vantaggio del suo esercito e suo proprio pericolo; dunque da guerriero
e non da assassino. Quella di gettare a caso le sue bombe sulle piazze
affollate è la più odiosa, ma anche la più facile; il bersaglio è il
più largo e il solo che non si nasconda. Impresa non dissimile dalla
cattiveria del ragazzo crudele che si diverte a buttar paglia accesa
sopra uno stuolo di formiche intente al lavoro, per il gusto di vederle
sbandarsi da tutte le parti. Ma nel moto del formicaio sbandato rimane
sempre qualche formica che si divincola accanto a qualche compagna
stecchita. E nella piazza, quando è dileguato il fumo della bomba
scoppiata, anche il bombardiere austriaco deve scorgere dei punti neri
che non si sono mossi, che non si moveranno più. È possibile che un
giorno quel bombardiere racconti ai suoi figliuoli che questa è stata
la sua parte in guerra: ammazzare dall'alto, quasi dal sicuro, dei
borghesi, delle donne, dei ragazzi?
Ma egli sperava di ammazzare dei soldati, possibilmente degli
ufficiali, dei comandanti, perchè la guerra che fa l'aereoplano--così
pretendono gli Austriaci e i Tedeschi--è specialmente una guerra contro
i comandi. Ragionamento simile a quello degli anarchici criminali che
tirano una bomba nella folla, facendo finta di credere che volevano
soltanto uccidere un sovrano o un ministro. Così ragionano e fanno
Austriaci e Tedeschi che hanno fatto la guerra per vendicare--hanno
detto--un loro principe assassinato da un anarchico serbo: ma Gabrilo
Princip non sparò sulla folla: cercò le sue vittime sole e non fallì il
segno.
L'aviatore tedesco e austriaco invece tira ai comandi sapendo di
colpire qualcun altro; e più spesso non tira ai comandi, che non sa
dove sono, ma sulle piazze dove vede che gente c'è.
Questa gente--si pensa--dovrebbe ripararsi quando compaiono i tristi
mosconi della morte. Dovrebbe, ma spesso non lo fa. E si capisce che
non lo faccia, perchè l'idea che veramente un uomo voglia in quel
modo, a freddo e a casaccio, ammazzare qualcuno, chiunque, non un
soldato nemico, è un'idea contro natura a cui gli uomini non riescono
ad abituarsi. È troppo nuova nella sua ferocia. E la gente rimane,
guarda curiosa: innocentemente sarebbe disposta ad ammirare l'uomo che
vola, tranquillo fra i lampi degli _shrapnells_. Su codesta ingenuità
ammirativa del nostro popolo per ogni forma di coraggio e su l'errore
antico che coraggio significhi anche lealtà, devono contare gli
aviatori nemici che tirano bombe sugli abitati. Tirando sono sicuri
di non colpire nè stazioni, nè depositi, nè comandi, ma di ammazzare
qualche innocente, sì. La maledizione li perseguita e fa che ogni loro
colpo sia un assassinio più bestiale. Le loro vittime--è un destino che
non sembra casuale--sono state per la maggior parte donne e fanciulli.
Io non potrò vedere mai più un _Taube_ senza pensare alla strage di
casa Donda. Su Cormons gli aereoplani austriaci venivano tutti i giorni
più volte al giorno a spiare. La popolazione borghese non se ne faceva
caso; chi era in casa ci rimaneva, chi era fuori restava fuori; le
donne che prendevano acqua alla fontana di piazza alzavano appena la
testa quando le batterie antiaeree ne segnavano l'arrivo con i loro
colpi. Fra quei colpi, l'aereoplano non aveva voglia di trattenersi.
Così alla sfuggita qualche bomba l'aveva già tirata, ma verso la
stazione o su qualche parco vicino; non aveva fatto che qualche buca
in terra, qualche falciata nell'erba. Soltanto una volta con una
scheggia aveva riferito un ferito che attendeva nel treno della Croce
Rossa fermo. Quel mattino però l'aereoplano pareva più insistente; era
passato e ripassato, tagliando il paese proprio in mezzo. Un momento
ognuno lo vide al proprio zenit; era così basso che se ne distingueva
il ronzio duro del motore. Mirava sulla piazza, facile mira. Si udì uno
sfrigolìo, poi uno schianto e del fumo dietro il muro.
Aveva colpito sì questa volta, nel giardino di casa Donda. Le schegge
erano saltate oltre il muro del giardino sulla casa dall'altra parte
della strada, a cinquanta metri; una era entrata per una finestra senza
far male a nessuno.
Nel giardino invece aveva colpito in pieno; sei uccisi di un colpo,
schiantati come la granata che li aveva schiantati. C'era una mamma con
i suoi due figliuoli e un nipote: c'erano un vecchio ed un carabiniere
che si erano riparati sotto un platano frondoso. La bomba era
precipitata tra i rami, stritolandoli; era scoppiata ai piedi dei sei
raccolti lì: il loro sangue era schizzato lungo il tronco del platano
come se la bomba fosse stata caricata a sangue.
Non volli veder altro: ma vidi correre gente impazzita, ma sentii
urla--oh! non erano i colpiti che urlavano!--, ma ho sempre negli
occhi un ragazzo, un cugino, che piangeva piangeva mentre un
carabiniere lo teneva sotto braccio perchè non vedesse, non cadesse
per terra. Furono portati lenzuoli e gettati su quella povera carne
lacerata. La mamma ed i bambini erano tutta la famiglia di un uomo che
in quel momento era fuori di paese: quando ritornò, i cadaveri erano
stati portati via. Nel giardino dei suoi bambini non c'era che una buca
piena di calce e calce sull'albero senza rami, e calce da per tutto,
che non si vedesse tutto quel sangue.
La guerra è la guerra--ghigna un tedesco--e, stupido anche nella
ferocia, chiama i suoi aereoplani colombe.
Il falco e la colomba.
Volerà ancora la colomba della Pace sulle case degli uomini degni di
vivere in pace; ma per salvarla c'è da dare ancora al falco della
guerra quanto sangue ci vorrà.
Così ammonisce l'antichissimo mito che la sapienza umana degli Indiani
fermò nel canto universale del _Mahâbârata_.
Era il tempo che gli uomini e gli altri animali, non ancora dimentichi
delle origini comuni, vivevano sulla terra, ospiti di uguale diritto,
e parlavano insieme delle necessità comuni e della giustizia che ne
equilibra i contrasti.
Il re Uçivara, savio e magnanimo, sedeva nel parco silenzioso quando
una colomba gli volò in seno, con volo spaventato: la inseguiva un
falco dal becco forte e dalla fronte bassa. La colomba chiuse le ali
tremanti sulle ginocchia del re, implorando salvezza. Il falco infatti
si fermò senza ghermirla, ma prima che il re lo avesse scacciato,
cominciò a parlare: l'uccello da preda aveva anche una sua certa logica
di bestia sofista e disse:
--Re Uçivara, io so che tu sei giusto e vuoi mantenere la tua fama di
giusto. Ora, per pietà verso codesta colomba, commetti, un'azione di
grande ingiustizia. Per non privare costei della vita, tu privi me del
cibo che mi è destinato. Poichè è legge divina che i falchi mangino le
colombe.
Rispose il Re:
--Ma è anche legge divina che chi implora salvezza la trovi sulle
ginocchia del giusto.
Oppose il falco, ghignando negli occhi malvagi:
--La legge a cui m'appello è la legge della necessità. Necessità vuole
che tutti gli animali viventi abbiano il loro cibo. È natura dei
falchi procurarselo con la forza del volo e degli artigli che hanno
infinitamente più robusti dei colombi. Tutti abbiamo diritto di vivere.
Il re Uçivara forse aveva voglia di rispondere che, nel caso speciale
del falco, non ne vedeva la necessità; ma poichè, come i veri giusti,
era propenso a riconoscere anche le ragioni dell'avversario, rimase
un po' turbato da codesto argomento, che il falco, abile nei sofismi,
rinforzò passando dall'aspro al flebile:
--Di certo, perchè lasciandomi morir di fame, non morirei soltanto
io; resterebbero soli, senza cibo e senza difesa, mia moglie e i miei
figli. Anch'io ho nella rupe una buona compagna che tien caldi i
nostri cari falchetti. Io li amo come tu ami i tuoi figli. Perchè vuoi
lasciarmi morire?
Il Re, pietoso, mentre accarezzava la colomba accoccolata sulle sue
ginocchia, pensò di dover giustizia anche alla fame feroce del falco e
dei suoi falchetti. Perciò gli venne un'idea:
--Hai ragione. Ma tu potresti mangiare anche un altro cibo. Io te ne
darò, dimmi quale; lo avrai.
--E sia; accetto un compenso per il grave danno che mi fai. Ma, prima,
devi giurare che mi darai del cibo che ti chiederò, qualunque sia.
Giuri?
Il re Uçivara pensò che qualunque carne del suo celliere, di manzo o di
lepre, avrebbe contentata la fame del rapace causidico, e giurò.
Allora il falco disse:
--O Uçivara, se vuoi tanto bene alla colomba, mettila sulla bilancia e
taglia dal tuo proprio corpo un pezzo di carne che pesi quanto codesta
colomba. Di quella carne io sarò contento.
Il Re aveva giurato: prese la colomba che teneva sulle sue ginocchia,
e la depose sopra un piatto della bilancia; poi, tratta la spada, si
tagliò un pezzo della sua carne viva e lo pose sanguinante sull'altro
piatto della giustizia terribile....
Qui il mito indiano fa che il falco si manifesti per quello che era, il
Dio Indra, che aveva voluto mettere a prova la giustizia e la pietà del
Sovrano giusto e pietoso.
Oggi altro significato dà il simbolo feroce.
Il falco è il popolo rapace insaziabile che ha spiccato il volo
per ghermire e divorare la colomba della pace: è la Germania, è il
germanesimo che aveva fame di carne pacifica. Alla minaccia si sono
levati i popoli che avevano pietà della pace, e gli hanno chiesto
perchè osasse tanta crudele ingiustizia. La belva teutonica si è
appellata alla giustizia della Necessità, della _sua_ necessità: voleva
carne altrui perchè aveva da ingrassare le sue belvette sempre più
fameliche. Se avevan più fame--ha detto--avevan diritto a più cibo:
quella violenza era giusta perchè quella fame era vera: lasciatemi
mangiare, senza contrasto, la colomba di cui sono ghiotta.
Ma i popoli giusti hanno detto che la colomba doveva essere salvata.
E, se l'oscura legge che domina la vita degli uomini, esige che, per
salvare la pace, si dia alla guerra tanto di carne viva quanto è il
peso di quella, esse hanno accettato il sacrifizio, con dolore, ma con
fede: per la giustizia e per la pietà le loro vene colano il fiore del
sangue. Ma gli occhi non piangono, sbarrati dallo spasimo; guardano il
falco mostruoso con l'odio divino che santifica la vendetta.
Perchè la giustizia eterna si compia, la guerra, che in questo primo
tempo è stata di difesa, diventerà domani guerra di punizione. E la
stirpe dei falchi sparirà dalla terra contristata: e sia pure a prezzo
della nostra carne. Così la colomba della pace torni a volare sicura
nel mondo, che è labirinto di misteri, ma potrebbe essere un parco di
sogni, quando venga tempo che fioriscano tutti i suoi germogli di amore.
FINE.
INDICE.
PREMESSA Pag. IX
Austriaco.... austriaco.... tedesco 1
Cavalli senza cavalleria 4
Cavalli e Guide a cavallo 16
Cavallacci 27
La gloria del mulo 34
Cani di guerra 39
Cani redenti 45
La bertuccia Cecco Beppe 51
Confidenze canine 62
I gatti che non ci sono 70
Quando la gatta non è in paese 79
Fastidi 85
«Italia, detta dai giovenchi» 97
Buoi e profughi 106
Animali da cortile 113
Un cuculo 121
Selvaggina fortunata 132
Trasfigurazioni 144
Piccioni sospetti 158
Colombe e «Tauben» 168
Il falco e la colomba 178
Note del Trascrittore.
Corretti gli ovvii errori tipografici.
Copertina creata del trascrittore e posta in pubblico dominio.
End of Project Gutenberg's Gli animali alla guerra, by Giulio Caprin