L'abbondanza di selvaggina dà a tali campagne come un carattere

di altri secoli, quando i campi, più che al sostentamento degli

agricoltori, provvedevano alle delizie dei nobili cacciatori, e il

diritto di caccia era riservato ai signori. Anche in questo l'Austria

è riuscita a mantenersi feudale: mantenendo colture e norme che

conservino selvaggina abbondante ai suoi feudatari. È tutto un paese di

feudatari questo che battiamo con la nostra guerra, sul medio e basso

Isonzo: i borghi del Collio: Dobra, Bigliana, Vipulzano, San Floriano

prendono i nomi dai castelli feudali oggi o distrutti o ridotti a più

comode foggie di ville, nelle quali fino a ieri dimoravano, con animo

di feudatari male inciviliti a godersi il bel sole italiano, generali

austriaci in pensione, nobilucci fedeli all'Austria.

Non ci sono più e non ci torneranno. Ma come le loro ville sono sicure

in mano nostra, così i loro parchi e le loro riserve da caccia. Al

Bosc, sopra Capriva, i fagiani continuano a vivere in pace la loro vita

elegante di galline di alto bordo. Se qualche colpo di obice è arrivato

a sfrondare le loro macchie, non se ne dolgano con gli artiglieri

austriaci; non miravano mica a loro, aristocratici gallinacei di covata

austriaca; miravano invece ad un ospedaletto da campo, italiano, lì

vicino.

Neppure le nostre artiglierie si sono proposte di disturbare i caprioli

quando hanno tirato oltre Gorizia, sul parco di Panoviz. Hanno

semplicemente risposto alle artiglierie nemiche che tirano dai giardini

pubblici di Gorizia, divenuti fortezze. Poveri caprioli, così graziosi

e mansueti, quando si affacciavano a guardare stupiti dal margine del

bosco, sulla strada che per Val di Rose va ad Aisovizza! Così dolci

nel ricordo anche quei colli d'oltre Isonzo, San Marco, i Rafut, Monte

Corona, fraterni a questi che teniamo sulla destra del fiume, tutti

figli ridenti dell'unica madre Alpe Giulia!

Anche là oltre frondeggiano recessi di poesia pastorale, e i caprioli

domestici vi si aggiravano, eleganti come gazzelle. Ma oggi dove

saranno? Tutti quei luoghi di delizia sono labirinti di trincee

austriache: è lì che hanno preparato le loro difese di seconda linea i

nemici, ben sicuri di dover presto abbandonare le prime. E dietro ce

ne sono altre e altre ancora, su per la Valle del Vipacco, sino a Monte

Re. Non si può negare che alla loro ritirata gli Austriaci non abbiano

pensato per tempo.

I caprioli--quelli che non saranno finiti alle mense del generale

Boroevic--a quest'ora devono essere scappati lontani. Nei boschi di

Plava una notte una nostra sentinella dette l'allarme: dalle trincee

nemiche doveva essere uscito qualcuno, che frusciava nel fogliame.

In fatti, a salti disperati, si vide entrare nelle nostre linee un

disertore austriaco inconsueto: un capriolo.

Erano tutti luoghi di diletto per l'Austria queste provincie italiane

che i nostri soldati le stanno faticosamente strappando; si capisce

che se le difenda con le unghie e con i denti. Senza le provincie

italiane, l'Austria rimarrà più povera; ma anche più brutta. Oltre

questi monti c'è ancora bellezza di natura; ci sono valli amene,

boschi, campi, giardini. Ma sono diversi: li attrista un non so che di

aspro e di freddo; nei versanti settentrionali delle Alpi la natura più

ricca sembra nascondere una segreta povertà.

Qui, intorno a Gorizia, nelle ville meriggianti tra boschetti di tutti

gli alberi e giardini di tutti i fiori, le stirpi ultramontane stanno

perdendo un troppo comodo soggiorno altrui. La guerra, che sul Carso

non ha avuto da vuotare che pochi villaggi, più poveri dei macigni tra

cui si nascondono, qui divampa tra dimore di delizie. E pare anche più

tragica nel contrasto.

Quando per caso il cannone tace, pronta ci sorprende l'illusione che

qui la guerra non possa esserci: che anche noi ci siamo venuti per

tutt'altra ragione, a fare qualche altra cosa.

Che poteva esserci in quel plico suggellato che di notte ho portato ad

una villa tutta avvolta di fronde? Un ordine di operazioni, una cosa

molto seria; una sentenza di morte per qualcuno che deve eseguirlo;

un messaggio di dolore per molta gente che non ne saprà mai nulla.

Pareva così strano di averlo a portare proprio in quella villa felice;

scendere a quel ricco cancello, far stridere la ghiaia fina di quel

giardino, aspirare quel profumo di gelsomini. Quanti ce ne dovevano

essere in fiore nelle dense spalliere che si intravedevano nel buio! I

carabinieri montavano la guardia in un _berceau_--da queste parti lo

chiamano _gloriette_--di gelsomini.

Un piantone ci guida in silenzio ad una sala che si indovina

lussuosa, fatta per i piacevoli convegni di gente ricca e fastosa.

Si consegna il plico a un ufficiale di servizio; un saluto e si

scende, rapidi e silenziosi, uno scalone di gala: e si ripensa che

quell'ordine--letto--si sta suddividendo in altri ordini che già

corrono per fili invisibili ad altri uomini che ascoltano gravi e per

quelle parole ascoltate si preparano a morire. La guerra sembra anche

più straordinaria in questi parchi che in sogno rivedono le luminarie

spente, riodono le musiche taciute di notti festanti. Possibile che da

un momento all'altro arrivi fin qui un sibilo, e uno schianto feroce ne

deformi l'architettura signorile?

Un'altra volta scricchiola la ghiaia fina sotto i nostri stivali

pesanti: e, nel silenzio profumato dei gelsomini misteriosi, strillano

improvvise le strida rauche dei pavoni. Domani battaglia. Che ne

pensano i pavoni belli, vani e stupidi come galline?

Trasfigurazioni.

Dice il Corano: «Non vi è specie di bestia sulla terra nè di uccello

che voli con le sue ali che non sia un popolo simile a voi». E i pesci?

Che il profeta li abbia ritenuti troppo dissimili da tutti gli altri

animali, troppo freddi e troppo voraci, per essere aggregati alla

ideale comunità dell'universa vita vivente?

Gli Austriaci proprio nei pesci credono di aver finalmente trovato il

popolo che li somigli. E non mica soltanto nei pesci-cani.

Infatti, quando la _Garibaldi_ affondò silurata nell'alto Adriatico,

un giornale di Vienna espresse la soddisfazione austriaca con questo

pensiero delicato: «Quest'altro anno speriamo di mangiar grasso il

pesce dell'Adriatico; noi gli procuriamo buon nutrimento di marinari

italiani».

Fortuna che i pesci dell'Adriatico non leggono i giornali di Vienna.

No, quel mare non è stato mai propizio alle fantasie dei pirati

affamati. I nostri morti non vi giacciono preda alla voracità dei

pesci: nei fondi glauchi del nostro mare c'è pietà e gloria per tutti

i morti degni di gloria o anche soltanto di pietà. Avvengono laggiù

incanti e trasfigurazioni, come quella con cui il buon silfo Ariele

consolava Ferdinando dopo il naufragio in cui suo padre era scomparso:

«Egli giace molte braccia in fondo: le sue ossa sono diventate

coralli: sono perle quelli che furono i suoi occhi. Niente di lui è

sparito invano: ma la forza del mare lo ha trasfigurato in un miracolo

prezioso».

E gli stessi pesci, voraci e, stupidi, non sono tutti stupidi e voraci

come se li figura a sua immagine un giornalista viennese.

Io so di un povero pesce dell'Isonzo che fu cortese con un nostro

povero soldato. Forse nella forma di quel pesce guizzava lo spirito

delicato di una creatura divina, una Naiade d'Italia, ma la sua

apparenza non era che quella di un barbo, il _barbus plebeius_ dei

naturalisti.

Mentre nuotava fra due acque, sotto Gorizia, il pesce vide venire a

sè una forma umana, goffa e pietosa. Era il cadavere di un soldato

italiano, ucciso verso Tolmino, ad Aiba, tentando con pochi altri di

traghettare l'Isonzo sotto il tiro incrociato degli Austriaci. Era un

volontario ed in guerra era venuto con un'idea soltanto: vedere Trieste.

Nato in Sicilia, non era mai uscito dalla sua isola: di Trieste non

sapeva che il nome, ma il solo nome della città lontana gli aveva

suscitato in cuore un'idea favolosa ed appassionata. Per lui, se

l'Austria non rendeva Trieste all'Italia, era perchè Trieste non era

una città come tutte le città, anche le più belle, anche Palermo:

doveva essere qualche cosa di assai diverso e di più. Come se la

figurasse, naturalmente non sapeva dirlo nemmeno a sè stesso: appunto

per vederla come era, soltanto per questo, era andato volontario a

prender Trieste. E andandoci, di una cosa era certo: che, quando

l'avesse vista, ci fosse arrivato anche un momento, non gli sarebbe più

importato morire.

Strada facendo, via via che si avvicinava al confine, il miraggio si

era fatto sempre più attraente. La sua Sicilia gli svaniva rapidamente

dal pensiero. Non sentiva, come i suoi compagni, la nostalgia di chi si

allontana da casa, ma l'ansia di chi si avvicina ritornando. Gli pareva

proprio di tornarci a Trieste, lui che non c'era mai stato.

E un giorno, che il suo battaglione in marcia sostò sul Corada e il

suo capitano gli indicò laggiù laggiù, oltre la gola di Salcano, nella

caligine dell'orizzonte libero, una sfumatura più chiara e gli disse

che quello era il mar di Trieste e che quella era la costa di Trieste,

il volontario siciliano provò una tal gioia che gli venne da ridere e

da piangere al tempo stesso.

Aveva sentito dire che da Monfalcone e da Gorizia non si poteva

passare; non dubitò che la strada buona fosse quella dei monti a cui

era arrivato il suo reggimento. Trovatala, si sentiva di poterci

arrivare per di là, lui e i suoi compagni, come nulla. Non poteva

capacitarsi che, prima, bisognava aver vinto tutta la guerra, perchè

le difese austriache di Trieste erano già quelle posizioni in cui il

nemico si asserragliava davanti a lui, subito oltre il fiume fluente

glauco ai suoi piedi.

Perciò, quando venne al suo reggimento l'ordine di tentare anche lì il

passaggio dell'Isonzo, gli parve l'ordine più naturale e più facile.

Si offrì e fu chiamato a passare uno dei primi in un barchetto. Fu

colpito mentre metteva piede sull'altra riva e cadde morto nel fondo

del fiume.

Soltanto sotto Salcano, alle porte di Gorizia, risalì a galla. E con il

morto risalì la sua anima, che pareva non potesse staccarsene, mentre

la corrente lo spingeva da un ponte all'altro verso la foce. Il povero

morto nulla sentiva più, ma l'anima vicina sentiva e soffriva ancora

per lui: rabbrividiva a ogni contatto, temeva nuove offese al compagno

che non poteva più difendersi: tronchi d'alberi, rottami d'armi, mine

galleggianti, altri cadaveri scendevano con loro per la corrente.

L'anima era ancora smarrita tra la vita di prima e quella di poi:

cercava la via del suo destino eterno. Ma prima di spiccare il

volo, un dovere la soffermava: comporre il compagno morto in riposo

tranquillo; ci doveva essere a qualche svolto del fiume una cavità

riparata dove lasciarlo sicuro almeno dalla voracità dei pesci. E

un'altra volontà ancora l'anima conservava dal momento che il colpo

mortale l'aveva staccata dal corpo: la volontà stessa che aveva

condotto il volontario a morire lassù: vederla, finalmente, la città

per cui era morto.

Ma come arrivarci, ora che la corrente inesorabile lo spingeva da una

sponda all'altra, per fermarlo forse nella fanghiglia di un canneto?

Già il fiume, scendendo, mutava aspetto: le rive non erano più cigli

sassosi ma argini bassi; il letto si allargava tra greti di fango e di

ghiaia.

Fu qui che il barbo dell'Isonzo si mise a nuotare di conserva con il

soldato morto che l'anima staccata non aveva più forza di governare;

nemmeno di scostarlo dal pesce in cui sospettava qualche mala

intenzione. Ma il pesce muto l'assicurava. Aveva compreso il segreto

desiderio dell'anima e, per aiutarla, prese esso il governo del funebre

corteo fluviale; con la forza miracolosa di una creatura incantata lo

guidò fuor degli incagli per una via che esso sapeva.

Erano arrivati alla confluenza del Vipacco. Fucilate disperse

sbattevano ogni tanto sul pelo delle acque: in alto filavano ronzii

di obici: le sponde del fiume rintronavano di tonfi sordi. Il corteo

del morto e della sua anima deviò dietro il pesce esperto dei luoghi;

presto l'anima si accorse, fra rive più anguste, di rimontare una

corrente: dapprima era un'acqua torba piena di detriti, ma poi limpida

come di ruscello alpestre, mentre intorno diminuiva il rombo tormentoso

delle cannonate. Passarono sotto mulini fermi, in acque sempre più

nitide, fino a un gorgo profondo in cui si immersero lungamente. Era

quella la tomba smeraldina destinata al soldato morto prima di vedere

Trieste?

Quando ne uscì, l'anima non vide più la luce dell'aria e l'azzurro del

cielo, ma sopra di sè l'arco di una vasta grotta che una luce debole

ma diffusa rischiarava lievemente di riflessi opalini: le acque su cui

navigava erano cupe, striate da guizzi di argento.

Il barbo non c'era più; invece guida era un sottile natante roseo e

trasparente; così trasparente che ogni tanto, contro la poca luce, se

ne distingueva, sotto le carni diafane, il cuore pulsante. Il pesce era

divenuto uno spettro di pesce: un proteo. Ed anche il corpo del morto

era divenuto laggiù un'altra cosa. La forma umana si era riplasmata in

una sostanza medusea; il volto serenato aveva preso un pallore ialino

su cui la fosforescenza delle grotte accendeva erranti fuochi di opale.

Il morto e la sua anima vagavano nelle grotte del Carso, in quelle

profondissime, inesplorate e inesplorabili, dove il travaglio delle

acque e delle Fate ricompone in gemme splendenti i detriti opachi del

mondo.

Nel silenzio della tomba incantata scivolavano senza gorgogli le

acque lisce dei fiumi ciechi; laggiù erano le polle secrete che,

pullulando in alto, nelle grotte note anche ai geologi, fanno crescere

misteriosamente le fiumane del Timavo e della Piuca.

Vennero a una sponda declive contro cui il corpo del morto si fermò

dolcemente. Anche il proteo era sparito. Una albasia verdina schiariva

appena il luogo: ma il bagliore fioco rivelava tutto intorno una

pomposa architettura di diaspri, di malachiti, di ametiste: occhi di

rubino accendevano gocce vive nell'ombra degli archi senza fine. Era

un tempio di colonne portentose che salivano nel buio verso una vôlta

invisibile. Mai alcun imperatore ebbe tomba così profonda e così ricca.

Qui l'anima si staccò dal suo compagno con un ultimo addio e salì per

il buio, lieve, lungo le colonne, in alto.

Quanto durò quell'ascensione di farfalla notturna? Già per un pozzo

aperto scorgeva sopra di sè il cielo di un turchino cupo. Ormai non

aveva più bisogno di chi la conducesse; il cielo stesso la aspirava

lentamente fuori della cavità sotterranea.

Quando fu sull'orlo del pozzo, per un istante ancora sulla superficie

della terra, volse intorno un ultimo sguardo. Sotto la balza

dell'altipiano una città chiara si stendeva lungo un mare pallido.

Era l'alba e la città non aveva voci: pareva addormentata in un sonno

pesante da cui non potesse sciogliersi: le sue piazze quadre erano

come vuotate da un incantesimo che vi avesse sospeso la vita. L'anima,

trasvolando, pregò Dio che rendesse presto alla città assopita nel

dolore la gioia del risveglio nei mattini pieni di luce e di opere.

La salma del volontario siciliano, composta negli ipogei del Carso,

ebbe un sussulto di gioia poichè la sua anima aveva veduto Trieste,

proprio sopra la sua tomba, ricca e profonda come nessuna tomba

imperiale.

Piccioni sospetti.

Rientriamo nelle nostre linee.

Quella di passare, in guerra, dalle linee di un esercito dentro

quelle dell'altro non è impresa facile. Nemmeno per chi avesse la

turpe intenzione di disertare: alla partenza facilmente lo arriva

la schioppettata nella schiena di chi lo ha visto partire; prima

dell'arrivo gli può venire incontro quella del nemico che non sa con

quali intenti il disertore venga a lui.

Se dalle file nemiche filtrano ogni tanto nelle nostre i disertori

austriaci, bisogna pur credere che la vita sia tra loro meno

sopportabile della morte. Ce ne sono stati di quelli che, per uscire

da codesto inferno, di notte si sono buttati nelle acque gelide

dell'Isonzo, e, passatolo a nuoto, hanno atteso l'alba appiattati nei

canneti, per venire ai nostri avamposti a rendersi prigionieri, zuppi e

congelati.

Chi sa quanti soldati austriaci si dolgono amaramente di non avere

imparato a nuotare! E quanti altri, chiusi nelle gabbie fortificate

delle loro trincee, canticchiano rabbiosamente la vecchia canzoncina:

Se fossi un uccellino e avessi l'ale....

Se avessero le ali molti non mancherebbero di spiegarle per fare un

bel volo verso le gabbie che li attendono in Italia, attraenti gabbie

a cui non manca il becchime. Alcuni prigionieri austriaci hanno avuto

perfino l'onore di essere allogati in quella che fu la prigione del più

grande imperatore latino: la villa di Napoleone, nell'Elba solatia e

pensosa.

Non credo però che, prendendo forma di uccelli, i disertori

dell'Austria vorrebbero prender quella del piccione. Tra i volatili, in

guerra, il piccione naturalmente è il più sospetto. Iniquo destino, a

cui non pensava dovessero soggiacere i suoi discendenti la colomba che

portò a Noè il ramicello di olivo, segno di conciliazione e di pace.

Oggi tra i combattenti la comparsa di un piccione è interpretata in

tutt'altro modo. Tutti i colombi, i più candidi di dentro e di fuori,

portano la pena di una loro famiglia giustamente diffidata: qualunque

colombo, in guerra, è fortemente sospetto di essere viaggiatore. E non

è il tempo più propizio per viaggiare tra frontiere nemiche in tempo di

guerra.

Trattandosi di piccioni, non è il caso di interrogarli, e magari

convincersi che le loro intenzioni erano pure. E poi non bastano

nemmeno le intenzioni: per viaggiare in zona di guerra ci vogliono

dei passaporti molto autentici. I piccioni, che non li hanno, cadono

sotto la sanzione dei bandi che regolano la circolazione nei paesi

guerreggiati: la pena più leggera che può toccar loro è quella di

essere internati. E per lo più si internano in qualche cucina in cui

subiscono le estreme conseguenze della loro imprudenza. In tal caso

non riman loro che la speranza di esercitare una postuma rappresaglia

opponendo ai denti dei commensali una resistenza tenace.

Vittime innocenti talvolta. Ma come si fa? Lo spionaggio è un'arte in

cui i nostri nemici sono tutti grandi artisti. Anche in tempo di pace

qualunque viaggiatore tedesco o austriaco era sempre un po' piccione

viaggiatore. Ora anche il giusto, se c'è, può pagarla per il colpevole.

Vuol dire che, in seguito, chi vorrà non essere mai sospetto, si

guarderà dal nascer tedesco, o, nascendo tedesco, non escirà più dalla

sua colombaia.

Sospetti che salterebbero nell'occhio anche della polizia più

distratta. Come si fa a spiegarsi che in una casa occupata da

un comando militare un bel giorno appaiano, ospiti nuovi, una o

due dozzine di piccioni sconosciuti? In quella casa può esserci

rimasto ancora il casiere del padrone di prima, un austriaco della

più bell'acqua. Mettiamo che il vecchio casiere non abbia nessuna

intenzione di attaccare agli zampetti dei piccioni alcun messaggio

furtivo. Tanto meglio: così, facendo sparire i piccioni appena

arrivati, si evitano anche al buon vecchio Johann o Franzele i disturbi

che legalmente gli potrebbero toccare.

Tanto, i piccioni corrono il pericolo di fare la stessa fine anche

ritornando nelle linee austriache. L'aneddoto è vero, e avvenuto

qualche anno fa, quando l'esercito e la marina dell'Austria si

preparavano a dare all'Italia quello che oggi ricevono. Un tenente di

vascello, aveva avuto la missione di uscire con una torpediniera da

Sebenico, navigare verso Ancona e di qui dare il volo ai piccioni

viaggiatori che teneva in gabbia. Senonchè codesto tenente aveva delle

ragioni sue particolari per amar poco lo Stato che serviva, e d'accordo

con i marinai, che erano Dalmati, quando era uscito dalle isole si

fermava lì e, tolti i piccioni dalle gabbie, li passava al cuoco che

ne componeva per l'equipaggio un eccellente risotto. Da Sebenico il

comando si meravigliava di veder ritornare troppo pochi piccioni:

l'ufficiale rassicurava i suoi superiori spiegando loro che nelle acque

di Ancona c'erano di gran falchi marini....

Pur troppo il piccione per tradizione è animale messaggero: e pochi

proverbi sono falsi come quello che il messaggero non porti pena.

D'altra parte, se il sospetto è in guerra sempre legittimo, la

giustizia e il buon senso anche in guerra valgono a dileguarlo. Il

sospetto che non vuol ragionare è indizio di cattiva coscienza. Erano i

Tedeschi che, invadendo il Belgio, se trovavano danneggiata una linea

telefonica, fucilavano i borghesi trovati vicini «fossero colpevoli o

no», come stampava il maresciallo von der Goltz nel suo proclama del 5

ottobre 1914 a Bruxelles....

Noi, se abbiamo potuto lì per lì prendere qualche equivoco, siamo stati

felici di riconoscerlo pubblicamente.

Sui primissimi giorni della guerra, un reparto dei nostri soldati

entrava in un paese abbandonato dal nemico. Poco dopo, proprio sulla

piazzola dove i soldati si erano fermati, arrivarono alcune granate.

Contemporaneamente, da una finestra che guardava verso le linee

nemiche, qualche soldato aveva creduto di scorgere un telo bianco

che si agitava, come segnalando. C'era infatti, attaccata ad un ramo

d'albero, una specie di bandiera bianca. I soldati salirono nella casa

e sorpresero una donna proprio dietro la finestra da cui si agitava il

telo. La arrestarono. Pochi giorni dopo le fu fatto il processo. La

donna, una bella figura di popolana intelligente, si difese con quella

sicurezza che solo può dare una coscienza tranquilla. Fece osservare la

bandiera incriminata; in alto, dove il telo bianco era annodato al ramo

che gli faceva da asta, c'erano legati due straccetti di colore, poco

più che due nastri, l'uno rosso e l'altro verde, o quasi. Con i ritagli

che aveva trovato nel suo cassettone di contadina, lei s'era ingegnata

di fare qualche cosa che avrebbe inteso di essere un tricolore

italiano. Era vero: ora, sventolata nell'aula del tribunale, veramente

un'intenzione di bandiera si riconosceva in quella combinazione d'un

ramo di gelso, di un lenzuolo e di due fazzoletti di colore: la

innocente aveva vinta la causa.

Non solo fu assolta, ma poi i giudici militari, l'avvocato fiscale,

gli ufficiali presenti si fecero intorno a lei commossi, lodandola,

consolandola. Quando si è condannato un reo si può uscire sereni, ma

quando si è reso giustizia a un innocente si esce felici. E due volte

felici da un tribunale di guerra, in territorio tolto al nemico.

Colombe e «Tauben».

Pur troppo c'è da temere che in avvenire non si potrà parlare mai più

dell'innocenza della colomba. Colpa dei Tedeschi che hanno rovinato

tante cose buone e anche tante oneste riputazioni, cominciando dalla

loro. Ma perchè anche quella della colomba? Perchè chiamare _Tauben_,

colombe, i loro aereoplani assassini?

Meno male quando li chiamano _albatros_, uccelli di tempesta;

quantunque si è potuto osservare che tutti i loro velivoli, quando

tira vento forte, poco si fidano di volare: siano Albatros, Etrich,

Aviatik, o i cari _Tauben_. I quali tutti poi, all'ingrosso, visti da

terra, presentano la medesima figura di uccellacci da rapina, falchi e

non colombe. Caso mai, qualche volta, guardati contro la luce, quando

nel virare si sbandano, mostrano luccicori da coleotteri: e anche

il volo hanno rigido e ronzante come mostruosi cervi volanti. Ma se

vogliamo paragonarli ad uccelli, per via dei piani che hanno piegati

e smussati come ali, non v'è da uscire dalla famiglia dei falchi e

dei gheppi. Ai quali somigliano veramente quando filano e incrociano

minacciosi sui paesi, come uccelli di rapina sui pollai e i pulcini.

Sono tristi e neri; debbono parere uccelli del malo augurio ai soldati

del loro stesso campo. Certo anche gli Austriaci, quando vedono

passare sulle loro linee gli aereoplani nostri, non debbono in cuor

loro benedire chi ha inventato l'aviazione; ma devono riconoscere che,

in sè, gli aereoplani italiani non sono lugubri come i loro. L'ala

verde e l'ala rossa dei nostri apparecchi fanno pensare piuttosto a una

grandiosa libellula meccanica; o più precisamente non fanno pensare ad

altro se non ad un aereoplano che tiene ad essere ben visibile, che non

vuoi lasciar dubbio sulla sua qualità di nemico quando vola sopra gli

accampamenti nemici, e li osserva e li fotografa e fa tutto quello che

deve fare un aereoplano in guerra.

Gli animali alla guerra · 第 4 / 5 段