Questi che, a drappelli, a plotoni, a battaglioni, stanno passando il

ponte di Visinale, vanno a morir per l'Italia. Non ridete dell'idea di

sacrificio che mi fa pensoso al loro passaggio. È un'idea ohe doveva

avere qualche mio antenato preistorico di quattro o cinquemila anni

fa. I nostri antenati mediterranei non erano in origine divoratori di

buoi come i tedeschi carnivori; erano agricoltori; nel bue vedevano il

compagno di lavoro, non la vittima indispensabile al loro appetito.

Quando lo ammazzavano, sentivano di sacrificarlo. E lo sacrificavano

infatti agli dei. Così la povera bestia moriva sì, ma per uno scopo

più nobile che non fosse proprio quello di riempir la pancia ai suoi

uccisori: questi non facevano che utilizzare un avanzo di ciò che gli

dei avevano avuto.

Non è una macelleria ma un sacrifizio di buoi questo che noi facciamo

ora, per preparare il rancio a centinaia di migliaia di soldati.

Sacrifizio appare anche per la quantità straordinaria dei capi che si

abbattono. Noi prepariamo il pasto quotidiano di carne a contadini che

in pace, nei loro campi, non dovevano mangiar tanta carne per essere

forti contadini. Ma il contadino, trasformandosi in soldato, ha bisogno

che anche il suo nutrimento si trasformi; e le energie vive che questa

vita di fatica e di pericolo gli consuma, le ristora il buon pezzo di

carne che ogni giorno gli arriva nella gavetta di brodo. Si sacrifica

il contadino; è giusto che si sacrifichi il suo animale. L'animale si

sacrifica all'uomo, ma tutti e due si sacrificano a qualche cosa che

vale più di qualunque vita animale, di uomo, di eroe. Qualche cosa che

vive mentre noi moriamo e che è come il riflesso eterno delle nostre

vite passeggere: la Patria.

O Italia, che ai tuoi poeti apparisti santa nella pace campestre,

Italia di Virgilio, di Garibaldi e del Pascoli, come ti riconosco qui,

oggi, a batter l'Austria con le tue dure fanterie di contadini, dietro

cui marciano, incolonnati come animali di battaglia, i loro buoi, al

sacrifizio!

....Vissero nei campi

i forti antichi popoli: l'aratro

il solco eterno disegnò di Roma:

l'Italia, detta dai giovenchi, è qui.

Buoi e profughi.

Anche questo nuovo lembo di Friuli che abbiamo riaggiunto all'altro, il

Friuli di Gorizia al Friuli di Udine, è paese di campi, di contadini

e di buoi. Le case coloniche punteggiano di bianco il verde chiaro

del piano, il verde scuro dei colli. Biade e viti al piano, viti e

boschetti in collina, e in colle e in piano alberi da frutto come in

poche altre parti di Italia: quando ci arrivammo, a giugno, pareva che

i soldati non bastassero a finire le ciliege, tante ce n'erano.

Anche contadini ce n'erano. Non tutti, chè gli uomini fino ai

quarantacinque anni se li era portati via l'Austria a fare i soldati

in Galizia; c'erano solamente i vecchi, le donne, i ragazzi. Ma insomma

le campagne non erano vuote: le stalle avevano i loro buoi, i cortili

i loro polli. Sarebbe stata una bella cosa se si fossero potuti

lasciar tutti dove erano, far la guerra senza disturbarli dalle loro

occupazioni pacifiche.

Ma un esercito ha bisogno di molto spazio tutto per sè; e poi gli

Austriaci avevano subito cominciato a tirar a granata sopra quelle

case, sopra quella povera gente che si ostinava ad abitarci.

Codesti Friulani erano stati fino dal giorno avanti sudditi austriaci,

e, quantunque italiani, avevano anche obbedite pazientemente agli

antichi padroni. Sapevano che i nostri soldati non avrebbero loro fatto

male; s'illudevano che anche gli Austriaci non si sarebbero vendicati

su loro da lontano, a cannonate cieche.

Invece le granate arrivavano, dappertutto. E tuttavia i contadini non

si movevano. Restavano lì, così intontiti che non avevano nemmeno

paura. Se una casa era sfondata da un 305, si riparavano in un'altra.

Non potevano credere che l'Austria facesse la guerra anche a loro.

Quando si è dovuto dar l'ordine di sgombero, hanno obbedito con l'animo

straziato. Che importava loro aver salve le vite, se le case rimanevano

esposte alla rabbia del nemico?

Sgomberi dolorosi che stringevano il cuore a quegli stessi che dovevano

ordinarli. Quanta più roba potevano, la ammucchiavano sui carri, lunghi

carri a quattro ruote a cui attaccavano i buoi: sopra, tra i fagotti,

i panieri, i secchi, si allogavano le donne con i bambini più piccoli

in collo; ma i più grandi venivano dietro a piedi, con gli occhi

smarriti come quelli dei buoi che tiravano i loro carri. Che si saranno

detti, incontrandosi, i buoi profughi, che partivano, con i buoi

dell'interno che arrivavano?

Ad ogni paese c'era una sosta: e allora ognuno avrebbe voluto poter

ritornare indietro, a riprendere ancora un oggetto, un animale, un

altro po' della casa abbandonata. Trovavano subito chi provvedeva ai

loro bisogni più urgenti, chi li consolava dicendo che nell'interno

avrebbero avuto protezione, ristoro, calma. Ma era una tristezza

muta che non si riusciva a rincorare. Anche i bambini stavano zitti:

restavano lì dove li mettevano, fermi, svogliati. I buoi soltanto

mugghiavano lamentosamente; ma chi può dar retta al lamento di un bue

tra lo scalpitìo di tanti cavalli, il rotolìo di tanti autocarri?

Più fortunati si reputavano coloro che riuscivano a non farsi

internare, a restarsene nei paesi vicini, da qualche parente che ci

avessero, magari senza aiuti, pur di non andar lontano. Parecchi si

allogarono in un cinematografo, e nei cortili vicini passavano le loro

giornate da zingari, a farsi un po' di polenta, a vivere della carità

che i soldati facevano loro. Tutte le donne avrebbero voluto diventar

le lavandaie dei soldati: tutti i ragazzi i loro presta servizi.

Ma poi? Per far la guerra non ci vuole confusione, e anche dai paesi

un po' più discosti dalle trincee si sono dovuti sgombrare i profughi

ammassatisi nel primo momento. E se ne sono empiti dei lunghi treni e

si sono mandati indietro, una squadra per ogni città, dove per tutti

era pronto un ricovero, del cibo e della pietà. Bisogna sopratutto

che trovino molta pietà affettuosa questi profughi, che hanno troppo

sofferto per capire che si combatte anche per loro. Chi oggi farà

qualche cosa per essi sarà compensato poi, a guerra finita, quando

andrà a trovarli nei loro paesi riedificati, nelle loro case, un'altra

volta sicure tra il verde chiaro della valle, tra il verde vivace dei

colli.

L'ospite conoscerà campi prosperosi e case inghirlandate di tralci: aie

ombrate di gelsi e di ontani, stalle piene di manzi e cortili pieni

di ragazzi. E di codesta gente conoscerà il sincero carattere che

non si può conoscere bene oggi che lo hanno amareggiato dalla guerra,

dopo averlo avuto guasto dal governo austriaco. La pace rinnoverà il

naturale buon umore del contadino friulano; ridesterà le «sagre» e i

balli di tutte le domeniche, e poi--finiti i balli--al ritorno, sotto

le stelle, le vecchie «villotte» paesane, così dolci anche quando

dicono pensieri di malinconia:

'O ai butadis tanti lagrimis

di fa' côri un biel mulin,

il mio cor si distruzève

come l'ueli 'tal lumin.

Animali da cortile.

Ora lungo il basso Isonzo la guerra ha fatto il vuoto dei contadini

e delle loro bestie. I buoi che hanno accompagnato i profughi fino

a Cervignano, a Palma, a Cormons, se non hanno trovato da allogarsi

in qualche stalla amica, sono stati venduti all'esercito e stanno

anch'essi sacrificandosi, nel modo concesso al bue, per la patria: le

vacche sono state requisite per gli ospedali da campo.

Ma tutti, proprio tutti, non sono spariti. Fino a Mossa, fino a

San Martino di Quisca qualche contadino è riuscito a rimanerci, a

coltivar le sue ortaglie fra le trincee. Se glie lo permettessero,

ritornerebbero tutti a zappare la loro terra, nonostante il pericolo

di sbarbare, insieme con le cipolle, le granate austriache che si sono

interrate senza esplodere.

Insieme con qualche vacca, abbandonata da quelli che al nostro arrivo

sono dovuti andare dall'altra parte, dietro i loro padroni austriaci,

sono rimaste parecchie galline e qualche maiale disperso. Se noi

fossimo Austriaci, li avremmo computati tra i prigionieri di guerra.

Galline e maiali stanno bene insieme, anche per temperamento. Hanno

abitudini egualmente sudicie e pari l'avidità che le ingrassa. Ma in

questa la gallina supera forse lo stesso maiale. Il motto latino dice

che non si devono dare le perle ai porci, perchè non sono capaci di

apprezzarle; sarebbe meglio dire che non si devono darle alle galline,

che le ingoierebbero come pietre qualunque, stupidamente. Perchè è

certo che per intelligenza il maiale è un genio in confronto della

gallina.

La stupidità della gallina è portentosa. Guardando il mondo in due

pezzi--quello che vede con l'occhio destro indipendente dall'occhio

sinistro--non deve aver mai capito più di mezza cosa per volta. E

soltanto in grazia della sua completa stupidità può alle volte parer

perfino una bestia di coraggio. Una lucertola che la fissi un po'

risolutamente basta a farla scappare: viceversa uno _shrapnell_ che

le rovescia sopra le sue novecentonovantanove pallette non la smuove:

quando vede cascar roba dall'alto, crede sempre che sia becchime

per lei. Come tutti gli sciocchi, anche la gallina ha la sua dose di

presunzione.

Ne ho viste insinuarsi tra i cannoni di una batteria in azione: si

rincorrevano tra i serventi dei pezzi, beccavano nelle orme che le

suola dei soldati lasciavano nella terra fangosa. I grossi proiettili

giallastri, che gli artiglieri portavano correndo dai cassoni ai

cannoni, li dovevano prender per zucche. La loro incapacità assoluta

di intuire che si stava facendo qualche cosa di molto serio, e che

soltanto la serietà della cosa impediva ai soldati di allungare la mano

per tirar loro il collo, faceva dispetto.

Altre due, in un paese semidistrutto, si erano appollaiate sul

campanile rimasto, non si sa come, in piedi. Una pattuglia dei nostri

soldati, arrampicatasi fino sulla cella campanaria, sentì starnazzare

in alto, sopra un palco morto. I soldati avevano imbracciato i

moschetti per sparare, quando si accorsero che i supposti tiratori

austriaci erano delle galline. Furono fatte prigioniere lo stesso. E

con buon diritto di guerra; perchè certo, se gli osservatori nemici

avessero scorto muoversi nella cella del campanile delle penne di

gallo, avrebbero giurato che erano bersaglieri in vedetta, e tutti i

campanili isontini sarebbero caduti vittime della doppia stupidità, dei

polli e degli Austriaci.

Vero è che i bersaglieri considerano un dovere speciale del loro corpo

quello di evitare i possibili equivoci tra le animose piume dei loro

cappelli e quelle dei polli vagolanti. Sono impareggiabili cacciatori

di galli e di galline senza padrone. Ritornando da un servizio alcuni

ciclisti bersaglieri ne scorsero tre o quattro oltre la siepe, nel

campo: lasciate le biciclette, via di corsa dietro le galline che con

grandi strilli correvano ad infrascarsi. In quel punto il nemico,

che aveva visto del movimento, aprì il fuoco, il suo solito fuoco di

molestia: qualche _shrapnell_ e una granata, qualche granata e uno

_shrapnell_.

Il graduato rimasto sulla strada gridava ai suoi bersaglieri che

ritornassero a inforcar le biciclette per uscire dalla zona battuta.

Ma che! I bersaglieri, allegri come ragazzi a caccia di farfalle,

rispondevano che li lasciasse fare ancora un momento. E soltanto

quando, dopo una bella corsa in lungo e in largo per il campo, ebbero

afferrate le fuggitive, ritornavano sulla strada per rimontare in

sella. Alle granate che arrivavano rifacevano il verso, miagolando come

gatti arrabbiati.

Destino analogo è toccato ai suini erranti per i paesi vuoti. Il porco,

checchè si dica, è un animale sensibile, e, nell'assenza dei padroni,

tende a dimagrare. Trotterella di casa in casa, preoccupato, emettendo

brevi grugniti lamentosi. Qualcuno diffida dei maiali dispersi: dicono

di averne visti accostarsi per lurida fame, come un corvo o un sorcio,

a bestie morte. Speriamo che non sia vero.

Forse per questo, in un paesello del Collio, completamente vuoto di

abitanti, fu lasciato per diverso tempo padrone un grosso maiale dagli

occhietti furbeschi. I soldati che ci bazzicavano gli avevano messo

nome: il signor sindaco. Ma poi, per quella sua fissazione a voler

rimanere in un paese sgomberato per ordine dell'autorità militare, si

concepirono dei sospetti sui suoi sentimenti politici. Gli Austriaci

dovevano averlo lasciato apposta perchè facesse la spia. E un giorno,

mi dispiace doverlo confessare, ma senza nemmeno processarlo, fu

destituito dalla carica e passato per le armi.

Ma quando fu ucciso, non fu chiamato nessuno a contemplarlo morto,

come fece, a Nomény sulla Mosella, quel soldato tedesco che invitò la

signora Bertrand a guardare _den Schwein_, il porco, che egli aveva

sgozzato: ed era un povero vecchio di ottantasei anni ammazzato nella

sua poltrona.

Un cuculo.

La guerra che ammutolisce tante voci non ammutolisce i canti degli

uccelli. Nè li scaccia dalla zona di fuoco, che le artiglierie a

lunga portata allargano sempre più, se non proprio là dove l'incendio

divorante il bosco li snidi. Certo non fanno più nido gli uccelli sulla

cresta del Podgora che era, un anno fa, un bel bosco di robinie e oggi

è una sassaia rossastra. Ma nei loro voli erranti, i passerotti si

posano fin sugli orli delle trincee, per guardare curiosamente dentro.

Rondini no: se ne vedono pochissime: uccelli che fanno casa sulla

casa dell'uomo, soffrono come uomini quando la casa è specialmente

combattuta. Invece il campo e il bosco rimangono vasti e liberi anche

dove gli eserciti li riempiono dei loro attendamenti e li scavano per

i loro ricoveri. Per quanto la guerra d'oggi, pesante e macchinosa,

giunga ad alterare l'aspetto non pur degli abitati ma del terreno

stesso, gli uccelli non debbono impressionarsene quanto noi, animali

senza volo, che raramente possiamo vedere le cose un po' dall'alto.

Rompan le mine e grandini la mitraglia! Non se ne fanno caso; ci

sembrano abituati. Quante volte gli uccelli hanno sentito passarsi

sopra l'uragano che decima il bosco, cadere il fulmine sull'albero che

li proteggeva! Specie questi uccelli della val d'Isonzo, così spesso

tormentata dai temporali e dal vento. Forse confondono tra le burrasche

della natura e quelle dell'uomo. Come noi del resto che, alle volte,

quando il cannoneggiamento e il temporale venivano insieme, finivamo

col non distinguere i rombi. E nelle notti di estate, scorgendo i soffi

rossi dei colpi lontani dietro i colli, tante volte credevamo a lampi

di caldo.

Nemmeno gli uccelli però devono confondere quando il bombardamento

rintrona nel sereno. Infatti, in guerra come in pace, quando il

temporale vien dalla natura, con i nembi e la pioggia, essi tacciono;

invece durante le tempeste dell'artiglieria si scostano, ma rimangono

a vedere, magari cantando, se ne hanno voglia. La loro posizione

rispetto alla battaglia è quella dei comandanti che la seguono dagli

osservatori: per lo meno fuori dal tiro della fucileria; questa

assomiglia troppo--devono pensare gli uccelli--alla molestissima

petulanza dei cacciatori.

Ma al cannone sembrano presto abituati: i sibili delle traiettorie non

sono gran cosa per chi non pensi a quello che vien dopo il sibilo;

anche un bombardamento generale e continuo finisce con lo stancare i

nervi in modo che, dopo un certo tempo, non se ne raccoglie che una

vibrazione unica, piuttosto dentro di noi, nel cervello, che fuori. Ci

se ne accorge bene soltanto quando è smesso: ma ci sono giorni e notti

che non smette mai, e i soldati che sono in riposo dormono lo stesso e

gli uccelli continuano a cantare, al solito se ne hanno voglia.

Ne doveva avere gran voglia quel cuculo che, un giorno di giugno,

insisteva a ripetere le sue due note interrogative da un boschetto del

Collio, mentre noi da una collina seguivamo quell'insieme di segni e di

rumori che è, vista da una certa distanza, un'azione di guerra. Faceva

_cucù_ agli Austriaci che nel suo boschetto non rimetteranno più piede,

o lodava, come nei tempi di pace, la piena primavera della bella valle?

Anche per noi, sbucati dalle frasche del bosco al margine aperto del

colle, lo spettacolo del paesaggio vinceva quello della guerra. Lo

godevamo come in una scampagnata, prima tutto insieme e poi pezzo per

pezzo.

A destra, il piano che si perdeva con il suo fiume nella luce verso

il mare: oltre, la linea nuda del Carso che dallo sprone di Sagrado

saliva avvicinandosi fino alle groppe schiacciate del San Michele, e

si allontanava lungo il Vipacco invisibile, verso le Porte di ferro

azzurre, lontane. Ma era anche più bello, di una grazia pastorale e

boschereccia, alla nostra sinistra, nell'ondulamento plastico dei colli

scendenti dal Corada, appoggiati alla diga calcarea del Sabotino, ai

terrazzi alpestri di Ternova.

Così bello e così strano. Perchè proprio quei colli, freschi e ombrosi,

che con l'ultima propaggine ci nascondevano Gorizia, dovevano dare

i propri nomi alla gloria funebre della battaglia: Oslavia, Peuma,

il Podgora, il Calvario? Possibile che nei valloncelli, profumati

d'erbe aromatiche, fioriti di orchidee silvestri, si nascondessero

le batterie? Che i prati fossero scavati di trincee? Che dietro

quella collina ci fosse Gorizia piena di soldati austriaci, di cannoni

fabbricati in Germania?

Aguzzando gli occhi si distinguevano sì e no i solchi rossastri che

zebravano il Sabotino, i tagli recisi che indicavano le abbattute del

Podgora. L'occhio si sperdeva nell'armonia delle linee e delle luci,

l'anima respirava la dolcezza pensosa della campagna in fiore. E il

cuculo, invisibile, richiamava con le due note di flauto verso un

miraggio di pace.

Ma a poco per volta ci si convince che davanti a noi è la battaglia,

proprio la battaglia. Sotto il Calvario c'è fumo giallastro fra il

verde; è Lucinico che brucia. Fumate nere si posano, una dietro

l'altra, a ventaglio, sul Calvario; se ne sentono i tonfi sordi: sono i

nostri cannoni che tirano a sconvolgere i ripari nemici. Gli Austriaci

da questa parte non pare che voglian rispondere. Invece tutto a un

tratto piovono granate verso Sagrado, proprio sul fiume, tutte nello

stesso punto: pare che minaccino il ponte. Altre arrivano più in qua,

verso il piano, chi sa, verso Mariano. Un nostro areoplano vola sui

fianchi del San Michele: gli scoppiano intorno gli _shrapnells_ gialli

e rossi degli austriaci; di alcuni più bassi si distinguono, al momento

dello scoppio, i lampi. Anche verso Savogna e Merna tirano le nostre

batterie. Se ne sentono i colpi metallici in partenza. Davanti la

nostra collina si è alzato un _drachen-ballon_, lucente come un pesce,

al sole. Si pensa che gli potrebbero tirare e che noi siamo sulla linea

di tiro, ottimamente collocati per i colpi lunghi. Ma non ci pensa il

cuculo che continua a cantare dalle parti di Cerovo, ora che alcuni

_shrapnells_ nemici fermano i loro fiocchi sopra Cerovo Alto.

Non si scorgono che fiammate brevi, che fumate lunghe, qua e là, sulla

lunga linea: le forze che le provocano restano invisibili. Invisibili

anche le nostre fanterie, che pure non sono lontane, mentre stringono

il Podgora. È qui che l'azione si concentra: scoppietta la fucileria,

prima a folate sparse, poi tutte insieme, come una pioggia dura. Ed

ogni tanto un rumore secco come un giro di manovella a un macinino

arrugginito: le mitragliatrici.

Ora tutta la falda del Podgora è battuta dalle nuvole livide degli

_shrapnells_ nemici; contro le nostre fanterie che avanzano? Dunque

avanzano. E perchè non succede nulla al Sabotino? Perchè invece quei

due colpi grossi sopra il San Michele? E quel pennacchio nero che

sembra uscire dal suolo nella sella di San Martino? Ma tirano anche

verso di noi: le solite nuvolette bicolori si aggiustano sopra il

_drachen_. In questa vastità di cielo non sembra possibile che facciano

male. Paiono prove di uno spettacolo pirotecnico fuori d'ora. L'odor

della polvere? Ma qui non c'è che odor di terra silvestre e di fieno. E

il cuculo se la deve godere, indifferente come un poeta d'Arcadia; ma

più coraggioso, bisogna convenirne.

Ora, mentre il giorno declina, le sue due note che ritornano in ogni

pausa di cannonate hanno preso un'inflessione di malinconia. Non

schernisce più gli Austriaci per i colpi mancati; piange i nostri

che sono morti mentre lui cantava senza guardare e noi guardavamo

senza vedere. Nè lui nè noi, in fin dei conti, abbiamo capito bene di

assistere a una battaglia.

Selvaggina fortunata.

Un'idea che devono essersi fatta della guerra gli uccelli del Collio

può essere anche questa: che la guerra è per gli uccelli un periodo di

pace. Si tira dappertutto ma nessuno tira a loro.

La legge che vieta la caccia in tutta la zona di guerra men che meno è

violabile in presenza del nemico. Gli Austriaci non devono dire che li

scambiamo per lepri: le lepri qualche volta escono dai loro covi; gli

Austriaci no: per prenderli bisogna entrare nelle loro tane.

Tuttavia si può ammettere che qualche volta il divieto possa essere

stato violato. Il divieto è mosso sopra tutto dall'intento di evitare

i colpi d'arma da fuoco che possono far nascere inutili confusioni.

Ma i lacci e le panie sono silenziosi. Così, in gran silenzio,

qualche polenta sarà stata mangiata con il suo classico complemento

di uccelletti; qualche lepre, come in pace, può essere morta anche in

guerra in salmì. In tale occasione un ufficiale giustamente scrupoloso

rimproverò il cuoco e rammentò che lepri era proibito ammazzarne; i

commensali convennero con lui, ma gli fecero notare che non lo avevano

invitato ad ammazzarla, ma soltanto a mangiarla.

Il fatto è che, in grazia a quel divieto, nonostante le possibili

eccezioni, le lepri hanno prosperato e si sono moltiplicate tra le

file, si può dire, dei combattenti. Il Collio del resto non ne era mai

povero: quasi tutto il terreno che noi battiamo era anche prima terreno

di bandita: c'erano vivai di selvaggina appositamente curati. Ma ora,

come nei tempi idillici in cui l'uomo viveva in pace con gli altri

animali e gli altri animali tra loro, le lepri si sentono anche meno

insidiate ed escono con audacia nuova dai loro nascondigli.

Un antico scrittore greco assicurava che, nelle notti di luna, le

lepri, ammaliate da quella luce, uscivano nelle radure del bosco e

danzavano: chi sa che le Fate e le Ninfe, di cui la fantasia antica

sognò le farandole notturne sotto le querci, non fossero in realtà

delle lepri? Certo è che oggi le lepri appariscono veramente a ballare

davanti i fari delle automobili. Nel cono di luce mobile che esplora

le strade della guerra balza improvvisa una figurina animalesca;

somiglia a una di quelle ombre animate che si proiettano con un giuoco

delle dita sul muro. Corre a capriole spaventate e ridicole davanti

alla macchina, ma pare non possa più uscire dal fascio di luce che

l'attrae: è una lepre che ha come un'anima di falena. Si aumenta di

velocità: la ruota davanti sta per investirla; un'ultima capriola e il

burattino animale sparisce nel buio.

Ma anche di giorno l'automobilista, se è anche cacciatore, vede volare

molte ragioni di desiderio e di rimpianto: accanto alle siepi gli

frullano i cotorni, gli tagliano la strada i voli delle gazze bianche e

nere. L'uccellame minuto saltella e garrisce in tutti i boschetti: al

tramonto gli stornelli empiono di ilari strida i platani sulle piazzole

dei villaggi. A principio dell'autunno passano in alto le falangi delle

oche selvatiche.

Gli animali alla guerra · 第 3 / 5 段