Tornando ora a Montevideo, da cui ci allontanarono un poco Achille
e Tersite, abbiam già detto, come il 3 febbraio 1843 non vi fosse
denaro, nè viveri, nè depositi, nè materiali di guerra. In quel giorno
il ministro della guerra chiedeva a quel delle finanze quali fossero
le risorse onde organizzar la difesa, e ne avea per tutta risposta,
potersi reggere a stento sino al ventesimo giorno.
— E quanto tempo resistettero gli Spagnuoli nel primo assedio? gli
chiedeva di nuovo.
— Ventitrè mesi, rispose il ministro delle finanze, ed erano in
migliore situazione di noi.
— Ebbene, noi terremo per ventiquattro, disse Pacheco y Obes; vergogna
a noi, se ciò che fecero gli stranieri per la tirannide non lo potremo
noi a difesa della libertà.
Montevideo resiste da ben sett'anni!
Egli è però vero che il primo decreto del ministro della guerra diceva:
— La patria è in pericolo! —
— Il sangue e l'oro dei cittadini appartiene alla patria. —
— Chi ricuserà alla patria il suo oro o il suo sangue, sarà punito di
morte. —
Benchè le molli abitudini di Montevideo fossero d'inciampo a tali
misure, e che gli individuali interessi levassero alta la voce, pure
tutti i cittadini, niuno eccettuato, ebbero a contribuire col loro
sangue e denaro. E primo il ministro della guerra ne fe' l'applicazione
sulla propria famiglia. L'armata nemica era alle porte di Montevideo, e
mancava tuttora una ambulanza ai futuri feriti delle battaglie future.
Il colonnello Pacheco y Obes, visitando la famiglia, che fuggita la
campagna, avea riparato in città, s'accorse che l'edifizio occupato
per essa, si prestava ad ospitale; e chiamate a sè le sorelle, annunzia
loro la necessità di abbandonare la casa.
— Ma la nostra madre ammalata sarà senza tetto!
— Oh! s'aprirà una porta in Montevideo ad ospitare la madre del
ministro della guerra.
Diffatti la madre e le due sorelle fuggitive sono raccolte, e l'armata
assediata ha un ospedale.
Due giovani cugini germani del ministro, ed uno tra' suoi teneri
amici che volevano sotto l'egida dell'amicizia e del sangue eludere
il decreto, sono per ordine del ministro strappati alle loro case e
condotti all'armata.
La famiglia del generale Rivera, presidente della Repubblica orientale,
aveasi, in onta alla legge, riservato due schiavi, tenendosi sicura
all'ombra del potere e del nome. Ma il colonnello Pacheco y Obes
recatosi in persona dal generale Rivera, affrancati i due schiavi, li
fe' soldati.
Don Luis Baëna, negoziante tra' primi della città, convinto di tener
pratiche col nemico, viene secondo la legge condannato dal tribunal
militare alla fucilazione. Allora i commercianti stranieri convenuti
per impetrarne la grazia, conoscendo le strettezze del pubblico tesoro,
offrono in riscatto la somma di L. 300,000 a vestire l'armata. Proclivi
al perdono erano gli altri membri del governo, solo il colonnello
Pacheco reclamando l'applicazion della legge:
— Se la vita d'un uomo potesse riscattarsi coll'oro, diss'egli,
l'erario per quanto povero riscatterebbe quella di Baëna, ma la vita
d'un traditore non si riscatta mai. E Baëna vien fucilato.
Di tal modo procedea la difesa tanto dal lato morale, se così è lecito
esprimersi, che dal fisico.
In allora Montevideo non avea che una linea di fortificazioni appena
tracciata, difesa da soli cinque cannoni. Antichi pezzi d'artiglieria,
che per essere inutili, serviano a riparo delle strade, furono
estratti; e collocati sui carri, e improvvisata una fonderia, e una
fabbrica di polvere, la linea delle fortificazioni in poco d'ora
ridotta a termine, potè ricevere cento cannoni; molti de' quali però
nel mietere largamente le vite dell'inimico, erano talvolta fatali agli
artiglieri che ne aveano il governo.
A datare dal 16 febbraio fu d'uopo mettere in campo questa armata di
giovani coscritti, in cui vedevi confuso il ricco signore al povero
operaio, l'uomo di lettere allo schiavo restituito alla libertà, a
fronte d'un esercito di veterani superbi degli antichi trionfi e forti
del terrore che la loro barbarie incuteva. E pure tale prodigio ebbe
a compirsi, poichè reggevali in guerra il generale Paz; alla cui lunga
esperienza, e sommi talenti, e nobile patriottismo, era dato ottenere
insperati successi.
Nè dal suo canto venia meno l'opera del ministro della guerra, che co'
suoi forti partiti, colle sue infuocate parole, e colla fede immensa
nell'onor nazionale, aveva trasfuso nell'armata uno slancio potente.
Di tal modo l'esercito severamente disciplinato alle scaramuccie,
alle fazioni, ai combattimenti d'ogni giorno, divenne in breve un
pugno d'eroi. E noi diciamo ogni giorno, e ci giova ripeterlo perchè
difficile a credersi, sì, ogni giorno si veniva alle mani, e la città
ogni giorno si intratteneva, come Troia, d'un eroico fatto de' suoi
difensori, o d'una barbara azione de' suoi nemici. Così la difesa traea
nuovo vigore dal doppio fomite dell'entusiasmo e dell'odio.
Delle crudeltà dell'armata assediante, necessità vuole che per noi
si tenga ancora parola, perchè incredibili, e perchè sappia l'Europa
a quali uomini è riservata l'America del Sud, se sventuratamente
Montevideo, ultimo propugnacolo della civiltà, fia che cada nelle lor
mani.
Giammai dagli assedianti fu graziato del capo un sol prigioniero, e
felice colui che moriva senza torture.
Si svolga per poco la storia dell'assedio di Montevideo; e si legga
alla pagina 101 la dichiarazione di Pedro Toses capitano nell'armata
d'Oribe, fatta davanti la polizia di Montevideo.
Egli dichiara:
Non ricordare il numero dei prigionieri fatti dalle truppe di Rosas
alla battaglia de l'Arroyo-Grande; sapere bensì, perchè testimonio
oculare, che fu mozzato il capo a cinquecento cinquantasei uomini. «Si
conduceano le vittime a venti a venti, nude, colle mani legate: ed ogni
drappello tenea dietro uno strangolatore. Giunti sul luogo destinato al
supplizio i prigionieri, fattili ad uno ad uno inginocchiare, loro si
squarciava la gola.»
Tanto si facea per il comune dei martiri, ma gli officiali superiori
otteneano terribili distinzioni.
Pedro Toses asserisce aver visto mettere a morte il colonnello
Hinestrosa; spogliato degli abiti, fu da prima mutilato. Un tale
supplizio era sino a' dì nostri solo retaggio degli Abissinj.
Mozzategli poi le orecchie, gli venne a pezzi strappata la carne,
finchè il suo corpo non fu che una piaga: allora i soldati del
battaglione di Rincon lo stremarono a colpi di baionetta, e per farne
dono al lor capo ne trasser la pelle.
Aggiunge poi (senza dettagli sulla di lui morte) che seconda vittima fu
il luogotenente colonnello Leon Berutti.
Che il colonnello Mendoza fu strangolato;
Che il maggiore Stanislas Alonzo venne ucciso a colpi di bastone;
Che il maggiore Giacinto Castillo, il capitano Martinez, e il
sottotenente Luigi Lavagna furono fatti a brani;
Che il luogotenente Arismendi, pria mutilato, fu strangolato;
Che il luogotenente Acosta spogliato vivo, morì gridando: Viva la
libertà;
Infine che il luogotenente Gomez fu strangolato, del paro che il
sottotenente Cabrera y Carillo.
A tali enormezze si erano abbandonati gli assedianti, nella speranza,
che inorriditi a simile macello i difensori di Montevideo sarebbero
venuti meno all'impresa. Ma si ingannavano a partito, poichè fatti
accorti che venendo alle mani di Rosas era vano lo sperar grazia,
compresero la necessità di battersi sino alla morte.
Ma questi nuovi soldati ora combattendo in imboscate, o in terreni
accidentati, o dietro le fortificazioni non aveano peranco provato
al nemico di quanto fossero capaci in campo aperto. Il ministro della
guerra prese a sciogliere questo problema.
A tale effetto, la notte del 10 marzo 1843 ei si recava con una
divisione ai piedi del Cerro, e l'undici quella parte d'armata che
assediava questa fortezza era completamente battuta.
Il 10 giugno 1843 e il 28 marzo 1844 le armi di Montevideo capitanate
sempre dal ministro della guerra trionfavano delle forze nemiche; e in
questa giornata il generale Angel Nunnez, circondato dai cadaveri di
molti tra' suoi soldati, moriva sul campo di battaglia. Egli, il più
prode degli officiali di Rosas, era un traditore, poichè sui primi dì
dell'assedio, abbandonata l'armata orientale, erasi dato in braccio al
dittatore.
In questo stesso terreno il generale Paz batteva il 26 febbraio 1844
una divisione nemica; e il 24 aprile dello stesso anno vi avea luogo
tra le due armate un lungo combattimento indeciso; e finalmente il 30
settembre, 100 cavalieri di Montevideo sotto il colonnello Flores, vi
battevano 500 cavalieri nemici.
Di tal modo l'infausto nome del Cerro venia mutato in quello di _campo
fortunato_.
Ora nel mentre che Montevideo sentia tuttodì quasi alle porte tuonare
il cannone nemico, la città porgeva agli occhi delle nazioni lo
spettacolo ammirando dell'unione nel pericolo, dell'unità nella
costanza. Gli uomini tutti di cuore eransi fatti attorno al governo
e lo appoggiavano in ogni maniera a misura de' propri mezzi con un
patriottismo, di cui forse l'istoria non ricorda un esempio secondo.
È dolce per noi il nominar qui, onde sappiano che son noti all'Europa,
Francisco J. Munnoz, Andres Lamas, Manuel Herrera y Obes, Julian
Alvares, Alexandro Chucarro, Luis Penna, Florencio Varela, Fermin
Ferreira, Francisco Agell, Joaquin Sagra, Juan Miguel Martinez;
cittadini tutti di Montevideo, che saranno cittadini del mondo in
quel giorno che tutti i popoli saranno fratelli in una repubblica
universale.
Lamas, allorchè Pacheco y Obes entrò al ministero, fu scelto a prefetto
di Montevideo, e diè prova di una attività straordinaria e d'un
patriottismo ardentissimo. Uomo di rari talenti e d'immensa istruzione,
va annoverato tra' primi poeti dello Stato Orientale. Egli tenne poi
il ministero delle finanze, ed ora è rappresentante della repubblica al
Brasile.
Noi abbiam detto come la famiglia del colonnello Pacheco y Obes si
fosse ricoverata a Montevideo, e come la stessa fortuna avessero
seguito gli abitanti della campagna. Meglio di quindicimila persone
eran fuggite innanzi al nemico, di nulla altro curanti che della
propria salvezza. Era dunque debito del governo fin dal principiar
dell'assedio soccorrere ai bisogni di tante infelici famiglie, e
assicurare un pane ai poveri della città; talchè più di 27 mila persone
veniano alimentate e vestite dal pubblico tesoro.
Erasi pure provvisto agli ospedali, e la famiglia del Pacheco y Obes,
come abbiam detto, cedeva la propria casa a cotal fine. I letti che vi
sommavano a più di mille, concessi dalle famiglie più agiate, erano
segno alle cure d'una pietà che sentia di magnificenza. I farmacisti
fornivano gratis i medicamenti, i medici prestavano senza compenso la
loro opera, mentre le signore, organizzate in associazione di carità,
vegliavano pietose al letto dell'ammalato.
Nei giorni felici di Montevideo, all'epoca delle cavalcate che noi
descrivemmo, allorchè i musicali concerti si diffondeano dalle case
e per le strade, le sue _tertulias_ gareggiavano in brio con quelle
di Lisbona, di Madrid, di Siviglia, e i modi gentili, e la franca
ospitalità degli abitanti formavano l'ammirazione degli europei, che
in questa vergine terra rinvenivano il lusso e la coltura del vecchio
mondo.
Ora invece durante l'assedio nei convegni serali era unica cura
preparare filacce, e il conversare comune erano i combattimenti, le
azioni eroiche, e i feriti del giorno.
Le grandi sciagure partoriscono le grandi virtù; e ne die' prova
il dottore Fermin Ferriera, uno dei medici più distinti che vanti
l'America.
Abbandonata, sui primi dì dell'assedio, la sua clientela, si consecrò
al servizio degli ospedali e dei poveri. Da quel punto ei non ebbe
riposo; avresti detto che questo uomo, spogliato quasi l'umana natura,
non patisse difetto di cibo e di sonno. Sempre al letto dei malati e
dei feriti li curava con amore di padre. Ridotto all'estremo, venduto
per vivere ogni suo avere, nonchè i gioielli della moglie, parea
che la miseria avvivasse il suo patriottismo. Ora chirurgo in capo
dell'armata, e presidente dell'assemblea dei notabili, si trova, al
paro di tutti i difensori di Montevideo, nelle maggiori strettezze.
E come se ogni cosa dovesse ritrarre l'impronta da tanto amore alla
patria, l'assedio di Montevideo, epoca di stenti e miserie, ha visto
nascere i più belli de' suoi stabilimenti di pubblica utilità.
Il ministro della guerra, Pacheco y Obes, fondò gli ospedali militari
civili, e la casa degli invalidi, creò primo le pubbliche scuole,
organizzò la società di mutuo soccorso.
Lamas, il capo politico, diè i nomi alle strade della città, e diè vita
all'istituto istorico e geografico.
Herrera y Obes, ministro dell'interno, creò l'università.
Ad istanza di Bernardina Rivera, le signore eressero la società di
beneficenza sotto il nome di _Società delle signore orientali_.
Anche durante l'assedio si coniò la prima moneta della Repubblica.
Lamas ne ebbe il pensiero, e il ministro della guerra offerti gli
argenti suoi e della famiglia e degli amici, fe' poscia appello al
patriottismo del popolo che non fu sordo alla chiamata; e coll'aureo
incensorio del sacerdote diè perfino lo sperone d'argento del
cavaliere.
La moneta battuta a Montevideo portava queste sole parole: — _Assedio
di Montevideo_.
Di tal modo la capitale della Repubblica orientale con un atto
d'indipendenza individuale protestava contro gli attacchi di Rosas alla
pubblica indipendenza.
Un fatto, taciuto sinora da noi, e che avrebbe dovuto aver gran
peso nella nostra politica, era l'essere Montevideo una città quasi
francese; poichè tra i suoi cinquantamila abitanti, ben ventimila
appartenevano alla Francia. Ora costoro stretti alla popolazione per
interessi di commercio e famiglia, era impossibile fossero stranieri
agli eventi, e accettata la causa della patria adottiva, presero con
ardore le armi alla difesa.
A tutto questo si aggiungevano le antipatie che dal 1839 erano nate
tra i Francesi e i soldati di Buenos-Ayres. In allora autorizzati dal
governo avean tolto le armi contro Echagüe, che poi venne da Rivera
distrutto. Così, per gli antichi rancori verso i nostri compatriotti,
si udiano i soldati di Rosas gridare agli avamposti di Montevideo:
«Che fanno dunque i Francesi che altre volte si armarono a vane
comparse? perchè non armansi adesso che si combatte davvero?»
Malgrado tali parole la popolazione francese restò neutrale.
Ma una lieve favilla bastava ad accender gran fiamma. Essa venne dalla
circolare d'Oribe, del primo aprile, in cui lagnandosi dei torbidi
suscitati dagli _stranieri_, minaccia di considerarli quai selvaggi
unitarii, ove non siano prudenti a nascondere le loro simpatie.
Levossi un grido di sdegno all'insolente provocazione, i Francesi
corsero alle armi e s'organizzarono in legione; legione sacra, che
sostenne, malgrado il governo, l'onor della Francia; legione invitta,
che seppe resistere al fuoco ed alle seduzioni, e che ora spunta
un'arme più terribile di quelle di Rosas, la calunnia dei giornali
francesi.
La legione conta già ben sett'anni di vita; al suo nascere provvide da
per sè stessa al vestito ed alle armi, nè toccò mai soldo, e lontana 3
milla leghe dalla patria, involta nella miseria oggimai a tutti comune,
scalza e cenciosa, coperta di cicatrici, come la propria bandiera, va
fiera della sua nudità per le vie di Montevideo, il cui abitante saluta
il francese come fratello e lo venera come difensore.
E di vero, non v'ha palmo di terra nell'immensa linea di
circonvallazione che difende Montevideo, che non sia bagnato di sangue
francese; e sappianlo i ministri e il governo che gli ha abbandonati,
più di mille de' nostri sono caduti a datar dall'origine della legione
francese a questo giorno.
Il colonnello Thiébaut, antico uffiziale dell'armata imperiale, è capo
di questa legione, e il colonnello Brie, già negoziante distinto, ora
prode soldato, tiene il comando dei cacciatori baschi; il tenente
colonnello Des Brosses, il dottore Martin de Moussy, e quasi tutti
i francesi stabiliti a Montevideo ebbero parte nel formare questa
legione.
Noi sappiam che a taluni è di niun prezzo l'ingiuria, di grandissimo
invece la lode; noi diremo a costoro: Rosas ha versato l'oro a piene
mani onde provocare la diserzione. Ebbene! da sette anni, un sol uomo
ha disertato, ei si chiama Pelabert. Comandante del primo battaglione,
fe' l'estremo d'ogni sua possa per trascinarlo con sè, e non ebbe al
delitto che soli due complici.
Tre traditori in tremila uomini! ébberne più gli Spartani che contarono
un fuggitivo sovra trecento.
Alla formazione della legione francese tenne dietro quella degli
Italiani scossi alla voce di GARIBALDI, avido di avventure e di
pericoli.
Un nuovo campo si apriva a lui, che già comandante della flotta
nazionale, sentiasi scosso dai colpi del cannone che tuonava alla
campagna; e fu visto così lo stesso giorno governare il proprio
naviglio, marciare alla baionetta alla testa d'un battaglione
d'infanteria, e caricare in mezzo alla cavalleria uno squadrone nemico.
Ma il sospiro d'Italia gli giungeva sull'aure del Mediterraneo, e
allora tutto cessò per lui; solo un sacro dovere poteva rimuoverlo dal
compire un sì nobile sacrifizio.
A canto di GARIBALDI brilla un nome illustre nella legione italiana. È
quello di Francesco Anzani, uomo di sommo coraggio e di severi costumi
da paragonarsi agli antichi. Mai non fu visto in Montevideo che in
mezzo a' soldati, vestito come essi, dividendo i loro cibi, sognando la
libertà di Italia, combattendo per quella del Nuovo-Mondo. La libertà
era la speranza, il sospiro della sua vita.
Quando nel 1847 GARIBALDI lasciò Montevideo, con un centinaio de'
suoi legionarii per venire a combattere in Italia, Anzani gravemente
infermo volle a ogni costo imbarcarsi, e moriva tre giorni dopo il
suo arrivo in Italia, pensando all'indipendenza della patria, per cui
GARIBALDI allora dovea combattere inutilmente, tenendo l'occhio però a
quell'avvenire che oggi finalmente si è maturato.