6. SPERANZA 1.ª — DAI PRINCIPI. Questi non si possono unire se non

o per mezzo di una confederazione che avessero già stretta, in che

continuassero, e che volgessero allo scopo speciale dell’indipendenza;

ovvero per una che facessero apposta. — Ma la prima, già difficile

per sè, come dicemmo, sarebbe impossibile poi a rivolgere allo scopo

d’indipendenza. Quand’anche i principi italiani fossero stati da

tanto, di far la confederazione continua senza lo straniero (come

vorrebb’essere naturalmente per poterla rivolger contra lui), e questo

fosse stato così dappoco da lasciarla fare, egli è poi più che mai

improbabile che fossero quelli tanto dappiù, e questo tanto dammeno che

si potesse fare quel rivolgimento. Il timor del quale è quello appunto

che non lascerà far mai la confederazione continua, quantunque innocua

in apparenza. — E quanto poi a far d’un colpo, partendo dal nulla, una

lega di indipendenza, ella può ben succeder nel futuro imprevedibile,

ma non in niuno di che io sappia prevedere o discorrere. In fondo ad

ogni pensiero di confederazione per l’indipendenza, è sempre un circolo

vizioso; la confederazione per l’indipendenza non si può fare, o almeno

non si può sperare che si faccia, se non coll’indipendenza. Questa

speranza mi sembra poco da valutare per sè stessa indipendentemente

dall’altre. Dato che i sei o sette principi italiani facciano mai una

lega per l’indipendenza, ei non la faranno se non aiutati da’ popoli

o dagli stranieri o da una occasione, o da tutto insieme. Ondechè

all’ultimo le speranze da considerare sono le tre rimanenti.

7. Vengo dunque alla SPERANZA II.ª — DA UNA SOLLEVAZIONE NAZIONALE.

Ma io penso che nessuno mi vorrà udir discorrere d’una sollevazione

che si facesse per un moto spontaneo e concorde da Susa a Reggio.

L’accordo dei 23 milioni di uomini sarebbe più impossibile che non

quello de’ sei principi. Questi moti spontanei non si sono veduti

guari in niuna gran nazione, ma solamente in qualche gran città, o

tutt’al più in conseguenza di qualche atto immane di tirannia che

unisse tutti gli animi in uno sdegno[13]; due casi diversi dai nostri

prevedibili. Nè potrebb’essere il caso di quel modo di sollevazione

recentemente inventato o perfezionato in Irlanda, e chiamato _per

agitazione_. Qual che abbia ad essere il frutto di questo modo, ei non

può usarsi se non in paesi già molto liberi, e in che si voglia più

libertà o indipendenza; ma in quelli così tenuti che v’è difficile ogni

menomo movimento, è impossibile il movimento massimo dell’agitazione.

— Quanto alle sollevazioni non universali, ma parziali, non della

nazione, ma d’una città od anche di uno intiero degli stati italiani,

ho io bisogno di ridire che elle sono un nulla, o peggio che nulla

allo scopo unico, alla indipendenza nazionale? di rammentare gli

sperimenti fattine? o fermarmi a dimostrare che il frutto delle

imitazioni sarebbe simile a quello degli esempi? Che sarebbe frutto

di dipendenze vecchie accresciute, e di nuove aggiunte? Ma io farei

ingiuria ad ogni lettore assennato con fermarmi a tutto ciò. — Io

scrittore, avendo nel 1814 avuto l’onore d’essere presentato ad uno

de’ maggiori uomini di stato dell’Imperio austriaco, al dì che giunse

in Parigi la nuova della sollevazione de’ Milanesi (la qual fu pure

diretta allo scopo unico dell’indipendenza, più che niuna delle fatte

poi); e scandalezzandosi chi mi presentava ed era gran conservatore,

all’udir quella sollevazione, quel tumulto popolare: «Oh! ma!» riprese

l’Austriaco, «è sollevazione tutta a favore di casa d’Austria». E il

detto mi s’infisse per non uscirne più mai, nella mente giovanile;

fu uno di quelli che la conformarono fin d’allora a queste opinioni,

che vengo or vecchio promovendo. — Quanto poi a quella osservazione

volgare, che anche questi moti parziali, ed anche falliti, giovano a

tener vivo il fuoco sacro della libertà, risponderò brevemente (e credo

basti ai sinceri) che giovano anzi a tener vivo il fuoco empio delle

divisioni e delle vendette. E finisco con dire ai governanti: »Deh

non date occasioni»; ed ai governati: »Deh non prendetele quand’anche

vi son date, a queste sollevazioni parziali. Dove che sia la prima,

dove che resti la colpa ultima, è men colpa degli uni verso gli altri,

che non verso la patria comune e straziata». — Ma se la sollevazione

universale contro agli stranieri è poco men che impossibile, ed una

parziale è nociva, ei ci resta ad esaminare se non sarebbe il caso poi

di una sollevazione generale, che si preparasse e facesse con quelle

congiure o società segrete, che son tutt’uno comunque si chiamino, e

qual che sia vessillo esse innalzino. E di queste poi non mi fermerò a

dire tutte le bruttezze; non prenderò a mostrare che l’essenza loro, il

segreto accettato prima di conoscerlo, l’obbedienza a un capo ignoto,

la tendenza a un ignoto scopo, sono servitù moralmente peggiori di gran

lunga che non qualunque servitù anche allo straniero; che a tenere e

promuovere tali secreti, la dissimulazione si volge necessariamente in

simulazioni, inganni e tradimenti; che non solo la bontà dello scopo

non iscusa la malvagità de’ mezzi, ma questa deturpa e perde quella,

dichiarandone l’impostura, e che quindi quanto è più legittimo e santo

uno scopo, tanto più son condannabili ed empi i cattivi mezzi; tutto

ciò è chiaro a chi esamini la quistione di moralità. — Ma perchè

sono e saran sempre molti che non esaminano se non la quistione di

utilità, a questa dunque ci fermeremo. E diciamo risolutamente, che

le congiure sono il mezzo meno utile, di non probabile riuscita in

qualunque impresa di una grande nazione. Le congiure non riuscirono

guari mai; se non di pochi e contro a pochi. Se son di molti suol

mancare in alcuni o la segretezza o la temerità parimente necessarie.

Se sono contro a molti suol rimanere ad alcuni la potenza d’impedire

la riuscita. E quindi le congiure riuscirono ne’ serragli dei despoti

asiatici, ne’ palazzi degli imperatori romani, degli autocrati russi,

e dei tiranni del medio evo, dove tolto di mezzo uno o due uomini,

era mutato tutto. E riuscirono per la medesima ragione talora nelle

repubblichette antiche o del medio evo, che erano in mano a pochi

cittadini. Ma negli stati grandi e civili, sieno più o men liberi,

più o men pure monarchie, le congiure poterono riuscir sì ad una

scelleratezza od a un ammazzamento, ma non allo scopo di mutare lo

stato; perchè l’ordine dello stato non vi dipende in realtà da un sol

uomo, ma da molti, dall’abito, dall’opinione universale. Noi dicemmo

le sollevazioni difficili; ma le congiure son molto più; e molte che

han nome di congiure non furono se non sollevazioni. È naturale i

perdenti non confessino queste, perchè il confessarle implicherebbe

confessione d’essere stati o tanto scellerati da darne causa, o tanto

sciocchi da non vederne i segni che sogliono esser pubblici; mentre il

dirle congiure li scusa da tirannia e da sciocchezza tutto insieme. E

così è che quanto più si studia storie, tanto meno congiure si trovano;

e le trovate, si trovano essere state poco men che inutili al fatto

già compiuto dalle sollevazioni. A ciò son ridotte quelle due famose

del Rutli e di Giovanni da Procida[14]. Del resto, quando si volesse

vedere nelle storie più congiure riuscite che non ne so vedere io,

tale riuscita si è fatta e si fa più difficile ogni dì nella crescente

civiltà. È parte importante e bellissima del progresso presente, che

l’arte della difesa dello stato sia progredita più che non quella

dell’offesa. E il vero è, che fra tante congiure minacciate, temute,

apparecchiate, rotte, scoperte, svelate od anche momentaneamente

riuscite ai nostri dì, due sole si possono dire essere state vere

congiure, ed essere riuscite a vero e durevole effetto; quella di

Germania contro a Napoleone, e quella dell’esercito spagnuolo contro a

Ferdinando VII. Ma lasciando questa, perchè fu congiura d’esercito più

che di nazione, ed a scopo di libertà, non d’indipendenza, fermiamoci

all’altra che è più citata e più somigliante a quella di che parliamo.

8. Ma, salva la somiglianza dello scopo, io non saprei scorgere se

non differenze. 1.º Fosse virtù propria o di quegli anni, i Tedeschi

non impacciarono lo scopo; non incominciarono dalla libertà interna

quando mancava loro la esterna. All’incontro, è vizio antico italiano

l’abbandonare questa per quella. Soli non vi caddero i collegati di

Lombardia, che presero consoli, podestà, qual che lor s’offrisse

governo interno, e seppero giovarsene contro allo straniero; e

perciò riescirono. Ma pochi anni appresso vedemmo già così distrarsi

miseramente tutta Italia, i Guelfi stessi. E così fino al fine

delle repubbliche, così ne’ 25 anni francesi moderni, così ne’

sollevamenti parziali d’intorno al 1820 ed al 1830. Molti di questi

furono vere comedie politiche; da passare, se fosse stato possibile

nelle condizioni nostre, sulle scene; ma che, innalzate all’incontro

dalla persecuzione a dignità tragica, rimangon pur troppo tanto

più profferite alle future imitazioni. E questo che è gran pericolo

d’ogni impresa d’indipendenza, sarebbe grandissimo poi di qualunque

si facesse per congiure e società segrete; le quali per lor natura

e lor forme si fanno quasi scuole, o prime prove non solamente di

libertà, ma di licenza. E deh fosse vivo uno, di che mi vanto essere

stato non meno amico privato che avversario politico! Il quale, duce

sincero ed ardito di siffatti convegni, io invocherei volentieri

a riattestare «la compagnia empia e malvagia» ch’io gli udii già

lamentare. — 2.º La nazione tedesca è per tutte le sue qualità e per

tutti i suoi difetti, la più propria che sia a far congiure. È grave,

soda, pensierosa, d’ingegno più profondo che vario, più tenace che

pronto, più ragionatore che imaginoso; è operosa, ma lentissimamente,

segreta, confidente, semplice di costumi. All’incontro, che che si dica

da molti stranieri a vituperio o da alcuni nostri a vanto, la nazione

italiana è la nazione del mondo men capace di congiure; è quella che

le fece sempre men bene. Gl’ingegni vi son pronti e mutabili, forse

oltre ad ogni prontezza greca o francese, sono varii, distraentisi ad

arti, lettere, scienze materiali o spirituali o miste, tutto a vicenda

e talor tutto insieme. E tuttavia l’ingegno v’è men pronto che la

fantasia, e la fantasia men che le passioni. Molto si parlò di ciò che

possono e fanno gli odii e le vendette, ma non forse abbastanza di ciò

che può e fa o non lascia fare l’amore in Italia. In fatto di costanza

poi, noi ammirammo quella della nostra impresa d’indipendenza; ma è

lamentabile l’incostanza de’ mezzi tentati. Il segreto ci è antipatico;

la confidenza nostra suol essere abbandono; e i tradimenti ci vengono

a ciascuno, più sovente da sè stesso, che non da altri. Tutte queste

non sono qualità da congiuratori, certamente. E s’io non temessi di

stancare colle rassegne della storia d’Italia, io ne farei una delle

_Congiure italiane_; e mostrerei che in proporzione al gran numero

degli stati nostri noi ne facemmo meno, e peggio, che niuna altra

nazione, men che Francia ed Inghilterra in particolare, i cui scrittori

ce le rimproverano. — 3.º Finalmente poi e principalmente, riuscì a

bene la congiura d’indipendenza tedesca per questa ragione: che lo

straniero v’era non solo grave, ma opprimente, non solo incomodo, ma

disperante, non solo usurpator di provincie, ma delle sostanze e delle

persone, turbator delle famiglie, delle vite, tiranno vero. Ora, ei

si sa (e fu molto bene e facondamente detto dal Gioberti) che a far

buone rivoluzioni ei ci vuol buona tirannia; ma a far congiure ei ci

vuol tirannia buonissima. Questa era in Germania; epperciò la congiura

riuscì e diventò rivoluzione. Ma in Italia è tutt’all’opposto. Ei può

rincrescere, ma così è: la tirannia non v’è. Sugli stati italiani non

è se non preponderanza, grado infimo di oppressione; la quale si fa

sentir più a’ governanti che a’ governati; più nell’impedire il bene

che in procacciar mali. Il popolo, la plebe dei principati italiani,

che come ogni plebe ha a pensare alla vita quotidiana, non pensa al

popolo delle provincie straniere; e gli uomini colti e pensanti pensano

a non perdere l’indipendenza qual ch’ella sia che pur hanno essi,

prima che a darla ai fratelli; pensano, e non si può dir che facciano

male, ai doveri presenti verso il principe, verso lo stato proprio,

primachè ai doveri eventuali verso i sudditi altrui. E tanto più che

nemmen questi non vi pensan tutti. Io credo bene che colà gli uomini

di coltura e pensiero pensino la vergogna della soggezione, la miseria

dell’inoperosità, il danno de’ vizi fomentati dallo straniero; ma

nemmen là tutto ciò non si fa sentire al popolo intiero, al volgo basso

od alto, a cui non sono impediti nè i bisogni nè i piaceri quotidiani.

Virtù e vizi di quel governo concorrono là alla quietudine. Giustizia

civile e criminale, amministrazione, strade, imprese pubbliche,

stabilimenti di beneficenza, interessi privati, studi elementari, tutto

il sufficiente, è protetto, è promosso là, sufficientemente. Si traggon

ricchezze; ma ne restano. V’è poca coltura alta; ma v’è la bassa.

Non si provvede all’operosità, si promuove l’ozio, forse il vizio; ma

l’ozio ed anche il vizio sono piacevoli ai più, e chi pur cadendovi se

ne sdegna, n’è tuttavia fatto incapace di sdegnarsene efficacemente.

Pochi sono, dappertutto, gli uomini che si serbin vergini dagli

effetti di qualunque servitù; ma più pochi, di una mitissima. «Tant’è

l’un basto quanto l’altro», dicono con parole degne del senso. E così

in somma nè negli stati italiani nè nelle province straniere, non è

materia da congiura che possa diventar rivoluzione d’indipendenza; non

è probabilità che tal sia data dai tempi i quali diventano via via più

miti, più civili; non è a far tal congiura una nazione naturalmente

capace di congiurare; se si facesse, sarebbe guasta probabilmente

dall’antica preoccupazione di libertà cresciuta a’ dì nostri; sarebbero

difficili, impossibili ad unire in essa principi e popoli, grandi

e piccoli, provincie e provincie. Deh non si faccia! deh tolga la

Provvidenza il funesto pensiero dalle menti, dalle fantasie italiane!

9. SPERANZA III.ª — DA UNA CHIAMATA DI STRANIERI. Ma ciò che non

è possibile per ispontanee confederazioni di principi o congiure

di popoli italiani, non sarebb’egli forse chiamando stranieri, i

quali procurerebbero l’unione impossibile tra noi soli? Posto fuori

un centro qualunque, un punto di convegno, non vi si riannoderebbe

egli ciascuno? S’io credessi buono tal convegno, sarei il primo a

confortarvi i miei compatriotti; per l’impresa d’indipendenza non è a

fuggir niuna speranza che non sia colpevole. Ma non è speranza buona

nemmen questa. Qui si versa più piena la facondia del Gioberti. E noi

stessi ricordammo testè i danni di tutte quelle chiamate, di Greci

contra Goti, Longobardi contra Greci, Franchi contra Longobardi,

Tedeschi contra Franchi; un re francese ed uno spagnuolo invano

chiamati, i Tedeschi chiamati, e venuti; e fra questi una casa opposta

all’altra, parenti a parenti, talora figli a padri; ed Angioini contra

Svevi, Aragonesi contra Angioini, Francesi contra Aragonesi, Austriaci

contra Francesi, Francesi contra Austriaci ripetutamente, senz’altro

frutto che di servitù mutate, pessime delle servitù. — Ma, io intendo

venire, deh si tolleri, a recente e maggior vergogna. In tutta quella

lunga serie di chiamate antiche non è se non una rimasta inesaudita;

salvo quella, i chiamati venner sempre. All’incontro, negli ultimi

anni, dal 1815 in poi, già sono parecchie chiamate italiane, a cui

non fu dato retta. Ondechè, se elle si dovean già fuggire per le due

buone ragioni, che elle furon sempre inutili e sovente nocive, or s’è

aggiunta una terza e più vergognosa, che elle si sono fatte molto più

difficili ad essere esaudite. E così sarà, secondo ogni probabilità,

anche per l’avvenire. Parliamo chiaro, e dando ad ognuno il nome

suo. Quando si tratta di chiamare contro a Germania, s’intende che

si tratta di Francia. Francia fu sempre chiamata contro Germania,

come Germania contra Francia; e l’una val l’altra quanto al pericolo

di mettercele sul collo, a vicenda; benchè la vicenda di Germania

sia durata sempre più a lungo che non quella di Francia. Ma insomma

Francia è quella ch’or ci toccherebbe chiamare; e chiamata ultimamente,

non venne; e se si chiamasse di nuovo, verrebbe anche meno. Tutto è

mutato rispetto a noi, dalle condizioni civili mutate in Francia.

I re francesi già assoluti, e principi belligeri d’una belligera

nazione, avean bel gioco in ispingerla fuor di casa ad imprese di

lor ambizioni od interessi personali o famigliari. Poteva sì venir

in mente a qualche consigliero o cortigiano di rara rettitudine, il

porre innanzi l’interesse di Francia non concordante con gli interessi

del Valois o dei Borboni, ma quelli non erano uditi; e i più degli

affollati attorno al trono non tenean conto se non degli interessi di

chi vi si sedeva. Il medesimo e peggio fu sotto a Napoleone. E peggio

sotto alla repubblica democratica, intermediaria: le democrazie sono

anche più facili ad adulare, più interessate e più ambiziose che non

niuna famiglia di principi. Ma dove prendon parte alle deliberazioni

pubbliche più o meno tutte le classi educate o colte d’una nazione,

queste non si lasciano facilmente trarre all’imprese indifferenti

ad esse; nè per far un nome al principe, nè per dar un trono ad un

cadetto i cui figliuoli dimenticherebbono l’origine e le gratitudini;

nè per congiungere al territorio una provincia, se non sia veramente

preziosa od alla difesa, od alla ricchezza nazionale. E so bene che

mi si opporrà l’esempio d’Inghilterra; la quale con tal governo ha

pure fatte e fa latissime conquiste. Ma queste non che infermare,

confermano anzi la proposizione mia. Le conquiste inglesi si fanno

tutte per l’interesse del commercio nazionale, computato, spiluccato

a lire, soldi e danari; e qual non presenta vantaggio, o non si fa,

ovvero è riprovata, od anche, come vedemmo ultimamente, abbandonata. Di

che sarebbe ad aggiunger molto ed inutilmente per coloro i quali non

abbiano contezza della storia inglese da un secolo in qua; ma basta

e soverchia quel che n’è detto a coloro che l’abbiano[15]. E dico poi

che le conquiste in Italia non sono di quelle che presentino a Francia

utilità nazionali. Gl’interessi, le ambizioni stesse francesi non han

che fare in Italia; arrivano all’Alpi, e non più. Di qua ritroverebbero

più tombe che trofei; quante venute, tante cacciate, e non è più il

tempo che una nazione si consoli per un bel detto del suo re: «tutto

è perduto fuor che l’onore». Ora, conquistando, non si vuol perdere nè

onor nè roba, nè quasi vite; e perchè le conquiste metton sempre tutto

ciò a gran rischio, perciò si fanno e faran più rare ogni dì. Niuna

provincia italiana di qua dall’Alpi non è a Francia continuazione di

territorio per arrivare a un limite che sia o si pretenda naturale,

non a sponde, non a foci di fiumi francesi; non è scalo a niuna colonia

francese presente nè prevedibile; e se tal è quel Levante che Francia

pretese testè, è scalo così vicino alla partenza, che non ha pregio

di vero scalo; oltrechè quella pretensione già abbandonata ora, sarà

abbandonata più che mai, quanto più s’assoderà, per opera di sua

costituzione, la ambizione di Francia. E quindi ei si può prevedere

per l’avvenire ciò che vedemmo negli ultimi anni: che alcuni politici

avventati di Francia, alcuni di quelli che per aver meditato troppo

sugli eventi della repubblica o dell’imperio non sanno vedere la gran

differenza che corre ora, alcuni di quella parte che si spaccia per

progressiva, ed è retrograda o almeno tardigrada, alcuni di tutti

questi Francesi sogneranno conquiste e propagazioni di lor pazzie

in Italia; e che alcuni Italiani lor simili daran retta forse a quei

sogni, credendoli sogni di tutta Francia, poi l’incolperanno di non

averli effettuati. Ma quella nazione, quel governo, or assodati,

lasceranno sognare i sognatori francesi ed italiani; e si contenteranno

di far ciò che han fatto, d’impedire che l’Austria non s’accresca

in Italia; e ciò stesso faranno con rispetti infiniti all’Austria,

già emula e nemica, or l’alleata più naturale che si abbian essi sul

continente. Del che io sono per dire più largamente fra poco. — Del

resto tolta di mezzo così la chiamata di Francia, non dimorerò a far

il medesimo su quelle che s’imaginassero di Spagna od Inghilterra, o

d’altre potenze più lontane. Le medesime condizioni politiche farebbono

su quelle due il medesimo effetto di non lasciarvi ascoltare le nostre

chiamate; e quanto alle più lontane e di condizioni opposte, io credo

bene che nessuno vi pensi. — Ma io protesto che di tutte queste e di

Francia non volli escludere se non le chiamate propriamente dette,

e le venute simili alle antiche; dico le chiamate fatte da una parte

italiana, e le venute intraprese o con animo di aiutare quella parte, o

peggio a fine di conquiste. Chè quanto allo escluder le alleanze che si

facessero da’ nostri principi con qualunque di quelle potenze straniere

o per iscemar preponderanza della potenza straniero-italica, od anche

meglio per aiutarci in qualunque occasione d’indipendenza; siffatta

esclusione sarebbe tale stoltezza, tale esagerazione di principii, tal

esaltazione puerile di vanità nazionali, da non supporsi in niun adulto

leggitore. Del resto siffatte alleanze non si sogliono fare, se non in

e per occasioni determinate. Ondechè questa Speranza si implica nella

seguente.

10. SPERANZA IV.ª — DALLE OCCASIONI. Una delle maggiori vanità in

che sogliamo cadere noi scrittori, è quella di attribuire ai disegni

degli uomini più potenza, alle occasioni men potenza che non avviene

in realtà. I poeti tragici sono i divulgatori di quest’errore perchè

han bisogno di magnificar gli uomini, e di rappresentare in essi

tutta una età. Gli altri poeti e i novellanti traggon lor dietro per

una quasi ugual necessità. Seguono molti filosofi per una simile; e

seguono molti biografi, ed anche storici che si dilettano in ritratti

ed orazioni da porre in bocca a lor personaggi. Chi non ha letto i

disegni di conquistare il mondo attribuiti a que’ Romani primitivi,

i quali stentarono pure 400 anni entro al cerchio di 10 miglia

intorno alla città? E quell’altro di estendere la potenza temporale

sull’universo mondo, attribuito a que’ papi che stentavano contro a

Tivoli, o a’ Crescenzi, o agli Arnaldi, od ai Colonna, od agli Orsini?

O quelli quasi creati di un colpo e proseguiti con regolarità, che

s’attribuiscono ad ogni conquistatore quantunque surto da infimi

principii? Gli uomini pratici non cadono almeno in tale errore. Ei

sanno molto bene che i disegni ideati troppo lunghi, riescono corti

all’eseguimento; epperciò cadono talora nel vizio contrario d’idearli

troppo corti. La buona pratica sta in mezzo; prende scopi lontani

anzichè disegni lunghi; e il tempo e l’attenzione che soglion perdersi

dai più a fantasticare su questi disegni, ella li adopra a discernere

ed accertar le occasioni. Quindi noi avremmo forse potuto ridurre a

queste le ricerche nostre. Riduciamovici ora ad ogni modo.

11. Noi non sapremmo vedere se non tre occasioni che possono giovare

all’impresa di nostra indipendenza. 1.º Qualche conflagrazione

democratica. 2.º Qualche tentativo di monarchia universale. 3.º

Qualche partizione di stati, più o meno simile a quelle che diedero

le occasioni del secolo scorso. Ma anche queste tre occasioni, non

ci paiono probabili tutte; ondechè sovr’esse pure noi continuiamo la

nostra opera d’eliminazione.

Delle speranze d'Italia · 第 6 / 29 段