento
della gente in quella sede costante di corruzioni; e continuò colla
cacciata de’ Mori dalla Spagna, colla sconfitta di Lepanto, e a poco
a poco colle respinte da tante provincie europee ed affricane; e dura
così da IV secoli. S’adduce è vero l’esempio dell’Imperio greco, il
quale durò cadente XII secoli nella medesima Costantinopoli, per
dimostrare che l’ottomano vi può durare altrettanti. Ma l’Imperio
greco non era circondato, assalito, battuto in rovina se non da
genti piccole e più barbare che non esso; l’Imperio ottomano è ora
battuto di fuori da nazioni più grandi e molto più incivilite che
non esso; ed è travagliato addentro poi, e corroso da genti varie
che tendono a libertà e civiltà maggiori. Nè del resto è mestieri di
niuna di queste comparazioni, nelle quali è difficile tener conto di
tutte le somiglianze e differenze, e che per ciò soglion portar più
convincimento in alcune menti solitarie e meditatrici che non in quelle
degli uomini pratici. Bastano a questi oramai gli eventi quotidiani per
tener indubitabile la caduta, irremediabile l’infermità dell’Imperio
ottomano. Molti e varii rimedii furono tentati o si tentano ogni dì;
ma sempre invano. Furono eglino tentati sinceramente? Non importa. La
mala riuscita dimostra o l’inefficacia de’ rimedii, o l’insincerità
de’ rimedianti, o l’irremediabilità dell’infermo, o tutti insieme
questi malanni, e il pronostico riman lo stesso. Non è confessato negli
atti pubblici diplomatici, nè nei pubblici dibattimenti parlamentari
cristiani. È naturale, e fino a un certo punto conveniente. La civiltà
pubblica si è imposti all’incirca i medesimi doveri, che la privata.
Le nazioni cristiane stanno al letto di morte dell’Imperio ottomano
a guisa di medici, o piuttosto d’eredi, i quali non vi parlano della
morte nè del retaggio. Ma ne parla il pubblico; e tanto più quanto più
s’appressa il fine ed è più grande il retaggio. Fu una vera comedia
udire i medici-eredi dirsi via via: proviamo questo rimedio ancora,
o quest’altro; cercando ingannarsi a vicenda, per rimaner ciascuno
solo o con pochi all’ultima cura, ed alle prime spoglie. Se non
che, durando troppo la comedia, pare che se ne sieno stancati essi
stessi; e guardatisi in viso e ridendone tacitamente, lascino ora
fare il suo corso alla agonia, tenendosi convenientemente da parte, ed
apparecchiati.
3. Più sincero, più ardito, più grande d’ogni maniera fu già
Alessandro, imperator delle Russie; il quale professò vedere, non
solamente la caduta ottomana, ma le mutazioni che ne succederebbero
all’intiera Cristianità. Ne’ suoi giorni più belli, in quei giorni
sereni, quando, difesa ammirabilmente l’indipendenza della patria
sua, ammirabilmente rivendicata l’indipendenza d’Europa, avea riposta
in pace la Cristianità, egli vide subito, e primo, che ci voleva
pure una grande operosità alla Cristianità pacificata, un grande
scopo a questa operosità; e vide lo scopo dover essere l’Oriente. E
questo fu gran mente, senza dubbio; ma fu gran cuore, l’avere, esso
autocrate delle Russie, esso nipote di Caterina e pronipote di Pietro,
chiamata a parte di quel pensiero e quell’operosità russa l’intiera
Cristianità. Tuttociò è evidente ad ogni spregiudicato in quel trattato
supplementare, ch’egli Alessandro fece firmare e chiamare _della
Santa Alleanza_; non importando che coloro che il firmarono con lui
ed egli stesso poi ne mutassero le tendenze, lo scopo, l’essenza. Ma
Alessandro rientrato nella sua patria tanto meno incivilita che non
lui, Alessandro, o mutabile per natura o mutato dagli eventi, non
fu più l’Alessandro protettore della civiltà cristiana, innalzatosi
ad una intelligenza di essa cui non arrivò forse nessun principe del
tempo suo. Intanto la civiltà cristiana proseguì da sè l’opera così
ben preveduta. La proseguì per quell’intima ed invincibile operosità
che è natura sua; la proseguì e per le spinte stesse date e non potute
ritirare da Alessandro, e per le ambizioni russe un momento generose,
poi di nuovo ristrette; e la proseguì come conseguenza inevitabile
delle conquiste inglesi nell’Oriente ulteriore. Soggiogato questo
alla Cristianità, non era già possibile che ella si fermasse per via;
o piuttosto, arrivata ad una parte lontana della via, non era più
possibile che ella non tentasse aprirsi il tratto intermedio. Giunta
all’Oriente ulteriore, doveva aprirsi il citeriore, il Levante. Ed
apertoselo in varii modi, per varii aditi, vi si precipitò, ne sboccò,
ne ritornò, se li allargò; ondechè è ora una fiumana, una innondazione,
che niuna potenza umana non può fermare, niuna umana cecità negare.
— E lodiamone la Provvidenza, quanti siamo a non chiuder gli occhi
alla oramai chiara opera di Lei: la diffusione della Cristianità, che
sarà quando che sia seguita da quella del Cristianesimo. E lodino il
Cielo anche coloro che vantan nome di uomini positivi. Positivamente,
questa gran diffusione, questo quasi trasporto ad Oriente è quello che
occupa ed occuperà per molti anni e forse secoli la pace; che sazia
e sazierà l’operosità; che contenta e contenterà gl’interessi anche
materiali di tutte le nazioni europee. Calunnisi il gran movimento,
riducasi da opera provvidenziale a industriale; neghisi o riducasi il
motore, mutisi nome a chi si muove. Il risultato riman lo stesso; e noi
diciamo: _eppur si muove_.
4. Ma, i due fatti oramai certi della caduta ottomana e del movimento
cristiano all’Oriente sono eglino legittimi? Lo scrupolo si propone
per lo più da tali che non ne mostran guari poi in lor opere; da
tali che non ne hanno nel sollevare popoli contra governi, o governi
contra popoli; nel sagrificar le generazioni presenti a’ lor sogni sul
futuro od ai loro sogni dal passato; da tali che accumulando tutte le
legittimità, tutti i diritti in sè soli, se son popolo, mettono fuor
di legge i principi e chiunque dicono non popolo, se son principi,
il popolo e chiunque non è principe. Costoro compiangono, gli uni la
civiltà, gli altri la legittimità turca. Ma noi non sappiamo veder
colà nè buona civiltà, nè legittimità, per vero dire. Non buona
civiltà, chè non ci par tale nessuna oramai se non la cristiana;
non legittimità che non sappiam vedere in una dominazione rimasta
straniera, anzi d’una gente soprapposta all’altre, barbara, despotica.
E noi veggiamo anzi diritti molto probabili nelle popolazioni cristiane
di liberarsi da quella verissima tirannia; diritti e talor doveri
negli stati cristiani d’aiutarli; diritto e dovere nella civiltà e nel
Cristianesimo d’estendersi. E questi diritti e doveri, noi li veggiamo
riconosciuti da gran tempo dai teologi, da’ filosofi e dagli uomini
di stato egualmente; da’ teologi che da Gregorio VII ed Urbano II in
qua sollevarono la Cristianità non solo alle difese, ma all’offese
contro a’ Maomettani; da’ filosofi che spingono innanzi la civiltà
nostra e le debbon quindi concedere le conquiste sulle civiltà minori
ed inconvertibili; dagli uomini di stato che veggiamo avanzarsi e
fermarsi secondo le convenienze de’ propri stati, ma non finora per
nessuno di questi scrupoli. — Ancora, quanto a certo altro scrupolo
del _non intervenire_, parmi che dacchè fu posto ei non sia stato
seguito guari, se non quando tornò a conto seguirlo. Tornò a conto
negli affari interni delle nazioni cristiane: perchè fu scoperto che
queste s’assestano molto più presto e meglio senza intervenzioni; e
quindi non s’intervenne, e riuscì. Ma colla nazione turca non è il
caso; che intervenendo o no, sempre avverrà la caduta di lei; e non
intervenendo si lascerebbero cadere con essa e spegnersi le nazioni
cristiane implicate in essa. Ondechè, diritto e fatto, tutto chiama
le intervenzioni; le quali, se non sieno false, non traditrici, se
facciansi anzi apertamente e fortemente, possono dunque in molti
casi essere legittime, in molti necessarie e di stretto dovere. —
Finalmente, per torci una volta tutti gli scrupoli, si allega da
alcuni il tristo esempio della divisione di Polonia. Ma in nome della
verità, qual somma, qual total differenza! La nazione polacca era,
è nazione cristiana; è di quelle che non possono perire. E mirate il
fatto; divisa, oppressa, dispersa come nessuna mai è ella perita? O non
anzi forse progredita in virtù, in prudenza? E i suoi tre rottami non
sono eglino piaghe in corpo alle tre potenze, che se li aggiunsero? e
più a ciascuna, secondo che più vuol distruggere la indestruttibile
nazionalità? Ma chi può sognare d’una nazionalità turca risorgente
mai, quando fosse dispersa? O chi paragonare l’immanità di aver
voluto spegnere una nazione cristiana, alla necessità di lasciare
spegnersi spontaneamente una maomettana, o piuttosto al prevedere
ch’ella si spegnerà, al raccorne le spoglie quando sarà spenta? —
Perciocchè in somma tutti questi son discorsi inutili. Dei due fatti
che noi consideriamo, il primo, la caduta, non può esser nè legittimo
nè illegittimo, nè oggetto di scrupoli alla Cristianità; è fatto
estrinseco ad essa, che si compie senz’essa. Non può esser questione
se non dell’occupar l’una civiltà le regioni abbandonate dall’altra,
del raccor l’eredità lasciata vacua. E questa stessa questione
seconda è poi già decisa dal fatto. Le spoglie son già incominciate
a dividersi. Russia n’ha già raccolte parecchie, incorporandosi
le sponde settentrionali ed orientali del mar Nero, e prendendo i
tre protettorati di Moldavia, Valachia e Servia nel cuore stesso
dell’Imperio. Grecia è un’altra di tali spoglie, ed Algeri un’altra.
Altro che scrupoli! noi ne siam lungi; non n’è più tempo. Smembrato,
screditato, infiacchito uno stato non è più conservabile. La questione
è stata decisa quando s’incominciò lo smembramento; e nuovamente ad
ogni volta che si continuò. La inarrestabile civiltà cristiana la
decise; o piuttosto la Provvidenza, destinando questi popoli asiatici
come già gli americani a ritirarsi e forse spegnersi a poco a poco,
per lasciar luogo alle generazioni cristiane. E in giustizia? Ma chi
l’osa dire? Sarebbe della Provvidenza; come sarebbero state quelle
adempiute altrove. Diciamo meglio: è uno di que’ misteri che son nella
storia come in tutte le scienze umane. La civiltà progredita può bensì
addolcire i mezzi, evitar le ingiustizie particolari, salvar qualche
popolazione men restìa: ma quanto a fermare la Provvidenza o fermar sè,
che è tutt’uno, la civiltà cristiana non vuole e nol può. E se taluno
venisse a dirci ch’ella il vuole, il può, o il fa, noi risponderemmo di
nuovo: _eppur si muove_.