Capitolo Terzo

Wright, l'autore dell'_Assedio di Montevideo_, esponendo la situazione

nella quale si trovò la Repubblica orientale dopo la battaglia

dell'Arroyo-Grande, chiude quella lugubre narrazione con queste tristi

parole: «Il sole di dicembre, tuffando i suoi raggi nell'Oceano, ne

lasciò:

Battuti al di fuori,

Senza armata,

Senza soldati anche nell'interno,

Senza materiale di guerra,

Senza danaro,

Senza rendite,

Senza credito.»

E questo quadro non era esagerato.

Il generale Rivera era allora il capo della Repubblica. E noi dando

un giudizio imparziale su di lui come su tutti gli uomini che abbiamo

cercato di tratteggiare, giudicio che apparterrà alla posterità —

perchè nei giudicii politici e letterarii la distanza equivale ai tempi

e fa il presente imparziale come l'avvenire — noi abbiamo detto in

quale compassionevole stato avesse ridotte le finanze del paese.

Per ciò poi che riguarda l'armata, essa risentivasi delle false

idee che aveva sulla guerra il generale Rivera, delle quali diremo

l'origine.

Rivera aveva fatto le sue prime armi sotto Artigas, il quale non era

un generale, ma un capo di fazione. Le sue battaglie consistevano in

sorprese e colpi di mano. Allievo di tal maestro, Rivera ne trattava in

egual modo la guerra, benchè gli affari e gli uomini avessero cambiato

di aspetto.

Alcuni ufficiali, patriotti intelligenti, tentarono di far mutare tale

sistema a Rivera, credendo che la sua maniera di combattere fosse un

sistema e non una pratica; ma per quanto ascendente potettero prendere

su di lui, dovettero accontentarsi d'introdurre, e a gran fatica, pochi

ed isolati miglioramenti che non facevano che vieppiù appalesare il

difetto del partito a cui si atteneva. L'armata quindi restò quale il

suo capo la voleva; indisciplinata, senza ordine, senza unità, vera

armata d'avventurieri — quale infine era sotto Artigas, meno Artigas.

Componevasi essa di due piccoli battaglioni di fanteria formati

intieramente di negri e di qualche migliaio di cavalieri, che

lasciando vuote le squadre anche negli accampamenti militari, non

correvano sotto la bandiera che nei giorni del pericolo. Aveva un

considerevole materiale d'artiglieria leggiera, ma il personale di

quest'arme si conduceva come quello della cavalleria; il servizio

dello stato maggiore come quello dell'armata potea dirsi nullo essendo

anche frammezzo ai comandanti superiori, uomini cui sarebbe riuscito

malagevole il comandare una manovra.

Le diverse divisioni dell'esercito confidate a comandanti generali

patian difetto esse pure d'una organizzazione militare. Invano avresti

cercato un arsenale da guerra su tutto il territorio della repubblica.

E siccome a nessuno cadeva in pensiero che la repubblica potesse

toccare una disfatta, questa avvenendo sarebbe stata irreparabile.

Montevideo poi già da molto non era più città di difesa; le sue mura

erano state atterrate fino dal 1833. Il governo che vi aveva stabilito

residenza era composto di uomini deboli, capaci sì di fare il loro

dovere nelle circostanze ordinarie, ma incapaci di forti risoluzioni in

caso disperato.

Ora la condizione di Montevideo era terribile. Alla nuova della perdita

della battaglia d'Arroyo-Grande, la popolazione fu come colta da

fulmine e tutti i patriotti curvarono il capo, mentre che gli amici

di Oribe, cioè i partigiani dello straniero, apersero l'animo alle

speranze e cospirarono apertamente per Rosas per distruggere così la

Repubblica orientale.

Allora alcuni uomini di patriottismo e d'azione che trovavansi a

Montevideo spinsero il governo a energiche misure per la difesa della

città. E fu per essi che si decretò un'armata di riserva nominando a

comandarla il generale Paz rifugiato in Montevideo, che si chiamarono

alle armi tutti gli uomini dai 14 ai 50 anni, che si affrancarono gli

schiavi onde farli soldati; ma tutte queste misure avevano l'impronta

della debolezza ed erano perciò spoglie d'ogni autorità. Esse venivano

dettate non con quella fede sincera nella possibilità della difesa,

fede che avrebbe fatto la loro forza, ma chiaramente per salvare la

responsabilità di quelli che le dettavano e che sostituivano così

l'agitazione all'attività, la febbre all'energia; e fin d'allora

le risorse dell'autorità furono esauste, e il governo si vide male

obbedito, perchè non rispettato.

Fu da mezzo il campo che s'alzò il primo vero grido di guerra contro

l'armata nemica e quel grido venne dal comandante generale del

dipartimento di Mercédès, dal colonnello Pacheco y Obes.

Appena il disastro d'Arroyo-Grande fu conosciuto, il colonnello Pacheco

y Obes, non ricevendo consiglio che dal suo patriottismo, prese sul

momento le misure le più energiche per organizzare una forza militare.

Prima ancora del governo egli aveva colla sola sua autorità individuale

proclamato la libertà degli schiavi, cassando con un sol frego di penna

questa grande quistione che si dibatte da un secolo in Europa e innanzi

a cui si ritrae da sessant'anni il governo degli Stati-Uniti.

Il distretto di Mercédès comprendeva tre piccole città dai due ai

tremila abitanti ciascuna. Pacheco fatta una leva in massa inreggimentò

i cittadini, li armò, li disciplinò, creò fabbriche d'armi, e

senz'altre risorse in fuori di quelle che egli seppe trarre dal

patriottismo del paese al quale egli fece appello, venti giorni dopo la

battaglia d'Arroyo-Grande, si presentava alla sua volta in campo con

1,200 uomini armati ed equipaggiati, che ebbero l'onore di scambiare

coi soldati di Rosas i primi colpi di fucile che furono tratti per la

santa difesa del paese.

I suoi caldi e risoluti proclami, la sua fede nel trionfo della causa

nazionale rialzarono l'entusiasmo accasciato, e siccome era chiaro che

un uomo che agiva in tal modo doveva sperare, — ognuno sperò. Ecco poi

come s'esprime il giornale officiale di Montevideo del 31 dicembre del

1842 parlando della condotta del colonnello Pacheco y Obes.

«Noi sappiamo di offendere la modestia del prode capo del distretto

di Mercédès; ma come tacersi mentre ogni giorno mostrasi ai nostri

occhi un nuovo segno della sua incessante attività, della sua nobile

coscienza, della sua alta capacità? Il colonnello Pacheco y Obes ci

prova che noi abbiamo alla circostanza uomini d'azione, di consiglio e

di governo atti a salvare la patria».

Così pensavano di lui tutti i patriotti dello Stato orientale.

Dappertutto questi domandavano un cambiamento di governo e l'opinione

pubblica chiamava a prendere parte al potere il colonnello Pacheco y

Obes.

Il generale Rivera cedette al voler del paese, e prima di partire per

l'armata nominò un nuovo ministero di cui facea parte Pacheco y Obes

per la guerra e marina, Santiago Vasquez per l'estero e l'interno, e

Francesco Munnoz per le finanze. Il 3 febbraio 1843, il nuovo ministero

entrò in funzioni; fu chiamato ministero Pacheco y Obes, e devesi

alle pronte misure dei primi giorni della sua esistenza, l'incredibile

difesa di Montevideo.

Questo ministero agiva sotto la direzione del presidente del senato che

teneva la presidenza della Repubblica in assenza del generale Rivera.

Il nome di questo magistrato era Joaquin Suarez, uno dei più ricchi

proprietarii dello Stato orientale, l'uomo tra' più onorati di questo

popolo cui egli ha consacrata tutta la sua vita. Ora egli tiene il

posto di presidente, essendo successo a Rivera, il cui tempo legale era

spirato col 1 marzo 1843.

II 16 febbraio del medesimo anno l'armata nemica comandata da Oribe

si presentava davanti Montevideo nella certezza di entrarvi senza

trar colpo o al più di averla con un colpo di mano. Ma nel tempo che

era trascorso dalla sua installazione, il nuovo governo aveva fatto

di Montevideo una piazza di guerra capace d'arrestare i vincitori

d'Arroyo-Grande.

Tutti gli uomini atti a portare le armi erano stati inreggimentati,

e nessun riguardo era scusa al proprio dovere. Niuna eccezione fu

ammessa. Il ministro della guerra dettava i decreti e s'incaricava

egli stesso di farli eseguire; e tutti sapevano che nulla valeva ad

arrestare la sua volontà di ferro.

Fu in questo frattempo che si riorganizzarono i battaglioni di guardia

nazionale che da sett'anni renderono tanti segnalati servigi alla città

stretta d'assedio. Fu allora che egli scelse a comandanti di queste

masse improvvisate codesti uomini, stranieri fino allora alla guerra,

che nel seguito sono divenuti tanti eroi e che noi chiamiamo: Lorenzo

Batlle, Francisco Tage, José Maria Munnoz, José Solsona, Juan Andres

Gelly y Obes, e Francisco Munnoz. Tutti erano negozianti od avvocati al

principio dell'assedio. Tutti sono in oggi colonnelli, e mai le nobili

insegne di questo grado furono portate più nobilmente. Francisco Munnoz

è morto. Tutti gli altri quasi per miracolo vivono ancora, perchè

in tutti i giorni di questo lungo assedio furono veduti in mezzo al

pericolo provocare la morte che li rispetta.

I corpi di linea, alla testa dei quali figuravano pure uomini nuovi,

furono riorganizzati e messi sotto gli ordini di Marcelino Sosa,

l'Ettore di questa nuova Troia, di César Diaz, di Manuel Pacheco y

Obes, e di Juan Antonio Lezica. E tutti questi altri nomi che citiamo

sono già istorici, e sarebbero nomi immortali se avessero a cantore un

altro Omero.

Sosa è morto e noi racconteremo e la sua morte d'eroe e alcune delle

sue gesta, che rendendolo il terrore dell'armata nemica, gli hanno

conquistata l'ammirazione della città assediata.

Presentemente è il colonnello Cesare Diaz che regge l'armata. Uomo di

grandi talenti, gode la riputazione da nessuno contestata d'essere il

miglior tattico d'infanteria che si trovi fra le due armate.

Il colonnello Batlle, attuale ministro della guerra e delle finanze, è

presso a poco sui trent'anni; la natura gli è stata più che prodiga;

essa l'ha fatto bello, prode, spiritoso, d'ingegno; infine uno di

quegli uomini il cui avvenire è destinato a risplendere nella futura

istoria d'America. Fu egli che con un pugno d'uomini sorprese nel

1846 le forze che assediavano la Colonia e che la battè completamente

obbligandoli a levare l'assedio. E tanto valore mostrato da questa

giovane armata messa su d'improvviso è ascritto in parte al generale

José Maria Paz, che ne era duce, primo tra i migliori maestri nell'arte

della guerra, mentre d'altra parte vi contribuivano con tutte le loro

forze ed il loro sangue gli Argentini rifugiati a Montevideo, formatisi

in legione per la difesa del paese che aveva dato loro l'ospitalità.

Vennero pure eletti capi molti stranieri che in certa guisa stavano

a rappresentanti delle idee di libertà e di progresso non del tutto

spente nel mondo e che non hanno per anco trovato una nazione in cui

possano mettere profonde radici. Tra questi capi che concorsero alla

difesa di Montevideo e che saranno ricompensati dei loro sacrificii,

non solo dalla riconoscenza d'una città, ma d'una nazione, primeggia

GIUSEPPE GARIBALDI.

GIUSEPPE GARIBALDI, proscritto d'Italia perchè aveva combattuto per

la libertà, proscritto dalla Francia dove aveva voluto combattere per

la stessa causa, proscritto da Rio-Grande per avere contribuito alla

fondazione di quella Repubblica, venne ad offrire i suoi servigi a

Montevideo. Noi cercheremo di far conoscere ai nostri contemporanei

sotto i rapporti tanto fisici che morali quest'uomo potente, che

nessuno ha potuto attaccare che colla calunnia.

GARIBALDI è un uomo sui 40 anni, di mezzana statura abbastanza

proporzionata, con lunghi capelli biondi, occhi cilestri, e col

naso, la fronte ed il mento greco; può dirsi tipo di vera bellezza.

Porta lunga la barba; il suo vestire ordinario è una _redingota_

stretta al corpo ed abbottonata senza alcun'insegna militare. Le

sue mosse sono preziose, la sua voce armonica, somiglia ad un canto.

Nello stato normale di vita sembra piuttosto un uomo di calcolo che

d'immaginazione; ma se intende le parole d'indipendenza e d'Italia,

allora egli si scuote come un vulcano, getta fiamme e spande la sua

lava. Giammai fu visto, se non nella pugna, indossare armi; venuto il

momento, snudata la spada che prima gli viene alle mani, ne getta il

fodero e si caccia contro il nemico.

Nel 1842 fu nominato comandante della flottiglia; egli sostenne poco

dopo nel Paranà un combattimento accanito contro forze superiori tre

volte alle sue, ma veduta di poi l'impossibilità di resistere, fece

naufragare, noi non diremo le sue navi, ma le sue barche, appiccandovi

fuoco; e ritirandosi alla testa del suo equipaggio sul territorio della

repubblica presentossi uno dei primi per la difesa di Montevideo.

Il ministro della guerra Pacheco y Obes, comprese il proscritto. Questi

due uomini non ebbero che a vedersi per intendersi e strinsero fin

dal primo abboccamento una di quelle amicizie assai rare nell'epoca

attuale.

Montevideo, stretta d'assedio dalla parte di terra, venne pure

bloccata dalla flottiglia di Rosas. Il ministro della guerra volle

allora organizzare sul mare una resistenza eguale a quella che egli

aveva improvvisata per terra, e benchè la Repubblica non disponesse

che di piccoli bastimenti, aiutato da GARIBALDI, egli venne a capo di

realizzare il suo progetto. Prima ancora di due mesi quattro piccoli

bastimenti, portanti la bandiera orientale, prendevano il mare e

combattevano le forze marittime di Rosas, comandate da Brown. Questi

quattro bastimenti dovevano portare i nomi di Suarez, Munnoz, Vasquez

e Pacheco y Obes; ma Pacheco cangiò il nome del suo legno in quello di

_Libertà_. I due più forti tra questi, che erano quelli di _Suarez_

e _Libertà_, portavano ciascheduno due cannoni, gli altri due non

ne avevano che un solo. Allora si vide il singolare spettacolo d'una

lotta nella quale 60 marinai, 4 barche e 6 pezzi di cannone andavano ad

attaccare 4 bastimenti con 100 pezzi di grosso calibro e più di 1000

uomini d'equipaggio. GARIBALDI n'era comandante, e la sua voce ben

conosciuta al nemico tuonava, nella pugna, comandando la morte, assai

più forte de' propri cannoni.

Ora, a chi fosse vago di conoscere quale soldo ricevesse in premio

della sua vita esposta tutti i giorni, quest'uomo che i giornali

francesi hanno chiamato un _Condottiero_, e che fummo lieti di trovare

a Roma perchè egli dasse colla sua eroica difesa il ridicolo a questa

spedizione, noi lo diremo.

Nel 1843, Don Francisco Agell, uno tra i più rispettabili negozianti

di Montevideo, s'indirizzava al colonnello Pacheco y Obes per dargli

contezza che nella casa di GARIBALDI, nella casa del capo della legione

italiana, del comandante della flotta nazionale, dell'uomo sempre

pronto a versare il proprio sangue per Montevideo, in quella casa non

s'accendeva di notte il lume, perchè nella razione del soldato — _unica

cosa sulla quale contava GARIBALDI per vivere colla sua famiglia_ — non

erano comprese le candele. Il ministro della guerra mandò per mezzo

del suo aiutante di campo, José Maria Torres, cento _patacconi_ (500

franchi) a GARIBALDI; ma egli, presa solo la metà della somma, restituì

l'altra onde fosse recata ad una vedova ch'egli indicava e che, a suo

parere, versava in maggiori strettezze.

Cinquanta patacconi (250 franchi) ecco l'unica somma che GARIBALDI ha

ricevuto dalla repubblica nel corso dei tre anni che la difese[13].

Come parte di bottino, spettavagli un giorno la somma di mille

patacconi, cioè 5,000 franchi. Il ministro delle finanze, fatto invito

a GARIBALDI di toccar quella somma, ebbe alla sua lettera d'avviso

tale una risposta, che stimò opportuno ragguagliarne il suo collega, il

ministro della guerra. Allora Pacheco y Obes, come amico di GARIBALDI,

s'incaricò di chiamarlo a sè onde capacitarlo. Venuto a lui GARIBALDI,

col suo cappello bianco rasato, i suoi stivali in pezzi, ad informarsi

di ciò che volesse il ministro; appena sentì di ciò che era questione,

poco mancò non si stizzisse col suo amico quasi gli fosse stato

straniero; e a lui che instava togliesse quella somma almeno per la

legione italiana, GARIBALDI rispose: «La legione non pensa diversamente

da me, tenete ciò per i poveri della città[14].»

Egli conosceva a fondo i generosi esuli che aveva sotto i suoi ordini,

perchè nel medesimo anno il generale Rivera avendogli fatto dono di

parecchie leghe di terreno e di qualche migliaia d'armenti, ricevuti

a capo del suo stato-maggiore i titoli di proprietà dal colonnello

Don Augusto Pozolo, e interrogata cogli occhi tutta la sua legione,

li stracciò dicendo: «La legione italiana dà la sua vita a Montevideo,

ma essa non la scambia con terre e bestiami; ella dà il suo sangue in

cambio d'ospitalità e perchè Montevideo combatte per la sua libertà.»

Nel 1844 un'orribile tempesta flagellava la rada di Montevideo; eravi

nel porto una goletta a bordo della quale stavano parecchie famiglie,

tra le quali quella dei sigg. Carril che andava a Rio-Grande; la

goletta stava affidata ad una sola áncora avendo perdute le altre;

informato del pericolo GARIBALDI si getta in una barca con sei de' suoi

marinai, porta seco un'altra áncora, e la goletta è salvata.

L'8 febbraio 1846 il generale GARIBALDI, alla testa di 200 Italiani,

viene attorniato da 1,200 uomini di Rosas comandati dal generale

Servando Gomez, fra i quali sono 400 d'infanteria. Che farà GARIBALDI?

Forse ciò che avrebbe fatto il più coraggioso in tale frangente,

mettersi in luogo a meglio secondar la difesa? No certo. GARIBALDI e i

suoi 200 legionarii attaccano i 1,200 soldati di Rosas, e dopo cinque

ore di combattimento accanito, l'infanteria è distrutta, la cavalleria

demoralizzata si ritira dal combattimento, e GARIBALDI resta padrone

del campo di battaglia.

Sempre il primo al combattimento, GARIBALDI lo era egualmente a

raddolcire i mali che portava la guerra. Se talvolta compariva nelle

sale del ministero, era per chiedere la grazia d'un cospiratore, o

soccorsi a qualche infelice; ed all'opera di GARIBALDI, Don Miguel

Molina y Haedo, condannato dalle leggi della repubblica, dovè la vita

nel 1844. A Gualeguaychu fa prigioniero il colonnello Villagra, uno

dei più feroci capi di Rosas, e lo rilascia in libertà con tutti i

suoi compagni fatti con lui prigionieri. A Ytapevy mette in fuga il

colonnello Lavalleja, la cui famiglia resta in suo potere; egli forma

a questa famiglia una scorta composta di prigionieri stessi e la rinvia

al colonnello Lavalleja con una lettera tutta cortesia e generosità.

Noi lo ripetiamo ancora una volta, in tutto il tempo che GARIBALDI fu

a Montevideo, egli visse, in un colla sua famiglia, nella più estrema

povertà. Egli non ebbe mai abiti diversi da quei del soldato, e molte

volte i suoi amici si appigliarono a sutterfugii onde sostituire

a' suoi laceri panni, un nuovo vestito. Scrivete a Montevideo,

signori pubblicisti, che avete trattato GARIBALDI da condottiero

e d'avventuriero, scrivete agli uomini del governo, scrivete ai

negozianti, scrivete alle persone del popolo, e voi sentirete che

mai un uomo fu più universalmente stimato ed onorato di GARIBALDI in

questa repubblica di cui voi repubblicani predicate l'abbandono. Ma è

vero che il governo che ha abbandonato la causa dell'Alemagna per il

re Guglielmo, l'Austria e l'Italia per l'Imperatore Francesco, Napoli

e la Sicilia per il re Ferdinando, questo stesso governo ci può ben

predicare l'abbandono di Montevideo e l'alleanza di Rosas. Ma ponete un

istante Garibaldi l'uomo che egli calunnia in faccia a Rosas che egli

esalta, e giudicate.

Ora che per noi si è detto alcun che del primo, l'ordine vuole si vegga

ciò che facesse allo stesso tempo il secondo.

Noi leggiamo negli stessi rapporti fatti a Rosas dai suoi officiali

ed agenti; nè ci dimentichiamo queste _tavole di sangue_, pubblicate

dall'America del Sud e sulle quali, come una madre addolorata del

presente ed una dea vendicatrice dell'avvenire, ella ha registrato

diecimila assassinii.

Il generale Don Mariano Acha, che serve nell'armata nemica a Rosas,

difendeva San-Juan, ma il 22 agosto del 1841 è costretto ad arrendersi

dopo 48 ore di resistenza; Don Josè Santos Ramirez, officiale di Rosas,

trasmette allora al governatore di San-Juan il rapporto officiale di

quell'avvenimento. Si trova in esso questa frase scritta testuale: —

_Tutto è in nostro potere, ma col perdono e colla garanzia per tutti i

prigionieri, tra loro si trova un figlio di La Madrid._ — Pubblicisti

dell'Eliseo, prendete il N. 3067 del _Diario de la Tarde_[15] di

Buenos-Ayres, del 22 ottobre 1841, ed a comparazione del rapporto

officiale di José Santo Ramirez, che dichiara il perdono e la garanzia

della vita a tutti i prigionieri, voi potrete scrivere dall'altro lato

questo paragrafo.

«Desaguadero, 22 settembre 1841.

»Il preteso selvaggio unitario, Mariano Acha è stato decapitato ieri, e

la sua testa esposta agli sguardi del pubblico.

»_Firmato_ ANGELO PACHECO.»

Quest'Angelo Pacheco è un cugino del generale Pacheco y Obes, ma che

segue, come si vede, una strada differente da quello. Voi avete letto

sul rapporto di Santos Ramirez anche la frase: _tra loro_, cioè fra i

prigionieri, _v'ha un figlio di La Madrid_. Ebbene aprite la _Gaceta

Mercantile_, N. 5703, del 21 aprile 1842 e vi troverete questa lettera

scritta da Nazaro Benavidès a don Juan Manuel Rosas:

«Mira florès, in marcia, 7 luglio 1842.

«Nei miei dispacci precedenti io vi ho detto i motivi per i quali io

riteneva il selvaggio Ciriaco La Madrid (figlio del Peloso); ma sapendo

che quest'ultimo s'è indirizzato a parecchi capi della provincia

per trascinarli alla defezione, _io ho fatto, al mio arrivo a Rioja,

decapitare il primo come pure il selvaggio unitario, Manuel-Julian

Frias_, nativo di Santiago.

» _Segnato_: NAZARO BENAVIDèS.»

Il generale Don Manuel Oribe, colui che gli organi di Rosas chiamano

l'_illustre_, il _virtuoso_ Oribe, ha comandato per qualche tempo le

armate di Rosas, incaricato di sottomettere le Provincie argentine.

Una delle sue divisioni disfece, il 15 aprile 1842, sul territorio di

Santa-Fè, le forze comandate dal generale Juan Pablo Lopez. Nel numero

dei prigionieri si trovò il generale Don Apostol Martinez. Leggete il

bullettino del fatto d'arme, pubblicato a Mendoza, questo bullettino

contiene una lettera segnata dall'illustre e virtuoso Oribe; essa è

indirizzata al generale Aldao governatore della provincia:

«Dal quartier generale delle Barrancas

de Coronda, il 17 aprile 1848.

» ...... Trenta e tanti morti e parecchi prigionieri, fra i quali il

preteso generale selvaggio Juan Apostol Martinez, _al quale è stata

tagliata ieri la testa_, ecco il risultato di questo fatto onorevole

per le nostre armi federali. Io mi congratulo con voi di questo

glorioso successo e mi dico vostro servitore devoto

»M. ORIBE.»

Già che abbiamo nelle mani questa _Gaceta Mercantile_, apriamo il N.

5903, alla data del 20 settembre 1842, e noi vi troveremo un rapporto

officiale di Manuel-Antonio Saravia, impiegato nell'armata d'Oribe.

Questo rapporto contiene una lista di diciassette individui, fra i

quali un capo battaglione ed un capitano che _furono fatti prigionieri

a Numayan e subirono il castigo ordinario della_ PENA DI MORTE.

Giacchè parliamo dell'_illustre_ e _virtuoso_ Oribe, ci sosterremo

alquanto; noi troviamo il suo nome nel N. 3067 del Diario de la Tarde

del 22 ottobre 1841 in occasione della battaglia di _Monte-Grande_, di

cui egli ha fatto il rapporto; in questa relazione officiale si leggono

le linee seguenti:

«Quartier generale al Ceibal,

14 settembre 1841.

»Fra i prigionieri s'è trovato il traditore selvaggio unitario

ex-colonello Facundo Borda, _che fu giustiziato sull'istante medesimo_

unitamente ad altri sedicenti officiali tanto di cavalleria che

d'infanteria.

»M. ORIBE.»

Un traditore dà nelle mani di Oribe il governatore di Tucuman ed i suoi

officiali: ed egli, l'_illustre_, il _virtuoso_ dà quella nuova a Rosas

in questi termini:

«Quartier generale di Metan,

3 ottobre 1841.

»I selvaggi unitarii che mi ha consegnato il comandante Sandeval,

e che sono: Marcos, M. Avellaneda preteso governatore di Tucuman,

colonnello J. M. Vilela, capitano José Espejo ed il luogotenente in

primo, Leonardo Sosa, sono stati sul momento giustiziati, nella forma

ordinaria, ad eccezione d'Avellaneda, cui ho ordinato di _tagliare

il capo_ per essere esposto agli sguardi del pubblico sulla piazza di

Tucuman.

»M. ORIBE.»

Ma Oribe non è il solo luogotenente di Rosas che sia incaricato delle

esecuzioni del dittatore, vi è pure un certo Maza che gli organi di

Rosas si sono dimenticati di qualificare l'illustre ed il virtuoso, e

che non per tanto merita questo doppio titolo, come si può vedere in

questa lettera inserita nel numero 5483 della _Gaceta_, in data del 6

dicembre 1841.

«Catamarca, il 29 del mese di _Rosas_ 1841.

_A Sua Eccellenza il sig. Governatore

D. Cl. A. Arredondo._

»Dopo oltre due ore di fuoco, e dopo avere passato a fil di spada

tutta la fanteria, anche la cavalleria è stata messa alla sua volta in

rotta, ed il capo solo fuggì per il Cerro d'Ambaste con trenta uomini;

presentemente lo si insegue, e la sua testa sarà bentosto sulla piazza

pubblica, come vi sono già quelle dei pretesi ministri Gonzales y

Dulce, e d'Espeche.

»_Firmato_ M. MAZA.»

»Viva la federazione!»

_Lista nominativa dei selvaggi unitarii sedicenti capi ed

officiali, che sono stati giustiziati dopo il fatto del 29._

«Colonnello: Vincente Mercao.

»Comandanti: Modesto Villafane, Juan Pedro Ponce, Damosio Arias, Manuel

Lopez, Pedro Rodriguez.

»Capi di battaglione: Manuel Rico, Santiago de La Cruz, Josè Fernandes.

»Capitani: Juan de Dios Ponce, José Salas, Pedro Araujo, Isidoro Ponce,

Pedro Barros.

»Aiutanti: Damasio Sarmiento, Eugenio Novillo, Francisco Quinteros,

Daniel Rodriguez.

»Luogotenente: Domingo Diaz.

«_Firmato_ M. MAZA.»

E giacchè siamo a Maza, continuiamo, dopo verremo a Rosas.

«Catamarca, 4 novembre 1841.

»Vi ho già scritto che qui noi abbiamo messo in rotta completa il

selvaggio unitario Cubas, che era inseguito e che noi avremmo avuto

presto la testa del bandito.

»Infatti è stato preso, al Cerro di Ambaste, nel proprio letto; di

conseguenza la testa del detto brigante Cubas è esposta sulla piazza

pubblica di questa città.

»_Dopo il fatto._ Si sono presi diciannove officiali che seguivano

Cubas. Non fu loro dato quartiere; il trionfo è stato completo, neppur

uno c'è sfuggito.

»_Firmato_ A. MAZA.»

Guardiamo di volo nel Boletin de Mendoza, n. 12, una frase scritta

in una lettera diretta dal campo di battaglia d'Arroyo-Grande e

indirizzata al governatore Aldao dal colonnello D. Geronimo Costa.

«Noi abbiamo fatti prigionieri più di cento cinquanta capi ed

officiali, che furono giustiziati sull'istante.»

Ho promesso di parlare di Rosas; debbo tener parola.

Quando il colonnello Zelallaran fu ucciso, si portò la sua testa a

Rosas; questi passò tre o quattro ore a rotolarsela fra i piedi e

sputarvi sopra. Sa che un altro colonnello, compagno d'arme di quello,

è prigioniero, pensa subito di farlo fucilare, ma poi cambia di

parere, in luogo della morte lo condanna alla tortura e comanda che il

prigioniero per tre giorni resti due ore a guardare quella testa mozza

posta sopra d'un tavolo.

Nel 1833, Rosas faceva fucilare in mezzo alla piazza San-Nicolas

una parte dei prigionieri dell'armata del general Paz. Fra quelli si

trovava il colonnello Videla, antico governatore di Saint-Louis. Al

momento del supplizio il figlio del condannato gli si getta fra le

braccia; separateli, dice Rosas; ma il ragazzo si afferra a suo padre;

allora, fucilateli tutti e due, dice Rosas; ed il padre ed il figlio

cadono morti stretti nelle braccia l'uno dell'altro.

Nel 1834, Rosas fece condurre su di una piazza di Buenos-Ayres ottanta

indiani prigioni, ed in pieno giorno, su quella piazza, davanti a

tutti, li fece scannare a colpi di baionetta.

Camilla O'Gorman, giovane di diciott'anni, d'una delle prime famiglie

di Buenos-Ayres, viene sedotta da un prete di ventiquattr'anni.

Lasciano tutti e due Buenos-Ayres rifugiandosi in un piccolo villaggio

di Corrientes, nel quale, dicendosi maritati, aprono una specie

di scuola. Corrientes cade in potere di Rosas; il giovane vien

riconosciuto da un prete e denunciato a Rosas colla sua compagna;

ambidue sono ricondotti a Buenos-Ayres, dove senza nessun giudicio,

Rosas ordina che sieno fucilati.

— Ma dite a Rosas che Camilla O' Gorman è incinta di otto mesi.

— Battezzate la pancia, risponde Rosas, se volete salvare l'anima

di quel fanciullo; e battezzato il ventre, Camilla O' Gorman viene

fucilata: tre palle attraversano i bracci dell'infelice madre che per

un movimento naturale, ella aveva stesi per proteggere suo figlio.

Ora, come avvenne che la diplomazia si fece nemica di GARIBALDI, e

amica di Rosas? Egli è che l'Inghilterra una volta imponeva a tutti la

sua volontà.

Garibaldi e Montevideo · 第 5 / 13 题