Dopo la guerra bisognerà restituirlo agli Austriaci, che se

Gli animali alla guerra.

DEL MEDESIMO AUTORE:

_Paesaggi e spiriti di confine_ L. 1--

_Carlo Goldoni--la sua vita, le sue opere_ 2--

GIULIO CAPRIN

GLI ANIMALI

ALLA GUERRA

MILANO

1916.

PROPRIETÀ LETTERARIA

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono

riservati per tutti i paesi, compresa la Svezia,

la Norvegia e l'Olanda_

Copyright by Fratelli Treves, 1916.

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera

che non porti il timbro della Società Italiana degli Autori.

Milano, Tip. Treves.

_A Doletta,

per quando sarà più grande._

_PREMESSA._

_È stato pensato per i giovani questo libretto, scritto durante una

pausa di guerra. La guerra riconduce alla Natura: dove essa fa il

vuoto della vita consueta, riappaiono sul primo piano elementi che

la pace nasconde: anche gli animali. Non è necessario aver l'anima

francescana per sentirseli più vicini, in guerra. Dove e quando, anche

per l'uomo, cessa l'illusione che la vita sia ordinariamente sicura,

si intendono meglio queste altre creature che sempre, anche in pace,

vivono in pericolo di morire; si intuisce meglio la loro natura che

opera dominata da questo presupposto continuo: la morte. Così a noi

tutti, la morte, che oggi circola tra i vivi, più tra i più vivi--i più

giovani--insegni il senso secreto della vita!_

_Gli «Animali alla guerra» per ciò che possono anche dire dell'animale

umano, e della sua anima in guerra, sono un libro di occasione; perciò

di passione. I giudizi sul nemico non possono esservi che semplici e

duri. L'odio non è meno umano della carità che tende a distruggerlo.

Noi amiamo il nostro odio contro l'Austria e contro il germanesimo,

perchè oggi è l'arme più schietta di cui si arma la nostra giustizia.

È un odio con gli occhi aperti il nostro, e vede tutto ciò che deve

vedere. Così odiano i nostri soldati, che combattono fortissimi ma non

crudeli. Come combattono le creature secondo Natura, per la divina

Necessità, che è non dell'individuo ma della specie, non del cittadino

ma della Patria. Necessità di vincere, in qualunque modo, per quanto

debba essere il tempo, e l'odio, che ancora ci vuole._

Primavera del 1916.

Austriaco.... austriaco.... tedesco.

Se ci sono animali alla guerra? E mica soltanto quelli che ci vanno con

i soldati, soldati essi stessi: i cavalli delle armi a cavallo, i muli

delle batterie da montagna e someggiate. Ce ne sono anche tanti altri,

grossi e piccini, che ci si trovano senza volerlo, povere bestie. E ci

rimangono.

I nostri soldati ispirano anche a loro fiducia. Giurerei che qualunque

gallina dei paesi irredenti preferisce esser mangiata da un nostro

bersagliere invece che dover far le uova per un ufficiale dei

gendarmi--peuh!--austriaci.

Ho sentito una volta due maiali che si litigavano un fondo di marmitta

trovato in un campo dov'erano passate le cucine di un reggimento.

Il maiale, che pretendeva mangiarseli tutti da solo quei ghiotti

rimasugli, grugniva a quell'altro:

--Screanzato.

E l'altro di rimando:

--Austriaco.

--Prepotente.

--Austriaco.

--Ladro.

--Austriaco.

--Porco.

A sentirsi dare anche del porco--forse perchè aveva capito: turco--il

maiale austriaco perse il lume dagli occhi e strillò:

--Tedesco.

Quello, a sentirsi dire: tedesco, rimase così male che rinunciò,

sdegnoso, anche alla sua parte di broda: segno evidente che tedesco non

era.

In genere dunque, per quel che ho potuto veder io, gli animali alla

guerra si portano bene.

Cavalli senza cavalleria.

E prima di tutto i cavalli.

Nel sangue equino c'è sempre tanto dell'antica tradizione guerriera

che i più pacifici e borghesi animali, portati fra i combattenti, si

trovano subito a posto. Tra i cavalli che tirano i cannoni e i cassoni

dei proiettili ce ne son di quelli che, prima, non avevano tirato che

calessi e _landaux_. Ora non si distinguono più da quegli altri che,

da puledri in su, sono stati sempre effettivi in artiglieria. Meno

induriti agli sforzi, qualche volta non reggono quanto i loro compagni

di pariglia; si capisce che soffrono; ma non si fermano: cadrebbero

prima sfiniti sotto la bardatura se i soldati non se ne avvedessero.

Devon pensare anche loro che val meglio morire tutti in una volta,

giovani, che un po' per giorno invecchiando attaccati a una vettura di

piazza.

Naturalmente non tutti i cavalli della guerra bisogna immaginarseli

come quelli dei monumenti equestri: questi sono cavalli in posa. Ce

ne sono anche dei meno belli; anche dei veri «brocchi». Se non altri,

tutti i cavalli di umilissimo lignaggio che, prima di essere requisiti,

tiravano il barroccio e che anche in guerra continuano nel loro

mestiere plebeo: i cavalli del treno ausiliario.

Il treno ausiliario sarebbe l'insieme dei carri per i trasporti che si

fanno senza tanta fretta e senza tanti _camions_. Specialmente sul

far della notte, voi incontrate di queste lunghe file di carri che

s'avviano al passo per le strade fangose e buie: sono barrocci toscani,

curricoli siciliani, sciarrabà romani che servon benone a portar

materiali meno delicati, come sarebbero traversine di ferro e legname

per trincea, ghiaia, cementi, sacchi.

Sui timoni dei carri si leggono ancora i nomi dei proprietari borghesi

che li possedevano e dei paesi dove lavoravano in pace. Anche i

conducenti hanno un aspetto pacifico: sono soldati territoriali,

baffuti e barbuti, infagottati nei vecchi cappotti turchini,

ciondolanti e con la pipa in bocca: ma serii e rispettosi. Il loro

servizio è di quelli modesti per cui c'è poca probabilità di esser

messi all'ordine del giorno, ma utile non vi so dir quanto.

Io li ho sempre ammirati questi oscuri collaboratori della vittoria,

cavalli, carri e carrettieri. Tutte le notti, piova o tiri vento, a

far quella tetra passeggiata per vie piene di buche e di sospetti, a

incrostarsi di fango o a soffocare di polvere; e senza lamentele e

senza invidia per le superbe automobili dei Comandi, per le autovetture

fragorose e petulanti a cui devono ogni momento dare il passo.

Virtù di pazienza e di disciplina: andare al buio, senza domandare

agli occhi se hanno troppo sonno o alle spalle se ci si è fermata

sopra troppa acqua. E senza nemmeno la consolazione dei bubboli, che,

scampanellando, fanno parer meno lunga la strada. In guerra non si

ammettono rumori superflui. I poeti, che hanno cantato gli illustri

cavalli di combattimento, dovrebbero ricordarsi anche degli oscuri

cavalli del treno ausiliario, e dei territoriali, solidi e tranquilli,

che li conducono.

Piacerebbero anche oggi ai cavalli gli squilli di tromba, le fanfare

che rinfrancano il cuore quando non ne può più. Bisogna che ne facciano

a meno. I comandi sono dati sotto voce: il soldato deve parlare quasi

nell'orecchio del suo animale. Ma questi obbedisce lo stesso e non si

vergogna che gli sia toccato quel mestiere senza splendore di facchino

notturno.

Ognuno al suo posto ha le sue soddisfazioni. I cavalli che hanno avuto

la fortuna di essere aggregati ai Comandi hanno lo zucchero che gli

ufficiali intascano alla mensa apposta per loro. C'era un tenente che

prendeva il suo caffè senza zucchero--naturalmente perchè diceva di

preferirlo amaro--per offrirne qualche zollina di più al suo irlandese.

Ma anche i cavalli di truppa, anche i cavalli di poco prezzo del

treno ausiliario, buscano dai loro padroni qualche supplemento di

ghiottoneria al rancio di fieno e di biada che passa il Governo: sarà

un rosìcchiolo di pane, sarà una semola che il conducente è riuscito a

procurarsi non si sa come, ma, zucchero o crosta di pane, c'è il buon

cuore, e l'amicizia si rinsalda tra l'uomo e l'animale.

Il cavallo che fatica nel treno si sente orgoglioso quanto il cavallo

di lusso che ha poco da fare nel drappello di riserva dei Comandi. E,

quando l'incontra, quasi quasi gli viene la tentazione di cantargliela:

--Bello mio, tu non sei che un imboscato.

Ma l'altro può rispondergli:

--Pensa quel che ti pare. Ma l'altra notte, che una granata è cascata

proprio sulla scuderia, nessuno di noi ha avuto paura. Non abbiamo

scalciato nè abbiamo rotte le cavezze per scappare. In guerra fa il suo

dovere chiunque rimane al posto assegnatogli. Siamo bestie subordinate

noi, e guarda di esserlo anche tu.

Ma in fondo al cuore anche il cavallo del Comando, che oggi non ha

occasione di essere adoperato, rimpiange la guerra di suo nonno e

di suo bisnonno, che il Generale montava nei giorni di battaglia; e

poteva inebriarsi anche lui galoppando sotto il fuoco, all'aperto, nel

pericolo, ma anche nel sole della gloria.

Sui primi giorni della nostra guerra all'Austria anche i nostri cavalli

di cavalleria avevano cominciato ad assaggiare un po' di quel giuoco

che esalta e abbellisce la guerra. Intere divisioni di cavalleria erano

pronte. I primi reggimenti correvano già le strade del Friuli d'oltre

confine; verso l'Isonzo: belle galoppate verso i campanili che indicano

la presenza dei borghi e dei villaggi nascosti dal fogliame denso.

Esplorazioni di pattuglie, ricognizioni di squadroni che promettevano

qualche incontro interessante. Si sperava che il nemico avrebbe dato

battaglia nel piano per contenderci il passaggio del fiume. Ma il

nemico si ritirava e i nostri cavalli, invece che i cavalli degli

Usseri, incontravano il fango delle inondazioni, le paludi delle acque

fatte straripare dai canali del basso Isonzo.

Così i cavalli di cavalleria presto dovettero rinunciare alla speranza

di correre in battaglia campale. La guerra si immobilizzava in un

assedio di posizioni trincerate. Non rimanevano in linea che pochi

reggimenti, per i servizi di Corpo d'Armata: i soldati, appiedati

a far le ronde e a guardare i fili dei telegrafi tesi dal Genio; i

cavalli, accantonati un po' qua e un po' là, nei cortili, nei giardini,

anche all'aperto. Vita noiosa di strigliature e di esercizi come in

guarnigione: in più solamente quel brontolio del cannone, a giorni

intermittente, a giorni continuo, qualche _shrapnell_, qualche granata.

Si finì col ritirarli, eccettuato qualche squadrone, dalla zona del

fuoco e rimandarli un po' indietro ad aspettare. E poi, siccome per

tanti soldati e tanti cannoni non c'era quasi spazio, ancora più

indietro, cavalli, cavalleggeri, dragoni e lancieri.

La decadenza della cavalleria era fatalmente segnata. Per vincere

gli Austriaci bisogna batterli con le loro armi, a macchina, facendo

la guerra a distanza come la fanno loro, che ad avere il nemico

troppo vicino non se la sentono. Cavalleria vuoi dire anche cortesia,

generosità; che volete farvene della cavalleria in guerra contro

Austriaci e Tedeschi?

Gli ufficiali e soldati di cavalleria si sono rassegnati a non essere

più di cavalleria pur di combattere. Vanno con le mitragliatrici,

vanno con l'artiglieria; sono andati anche in trincea, a piedi. A

Monfalcone, al principio dell'offensiva di questo maggio, gli Austriaci

si erano sognati di passare, perchè nelle trincee della Rocca e giù

lungo il mare, c'erano, nuovi del mestiere fangoso ed eroico della

fanteria, i cavalleggeri appiedati.

Il vecchio motto dei dragoni di Genova assicura che l'onore del

cavaliere non s'abbassa perchè egli scenda da cavallo:

Soit à pied, soit à cheval,

mon honneur est sans egal.

Se lo possono applicare, oltre i cavalieri, anche i loro cavalli,

i quali, a pensarci bene, anche quando facevano vero servizio di

cavalleria, andavano sempre a piedi.

Cavalli e Guide a cavallo.

Sui primi tempi c'erano con noi anche i cavalli delle Guide a cavallo.

Volontarie le Guide, e perciò anche i loro cavalli, due per uno, che

si portavano da casa. Anche essi si ostinavano a sperare in una guerra

garibaldina, in cui l'esplorazione ardita di pochi valesse a facilitare

un'avanzata impetuosa. Gli sbarramenti di tronchi che gli Austriaci

in ritirata avevan lasciati sulle strade subito dopo il confine si

superavano d'un salto, i ponticelli rotti sui fossati si sostituivano

con un altro salto. E furono giorni belli per i cavalli e cavalieri.

Come si volevan bene i cavalli e le Guide a cavallo! Per amor del suo

cavallo una Guida, che era anche un pittore famoso, è caduto in mano

del nemico.

Andavano in un drappelletto, verso il colle che gli Austriaci hanno

fortificato per difendere i ponti di Gorizia, il Podgora. Non si

sapeva ancora dove precisamente cominciassero i ripari del nemico.

Sotto Gradiscutta i nostri cavalieri furono sorpresi dalle fucilate

che uscivan dal bosco. Il regolamento ordina che le pattuglie in

esplorazione, quando hanno preso contatto col nemico, si ritirino per

segnalarlo.

Ma una schioppettata fece cascare ferito il cavallo dell'illustre

Guida a cavallo. Il terreno era acquitrinoso: si affondava nella

fanghiglia nascosta dall'erba; l'erba; il cavallo ferito non poteva

disincagliarsi. Allora il cavaliere smontò, e, mentre i nemici

imboscati gli tiravano addosso, si sforzava di riportarlo sul terreno

solido. I compagni che si allontanavano lo richiamavano: che lasciasse

il cavallo e venisse via. Ma il cavaliere restò lì ad aiutare il

cavallo finchè una schioppettata ferì anche lui. E allora gli Austriaci

saltaron fuori e lo fecero prigioniero.

Ora di aver fatto prigioniero il nostro cavaliere che è anche un

pittore famoso, gli Austriaci sono molto orgogliosi. Pubblicamente

hanno fatto sapere che lo tengono di conto. Ma uno spione, che facemmo

prigioniero pochi giorni dopo, per dimostrare di non essere un così

tristo spione, raccontò di aver veduto i soldati austriaci che

conducendo prigioniero il cavaliere italiano ferito, lo bastonavano. E

il cavallo? non è inverosimile che se lo siano mangiato.

Ma un'altra volta fu il cavallo a salvare il cavaliere. Anche questa

toccò a una delle nostre Guide a cavallo, un bravo giovane modesto e

pronto a tutto.

Andava, sempre dalle parti del Podgora, cavalcando: felice chi aveva

un cavallo in quei giorni di ottobre e di pioggia, che avevano fatto

di tutte le strade canali di fango. Il Versa, un torrentello che per

il solito è in quel punto un rigagnolo, era gonfio e rapinoso: c'eran

quattro metri d'acqua sporca nel letto incassato tra i colli.

Il ponticello di legno, una paràncola imporrita, appena sentì il peso

del cavallo, si spezzò e cavallo e cavaliere cascarono in acqua.

Il cavaliere si vide perduto. Si vide veramente, perchè non perse

conoscenza di quello che gli succedeva sott'acqua; se la sentiva

entrare nella gola e nei polmoni, fetida di quell'odore di fogna

che hanno i torrenti in piena. Ma rimase con un piede nella staffa,

aggrappato con le mani alla criniera del cavallo che sapeva che specie

di cavallo fosse.

L'animale infatti si comportò come doveva. Cascato a pancia all'aria

in fondo all'acqua, con uno sforzo meraviglioso dell'istinto riuscì

a raddrizzarsi, e senza scuotere da sè il cavaliere aggrappato, con

un'armonia d'intenzioni che gli fa onore, annaspò così bene che si mise

in condizione di poter nuotare lungo il filo della corrente; nuotando

ritornò a galla e con un ultimo sforzo si tirò sulla sponda del

torrente, insieme con il cavaliere zuppo e pieno d'acqua, ma sempre in

sella, salvo. Gli infermieri di un ospedaletto da campo lo scorsero,

gli fecero rigurgitare l'acqua che lo soffocava, gli ravvivarono la

circolazione con una buona sorsata di cognac e lo rimisero in gambe.

Così tutto molle, con un cappotto imprestatogli da un soldato, il

cavaliere volle rimontare subito a cavallo. E quando furon di ritorno,

sporchi come un carro senza parafanghi, mèzzi come affogati, non so

quale dei due fosse più contento.

Gli intendenti lodarono il cavaliere di aver saputo star in sella anche

in quel frangente, facilitando così il salvataggio al cavallo; ma lui,

che era un bravo giovane modesto, non volle riconoscere che il merito

dell'animale.

Con tali legami di cameratismo che stringono il buon cavallo al buon

cavaliere, si capisce quanto deve essere stato penoso per le Guide non

poter far più servizio con i loro cavalli a cui volevano molto bene. Ne

ricordo uno al quale il cavallo si era ammalato di morva. Quell'uomo,

di un naturale chiuso e silenzioso, era diventato eloquente nel parlare

a tutti di quel male che lo teneva in grande apprensione. Era sempre

dietro al veterinario, che glielo guarisse, il suo malato. Ma un giorno

l'occhio della sua bestia si fece opaco e non ci fu più da sperare.

Il povero padrone era, come al solito, con noi alla mensa, ma ci

accorgemmo che non riusciva a mangiare.

--Che t'è successo?

--Oggi.... me lo devono abbattere.

Un ufficiale, che evidentemente non aveva mai posseduto un cavallo,

credette di consolarlo dicendogli:

--Sta tranquillo. È morto in servizio: te lo ripagheranno.

La Guida a cavallo dette al consolatore un'occhiata di traverso come

chi è malamente offeso nei sentimenti più delicati. Il consolatore

capì che poteva andarsene. Rimasto solo, due lacrimoni caddero dagli

occhi del buon cavaliere nella pasta asciutta. Ed era un uomo che, se a

morire fosse toccato a lui, non si sarebbe di certo messo a piangere.

Senza cavallo dunque molti cavalieri devono adattarsi a fare il

servizio. Non c'è rimedio: o starsene in ozio ad aspettare che ritorni,

se tornerà, il secolo di Baiardo e di Fieramosca, o fare qualche cosa

per la guerra, in qualunque altro modo.

E i più si sono adattati a far di tutto, fuori che il servizio che

avevano immaginato di poter fare, quando avevan formato il loro corpo

volontario di memoria garibaldina. Uno diventò ufficiale di ordinanza

di un generale e si adattò ad andare in automobile; un altro passò a

far servizio con l'artiglieria e si adattò ad andare anche a piedi e

a stare fermo negli osservatorii; un terzo si ridusse a far la scorta

agli autocarri che giravano il fronte a distribuir limoni e altri

viveri di conforto. E non si vergognava dell'ufficio umile ed utile

che lo faceva star fuori tutte le notti--di giorno a girar per il

fronte con gli autocarri dei limoni, la limonata l'avrebbero fatta alle

granate austriache--a prendersi i reumi e magari i cicchetti di qualche

superiore di cattivo umore.

Credo che si consolassero, le brave Guide non più a cavallo, pensando

che in fin dei conti anche le automobili e le autovetture misurano la

propria forza a cavalli. Ma pensare che a far volare un areoplano ci

vuole per lo meno un motore di cento cavalli, mentre l'Ippogrifo, che

era un cavallo solo, portava Astolfo fin nel cielo della luna!

Si sa: la macchina sta diventando più importante, non solo

dell'animale, ma quasi dell'uomo che l'ha inventata. È con la macchina

che i Tedeschi, che a chiamarli veramente uomini si esagera un poco,

hanno fantasticato di sopraffare le nazioni formate da uomini. Anche

noi dobbiamo adattarci, e ci adattiamo volentieri ad esser meccanici,

purchè si mantengano le debite distanze; e sia ben chiaro che la

macchina è la macchina e che l'uomo è l'uomo, e che da ultimo chi

vince con la macchina, ma anche contro la macchina, è soltanto l'uomo.

E anche questo riman vero: che tra le macchine una delle più perfette

resta sempre il cavallo. C'è della gente in guerra che non crede che un

servizio possa esser fatto bene se non è fatto con l'automobile o con

l'autocarro. Ma c'era un capitano di Stato Maggiore che, quando veniva

qualcuno a dirgli che non sapeva come fare un trasporto perchè non

aveva abbastanza macchine, domandava:

--Cavalli ne avete?

--Signor sì.

--E allora attaccate i cavalli. Napoleone vinceva le battaglie anche

senza automobili.

--Ma se Napoleone vivesse oggi....

--Vi darebbe l'ordine che vi do io. Gente che tira la paga, cavalli che

mangian la biada senza far nulla non li voleva nemmeno Napoleone.

L'automobile invece, come è ben noto, quando sta fermo non consuma

benzina. E le guerre si vincono anche facendo economia.

Cavallacci.

Naturalmente, come tra gli uomini, anche tra i cavalli ci sono quelli

che hanno i loro vizi. Quelli che mordono e quelli che scalciano,

quelli che s'impuntano e quelli che si spaventano. Come? Lo spaventarsi

è un vizio? Sicuro, la paura fra i soldati è un vizio; e una colpa che

si deve punire inesorabilmente. Non vi meravigliate; anche voi, quando

eravate piccini, avevate paura di andare in camera al buio. Ma vi

vergognavate di aver paura, e ci andavate lo stesso, e un bel giorno vi

accorgeste di non aver più un'ombra di paura.

Così dal soldato si pretende una cosa sola: che, se anche dentro di sè

abbia ancora un po' di paura, faccia tutto quello che deve fare come se

non ne avesse per nulla.

In una delle ultime guerre napoleoniche si trovarono una volta vicini,

in un combattimento, due soldati, uno anziano ed uno che era quasi

un coscritto: quello anziano, che aveva combattuto già cento volte,

a sentir fischiare il piombo non si faceva nè qua nè là: l'altro, il

coscritto, aveva paura e tremava. L'anziano, che se ne accorse, glielo

disse:

--Mi pare, caro mio, che tu abbia una bella fifa.

Il soldato novellino ebbe la risposta buona.

--Sicuro che ce l'ho. E tanta che, se l'avessi tu, a quest'ora saresti

bell'e scappato. Io invece resto.

È questo il coraggio che si esige da tutti: il coraggio di non aver

paura anche avendone alquanta.

Così il cavallo, che da secoli è diventato l'animale guerriero

per eccellenza, come temperamento sarebbe in fondo un animale

nervoso, impressionabile e perciò pauroso. Un cavallo solo, portato

all'improvviso in mezzo alla battaglia, scapperebbe perchè si

renderebbe conto del pericolo che un altro animale meno intelligente

forse non capirebbe. Ma il medesimo cavallo, montato da un cavaliere

senza paura, guidato da un conducente tranquillo, non pensa affatto a

scappare; va dove lo conducono, tra i sibili e gli scoppii, alla morte

e all'inferno. Si fa ammazzare sul campo, se così deve essere, senza

stupirsi che il suo destino sia quello. E come si comporta un cavallo,

si comportano gli altri: probabilmente anche tra loro c'è un amor

proprio che anche ai vili impedisce di mostrarsi vili.

E questo amor proprio che, diventando natura, fa del più timido cavallo

da passeggio un buon cavallo di guerra.

Oggi, se resta ferito, sa di poter contare anche sulla pietà che lo

riconduce in una stalla e lo cura. Ci sono le infermerie, se non le

infermiere, anche per i cavalli. E c'è la Croce Azzurra che è la Croce

Rossa dei cavalli e dei muli.

I cavalli proprio cattivi, incorreggibili, che non si arrendono alla

voce del dovere, o almeno all'esortazione degli speroni, sono rari. E

quasi sempre si scopre poi che i difettacci dipendono da una cattiva

educazione. C'era un cavallo, in una pariglia di artiglieria, che

era una disperazione: ringhiava, mordeva, tirava calci ai soldati e

ai compagni; se la strada non era di suo gusto, si fermava e, per

deciderlo a muoversi, ci voleva una sferzata sugli orecchi, dopo di

che tentava un galoppo di traverso che scompigliava tutto l'attacco.

Se un momento era lasciato libero, scappava per i campi e per i paesi:

una volta andò a finire sulla vetrina d'una bottega, ferendosi tutto

il muso. Era una bottega di salumaio, e si disse che a finire in

mortadella sarebbe stata la sua degna fine. Fu giusto sulla bottega che

lo fermò un nostro amico. Questo amico nostro era un triestino che allo

scoppio della guerra era riuscito a passare il confine e venire con

noi: prima aveva dovuto fare il militare in Austria, in un reggimento

di dragoni. Appena ebbe vista la bestiaccia, la riconobbe subito: era

stato del suo squadrone. Un soldato di cavalleria riconosce subito a

colpo i cavalli del suo squadrone anche meglio che i suoi compagni.

--E vi meravigliate--disse il nostro amico--che sia una così cattiva

bestia? È una bestia austriaca.

Infatti si seppe che il cavallaccio era stato lasciato dagli Austriaci

in un paese da noi occupato e che i nostri lo avevano preso e

sostituito ad un onesto cavallo italiano, morto, poveretto, di un colpo

di sole.

Dopo la guerra bisognerà restituirlo agli Austriaci, che se lo godano,

il loro cavallo senza educazione. Naturalmente essi diranno che così

cattivo lo abbiamo ridotto noi maltrattandolo. Perchè gli Austriaci e i

Tedeschi dicono sempre che gli Italiani non trattano bene gli animali:

che siamo crudeli, che li facciamo soffrire, che li picchiamo. Sono di

cuore tenero i nostri nemici: qualche volta dagli areoplani ammazzano i

bambini, ma poi, per consolarli, gli buttano i cioccolatini col veleno.

La gloria del mulo.

Ripensando a quello che il cavallo riesce a fare anche in questa nostra

guerra, mi par proprio che si esageri troppo parlando della decadenza e

un giorno forse della scomparsa del nobile animale.

In ogni modo resta intatta, anzi cresce la gloria del suo fratello

cadetto: il mulo. Al mulo, si sa, mancano alcuni quarti di nobiltà

e per questo i poeti non lo hanno cantato in battaglia. Ma Omero

ha creduto fare gran lode ad Aiace Telamonio, che era un eroe,

paragonandolo a un asino. E il mulo in guerra, anche più che per la sua

parentela col cavallo, vale per quella che lo lega al somaro.

Se avessi visto la guerra nel Trentino, come ho assaggiato un po'

di quella sull'Isonzo, credo che ve ne potrei fare tali lodi che

automobili, _camions_, motociclette dovrebbero prender tutte una

vernice verde d'invidia. Ma come non ricordare che anche sul Carso

le dure avanzate delle nostre fanterie di trincea in trincea non

approderebbero a nulla, se non ci fosse il mulo che le accompagna

con le mitragliatrici, con i lanciabombe, con le artiglierie leggere

da mettersi subito in posizione? I superbi autocarri sono gli

spedizionieri dei materiali da guerra; la spedizione sarebbe abbastanza

inutile, se rimanesse là dove gli autocarri si devono fermare, se non

ci fossero i facchini per l'ultimo trasporto, il più difficile. Per

quanto gli automobilisti sieno audaci e osino spingere le loro macchine

sulle strade più ardue, arriva un punto che non possono andare più

avanti; e appena lì cominciano i camminamenti e i corridoi, tutto quel

labirinto di scavi che forma il vero terreno della battaglia. E lì non

c'è che il mulo, lento, cocciuto, senza leggiadria, ma forte, paziente,

mulo insomma, che si carica sulle spalle tutta quella roba pesante e

la porta a posto. E se il mulo non basta, è l'uomo che deve fare da

mulo. È così fatta la guerra oggi, che, a vincerla, anche nell'uomo

si richiedono più le qualità sode del mulo che quelle brillanti del

cavallo. Saper resistere a tutto, anche alle proprie impazienze, e non

pretendere nemmeno di far figura.

Il mulo in guerra è un po' triste; sembra indifferente a tutto quello

che gli succede intorno. Non mostra entusiasmo, non par nemmeno che si

affezioni gran che al conducente. È come un cavallo che abbia avuto

dei dispiaceri e perciò abbia perso ogni voglia di fare il chiasso. Ma

io credo che codesto suo contegno dipenda anche da un forte sentimento

della disciplina. Se, nonostante la disciplina, qualche volta tira

calci--ma li tira meno spesso di quello sbarazzino del somaro--credo

che sia anche per la voglia di trovarsi un Austriaco a portata di zampe.

Insomma è lui l'animale di prima linea: si capisce che abbia un certo

disprezzo per tutto ciò che si muove nelle seconde linee. Un po'

indietro, dove il pericolo è relativo, anche la guerra può apparire in

forme signorili, con i cavalli di lusso e le automobili eleganti. Ma

sull'estremo fronte non c'è posto se non per gli uomini e gli animali

semplici e tenaci, per le volontà silenziose che s'impuntano ma non

dànno indietro. E non dando mai indietro, viene il giorno che il nemico

finisce col dare indietro lui.

Quel giorno riappariranno i nostri reggimenti di cavalleria a far la

galoppata finale dietro gli Austriaci in fuga; ma saranno stati i

fantaccini ed i muli che avranno aperto ai cavalieri e ai cavalli il

varco libero per il divertente esercizio.

Cani di guerra.

C'è un altro animale che fa la sua comparsa fino in trincea, che va

dove il cavallo non può. Il cane naturalmente: dove arriva l'uomo il

suo cane non può non arrivare.

Tanto più che ci sono dei cani che fanno un vero servizio militare.

Noi, in Italia, non abbiamo, come in Fiandra e in Olanda, cani abituati

anche in pace a tirar i carretti. I ragazzi sanno che ad attaccare

anche il più paziente dei cani alla carriola è un affare quasi

disperato: nemmen dei barboni, che si prestano con tanta espansione

a tutti i loro capricci di giuoco, si è mai riusciti a fare dei

passabili _poneys_. Da noi i cani non amano il lavoro disciplinato; non

è vero che lavorino da cani i nostri cani. I più il loro pasto se lo

guadagnano facendo i signori, abbaiando un poco e molto scodinzolando.

Ma in guerra, ho visto anche dei nostri cani--cani da caccia,

sanbernardi, maremmani--istruiti a tirarsi dietro un carrettino su cui

si lega un cofano di cartucce. Sono attaccati con finimenti, che, in

piccolo, sono proprio come quelli dei cavalli, salvo che invece del

morso i cani hanno il solito guinzaglio tenuto a mano da un soldato. Ma

durante il combattimento essi devono portare da soli i caricatori di

cartucce ai soldati che avanzano.

Succede a volte che un reparto, avanzando, rimanga per un poco isolato

dal resto delle truppe, e che il nemico concentri il fuoco dietro il

reparto per tagliarlo fuori. La solita dotazione di cartucce può non

bastare. Allora si mandano i cani che, per i camminamenti, e anche allo

scoperto, possono raggiungere di corsa i soldati in avanti: un servizio

di grande importanza, quasi un servizio di collegamento.

Io spero che i nostri cani portatori di cartucce facciano sempre

con onore il loro servizio delicatissimo e meritino tutti una

bella medaglia da portare attaccata al collare: ma, conoscendo il

temperamento un po' distratto dell'animale, mentre non dubito che sotto

qualunque fuoco raggiungerà il suo reparto combattente, posso temere

che carretto e cartucce rimangano seminati per strada.

Ho più fiducia nel cane cerca-feriti. Il nostro cane ha un'anima

pietosa e umana. Come soldato, il suo posto naturale è il posto di

medicazione. Si può star sicuri che, finito il combattimento, se scopre

in un burrone un ferito che si lamenta non sta a distinguere se geme in

italiano o in tedesco, e abbaia lo stesso nel modo convenuto perchè i

portaferiti scendano a prenderlo.

E allora, pur troppo, ferito, portaferiti e cane corrono il pericolo

maggiore. Se gli Austriaci si accorgono che i nostri escono dalle

trincee a raccogliere i feriti, e li hanno a tiro di fucile, sparano.

È avvenuto più volte, e ancora non ci si vorrebbe credere. Perchè, in

fin dei conti, anche i soldati austriaci sono uomini, non sono nè lupi

mannari nè orchi. Quelli che avrete visti anche voi, prigionieri,

non avevano delle facce umane, qualche volta un po' intontite,

qualche volta rassegnate, buone? Rammento un giovane _Jäger_ appena

preso dai nostri. Piangeva come un vitellino. Di paura? No. Perchè

gli dispiacesse di esser fatto prigioniero? Nemmeno. Ma temeva, come

prigioniero, di non poter far sapere dov'era a sua madre, che prima,

anche da soldato, ogni tanto poteva rivedere perchè stava in un

villaggio vicino, nella valle del Chiappovano. I nostri carabinieri,

a cui l'interprete traduceva quel pianto, ci si commovevano, e un

brigadiere andò a cercargli una penna perchè scrivesse subito alla

mamma, quel povero ragazzo.

Eppure, dalla trincea, anche quel caro ragazzo avrebbe tirato sopra un

nostro ferito. Ordine: ordine fatto da qualcuno che in trincea non ci

va. Da un Tedesco che, pur avendo l'aspetto di un uomo, ha ragionato

come un gorilla che sapesse, pur troppo, ragionare.

Il Tedesco ha ragionato così:

--Se i nemici sanno che, rimanendo feriti, saranno in ogni caso

raccolti e curati, combatteranno senza paura, perchè la morte non fa

paura quanto la sofferenza. Se invece assistono allo strazio dei loro

compagni senza poterli soccorrere, e sanno che a loro può toccare lo

stesso, io dico che combatteranno di meno voglia, forse prenderanno

paura.

Ragionamento da gorilla che non capisce l'uomo, il quale, quanto più è

offeso nella sua coscienza umana, tanto più si accende di una passione

divina: vendicare gli uomini straziati dai gorilla.

Cani redenti.

Meglio ritornare ai cani, agli onesti cani che, pur vivendo fra

Tedeschi e Austriaci, hanno saputo rimaner cani.

Anche loro hanno sofferto per la guerra ma poi hanno finito col

guadagnarci.

Quando abbiamo passato il confine, siamo entrati in un paese già mezzo

desolato. Tra il Iudrio e l'Isonzo, allo scoppio della guerra, gli

uomini validi erano già stati portati via dall'Austria a combattere

contro i Russi: quelli che non la intendevano di farsi ammazzare per

i padroni stranieri erano fuggiti di nascosto ed erano già venuti

con noi: nei paesi non c'erano che i vecchi, le donne, i ragazzi e

molta miseria. Paesi allegri, come Capriva, Mariano, Farra, erano una

tristezza, con poca gente e senza lavoro.

Al nostro arrivo gli Austriaci naturalmente dissero a quei paesani e a

quei contadini che noi li avremmo taglieggiati, fucilati, impiccati,

come avrebbero fatto loro; e li invitarono a scappare con loro

nell'interno dell'Austria. Ci furono di quelli che, istupiditi dalla

paura, credettero agli Austriaci e andarono nell'interno a mangiare

il pan di legno che l'Austria passa ai suoi sudditi. Ma i cani gli

Austriaci non li vollero, perchè di bocche da sfamare ce n'erano

già troppe. E perciò i cani rimasero numerosi anche nei paesi dove

di gente ce n'era rimasta poca. Credo che anche gli impiegati e i

gendarmi austriaci, scappando davanti alla nostra avanzata, siano

stati costretti ad abbandonare i cani, sempre per quella solita

ragione dell'economia: se no, non si spiegherebbe come se ne siano

trovati tanti senza padroni quanti se ne sono trovati. A meno che i

cani stessi, stanchi di mangiare pane di segatura e rodere gli ossi

dell'anno avanti, non si siano rifiutati di seguire i padroni.

Cani di tutte le razze. Ma i più cani bastardi, mescolanze di sangui

diversi come succede in Austria. E poi il cane senza padrone, randagio,

affamato, perde i segni della razza, come l'uomo quando è ridotto

alla miseria. Tuttavia, anche sotto l'apparenza spaurita e meschina

a cui erano ridotti, in qualche bassotto e in qualche _setter_

si riconosceva il cane che doveva aver appartenuto a un ufficiale

austriaco, o, peggio, a qualche borghese austriacante; cane abituato

a mettersi in piede davanti al ritratto dell'Imperatore d'Austria e

alla salsiccia di Vienna, e ad abbaiare all'arcobaleno perchè pare, in

cielo, un gran tricolore d'Italia.

Ebbene anche questi cani, che meritavano di essere messi in un

lanciabombe, e ributtati nelle trincee nemiche, sono stati accolti con

pietà dai nostri soldati. Hanno capito, anche i cani austriaci, perchè

sono prima cani e poi austriaci, che bastava presentarsi con aria un

po' dimessa nei nostri accampamenti per essere senz'altro invitati al

rancio. Passata un po' la fame, diventarono subito, come tutti i cani

di questo mondo--eccettuati i mastini di Prussia--allegri e espansivi.

E ufficiali e soldati, contenti di aver trovato bestie di buon umore

e compagnevoli, li adottarono. Così ora i nostri battaglioni hanno

in forza anche di questi trovatelli. C'è il cane che si considera

proprietà di questo soldato o di quell'ufficiale; ce n'è un altro che è

di tutta la compagnia. Si sono strette amicizie di ferro tra i cani del

Friuli redento e i soldati italiani, e anche il cane più austriacante è

diventato irredentista.

Sfido io; si sa--e anche i cani devono saperlo--che in Austria e in

Germania il governo, per ridurre i consumi, è ricorso alla decimazione

di cani, divenuti a loro volta oggetti di consumo. Da sotto la tavola,

a mangiare, sono passati sopra la tavola, a farsi mangiare. Si

capisce che, pensando al lacrimevole destino dei loro imperiali e regi

fratelli, tutti questi cani affrontino il rischio magari di morire in

battaglia, ma a pancia piena, dalla parte degli Italiani.

La bertuccia Cecco Beppe.

Nelle località abbandonate e in quelle che si devono far sgomberare

perchè gli Austriaci, per vendicarsi di averle perdute, le bombardano

di lontano, non si sono trovati solamente cani senza padrone.

Nella villa di...., appartenente a un _Feldzugmeister_, qualche

cosa come un generale di artiglieria austriaco, si trovarono anche

un pappagallo e una scimmia: due bestie che i proprietari avrebbero

dovuto portarsi via se non per altro per rispetto alla vecchiaia.

Il pappagallo doveva aver più di cento anni, tanto era intignato e

incartapecorito. Quando, dalla sua gruccia, vide entrare i nostri

soldati--erano bersaglieri ciclisti--si mise a strillare qualche cosa

come:

--Kau, kau, ka, kau....

I bersaglieri dissero subito che parlava tedesco. Ed uno che era stato

a lavorare in Boemia e qualche parola di tedesco la capiva, credette

che la bestia gridasse:--Krakau, Krakau.

Krakau vuol dire Cracovia. Perciò il bersagliere lo prese e lo buttò

fuori dalla finestra, dicendo che la strada più svelta per Cracovia era

quella.

Nemmeno la scimmia era una scimmia graziosa. Era un bertuccione

piuttosto in là cogli anni anche lui: spelacchiato in più parti,

con una specie di barba a collare, bianca sporca, che dava alla sua

fisonomia una grande somiglianza con il ritratto di un augusto

personaggio che non mancava nemmeno in quella villa. I soldati dettero

subito alla bertuccia il suo nome:

--Cecco Beppe, to', guarda Cecco Beppe.

La somiglianza c'era anche nel carattere, perchè, appena un bersagliere

le si fece vicino, la bestia cominciò a sbattere i denti, e non si

capiva se li battesse per far paura o perchè aveva paura. In ogni modo

era un bel caso che a quell'età avesse ancora dei denti da battere.

--Mandiamo a Cracovia anche lei?--propose un soldato.

--No--fece un tenente;--Cecco Beppe lo prendo con me; mi porterà

fortuna.

E, presala per la collottola, si collocò la bertuccia sulla spalla; la

bertuccia ci rimase, di cattivo umore, ma tranquilla.

--Con questa sono sicuro che non mi tireranno: non vorranno mica

ammazzare il loro imperatore.

Gli altri approvarono e qualcuno aggiunse ridendo:

--E poi non si dirà più che Cecco Beppe non va al fronte.

Scherzi di soldati e di ufficiali che, specialmente in guerra, si

divertono con poco. Ma nello scherzo c'era anche un fondo serio.

Per quanto ci ridano, i soldati in guerra sanno che il pericolo

di morire c'è da per tutto, anche dove non pare. Naturalmente lo

affrontano più volentieri dove meno si nasconde; dove ce n'è di più,

c'è più soddisfazione. Tanto--dicono--è destino: se il destino ha

fissato che uno muoia, muore anche a star riparato; se no, può anche

entrare nella bocca di un mortaio austriaco carico, che non gli succede

niente.

Questo si dice ed è bene dirlo; ma, dentro, ognuno pensa che, se

si può sviare un destino cattivo, non è male fare qualche cosa per

sviarlo. Dovere del soldato è quello di morire, se è necessario, ma è

anche più dovere restar vivo più che sia possibile, per fare invece

morire i nemici. E, in barba al destino, si finisce col credere che

esistano degli oggetti taumaturgici che valgano a sviare il destino

e i proiettili che ci potrebbero essere destinati. C'è chi porta al

collo la medaglia di un santo, c'è chi porta in un medaglione una

ciocca dei capelli della mamma: l'amore non è l'avversario più potente

della morte? Ma c'è chi tiene per buoni portafortuna anche oggetti

meno sacri: un anello, un chiodo, uno scarabeo. Sono preferiti come

talismani i frammenti di obici e le pallette di _shrapnells_ che ci

sieno cascate vicino: pare che la granata scoppiata tenga lontana

quella che potrebbe scoppiare. Era naturale che il tenente dei

bersaglieri si garantisse da tutti i pericoli dell'imperatore d'Austria

portando sempre con sè l'immagine viva dell'imperatore, il bertuccione

Cecco Beppe.

E subito parve che il suo dovere di talismano la bestia lo sapesse fare.

I bersaglieri si aggiravano ancora nella villa di cui avevano

spalancato le finestre, quando uno stridore rapido e violento lacerò

l'aria, e subito si udì un gran tonfo di pentolone che schianta: una

granata era scoppiata nel giardino. Un'altra, un minuto dopo, scoppiava

davanti l'ingresso: la terza prese un angolo del caseggiato e rovinò

una camera. Tiravano esatti gli Austriaci, e una dietro l'altra le loro

pillole.

I bersaglieri erano scesi al pianterreno e aspettavano zitti che quel

brutto giuoco smettesse. La decima granata cadde proprio sopra la

stanza dov'erano riparati: si sentì uno schianto di travicelli, e i

calcinacci rovinarono sulle teste dei bersaglieri addossatisi agli

angoli. Dal buco aperto del soffitto cascò giù a piombo il proiettile,

a pochi passi dal tenente e dalla scimmia. Tenente e soldati videro

l'attimo che doveva esser l'ultimo della loro vita. No: la grossa

granata, un 152, non scoppiò. Si guardarono meravigliati di esser

vivi e alcuni ebbero una voglia matta di ridere. Le altre dieci o

dodici granate che scoppiarono ancora, due sulla villa e le altre nel

giardino, non fecero loro più nè caldo nè freddo. Ma tutti concepirono

un vero rispetto per la bertuccia che in tutto quel fragore era rimasta

accoccolata sulle spalle del tenente, movendo appena gli occhietti in

qua e in là, incuriosita. E più d'uno chiese all'ufficiale il permesso

di toccare la coda al potente animale, che se la lasciò tirare con

molta degnazione.

In seguito a questo incidente, l'ufficiale fu proprio convinto di aver

fatto un acquisto prezioso nella scimmia del generale austriaco e non

se ne volle più separare. Le riconosceva molti difetti--ladra, finta,

scorbutica--ma non sarebbe più andato in un servizio un po' rischioso

senza quella brutta ma provvidenziale compagna. I colleghi gli facevano

notare la faccia ambigua e maligna, la gravità sinistra dell'animale;

ma il tenente rispondeva che gli idoli più potenti sono quelli che

hanno una grinta più brutta. E restò sempre meglio persuaso che la

presenza di Cecco Beppe lo avrebbe preservato dai pericoli a cui,

sempre più animosamente, si esponeva.

Da quel momento in poi si può dire che il tenente non passasse giorno

senza correre qualche grosso rischio. Dove andava lui pareva che le

granate si fossero date convegno: le fucilate pareva che gli corressero

dietro. Ma lui ne usciva sempre incolume, e Cecco Beppe confermava

sempre più la sua fama di paraguai. Se di guai ne attirava più del

bisogno, evidentemente lo faceva soltanto per mostrare la sua potenza

nel pararli.

Fin che, un giorno, il tenente e Cecco Beppe si trovarono in trincea.

Anche i bersaglieri-ciclisti facevano servizio di fanteria. Cecco

Beppe, che era una bestia poco affettuosa ma che al suo nuovo padrone

si era adattato abbastanza bene, e con lui si mostrava calmo e quasi

ubbidiente, arrivato in trincea, fu preso da una smania nuova. Forse

aveva sentito l'odore dei Croati dalle trincee antistanti e meditava

una diserzione vera e propria. Così fu che, riuscito a sciogliersi un

momento dalla catenina che gli stringeva la pancia, dette un balzo sul

parapetto. Il tenente gli fu dietro ma non riuscì ad afferrargli la

coda. I tiratori nemici si erano già avvisti di un movimento in quel

punto della nostra trincea e qualche schioppettata cominciò a frullare

tra gli arbusti e i reticolati. Ma il tenente rivoleva ad ogni costo la

sua scimmia; si issò sul parapetto per riprenderla. Aveva appena messo

fuori la testa che una pallottola lo rovesciò morto nella trincea.

Confidenze canine.

Migliori portafortuna sono i cani che si sono portati in guerra da

casa. Non che possano l'impossibile: garantire dal pericolo, salvare

dalla disgrazia. Ma non è una fortuna avere, in guerra, dove nessuno

può accompagnarci, il compagno più devoto e familiare della pace? E se

la disgrazia deve succedere, sperare che il testimone fedele ritorni,

come una parte ancora viva di noi, ai cuori da cui partimmo.

Si sa che per l'ufficiale di carriera, specie per quello delle armi a

cavallo, il cane è un attributo indispensabile. Per chi non capisce

gli animali sarà soltanto un piccolo lusso di più, ma per chi sa quanto

codesto animale ha di umano, il cane è il confidente migliore nella

vita militare, dove tante volte, nella gran compagnia, ci si sente

anche soli! Perchè superiori e compagni possono essere abbastanza

diversi da noi. Sono quelli che il caso ci ha dati; e poi, quando anche

somigliano agli amici che ci saremmo scelti, mutano troppo presto:

specialmente in guerra, dove, appena stretta un'amicizia, se non è il

nemico che ce la porta via, è un ordine che la trasloca. Ma il cane

resta, compagno d'armi costante e discreto.

Per il cane, che da secoli e secoli accompagna in guerra il padrone e

il suo cavallo, la guerra è sempre una festa: anche la guerra d'oggi

che, bisogna convenirlo, ha i suoi giorni di tedio cupo. Il cane ha

un «morale» di altezza costante; rimane ilare e festoso. Come ruzza

volentieri fra i cavalli, così si mantiene chiassone fra gli autocarri

e le trattrici che ingombrano schiaccianti le strade della guerra

odierna.

Fu così, per ruzzare tra gli autocarri, che la povera Rati--una canina

bianca col musetto rosa e le zampe grosse di cucciola--ne ha avuta

schiacciata una. E i suoi amici non si vergognarono di affliggersi

anche per quella mutilazione canina mentre pur tanti feriti umani

passavano nelle ambulanze.

E poi, si sa, nell'esercito, i cani degli ufficiali superiori godono,

per riflesso, della deferenza a cui hanno diritto i galloni del

padrone. Specialmente se sanno farsi ben volere. Non si creda però

che il cane di un colonnello tenga a distanza il suo simile perchè

non è che il canino di un sottotenente. Cani di superiori e canini di

subalterni scherzano insieme con simpatica confidenza. Fra i Tedeschi

e gli Austriaci no: fra loro chi ha più stellette non parla con chi ne

ha meno se non per dargli degli ordini. Ma fra noi Italiani, e anche

tra i Francesi e gli Inglesi, in guerra gli ufficiali di tutti i gradi

si parlano come uomini e si vogliono bene alla pari anche fra gradi

diversi.

Il che non impedisce che, in servizio, ognuno ritorni al suo posto e

chi deve ubbidire si metta sull'attenti e chi deve comandare comandi.

Buby, per esempio, sentiva benissimo, come cane, di aver per padrone

un generale. Buby era un magnifico danese, grosso e buono come un

vitello. Chiassone quanto gli permetteva la sua corporatura pesante,

viveva in buoni rapporti di amicizia con tutti i cani del vicinato,

senza badare se fossero cani subalterni e magari cani borghesi. Al più

si poteva dire che era un po' viziato perchè, nella sua qualità di

cane di un comandante, c'era chi lo corteggiava; per cui alle volte si

abbandonava a qualche sconvenienza, si capisce di che genere, dove non

avrebbe dovuto.

Ma, per quanto sbarazzino, appena vedeva pronta per uscire l'automobile

di Sua Eccellenza, si ricomponeva tutto con molta gravità. Si trattava

di accompagnare il generale al fronte, in qualche osservatorio, in

giro d'ispezione: Buby sentiva l'importanza della cosa. E ad una prima

chiamata saliva in vettura, e si sedeva sulle zampe di dietro, serio,

immobile, senza guardar più in faccia nessuno. L'ufficiale di ordinanza

che gli sedeva accanto non era più dignitoso di lui. Anche Buby

partecipava alle responsabilità dell'alto Comando.

Rammento una sera che Sua Eccellenza tornò al Comando tardi, stanco,

con gli occhi dolenti. Era avvenuto, quel giorno, uno dei primi

combattimenti sanguinosi del nostro corpo d'armata. Era stato

interrotto da un temporale d'inferno e i risultati ottenuti non

parevano adeguati al sangue sparso. Forse quel giorno, per la prima

volta in vita sua, anche il generale aveva visto dei morti, molti

morti, che erano caduti per un ordine che lui aveva dato. Quel generale

era un vecchio elegante, dalle mani grassoccie e bianche come quelle

di un cardinale.

Quella sera, appena rientrato, chiese dei suoi ufficiali. Chi c'era

si presentò: il generale li guardò ad uno ad uno, come se temesse di

non rivederli tutti dopo quel giorno di battaglia. Si aspettavano che

dicesse qualcosa; si indovinava che era commosso, che avrebbe voluto

aprirsi con qualcheduno. Ma tacque, e licenziati gli ufficiali, riuscì

in giardino a passeggiare solo coi suoi pensieri. E allora chiamò Buby.

--Buby, Buby, qua....

Gli animali alla guerra · 第 1 / 5 段