L'ordine degli avvenimenti ci ha per poco allontanati dall'armata di
Rivera, che lasciata Montevideo, non era rimasta inoperosa.
Il nemico, forte di 6,000 fanti e 900 cavalieri, avea messo l'assedio
alla città; sulle traccie di Rivera erasi spedito il resto delle sue
forze. Allora ebbe principio una lotta ammirabile, dovendo Rivera
co' suoi talenti, colla conoscenza de' luoghi, col coraggio de' suoi
soldati, forte appena di 5,000 cavalieri, tenere a bada un nemico che
contava 6,000 uomini di cavalleria, un battaglione di fanti, ed una
batteria di cannoni.
Ma per colmo di sventura la marcia di Rivera si facea di giorno in
giorno più faticosa e più grave, essendochè i paesani impediti di
rifugiarsi a Montevideo, traevano a lui numerosi, facendo così del
suo piccolo esercito una tribù, che negli ultimi tempi contava da
ben quattrocento carri ingombri di donne e fanciulli, oltre un numero
maggiore di fuggitivi, che privi dei mezzi di trasporto tenean dietro
all'armata a piedi o cavallo.
Come una tal gente inabile alta guerra, d'inciampo negli accampamenti,
di ritardo nelle marcie, li esponesse a un totale esterminio, era noto
a Rivera e a' suoi soldati, che nullameno fedeli a un tal dovere,
durarono nella lotta due anni in cui sempre battuti, non vinti,
rendeano le vittorie del nemico peggiori d'una sconfitta.
Venne infine Rivera completamente battuto nella funesta giornata di
Paso de la Paloma; tali però erano i mezzi di quest'uomo, tale era
l'aura popolare che lo circondava, tanto insomma l'amor della patria
che infiammava gli orientali tutti, che la vittoria di Solis gli rese
quel prestigio ch'egli aveva per un tratto perduto.
Ma Urquisa alla testa di 4,000 uomini venne a trar d'impaccio il
nemico, e sconfisse Rivera a Malbajar ed a Aréquita, il quale ad onta
di tali rovesci, volle il 28 marzo 1845 nelle pianure d'India-Muerta
presentar la battaglia ad Urquisa.
Le forze erano eguali d'entrambe le parti. Avanti di venire alle mani,
il generale Rivera comandò che i carri che trasportavano le donne e i
fanciulli si avvicinassero alle frontiere del Brasile, per guadagnarle
nel caso d'una sconfitta. Si perdè la battaglia, e fu così salva questa
errante tribù, insieme a una parte dell'esercito stesso.
Da quel giorno famiglie ed esercito hanno stanza in Rio-Grande; nè
le reiterate promesse di Rosas ebbero peranco il potere di far loro
traversar la frontiera che li divide dalla patria. Tanto è l'odio
inspirato da Rosas, che al suo dominio preferiscono l'esilio e la
miseria.
L'armata della campagna, distrutta alla battaglia d'India-Muerta,
avea fatto più del dovere, lasciando sul campo i tre quarti delle sue
forze. Questi gloriosi combattimenti vennero illustrati dal sangue di
tanti martiri, e l'istoria del popolo orientale ricorderà con amore i
nomi d'Aguar, di Silva, di Cuadra, di Blanco e di Luna che primi tra'
capitani di quest'armata caddero per la indipendenza della patria. E
la storia fedele dirà pure che i disastri toccati non vanno attribuiti
alla truppa od a' capi, sibbene al solo generale Rivera, che mai volle
organizzar militarmente le sue forze, ed a uomini disciplinati fece una
guerra non di soldato, ma d'avventuriere.
Dopo la battaglia d'India-Muerta, allorchè il resto dell'esercito
passò la frontiera di Rio-Grande, un solo tra i capi, cui la morte in
patria era certa, sdegnò trar la vita in esilio. Egli era il tenente
colonnello Brigido Silveira. Con una mano di prodi decisi a morire
con lui volle continuare la lotta, e ritiratosi nel distretto di
Maldonado[16] traendo partito dal terreno ineguale, cominciò una guerra
d'imboscate, e di attacchi notturni, cui il nemico non si attendeva.
Da quel punto non vi fu distaccamento dell'armata di Oribe, non vi
fu avanguardia che si avventurasse alla campagna, che non venisse
attaccata da questi infaticabili soldati cui era nota ogni sua mossa.
Quando poi infuriava la tempesta, Brigido Silveira, cogliendo il destro
dal cozzar degli elementi, si cacciava persino tra le tende nemiche a
levare il suo grido di guerra.
Indarno Oribe a dar la caccia a questi prodi spingeva tremila de' suoi
cavalieri ora stretti in un corpo, ora divisi a drappelli. Due lunghi
anni durarono a sterminarli, non però d'un sol colpo, ma quando dal
primo all'ultimo caddero tutti, solo Brigido Silvera miracolosamente
sorvisse, ed ebbe modo di rientrare in Montevideo, ove vive tuttora.
La battaglia di Balbajar, anteriore a quella d'India-Muerta, avea
luogo nel gennajo del 1844. Un pugno di cinquecento uomini, sfuggiti
al disastro, concepito il progetto di aprirsi una strada sino a
Montevideo, giunse inatteso dietro le linee dell'assedio, le ruppe, e
sui cadaveri nemici entrò trionfante nella fortezza del Cerro.
Alla testa di questi prodi erano i colonnelli Flores ed Estibao,
che presentatisi al governo colle spade alla mano ancor tinte di
sangue, «l'armata, dissero, della campagna è battuta, e noi, incerti
se potrà rialzarsi, siam venuti a dividere la sorte dei difensori di
Montevideo.»
E per vero fu provvidenziale un tale rinforzo, poichè la guarnigione
scemata ogni giorno non poteva rimettersi, mentre il nemico tenea da
Buenos-Ayres sempre nuovi aiuti di truppe.
Diffatti le file dei difensori di Montevideo erano diradate di molto,
sommando a più di tremila i soldati che erano caduti, coi colonnelli
Sosa, Torres, Neira e buon dato d'altri capi e ufficiali.
Sosa, che ben a ragione può dirsi l'Ettore della nuova Troia, era un
di quegli uomini per cui non esistono pericoli di sorta. Al pari di
Nelson, potea chiedere, non a dodici, ma a trenta anni: che cosa è la
paura? Lo avresti detto disceso dagli antichi Titani, nulla essendovi
per lui d'impossibile.
Fu visto un giorno con soli quattordici cavalieri attaccare ben cento
Baschi spagnuoli e metterli in fuga.
Fu visto altra volta in mezzo a quattordici cavalieri che gli erano
sopra, certi di farlo prigione, aprirsi strada una uccidendone due, e
ritornare al corpo onde era stato disgiunto.
Un altro giorno che aveasi a fronte un distaccamento nemico, il capo
di Sosa avendo esternato il desiderio di alcuni schiarimenti che solo
potea dare un prigioniero, Sosa cacciatosi sopra il nemico, afferrò il
primo uomo che gli venne fatto di raggiungere, e messolo a traverso sul
cavallo lo presentò a lui dicendo:
«Ecco, mio colonnello, ciò che voi avete richiesto.»
Così parea che la morte rispettasse quest'uomo che seco lei avea tanta
dimestichezza.
Diffatti un giorno uno dei più prodi uffiziali dell'armata nemica
incontratosi con Sosa nel caldo della mischia, appunta contro di lui
la sua pistola e fa fuoco. Ma il colpo non parte, ed egli invece cadde
trafitto da Sosa.
Conversando una volta con cinque de' suoi soldati presso d'un bosco
di frutti, diè in un agguato che gli tese il nemico nel bosco vicino.
I suoi cinque soldati cadono a terra dai colpi di fucile tratti a un
quarto di tiro, solo Sosa rimase illeso. Egli allora invece di darsi
alla fuga o battere in ritirata, si caccia nel bosco, e cinque minuti
dopo ne sorte sano e salvo colla spada insanguinata.
Le prodezze di Sosa erano il soggetto del conversare d'ogni brigata in
città, come del pari egli era il terrore del nemico.
Perciò il giorno 8 febbraio 1844, fu giorno di lutto per Montevideo.
Essendo egli in tal dì agli avamposti, fu colpito come Turenne e come
Brunswick da una palla di cannone; ma non cadde com'essi da cavallo,
quantunque per la ferita perdesse quasi tutte le viscere. Scese a terra
dicendo a' suoi soldati: «Io credo d'esser ferito.» Ma fatto accorto
che non solo era ferito, ma ferito a morte; _Amici_, diss'egli, _io mi
muoio, ma voi, voi restate a difendere e salvare la patria_.
La nuova ne giunse alla città quasi portata dal colpo di cannone che
avealo ferito. Il ministro fu a vedere il morente, la cui faccia era
appena suffusa d'un leggiero pallore. Al vederlo, sollevatosi alquanto,
gli stese la mano, e gli diè conto dell'operato con una sì tranquilla
serenità da non parere toccasse al suo fine. Ascoltavalo il ministro
a capo chino, come quei che in Sosa perdeva non solo un de' più prodi
capitani dell'esercito, sibbene uno de' suoi più teneri amici.
La voce di Sosa venne meno d'un tratto. Egli era morto. L'armata tutta
vestì il lutto, non per comando, ma per potente bisogno del cuore;
essendochè a ciascuno parea colla sua morte aver perduto un fratello o
un amico.
A tanta virtù era poca la riconoscenza degli uomini, onde il governo
non fe' che emanare il seguente decreto: