Giunto al sommo del potere, fu cura di Rosas spegnere la federazione.
Lopez, autore di questa, caduto malato, va a Buenos-Ayres sull'invito
di Rosas che lo vuole presso di sè. Lopez muor di veleno. Quiroga,
capo della federazione, sfuggito per incanto a venti sanguinosi
combattimenti, il cui coraggio e fortuna son proverbiali, muore
assassinato. Cullen, mente della federazione, governatore di Santa-Fè
per una rivoluzione suscitata da Rosas, gli è dato nelle mani dal
governatore di Santiago. Cullen muor fucilato.
Quanto v'ha di più alto nel partito federale corre le istesse fortune
de' più sommi in Italia sotto i Borgia; e a mano a mano Rosas
adoperando le istesse mene di Alessandro VI e suo figlio Cesare,
pervenne a dominare la Repubblica Argentina, la quale sebbene ridotta a
perfetta unità, continua nel titolo specioso di federazione.
Ora occorre di dare alcun cenno dei personaggi da noi nominati,
evocando un istante i loro accusatori fantasmi; tanto più che vi
ha in tutti questi uomini una tal quale primitiva selvatichezza che
merita se ne faccia caso. E per cominciare dal generale Lopez, un solo
aneddoto ci darà contezza non tanto di lui, sibbene ancora degli uomini
che trattava. Egli reggea Santa-Fè e contava in Entre-Rios un suo
personale nemico, il colonnello Ovando, che in seguito ad una rivolta
fu tradotto a lui prigioniero. Il generale era a mensa e ricevendo con
oneste accoglienze Ovando, l'invitò ad assidersi seco e si stabilì
fra essi un colloquio come in due convitati ne' quali l'eguaglianza
delle fortune comandi la più perfetta ed egual gentilezza. Se non che
a mezzo il desinare, Lopez interrompendosi a un tratto: Colonnello,
disse, s'io fossi caduto in vostro potere come voi nel mio e ciò
fosse avvenuto nell'ora dei cibi, che avreste voi fatto? — Io vi avrei
invitato a sedere alla mia tavola, come voi faceste con meco. — Sì,
ma dopo il convito? — V'avrei fatto fucilare. — Son soddisfatto che
una tale idea v'abbia balenato alla mente, essendo pure la mia; voi
sarete fucilato all'alzarvi di tavola. — Debbo io levarmi di subito,
o proseguire il mio pranzo? — Oh! continuate, Colonnello, non v'è poi
molta urgenza. Continuarono adunque, gustarono caffè e liquori, dopo
di che disse Ovando: — Credo che questo sia il tempo. — Vi ringrazio,
rispose Lopez, di non aver atteso ch'io ve lo rammemorassi. Indi,
chiamato un soldato, — La squadra è pronta? dimandò — Sì, mio generale,
rispose costui. Allora voltosi a Ovando, — Addio, Colonnello, gli disse
— Addio, rispose, non è lunga la vita nelle guerre come le nostre. E
salutandolo, sortiva. Cinque minuti dopo una fucilata alla porta di
Lopez, gli annunziava che il colonnello Ovando non era più.
In quanto a Quiroga, egli era un uomo della campagna al pari di
Rosas. Un tempo, sergente nell'armata di linea contro gli Spagnuoli,
s'era poi ritirato alla Rioja, suo paese natale. Fatto per le interne
discordie signor del paese, appena ebbe la somma del potere, si cacciò
a tutt'uomo nella lotta delle varie fazioni della repubblica, e per
queste fe' per la prima volta sentire il suo nome all'America.
Nello spazio d'un anno Quiroga era la spada del partito federale;
nessuno ebbe al pari di lui ad ottenere più felici successi col solo
suo valor personale, talchè il prestigio del suo nome potea dirsi
supplisse a un esercito. Cumulata nel calor della mischia intorno
a sè la somma dei pericoli, gettava allora il suo grido di guerra e
impugnata la lunga lancia, sua arma prediletta, volgeva in fuga anche i
più coraggiosi.
Quiroga, anzichè crudele, era feroce; ma d'una ferocia magnanima,
generosa; d'una ferocia non di tigre, ma di leone. Infatti il
colonnello Pringles, suo giurato nemico, è fatto prigione, poscia
assassinato. L'assassino agli ordini di Quiroga, che nella speranza
d'un premio, gli vien narrando il delitto, è fucilato.
Un bel giorno i suoi soldati, memori dell'accaduto, traggongli innanzi
due ufficiali nemici fatti allora prigioni. All'invito di disertare la
propria bandiera, l'uno rifiuta, l'altro consente.
— Orsù dunque, disse a quest'ultimo, a cavallo, andiamo a veder
fucilare il vostro compagno. — Egli obbedisce, e lungo la via vien
novellando con Quiroga, di cui già si crede aiutante di campo, mentre
in mezzo ai soldati il povero condannato va tranquillamente alla
morte. Giunti sul luogo, Quiroga ingiunge all'ufficiale che si rifiutò
al tradimento, di mettersi in ginocchio. Ma dopo il comando, pronti!
fermandosi:
— Orsù, disse a lui che si tenea già per morto, voi siete un prode,
ecco il cavallo del signore, partite.
E colla mano accennava al cavallo del rinnegato.
— Ed io? chiedeva egli.
— Tu non ne hai mestieri, chè sei presso a morire.
Nulla valsero i preghi dell'amico reso alla vita; pochi minuti dopo era
morto.
La gloria di batter Quiroga era serbata al generale Paz, il Fabio
americano, uomo per virtù e illibatezza specchiatissimo. Due volte
ei ne distrusse le armate nei terribili combattimenti della Tablada e
d'Oncativo. Ma fatto prigioniero il general Paz a cento passi dalla sua
armata per la caduta del suo cavallo, Quiroga opponendo alla tattica e
strategia di queste allora nascenti repubbliche, un indomito coraggio
ed una volontà di ferro, fu invincibile.
Cessata la guerra tra i federali e gli unitari, volle Quiroga visitare
le interne provincie. Nel ritorno assalito a Barranca-Jaco da una mano
di trenta assassini, una palla che traversò la vettura, in cui era
soffrente, lo colse nel petto. Quantunque ferito a morte, pallido,
grondante sangue, potè sollevarsi ed aprir la portiera. Alla vista
dell'eroe rizzato in piedi e quasi cadavere, gli assassini si diedero
alla fuga. Ma Santos-Perez lor capo trattosi innanzi a Quiroga, che
caduto gli abbracciava i ginocchi e lo fissava nel viso, l'uccise,
mentre gli altri assassini tornavano a dar compimento al misfatto.
Furono i fratelli Reinafi che reggeano Cordova, braccio di questa
spedizione d'accordo con Rosas. Ma egli riparatosi in una macchia onde
non esser visto, potè, prese le parti dell'innocente, farli arrestare e
condannare e fucilare.
Ora di Cullen. Nato egli in Ispagna, abitava la città di Santa-Fè,
ove strettosi con Lopez, ne era venuto il ministro e il consigliere.
L'influenza che ebbe ad esercitare nella repubblica argentina dal
1820 al 1833, epoca della sua morte, lo rese uomo d'alto rilievo. Le
oneste accoglienze di Cullen per Rosas, quando proscritto nel dì della
sventura riparò a Santa-Fè, non ebbero potenza di cancellare dalla
mente del futuro dittatore, che Cullen volea tornare la repubblica
argentina sotto l'impero delle leggi; seppe però, protestando eterna
amicizia, nascondere l'empio disegno.
Chiamato Cullen, per la morte di Lopez, al governo di Santa-Fè, datosi
con ogni studio a migliorar la provincia, lungi dal dirsi nemico
del blocco francese, esternava le sue simpatie per la Francia, come
leva potente alle sue idee di civiltà. Rosas allora, coll'appoggio
e concorso delle truppe, gli suscitò una rivoluzione, in cui vinto
Cullen fu costretto a riparar presso Ibarra suo amico governatore della
provincia di _Santiago dell'Estero_. Dichiarato Cullen _selvaggio
unitario_, si proposero trattative da Rosas per averlo in sue
mani, che lunga pezza tornarono vane. Teneasi quindi Cullen sicuro
riposando sulla fede del giuramento d'Ibarra, allorchè ad un tratto
inaspettatamente arrestato da' suoi soldati, fu condotto a Rosas.
Egli intesane la venuta, ordinava si fucilasse a mezza strada, poichè,
scriveva egli al nuovo governatore di Santa-Fè, _il suo processo era
fatto da' suoi stessi delitti_. Cullen avea gentili maniere e cuore
bennato; l'influenza che esercitò su di Lopez fu sempre rivolta al
perdono ed è sua gloria se il generale Lopez, a fronte delle preghiere
di Rosas, non condannò all'estremo supplizio alcuno dei prigionieri
fatti nella campagna del 1831, che mise in sua balìa i capi più
importanti del partito unitario. Di frivola istruzione, di mediocri
talenti, avea però l'esterno d'un uomo eminentemente civilizzato.
Con tali mezzi spenti gli eroi del partito federalista, Rosas,
povero d'ogni gloria militare, divenne il solo uomo importante della
repubblica argentina e il signore assoluto di Buenos-Ayres. Avuto
nelle mani il potere, cominciò le vendette contro le classi elevate,
che non ebbero per lui che disprezzo. Godea mostrarsi tra gli uomini
più aristocratici ed eleganti, quasi discinto, e sempre indossando la
_chaqueta_. Ai balli presieduti da sua moglie e sua figlia, cui non
intervenivano che carrettieri e macellai e la più vile bordaglia, ei
fu visto aprir la festa danzando con una schiava e sua figlia con un
Gaucho.
Nè qui s'arrestò il suo odio contro la nobil città. Proclamato il
principio, _chi non è con me è contro di me_, chiunque non gli andasse
a sangue, venia qualificato _selvaggio unitario_, nome per cui venia
meno ogni diritto alla libertà, alla proprietà, alla vita, all'onore.
A secondare praticamente queste teorie, ebbe vita sotto gli auspici
di Rosas la famosa società di _Mas-Horca_, che suona _Ancora forche_,
composta d'uomini più abbietti, di bancarottieri e di assassini. A
questa veniano affigliati per comando superiore, il capo della polizia,
i giudici di pace, tutti infine i preposti all'ordine pubblico; di tal
maniera che quando un cittadino minacciato in sua casa di saccheggio
o assassinio dai membri della società, ricorreva al braccio della
giustizia, tornava inutile ogni reclamo; niuno facea fronte a tali
violenze, poco monta venissero fatte in pien meriggio, o nel colmo
della notte; era una fatalità che bisognava subire.
E a comprovar coll'esempio, in quei giorni era moda degli eleganti di
Buenos-Ayres portar la barba e collare; ma col pretosto che tagliata in
tal guisa formasse la lettera U, e significasse unitario; la società,
arrestati questi infelici, con coltelli poco taglienti tagliava loro
la barba che cadeva unita a pezzi di carne, abbandonava quindi la
vittima alla più vile feccia del popolo, che lieta spettatrice dello
spettacolo, lo prolungava talora sino alla morte.
Usavano in quell'epoca le donne del popolo intrecciare ai capegli un
nastro rosso, chiamato monno[12]; un bel giorno la società convenuta
alle porte delle chiese maggiori, ne fregiò con catrame bollente il
capo delle infelici che ne erano prive. Un abito, un fazzoletto, un
nastro che accenasse al bleu od al verde era tale delitto, perchè la
donna che se ne adornava fosse nuda bastonata sulla pubblica strada.
Nè l'ingegno, la fama, o la fortuna erano scudo al bisogno; un semplice
indizio faceva temere del sommo pericolo.
Ora mentre gli uomini più distinti dell'alta classe, fatta segno alle
vendette di Rosas, cadeano vittime d'una prepotente violenza, veniano
a centinaja imprigionati tutti gli altri cittadini, le opinioni dei
quali non fossero in armonia con quelle del dittatore o osteggiassero
i calcoli della sua futura politica. Ignoti a tutti tranne che Rosas
che l'ordinava, la causa dell'arresto, venia pure dichiarato inutile
il giudizio; così le numerose non interrotte fucilazioni davano
luogo a nuovi prigioni. Le tenebre proteggevano il delitto; e la
città destavasi esterefatta al rumore di questi tuoni notturni che la
decimavano. Il mattino poi raccolti tranquillamente dai carrettieri
della polizia i corpi degli assassinati per le strade e dei fucilati
nelle carceri, venian tutti questi cadaveri anonimi cacciati in un
gran fosso alla rinfusa, negate perfino ai congiunti delle vittime
l'uffizio supremo. Queste scene di sangue avean luogo tra le risa e lo
sghignazzare atroce dei carrettieri che, recise le teste dei cadaveri,
e messe in un paniere, le offrivano al popolo, che, chiuse le case
fuggiva inorridito, e gridavano all'uso dei venditori di frutta:
— Ecco le belle pesche unitarie! chi compra le pesche unitarie?
Allora poi il calcolo tenne dietro alle barbarie, la confisca alla
morte; creare interessi inseparabili dai propri, mostrare ad una
classe della società la fortuna dell'altra, dicendole: è tua, fu
trovata necessità di regno. Da quel punto sulle rovine degli antichi
proprietari di Buenos-Ayres, s'elevarono le rapide e disoneste
ricchezze degli odierni parteggianti di Rosas.
Toccò Rosas il sommo della ferocia, cui non osò sognare alcun tiranno,
cui non soccorse la fertile mente di Nerone e di Domiziano, col divieto
al figlio di vestire a corrotto per il padre morto da lui. La legge
fu proclamata ed affissa in Buenos-Ayres; e v'era ben donde, chè ogni
famiglia aveva un caro da piangere.
Per tale tirannide si commossero gli stranieri e principalmente i
Francesi, co' quali Rosas si fea lecito ogni eccesso. La nota pazienza
di Luigi-Filippo toccò all'estremo e ne venne il primo blocco francese.
Ma le alte classi della società così dileggiate presero a fuggir
Buenos-Ayres e volsero lo sguardo sullo Stato orientale, ove quasi
tutta la proscritta città venne a cercare un asilo.
Allora la polizia di Rosas fe' ogni sua possa; punì per legge di morte
l'emigrazione, e vista ciò tornar vano, si volle circondare l'estremo
supplizio co' tormenti più atroci, ma l'odio e il terrore inspirato
da Rosas era più forte delle sue pene, e l'emigrazione cresceva ogni
giorno. Alla fuga d'un'intera famiglia bastava un battello; su questo
si cacciavano alla rinfusa padre, madre, figli, fratelli e sorelle, e
lasciando ogni loro fortuna approdavano allo Stato Orientale, tenendo
per tutta ricchezza gli abiti che avevano indossati. Nè alcuno ebbe
a pentirsi di avere sperato nella ospitalità del popolo orientale.
Dessa fu grande e generosa quale di antica repubblica e come il popolo
argentino dovea aspettarsi da amici, o meglio da fratelli, che tante
volte aveano combattuto sotto le stesse bandiere contro gli Inglesi,
gli Spagnuoli e i Brasiliani, nemici comuni e stranieri, però meno
crudeli di questo nemico figlio della stessa terra.
Gli Argentini giungevano a torme, e toccata la terra veniano dai
premurosi abitanti raccolti, come meglio ne aveano agio dai mezzi
di fortuna e dall'ampiezza delle abitazioni. Di nulla allora patiano
difetto questi infelici, che riconoscenti si davano tosto al lavoro,
onde gli ospiti loro ne fossero alleviati, e così potessero soccorrere
ai nuovi fuggenti. A tal fine gli uomini più comodi si accingevano ai
più bassi mestieri dando loro tanto più lustro, quanto più alto era il
loro stato sociale.
Di tal fatta i nomi più celebri della repubblica argentina brillarono
nell'emigrazione. Lavalle, la più valorosa spada della sua armata;
Florencio Varela, il suo più bel genio; Aguero, tra suoi primi
uomini di Stato; Echaverria, il Lamartine della Plata; Vega, il
Bajardo dell'armata delle Ande; Guttierez, il felice cantore delle
glorie nazionali; Alsina, il grande avvocato e l'illustre cittadino,
primeggiano tra gli emigrati; come pure Saenz Valiente, Molino Torres,
Ramos Megia, i ricchi proprietarii; come anche Rodriguez, il vecchio
generale delle armate dell'indipendenza e delle armate unitarie, e
Olozabal uno tra i più prodi di quell'armata delle Ande, di cui Vega,
come dicemmo, era il Bajardo. Scopo alla crudeltà di Rosas era tanto
_l'unitario_ che il _federista_, se poteva essere di ostacolo alla sua
dittatura. Ora devesi all'ospitalità accordata a' suoi nemici, l'odio
immenso che Rosas nutre per lo Stato Orientale.
All'epoca in cui or si fa cenno, era a capo della Repubblica il
generale Fructuoso Rivera. Costui è un uomo della campagna al paro
di Rosas e Quiroga. Differisce dal primo per le sue tendenze alla
civilizzazione. Come uomo di guerra e come capo di fazione non ha
eguali in valore e in generosità. Da trent'anni che ebbe tanta parte
nelle commozioni politiche del suo paese fu sempre primo a correre
all'armi, quando s'intese il grido di guerra allo straniero.
Nella rivoluzione contro la Spagna, egli fe' getto delle sue fortune,
essendo per lui il dare, bisogno irresistibile; anzichè generoso, egli
è prodigo. E Dio fu pur tale verso di lui. Gentil cavaliere (nel senso
della parola spagnuola, che comprende il soldato e il gentiluomo), di
bruno colore, di alta figura, di sguardo acuto, di cortesi maniere,
trascina gli astanti col fascino d'un gesto a lui solo concesso. Per
tali doti fu l'uomo più popolare dello Stato Orientale; ma è forza pur
dirlo, non vi fu chi più male di lui reggesse le finanze d'un popolo.
Come la propria, sprecò le fortune del paese, non già per sè, ma perchè
uomo pubblico ritenea le generose maniere dell'uomo privato. Però al
tempo in cui si ragiona non appariva ancora un tale dissesto. Rivera
sul primo della sua presidenza, erasi circondato degli uomini sommi
del paese. Obes Herrera, Vasquez, Alvarez, Ellauri, Luiz, Eduard Perez
governavano con lui la cosa pubblica e con questi non poteva fallire a
quel bel paese, progresso, libertà ed incremento.
Obes, primo tra gli amici di Rivera, tenea del carattere antico; il
suo patriottismo, i suoi talenti, la sua profonda istruzione lo fanno
annoverare tra i grandi Americani.
Morì proscritto, vittima tra i primi del sistema di Rosas nello Stato
orientale.
Luiz Edouard Perez, l'Aristide dello Stato orientale, repubblicano
severo, caldo patriotta, consacrò la vita sua lunga alla virtù, alla
libertà, alla patria.
Vasquez, uomo di talento e d'istruzione, fe' le prime sue armi
all'assedio di Montevideo contro la Spagna, e chiuse i suoi giorni
nell'assedio attuale, avendo sempre bene meritato del paese.
Herrera, Alvarez ed Ellauri cognati di Obes non furono secondi ad
alcuno. Essi appartengono come prodi guerrieri, non solo allo Stato
orientale, ma sibbene all'intera causa americana; e i loro nomi saranno
per sempre sacri alla terra di Colombo che dal capo d'Orno si stende
allo stretto di Barrow.
Ora un governo che aveva a capi uomini di tempra siffatta, ebbe
naturalmente a signoreggiare lo slancio nazionale, quando per la
Repubblica orientale, venne l'ora di combattere a viso aperto il
sistema di Rosas. Così, mentre il popolo soccorreva pietoso a tanti
infelici, il governo sceglieva i sommi tra questi, ed assoldava i
guerrieri argentini dichiarati traditori da Rosas, onorandoli con ogni
maniera di cure e rispetto. Ed a ciò potentemente dava opera la stampa,
che libera nello Stato orientale, metteva in luce i delitti di Rosas,
facendolo segno all'esecrazione universale.
È quindi facile il comprendere, come la vendetta di Rosas si addensò
sul capo di Rivera, primo tra' suoi nemici, e sul paese ch'egli
reggeva; però, forte nell'alimentarla, era debole poi nel metterla in
atto. Si limitò dunque ad una guerra sorda, favorendo con ogni maniera
la rivoluzione scoppiata nel 1832 contro Rivera, e questa fallita, non
si tenne ancora per vinto.
La presidenza di Rivera cessava nel 1834. Succedevagli il generale
Manuel Oribe per l'influenza di Rivera stesso che vedeva in lui un
amico al proprio sistema, e lo avea prima d'ora creato generale e
ministro della guerra.
Oribe appartiene alle prime famiglie del paese, per la cui difesa,
dopo il 1811, combattè sempre da prode. Egli è di poco spirito, e corta
intelligenza; ne è prova l'alleanza di Rosas che egli abbracciò a tutta
possa, alleanza che trae a rovina quell'indipendenza da lui stesso
propugnata più volte.
Come generale è di nessuna capacità; le sue violente passioni lo fanno
crudele, mentre come privato è uomo dabbene. Come amministratore fu
miglior di Rivera, nè per lui crebbe il debito pubblico. Però su di
lui pesa la rovina dello Stato orientale. Obliando che ad esser capo
di parte, non basta il volerlo, sdegnò d'unirsi alla causa nazionale
che aveva per capo Rivera, e volendo fare da sè, eccitò diffidenza
e sospetto; onde atterrito, si gettò un bel giorno nelle braccia di
Rosas. Il paese n'ebbe sentore dalla guerra che il governo moveva
all'emigrazione argentina, e come forte era l'odio al sistema di
Rosas, s'unì a Rivera quando egli nel 1836 si mise alla testa d'una
rivoluzione contro di Oribe. Questi però, spalleggiato dall'armata
rimasta fedele e dagli aiuti di Rosas, potè sino al 1838 rimuovere il
pericolo che lo premea d'ogni lato.
Qui cade in acconcio rettificare un errore troppo comune. Si crede
generalmente, che all'influenza de' Francesi debbasi la caduta di
Oribe, mentre ebbe a soli nemici gli Orientali. Il suo potere fu
distrutto alla battaglia di Palmar, ove tra' suoi nemici non si contava
un solo straniero, mentre egli cadde in mezzo a loro; e n'è certa
prova, essersi trovato, dopo la capitolazione della città di Paysandu,
un intero battaglione argentino in questa città. Ora gli Argentini
sono stranieri allo Stato Orientale del pari che gli uomini del Chili o
dell'Inghilterra.
Oribe rinunziò al potere officialmente davanti alle Camere, e chiestone
alle stesse il permesso, lasciò il paese. Ciò fatto Rosas lo costrinse
a protestare contro tale rinuncia, e, cosa inaudita in America, egli lo
riconobbe per capo del governo d'un paese a lui pure vietato. Era, come
se Luigi Filippo esule avesse dato un vicerè alla Repubblica francese.
Si rise a Montevideo di questa follia del dittatore, che intanto si
preparava a mutare il riso nel pianto, e ne fu conseguenza naturale la
guerra tra le due nazioni, che dura dal 1838.
Riafferrato il potere, Rivera appoggiò con ogni sua possa il blocco
francese, e n'ebbe soccorsi d'uomini e di danaro contro il nemico
comune. In tali strettezze avrebbe Rosas facilmente inchinato l'animo
alle esigenze europee quando l'arrivo dell'ammiraglio Mackau nel
1840 diè luogo al trattato che porta il suo nome, per cui si rialzò
la potenza di Rosas già presso al tramonto e sola nella lotta durò
la Repubblica orientale. Così si combattè diversamente fino al 1842
quando l'armata orientale toccò la disfatta di Arroyo-Grande. In
questo intervallo, una gran parte della Repubblica argentina, fidando
sul poter della Francia, erasi contro di Rosas levata a guerra eroica
e nazionale. Ma questa lotta ineguale avea cresciuto il numero dei
patriotti argentini martiri della crudeltà del dittatore.
Intanto, vinta la battaglia d'Arroyo-Grande, l'armata di Rosas, forte
di 14,000 uomini, si gettò sul territorio dello Stato Orientale. A
questo torrente erano unico argine 600 soldati agli ordini del generale
Medina, e 1,200 reclute sotto il generale Pacheco y Obés, allora
colonnello, che riunitesi insieme sotto il fuoco dell'avanguardia
nemica presero a capo il generale Rivera, cui si congiunsero 4 o 5 mila
volontarii accorsi al pericolo.
Allora si vide, miracolo stupendo, 6,000 uomini disordinati e quasi
inermi, disputarsi palmo a palmo il terreno all'armata di Rosas.
Costretti a marciare per contrade incendiate dal nemico, questi eroici
difensori della patria, raccolsero tutte le fuggenti famiglie e tra
immensi pericoli ne protessero la ritirata a Montevideo, ove cercò un
asilo quasi tutta la popolazione della campagna.
Il primo febbraio 1843 l'armata orientale ordinatasi sulle alture
di Montevideo vide il nemico; ma lungi dal riparare in città, cui
raccomandò le protette famiglie, chieste armi e munizioni, si gettò
alla campagna onde provvedere alla guerra, dicendo ai cittadini:
difendetevi e contate sopra di noi!