E Buby, che era rimasto in disparte, silenzioso, corse al padrone e si

mise al passo con lui, serio, su e giù per il giardino vuoto, mentre il

cannone rombava ancora nel buio. Capii come un cane possa ricevere dopo

la battaglia le confidenze che un generale non può fare a nessuno, in

silenzio, confidenze che dette ad alta voce sarebbero debolezze.

Così ci confidiamo con voi, ragazzi, noi babbi, che certi giorni--i

giorni neri di tutte le vite--vi chiamiamo per non dirvi nulla, ma vi

guardiamo negli occhi in un certo modo che anche voi ve ne accorgete. E

diventate seri, perchè avete capito che vi si è detto qualche cosa di

segreto e di doloroso che non si oserebbe dire ad alta voce nemmeno a

noi stessi.

I gatti che non ci sono.

Gatti in zona di operazioni non ne ho trovati, o appena qualcuno e così

brutto che non meritava il nome dell'animale cattivello, se volete, ma

elegante che si chiama gatto.

Voi sapete che io ai gatti voglio bene e posso assicurarvi che anche

i gatti vogliono bene a me: stiamo volentieri insieme perchè non ci

diamo noia a vicenda. Io scrivo e il gatto sonnecchia, tutti e due in

silenzio: non si sente che lo scricchiolio della penna e il brontolio

leggero delle sue fusa; in quel ronzio sottile tutti e due tessiamo

qualche cosa che ci diverte. Animali nati per la pace e per il

raccoglimento, tanto io quanto il gatto. Sono stati i Tedeschi che ci

hanno costretti a far la guerra per difenderci.

Credeva di essere il mastino del mondo il Tedesco e con una zampata

schiacciarci tutti noi, poveri gatti di occidente. Non sapeva che

il gatto, tanto più piccolo e più debole in apparenza, in realtà è

forte quanto lui e più elastico; sembra che non possa svegliarsi dai

cuscini dove impigrisce se non per scappare, e invece in un baleno,

con un guizzo, è in posizione di battaglia; arcate le reni, non soffia

soltanto, ma sgraffia, assalta, ed è il mastino che da ultimo deve

scappare nel suo covile col muso sanguinante.

Sta il fatto però che i gatti mancano in zona di operazioni: e la loro

assenza mi pareva accrescere quel vuoto di molte cose che dà un'aria

lugubre alla guerra anche quando la battaglia non imperversa. Assenza

inconciliabile con l'opinione comune che il gatto rimanga nelle case

anche quando il padrone le abbandona. Come mai, se il cane era rimasto,

il gatto se n'era andato?

Mettiamo che di gatti in territorio austriaco non ce ne siano stati mai

molti. È una bestia che ai governi polizieschi non deve piacere, perchè

ha l'abitudine di pensare e di fare come pare a lui, senza chiedere

il permesso alle autorità. Non adula un padrone che non merita nulla,

come qualche volta fa, per troppo buon cuore, il cane. L'imperatore

d'Austria ha trattato sempre come cani i suoi sudditi: ha preteso che

benedicessero le sue bastonate e che si chiamassero fedelissimi. È lui

che deve avere inventato la leggenda dell'infedeltà del gatto, perchè

il gatto italiano era indipendente.

Perchè dunque il gatto non si trova a combattere anche lui la grande

guerra d'indipendenza? Che si sia imboscato per viltà? Non lo posso

ammettere. Troppe prove di coraggio ha dato in ogni occasione, troppo

disprezzo ha del nemico, per grande e grosso che esso sia.

Non c'è che una spiegazione, pur troppo, all'assenza misteriosa. Che

il gatto in Austria abbia cessato di esistere ancora prima che noi

andassimo a liberare le nostre provincie. Gli Austriaci ci chiamano

_Katzelmacher_, ma loro sono _Katzelfresser_--divoratori di gatti.

Ho assunte informazioni sul posto e ho saputo, pur troppo, di molti

casi in cui, mancando ogni altro genere di carne, della povera gente

ha dovuto mangiarsi il proprio gatto. Spero che se lo siano mangiato

piangendo, ma se lo sono mangiato. Sono gli orrori della guerra.

Una volta nel Friuli austriaco il governo giallo e nero faceva credere

che sotto di lui si stava bene mentre sotto l'Italia si stava male.

Guardate--diceva--i vostri vicini di là del Judrio, friulani come

voi, ma italiani: loro non mangiano che polenta asciutta, mentre voi

mangiate i nostri buoni stufatini austriaci ben unti di sego! Loro si

vestono, come povera gente, di panni paesani tagliati alla meglio,

mentre voi vi vestite come signori con i vestiti fatti che noi vi

mandiamo da Vienna. Loro non parlano che italiano, mentre a voi vi

insegnano anche a parlar _per_ tedesco. Loro sono poveri e rozzi,

mentre voi siete ricchi e istruiti.

Discorsi simili devono essersi fatti anche tra i gatti d'oltre confine

e i gatti di qua del confine quando si incontravano, nelle belle notti

di gennaio, sul ponte di Visinale. Perchè c'erano dei gatti ingenui che

alle frottole dei loro padroni ci credevano.

Ma che trionfo oggi, per i gatti del Friuli italiano, che son rimasti

tutti vivi e sonnecchiano gustosamente al calduccino delle cucine con

l'antico cammino in mezzo, mentre al di là del confine, intorno ai

focolai economici, alla tedesca, si aggirano gli spettri dei poveri

gatti che vi sono stati arrostiti col _Kunerol_!

Se vedeste come è tranquilla la vita al di qua del confine, nelle

buone osterie patriarcali di Manzano, di Corno di Rosazzo e di Oleis,

a pochi passi dalla guerra ma al sicuro. Fumano le granate austriache

sul Corada; dal Carso viene un brontolio di temporale che non smette

mai; di notte l'orizzonte si accende di luci misteriose, di meteore

bianche. È la guerra, sì; tremano le finestre agli spari delle nostre

artiglierie; anche qui sono molti soldati, venuti dal fronte, in

riposo: e codesti soldati raccontano quel che succede laggiù, cose

terribili e grandi; ma le raccontano tranquilli, come se tutto fosse

finito e queste fossero le loro case e intorno a questi focolari

sedessero le loro famiglie. E cantano le canzoni dei paesi lontani, e

motteggiano in dialetti che nessuno aveva mai sentiti da queste parti.

I paesani di Corno, di Manzano, di Oleis, pensano con un brivido a

quello che sarebbe toccato a loro se, invece di fare noi la guerra

all'Austria, avessimo aspettato che l'Austria ci attaccasse invadendo

tutto questo verde piano che non si difende, se non arriviamo noi, una

volta per sempre, anche da questa parte, a prender tutte le cime dei

monti.

Anche i gatti che sonnecchiano nell'osteria di Corno di Rosazzo, mentre

l'ostessa e le sue figliuole mescono ai soldati il vino bianco del

paese, devono pensare a qualche cosa di simile nella loro tranquillità

egoistica.

Egoistica sì: il difetto del gatto, che pure è un animale coraggioso,

è questo: di non combattere se non è disturbato, proprio lui, proprio

nella sua casa. Il suo egoismo è un po' gretto. Non è capace di slanci

nemmeno per i gatti fratelli che sono in pericolo. I gatti friulani,

che stanno bene al di qua del ponte di Visinale, aspettano, per

passarlo, che la guerra sia finita e che gli Austriaci sieno ricacciati

molto indietro, oltre i monti che si vedono più lontani. Sono come

certi filosofi che, quando è scoppiata la guerra, hanno detto:

--Che me ne importa? I Tedeschi non verranno mica fino nel mio studio

dove io faccio in pace le fusa sui miei libri! Vinca chi vuole: io la

guerra non la faccio....

Quei filosofi meriterebbero di far la fine dei gatti di Val d'Isonzo:

in padella.

Quando la gatta non è in paese.

Spariti i gatti, la guerra è divenuta l'orgia dei topi.

Formicolano nelle case abbandonate, fanno i loro comodi, da padroni,

anche nelle case abitate. Topini inquieti e vivaci che potrebbero

passare anche per animali graziosi se non avessero quella lurida coda

da rettile; sorcioni figli della fogna, immondi. Banchettano, al

crepuscolo, dei detriti abbondanti che la guerra lascia dietro di sè,

gavazzano la notte per le cantine e nei solai, in turpi scorribande.

Bestie sotterranee, portano alla luce i tristi misteri che la luce non

dovrebbe mai vedere. Addentano di tutto, vivono della putrefazione.

Tutto è fogna per essi; i resti più santi che noi copriamo, anche in

guerra, perchè un giorno qualcuno verrà a piangere sulla croce che

ne segna l'ultimo riposo, sono minacciati dalla loro laida voracità.

Quando si sentono forti delle loro masse schifose, mordono anche

gli addormentati, come fossero morti. Scivolano per le trincee come

fossero state scavate per la loro vita di cloaca. Tutta questa guerra

sotterranea con i cunicoli, con i camminamenti, con le gallerie, che

hanno inventata i Tedeschi e che noi dobbiamo accettare per vincerli

con i loro mezzi, pare fatta ad intenzione dei sorci delle chiaviche.

I Tedeschi diranno che a ispirargliela è stato il castoro, perchè

guerra di insidie, nascosto, la fa anche il castoro, e proprio, come

sapeva Dante, «fra li Tedeschi lurchi». Ma anche il sorcio di fogna

c'entra per qualche cosa. Se non altro perchè è animale più compaesano

dei nostri nemici che nostro.

Noi non abbiamo nemmeno un nome preciso per designarlo: i Veneti le

chiamano «pantegàne», ma in Toscana le dicono talpe, come quelle altre,

anche sotterranee, ma tanto più pulite, le brave compagne del contadino

nel liberare dai vermi le radici delle piante: è chiaro che i Toscani

le hanno conosciute tardi e, forse per eufemismo, le hanno identificate

a una bestia decente. Si sa infatti che la prima grande invasione dei

sorci in Italia seguì quella degli Unni. Da queste parti, come è noto,

si affacciarono nel quinto secolo di Cristo i brutti Mongoli dalla

faccia cagnazza, scendendo qui per la solita strada dei barbari, da

queste Alpi Giulie che si devono riprendere tutte. C'è giù, nel piano,

Aquileia che dalle sue rovine illustri ripete al mondo il ricordo

di quelle devastazioni antiche. Di qui sono passati anche i sorci

di fogna. E quelli che ora infestano il terreno della nostra guerra

sono i loro degni discendenti, come là sul Carso quelli che tentano

di impedirci la strada di Trieste sono i discendenti degli Unni: gli

Ungheresi. Faremo pulizia per sempre degli uni e degli altri.

Quanto ai minori topi, che, se vi fa piacere, possiamo per ora

sopportare in piccola quantità, provvederanno, a guerra finita, i

nostri gatti. Perchè, anche pochi, sono insopportabili.

Un inglese in India trovò una volta un monaco, naturalmente indiano,

che viveva in una capanna tutta nera di topi; e monaco e topi si

facevano, pare, buona compagnia. L'inglese manifestò la sua meraviglia

chiedendo:

--Perchè non li ammazzate?

A cui il sant'uomo rispose:

--E perchè voi li ammazzate?

Bella risposta in bocca a un santo indiano. I nostri santi però possono

aver fatto vita comune con i cani, con i leoni, anche col porco; ma con

i topi no. Anzi furono proprio i monaci che portarono dall'Egitto in

Italia molti gatti per distruggere i topi e i sorci. Così sia.

Perchè non tutti gli uomini hanno l'abilità che aveva il mio

attendente, di acchiappare i topi con le mani. Sicuro, Rinaldo è stato

capace di afferrare qualcuno di quei scivolanti roditori. È vero che

il topo si sentiva così sicuro del fatto suo che veniva a riposare

comodamente sul mio letto e guardava intorno con un certo luccichìo di

prepotenza negli occhietti. Rinaldo lo afferrò con una manata sicura

che fece fare alla bestiolina uno strillettino. Era troppo tardi per

dirgli: fa' a modo.

Ho sulla coscienza la morte di un topo che forse non aveva altra colpa

che quella di voler vivere anche lui. Ma la guerra, anche la più umana,

questo diritto non lo riconosce. E per questo dobbiamo sconfiggere

l'Austria e la Germania, che hanno ucciso la pace del mondo.

Fastidi.

Un personaggio di Shakespeare era così sensibile che, una volta, ad

un banchetto, fece una scenata a suo fratello perchè questi aveva

ammazzata una mosca. Il fratello si scusava:

--Ma, signore, non ho ammazzato che una mosca.

E l'altro, sempre più irritato, a brontolare:

--Ma se codesta mosca aveva un padre e una madre? Povero insetto

innocente, che con la sua ronzante melodia era venuto qui a tenervi

allegri; e tu lo hai ammazzato!

Il personaggio di Shakespeare aveva in quel momento le sue buone

ragioni per dire delle stranezze. La mosca andrebbe sempre ammazzata,

se anche ad ammazzarla non facesse schifo. È una sozza bestia: quando

gli uomini hanno voluto dare al diavolo un brutto nome lo hanno

chiamato Belzebù, che s'interpreta re delle mosche. Prospera nella

sporcizia peggio del topo: in guerra, si accompagna alle sue più

tristi, inevitabili brutture. E contro la mosca non servono i moschetti.

D'estate è un nemico che l'esercito non riesce a scacciare dalle

proprie file; la petulanza è più forte della forza. Per essa non

esistono trincee nè reticolati: se l'avversario ha nei suoi ospedali il

tifo, l'enterite, il colèra, la mosca si affretta a trasportarli nelle

nostre file. E allora la guerra diviene veramente il più orribile

sogno che l'uomo possa sognare a occhi aperti. Si rompe il quarto

sigillo dell'Apocalisse e il cavallo giallastro corre la terra.

Perchè il ferito, per quanto soffra, ha sempre nel suo aspetto qualche

cosa di sano: la sua giovinezza è una speranza contro le ferite più

laceranti; promette di risarcire i tagli più profondi, gli strappi

più crudeli: il male è visibile, è dal di fuori. Ma il malato di

male epidemico è dentro che si sta decomponendo: la disgregazione

dei visceri si manifesta nel lividore della pelle, nel dimagrimento

che lo sfigura peggio che uno squarcio di granata. Se lo vedesse

all'improvviso così, affondato nella branda del lazzaretto, forse sua

madre stessa esiterebbe a dargli un bacio.

Fortunatamente il più delle volte guarisce anche lui. Qualche volta

la Natura si vergogna di uccidere un soldato così, a tradimento. Ma

le mosche continuano a ronzargli intorno come desiderose di potere

da lui infettare un altro. La profilassi, che riesce ad arrestare la

propagazione del morbo, vincerebbe più presto, se potesse fermare i

voli infausti delle mosche.

In un ospedale da campo ho visto un piantone che non faceva che una

cosa: con un fascio di foglie scacciava le mosche ronzanti intorno al

compagno ferito. Quel gesto umile, lento, ma continuo quanto il sole

nella giornata di luglio, pareva anche un gesto eroico; perchè era

materno. Il ferito aveva alta la febbre e gli luccicavano gli occhi: ma

anche per qualche raggio di gratitudine.

Quando, non ostante tutto, il morbo è scoppiato, si impone la pulizia,

la cura del cibò che si mangia. Con qualche precauzione si può vivere

in un luogo ammorbato senza nemmeno accorgersi che c'è il morbo. Ma ci

si meraviglia che questo non sia anche più violento, a osservare la

indifferenza di molta gente--che pure ha una gran paura di morir di

colèra--verso le più facili precauzioni dell'igiene: nella loro tenace

ignoranza costoro si ostinano a pensare che anche la malattia sia, come

la ferita, questione di caso.

I medici militari hanno da combattere, più che con i malati, con i

sani che possono ammalarsi. Meno male che i consigli igienici--che

in pace non sono che consigli--in guerra diventano ordini: dieci

giorni di prigione, con due ore di ferri al giorno, ad un soldato,

per trascurata pulizia di un accampamento, possono salvare un reparto

dal morbo minacciante. La disciplina aiuta l'arte medica a fermare la

pestilenza, anche se non può fermare i nuvoli delle mosche sciamanti da

un lazzaretto a una cucina.

Bella cosa però se Noè nella sua arca non avesse lasciato riemergere

dal mondo sommerso anche la stirpe delle mosche, dei mosconi e delle

zanzare!

E nemmeno, naturalmente, di altri insetti anche più piccoli e anche più

laidi. Ma evidentemente tra le punizioni dell'uomo era stabilita anche

quella di grattarsi: e in guerra più che in pace.

La scomparsa dei parassiti segnerà un momento solenne della civiltà

umana. Un mio amico, straniero, che conosce l'Italia da molti anni, mi

assicurava di aver avuto una prova della civiltà cresciuta nel nostro

paese dal fatto che ora, nelle nostre città, si passeggia anche tra

la folla senza riportarne a casa, in qualche piega della biancheria,

qualche piccolo saltatore nero. In compenso io gli ho raccontato che di

un altro insetto, notturno succhiatore di sangue, non avevo mai fatto

esperienza nel meno lindo dei nostri villaggi, e non la avrei forse

mai fatta, prima di passare un estate in Austria. Negli interstizi del

legname che abbonda nella camera austriaca il caldo incuba le colonie

dell'odioso parassita. Il nostro soldato, che sapeva di accantonarsi

in territorio di costume austriaco, ha fatto bene a provvedersi di una

piccola arma da caricarsi a polvere insetticida.

Sono questi i mali segreti e ingloriosi della guerra. Ma ci sono; e ne

parlano senza vergogna, tornando dalle trincee, ufficiali che in pace

erano lindi come tulipani all'alba. Perchè in trincea tutto è a comune

tra l'ufficiale e il soldato: il valore, l'onore, la pazienza, ma,

purtroppo, quando ce ne sono, anche gli insetti che non ho nominati.

Contro i quali tuttavia può anche la disciplina. Sicuro; un ordine

opportuno e ben obbedito aiuta a vincere anche battaglie di questo

genere. In guerra si vede perchè ai soldati si limiti la libertà di

tenere barba e capelli a propria fantasia: teste rase e faccie quanto

meno barbute, tanto meglio.

Il mio generale, che sa l'arte di vincere perchè sa quella di

comandare, non credeva indegno del suo alto ufficio occuparsi di

queste faccenduole. Quando trovava un soldato troppo trasandato

nell'uniforme e con i capelli lunghi, si fermava e lo fermava:

lo fissava e gli chiedeva il nome. Quel soldato, ritornando

all'accampamento, era sicuro di trovarsi preparata una punizione

d'ordine di S. E. in persona.

Un generale, con i suoi soldati, qualche volta deve fare come la mamma

che mette in castigo il suo ragazzo perchè la mattina gli è parso

fatica lavarsi il collo.

I soldati sono spesso dei ragazzi che, a lasciarli fare, si fa il loro

male. E cocciutelli alle volte, proprio come ragazzi. Quanto c'è voluto

a un nostro bravo bersagliere--buono, del resto, come una pasta--per

fargli tagliare un ciuffetto nero che il cappello portato di banda,

proprio alla bersagliera, gli lasciava in mostra. Ci teneva a quei

capelli, perchè, diceva, erano capelli «di mamma sua». Ma in guerra si

devono sacrificare le cose più care.

E un altro soldatino fu anche più cocciuto per un suo bel pizzo

castagno. Venne l'ordine a tutto il reggimento di rader pizzi e barbe.

A rigor di termini i regolamenti permettono al soldato di portare un

pizzo contenuto in certi limiti. Ma il colonnello di quel reggimento

partiva dal principio radicale che dove non c'è più bosco le bestie

feroci non fanno più il covo; perciò via tutto il bosco: e ordinò ai

suoi soldati rasatura completa del mento oltre che della testa.

Ma il soldatino ne fece una questione d'onore. Forse in qualche libro

aveva letto che il pizzo lo si è chiamato anche «onor del mento». E

protestò:

--Il pizzo non me lo levo. Piuttosto mi faccio fucilare.

Una risposta di questo genere si chiama un rifiuto di obbedienza:

mancanza che si punisce sempre, e in guerra più severamente. Così fu

che per la sua rispostaccia il soldato fu mandato al Tribunale di

guerra; una faccenda seria. Naturalmente a nessuno dei giudici passò

per la mente che fosse il caso di condannarlo alla fucilazione: ma due

anni di reclusione non glieli poterono risparmiare.

Sappiate però, per vostro conforto, che i due anni di pena li sconterà,

caso mai, a guerra finita; e allora, se si sarà portato bene, nel pizzo

e nel resto, avrà la grazia: dopo di che, in pace e da borghese potrà

togliersi il gusto di portare in pace, la barba lunga, se gli verrà,

fino ai piedi.

Voi mi direte che i cavalieri di Carlo Magno, barbuti, erano eroi,

quantunque le ricerche storiche che si potrebbero fare in quelle barbe

non sarebbero senza resultato: ma i legionari romani, rasati e glabri,

vinsero i Teutoni e i Cimbri dalle barbacce rosse.

«Italia detta dai giovenchi....»

Si vuole che l'origine del nostro nome, Italia, sia proprio questo:

paese dei vitelli. Il nome, un tempo, tremila anni fa, designò quella

estrema penisola della penisola che i naviganti dell'Oriente greco

e fenicio incontravano prima venendo a noi, la Calabria d'oggi:

poi il nome salì per tutta la grande penisola, valicò l'Appennino

con i Romani; a tempo di Giulio Cesare e di Augusto comprese anche

questa provincia che stiamo riconquistando zolla per zolla, su su,

oltre quella gran terrazza di monti che vedete sopra Gorizia, fino a

quell'ultima altura che scende a taglio netto, come uno scalino: Monte

Re. Era, tutta questa, la decima regione dell'Italia romana.

L'Italia, detta dai giovenchi, è qui....

Il verso virgiliano del nostro caro e grande Giovanni Pascoli--come

sarebbe contento oggi il grande Pascoli d'essere ancora vivo a

vedere, a sperare, anche a soffrire!--mi ronza negli orecchi mentre

l'automobile si è dovuta fermare sul ponte del Visinale. Il ponte

dell'antico confine, sul Judrio, è stretto, e i lunghi traini pesanti

debbono passarlo un po' per volta per non stancarlo troppo. Anche

l'automobile questa volta si è dovuta fermare--in fila con i carri, le

prolunghe, i _camions_, i cannoni--all'imbocco del ponte, perchè lo sta

passando una processione di buoi.

Sono tanti e tanti: fin dallo svolto della strada, in ordine con i

soldati. Vien fatto di immaginare che anche al di là, oltre quella

piccola altura da cui sbucano, tutta la pianura friulana ne formicoli:

l'Italia ha richiamati tutti i suoi buoi da tutti i suoi campi; ne

ha formato un placido esercito che si muove con l'altro esercito di

uomini e di ferro. Chi sa che qualcuno di questi fantaccini, che fino

a ieri erano contadini, non riconosca il suo vitello tra le centinaia

e centinaia che se ne concentrano nei parchi. Sono contadini anche

i soldati che guidano i drappelli bovini, i _bovars_, territoriali

anziani, di questa provincia di Udine che così fortemente sostiene i

suoi doveri di Provincia di confine, oggi tutta cinta dal fragore della

guerra. I _bovars_, alti e ossuti, nei loro cappottoni turchini, sono

rimasti dei guidatori di armenti vestiti da soldato: non hanno cambiato

mestiere; soltanto invece che ai mercati li avviano direttamente ai

macelli da campo; dietro le truppe operanti. Tranquilli e pazienti oggi

alla guerra, come ieri ai mercati. L'aereoplano austriaco può volare

sopra di loro curioso e minaccioso. Essi nemmeno alzano gli occhi a

cercarlo in cielo, tra i fiocchi bianchi dei nostri _shrapnells_ che ne

segnano la rotta.

Placidi _bovars_ e placidi bovi. Voi direte che è per indifferenza: che

il bue non ha paura perchè non sa, non indovina che cos'è la morte fin

tanto che non è morto. E che in fin dei conti il suo destino di finire

spezzettato e cotto è il medesimo in pace o in guerra.

Io ho un'opinione migliore del bue. Mi pare impossibile che, stando

sempre con l'uomo, a lavorare con lui, non abbia capito qualche cosa

di quello che succede. Quando dalla sua stalla ha visto partire i

figliuoli maggiori di casa, tutti insieme, e i rimasti li ha veduti

guardarsi fra loro, così seri, deve avere indovinato che qualche cosa

di nuovo stava succedendo nel podere, in tutti i poderi della fattoria.

E quando son venuti a tirar fuori dalla stalla anche lui e lo hanno

portato alla stazione, dove c'erano altri buoi e altri contadini, deve

aver cominciato a capire che il nuovo era anche grande, per gli uomini

e per i loro animali.

Poi c'era stato il lungo, lento viaggio in treno--buoi, cavalli,

soldati: per la strada, all'incontro con altri treni, quando i soldati

si salutavano vociando, anche ad essi veniva fatto di muggire con i

musi sporgenti dalle aperture di quella stalla stretta e bassa che si

moveva. Così fino al confine, quanti incontri con buoi sconosciuti, ma

che dovevano trovarsi lì tutti per la stessa ragione! I grandi buoi

candidi della Val di Chiana, i potenti cornuti del Senese guardavano

con curiosità i più piccoli compagni rossastri del Piemonte; le razze

romagnole scoprivano per la prima volta le razze friulane. Anche nei

duri crani bovini deve essere entrata un'idea nuova, più vasta, della

loro specie: di essere molti, assai più di quanti potevano figurarsi

mentre erano vissuti nelle loro stalle disperse; e differenti tra loro,

ma, così differenti, simili, fratelli.

Che non sien proprio capaci i buoi di sentire l'orgoglio di esser

tanti, e tutti buoi d'Italia?

L'Italia, detta dai giovenchi, è qui....

Gli animali alla guerra · 第 2 / 5 段