7. E quindi dal pontificato di Gregorio VII (an. 1073) incomincia quel

lungo secolo che dicemmo il più bello della storia d’Italia; non per

altro se non perchè fu il solo bello nella storia dell’indipendenza,

il secolo della conquista fattane da’ comuni. Ed incomincia insieme

e s’accompagna il secolo de’ maggiori papi politici che sieno stati.

E primo dunque Gregorio VII, di cui non è facilmente finito di dire,

che fu pure inventor delle crociate, difensor di popoli e principi

oppressi, stabilitor del solo vero centro politico che sia stato nel

medio evo; esagerator forse di questa centralità; usurpator forse di

alcuni diritti temporali, e di ciò vituperato già, lodato ora sovente,

mentre si dovrebbe forse solamente scusare; Gregorio VII, combattitor

lunganime per tutte queste imprese, e che morì fra esse, esule,

martire, vantandosene e tramandandole ai successori. I quali furono tra

gli altri un Urbano II, adempitor del pensiero delle crociate, Calisto

II, adempitor della indipendenza ecclesiastica, Alessandro III, il

gran confederato dei comuni italiani. Del resto tutti questi papi non

furono già essenzialmente capi di una parte italiana contro all’altra;

e nemmeno capi della nazione contro agli stranieri. Tali furono sì

occasionalmente, temporariamente; ma in essenza, in continuazione ed

in somma, furono ciò che dovevano, capi della Cristianità, non meno e

non più. E se attendendo a tutti gl’interessi cristiani, promovendoli

tutti, que’ d’Italia si trovarono più promossi, ei non fu se non

perchè questi erano allora de’ maggiori. La grandezza temporale dei

papi e l’indipendenza d’Italia crebbero insieme e s’aiutarono senza

dubbio a vicenda. Ma inducono in grave errore coloro che non sanno

narrare se non l’una o l’altra impresa, e fanno così que’ papi più

italiani o quegli italiani più papalini, che non furono. Ei non fu se

non Alessandro III che s’unisse veramente all’impresa d’indipendenza;

e non vi si unì forse intieramente se non quando Federigo Barbarossa

ebbegli contrapposto un antipapa, e così più per gl’interessi del

papato che non dell’indipendenza. Nè egli o i predecessori sono a

biasimare, o tener in minor conto perciò. Chi oserebbe biasimare, ed

anzi non lodare coloro che fecero il proprio ufficio prima che quel

degli altri, il loro ufficio maggiore prima che il minore; e che avendo

in mano gl’interessi dell’intiera Cristianità e quelli d’un principato

od anche di una parte italiana (chè di tutte non l’ebber mai), attesero

a quelli sopra questi? In somma, questa fu appunto una delle cause che

quella magnifica guerra d’indipendenza, quella guerra così giustamente

incominciata, così costantemente sostenuta, così mirabilmente condotta

alla confederazione, così felicemente vinta a Legnano, si terminasse

colle paci inadeguate di Venezia e Costanza. Anche Alessandro III,

il massimo fra’ papi aiutatori d’indipendenza, riconosciuto che fu

papa, lasciò l’impresa, abbandonò i comuni vincitori; ed io non so chi

oserebbe dire che facesse male, o che egli avrebbe dovuto rigettare

dalla comunione della Chiesa l’imperatore e mezza cristianità per

gl’interessi d’Italia. E se si dicesse ch’egli avrebbe dovuto far

cessar lo scisma come papa, e continuar la guerra come principe, si

farebbe una distinzione impossibile forse a mantenersi in qualsiasi

tempo, ma certamente in quello. Non era nemmeno proprio di quel

tempo, già il dicemmo, che si cercasse l’indipendenza compiuta

dall’imperatore; ed ottenutone quel tanto per cui s’era combattuto,

si sciolse la lega. — E da tutti questi fatti uscirebbono poi

numerosissimi insegnamenti; ma due sopra tutti: che le confederazioni

sono senza dubbio il miglior mezzo di conquistare l’indipendenza;

ma che senza indipendenza compiuta non si sogliono nè si possono

conservare confederazioni; e che i papi, grandi aiutatori, non possono

essere buoni capi a tali imprese.

8. Dalla pace di Costanza (anno 1183) alla venuta di Carlo VIII (anno

1494) corrono poi quei tre secoli della gioventù, dello splendore

e dell’incontrastabil primato d’Italia, da cui sorgono sperimenti e

insegnamenti innumerevoli oramai; secoli di minor virtù che non il

precedente, colsero i frutti seminati da’ padri, tranne uno che non

seppero maturare. Non seppero compiere la indipendenza; allettati che

furono dall’altra opera più immediatamente piacevole, di compiere ed

esagerare la libertà interna. Dimenticarono l’imperatore per volgersi

contro a questo o quel tirannuccio vicino, contro ai nobili grandi o

minori, contro agli stessi popolani maggiori o grassi, o viceversa; con

perpetue vicende, con ispensieratezza che anch’essa pare inconcepibile

a nostra età, con un eccesso di licenza che servì poi d’argomento

agli avversari non solo de’governi popolareschi, ma d’ogni libertà. Ma

ciò non ostante il vero è che in que’ tempi del sistema feudale, cioè

dell’aristocrazia più ristretta e più oppressiva, dell’ordinamento più

mal ordinato che sia stato mai, il disordine, la licenza stessa, ogni

eccesso popolaresco erano ancora un vantaggio, facevan della nostra

nazione mal libera e male indipendente, una nazione meglio condizionata

di gran lunga che non le feudali. Questo fu il vantaggio d’Italia,

questa la causa del primato di lei lungo i tre secoli; vantaggio

e primato che cessarono poi naturalmente da sè, quando, scemato lo

svantaggio degli ordini feudali nell’altre nazioni, l’Italia non si

trovò più al paragone se non collo svantaggio proprio e massimo della

indipendenza incompiuta. — Intanto fin dal primo de’ tre secoli, tra

que’ governi popolari nuovi, i dialetti diventaron lingua; lingua

poetica, politica, nazionale, servente a tutte le colture. E sorsero o

s’accrebbero le industrie, le navigazioni, i commerci, le ricchezze,

tutte l’arti; in cima a cui, come sogliono, quelle che si chiamano

arti belle, e potrebbon chiamarsi arti somme. Quindi quel primato

di coltura, che riman più incontrastabile che non quello di civiltà,

potendo rimaner dubbio di questa in coloro che tengono per sommo pregio

di essa la indipendenza. — Ad ogni modo corre su questi tre secoli una

grande illusione. Que’ comuni popolarmente retti chiamaron sovente

sè stessi repubbliche; e repubbliche furon chiamati poi da parecchi

scrittori, e ultimamente dal Sismondi in quella storia intitolata

appunto _Delle Repubbliche italiane_, che è uno dei più leggibili e

più letti, e letterariamente uno de’ più bei libri di nostra storia.

Ma se si conservi a quel nome di repubblica il senso etimologico ed

universalmente accettato, di cosa pubblica, cioè tutto lo stato, cioè

lo stato indipendente pubblicamente amministrato; ei si vedrà che di

tutte le così dette repubbliche italiane del medio evo, una sola fu

repubblica vera, quella di Venezia; e nemmen questa dal tempo di sua

nascita o di sua gioventù favolosa, ma solamente da quando essendosi

disputato de’ limiti tra l’imperio carolingio e il greco, ella era

rimasta in mezzo, indipendente. Tutte l’altre città nostre rimaser

comuni e non più; comuni dipendenti, in diritto sempre; in fatto, tutte

le volte che un imperatore potè far valere il diritto. E questo fu il

grave vizio, che viziò le variatissime costituzioni, i fatti, la vita,

la intiera civiltà di quei comuni. E quindi tutti i vizi minori, tutte

le sventure, tutte le incapacità, e la mala riuscita ultima di que’

tre secoli. — E prima le due parti guelfa e ghibellina, le quali (tanto

era il vizio di mirare nelle cose italiane non all’Italia ma fuori, ma

all’imperio, il vizio imperiale) prendendo nome da due famiglie che

si disputarono l’Imperio poco dopo la pace di Costanza, rimasero in

breve, la ghibellina parte imperiale, la guelfa parte papalina e dei

comuni; parte, così, incomparabilmente più nazionale. Strano, assurdo

a vedersi ora, dopo l’evento! che fosse tale una parte, non la nazione

intiera; che una parte sola sapesse e volesse seguire quell’andamento

così naturale in tutte le imprese di indipendenza, di compierla dopo

una prima vittoria; che un’altra parte fosse a voler fermare od anche

far indietreggiare l’impresa. Ma tant’è; in tutt’i tempi, fra tutte

le imprese, sono di questi fermatori ed indietreggiatori; buoni senza

dubbio se l’impresa è cattiva, ma pur senza dubbio cattivi se l’impresa

è buona, come era certamente questa dell’indipendenza. Quindi per

un secolo all’incirca, tra le contese d’imperio che seguirono la

morte d’Arrigo VI di Svevia, e la lunga minorità di Federigo II, e

le vicende di questo forse più immaginoso che grande imperatore, e

le nuove dispute d’imperio alla morte di lui, e sotto la condotta di

nuovi grandi papi politici, inferiori solamente ai grandissimi del

secolo precedente, la parte guelfa crebbe, potè molto più che non la

ghibellina. E sotto la sana ombra di lei nacquero, crebbero i padri

di tutte le grandezze italiane: san Francesco, la gran carità, san

Bonaventura e san Tommaso, la gran filosofia teologica italiana;

il Compagni, i Villani, che si dicon grandi cronichisti, ma che in

virtù sono forse i più grandi storici italiani; Dante, Petrarca e

Boccaccio, la gran poesia italiana non arrivata, non arrivabil forse

mai più; i Pisani, Cimabue, Giotto, frate Angelico, Arnolfo di Lapo,

i padri dell’arte italiana. E andiam pure più oltre: guelfe furono

la maggior parte delle grandezze italiane anche posteriori al secolo

guelfo: guelfe in corpo tutte le grandezze papali; guelfe tutte le

ecclesiastiche; guelfe tutte quelle di Venezia, che senza il nome

ebbe più che nessuna l’essenza guelfa, ebbe e serbò ciò che i Guelfi

desideravano, la compiuta indipendenza; guelfe in corpo tutte le

grandezze di quella Firenze, la quale non per altro fu la prima, la più

gentile, la più civile, se non perchè fu la più costantemente guelfa

tra le città italiane; la quale fu l’Atene d’Italia, perchè, come la

greca, fu la innamorata dell’indipendenza.

9. Ma pur troppo, verso il fine del secolo XIII, i Guelfi (come succede

fra’ trionfi a tutte le parti) caddero in gravissimi errori. E prima

in quello già accennato di esagerare, purificare le democrazie. Meno

male! quando la democrazia ha spenta un’aristocrazia, ella se ne fa

una nuova, inevitabilmente; la quale può ben essere meno splendida,

non ricordar co’ nomi i fatti antichi, destar minori ammirazioni

ed invidie; ma che in somma, nata che è, rifà l’ufficio essenziale

d’ogni aristocrazia, l’ufficio di adoperare nel governo della patria

chiunque non ha necessità d’adoperarsi per le proprie sostanze. Ma

l’irremediabil errore guelfo fu quello fatto per un’ira di parte, anzi

per una di quelle prolungazioni d’ira, che son fatali dopo cessati i

motivi e i pericoli antichi, perchè distraggono da’ pericoli presenti;

per una di quelle intolleranze che sviano dallo scopo. I Guelfi del

mezzodì non vollero tollerare l’ultimo resto dell’odiata schiatta

sveva, Manfredi re di Puglia e Sicilia; il quale, non imperatore,

non pretendente all’Imperio come i maggiori, era il solo Svevo da

tollerarsi, e sarebbe diventato poi egli o i figli re indipendente ed

italiano. Per ciò i Guelfi rinnovaron l’errore antico di chiamare i

Francesi; e con tanto minore scusa allora, che avevano cinque secoli

di ulteriore sperienza, e di cresciuta civiltà. E l’errore produsse

il danno solito. Carlo d’Angiò, e gli Angioini suoi discendenti, e

i Francesi suoi parenti diventarono essi signori di parte guelfa,

ne tolsero il capitanato ai papi, trassero ed esiliarono questi ad

Avignone, e ponendo sè stessi, sè stranieri in lor luogo, snaturaron la

parte, la fecero scender da parte sola nazionale, a non altro che parte

degli uni stranieri contra gli altri. — Allora salì d’altrettanto la

parte ghibellina; d’allora in poi diventarono grandi alcuni Ghibellini;

e allora Dante, il grandissimo guelfo, diventò il gran ghibellino. Dico

che questo spiega, non iscusa, e tanto meno non fa bello, non imitabile

il mutar parte di Dante. Io credo amar Dante quanto l’ami qualunque

Italiano. Ma più che lui quell’Italia, che egli amò pur errando; ed

ammaestrato co’ miei contemporanei da cinque nuovi secoli succeduti,

amo sopra ogni uomo o cosa italiana l’indipendenza d’Italia. E dico che

il mutar parte è sempre grande infelicità a chicchessia; che tuttavia

non è colpa, anzi è virtù mutar da una più cattiva ad una più buona,

o men cattiva, ma che è infelicità e colpa il mutar alla più cattiva,

quand’anche l’altra abbia fatto errori, sciocchezze o delitti; bastando

allora separarsi in ciò, od in tutto da essa, senza unirsi alla

peggiore. E Dante si vantò di tal moderazione, si vantò d’aver «fatto

parte da sè stesso»; ma nol fece, ma cadde in quella parte peggiore.

Pur troppo è dimostrato irreparabilmente, a chiunque non abbia il vizio

di non veder vizi negli oggetti del proprio amore, da quell’incredibil

libro _Della Monarchia_, che è più colpevole, più fuorviato, più

mediocre che non le stesse mediocrità e sciocchezze guelfe, perseguite

con tanti disprezzi da Dante. E molti pur troppo fecero come lui;

molti si ritrassero dalla parte guelfa diventata non meno straniera

che la ghibellina, si ritrasser da’ papi diventati stranieri.

Vedesi nell’opere degli altri due padri di nostra lingua, Petrarca e

Boccaccio; e vedesi nel fatto de’ Vespri Siciliani, e in quel di Cola

di Rienzi, e in tutti quelli italiani fino al ritorno dei papi. La

parte guelfa aveva perduta la sua virtù primitiva. Ma la ghibellina non

ne aveva guari acquistata, perchè non n’era in sua natura; perchè non

ne può essere in niuna parte contraria all’indipendenza nazionale.

10. Dal ritorno de’ papi fino alla morte di Lorenzo il Magnifico, è

la decadenza dei comuni italiani, è quel secolo XV, tanto inferiore

in virtù politiche al XII e al XIII, in lettere al XIV e XVI; quel

_Quattrocento_, che, salve l’erudizioni e l’arti, si potrebbe ricordare

all’ingrosso col nome di secolo di mediocrità. I papi reduci di quel

soggiorno di Avignone che fu chiamato cattività di Babilonia, non

ritrovarono nè il capitanato di parte guelfa nè quasi parte guelfa.

Le parti, snaturate, cadono da sè. E tra la guelfa non più buona, e

la ghibellina non istata buona mai, non rimase più parte nazionale

nessuna. Vera e compiuta nazionalità italiana non era stata mai; ma

in mancanza di quella aveva giovato la parte nazionale. Or, mancando

questa, mancò tutto; la virtù, l’ambizione stessa, l’ispirazione

nazionale. E questa è la causa dell’essersi fermato il progresso

delle lettere, e dell’armi nel _Quattrocento_. Nate le lettere,

sempre continuano ad essere letterati; nate le milizie, condottieri,

uffiziali. Ma quando manca l’ispirazione i letterati non si fanno

autori, i condottieri non capitani. Che se poi nel _Cinquecento_ si

rividero autori ma non capitani italiani, egli è che a rifar quelli

bastano talora le speranze, ma a questi è necessaria la realità della

nazionalità e dell’indipendenza; e che a questa riacquistare la misera

Italia mancò intanto una delle più belle occasioni che le sieno mai

state apparecchiate dalla benigna Provvidenza. — Era il tempo che

cresceva con ammirabile intelligenza degli interessi proprii e di

tutti i germanici la casa d’Absburgo, la gran casa d’Austria. Fin dal

nascere, fin dal suo grandissimo fondatore Rodolfo, ella s’era scostata

dalle vane ambizioni italiche degli antichi imperadori sassoni,

franconi e svevi; aveva inventata, proseguita, ampliata, satisfatta

una nuova ambizione nazionale germanica. E quindi, se ci si conceda una

volta dir grandi i principi, non in ragione di ciò che ambirono, ma di

ciò che fondarono, grandi noi diremo questi, che posero le fondamenta

della grandezza austriaca lungo le falde settentrionali dell’Alpi,

su quel Danubio dove sono oggi ancora la sedia e i destini di lei.

Quinci era bella all’Italia l’occasione di conquistar quel poco che

le mancava d’indipendenza; di far passare in diritto ciò che ella

aveva quasi intiero in fatto. Ma ella si contentò di godere ciò che

n’aveva senza cercare il rimanente. Nè i papi talor grandi, nè Cosimo

e Lorenzo de’ Medici, i più grandi uomini di stato di quel secolo, non

pensarono guari all’avvenire della patria. Lorenzo stesso, l’autore

della confederazione da noi lodata, non pensò a compiere nulla, ma

solamente a conservare; e non pensò che non si conserva mai nulla

bene, che non sia perfetto. L’Italia dopo due secoli di coltura, dopo

quattro d’indipendenza quasi compiuta, non s’era maturata a compierla,

a carpirne l’occasione. E l’indipendenza incompiuta, lasciò l’Italia

aperta a qualunque nuova, ed anche menoma intrusione straniera.

1. La venuta di Carlo VIII sovvertì l’Italia al momento in che, sgombra

di stranieri e confederata, ella potea parer più vicina a condizione

di vera e grande nazione. E quindi sono giuste, naturali, e volgari

le invettive contro a quel re di mente ed ambizioni leggiere, contro

a’ Francesi che leggiermente il seguirono, contro agli Italiani che lo

chiamarono scelleratamente. Ma si vorrebbon pure rivolger l’ire contro

a tutta quella generazione d’Italiani più colti e più eleganti che non

forti, più corrotti che inciviliti, i quali soffrirono così facilmente

quella conquista così leggera. Del resto questa passò in poco più

di un anno; e passarono poi parecchie altre francesi, spagnuole e

tedesche, con vergogne e danni nostri crescenti senza dubbio. Ma il

danno maggiore e durevole ci venne da questi ultimi e soliti stranieri.

L’Imperio, il funesto imperio romano-tedesco fu quello che ci perdette

questa volta come l’altre; le ragioni dell’Imperio furon quelle che

fecero dar prima al Moro traditore, poi rivendicare all’Imperio, e

serbarsi finalmente da casa d’Austria quella Lombardia che è di lei

ancora; l’Imperio che spalancò tutte le porte d’Italia a Carlo V;

l’Imperio che, già infermo di tutti que’ mali fra cui prolungò poi

sua decrepitudine, sostituì a sè, nel possesso della misera Italia,

le due case austriache, spagnuola e tedesca. L’Imperio e l’elegante

corruzione furon quelli che in poco più di sessant’anni fecer passare

l’Italia dalla più lieta alla più trista, dalla più libera alla più

servil condizione in che sia stata mai. — Ma ammiriamo anche di mezzo

ai nostri dolori le vie della Provvidenza. Tutti quegli stranieri

accorsi a straziarci, Spagnuoli, Francesi e Tedeschi, riportarono

a casa alcune parti della nostra già vecchia coltura; e così questo

secolo, già terzo della nostra, fu tenuto primo di tutte l’altre, e

v’ha nome di _secolo di risorgimento_. E diciam pure, che noi soffrimmo

dunque per tutti. Ma sappiam confessare che non soffrimmo senza colpa;

sappiam vedere che tutto quel nostro primato di coltura od anche di

civiltà, non ci servì nulla, nè a compiere nè a serbar nemmeno ciò

che avevamo d’indipendenza, nulla a salvarci nè da lunghi strazi nè

dall’ultima abiezione. — La quale fu confermata poi nel 1559 per quella

pace di Cateau-Cambresis, che lasciò Sicilia, Napoli, Sardegna e Milano

in mano a casa d’Austria spagnuola, e l’Italia imbrancata così da due

estremi. Quando sarà che si osi fare una storia di questi sessanta sei

anni, così splendidi e così tristi, da Carlo VIII a Filippo II, da

Machiavello al Tasso, da Raffaello ai Caracci, da Lorenzo Magnifico

a Cosimo granduca? e che si faccia non coll’animo elegantemente

indifferente di Machiavello o Guicciardini, ma con uno artisticamente

sensitivo ed insieme virilmente giudice delle rade virtù, degli

innumerevoli vizi, delle varie ma vane meraviglie di quella generazione

italiana? A scrivere e far leggere in patria una tale storia, la minor

difficoltà verrebbe forse dalle censure: sarebbe cibo da forti palati,

da generazioni avvezze o almeno adulte all’indipendenza.

Delle speranze d'Italia · 第 4 / 29 段