quel periodo troppo più lungo che un secolo, il quale è svergognato
in tutte le memorie italiane sotto il nome di Seicento; periodo
della dipendenza diretta più estesa, dell’indiretta più grave, della
nazionalità più ridotta che sieno state mai; periodo che rimane quindi
per natural conseguenza povero d’ogni operosità e virtù ispiratrice,
ricco d’ozi, di vizi e di corruzioni, nelle lettere, nelle arti, negli
ordini civili e nell’armi. Questa opinione del nostro _Seicento_ fu già
universale, ed era non meno sana che giusta. Giusto era e sano, che un
periodo di dipendenza si tenesse per periodo d’abiezione, e l’abiezione
per corruzione; giusto e sano, che posto questo nostro secolo XVII
col X, si vedesse che da qualunque grado di coltura e civiltà, una
nazione può precipitare in dissimili ma pari abiezioni e corruzioni.
Ma ora, corre un modo pessimo di storie; una ricerca di erudizioni
recondite, di filosofie storiche rovesciate; una smania di negare
tuttociò che il senso comune delle generazioni aveva fatto passare in
certezze universali; una pretensione di trovare ed insegnare ciò che
non fu mai nè insegnato nè saputo. È semplice ambizione di novità?
ovvero forse applicazione lata di quel metodo storico, che incominciò
colla negazione delle verità, delle tradizioni più universali e più
importanti? Io non entro in intenzioni, e lascio ciascuno decidere
inappellabilmente delle proprie. Ma discuto i fatti e lor importanze;
ed importantissimo affermo, che si serbi la salutare infamia del
_Seicento_. Invano ci si cita per redimerlo la grandezza di Galileo.
Galileo fu primo, buono, grande e pratico avviatore delle scienze
materiali tutte quante, in quel metodo dello sperimento, che Bacone
non fece se non raccomandare quand’era già incominciato a praticarsi.
E quindi è buona la rivendicazione di questa vera e grande gloria
italiana; buono l’osservare la inesauribile fecondità dell’ingegno
italiano, il quale, troncategli tutte l’altre vie, seppe pur trovarne
a sè ed altrui una nuova e magnifica. Ma le scienze materiali hanno
questa, che non so s’io chiami virtù o vizio: che elle non sono quanto
l’altre, dipendenti dalle virtù, dalle condizioni nazionali; che
elle possono allignare e fiorire anche in nazioni servili e corrotte;
benchè poi non vi fruttifichino a lungo nemmen esse. E il vero è che
la vita di Galileo è prova ella stessa della dappocaggine de’suoi
contemporanei. Non è il papa, non la curia romana, contro cui si
voglian rivolgere l’ire principali per le persecuzioni fatte a Galileo.
La curia romana non fece forse, ella, di quella questione di scienza,
una questione di teologia. Galileo, egli il primo la fece tale, con
imprudenza e zelo senza dubbio molto perdonabile; ma perdonabile è pure
l’imprudenza e lo zelo contrario della curia romana. Ondechè il più
imperdonabile in tutto ciò fu la dappocaggine del gran duca, e degli
altri protettori, e di molti amici, cioè in somma de’ contemporanei
di Galileo. Ma peggio assai è quando, a redimere il _Seicento_, ci
citano un Masaniello, un Bruno, un Campanella; un pescator capopopolo
impazzito tra gli otto dì d’una sollevazione vilissimamente poi
terminata; e due frati, nelle opere di cui si ritrovano non so quali
semi di alcune idee filosofiche, che si trovano (siccome insiste
nella natura umana) quasi dovunque si frughi; ma le cui opere e
la cui vita furon certamente men di buoni filosofi, che di cattivi
teologi, e talora di sciocchissimi astrologi. Meglio citato è Vico,
filosofo nuovo e grande senza dubbio, il quale scrisse tra il finir del
_Seicento_ e il principio del _Settecento_; ma l’assoluta trascuranza
in che fu tenuto da’ contemporanei, prova la nullità ed abiezione
prolungata fino a questi. Nè servirebbe citare un Alessandro Farnese,
un Piccolomini, due Villa, Montecuccoli o il principe Eugenio; tutti
insigni ed alcuni grandi guerrieri, ma guerrieri di ventura fuor di
patria. Le grandezze fuor di patria dimostrano sì, che, secondo la
frase d’Alfieri, la pianta uomo nasce vigorosa in Italia; ma dimostrano
insieme che l’aria vi è sovente cattiva; che per allevarsi grande,
la buona pianta ha talor bisogno d’essere trapiantata; e che l’arie
straniere le sono talora pur troppo più amiche. Tutti questi guerrieri
senza possibilità di guerreggiare per l’Italia e guerreggianti fuori,
mostrano quanto fossero mutate le condizioni nostre da que’ tempi,
in che almeno assoldavamo noi gli stranieri, non mandavamo a soldo
altrui i nostri capitani di ventura. — Se si voglia riposar l’occhio
su qualche vero resto di virtù italiana esercitata in Italia, forza
è rivolgersi a quelle province che, dipendenti dalla preponderanza,
erano almeno indipendenti dalla diretta signoria straniera, Roma,
Venezia, il Piemonte. Ma quali indipendenze, quali virtù anche
queste, se vogliamo una volta guardare e vedere? Di Roma e de’ papi
dell’ultima metà del _Cinquecento_ e di tutto il _Seicento_, abbiamo
da un Tedesco ed acattolico una recentissima storia, la quale descrive
la magnifica resistenza fatta da que’ papi coll’aiuto di parecchi
nuovi e giovani ordini religiosi, contro all’eresie giovani e forti
ancor esse. E v’abbiamo pur degnamente lodati alcuni fatti civili di
alcuni di que’ papi, sopra tutti di Sisto V. Ma questi furono pure
i tempi di quei nipotismo menomato e più vile, che non potendo più
dar province e città, dava poderi e danari; e non aveva quindi nemmen
la scusa di accrescere la potenza, diminuiva solamente la ricchezza
della Santa Sede[11]. E questi sono i tempi che Francia, esclusa
dalla penisola, non aveva nemmen bisogno di scendere per tiranneggiare
Roma, e farsi fare scusa d’aver resistito alle proprie insolenze; i
tempi in cui bastava un confessor di Ludovico XIV a turbar la quiete
della curia romana. — E Venezia poi era indipendente; ma come usava
l’indipendenza? Contro ai Turchi. Ed era bene senza dubbio, e le
imprese di Candia e di Morea possono servire di consolazione a coloro
che ne voglion trovare ad ogni modo. Ma queste imprese tanto vantate
furono, o di conquiste mal assicurate e in breve lasciate, o di difese
lunghe, ma finite coll’abbandono; ondechè in somma elle dimostrano
non altro che impotenza. La quale poi è confermata dalla sofferenza
della repubblica in quella congiura, che più si spiega, più è brutta
per Venezia; come la crescente e già incancherita corruzione di lei
è confermata poi da tutti i particolari di quelle guerre, di quella
congiura, e di tutta la storia di que’ tempi. Ora è un’altra moda,
di esaltar Venezia, e dir immeritate le miserie di lei, e chiamar
insulto il palesarne le cause. Ma a me pare che il peggior insulto che
si possa fare ad una generazione presente, sia il crederla incapace
di sentir le colpe e le corruzioni degli avi. Venezia del _Seicento_
fu corrotta un po’ più, un po’ meno, come l’altre proviuce italiane.
Tanto facilmente, io stava per dire tanto giustamente, s’attacca
la corruzione dalle dipendenti alle indipendenti che soffrono tal
vicina. — Non è dubbio: la men corrotta come la men dipendente fra
le province italiane incominciò allora ad essere il Piemonte; grazie
ai principi antichi e all’armi proprie che serbò. Io non temetti
poc’anzi di sfogliare una corona, la quale si suole por fra l’altre
sul capo de’ reali di Savoia; non fuggii dal dir principio o conferma
della servitù italiana quel trattato di Cateau-Cambresis, che fu
principio o conferma della potenza di quella casa. I fatti parlano,
e la verità è sola utile, e sola rispettosa; ed a quali si vorrebbe
servir più, a tali si debbe, non potendo altro, far omaggio al meno
di essa qual si vede da ciascuno. Emmanuele Filiberto, spoglio del
suo stato da Francia, è, per il primo e sommo diritto di propria
conservazione, scusabile di aver offerto, nobile e gran guerriero,
i suoi servigi a Spagna; d’aver combattuta e vinta la giornata di
S. Quintino, imposto il trattato di Cateau-Cambresis. Ma Emmanuel
Filiberto è senza riserva ammirabile poi fin dal domani del trattato.
Appoggiandosi da quel dì a Francia contro a Spagna, non puerilmente o
poeticamente nemico, ma politicamente e secondo utilità or avversario
or alleato d’ogni straniero, subito intese la nuova situazione di sua
casa; subito ne fondò la politica; la naturale, la inevitabile, la
giustissima politica di giovarsi, tra due vicini soventi prepotenti,
di quello che fa meno prepotenze in ciascuna occasione; e per ciò,
per poter offerire quinci un alleato, quinci un avversario valutabile,
tener sull’armi unito, tranquillo e quanto può felice, il popol suo.
Del resto, il maggior esempio che lasciasse Emmanuel Filiberto a’
successori fu quello di far italiana la sua potenza. Fino a lui quei
principi s’eran tenuti come a cavallo dell’Alpi; egli posesi di qua,
dimorò nella italianissima Torino, stanziovvi la corte e il governo,
fortificolla e incamminolla a gran città, gran capitale; intendendo
subito e molto bene (all’incontro di alcuni moderni) che negli stati
italiani più che negli altri, la capitale è quasi tutto. Così pure
chiamò letterati e incamminò lettere italiane in quella terra sua,
che fu creduta gran tempo Beozia, ed era piuttosto Macedonia nostra.
Nel che e nel resto fu imitato poi da ciascuno de’ successori più o
men bene, secondo le capacità. Ma non è vero che questi tenessero
fin d’allora, come si suol dire, le chiavi d’Italia. Le quali se
avesser eglino tenute, le avrebber tenute molto male, aprendo ad ogni
vegnente; e il vero è che senza Saluzzo e Monferrato essi non avevan
forze da ciò, ed atteser anzi a rafforzarsi con queste nuove province
in Italia, a lasciar per esse parte delle francesi, a chiuder a poco
a poco quelle porte. E così in somma, continuando l’opera di Emmanuel
Filiberto, e quasi soli fra gl’Italiani, guerreggiando, e soli serbando
le conquiste, soli si posson dire aver serbate armi e virtù italiane,
mentre gli altri pultrivano; soli essere progrediti, mentre tutti
gli altri retrocedevano. E così arrivarono essi soli degnamente alle
nuove occasioni. — Ed anche del _Seicento_ sarebbe utile una storia,
severa. Se non che, quale storia farebbe dimenticare quella, difettosa
sì ma inarrivabilmente splendida del Botta? quale poi principalmente
arriverebbe alla piacevole ma terribile, immaginosa ma veritiera
descrizione che ce n’ha data il Manzoni?
13. Ma diciamo una seconda volta qui al secolo XVIII, come il dicemmo
all’XI: LE NAZIONI CRISTIANE POSSONO AMMALARE MA NON MORIRE; e non
possono dunque, quando sono inferme se non guarire. E così, dopo aver
notata nel _Seicento_ una gran dipendenza e corruzione italiana,
noi abbiamo a notar nel secolo seguente un secondo risorgimento
d’indipendenza e di virtù. Il risorgimento è indubitabile; e, noto
già a’ più veggenti, fu fatto chiaro e volgare dai due nostri grandi
storici moderni, Botta e Colletta. Ai quali rimandando per li fatti,
basterà a noi fermarci alle cause principali. — E la prima fu la
medesima che quella di sette secoli addietro: la incorruttibilità
cristiana. Ma questa operando sempre, opera con mirabile ed
inesauribile varietà, secondo i tempi. Nel secolo XI, corrotta la
intiera cristianità, non poteva essere se non la chiesa stessa, il
fonte dell’incorruttibilità che risanasse il resto; ed ella risanò
prima la nazione circondante il centro suo, la italiana. Ma progrediti
i tempi, le corruzioni generali diventarono e rimangono impossibili
quanto le barbarie; e ad ogni modo fino ad ora non se ne rividero
più. Quando l’Italia, che aveva tenuto il lungo primato, ma che
non l’aveva stabilito sulla compiuta indipendenza, lo perdette poi
colla corruzione, il primato passò di mano in mano all’altre nazioni
cristiane. Ebbelo prima, dopo l’Italia, la penisola iberica, operosa
e virtuosa in navigazioni, conquiste, missioni, diffusioni, arti e
lettere lungo tutto il secolo XVI e parte del XVII. E vuolsi egli
vedere come fa a passare il primato? Italiano era stato Marco Polo
scopritore e descrittore dell’ultimo oriente; italiano tutto quello
studio di questo, italiano quel disegno di giungervi da occidente,
che furono così bene illustrati dall’Humboldt; italiano Colombo, che
adempiè il disegno; italiano Amerigo, che gli diè nome. Ma memorie,
studii ed uomini proprii furon negletti dall’Italia non più operosa; e
così tutto il frutto ne passò a Spagna operosa, e questo frutto trasse
seco il primato. E corrottasi Spagna rapidamente fra i rapidi trionfi,
il primato passò poi a Francia. Se non che questo passare i primati
dall’una all’altra nazione cristiana, ci pare fatto così importante a
ciascuna (ed alla nostra principalmente, dopo quello che chiameremmo
il magnifico error del Gioberti) che trattandone espressamente
altrove, noi il lasciamo qui non più che accennato. — Ad ogni modo,
al finir del _Seicento_, al principio del secolo XVIII l’Italia
giaceva in condizioni inferiori a quelle di una o due, o quasi tutte
le nazioni cristiane. Un caso, una fortuna (uno di que’ fatti che più
indipendenti dalle cause umane, sono, anche dagli uomini men credenti,
attribuiti alle superiori, e detti così provvidenziali) il finir
della schiatta austriaca spagnuola, rimescolò le nazioni cristiane,
e le ricondusse, siami lecito dire felicemente per questa volta, in
Italia. Una sola provincia, un solo principe si trovò pronto alla
occasione; e tanto bastò a determinare un risorgimento d’indipendenza,
e quindi di operosità, di civiltà, di colture, di virtù italiane.
Aprissi nel 1700 la successione di Spagna; un buon terzo d’Italia
trovavasi, quasi podere, compreso in essa; gli abitatori del podere
non si mossero, non s’aiutarono; fu naturale, eran sudditi stranieri
da cencinquant’anni. Ma un principe italiano, Vittorio Amadeo II di
Savoia, pretendeva parte pur egli a quel retaggio; e se la fece dare,
tra per l’operosità e virtù propria, e quella del parente, il principe
Eugenio, e quella serbata da’ suoi maggiori a’ suoi popoli (tanto
quest’arte di serbar l’operosità de’ popoli è arte utile ai principi);
e così n’uscì col titolo e la realità di re, e con Sicilia aggiunta
al suo stato più che mai italiano; e così rimase scemata di tanto la
parte straniera. — Ciò fin dalla pace di Utrecht nel 1714. E rimanevano
province tedesche il resto del Regno e Milano, e spagnuola Sardegna.
Ma in breve, surte due altre occasioni simili, le due successioni di
Polonia e della casa d’Austria tedesca, e rimescolatasi similmente due
volte la Cristianità primachè il secolo fosse a mezzo, si concentrò
e s’accrebbe di nuovo lo stato Italiano di Piemonte lasciando Sicilia
per Sardegna, ed acquistando a brano a brano buona parte di Lombardia;
e il regno di Napoli e Sicilia finalmente restaurato passò a un ramo
di casa di Francia, che diventò prontamente italiano; e passò Parma
a un altro simile; e Toscana a un ramo della nuova casa austriaca,
che pur diventò italianissimo. E così accresciuti, rinnovati quasi
tutti i principati italiani, non rimase straniera se non Milano con
una striscia di Lombardia. E allora di nuovo si toccò in altro modo
all’indipendenza compiuta; la seconda metà del secolo XVIII somigliò
alla seconda metà del XV; con questo vantaggio di più, che nel primo
l’Italia era sul retrocedere, in questo era tutta sul progredire. — Nè
furon soli a venirci così di fuori i risorgimenti civili. Io scongiuro
gli scandali; e noto subito che questo era in quasi tutta Europa il
tempo di una perdutissima filosofia; ma era pur il tempo di progressi
incontrastabili in molte arti, ne’ commerci, in tutte le scienze
materiali, in molte civili. E l’Italia ebbe allora il gran senno di
prendere molto di questi, e poco di quella; prese il buono e lasciò
il cattivo degli stranieri; seguì quell’esempio de’ propri maggiori,
i Romani, che è più di niun altro degno di tramandarsi a’ nepoti. Ed
io pur m’affretto a spiegare, per coloro che contro ai fatti generali
più chiari hanno il vizio d’addurre le eccezioni particolari, non
mai mancanti, che qualche male fu preso, qualche bene lasciato senza
dubbio. Ma in somma, questi furono i tempi in Napoli di Carlo Borbone,
in Firenze di Leopoldo, in Milano del conte di Firmian, ed in Piemonte
di Vittorio Amedeo II e Carlo Emmanuele III; i tempi che il Piemonte
fatto entrare da Emmanuel Filiberto nella politica, entrò finalmente
pure nella coltura d’Italia, e v’entrò coi due gran nomi di Lagrangia
e d’Alfieri. I miei leggitori hanno già potuto vedere che io non do
importanza ai fatti letterarii sopra quelli di civiltà o di virtù
nazionale; ma questo dell’essere entrata una gran parte d’Italia nella
comunanza de’ pensieri italiani mi sembra fatto più che letterario,
e che fu e può essere fecondo di civiltà e virtù. Quelle rinnovazioni
che accennammo venir naturalmente dall’una all’altra nazione cristiana,
sono forse anche più facili e più felici dall’una all’altra provincia
d’una medesima nazione. E così (aggiugnendosi al Parini, il grande
derisore dell’effeminatezze ereditate dal _Seicento_) il piemontese
Alfieri fu il gran rinnovatore di virilità nelle lettere, e per le
lettere nell’opinioni italiane. E così gli ozi e vizi scemati, le
operosità e virtù cresciute corrispondevano alla cresciuta, alla quasi
compiuta indipendenza.
14. Ma qui si vede più che mai, che non è fatto nulla finchè questa
non è compiuta. Fu veduta da’ nostri padri, e udita da noi tutti in
quegli anni di puerizia o gioventù le cui impressioni non si cancellano
per prolungar di vita ne’ superstiti, e fu tramandata ai posteri dal
Botta e dal Colletta, la trista ma utile storia degli errori, delle
impotenze italiane in quella ultima e grande occasione. — Francia
anch’essa aveva avuta dopo il suo primato la sua corruzione, il suo
_Seicento_; dopo il secolo XVII e Ludovico XIV, il secolo XVIII e
Ludovico XV. La corruzione francese fu diversa dalla nostra, secondo
la diversità dei tempi e delle nazioni; fu minore nelle condizioni
politiche e civili, uguale forse nei vizi, molto minore in lettere,
molto maggiore in teorie e filosofie; ma in somma fu pur grande
corruzione. E scoppiata in sovvertimento della intiera nazione,
minacciò sovvertire l’altre cristiane. Sollevaronsi quasi tutte queste
contra Francia, Francia contra esse; e ne seguirono invasioni di qua,
invasioni di là, tentativi di repubbliche, tentativi di monarchia
universale; ma all’ultimo (tal è la virtù intima, la vitalità della
Cristianità) ne risultarono il fine di quell’impostura, durata 1005
anni, dell’Imperio romano, Francia tornata ne’suoi limiti e riordinata
sotto alla sua schiatta regia, Germania meglio ordinata, Spagna
diminuita, ma ridestata, le colonie spagnuole salite a indipendenza;
salita Inghilterra a quella grandezza che veggiamo; la Cristianità,
a malgrado i difetti di quell’ordinamento, più che mai costituita
addentro, più che mai trionfante fuori a tutti i limiti suoi. — Ma
l’Italia? Non facciamo su di essa ipotesi retrospettive, non perdiamoci
in rincrescimenti troppo discosti dal fatto; non cerchiamo qual
parte avrebbe potuta prendere alle pugne od ai profitti, se ella si
fosse trovata indipendente e confederata. Ma abbandoniamoci pure al
rincrescimento, che potrebbe esser utile un dì: ch’ella non siasi
trovata pronta alla grande e nuova occasione di compiere quel poco che
le mancava d’indipendenza; che quel risorgimento durato già da quasi un
secolo non fosse giunto a tanto da riunir tutte le opinioni, tutti gli
animi in questo solo pensiero. Pur troppo quel risorgimento d’origine
straniera aveva coi beni incontrastabili portati seco alcuni mali che
divisero la nazione. E poi tutte quelle case di principi straniere, già
allora italiane nuove, non erano ancora tanto progredite in nazionalità
da sentire od ispirar fiducia, non erano italianizzate abbastanza.
Ma soprattutto ed al solito, il gran danno fu lo straniero, dico lo
straniero piccolo allora dentro Italia, ma sproporzionatamente grande
fuori; e che entrato quindi con tal superiorità a trattare e difendere
gli interessi italiani, li fece diventar in breve tutto suoi. Così
avvenne che quella pugna durata 25 anni in Italia non fu un momento mai
pugna italiana, ma solamente tra lo straniero stanziato e l’invasore,
tra Austria e Francia. Noi ricordiamo ancora quegli anni in che non
era nulla così odiato da Austriaci o Francesi e talora (vergogna!)
da Italiani, nulla così sospetto, o perseguitato, o proibito, come
l’interesse, come il nome stesso d’Italia. Non poteva venir bene ad
una nazione così mal progredita per anco, così male apparecchiata. —
E di fatti Piemonte, assalito primo, gridò, chiamò confederazione,
ma invano. Napoli mandò due reggimenti di cavalli, e credette aver
mandato degno aiuto. Austria sì mandò; ma altro che aiuto! un esercito
d’occupazione. E tra l’armi proprie e il mal aiuto, Piemonte si difese
pur bene tre anni; ma poi tra l’uno e l’altro passò Bonaparte battendo
di qua, battendo di là, che non avrebbe battuto forse (come disse pochi
anni dopo un suo intrinseco a un ambasciadore piemontese a Parigi) se
avesse avuto dinanzi solamente o gli uni o gli altri; o piuttosto,
direi io, se avesse avuti solamente Italiani, soli interessati
vivamente a non lasciar passare. Ma aperta allora la penisola, fu corsa
poi a vicenda da Francesi, Austriaci, Tedeschi di ogni sorta, Ungheri,
Slavi, Inglesi e fin Turchi per 18 anni; provate repubbliche, provato
un regno d’Italia, provate divisioni nuove in lungo ed in largo,
sollevate parti nuove, parte francese, parte austriaca, parte regia,
parte popolare, parte di chiesa, parte filosofica, tutte le parti,
salvo parte italiana; un _Cinquecento_ novello, meno l’eleganza, le
lettere e le arti. E i risultati ultimi e sommari furono: cessato il
grande incomodo dell’Impero romano, grandissima fortuna! cessate le
decrepite aristocrazie di Genova e Venezia, pochissimo danno! Genova
riunita a Piemonte in uno stato irrevocabilmente italiano, gran fortuna
anche questa, che sarà ogni dì più sentita! Lucca ed altri territori
minori riuniti ai principati maggiori, fortune simili. Ma Venezia
riunita a Lombardia in provincia straniera, più ampia, più compatta,
più fortemente tenuta; innegabile ed incompensato peggioramento delle
condizioni italiane.
15. E quindi, che fu d’allora in poi? Che è per noi quest’età allora
incominciata? Qual nome avrà in Italia questo secolo XIX in che
inoltriamo? Forse nuovo e peggior _Seicento_? Secolo indietreggiato
a quella o peggior dipendenza, a quella o peggior corruzione? Ovvero
all’incontro continuazione del risorgimento del secolo precedente? —
Certo, se s’attenda a quella parte tanto cresciuta dello straniero,
si può temere d’esser tornati ad una dipendenza poco minore di
quella del _Seicento_, si posson temere simili conseguenze, di
impedimenti, d’inoperosità, di ozi e vizi servili. Nè mancherebbon
pur troppo indizi di tali danni. — Ma forse, a chi attenda meglio,
a chi si volga alla parte italiana d’Italia, i timori si volgeranno
in isperanze. Quell’essere finalmente liberati i principati italiani
dallo spauracchio del falso Imperio romano, è pure un gran chè, un gran
progresso. I principati italiani, non sono abbastanza, non intieramente
indipendenti in fatto; ma egli è pure un gran chè l’essere diventati
tali in diritto incontrastato. Il diritto può ricondurre al fatto; e
tanto più nelle presenti condizioni di civiltà, di Cristianità. Non
solamente non sarebbero più tollerate le usurpazioni materiali della
potenza straniera sulle italiane; ma nemmeno le prepotenze morali, le
intrusioni gravi, scandalose, patenti. Non solamente sono guarentite
dall’intiera Cristianità e fanno parte del diritto pubblico europeo
le indipendenze de’ principati italiani; ma sono desiderate da quasi
tutti, sono riconosciute di diritto quasi naturale le indipendenze
d’ogni grande ed antica nazione cristiana. Si tende a fare entrar tutte
queste nella gran repubblica, nel grande stato degli stati; s’intende
ciò essere interesse, ciò forza, ciò felicità universale. — Ed aiutati
o spinti così, dall’universale opinione, i principi italiani han pure
ricominciato a progredire da sè. Qual più, qual meno, ma quasi tutti.
Hanno ordinati eserciti quali non furon mai in Italia. Han rinnovate
leggi accostandole ai tempi e le hanno ordinate in codici, progresso
immenso per sè. E se s’accingono lenti a secondar i progressi della
marineria, delle comunicazioni, de’ commerci, ed in generale di
tutti quegli interessi materiali che disprezzan forse troppo, ei vi
si sono pur accinti, e qui forse più che in niuna cosa il principio
importa seguito. Se non han data nè lasciata alle colture quella
spinta, quella ispirazione nazionale, che sola fa di esse un fatto
importante; essi non le hanno poi nemmeno fatte nè lasciate cadere in
corruzione e viltà; vi hanno promossa quella sodezza che è vicina a
virilità; e noi siam lungi dalle effeminatezze e dalle puerilità del
_Seicento_, e da alcune stesse del _Settecento_[12]. E si aiutano pur
da sè i popoli italiani; non solamente secondando e chiamando tutti
que’ progressi di lor governi, ma entrando spontanei in quelli che
non posson venire se non dall’opinione, dalle virtù di ciascuno. Noi
siamo lungi dal _Seicento_, e forse dal _Settecento_, ne’ costumi
anche più che non nelle colture. E noi ritorneremo pur su questa, che
è una delle migliori Speranze italiane. Qui ci basta l’osservare che,
incontrastabilmente, noi non siamo ricaduti per ora, in una terza
corruzione italiana; che siamo nella continuazione dell’opera del
secolo scorso, in quel risorgimento che parve, ma non fu arrestato,
dall’invasione straniera; che noi uscimmo di questa con vantaggi i
quali supereranno, se Dio voglia, i danni; con innegabili progressi
nell’operosità, nella virtù, nel sentimento di nazionalità, nel
desiderio d’indipendenza. — La storia dell’impresa incompiuta in XIII
secoli, è, intanto che diventi gloriosa, lunga e trista pur troppo;
trista sopratutto per tante occasioni perdute. Ma la nazione italiana
sembra educarsi a non perderle più. Ed è quindi tempo molto opportuno
di cercare quali sieno probabili, come possiamo giovarcene. Dal passato
brevemente percorso, facciam dunque ritorno al futuro, oggetto solo ed
importante del nostro studio.
CAPO OTTAVO.
EVENTUALITÀ FUTURE DELL’IMPRESA
1. Siami lecito domandare qui a’ miei leggitori un raddoppiamento di
tolleranza. Io sono per dir verità o che almeno mi paiono tali, più
ingrate forse che non le dette; per eliminare speranze più care forse
che non le eliminate finora. Ma le verità ingrate sogliono essere
le meno dette, epperciò le più utili a dire: e non è se non colla
eliminazione delle speranze false, che si può giungere al risultato
delle vere. Conscio io di dispiacere a molti, forse ai più (terribil
pensiero) de’ miei compatriotti, non ne avrei probabilmente il
coraggio, se credessi di poter mai giovar loro coll’opere, se temessi
troncarmivi la via colle parole. Ma non potendo far loro tributo se non
di queste, tant’è ch’io il faccia tutt’intiero.
2. Quando si parla di futuro, ei ne sono a distinguer due. Uno lontano,
separato dal presente per una serie indeterminata di tempi e di fatti,
e che si può quindi chiamare futuro imprevedibile. E questo è quello
di che abusano i sognatori, tutti coloro che immaginano cose nuove
impossibili ad effettuarsi, o cose antiche impossibili a restaurarsi.
Non serve dimostrare a costoro le improbabilità. Con ostinatezza
che scambiano per costanza ei ti rispondono sempre i medesimi «Chi
sa? Verrà un giorno. Non bisogna disperare». Non è da discorrer con
costoro, nè con nessuno del futuro imprevedibile. Nè è per tal futuro
o per le poche speranze implicate in esso che si vuole adempiere niun
dovere; ma per il dovere nudo, avvengane che può. Quando la impresa
d’indipendenza, durata XIII secoli, avesse a durarne altri XIII, o
XXVI, o infiniti, senza compiersi, ella dovrebbe pur proseguirsi senza
speranza; perch’è dovere d’ogni nazione; perchè val più una nazione che
prosegua quell’impresa tra una servitù interminabile, che non una che
alla servitù si adatti, che se ne consoli. E detto ciò a tal nazione
sarebbe detto tutto.
3. Ma ei vi ha, grazie al Cielo, un altro futuro, un futuro prevedibile
per l’Italia. Il quale è per vero dire incerto anch’esso, come è ad
ogni uomo ogni ora, ogni momento, oltre il presente, ma a cui più o
meno vicino arrivano pure le conseguenze dei fatti presenti, arrivano
le deduzioni che se ne posson trarre, arriva la previdenza umana. E di
questo non è vero, come dicono alcuni storici impuntati sul passato
od alcuni pratici impuntati sul presente, che non si possa parlare.
Si può, si deve, e si fa continuamente da tutti gli uomini di pratica
che sanno governar gli affari umani e non lasciarsene governare; si fa
da molti grandi ed anche piccoli scrittori; si fa quotidianamente da
numerosissimi scrittori quotidiani; e quando si fa colla pretensione
non di pronunciar profezie, ma di discutere probabilità, si fa bene o
male, ma legittimamente da ciascuno. Dicemmo gloria del Gioberti l’aver
primo forse discorso in tal modo di questo nostro futuro prevedibile.
E di questo solo e in tal modo intendiamo discorrere anche noi;
restringendoci anzi a ciò che tocca all’indipendenza, alle eventualità
della antica impresa italiana.
4. Incominceremo colle solite e pompose frasi. Sappiamo anche noi
che una nazione di 23 milioni d’uomini che voglia liberarsi, si
libererebbe quando avesse contra sè l’universo mondo. Sappiamo che una
tal nazione può mettere in campo uno, due, tre milioni di combattenti,
e che il mondo moderno non può nè vuole metterne contra essa la metà
altrettanti. E sappiamo che quando fosse all’opposto, quando stessero
mezzo milione od anche meno di combattenti per l’indipendenza, due
o tre milioni di combattenti all’incontro, la vittoria non sarebbe
dubbia; perchè la virtù d’una causa contò sempre molto, ed ora conta
forse tutto; e se non su un campo di battaglia, certo su un campo
di guerra, fa all’ultimo valer per dieci ogni difensor della causa
virtuosa, riduce a un decimo del valor suo naturale ogni difensor
della cattiva. — Ma qui sta il punto, qui la difficoltà: unire in campo
quelle poche centinaia di migliaia di combattenti, unire all’impresa
la nazione intiera. La difficoltà mi par grave; e valer la pena d’esser
esaminata adagio, e facendo tutti i casi.
5. L’unione all’impresa d’indipendenza, ci pare non poter venire se
non 1.º o spontaneamente da principi italiani, 2.º o spontaneamente
da una sollevazione nazionale, 3.º o per mezzo di una chiamata di
nuovi stranieri, 4.º ovvero finalmente per qualche occasione che si
afferrasse meglio che non fu fatto finora. Sono quattro speranze, o
disegni. Esaminiamole ad una ad una.