Al viaggiatore che viene d'Europa su quelle navi che i primi abitanti
di quel paese scambiarono per case volanti, prime ad aprirsi allo
sguardo, dopo il grido del marinaio in vedetta che annunzia la
terra, son due montagne. L'una di mattoni, che è la cattedrale, la
chiesa-madre, la _matriz_, come la si chiama; l'altra poi di massi e
verdura, su cui s'innalza un faro, vien detta il _Cerro_.
Quindi quanto più si avvicina, egli scorge dietro le torri della
cattedrale, le di cui cupole in porcellana scintillano al sole, alla
destra del faro che siede sul monticello onde si domina la vasta
pianura, egli scorge gl'innumerevoli _miradores_ (belvedere) dalle
forme bizzarre, quasi corona delle case, che bianche e rosse, porgono
nei loro terrazzi un dolce convegno la sera; poi al piede del Cerro, i
saladeros (vasti edifizii a salar carni); poi sulla riva della baja, le
ridenti _quintas_ (case di campagna) orgoglio e delizia degli abitanti,
che nei giorni festivi traggono in folla al _miguelete_[1] alla
_aguada_[2], all'_arroyo seco_ (ruscello secco)!
Poscia se avviene che si getti l'áncora fra il Cerro e la Città
dominata per ogni dove dalla gigantesca Cattedrale, quasi Leviátan tra
flutti di case; se il palischermo armato di sei rematori rapidamente
vi caccia alla riva; se durante il giorno si scorgono presso quelle
incantevoli _quintas_ gruppi di donne vestite all'ammazzone e di
cavalieri; se al cader della sera attraverso i veroni, da cui escono
torrenti di luce e d'armonia, si odono i concerti dei pianoforti, i
lamenti delle arpe, i trilli delle quadriglie o le meste note delle
romanze, cagione di questi incanti è Montevideo, la vice-regina di quel
gran fiume d'argento, di cui Buenos-Ayres si tien la regina, e che si
scarica nell'Atlantico con uno sbocco di ottanta leghe.
Primo Giovanni Dias de Solis scoprì nel 1516 la costa ed il fiume
della Plata; ed avendo la sentinella in vedetta, alla vista del Cerro
gridato, _montem video!_ ne toccò il nome alla città, della cui storia
si dà per noi un rapido schizzo.
L'audacia di Solis, che per aver da un anno scoperto il Rio-Janeiro,
volle, lasciate nella baja due delle navi, avventurarsi sulla terza
nell'imboccatura del fiume, ebbe a costargli la vita. Tratto in inganno
dai segni d'amicizia degli Indiani, diè in un'imboscata, per cui,
fatto a pezzi, venne arrostito e mangiato sulle rive d'un ruscello,
che in memoria di questo orribile misfatto, ritiene tuttora il nome di
_arroyo_ (ruscello) di Solis.
Quest'orda d'Indiani antropofagi, valorosi figli della primitiva tribù
dei _Charruas_[3], signoreggiava il paese del pari che all'estremo
continente gli Uroni ed i Sioux. Riuscita vana ogni prova agli
Spagnuoli per sottometterli, fu necessità fondar Montevideo tra
continui attacchi di giorno e di notte, e, grazie a questa resistenza,
Montevideo, che ha appena cent'anni di vita, è una delle più moderne
città del continente americano.
Da ultimo, sullo scorcio del passato secolo, sorse un uomo che a questi
naturali signori della costa, diè una guerra di sangue e d'esterminio.
Nei tre ultimi combattimenti, serrate le donne ed i figli in mezzo alle
schiere, come gli antichi Teutoni, caddero tutti senza dar addietro
d'un passo. Monumento di questa suprema disfatta, il viaggiatore che
tien dietro alle tracce della civiltà, Dea che segue il cammino del
sole d'oriente ad occidente, vede ancor oggi, ai piedi dell'_Acegua_
biancheggiare gli ossami degli ultimi _Charruas_.
Il nuovo Mario, vincitore di questi Teutoni novelli, era il comandante
della campagna, Giorgio Pacheco, padre del generale Pacheco y Obes in
missione per Montevideo presso il governo francese.
Ma questi aveva a combattere più gagliardi nemici e meno facili degli
Indiani, come quelli che avvalorava non una fede religiosa che venía
meno di giorno in giorno, sibbene un materiale interesse che andava a
mille doppi crescendo. Dessi erano i contrabbandieri del Brasile, che
dai selvaggi distrutti ricevevano tale eredità di vendetta.
Ora essendo il sistema proibitivo prima base del commercio
spagnuolo, una guerra ostinata tra il comandante della campagna ed i
contrabbandieri che ora per frode, ora per forza tentavano introdurre
sul territorio di Montevideo le loro stoffe e il loro tabacco era
conseguente necessità. La lotta fu dunque lunga, disperata, mortale.
Mentre Don Giorgio Pacheco, uomo di forze erculee, di figura gigantesca
e singolare perspicacia, tenea per fermo averli se non distrutti
(impossibile), allontanati dalla città, essi di bel nuovo comparvero
più vigorosi, più destri, più compatti sotto il freno di una volontà
unica, potente, coraggiosa.
Quale la causa di questa ostinatezza del nemico?
Le spie mandate a tal uopo dal Pacheco, ritornarono con un sol nome
sulla bocca; Artigas!
Era questi un giovine dai venti ai venticinque anni, di cuore come
un vecchio spagnuolo, destro come un _Charrua_, sveglio come un
_Gaucho_[4]. Egli tenea delle tre razze, se non il sangue, lo spirito.
La lotta fu allora singolarissima; da una parte la scaltrezza del
contrabbandiere prestante di gioventù e vigoria; dall'altra la
potenza del vecchio Pacheco, cui forse venía meno, se non la forza,
il volere. Durò per quattro o cinque anni la guerra, in cui Artigas
sempre battuto, non vinto, parea riprendesse nuovo vigore, ritornando
all'attacco. Finalmente l'uomo della città si ristette, e pari a un
antico romano che dell'orgoglio facea sacrifizio sull'altar della
patria, rassegnava i suoi poteri al governo spagnuolo proponendo in sua
vece Artigas, capo della campagna, come il solo che potesse frenare
il contrabbando. La Spagna accettò; e come un bandito romano, fatta
la sommissione al papa, passeggia ammirato le città, di cui poco anzi
era il terrore. Artigas entrò trionfalmente in Montevideo a riprendere
l'opera d'esterminio del suo predecessore. Diffatti nel giro d'un
anno i contrabbandieri eran dispersi. Ciò avveniva nel 1782 al 1783.
Artigas, in allora dell'età di 27 o 28 anni, vive tuttodì a 93 anni in
una piccola _quinta_ del Presidente del Paraguay. Quest'uomo bello,
coraggioso e fortissimo, segna l'epoca d'una delle tre potenze che
signoreggiarono Montevideo.
Don Giorgio Pacheco era il tipo di quel valore cavalleresco del vecchio
mondo, che traversò i mari con Colombo, Pizzarro, Vasco di Gama.
Artigas, l'uomo della campagna, rappresentava il partito nazionale che
tiene del portoghese e dello spagnolo; quello cioè degli stranieri alla
terra americana restati Portoghesi e Spagnoli dal loro soggiorno in
città, i cui costumi avevano l'impronta di queste nazioni.
Il terzo tipo, la terza potenza, che è il flagello delle città e delle
campagne, vien detto il _Gaucho_.
In Francia si dice falsamente _Gaucho_ l'uomo che vive in quelle vaste
pianure, in quelle immense steppe che si estendono dalle rive del
mare al versante orientale delle Ande. Fu il capitano Head inglese che
primo introdusse l'errore di confondere il Gaucho coll'abitante della
campagna, che ne sdegna non pur la somiglianza, benanco il confronto.
Il _Gaucho_ può dirsi il boemo del nuovo mondo; poichè privo di beni,
di casa, di famiglia, non ha che il suo _poncho_ (mantello), il suo
cavallo, il suo coltello, il suo _lazo_ (laccio), e le sue _Bolas_[5].
Il suo coltello è la sua arma, il suo _lazo_ e le sue _Bolas_
l'industria.
Artigas fu dunque salutato con grida da tutti, se ne togli i
contrabbandieri, comandante della campagna. Reggeva ancora tal carica
allo scoppiar della rivoluzione del 1810, per cui cadde il dominio
spagnolo nel Nuovo-Mondo.
Il moto cominciato nel 1810 a Buenos-Ayres, non cessò che in Bolivia
alla battaglia d'Ayacucho nel 1824.
Le forze insurrezionali comandate dal generale Antonio José de Sucre,
sommavano a 5000 uomini. Reggeva le truppe spagnole in numero di 11,000
il generale José de Laserna, ultimo vicerè del Perù. Come si vede non
si combatteva ad armi eguali; i patrioti difettanti di munizioni da
fuoco e da bocca avevano un sol cannone; temporeggiati, s'arrendevano;
attaccati, vinsero. Primo venne alle mani il generale patriota Alejo
Cordova; avanti! gridò a' suoi mille cinquecento soldati, innalzando il
cappello sulla sua spada. Richiesto, se al passo ordinario, o al passo
di carica dovea investirsi il nemico, al passo della vittoria rispose.
La sera l'armata spagnola era prigioniera di quelli che aveva a sua
discrezione il mattino.
Le simpatie d'Artigas per la rivoluzione lo avean messo alla testa
del movimento della campagna; veniva ora egli a rassegnare a Pachecho
il suo comando, come ei prima aveva fatto con lui, quando una
sorpresa fatta sul vecchio generale nel suo alloggio di _casa blanca_
nell'Uruguay, da una mano di soldati spagnoli, ne lo distolse. Però
ei non si ristette, e cacciati in poco tempo gli Spagnoli da tutta
la campagna, di cui s'era fatto signore, li ridusse alla sola città
di Montevideo, che per essere, dopo San-Juan-d'Ulloa, la città più
fortificata d'America, poteva frenare le irrompenti forze nemiche.
Quivi spalleggiati da un'armata di 4,000 uomini, erano convenuti
tutti i partitanti di Spagna. A questa piazza pose l'assedio Artigas
sostenuto dall'alleanza di Buenos-Ayres. Se non che un'armata
portoghese venuta in ajuto agli Spagnoli, fe' sbloccar Montevideo. Ma
nel 1812 il generale Rondeau per que' di Buenos-Ayres, e Artigas per
quei di Montevideo, unite le loro forze, tornarono all'impresa. Dopo
un assedio di 23 mesi, la capitale della futura Repubblica orientale,
venne per capitolazione in potere degli assedianti agli ordini del
generale in capo Alvear.
Come Artigas non tenesse più il supremo comando è facile a dirsi.
Dopo venti mesi d'assedio, e tre anni trascorsi in mezzo agli uomini
di Buenos-Ayres e di Montevideo, le disparità di usi e costumi, dirò
quasi di sangue, comechè prima semplici cause di dissenzioni, aveano
gradatamente preso l'aspetto di un odio inveterato. Fu allora che
Artigas si ritirò come Achille nella propria tenda, o meglio portatala
seco, cercò un asilo in quelle immense pianure ben note al giovane
contrabbandiere.
Di tal guisa Alvear alla capitolazione di Montevideo era generale in
capo dei _Portennos_.
Di tal nome vengon chiamati nel paese gli uomini di Buenos-Ayres;
mentre all'opposto diconsi Orientali que' di Montevideo. Ecco ciò che
li distingue.
L'uomo di Buenos-Ayres già da 300 anni fissato nel paese, dimenticò,
dopo un secolo, le tradizioni della madre patria, la Spagna; ed essendo
i suoi interessi attaccati alla terra che abita e lavora, è egli ora
più americano, di quello non lo fossero gli Indiani cacciati da lui.
Per opposto l'uomo di Montevideo, che occupa solo da un secolo il
paese, non ha punto scordato ch'egli è spagnolo; al sentimento della
nuova nazionalità, unisce le tradizioni della vecchia Europa, cui
tende per civilizzazione, mentre l'uomo della campagna di Buenos-Ayres
rientra gradatamente nella barbarie. Origine di queste così svariate
tendenze è forse lo stesso paese.
La popolazione di Buenos-Ayres disseminata in lande immense, avendo
per tetto mal costrutte capanne, lontane fra loro, in un paese
tristissimo, difettante d'acqua e di legna, contrae dall'isolamento,
dalle privazioni e dalle distanze, un carattere tetro, insocievole,
barbaro; i suoi istinti tengono dell'indiano selvaggio delle frontiere
del paese, da cui riceve le piume di struzzo, mantelli per i cavalli e
legno per lancie, oggetti tutti d'un paese, in cui la civiltà europea
non ha penetrato, scambiandoli coll'acquavite e col tabacco che gli
Indiani poi recano in quelle immense pianure dei Pampas donde presero
il nome, o cui forse diedero il loro.
La popolazione di Montevideo occupa invece un paese bellissimo,
irrigato da ruscelli, intersecato da valli. Se non ha le immense
foreste dell'America del Nord, può nelle sue amenissime valli riposarsi
all'ombra del _Quebracho_ dalla corteccia di ferro, dell'_Ubajè_
dai frutti d'oro, del _Sauce_ dai ricchi rami. Le case, le ville, le
tenute, come che a poco tratto le une dalle altre, forniscono agli
abitanti comodi alloggi e sanissimi cibi; quindi il suo carattere
franco ed ospitale ritrae della civiltà europea che il mare le reca
sulle ali del vento.
Tipo ideale della perfezione per il Gaucho di Buenos-Ayres è l'indiano
a cavallo; per quelli della campagna di Montevideo è l'uomo d'Europa.
II primo si reputa il più elegante d'America; facile all'ira e alla
calma, vince in fantasia il suo rivale; diffatti Varela e Lafinur,
Dominguez e Marmol poeti _Portennos_ nacquero a Buenos-Ayres.
Il secondo invece è più calmo e più fermo nei suoi progetti, nelle sue
risoluzioni; se il Gaucho crede superarlo in eleganza, egli si tien
primo in coraggio. Fra i suoi estri poetici brillano i nomi d'Hidalgo,
di Berro, di Figueroa, di Juan-Carlos Gomez.
Non è meraviglia, se pur la donna di Buenos-Ayres pretende al vanto
di bellissima tra le donne dell'America meridionale, dallo stretto di
Lemaire al fiume dell'Amazzoni.
Sono prime tra queste le signore Augustina Rosas, Pepa Lavalle e
Martina Linche. Però se la donna di Montevideo non è tanto incantevole,
la purezza delle sue forme, le sue mani, i suoi piccioli piedi, la
dicono di Siviglia o Granata: ha insomma quel non so che di piacevole
che vince di gran lunga la perfezione. Montevideo annovera con orgoglio
Matilde Stewart, Nazarea Rucker e Clementina Batle, come tipi di sangue
scozzese, sangue alemanno, sangue catalano.
Eravi dunque nei due paesi rivalità di coraggio e di eleganza tra
gli uomini; di bellezza e di grazia tra le donne; rivalità d'ingegno
nei poeti, veri ermafroditi sociali, perchè irritabili come uomini,
capricciosi al pari delle donne, e malgrado questo, ingenui talvolta
come fanciulli.
Da tutto ciò, fra Artigas ed Alvear, fra gli uomini di Montevideo
e di Buenos-Ayres, era conseguente non solo una separazione, non
solo un odio, sibbene una guerra. E per la guerra contro quelli di
Buenos-Ayres, seppe giovarsi di tutti gli elementi opposti, l'antico
capo dei contrabbandieri, poco curandosi dei mezzi, coll'unico
fine di cacciar dal paese i Portennos. Messosi quindi alla testa
dei boemi di America, _Gauchos_, con quanto aveva di risorse il
paese, bandì la guerra santa; cui non potè reggere nè l'armata di
Buenos-Ayres, nè il partito spagnolo, che ben s'avvedeva il ritorno
di Artigas a Montevideo, essere la sostituzione della forza brutale
all'intelligenza.
Nè mal s'apponeano costoro. Uomini prima erranti, barbari, disordinati,
ora riuniti in un corpo d'armata sotto il generale Artigas, fatto
dittatore, segnarono un'epoca che ricorda il sanculottismo del 93.
Montevideo vide allora succedere il regno dell'uomo dai piè nudi ai
fluttuanti _calzoncillos_[6], alla _chiripa_[7] scozzese, al lacero
_poncho_, e al cappello abbassato sull'orecchio e assicurato dal
_barbijo_[8].
Scene inaudite, bizzarre, talvolta terribili funestarono allora la
città, e costrinsero le prime classi della società all'impotenza
d'azione. Artigas allora, meno la ferocia e più il coraggio, fu quello
che è Rosas al presente.
La sua dittatura, per quanto fosse una calamità, fu però brillante e
nazionale. Ne son prova le sue vittorie contro quei di Buenos-Ayres,
che ei vinse in ogni attacco, e la resistenza ch'ei durò ostinatissima
all'armata portoghese che nel 1815 invase il paese.
Pretesto a tale invasione furono il disordinato reggimento d'Artigas
e la necessità di salvare i popoli vicini dal pericolo di questo
contagio. Le classi illuminate, desiderose di porre un freno
all'anarchia, affrettavano coi voti una vittoria che sostituisse la
dominazione portoghese ad un potere che strascinava seco la licenza
e la brutale tirannia della forza materiale. A questo doppio nemico
Artigas contese il terreno per ben quattr'anni. Vinto alfine, dopo
quattro battaglie in campo aperto o piuttosto battuto alla spicciolata,
si ritirò nell'Entre-Rios, dall'altra parte dell'Uruguay; ove,
quantunque fuggitivo, serbavasi grande la potenza del suo nome. Se non
che Ramirez, suo luogotenente, tratti a rivolta tre quarti de' suoi
fedeli, movendogli contro, gli tolse ogni speranza di riscossa e lo
costrinse a sortir dal paese, in cui, nuovo Anteo, parea riprendesse
vigore toccando la terra.
Allora Artigas disparve, pari ad un turbine che dopo aver seminato
di rovine e desolazioni il suo passaggio si scioglie e svapora; e si
ritirò nel Paraguay, ove, or son due anni, lo vide un nostro amico,
nell'età di 93 a 94 anni, nel pieno esercizio di quasi tutte le sue
forze e delle sue facoltà intellettuali.
Dopo la sua caduta, la dominazione portoghese vi gettò ferme radici
sino al 1825, epoca in cui Montevideo e tutti i possedimenti portoghesi
in America, passarono al Brasile.
Occupata dunque Montevideo da una forza di 8,000 uomini ne parea
rassodato il possesso all'imperatore, quando un Orientale (egli
è di questo nome che noi chiamiamo gli uomini di Montevideo), che
proscritto, avea stanza in Buenos-Ayres, raccolti trentadue suoi
compagni nell'esilio, giurava con essi affrancare la patria o morire.
Preso il mare su due piccoli schifi, questo pugno d'audaci prendeva
terra all'Arenal-Grande.
Il loro capo Don Juan Antonio Lavelleja, già stretto di segrete
intelligenze con un proprietario del paese, mandava a chiederlo dei
cavalli all'impresa, secondo il convenuto. Costui rispondeva: ogni cosa
essere scoperta, i cavalli derubati, unica via di salute a Lavalleja e
consorti mettersi al mare e riafferrar Buenos-Ayres. Ma egli fermo nel
suo nobil concetto, rimandati i battellieri, prendea possesso co' suoi
compagni il 19 aprile delle terre di Montevideo in nome della libertà.
Al domani la piccola truppa, fatta una requisizione di cavalli, cui
aveano acceduto i proprietari, marciava alla volta della capitale,
quando venne incontrata da duecento cavalieri, quaranta dei quali erano
Brasiliani, gli altri Orientali. Lavalleja, comechè avesse modo di
evitare lo scontro, si fa loro innanzi, ma prima di venire alle mani,
richiese d'un abboccamento il comandante Giuliano Laguna suo antico
fratello d'armi.
— Che chiedete, e a che venite? dissegli questi.
— A liberar Montevideo dello straniero, rispose Lavalleja. Se siete per
me, unitevi meco. Se contro di me, rendetevi o preparatevi alla pugna.
— Rendere le armi mi è ignoto sinora, nè, spero, alcuno potrà
insegnarmelo.
— Dunque allora, in rango coi vostri, e vediamo qual'è la causa di Dio.
— Subito, riprese Laguna, e spronato il cavallo, raggiunse i suoi.
Ma spiegato il vessillo nazionale di Lavalleja, i centosessanta
Orientali passarono a lui, e i Brasiliani vennero suoi prigionieri.
Allora la sua marcia in Montevideo fu un vero trionfo e la Repubblica
Orientale, proclamata dal volere di tutto un popolo entusiasmato, ebbe
nome tra le nazioni.
Frattanto alto levavasi la fama di tale che dovea più tardi essere il
terrore della federazione Argentina.
Dopo breve tratto dalla rivoluzione del 1810, un giovane dai quindici
ai sedici anni, lasciava la città di Buenos-Ayres e prendea la
campagna; l'aspetto avea scuro, il passo concitato.
Questo giovane era Juan Manuel Rosas. Perchè egli, ancor fanciullo
fuggisse il tetto paterno, e riparasse alla campagna, è orribile a
dirsi. Quegli che un giorno dovea volgere le armi contro la patria,
avea levato le mani sulla madre e perciò la maledizione paterna lo
cacciava dalla casa che lo aveva visto bambino.
Un tale avvenimento non ebbe eco in mezzo allo svolgersi di più vitali
interessi. Ora mentre la gioventù correva alle armi sotto la bandiera
dell'indipendenza, egli perduto nelle immense foreste davasi alla vita
del _Gaucho_, ne adottava il vestire e i costumi, diventava insomma un
de' più destri nel domar cavalli, e nel maneggio del _lazo_ e delle
_bolas_, talchè al vederlo lo avresti scambiato per un uomo della
campagna, per un vero _Gaucho_ d'origine.
Rosas accomodavasi dapprima in qualità di _peon_ (giornaliere) in
un _estancia_[9]; fu quindi _capataz_ (capo de' giornalieri), poi
_mayordomo_ (agente); in quest'ultimo stato governava le proprietà
della possente famiglia Anchorena, principio delle sue grandi
ricchezze.
Essendo ora nostro disegno tratteggiare il carattere di Rosas in ogni
sua parte, vediamo qual fosse la disposizione del suo spirito, nello
avvicendarsi di tanti casi.
S'era egli trovato in Buenos-Ayres nei prodigi della rivoluzione
contro la Spagna; in quel tempo l'uomo di cuore domandava un nome ai
campi di battaglia, l'uomo di genio cercava la gloria nel reggimento
della pubblica cosa. Avido di fama, vedeasene Rosas preclusa ogni
strada, come quegli che non avea il coraggio della battaglia, nè il
senno del governo. I gloriosi nomi di Rivadavia, di Pasos, d'Aguero
come ministri; di San Martin, di Balcarce, di Rodriguez, di Las Heras
come guerrieri, lo scuotevano nell'orrore della sua solitudine, e
fermentavangli in cuore un tesoro d'odio per quella città che per tutti
aveva un trionfo, ma non per lui.
Fin da quest'epoca Rosas sognava e preparava l'avvenire. Errante nei
pampas[10], confuso tra i _Gauchos_, divideva le miserie del povero;
ora lusingando le antipatie dell'uomo della campagna, lo aizzava contro
l'uomo della città; ora contando sul numero, gli additava facile al
primo cenno assoggettar la città, che sì lungamente lo avea tenuto
schiavo. Ottenuto così l'impero sugli abitanti delle pianure, lascia
Rosas la sua solitudine.
Insorte nel 1820 le truppe di Buenos-Ayres contro il governatore
Rodriguez, un reggimento di milizie della campagna, i _colorados de
las Conchas_ (i rossi delle Conchas) entra nella città il 5 ottobre,
agli ordini d'un colonnello. Era Rosas. Ma venute il domani queste
a conflitto con quelle della città, il colonnello era scomparso;
un violento male di denti, cessato colla lotta, lo allontanava, suo
malgrado, dalla mischia. L'entrata di Rosas a Buenos-Ayres può dirsi
l'unica sua impresa guerriera.
Vinti gl'insorti della città, Rivadavia nominato ministro dell'interno,
afferra le redini del potere. Quest'uomo, figlio della rivoluzione,
ricco d'immensa erudizione, frutto de' suoi lunghi viaggi in Europa,
era caldo del più ardente e più puro amore di patria. Nell'intento
di recare in America i frutti della civiltà europea, fallì nei mezzi
d'applicazione in un popolo ancor tardo e fanciullo; volle essere
insomma all'America ciò che fu Pietro I alla Russia; ma privo degli
stessi elementi, ove quegli riuscì, ei venne manco, sebbene avrebbe
potuto riescire dissimulando; ma invece ferì gli uomini nelle
loro abitudini, che spesso sono una nazionalità. Schernì i costumi
americani, prese a disprezzo la _chaqueta_ (giacchetta) e la _chiripa_
dell'uomo della campagna, e simpatizzando nello stesso tempo per il
costume europeo, venne a perdere a gradi a gradi la sua popolarità e il
potere.
Malgrado di tutto questo, molte furono le istituzioni che lasciò in
dote alla patria. Il suo governo fu dei più prosperi a Buenos-Ayres.
Fondò università e licei, introdusse nelle scuole il mutuo
insegnamento. Chiamò i sapienti e gli artisti d'Europa, e n'ebbero le
arti e le scienze incremento; per lui infine Buenos-Ayres fu chiamato
nella terra di Colombo, l'Atene dell'America del Sud.
Sorvenuta la guerra del Brasile nel 1826, Buenos-Ayres soccorse alla
nazione con ogni sorta di sacrifizi. Assorbite le finanze, disordinata
l'amministrazione, indebolito il governo, nacquero i torbidi. Cresceano
intanto coi diversi interessi, varie le opinioni tra gli abitanti della
campagna e della città. Levatasi Buenos-Ayres a tumulto, la campagna in
massa assalì la città, e fe' Rosas suo capo, centro del potere. Eletto
egli nel 1830 governatore, malgrado l'opposizione della città, tenta
riconciliarsi con essa. Spogliati i selvaggi costumi del _Gaucho_,
come il serpente fa della pelle, finge rifarsi uomo della città. Ma
essa resiste, e la civilizzazione sdegna perdonare a un traditore che è
passato sotto la bandiera della barbarie. Se avviene ch'egli si mostri
in abito militare, è un chiedere sommesso in qual campo di battaglia
abbia Rosas guadagnato il suo grado; se parla in qualche convegno, si
domanda ove abbia appreso un simile stile; se arriva in una _tertulìa_
(conversazione serale) le donne segnandolo a dito, lo chiamano il
_Gaucho_ mascherato. In breve, Rosas è fatto segno dovunque ai pungenti
epigrammi, per cui i Porténnos godono alta la fama.
Questa lotta mortale al suo orgoglio durò tutti i tre anni del suo
reggimento, e quando cesse il potere, coll'odio nell'anima e il
fiele nel cuore, fatto certo che tra sè e la città era impossibile
un componimento, cacciossi di bel nuovo nei suoi fedeli _Gauchos_, e
nelle sue _Estancias_, di cui era il signore, ma col fermo proposito di
rientrare, quando che fosse, dittatore in Buenos-Ayres, come Silla in
Roma colla spada in una mano, la fiaccola nell'altra.
A tal fine egli richiese il governo d'un comando dell'armata che movea
contro i selvaggi Indiani. Il governo che lo temeva, avvisando di
allontanarlo coll'accedere al suo desiderio, gli diè tutte le truppe di
cui gli era fatto disporre, dimentico che correva a rovina accrescendo
le forze di Rosas.
Costui trovatosi a capo dell'armata, promossa una rivoluzione a
Buenos-Ayres che lo chiamò al potere, non volle accettarlo che a quelle
condizioni, che la forza armata del paese in sue mani poteva imporre, e
rientrò in Buenos-Ayres dittatore assoluto, cioè con _toda la suma del
poder público_; colla somma del pubblico potere.
Fu sua prima vittima il governatore generale Juan Ramon Balcarce, uomo
distinto nella guerra dell'indipendenza, e tra i capi del partito
federale di cui Rosas si diceva il sostegno. Nobil di cuore e d'una
fede nella patria ardentissima, credendo pure le intenzioni di Rosas,
s'era molto adoperato alla sua fortuna. Egli morì proscritto; e quando
il suo cadavere ripassò la frontiera, la famiglia non potè, per divieto
di Rosas, rendergli non solo i pubblici onori d'un governatore, ma
neppure gli estremi uffici dovuti al cittadino.
Il vero potere di Rosas ebbe dunque principio nel 1833. Gli istinti
crudeli, che procacciarongli poi una celebrità di sangue, non
mostraronsi in piena luce nei primi tempi del suo governo, se ne togli
la fucilazione del maggior Montero, e dei prigionieri di San Nicolò.
Non è però a tacersi che avvenivano in quel torno alcune morti oscure
e inaspettate, che la storia registra severa in lettere di sangue nel
libro delle nazioni. Diffatti scomparvero due capi della campagna di
cui Rosas potea temer la potenza; morirono del pari in quei giorni
Arbolito e Molina. È forse in tal modo che perivano i due consoli che
accompagnavano Ottavio alla battaglia d'Azio.
Ora ci corre debito far più intima conoscenza con Rosas già dittatore,
e che nondimeno tocca appena la soglia di quel potere, che non gli
fuggirà più dalle mani.
Nel 1833 Rosas ha trentacinque anni, di aspetto europeo, di biondi
capelli, di colorito bianchissimo, di occhi azzurri, porta soltanto la
barba tagliata all'altezza della bocca. Bello il suo sguardo se fosse
dato giudicarlo, avendo per costume volgerlo a terra anche in faccia
agli amici, ch'egli conosce avergli sempre nemici. Dolce la voce, e
all'uopo, insinuante la parola; d'animo vigliacco e ferocemente astuto:
proclive alle _mistificazioni_, ne faceva suo scopo esclusivo prima
ch'ei s'occupasse di cose più serie; ora gli è una distrazione e nulla
più. Come si vedrà da questi due esempi, le sue _mistificazioni_ erano
brutali, come il suo carattere che accoppia la scaltrezza alla ferocia.
Una sera invitato a commensale un amico, nascosto il vino destinato
alla cena, lasciò solo sulla mensa una bottiglia di quel Leroy, alla
cui fama non manca che l'esser nato al tempo di Molière. L'amico,
gustato il liquore e trovatolo abbastanza piacevole, ne votò la
bottiglia lungo la cena, mentre Rosas non prese che acqua. Nella notte
l'amico ebbe quasi a morirne. Rosas ne rise molto, e se quegli fosse
morto ne avrebbe, fuor di dubbio, riso moltissimo.
Era suo passatempo, allorchè veniva a lui qualche _pueblero_ (abitante
della città), costringerlo a salire i più sfrenati cavalli, e la sua
gioia era maggiore, se più grave la caduta del cavaliere.
Nel governo poi tra i più difficili affari, erano suoi consiglieri
i giullari e i buffoni. Nell'assedio di Buenos-Ayres nel 1829, avea
quattro di questi infelici presso di sè; creatili monaci, erasene, di
privata autorità, costituito priore; e li chiamava _fray_ Bygûa, _fray_
Chaja, _fray_ Lechusa, e fray _Biscacha_[11]. Amava pure immensamente
i confetti, ed aveane nella sua tenda d'ogni maniera, nè con minore
affetto li amavano i frati. Or come spesso avveniva che ne mancasse
buon numero, Rosas chiamava i fratelli a confessione. Sapendo essi
qual premio la menzogna aspettasse, il reo confessava, che spogliato
all'istante degli abiti, venia vergheggiato da' suoi compagni.
Tutti conoscono in Buenos-Ayres, Eusebio il molatto di Rosas, cui un
giorno di pubblica festa, prese il talento di fare per lui, ciò che
madama Dubbarry faceva a Lucienne del suo negro Zamore; ed Eusebio
vestito degli abiti del governatore ebbe a ricevere gli omaggi delle
autorità al luogo del suo signore.
Costui dunque notissimo, lo ripetiamo a Buenos-Ayres, fu vittima
d'un capriccio terribile, come solo Rosas può averne. Chiamatolo
a sè, accusandolo capo d'una cospirazione per pugnalarlo, ordinò
si arrestasse malgrado le sue proteste di devozione. I giudici,
cui bastava l'accusa di Rosas, per non inquietarsi se Eusebio
era colpevole o no, condannarono l'infelice alla pena del capo.
Preparatosi all'estremo supplizio, si confessò e fu tradotto sul luogo
dell'esecuzione, ove aspettavalo il carnefice co' suoi ministri. Allora
quasi per incanto, comparve Rosas e dicendo al meschino, presso a
morir di paura, che sua figlia Manuelita presa d'amore per lui, voleva
sposarlo, lo graziò!
Manuelita al dì d'oggi è sui vent'otto o trent'anni; se non può dirsi
una donna bella, è, ciò che val meglio, una piacevol persona, di figura
distinta, di tatto profondo, capricciosa come un'europea.
Come figlia di Rosas, fu fatta segno alle calunnie. La dissero erede
dei feroci istinti del padre e dimentica, come quelle figlie di
imperatori romani, dell'amore filiale per un amore più tenero e meno
cristiano.
Niente di più falso. Manuelita è rimasta zitella per molte ragioni;
Rosas talvolta sente il bisogno d'essere amato, e sa che l'unico su
cui possa contare, è l'amor di sua figlia; d'altronde nessuna potente
famiglia di Buenos-Ayres cercò di congiungersi col dittatore. Infine è
pur da notarsi che Rosas ne' suoi sogni di regno crede veder l'avvenire
di Manuelita fecondo di nozze più aristocratiche di quelle abbia
diritto a pretendere in questo momento.
Manuelita non è punto crudele; è anzi noto a tutti coloro cui non
offende amore di parte, che dessa è un freno continuo alla collera
del padre, sempre pronta ad irrompere. Fanciulla ancora, strappava le
grazie da Rosas con un mezzo stranissimo. Spogliato quasi degli abiti
il molatto Eusebio, ordinava gli mettessero la sella e le briglie come
un cavallo: addattati poi a' suoi piccioli piedi andalusi i _speroni_
del _Gaucho_, gli saliva sul dorso, e amazzone strana, venía su questo
bucefalo umano davanti a suo padre, che ridendo dei capricci della
fanciulla, accordavale la grazia richiesta.
Ora poi che tai mezzi non hanno più l'antico prestigio, ella circonda
suo padre, quasi sorella di misericordia, di cure incessanti. Studiato
il di lui cuore, ne conosce le vanità più secrete che lo tormentano;
ora indugiando, ora chiedendo, riesce talvolta ad ottenere, e se è vera
l'intimità che le appongono, noi oseremmo quasi asseverare, che il suo
delitto è non solo scusabile agli occhi di Dio, ma potrà tenerle luogo
d'una virtù.
Manuelita è la regina e insieme la schiava del tetto domestico; essa
governa la casa, presta a suo padre le più tenere cure, ed incaricata
di tutte le relazioni diplomatiche, può dirsi il vero ministro degli
affari esteri di Buenos-Ayres.
Diffatti per la _tertulìa_ di Manuelita, ora Manuela, ma a cui suo
padre dà sempre il nome d'infanzia, deve l'agente straniero far la sua
diplomatica entrata presso di Rosas.
Nella sua _terlulìa_ Manuela si rappresenta come entusiasta del padre.
Ivi, senza che cada in dubbio ad alcuno, si uniforma agli avvisi del
dittatore; e colle grazie della gioventù, e colla poca importanza
politica, che si suol dare ad una bocca ridente e a due begli occhi,
avviluppa lo straniero in tal guisa che a gran fatica egli può
sciorsene.
Infine del pari che Rosas è un essere eccezionale e diviso dalla
società, Manuelita è una strana creatura, che, incognita a tutti,
passa solitaria su questa terra, lungi dall'amore degli uomini e della
simpatia delle donne.
Infelice! essa sola può dire quanto è sventurata e quante lacrime versa
quando Iddio le chiede conto delle sue colpe, ed ella chiede conto a
Dio de' propri dolori.
Rosas ha pure un figlio, di nome Juan, di nessun peso nel sistema
politico del padre. Egli è un giovane d'aspetto comune, minore d'un
anno o due di Manuelita; privo di nome può dirsi non avrà mai che
quello che viene dai triviali amori e da corrotti costumi.