6. L’idea di dar fin d’ora al papa la presidenza della confederazione

futura, è senza dubbio una magnifica idea; fu idea, fu fatto

incontrastabile del medio evo. E questo fatto, oggetto già di scorno

in bocca a storici e filosofi volontariamente od involontariamente

ignoranti, è col progresso della scienza diventato oggetto

dell’ammirazione e della gratitudine di molti scrittori più sinceri o

meglio informati. Ma potrà egli mai restaurarsi tal fatto? E quello

del terzo gran primato d’Italia, sperato insieme come conseguenza?

Io dirò schietto e con molti: crediam difficili e l’una e l’altra

restaurazione. Difficili sono per sè le restaurazioni tutte. Di cento

ideate s’arriva appena a tentarne dieci; di dieci tentate se ne compie

una; e quest’una compiuta non suol durare senza modificazioni, rimane

men restaurazione, che mutazione nuova ella stessa. La confederazione

sarebbe pur essa restaurazione; già difficile dunque per sè, in

generale; non v’aggiungiamo la difficoltà maggiore dell’imitazione

più particolare. Quando quei Gregori I, II e VII, ed Alessandro III,

ed Innocenzo III restaurarono le confederazioni italiane, essi non

imitarono già così particolarmente i modi delle antiche, nè Lorenzo

imitò i modi di quelle non antiche ma già antiquate; tutti questi

ne inventarono delle nuove, secondo i tempi. Imitiamo anche noi, o i

nostri nepoti, non i particolari, ma gli autori delle opere grandi;

quella è, in ogni cosa, imitazione sempre servile, questa sola talora

grande. — Del resto noi crediamo, che nè il sommo pontefice il quale

regna ora con quel nome ben augurato de’ Gregori, nè i successori

di lui, nè i buoni e sodi servitori di essi, non desiderano nè

desidereranno mai più siffatte presidenze; come i sodi Italiani non

desiderano all’Italia quel gran primato, che pur fu, ma non può esser

più nemmen esso, in niun futuro prevedibile. Non sono più i tempi

delle dispute di _Egemonia_ fra quelle repubblichette greche in cui era

raccolto tutto il fior d’una nuova e stretta civiltà; non più i tempi

delle dispute d’imperio tra Roma e Cartagine, che si dividevano quella

civiltà cresciuta e pur limitata ancora; non più i tempi delle contese

tra la monarchia universale affettata dagli imperatori germanici, e

la monarchia ecclesiastica tenuta dai papi; non più i tempi che una

sola nazione cristiana raccoglieva in sè quasi tutta la cristiana

civiltà, e ne teneva quindi incontrastabilmente il primato; non più

tempo nemmeno delle guerre che si chiamavan d’equilibrio e furono di

preponderanza europea tra Francia e Spagna, Francia ed Austria, Francia

ed Inghilterra. Ora son tempi felicemente diversi; ora è forse men

sogno sperare una indipendenza universale, una guarentigia reciproca

di tutti gli stati cristiani, che non nè una monarchia universale, nè

una preponderanza, nè un primato durevole, nè uno stesso equilibrio;

men sogno l’indipendenza reciproca delle due potenze temporali e

spirituali, che non una temporal presidenza della spirituale. —

Accettiamo dunque il gran pensiero del Gioberti; trattiamo della

confederazione italiana in generale, senza scendere a’ particolari nè

della presidenza, nè delle leggi e dei patti di essa, nè del numero e

qualità dei confederati eventuali. Anche ridotta alle generalità, la

questione è ispida di difficoltà, per la lontananza e le incertezze

d’esecuzione. Non accresciamo quelle difficoltà collo scendere ai

particolari incertissimi d’un ordinamento già incerto. Lasciamo ai

posteri qualche cosa da fare; ai contemporanei dell’evento qualche

libertà d’esecuzione. — Se Dio voglia, se mai venga il gran dì della

confederazione, i confederati pongano essi patti, limiti e presidente.

7. Ed all’incontro parmi sia da scendere ai particolari del primo

eseguimento; sia da trattare almeno della prima e più ovvia difficoltà.

Non facciam dire ai soliti derisori: «Tutto ciò è bello e buono.

Tutto ciò starebbe bene. Ma a tutto ciò è un ostacolo grave, attuale,

irremovibile; il sappiam noi che non iscriviamo, ma operiamo, noi

che siamo all’opera, alla guerra effettiva, alla breccia. Sogno,

sogno anche questo; scrittura, filosofia, idealismo». — Ma anche

qui parrebbemi più giusto dire: l’ostacolo vi è, l’ostacolo non fu

considerato sufficientemente, consideriamolo; vi fu deficenza nella

proposizione, facciamo un supplemento o complemento. Il rimanente della

breve opera mia non sarà altro oramai.

CAPO SESTO.

LA CONFEDERAZIONE È IMPOSSIBILE FINCHÈ UNA GRAN PARTE D’ITALIA È

PROVINCIA STRANIERA

1. L’ostacolo, unico, ma gravissimo a qualunque confederazione

italiana, è quella signoria straniera che penetra nel fianco della

penisola, che soverchia in potenza e popolazione italiana, quattro

de’ sei principati italiani; e che li soverchia tutti insieme poi

come parte d’un imperio più grande che non la penisola intiera[9].

Finchè dura tal condizione, non è possibile niuna confederazione,

niun ordinamento, niun equilibrio italiano, non è possibile se non una

preponderanza di quell’imperio sugli stati italiani. Quando Napoleone,

ordinata Francia sotto il suo consolato, volle ordinare Italia, ognun

sa ch’ei chiamò a sè molti notabili italiani in quell’adunanza, a cui

rimase il nome di _Consulta di Lione_. Fra i primi o primo era Melzi.

Il quale entrato in discorso, e buono Italiano ed alto uomo di stato

com’era, proponendo che l’Italia settentrionale fosse riunita sotto una

sola dizione, ed assentendo fin lì pur Napoleone, proseguì il Melzi a

cercare qual casa di principi si potesse chiamare a sì bello stato, e

nominò Casa Savoia. Sorrise allora malcontento Napoleone. Ed insistendo

Melzi a mostrare come ciò converrebbe insieme all’equilibrio d’Italia

e a quel d’Europa: — «Ma chi vi parla d’equilibrio?» riprese vivamente

Napoleone. — E Melzi, stato alquanto sopra sè: «Or intendo. M’ingannai.

Io doveva parlare di preponderanza». — «Così è, or vi apponete»,

riprese Napoleone; e di preponderanza o prepotenza od onnipotenza fu

l’ordinamento effettuato. — E finchè sotto diversissima signoria dura

pur un simile ordinamento, ei si può ben soffrire e rassegnarsi o

gridare; ma niun equilibrio, niun ordine vero sarà mai in Italia, od

anzi niuna vera Italia nell’equilibrio d’Europa.

2. E niuna confederazione buona in Italia. Io credo che ciò sia chiaro

a chiunque abbia ombra di senno. Ma discorriamone; posciachè siamo a

discorrere. — Io dico che la confederazione italiana non è desiderabile

nè possibile, se v’entra la potenza straniera; e che sarebbe

desiderabile forse, ma così difficile, che monta ad impossibile, senza

la potenza straniera.

3. Presieduta dal papa o da qualunque altro, ed ordinata in qualsiasi

modo che lasci entrare la potenza straniera, la confederazione non

può più essere desiderabile a nessun Italiano. Quando si pattuisse

e giurasse che il papa sarebbe presidente, il papa nol sarebbe; anzi

sarebbe meno indipendente, meno principe, in men buona situazione di

papa che non è ora. E così di ogni altro principe che fosse bonario

tanto da accettare un nome, un’impostura di presidenza. Ma il fatto

sta che nemmeno il nome non sarebbe conceduto dalla potenza straniera

a nessun altro se non a sè; ch’ella s’arrogherebbe titolo, grado

ed effettività di presidente; che n’avrebbe buon pretesto dalla

superiorità di sua potenza; e che quando mancassero ragioni, pretesti

o patti, verrebbe la forza a decidere o la questione in generale o le

questioni eventuali quotidiane; che in somma d’un modo o d’un altro

ella la potenza straniera sarebbe prima, sarebbe prepotente, sarebbe

tutto. E così pure senza gran diversità se s’imaginasse di non avere

presidente, se si pattuisse una diplomatica eguaglianza o reciprocità;

questa diventerebbe in breve ciò che sogliono le eguaglianze pattuite,

ma non reali, le perfette reciprocità in diplomazia; parole, finzioni

legali, cerimonie, e non più. — E quindi, se non si volesse supporre

che si perdesse il senno dai principi italiani, e da tutti i lor

ministri e consiglieri, non è possibile ch’essi si riducan mai a tal

errore, a tal viltà, di farsi volontariamente così, più dipendenti, più

servi che non sono.

4. Forse è più difficile a dimostrare la seconda asserzione che non sia

possibile la confederazione senza lo straniero. E per vero dire, se i

sei o sette principi italiani, convenendo un bel dì insieme tra sè o

per ambasciatori, pattuissero, firmassero e ratificassero un trattato

di confederazione, io non so chi potrebbe, chi ardirebbe opporsi a tal

trattato; legittimo senza dubbio, poichè in legge essi sono principi

indipendenti e compiuti, e che una inalienabil prerogativa di tal

principato è quella di poter fare trattati d’alleanza, secondo l’utile

o piacer proprio. Se la potenza straniera vi si opponesse, il torto di

lei sarebbe così chiaro, che probabilmente la confederazione italiana

sarebbe aiutata da altre potenze straniere secondo l’occorrenza; nè

in tal caso io sarei di quelli che con soverchio orgoglio nazionale

consigliassero di rigettar tali aiuti. Ed anche senza aiuti (perchè,

uniti che fossero i principi, s’unirebbero con essi e tra sè molto

volentieri i popoli a tale scopo), io confiderei che resisterebbero

facilissimamente alla potenza straniera, anche aiutata da una o due

altre, ma impacciata più che mai da’ suoi sudditi italiani. — Ma il

difficile è appunto quell’accordo dei principi. Siamo compiutamente

sinceri; veggiamo ciò che è; non ciò che dovrebb’essere, o

potrebb’essere se fosse come non è; parliamo dei principi, degli uomini

come sono, di quelli che sono ora, o son probabili per l’avvenire,

ne’ secoli come corrono, nell’Italia com’è ridotta. E poniamone uno

od anche due uomini grandi, arditi e quasi avventati, come avrebbero

ad essere per proporre e firmar quel trattato, tali non sarebbero

gli altri cinque, o almeno quattro o tre o due od uno; non essendo

probabile nè possibile che tra sei o sette uomini quali ch’ei sieno,

principi o no, si incontrin mai sei o sette uomini grandi, arditi

e generosi; e bastando uno o due che mancassero, a fare quasi nullo

l’effetto dell’ideata confederazione. — Due sorta di possibilità sono

negli affari umani: la condizionale e la assoluta. Ma finchè rimane

impossibile la condizione della prima, questa rimane impossibilità pari

alla seconda; e non val la pena di fermarci a considerare l’una più che

l’altra. Io vorrei averne smentita dal fatto: io auguro alla patria mia

sei o sette principi capaci d’ideare, trattare, firmare e mantenere tal

atto, come sarebbe una confederazione italiana senza stranieri.

5. All’incontro, facciam l’ipotesi che non fosse più la provincia

straniera. In qualunque maniera ne rimanesse divisa l’Italia, quanti e

quali che fossero i principati risultanti, la confederazione sarebbe

fattibile, facile a farsi, tutta fatta. La differenza stessa delle

situazioni e delle potenze vi aiuterebbe. La comunanza degli interessi

vi moverebbe. Il fatto della confederazione precederebbe i patti. —

Il solo ostacolo è la potenza straniera. Ciò è chiaro, patente, saputo

da tutti, è una di quelle verità volgarissime e di senso comune, delle

quali avendo io già dette ed essendo per dire parecchie, mi vergognerei

di farne un libro; se non che, elle sono quelle appunto le quali, meno

splendide, si sogliono scriver meno, e le quali tuttavia gioverebbe

più spandere e far penetrare nella politica di qualsivoglia nazione, in

quella sopratutto della più immaginosa fra le nazioni.

CAPO SETTIMO.

BREVE STORIA DELL’IMPRESA D’INDIPENDENZA PROSEGUITA SEMPRE, NON

COMPIUTA MAI PER XIII SECOLI

1. Così noi siamo ritornati ora a ciò che dicevamo in sul principio del

Capo II, all’ostacolo straniero. Ma ei ci corre questa differenza, che

noi abbiamo ora accettata da un nobilissimo scrittore l’idea di ciò che

sarebbe a fare quando fosse rimosso l’ostacolo. Or dunque è tempo di

rivolgerci a questo; e volgendovici, di guardarlo in faccia, qual è, in

tutta l’estensione e la potenza che ha.

2. L’ostacolo è antico ed antico il tentativo di rimuoverlo; antica la

grande impresa dell’indipendenza italiana. Quando fosse compiuta tale

impresa, quando si potesse fare una storia revoluta, del principio,

delle vicende e del termine di lei, certo è che riuscirebbe la più

bella che possa essere al mondo; una storia di costanza italiana, da

disgradarne la famosa di Spagna nella cacciata de’ Mori. — Potrebbero

allora introdurre a tale storia forse un’antichissima impresa dei

Tirreni contro all’altre genti primitive; e certamente poi quella

impresa di Roma contro ai Galli, che incominciò di mezzo alla città

stessa già perduta tutta, salvo il Campidoglio; quando un fuoruscito,

il più grande de’ fuorusciti, il grandissimo Camillo, tornò nella

patria occupata, e liberolla; e respinti quinci gli stranieri, continuò

a respingerli più e più su, ed ordinò Roma, e fecela capo a ciò di

quella penisola inferiore, dove era nato il santo nome d’Italia. E fu

perdurando poi quattro secoli in quell’impresa, che Roma si fece capo

a poco a poco di tutta la penisola, e riunilla, e comunicolle quel

nome; il quale ricorda dunque l’origine, l’impresa e la propagazione

dell’antica nostra indipendenza.

3. Ma lasciamo l’Italia antichissima, e la romana repubblicana e

l’imperiale, e veniamo a quella che, soggiaciuta ai Barbari insieme

con ogni altra nazione europea, tentò sola liberarsene; un vanto che

non fu forse avvertito abbastanza, nemmeno dai nostri adulatori. Ad

ogni modo incomincia l’impresa d’indipendenza se non già fin dalla

venuta di Teodorico, chiamato o mandato in nome dell’Imperio, certo

almeno fin dagli ultimi anni di lui, e così fin dalla prima metà del

VI secolo, XIII secoli dunque prima di noi. Incontrastabile documento

ne è allora quella accusa (di che dubita la storia, ma non importa qui

se fosse giusta od ingiusta) che fu data a Boezio ed altri Italiani di

_macchinar la restaurazione dell’Imperio romano_. E ne sono documenti

ulteriori e fatti incontrastabili, le crudeltà che ne seguirono e in

mezzo a cui finì quel barbaro, ma grande e un dì mitissimo Teodorico;

e le raccomandazioni di concordia troppo tardi fatte da lui morente a’

nobili goti e italiani; e le favole popolari con che fu perseguitata

la memoria di lui; e poi le discussioni surte in breve tra Goti ed

Italiani per l’educazione del successore, le vicende d’Amalasunta e

di Teodato; che chiamarono finalmente i Greci, restauratori pretesi

dell’Imperio. Ma, tristo risultato di quelle chiamate, i Greci non

restaurarono l’imperio italiano, estesero solamente il greco; ed

Italia, già capo, diventò provincia. — Ond’esce un grande, quantunque

notissimo, insegnamento: che le restaurazioni d’indipendenza non si

vogliono domandare a stranieri; e quest’altro poi, ch’elle non si

vogliono complicare di altre restaurazioni.

4. L’imperio greco durò un venti anni a ristabilirsi sull’intiera

provincia italiana, un dieci altri a stentarvi e cader poi sotto a’

Longobardi. Allora la penisola fu divisa per non riunirsi forse mai

più, tenendo i Greci tutta la parte orientale con Roma, i Longobardi

quasi tutta la occidentale. Ma gl’Italo-Greci, o Imperiali, o come

si dicevano Romani, furono senza paragone più indipendenti che non

gl’Italo-Longobardi. Avevano esarchi, duchi, governatori greci,

stranieri, cattivi; ma obbedivano loro poco e di rado, obbedivano

piuttosto a’ papi, a’ loro vescovi, a’ loro magistrati cittadini;

erano già veri comuni, a modo de’ lombardi e toscani di cinque secoli

appresso; non tenevano conto dell’imperadore greco lontano, se non

come questi poi degli imperadori tedeschi vicini od anche meno; e

come questi, così quelli fecero le leghe e confederazioni già da noi

accennate. E questa è la vera e bellissima origine della potenza

temporale dei papi; origine pari in antichità, superiore in vera

legittimità a quella di qualunque regno europeo; scusa od anzi merito

e virtù del loro costante resistere ai Longobardi; gloria di Gregorio

Magno, che prese primo la difesa di quel che restava d’indipendenza;

gloria maggiore di Gregorio II, che la difese contro i Longobardi e

l’accrebbe contro ai Greci con una bella confederazione nazionale, e

senza aiuti stranieri; scusa dei papi successori di lui, che, pressati

da’ nemici vicini, abbandonati da’ signori lontani, ricorsero men

vilmente che imprudentemente ed infelicemente all’aiuto dei Franchi,

stranieri novelli. — E il risultato e l’insegnamento furono i medesimi

che due secoli prima. Rimasero signori i nuovi chiamati.

5. Nè questo fu tutto; in breve rifecesi l’altro e forse maggiore

errore di restaurare un nuovo preteso imperio romano. E siccome il

primo restaurato era stato non italiano, ma greco, così questo fu

franco. Errore, preoccupazione, cecità, smania, stoltezza, impostura

quasi inconcepibile a noi, questa di restaurare l’Imperio! Nè par

vero che sia durata tanti secoli, mille e più anni, dall’800 al 1805.

Tanto può una memoria, una parola! Ma, non ci si venga a dire a noi

Italiani, che quest’imperio romano fu una grande idea di Carlo Magno,

una gran bellezza del medio evo, una gran fortuna della Cristianità,

a cui furono dati così un gran centro temporale, e un gran centro

spirituale, due grandi capi, l’imperatore e il papa. Io non so se tutto

ciò, quantunque cantato da un vero poeta, sia poesia; ma non è storia

di niuna maniera. Grande sì fu l’ambizione, ma non l’idea di Carlo

Magno; non dovendosi dir grande niuna idea che tanto scemi passando

a realità. Certo, l’imperio ideato da Carlo Magno, cioè la supremazia

d’uno dei re sugli altri, non durò incontrastato se non 14 anni, quanto

il fondatore; nè tra molti e gravi contrasti, se non 88, assai meno che

non la schiatta carolingia, di cui fu rovina; ondechè si vede essere

stata piccola e cattiva idea. E quanto a quella bellezza dell’edifizio

della Cristianità posta in bilico su due centri, io non so guari veder

nulla di tutto ciò; posciachè in somma il centro imperiale non durò

se non quegli 88 od anzi quei 14 anni, dopo i quali ogni re fece il

re da sè, senza curarsi dell’imperatore più che di qualunque altro

re. I due centri o perni esistettero sì veramente, ma per l’Italia

sola; dove l’imperiale fu non fortuna ma sventura grandissima e

moltiforme. Perciocchè prima, fu causa che dovendo l’imperatore

esser re d’Italia, tutti i re carolingi vollero quel regno e così sel

disputarono e l’invasero. Poi fu causa che i pochi principi italiani,

due Berengarii, un Guido, e un Arduino riusciti a farsi re d’Italia,

non poterono rimaner tali come altri principi rimasero re di Francia,

di Spagna e di Germania; il che, sia o non sia da lamentare per li

tempi seguenti, certo fu gran danno per quelli, nei quali l’Italia ne

riuscì più invasa, più avvilita, più corrotta che non sia stata mai

ella o niuna nazione cristiana. Perciocchè certo furono molto avviliti

quei re che sottoposero la corona italiana alla tedesca; avviliti

tutti quegli altri principi italiani che non traevan potenza se non

dalle intervenzioni straniere; avvilite quelle principesse meretrici

che la traevan dalle libidini nazionali e straniere; avviliti gli

ecclesiastici ravvolti in tutto ciò, compratori e venditori delle sedie

vescovili e della stessa romana; avvilita la nazione intiera la quale

chiamò più stranieri in quel secolo e mezzo che non facesse mai, e la

quale alla morte di Arrigo Sassone giunse al segno di accattare padroni

in tutta Europa, Francia, Germania e Castiglia, e di far rifiutar sua

servitù da tutti, salvo che dai Tedeschi, che non la rifiutarono mai.

E so che que’ nostri inalterabili piaggiatori i quali quando non ci

possono lodare ci scusano, e quando non ci possono scusare ci consolano

col paragone de’ vizi altrui, diranno qui che quel secolo d’intorno

al 1000 fu secolo di avvilimento a tutta la cristianità, ai signori

nostri come a noi servi, ai compratori come ai venditori della nostra

indipendenza. Ma io dico che in tali contratti, i venditori son sempre

di molto più avviliti che non i compratori; chi si fa servo, che non

chi si fa padrone. E confermo e conchiudo: che la nazione italiana

cadde allora più basso che non fosse mai ella o niuna cristiana; e

che fu effetto di quel mal sogno del Primato italo-imperiale. — Onde

mi sembrano uscir poi due insegnamenti: che prima di mirare a primati

si vuol arrivare a parità, e che la prima delle parità colle nazioni

indipendenti, è l’indipendenza.

6. MA LE NAZIONI CRISTIANE POSSONO AMMALARE, NON MORIRE, dice

ammirabilmente il nostro Gioberti[10]. E la storia del secolo XI non

solo prova la verità, ma dà le ragioni di tal fatto, accenna i modi del

risanamento delle nazioni cristiane. Il rimedio che queste hanno e le

antiche non avevano, è la Chiesa cristiana; la quale, incorruttibile

essa, basta a preservarle da mortal corruzione, basta a preservare

la virtù, la operosità cristiana risanatrice. Pareva allora corrotta

la stessa Chiesa, ma non era. Incorrotti molti membri di essa, si

ritrassero dal mondo, ne’ monasteri. Fondaronsi quelli di Cluni, di

Cisterzio, della Certosa, di Camaldoli, di Vallombrosa e molti altri;

il cui merito massimo non fu, come si suol dire troppo umilmente,

l’aver serbati i manoscritti o le lettere o l’agricoltura, ma la

virtù; dico la severa e cristiana virtù. La storia di quei chiostri

d’intorno al 1000 è una meraviglia, un miracolo continuo. Un uomo, un

santo sdegnavasi contro al secolo (quel secolo da fulminare allora

veramente), contro ai costumi secolari, ecclesiastici, monacali.

Quindi facea disegno di fondar un monastero nuovo, di restituire in

esso la disciplina; fondavalo con due o tre compagni; l’estendeva

a qualche centinaio di monaci; fondavane altri all’intorno, e tutto

insieme chiamavasi una _riforma_. Talora, morto appena il riformatore,

talora anche prima, la riforma cadeva nella corruzione universale;

tal forza era in questa! Ma allora risorgeva un altro riformatore,

un altro monastero, un’altra riforma; e ricorrotta questa, un’altra

ed un’altra, finchè durò la corruzione universale, ed anche oltre.

Intanto, or nell’uno or nell’altro chiostro, la virtù s’era serbata; e

n’uscì intorno alla metà del secolo uno stuolo, una schiera di uomini,

che io non so come io chiami: grandi santi, grandi filosofi, grandi

riformatori ecclesiastici, o grandi politici, perciocchè furono tutto

ciò; Pier Lombardo, Lanfranco, sant’Anselmo da Aosta, uno o due altri

Anselmi, san Pier Damiano, Annone di Colonia, e finalmente Ildebrando,

cioè san Gregorio VII. Il quale fu il più grande, ma non il solo

grande, fu il principe di quello stuolo già formato, fu il raccoglitore

e propagatore delle frutte seminate da altri; grande ingegno senza

dubbio, ma più gran coscienza, gran politico, ma pontefice anche più

grande. Ed egli e tutti gli altri insieme furono i risanatori della

corrotta Cristianità in generale, ma della corrottissima Italia in

particolare; non solamente perchè dall’Italia nacquero i più di essi

(come è facile vedere dai nomi citati), ma sopratutto perchè a risanar

Roma, a restituir ivi primamente la disciplina e l’indipendenza

ecclesiastica attesero unanimi; e perchè da queste appena incominciate

a restituirsi, seguì, quasi conseguenza naturale, l’indipendenza

italiana. Invano si disputa di questa o quella minuzia di libertà da

attribuirsi o no ai vescovi ed agli ecclesiastici nella fondazione dei

comuni; invano si allega che i comuni sorsero talora non a favore nè

con aiuto, ma contra i vescovi. La virtù fece i comuni italiani; e la

virtù di quel secolo fu incontrastabilmente d’origine ecclesiastica;

anche quella che in parecchi luoghi si risolve contro ai corrotti

ecclesiastici. — E quindi esce l’insegnamento, che la virtù fa

l’indipendenza; e quest’altro, che niuno forse può tanto sulle virtù

nazionali quanto gli ecclesiastici.

Delle speranze d'Italia · 第 3 / 29 段