Polissena rispose alla preghiera con un gesto di minaccia, e si ritirò

verso le stanze di sua figlia, mentre egli muoveva verso l'uscio di

casa, per andare in traccia di due padrini.

Le ricerche non furono lunghe, nè difficili. I due primi gentiluomini

a cui si rivolse il conte Gino Malatesti accettarono subito, recandosi

ad onore di servirlo. Gino diede loro il ricapito dei padrini

avversarii, e l'ora e il luogo dove li avrebbero trovati ad aspettare.

Il mandato suo, si capisce, era di accettare lo scontro, senza

discutere sulle cause: quanto alle condizioni, le desiderava

gravissime. I due padrini non accolsero la seconda istruzione così

favorevolmente come avevano accolta la prima.

--Se noi domandiamo le condizioni più gravi,--gli dissero,--si crederà

poi in città che fossero gravi le offese.

--Ma è già grave,--ribattè Gino,--che mi si voglia imporre l'umore con

cui debbo entrare nel mio palco, a teatro.

--Sì, va benissimo; hai un monte di ragioni;--risposero i padrini.--Ma

tu non devi dare argomento di supposizioni calunniose alla gente. Del

resto, lascia fare a noi; ci regoleremo secondo le circostanze, e

provvederemo all'onor tuo, come vorremmo che in un caso simile fosse

provveduto al nostro. Ti va?--

Gino ringraziò i suoi padrini, e se ne ritornò al palazzo Malatesti,

verso le quattro del pomeriggio.

La contessa Elena non era in casa. Poco dopo la partenza del marito,

era escita a far visite, in compagnia di sua madre. Più tardi era

venuto un servitore di casa Baldovini ad annunziare che la contessa si

fermava a pranzo dai suoi.

--Tanto meglio!--pensò Gino, come il suo servitore gli ebbe fatta

relazione della cosa.

Era appena entrato nel suo studio, quando sopraggiunse suo padre. Il

conte Jacopo appariva più grave, più accigliato del solito, e Gino

capì tosto che dalla marchesa Polissena, o da Elena stessa, era stato

informato di tutto.

--Che c'è di nuovo?--gli disse suo padre, sedendosi davanti alla

scrivania, in quel medesimo atteggiamento di giudice che abbiamo già

veduto a Sassuolo.--Che cosa sono questi duelli e questi dissapori in

famiglia? Non debbo io saper nulla?

--Padre mio,--rispose Gino,--tutto ciò è avvenuto improvvisamente, e

mi sarebbe mancato il tempo di adempiere un obbligo urgentissimo di

cavalleria, se fossi venuto subito da te per consiglio. La marchesa

Baldovini del resto, se è lei che ti ha informato, poteva aggiungere

che io stesso non volevo risolver nulla, di ciò che ella pretendeva da

me, senza ricorrer prima al tuo senno e alla tua esperienza. Vuoi tu

ascoltarmi, ora?

--Parla;--rispose il vecchio, senza smettere il cipiglio con cui era

entrato poc'anzi.

Gino narrò tutto, dal principio alla fine, rifacendo anche brevemente

la storia di sei mesi, che tanti ne noverava il suo matrimonio. Il

conte Jacopo lo ascoltò, senza interromperlo mai, senza dar cenno di

approvazione o di biasimo.

Così, del resto, dovrebbero ascoltare i giudici. Il conte Jacopo

Malatesti non aveva portato mai la toga e il berretto; pure, doveva

esser venuto al mondo col bernoccolo del magistrato. Solo a vederlo,

si sarebbe potuto credere di aver davanti uno di quei vecchi

consiglieri di corte, la cui gravità vigilante non tradisce mai un

movimento, anche lieve, la formazione di un pensiero, e gli occhi non

brillano che a guisa di punte luminose, per penetrare nei meandri

oscuri di un processo, mentre la faccia, immobile come una maschera,

tutta a scomparti come una libreria, non fa mostra che di dottrina

legale, e in ogni fascio di que' muscoli magri è ristretto un titolo

di Codice, da ogni grinza fa capolino un commento.

Gino parlava, e parlando interrogava con gli occhi la faccia di suo

padre. Quella faccia era muta, e il nostro giovinotto poteva temere di

non aver favorevole il suo giudice. Perciò fu grande la sua

maraviglia, quando, finita la sua esposizione, si sentì dire dal conte

Jacopo:

--Va bene.--

--Ah!--esclamò egli, sollevato.

--Mi rincresce del duello;--riprese il conte Jacopo;--ma ci vorrà

pazienza, ed io non lo disapproverò, in questa occasione. Un

gentiluomo non deve sopportare che nessuno gl'insegni a qual ora e in

quali circostanze gli è permesso di ricondurre a casa sua moglie.

--Padre mio! Tu dunque mi approvi? Tutto è bene, in quel che ho fatto?

--Non tutto;--rispose il conte Jacopo.--Da qualche tempo aspettavo che

tu vedessi la necessità di mettere un po' d'ordine nella tua famiglia,

che è a mala pena incominciata. Certa leggerezza di modi, che è

permessa oramai in casa Baldovini, non è ancora lecita, e spero non lo

sarà mai, in casa Malatesti.--

Gino avrebbe potuto rispondere a suo padre:--«o allora perchè volere

questa alleanza coi Baldovini?»--Ma egli avrebbe messo in un grave

impaccio quel vecchio gentiluomo, che, come tanti e tanti del suo

tempo e del suo grado, vedeva nel matrimonio un contratto, stipulato

per la continuazione della stirpe, e, dopo ciò, lentamente degenerato

in un vincolo di convivenza, e quasi quasi di tolleranza scambievole,

sotto le apparenze di una gran dignità.

Del resto, il conte Gino pensava in quel momento a tutt'altro.

--Ah, padre mio!--esclamò egli.--L'ordine! A che serve, quando l'amore

non c'è?

--Serve a mantenere il rispetto;--rispose il conte Jacopo.--Serve a

far sentire presente e vigilante l'autorità del marito, per i giorni

in cui potrebbe essere sconosciuta. Non sono stato severo coi miei

figli, che per vederli alla lor volta severi con gli altri. La vita è

una catena di doveri, e guai se un anello si rompe!--

Gino era tuttavia con suo padre, quando capitarono i suoi padrini a

cercarlo.

--Falli entrar qua;--disse il conte Jacopo.--Non c'è niente di male,

che senta anch'io quello che hanno combinato.--

I due padrini furono introdotti, e parvero alquanto impacciati alla

presenza del vecchio.

--Parlate liberamente, amici miei;--disse Gino.--Mio padre sa tutto, e

ciò che noi facciamo ha la sua approvazione.

--Egregiamente!--risposero quelli.--Ma in verità faremo assai poco.

--Perchè? Non vi ho io dato i più larghi poteri?

--Non abbiamo avuto occasione di usarne. È accaduto un fatto nuovo, un

fatto strano, che rimanda il tuo duello ad altro tempo, e fors'anche

alle calende greche.

--Qual fatto?--gridò Gino.

--Or ora te lo spiegheranno i padrini del barone De Wincsel, che sono

venuti con noi, e che aspettano là, nel salotto.

--Questa è nuova!--disse Gino.--Che ho io da fare con loro, dopo

averli messi in relazione con voi altri?

--È sempre il fatto nuovo, il fatto strano, che ti abbiamo detto

poc'anzi. Una novità ne chiama un'altra. Il barone De Wincsel è agli

arresti, e i suoi padrini si credono in dovere di mettersi a tua

disposizione. Vuoi riceverli, dobbiamo risponder noi per te?--

Gino interrogò con lo sguardo suo padre.

--Va,--gli disse il conte Jacopo.--S'intende che se quei signori sono

tanto cortesi per mettersi a tua disposizione, tu, che non hai nulla

con loro, non puoi accettare un'offerta così generosa. Aspetterai che

il barone De Wincsel sia libero, per essere allora, come eri oggi, a

disposizione sua. Non era egli lo sfidatore?

--Certamente.

--Ebbene, la cosa è chiarissima. Tu gli fai una grazia, rinunziando al

tuo diritto di non rimanere più di quarantott'ore impegnato. Va

dunque, e rispondi in questo senso.--

Gino ammirò la dottrina cavalleresca di suo padre, e pensò che si

giudicano male gli uomini, non badando che agli usi della loro

vecchiaia. Il conte Jacopo era stato a' suoi tempi un cavaliere

inappuntabile, i cui pareri, in materia d'onore, facevano testo.

Così preparato, il conte Gino entrò nel salotto, insieme co' suoi

padrini. Il luogotenente Schwabe e il marchesino Frassinori salutarono

assai gravemente, e il primo di essi espose il rammarico di tutti e

due per ciò che era accaduto. Andati a vedere il barone De Wincsel,

per riferirgli tutto ciò che era stato concertato coi padrini del

conte Malatesti, avevano trovato un suo biglietto, e gran mercè che

gli fosse stato consentito di scriverlo. Il barone De Wincsel era agli

arresti in Cittadella, nientemeno; non sapeva il perchè di

quell'ordine, e dalla scelta del luogo in cui lo mandavano, capiva che

non sarebbe stato affare di poco. Così andavano a monte le pratiche da

essi incominciate, per condurre i due gentiluomini sul terreno; ma

perchè il signor conte Malatesti era stato incomodato dai padrini del

barone De Wincsel, essi credevano obbligo loro di mettersi a

disposizione sua.

--Si sostituiscono al loro primo?--chiese il conte Gino, volendo

averne l'intiero.

--No, signor conte, non è in poter nostro;--rispose il luogotenente

Schwabe.--Il nostro primo è impedito da forza maggiore; noi siamo

venuti a dargliene avviso, disposti a pagare per lui, se a Lei

dispiace di essere stato incomodato per nulla.

--Grazie!--disse Gino Malatesti.--Se io fossi lo sfidatore, non dovrei

accettare un simile atto di generosità; non lo accetterò, essendo lo

sfidato. Diranno al barone De Wincsel, quando avranno modo di vederlo,

che io non approfitterò contro di lui, del termine che l'uso

cavalleresco mi concede, e mi terrò sempre a' suoi ordini.

--Ella è, signor conte, molto più generoso di noi;--rispose il

luogotenente Schwabe.--Offrirci era il nostro dovere, grato e

pericoloso dovere, poichè all'onore d'incrociare la spada con Lei

avremmo dovuto associar l'obbligo di non attaccar mai, ed Ella sa che

si sta male, non uscendo mai dalla difesa. Ella, per contro, non

avrebbe nessun obbligo di aspettare il nostro primo oltre il limite

stabilito dagli usi. Mi conceda la sua amicizia, La prego.--

Gino Malatesti stese la mano al signor Schwabe, pensando che quello

straniero era molto assennato ed anche molto gentile. Tutti così, del

resto, quei signori del Settentrione, quando dimenticavano di essere

conquistatori e guardiani. Sicuramente li vedeva con que' medesimi

occhi il Niccolini, quando diceva di loro:

/# _Ripassin l'Alpe e tornerem fratelli._ #/

Quanto al marchesino Frassinori non era necessaria tanta abbondanza di

cortesi parole. Gino Malatesti non lo poteva soffrire, per una di

quelle antipatie naturali, che la diversità di carattere fa nascere

tra persone del medesimo ceto; antipatie profonde, che raramente

scoppiano in una violenta contesa, e che, non iscoppiando, permettono

spesso il saluto, e qualche volta una stretta di mano. La civiltà,

rendendola comune, ha guastato anche questa bella testimonianza di una

leale amicizia.

Partiti quei due, e ringraziati i suoi rappresentanti, Gino ritornò da

suo padre, per raccontargli come fosse finita la cosa. Il conte Jacopo

udì ed approvò. Quello era il giorno delle approvazioni. Forse nel

cuore di quel padre era entrato un po' di rimorso? Potrebbe essere; ma

in questo caso il rimorso non nuoceva punto all'egoismo, poichè ad

ogni modo il pericolo di un'alleanza borghese era stato scansato. Al

conte Jacopo premeva frattanto che l'autorità maritale non fosse

indebolita, e l'improvviso arresto del barone De Wincsel gli pareva un

altro tiro della marchesa Baldovini contro la dignità di suo figlio.

Le donne per solito, capiscono poco certe necessità della vita, e

soddisfatte di aver messo ostacolo ad un fatto che loro dispiaccia,

non badano se quell'ostacolo nuoce alla riputazione di qualcheduno,

non badano se può aver conseguenze anche più gravi di quelle che esse

hanno saputo evitare. Ora, arrestato il De Wincsel, non c'era il

pericolo che la malignità della gente attribuisse il colpo alla

famiglia di Gino Malatesti? a lui, per esempio, a lui, conte Jacopo,

facilmente creduto troppo tenero della pelle di suo figlio, e poco o

punto dell'onore di lui?

Vide questo, il conte Jacopo, e perciò non poteva esser quieto.

Inoltre, restava l'obbligo che il suo Gino facesse la pace con sua

moglie. Brutta pace, in quelle condizioni turbate, e sotto

l'impressione della vittoria di Polissena Baldovini! Doveva dunque

farsi, quella pace, col sacrifizio della dignità di Gino?

La contessa Elena, per buona sorte, avea fatto sapere che sarebbe

rimasta a pranzo dai suoi parenti. Era il momento buono per ferire un

gran colpo.

--Lasciami pensare cinque minuti;--aveva detto il conte Jacopo a suo

figlio.

E si mise a passeggiare, borbottando, mentre Gino aspettava. Era una

battaglia morale che il vecchio conte dava a qualcheduno, forse a se

stesso; e quella battaglia finì con una vittoria.

--Vieni!--diss'egli finalmente, volgendosi al figlio.

--Dove?

--Dal ministro.--

Gino pensò al grande sacrifizio che faceva in quel punto suo padre. Il

ministro e il conte Jacopo erano nemici da lunga mano, sotto le

apparenze dell'ossequio cortigiano, ed egli lo sapeva, ne aveva veduti

gli effetti. La sentenza per cui egli era stato mandato a confine, più

che a punir lui, non era diretta a ferire suo padre? Per ottenere il

perdono di Gino Malatesti (doloroso perdono! così non fosse venuto

mai!) c'era voluto un sorriso di donna, mentre sarebbe dovuta bastare

una preghiera del conte Jacopo, del più fedele tra tutti i sudditi del

Duca.

Pensando queste cose e immaginando quanto dovesse costare a suo padre

la risoluzione fatta in quel punto, Gino Malatesti afferrò la mano del

vecchio e la baciò in un impeto di affetto e di gratitudine.

--Sì, è un sacrifizio, ma bisogna farlo;--disse con nobile semplicità

il vecchio gentiluomo, che aveva inteso nell'atto il pensiero di suo

figlio.--Se il marchese Paolo ha ancora un briciolo di cuore, lo

intenderà, e vorrà tenermene conto.--

Escì allora, seguito da Gino, e andò difilato alla casa del potente

avversario, dell'antico rivale politico.

--Sua Eccellenza è in casa?--domandò il conte Jacopo al portiere

gallonato, che stava a pie' delle scale.

--Sì, illustrissimo; è tornato da poco. Fra mezz'ora andrà a tavola.

--Sta bene; avrò il tempo di dirgli una parola.--Ciò detto, salì le

scale e fece passare al ministro il suo biglietto di visita. Due

minuti dopo, egli e suo figlio erano introdotti dal salotto nello

studio, e, mentre essi entravano da una parte. Sua Eccellenza appariva

con atto premuroso da un'altra.

--Conte! Quale fortuna?...

--Dite un dispiacere, Eccellenza, per cui vengo ad implorare il vostro

patrocinio.

--Lasciatemi essere egoista e soggiungere che il vostro dispiacere è

una fortuna per me. In tutto ciò che un uomo può per un altro,

abbiatemi per vostro servitore.

--Tutto ciò che potete, Eccellenza!--esclamò il conte Jacopo.--Io non

vi demanderò certamente di più. E senz'altri preamboli....

--Consentite, caro conte, che ne faccia uno io,--interruppe il

ministro,--pregandovi di lasciare l'Eccellenza in disparte. Rammento

che fummo amici, e che voi mi chiamavate Paolo, senz'altro. Quali

ragioni ci abbiano raffreddati, io non so; voglio credere che sia

avvenuto per qualche error mio, troppo aiutato in voi da un sentimento

di alterezza, che ho sempre ammirato. L'uso del potere, come ho dovuto

sperimentare in altri, riesce a guastare i migliori caratteri, e forse

ha guastato anche il mio. Ma siamo ancora gli amici d'una volta, non è

vero?--soggiunse il ministro, prendendo amorevolmente la mano del

conte Jacopo.--Voi stesso lo avete capito così bene, che siete venuto

da me, in un momento di bisogno, come io sarei venuto da voi. Questo

volevo dirvi, di questo volevo ringraziarvi. Ed ora, mio vecchio

amico, parlate.--

Il conte Jacopo, s'inchinò, commosso, e strinse ripetutamente la mano

del ministro.

--Prima di tutto,--diss'egli poscia,--vogliate rispondere ad una mia

domanda. Il barone De Wincsel è agli arresti per la sfida mandata a

mio figlio?--

Il ministro rimase un istante perplesso, o finse di esserlo; quindi,

mostrando di vincere una sua ripugnanza, rispose:

--Mettete che sia così.

--Ebbene,--ripigliò il conte Jacopo,--io vi domando la sua

liberazione. Spero che intenderete il perchè della domanda, della

preghiera che vi faccio. Non si ha da dire in Modena, e neanche da

sospettare, che un Malatesti abbia sfuggito il pericolo di un duello,

mandando agli arresti il suo avversario.

--Nessuno lo dirà:--osservò il ministro.--Se qualcuno lo dicesse, non

lo crederebbe nessuno.

--Grazie;--rispose il vecchio Malatesti.--Ma ad ogni modo, per la

tranquillità dell'animo mio, ve ne prego...

--Ahimè, Jacopo!--esclamò il ministro, con accento di sommo

rammarico.--La prima cosa che mi chiedete è appunto quella che io non

posso concedervi, e per due distinte ragioni.

--Due ragioni!--ripetè il conte Jacopo.

--Sì, due! La prima è questa, che impegnerebbe anche uno più potente

di me, come a dirvi Sua Altezza Serenissima. Ho data una parola; e a

questa non si manca.

--È strano!--esclamò il conte Jacopo.--E chi può aver chiesto a voi

una parola simile, in cosa che risguarda mio figlio?

--Quando io ve lo dicessi, il fatto non si muterebbe per ciò.

--Sia;--riprese il vecchio Malatesti, intendendo di essere andato

troppo oltre.--Ma gli arresti del barone De Wincsel non vorranno mica

essere eterni. Quando egli escirà....

--Il barone escirà per sottomettersi ad un arbitrato, e chiedere scusa

al conte Gino, o per ritornarsene a Vienna;--rispose il ministro.--Per

questo sono già avviate le pratiche opportune.

--Andrete fin là!--gridò il conte Jacopo.

--Fin là, mio buon amico, ed oltre ancora, se fa bisogno. Ciò per la

seconda ragione, che io vi dirò schiettamente. Non entra nei concetti

del governo che si facciano duelli tra ufficiali, specie stranieri, e

cittadini dello Stato, specie della classe più alta e più in vista.

C'è, non molto lungi da noi, chi bada a queste cose, le nota, le

propala artificiosamente, per farsene arma contro di noi. Parlo

liberamente,--soggiunse il ministro,--davanti al conte Gino, vostro

figlio, che è stato in Piemonte e sa benissimo ciò che io voglio dire.

Ora gli artifizi non debbono offuscare i fatti, e il fatto, nel caso

presente, è questo, che le nostre intenzioni son pure. Ma poichè in

politica non basta essere, e bisogna anche parere, sopra tutto parere

quello che si è, noi non daremo occasione o pretesto a sospettare di

noi quello che non è. Un diritto storico sostiene Casa d'Este e i suoi

legittimi eredi; l'amore dei popoli è e deve apparire l'unica difesa di

questo sacro diritto. Questo fu sempre il mio pensiero, questa la mia

dottrina di governo, a cui s'aggiungono i consigli dell'esperienza. Non

è più possibile, dopo il gran fatto della Rivoluzione francese, dopo il

lievito di idee nuove, anche false e pericolose, che l'impresa

napoleonica ha lasciato per tutta Europa, e più che altrove in Italia,

non è più possibile, io dico, fondar nulla sui principii di un cieco

assolutismo. Eppure, voi lo sapete al pari di me, in tempi che volevano

prudenza somma, fermezza e dolcezza paterna, noi non abbiamo quasi

fatto altro che della cattiva politica.--

Il conte Jacopo scosse malinconicamente la testa, come per

rispondere:--«lo so benissimo!» Ma l'atteggiamento delle labbra voleva

soggiungere:--«che ci ho da far io?»

--Voi non ci avete colpa;--ripigliò il ministro, indovinando il

pensiero del vecchio Malatesti.--Voi siete stato fuori di queste

miserie; beato voi! Ma se volete dimenticare i nostri dissidi,

riconoscerete anche la lealtà delle mie intenzioni. Si vede il meglio

e si pon mano al peggio, pur troppo. E perchè questo? Perchè non si è

sempre padroni di fare ciò che la dottrina e l'esperienza consigliano.

Abiti inveterati, ragioni d'ambiente, i medesimi dirizzoni dei nostri

tutori.... Perchè, infatti, noi siamo ancora sotto tutela. I maneggi e

le insidie di un governo che ebbe sempre l'audacia all'altezza delle

proprie ambizioni, hanno costretta la Casa d'Asburgo ad una estrema

vigilanza, di cui qualche volta hanno sentito il peso i suoi protetti,

assai più che non i suoi stessi nemici. Così abbiamo dovuto apparire

troppo rigidi noi, i quali non desideravamo che di aver pace e di

darne. Di ciò vi ho detto abbastanza, mio vecchio amico, e vi

soggiungerò col nostro poeta: «_Se' savio e intendi me' ch'io non

ragiono_.»--

Citava anche Dante, il signor ministro, e lo chiamava «il nostro

poeta.» Ah, di sicuro, la rivoluzione era nell'aria.

Gino ascoltava, maravigliato da tutta quella soavità di discorso e da

tutta quella umanità di pensieri. Il marchese Paolo era un mago, un

incantatore, un affascinatore di spiriti. Ed era quegli il terribile

ministro che aveva mandato lui a confine senza ombra di processo?

Sicuramente; e in una breve esposizione delle sue idee, seguita da un

discreto accenno alla pratica cui era stato condannato, lasciava anche

intendere come avesse potuto ordinar cose contrarie alla sua teorica,

al suo ideale di governo.

--Ritorno al punto donde eravamo partiti;--ripigliava frattanto il

marchese Paolo.--Questi duelli, questi scontri in cui si compiace

troppo la bollente gioventù, sono riprovati dalla ragione, condannati

dalla legge morale. Ma quello che avrebbe condotto il vostro figliuolo

a incrociare la spada col barone De Wincsel era anche contrario alla

ragione di Stato. Se mi fosse giunta per le vie ordinarie la notizia

della sfida, avrei provveduto egualmente ad impedire il duello. Ne fui

straordinariamente avvertito, ve lo confesso, e promisi di fare quello

che ho fatto; lo promisi tanto più volentieri, in quanto che il

provvedimento rispondeva perfettamente al mio modo di vedere. Non

sapevo, mio caro Jacopo, non potevo credere che non rispondesse

egualmente al vostro.

--Per la ragione che vi ho detta;--rispose il conte.--Ragione intima,

come vedete, ragione delicatissima.

--Non lo nego, e per ciò appunto lodevole;--replicò il

ministro.--Siete una stirpe di soldati, voi altri, e non dirazzate dai

vostri antichi, no davvero! Sono le grandi occasioni, quelle che

mancano a voi, come a noi. Ma chi sa? L'avvenire è così grande!

--Io mi auguro,--disse il conte Jacopo, non intendendo quell'accenno

al futuro,--io mi auguro almeno che mio figlio viva da gentiluomo e

curi severamente l'onore della sua casa. Egli ha potuto in qualche

cosa dispiacervi, lo so, ma voglio anche sperare....

--Volete parlare del suo confine a Querciola?--interruppe il

ministro.--Ahimè! Quella è stata una dolorosa necessità dell'ufficio.

Ma egli non mi serba rancore d'una pena, che fu del resto leggerissima

e non lascerà traccia nella sua vita di cittadino. Essa era del resto

diretta, anzi che a punir lui, a tenere in rispetto certi altri

spiriti impazienti, che avrebbero potuto comprometterlo.--

Impazienti! Aveva proprio detto impazienti! Gino raccolse quel mite

aggettivo e lo messe accanto alle altre concessioni di Sua Eccellenza.

Ma che diavolo era quel signor ministro? Fiutava i tempi, o era,

dentro la sua conchiglia ufficiale, una perla d'uomo e di cittadino?

Comunque s'avesse a giudicare di ciò, il nostro Gino non istette alle

mosse.

--Se mio padre permette, Eccellenza,--entrò a dire gli

timidamente,--bramerei di aggiunger io qualche cosa.

--Vostro padre mi farà questa grazia;--rispose con la sua amabilità

singolare il ministro.--Parlate, signor conte, parlate pure

liberamente, come fareste ad un amico.

--Ho veramente bisogno di questa libertà e di questo incoraggiamento

benevolo;--disse Gino Malatesti.--Vostra Eccellenza ha toccato

poc'anzi del confine a cui sono stato condannato. Non mi lagnai da

principio della pena che mi fu inflitta, riconoscendo di averla

meritata; non me ne lagnerò mai, ricordando che nel mio luogo di pena

ebbi accoglienze più che ospitali, fraterne.

--Lo so;--disse il ministro.

--Orbene, io debbo aggiungere che lassù, alle falde del Cimone, non

rattenni la lingua, ricaddi in quel fallo che mi aveva già meritata la

prima punizione.

--Anche questo mi è noto;--rispose il ministro.--Ho letto di certa gita

ad un lago, e del nome che qualcheduno ha voluto imporre ad una piccola

barca. Troppo piccola, invero, me lo vorrete concedere;--soggiunse egli,

sorridendo;--troppo piccola, per portare una così grande fortuna!

--Lo riconosco. Eccellenza;--disse Gino umilmente.--Ma non voglia

dimenticare che il qualcheduno son io. E se l'inchiesta non ha messo

in chiaro questo punto, è mio obbligo di gentiluomo, anzi meglio, di

galantuomo, dichiararmi colpevole di ciò, come di tutto l'altro che

può essere spiaciuto al governo.

--A quel che vedo,--disse il ministro, sempre con quel suo sorriso sul

labbro,--voi vorreste, conte, andare nuovamente a confine. Ma badate,

stavolta, essendo recidivo, potrebbe toccarvi di peggio.

--Sia quel che si vuole, Eccellenza, purchè per il reo non siano

condannati gli innocenti. Dio santo!--continuò Gino, animandosi.--Avevo

già argomento di credere che nessuno sarebbe stato molestato per una

colpa mia, tutta mia, ed oggi son costretto a temere da capo.

--Perchè?--disse il ministro, aggrottando le ciglia.--Chi e che cosa

ha potuto farvi credere che si vogliano colpire persone innocenti, se

di innocenti si tratta?

--Ma.... veramente....--balbettò Gino, non volendo proferire il nome

della marchesa Polissena.--Non mi domandi Vostra Eccellenza come io lo

so; pensi soltanto che me lo han fatto creder possibile.

--Vi han fatto credere una cosa.... assai dura per me;--rispose

gravemente il ministro.--Certo, un'inchiesta è stata fatta. Era

obbligo dell'autorità il farla, come sarebbe obbligo mio di appurare i

fatti, e di condur le cose fino ad un processo, non per colpire

innocenti, ma per mettere in chiaro la verità e dare ad ognuno il suo.

Ma questo, come è legalmente giusto, sarebbe prudente del pari? Eccovi

il dubbio, che mi ha trattenuto finora.... e che mi tratterrà

certamente dell'altro. La politica è scienza ed arte; vostro padre,

esperto com'è delle cose del mondo, può dirvi quante transazioni e

compromessi ella consigli e richieda.

--Vostra Eccellenza ha una bell'anima;--gridò Gino, usando

spontaneamente l'artifizio di chi vuole ad ogni costo ottenere una

grazia.--Mi ha mostrato or ora i suoi dubbi; faccia un atto di carità,

mi rimandi con la certezza che i signori Guerri non saranno molestati.

--Vi premono molto!

--Sì;--rispose Gino.--Il primo e il vero colpevole son io; è dunque un

sentimento di onestà che deve muovermi a pregare per essi Vostra

Eccellenza.

--Aggiungete alle sue preghiere le mie;--disse il vecchio

Malatesti.--Mio figlio, nella sua impazienza giovanile, ha prevenuto

il mio pensiero. Preme anche a me, Paolo, preme a me più che a lui,

che i signori Guerri di Fiumalbo, ospiti e amici di Gino, non abbiano

a pentirsi della loro cortesia, della loro liberalità, verso un conte

Malatesti. Contentate un padre, mio buon Paolo!--soggiunse il vecchio,

con accento supplichevole.--Contentate un padre, che ha già troppe

ragioni di rammaricarsi del male che ha fatto.--

Il ministro guardò con aria di stupore quel vecchio gentiluomo, che

gli apriva con tanta schiettezza il suo cuore.

--Perchè dite questo, Jacopo?

--Perchè lo sento, e perchè mi sembra di esser meno colpevole,

accusandomi. Se sapeste come son pentito di aver voluto queste nozze,

e di averle imposte a mio figlio! Mi scusi almeno nel cuor suo il

pensare che io credevo di assicurare la sua felicità.

--Eh via, non temete tanto che essa sia per mancargli!--rispose il

ministro.--Siamo calmi e prudenti, nel considerare le cose. Appunto

perchè ho veduto che s'incominciava a perder la calma e si rischiava

di dimenticare la prudenza, ho fatto io quello che ho fatto. So che

non c'è nulla di cui vostro figlio abbia seriamente a dolersi. Un po'

di leggerezza, lo capisco; troppa gente in casa vostra!... Ma qui la

contessa non ci ha colpa. Gli usi della casa paterna le hanno dato

l'esempio. Questi usi, poi, non sono insoliti nelle nostre città, e

non bisogna neanche accusare quella povera marchesa Polissena. In

Italia le abbiamo sempre avute, queste case ospitali, veri porti di

mare, dove affluiscono tutti, cittadini e forastieri, nobili di sangue

e nobili d'intelligenza, poeti, maestri di musica, scultori, pittori,

diplomatici e soldati. Un padrone di casa che abbia un bel palazzo e

delle consuetudini di magnificenza, una signora che sappia ricever

bene le persone che la sua bellezza ha attirate, qualche bella ragazza

per farle riscontro, un buon Erard da suonare, un bell'albo da

riempire di versi e di bozzetti, di massime e di tocchi in penna, una

tazza di tè alla sua ora, dei vecchi quadri, delle vecchie tappezzerie

da far ammirare dagli intelligenti, ma sopra tutto dagli ignoranti, ed

eccovi il salotto naturalmente formato, eccovi il ricevimento

obbligato in chiave. È storia vecchia oramai. Capisco che per esser

vecchia, non dovrebbe esser più quella dei nostri giorni. I gusti e i

passatempi dovrebbero cambiare secondo le età. Occasioni di passar la

serata gradevolmente, ogni città ne offre a tutte le borse, a tutti i

gradi d'intelligenza e di educazione. Il salotto alla francese si

capisce ancora, ma in Francia, a Parigi: dove son cento, questi luoghi

di amabile ritrovo, e ogni padrona di casa può scegliere la sua

società. Da noi la società non può esser scelta, quando il salotto è

unico, e tutti ci si affollano, e quei tutti son sempre i medesimi. Il

salotto del tipo nostro, vero anacronismo vivente, è un allargamento

della famiglia, una invasione, un quartiere d'inverno, che tutti,

amici e conoscenti, prendono in casa vostra, ed è naturale che il

padrone sia quello che ci vive peggio di tutti. Vo' dirlo questa sera

alla marchesa Polissena. Ciò servirà per dare una diversione alle sue

collere. Ci verrete anche voi, non è vero?

--Il mio Gino non potrà fare a meno di recarsi a cercare sua

moglie;--rispose il conte Jacopo.

--Ah, già, la contessa Elena è a pranzo da sua madre;--notò il

ministro, ricordandosi.--La marchesa mi ha detto anche questo. Venite

anche voi, Jacopo. Ci sono dei momenti che tra moglie e marito un

testimone è necessario, per rendere impossibili i discorsi aspri, ed

anche i silenzi noiosi. Del resto, lasciate fare a me;--soggiunse il

ministro.--Metteremo la pace in quello spirito esacerbato della

marchesa. Ella ha un po' di deferenza per me; nè io, se bisognerà, le

risparmierò le osservazioni.

--Ve ne sarò grato, mio buon Paolo!--disse il vecchio Malatesti.

--E ai signori Guerri...--disse Gino a sua volta.--Ai signori Guerri

nessuna molestia, non è vero, Eccellenza?

--Conte Gino,--rispose gravemente il ministro,--ho fatto una solenne

promessa a vostro padre. I vostri ospiti ed amici di Fiumalbo non

saranno toccati, fino a tanto sarò io a questo posto, per la fiducia

del principe, e per la mediocrità dei tempi.--

Ancora i tempi! e dichiarati mediocri! Evidentemente, il ministro

diceva così per modestia, e un umile cenno del capo, ond'era

accompagnata la frase, voleva darle un significato di quella fatta. Ma

insieme con l'umiltà del gesto veniva un'occhiata espressiva, che il

conte Gino poteva interpetrare molto diversamente.

--È tempo che vi leviamo l'incomodo;--disse il conte Jacopo,

alzandosi.--Poc'anzi il vostro servitore è comparso sull'uscio, e voi

l'avete rimandato con un gesto.

--Che!--disse il ministro.--C'è sempre tempo, per mettersi a tavola.

Aggiungete, mio caro Jacopo, che un buon antipasto vale il migliore

dei pranzi. La vostra visita mi ha colmato d'allegrezza, sapete?

Grazie, grazie, grazie!--soggiunse il marchese Paolo, con grande

effusione di cuore, e stringendo forte le mani del vecchio Malatesti.

Poi, rivolgendosi a Gino, così gli parlò:

--State di buon animo, mio giovane amico. Se la vita domestica ha

qualche pena, non vogliate affliggervi oltre misura. In fondo, questa

vita non è profondamente triste che per le condizioni medie, siano

esse di fortuna, o d'intelletto. I gran signori a cui tutte le

ambizioni son lecite, i grandi ingegni a cui son comandate, non si

fermano troppo a meditare su queste miserie e non ne sentono l'affanno

invincibile. Anche quando hanno l'inferno in casa (e voi non lo avete;

mettiamo che sia appena appena un piccolo purgatorio) possono

escirsene fuori «a riveder le stelle», come il marito di Gemma Donati,

il quale fu un savio, pari al marito di Santippe. Chi ha le grandi

cose nell'animo deve raccogliersi in quelle, per prepararsi alle

grandi cure. La patria ha mestieri di uomini capaci di servirla e

sciolti da ogni altro pensiero, per dedicarsi intieramente ad essa.

Voi m'intendete, non è vero? Sia piccolo grande lo Stato, ha sempre un

fine più vasto e più alto di ciò che appare nelle sue circostanze

presenti. Abbiate dunque le idee tanto larghe da comprendere quel

fine, a cui potreste aver la fortuna e l'onore d'indirizzarlo voi

stesso; non rimpicciolite queste idee nelle noie e nei sopraccapi

della vita domestica; tutte cose che si acconciano per via, e

ordinariamente da se.--

Bei consigli, in verità, quelli del marchese Paolo al conte Gino

Malatesti. Egoistici, se vogliamo, ma niente più di tanti e tanti

altri che governano il mondo. Ma che potevano fare quei consigli, ad

un cuore infranto come quello di Gino? Il ministro non vedeva che un

lato della quistione: i dissapori e le noie domestiche del giovane

Malatesti. Egli dimenticava Fiumalbo, e la fanciulla dei Guerri.

Quella sera, secondo l'uso suo, il marchese Paolo andò a visitare la

sempre bella Polissena. Le apparizioni serali del potentissimo

personaggio in casa Baldovini erano la gloria e la forza della signora

marchesa, il cui salotto poteva considerarsi come un'appendice della

Corte ducale. Si era sicuri di trovar là il Governo, e si andava a

raccogliere i sorrisi, a raccattare i monosillabi, che cadevano dalle

sue labbra venerate. Dico i monosillabi, perchè non a tutti il

marchese Paolo soleva parlare, come aveva fatto quel giorno ai

Malatesti, in un momento di giustificata espansione. Ora, se i

discorsi mancano, anche i monosillabi hanno il loro pregio, quando

sono la voce del potere; di un potere tanto più eccelso, tanto più

glorioso, in quanto che esso è esercitato in nome di un padrone

assoluto, senza sindacato di Camere alte e basse, come senza divisione

di autorità, di uffici e di carichi.

Polissena aspettava il ministro; lo aspettava per consigliarsi con

lui, in apparenza, ma nel fatto per avere da lui l'autorità di

minacciare un grosso guaio a suo genero, al ribelle, che voleva

comandare in casa propria. Immaginate dunque lo stupore della bella

marchesa, allorquando, poi ch'ella ebbe toccato il tasto della

vendetta che bisognava trarre dei Guerri, si udì rispondere dal

ministro una sola parola, e la meno aspettata:--Impossibile.--

--Impossibile, avete detto?--gridò ella.--E perchè?

--Perchè, cara mia, non c'è nulla di grave contro essi.

--E l'inchiesta?

--L'inchiesta è insufficiente. Non è riuscita a mettere in chiaro che

certi discorsi fossero proferiti da alcuno di loro. Se c'è un filo da

seguire, esso conduce dove non vorremmo andar noi, cioè a vostro

genero.

--Strano!--esclamò Polissena.--Mi avevate pur detto!...

--Ho detto, sì, e ho detto male;--rispose il ministro.--Ora, con piena

cognizione di causa, vi dico che non si può.

--Non si può! Non si può!--ripetè la marchesa,--Ma che ministro siete

voi dunque?

--Un ministro come tanti altri del secolo decimonono;--replicò

pacatamente il marchese Paolo.--Il potere è assoluto di nome, ma non

lo è ugualmente di fatto. Il secolo agisce come l'aria, come l'etere,

è qualche cosa d'invisibile, d'impalpabile, che s'infiltra da per

tutto, e non ci lascia godere le beatitudini del vuoto.

--Non mi parlavate così questa mane!--notò Polissena.--Sopra

tutto,---soggiunse con accento di amarezza,--non mi parlavate così

l'anno scorso, al mio ritorno dai bagni di Lucca. Ma allora... ma

allora!...

--Ebbene, che significa questo allora? Vi preparate, marchesa, a dirmi

una cosa spiacevole e non vera, credendomi capace di prometter prima,

per non mantener dopo! Via, siate giusta, Polissena, ed ascoltatemi.

Sono il vostro buon servitore, voglio esserlo fino a tanto non vi

prenda fastidio di questi capegli che incominciano a brizzolarsi

maledettamente. Ma l'impossibile non si dee domandare a nessuno. Vi ho

detto allora che si poteva fare un processo di ribellione ai Guerri,

e, fidandomi di una prima impressione, su cui non ero più ritornato

col pensiero, mi sono lasciato sfuggire qualche altra parola poco

misurata, stamane. Ma ci ho pensato, quando voi siete partita; ho

voluto rileggere quella benedetta inchiesta, e mi sono facilmente

avveduto che non c'era nulla di grave, che si sarebbe commessa

un'ingiustizia, a voler separare la causa dei Guerri da quella del

conte Gino. Ora, le ingiustizie, o presto o tardi, si pagano; ve lo

assicuro io, si pagano, anche quando la coscienza e l'intenzione del

male mancassero. Vedete un po'! Ed io che ero tanto felice di non

dover più pensare a quell'episodio di Fiumalbo!...

--Perchè allora ci siete ritornato stamane?--domandò la marchesa.

--Per non contrariarvi, Polissena, per calmarvi, in un momento

difficile. Stamane, in verità, non ci vedevate più lume. Siete bella

anche quando siete in collera; ma io vi amo meglio quando siete di

buon umore. Ho tanto bisogno di pace! Via, siate buona, marchesa! E se

volete ancora servirvi di me nel futuro, per quanto potrà durare il

futuro di un ministro, non guastate la mia autorità nel suo principio,

nella sua base, che è come dire nella mia stessa coscienza.--

Il ministro aveva proferita l'ultima frase col piglio di un uomo che

non ha altro da aggiungere. «Ho detto» esclamavano in questo caso gli

antichi oratori.

Polissena indovinò il salmo dell'antifona, ed abbassò prontamente le

ali. Non poteva sperar nulla per le sue vendette da Paolo, poichè in

lui il ministro prendeva il posto dell'amico. Pazienza, mia bella

signora, pazienza! Non si ha tutto quel che si vuole, in questo povero

mondo.

Un'ora dopo capitò il conte Gino, ed era, per caso insolito,

accompagnato da suo padre. Al conte Jacopo, se non al figliuol suo,

bisognava fare buon viso, e la marchesa Baldovini fece di necessità

virtù.

--Ho sentito di qualche malinconia tra i nostri figliuoli;--disse il

conte Jacopo, entrando risolutamente in materia.--Spero bene che la

nube sarà dissipata. È questo il mio vivo desiderio, e risponde anche

al vostro interesse, marchesa.

--Al mio?--esclamò Polissena.--In che modo?

--In questo, che voi non dovete fare uno scandalo, per una

scioccheria.

--Non vedo come potrebbe nascere uno scandalo;--replicò Polissena, che

le ultime parole del ministro avevano già ridotta agli estremi della

sua resistenza.--Vostro figlio avrebbe voluto farne uno, battendosi

col barone De Wincsel. Ma per fortuna ci si è messo riparo.

--E sta bene;--disse il conte Jacopo.--Anch'io, senza ammirar troppo

l'espediente, lo accetto negli utili.

--Vorrete almeno desiderare con me che queste scene non si

ripetano;--ribattè la marchesa.

--Figuratevi!--esclamò il vecchio Malatesti.--Spero anch'io che non si

ripeteranno, perchè voi dal canto vostro consiglierete la vostra

figliuola a non darne occasione. Elena è una cara donnina, a cui

vogliamo tutti un gran bene; ma è giovane, ed ha bisogno di consigli.

Ella, del resto, non ha ancora guadagnato il privilegio di fare a modo

suo.

--Che cosa intendereste di dire?

--Solamente questo, che la gaia vita delle feste e dei ricevimenti,

con tutti i pericoli che ne derivano, si può e si deve rimandarla ad

altro tempo; a quel giorno, che arriva pur troppo, e per tutte, in cui

le ebbrezze son dissipate, ma almeno la famiglia è assicurata. Non è

strettamente morale, ciò ch'io vi dico;--soggiunse il vecchio

gentiluomo.--Ahimè! riconosciamo pure che non lo è niente affatto. Ma

è secondo gli usi antichi delle grandi famiglie: e questi usi, nella

corruzione generale, avevano la loro parte buona. Conserviamo almeno

questa parte, marchesa.--

La bella Polissena non fu tarda a conoscere «il velen dell'argomento»

come lo avrebbe chiamato il ministro, nella sua smania recente di

citazioni dantesche. Ed anche davanti al vecchio Malatesti, la madre

furibonda di Elena dovette abbassar le ali e tacere.

Il conte Gino, quella sera, ricondusse a casa sua moglie. Nè si parlò

tra di loro di ciò che era avvenuto; nè fu più occasione di tornarvi

poi. Del barone De Wincsel nessuna notizia per tutta la settimana. Si

seppe più tardi che egli era escito dagli arresti, per ritornarsene a

Vienna. Così procedevano allora le cose, nei felicissimi Stati di

Modena, Massa, Carrara e Guastalla.

In que' giorni la fanciulla dei Guerri era già ritornata alle Vaie;

triste, non rassegnata, ma calma; così calma, da ingannare i suoi, che

la videro perfino sorridere. Aveva tante cose da raccontare di Modena!

La cuginetta era graziosa, amorosa, veramente carina. Ben presto

l'avrebbero veduta anche loro, poichè nel finir della primavera

sarebbe venuta a conoscere i suoi nuovi parenti delle Vaie.

Il cugino Ruggero non era meno felice della sposa; e sicuramente

doveva esser felice, poichè aveva fatto un'ottima scelta. Buonissima

famiglia, quei Campolonghi; ricchi, senza orgoglio di gente nuova, e

assai benveduti in città; nel complesso, adunque, un matrimonio

eccellente. Si erano fatte gran feste; si era stati allegri; essa, la

montanara, non aveva ballato, perchè il ballo non le piaceva, ma aveva

preso parte alle gioie degli altri, ed era stata perfino a teatro.

Nessuno le domandò se avesse anche veduto il conte Gino Malatesti.

La povera fanciulla non versò la piena del suo dolore che ai piedi del

confessore, del buono e compassionevole Don Pietro.

--Figlia mia!--esclamò egli.--Ve lo avevo pur detto! Perchè andare

laggiù?

--Ebbene, che c'è di male?--replicò la fanciulla.--L'ho veduto, e son

qua, più forte a soffrire, che non mi sentissi da prima. Essa è bella,

padre mio, molto bella; ma egli è infelice. Gli ho perdonato;

pregheremo per lui.--

Capitolo XVIII.

Per l'Italia.

Aminta Guerri non aveva perdonato. Indole schietta e sana, uomo tutto

d'un pezzo, come si diceva una volta (e si diceva, perchè si usava

ancora esser tali), Aminta ignorava certe transazioni dalla coscienza,

per sè, e non le intendeva negli altri. Chi prometteva una cosa e ne

faceva un'altra, era per lui un mancatore di fede: ed egli non

concedeva a quell'uomo le circostanze attenuanti, se non per mutare il

suo odio in disprezzo.

A questi patti, voi lo intendete, Gino Malatesti non poteva sperar

nulla di buono da lui. Avrebbe dovuto resistere ad ogni volontà,

sfidare ogni pericolo, per meritare la stima e l'affetto di Aminta. Un

po' di carcere ai suoi amici!... Ebbene, tanto meglio. Non era quello

il tempo da ciò? Vengono pure i bei momenti eroici, per un popolo

sventurato! Poveri i vecchi a cui era mancata perfino l'occasione di

farsi utilmente vivi a quel modo! Ma allora, vivaddio, anche il

carcere era una battaglia, e doveva esser lieto chi ci andava, e

render grazie a chi gliene porgeva occasione.

Vedete infatti; di tanti martirii, di tante sofferenze, s'incominciava

a raccogliere il frutto. Gravi risoluzioni erano state prese nel

segreto dei colloquii diplomatici, e quel segreto lo sapevano tutti,

in Italia. Il Piemonte si armava a furia; la Francia, la nobile

Francia, caldeggiava l'impresa. Ancora qualche mese, e una frase

severa di Napoleone III all'ambasciatore austriaco appiccava il fuoco

alle polveri. La guerra imminente! E qual guerra! La guerra divina, di

tutto un popolo contro i suoi oppressori. Lungamente abbracciato dai

suoi, benedetto dal padre. Aminta Guerri andò per certi negozi

domestici fino a Massa, nella primavera del 1859. Da Massa si avviò a

Carrara; di là scese alla Magra e non respirò fino a che non ebbe

passato il confine. Era libero, libero; non aveva più birri alle

calcagna, non più timore di carceri ducali. Da Sarzana, viaggiando a

furia, si recò a Genova; e là, prima ancora di entrare in un'osteria

per mangiare un boccone, veduti alcuni soldati per via, domandò loro

dove avessero il quartiere.

--In piazza di San Leonardo,--gli dissero,--ma il quartiere si chiama

di Sant'Ignazio. C'è il deposito del 7^o reggimento.

--Che significa il deposito?

--Significa che il reggimento è già partito; qui non c'è che un

battaglione di deposito, per gli arruolamenti, per la contabilità, e

per tante altre cose che non sappiamo noi. Siamo volontarii, e non lo

conosciamo per altro che per gli arruolamenti.

--Volete accompagnarmi, camerata?--disse Aminta al volontario che gli

aveva dati i ragguagli.

--Volentieri; ma badate, ci si dà del tu, tra compagni d'arme.

--E diamoci del tu; non domando di meglio.--

Il volontario parlava italiano con uno spiccato accento veneto. Disse

il suo nome; era un Fogazzaro, di Verona, bruno, ben fatto, simpatico

a quel Dio, e spesso parlava in versi.

--Ma non è roba mia;--soggiungeva subito;--son versi di Aleardo

Aleardi, il nostro gran poeta, che gli Austriaci hanno mandato nella

fortezza di Josephstadt.--

Ventisei anni fa (non dimentichiamo la data) l'Aleardi era un gran poeta,

e nessuno era ancora saltato fuori ad accusarlo di languori, di

svenevolezze, quasi, Dio ci perdoni, di rammollimento, d'infiacchimento

della balda gioventù italiana. Aminta Guerri doveva trovare i _Canti_ di

quel poeta in molti zaini di combattenti. Ora tutti li hanno in tasca, e

non per rileggerli!

L'amico Fogazzaro condusse Aminta per certi traghetti, viottole,

discese e salite, fino al colmo di una collina, dov'erano due conventi

tramutati in caserme. Entrato in uno di questi, e detta una parola al

soldato di guardia, fece salire il borghese al pian di sopra, gli

mostrò un uscio su cui era scritto: «Maggiorità» e gli disse:

--Va dentro, e fàtti soldato d'Italia; io ti aspetto nel corridoio.--

Entrato nella camera, e ammesso alla presenza di tre ufficiali, uno

dei quali aveva il grado di maggiore. Aminta Guerri disse il suo nome,

la patria, e che volesse da loro. Aveva le carte e le mostrò; fu

misurato, esaminato, approvato; ebbe un numero di matricola, fu

consegnato ad un sergente, perchè lo conducesse con altri al magazzino

del vestiario. Un'ora dopo era soldato d'Italia, col suo farsetto di

tela e il suo berretto di cotone, in attesa del cappotto grigio e del

_cheppì_, che sarebbe andato a cercare in giornata. Per intanto, se

voleva, andasse a prendere la sua razione di pane.

--È buono, sai, il pane di munizione;--gli disse l'amico

Fogazzaro.--Lo chiamano di munizione, perchè coi pezzettini di crosta

e magari della mollica, si può caricare il fucile e far buon colpo,

come con le palle di piombo. Ma non badare; lo digerirai stupendamente

anche tu, dopo che saremo andati a San Benigno, a caricare un

centinaio di brande, e di là saremo ritornati a Sant'Ignazio. Tutti

santi, qui!--soggiunse il Fogazzaro;--e la loro lontananza te li fa

invocare cento volte in un giorno. Dico invocare....

--Ho capito, ho capito;--rispose Aminta, ridendo.

Il nostro giovanotto andò quel giorno a San Benigno per le brande, e

dormì quella notte nel letto che aveva portato sulle spalle,

attraverso le vie della città. La mattina seguente faceva parte della

squadra che andava per i viveri, e portò sulle spalle un bel peso di

carne sanguinante. In quella gita ebbe il piacere di sentir la parlata

domestica, e di conoscere nel suo compagno di fatica un altro

modenese. Si chiamava Prampolini, era avvocato, poeta alle sue ore

anche lui, innamorato del Leopardi, grande ammiratore di Pietro

Giordani.

La compagnia, come vedete, non poteva esser migliore. Andare alla fatica

qua e là, stare a lavorar di scopa in quartiere, mangiar la zuppa nella

gamella, parlando di letteratura e d'arte, citando i poeti e gli

scrittori della patria, in verità, era una festa. E come si rideva! Non

sempre, per altro, non sempre; qualche volta alla schietta risata

bisognava sostituire l'occhiata, l'ammicco intelligente, che obbligava a

sforzi erculei, per tener chiusa la bocca. Ciò avveniva quando si era «in

rango» per dare il numero, o per staccare il passo in buon ordine, al

cenno di un vecchio sergente, o per sentire la nomenclatura di tutti i

pezzi del fucile, con le analoghe spiegazioni, in una lingua che non

aveva nè babbo nè mamma. Nei primi esercizi, il comando «al tempo!» che

indicava di rimettersi in posizione, per ripetere un movimento sbagliato,

era sempre argomento di ilarità rumorose, che facevano scappar la

pazienza, ma poi anche le risate al sergente. Alla domenica, prima di

escire dal quartiere, dovevano rimettersi «in rango» per sentire la

spiegazione del regolamento, fatta dal caporale di settimana. Il

caporale, avvezzo al suo dialetto, maltrattava la lingua madre, e allora

i volontarii ad osservargli:--«Scusi, signor caporale, non abbiamo

capito.»--Ah, non capite? Non capite?--ribatteva il caporale.--Ebbene, se

non capite l'italiano, _i vadd a spieghevlo 'n piemonteis!_»

Era buono, il caporale; una vera pasta di zucchero, ad onta della sua

severità apparente. Dopo il comando: «rompete le righe» per cui erano

tutti liberi di andare dove loro piacesse, Aminta andava a presentare

le sue scuse.

--Ma se lo so!--esclamò il caporale rabbonito.--_I seve d'bravi

fieui_; ma, con tutti i vostri dialetti, non capite l'italiano. Basta,

fra poco faremo tutti una sola famiglia, e parleremo piemontese. Non è

vero che lo capite, il piemontese?--

Erano belli, quei vecchi soldati piemontesi delle due classi del 1828

e del 1829, richiamati allora sotto le armi. Avevano fatte le campagne

del Quarantotto e del Quarantanove; poi, ritornati alle case loro, e

non pensando più di dover ripigliare il fucile, erano diventati uomini

gravi e pacifici; la più parte si erano anche ammogliati. Ma

anch'essi, i _Contingenti_, come si usava chiamarli, anch'essi

sentivano l'onta di Novara, e fieri e contenti erano venuti a

raccogliersi sotto le note bandiere, maestri di guerra, narratori di

liete e di dolorose gesta, alle classi più giovani. Uno di essi, un

Cucchietto, nativo dell'alto Piemonte, aveva fatto parte del triste

manipolo cui era toccato di passare per le armi il general Ramorino:

un soldato (diceva egli) che era morto bene e che non era un

traditore.--«Ma allora,--chiedevano i giovani,--perchè è stato

fucilato?»--«Per aver disobbedito, per aver voluto fare di sua

testa»--rispondeva il contingente, con quel suo tono assoluto.

Non bisognava far di sua testa: bisognava obbedire; questa era la

regola. E si obbediva; e obbedivano tutti, in quel benedetto esercito.

Tipi di gentil gravità e di ferrea disciplina, accettata per sè,

voluta egualmente negli altri, erano quegli ufficiali che Aminta

doveva ben presto conoscere, dal colonnello Berretta fino a Carlo

Rivalta, il più giovane fra i sottotenenti del reggimento. Rigido

osservatore dei regolamenti, ma buono per il soldato, quell'aiutante

maggiore Coppier, con quelle sue gambe lunghe e sottili, per cui era

chiamato «il capitano più grande del vero,» e con quel suo gran naso,

che stava a cavaliere di una bocca femminea, donde non era mai escita

una mala parola. In mezzo a quella gravità i volontari recavano la

loro gaiezza; ma non era una gaiezza baldanzosa; era una gaiezza

disciplinabile, già mezza disciplinata fin dai primi giorni di

quartiere; era l'esuberanza di vita, propria della gioventù

intelligente, governata dall'amor patrio, contenuta dalla dignità

dell'esempio.

In capo ad otto giorni Aminta Guerri aveva imparato il maneggio del

fucile e le prime evoluzioni di compagnia. La mattina del nono giorno,

sul piazzale della Cava, sotto la guida del sergente Bernaroli,

compieva la sua educazione militare con la scherma di baionetta.

Sapete? quella scherma famosa con cui il fantaccino para tutti i colpi

del cavaliere e finisce infallibilmente a buttarlo giù dall'arcione.

S'intende che nei depositi di cavalleria s'insegnava in pari tempo al

cavaliere la scherma di sciabola, per cui gli era dato di disarmare il

fantaccino, facendogli saltare la baionetta dalla canna,

infallibilmente, in tre colpi.

La mattina del decimo giorno, un grosso drappello di volontarii, così

addestrati al mestiere, lasciava il deposito, per andare a raggiungere

il reggimento, già in linea sulle rive della Sesia. La strada ferrata

da Genova ad Alessandria era tutto un passaggio di soldati d'ogni

forma e colore. Egualmente da Alessandria a Novara, poichè, dopo

Montebello, Frassineto, Palestro e Vinzaglio, i due eserciti alleati

avevano mutata la linea di operazione e l'obbiettivo, spingendosi

rapidamente a minacciare il nemico verso il centro politico, e

strategico per conseguenza, delle sue fiere difese. Da Novara si

andava allora più speditamente su Milano, e l'esercito combattente non

si sarebbe potuto raggiungere che sulla via di Magenta. Avanti dunque

a Novara, drappelli di tutte le armi, soldati piemontesi e soldati

francesi, bersaglieri e cappotti grigi, zuavi, cacciatori di Vincennes

e artiglieri della Guardia imperiale. Si stava a disagio, nelle

carrozze; si esciva fuori dai finestrini, per aggrapparsi alle prime

sporgenze e rampicarsi fino ai sopraccieli, dove si posava finalmente,

ammirando la campagna e respirando l'aria libera. Il fumo, anche! Ah!

che fumo d'Egitto? Importava poco, il fumo della vaporiera. Del resto,

a que' tempi, sulle strade ferrate non si bruciava ancora che carbone.

E si andava allegri, salutando le stazioni con grida fraterne,

cantando tutte le canzoni patriottiche di quell'anno, e quelle di

dieci anni addietro, ma più spesso e più volentieri la _Bella

Gigogin_, una scioccheria smisurata, che esprimeva benissimo la

spensieratezza di quel tempo e di una generazione molto sicura del

fatto suo. Anche i soldati francesi cantavano la _Gigoginne_, facendo

un grazioso miscuglio di parole italiane, piemontesi, lombarde, con

desinenze di Francia.

Da Novara si cominciò a far cammino a piedi. Si entrò a Magenta ancor

seminata di brandelli di carne e fumante di sangue: orrendo

spettacolo, che pur sollevava gli spiriti! A Milano gran meraviglia

per il Duomo, e grande allegrezza per le accoglienze fraterne, più

belle a gran pezza del Duomo. E via, il giorno dopo, per correre sulle

traccie dei reggimenti, che erano sempre due marcie più in là.

Correvano tutti, quei reggimenti benedetti, perchè Garibaldi era

volato su Brescia, e bisognava collegarsi con lui. Piemontesi e

Francesi, cappotti grigi e calzoni rossi, cheppì e turbanti, penne di

cappone ondeggianti all'aria e nappine azzurre battenti sugli omeri,

si andava tutti di conserva, spesso nelle fermate confondendosi, sulle

piazze barattando gli abiti e le insegne, ballando insieme, senz'altra

musica fuor quella che si sprigionava dai cuori.

Andiamo, corriamo anche noi; se no, finiremo Dio sa quando. Gli

eserciti alleati erano in linea da Desenzano a Montechiaro. Il giorno

24 di giugno, fu San Martino di Pozzolengo da un lato e Solferino

dall'altro; una grande giornata, una battaglia napoleonica per la

massa in azione, per lo sforzo maraviglioso, per gli effetti

strategici. Aminta Guerri prese quel giorno il suo battesimo di fuoco.

Ci capì poco, anzi nulla, come in ogni battesimo avviene al

battezzato; non ebbe altra impressione del fatto, e non serbò altro

ricordo che quello di un grande intronamento di orecchi.

Gli eserciti alleati non riposavano sugli allori. Inseguito fino al

Mincio il nemico fuggente, investirono la piazza di Peschiera. I

Piemontesi, mantenendo la prima disposizione dei corpi combattenti,

piantarono il campo sulla sinistra, e incominciarono tosto i lavori

d'approccio. Aminta aveva fatto il facchino e lo spazzaturaio in

caserma; imparò a fare lo zappatore, scavando fossi e rizzando

parapetti. Rafforzato il campo, scavate le vie coperte, si incominciò

a lavorare di notte, poichè le parallele giungevano troppo sotto gli

occhi della piazza assediata, e l'opera, continuata di giorno, poteva

essere più facilmente guastata. Ma anche di notte, e come gli era

concesso dall'oscurità, vigilava il nemico. Dai bastioni, ad ogni

tanto, partivano razzi, illuminando la campagna; poi, sotto l'arco dei

razzi, veniva la corda delle cannonate. Era dunque un lavoro utile, da

parte degli assedianti, il notturno; ma era anche oscura la morte,

quando toccava.

Nella sera del 30 giugno il battaglione di Aminta fu comandato di

avamposto; noioso servizio, poichè la notte avanti gli era toccato il

faticoso, cioè quello di lavorare nelle trinciere. Ma pazienza; quando

si è in mare si naviga, e quando si è in terra si va. Il battaglione,

messo in ordine di marcia due ore dopo il rancio, partì dalla cascina

Fedalora, intorno a cui era formato il campo, e si avviò per la nota

strada che metteva ai lavori d'approccio; poi, ad un certo punto,

piegò a sinistra, nella direzione del lago, per non dar nell'occhio al

nemico, che vigilava sui bastioni. Sull'imbrunire, ripiegando

nuovamente a destra, giungeva ad un casolare, dove si stabilì la gran

guardia, e di là si spiccarono due compagnie, per procedere ancora

verso i forti. Una di esse rimase ad un certo punto in sostegno;

l'altra, che era quella di Aminta, proseguì la sua strada, lasciando

ancora qualche manipolo d'uomini lungo le prode dei campi, per

collegare le sentinelle avanzate ai sostegni. La notte era

sopraggiunta, e le due ultime squadre della compagnia, guidate da un

tenente, s'inoltravano ancora pei campi, seguendo certi sentieri

fiancheggiati da piccole siepi d'acacia. Il tenente collocò due posti

di quattro uomini, poi un terzo, poi un quarto, e finalmente le

sentinelle avanzate. Aminta ci capiva poco, e ci vedeva anche meno,

per il gran buio che regnava in que' luoghi, interrotto solamente a

quando a quando dai razzi, a cui tenevano dietro le cannonate del

nemico. Altro non vide e non intese che questo: dietro una svolta del

sentiero era stato collocato con tre uomini il caporal Piras, suo

superiore immediato; di là dalla svolta, dieci quindici passi più

oltre, era collocato lui in sentinella.

--Tu rimarrai qui;--gli disse infatti il tenente, dopo averlo condotto

sul posto, di contro ad un muro a secco, che sosteneva un campo e lo

divideva dal sentiero.

--Che debbo fare, signor tenente?--domandò il giovanotto.

--Ah, siete volontario?--riprese il tenente, udendo la parlata del

fantaccino.

--Sissignore.

--E siete alla vostra prima guardia?

--Sissignore.

--Se lo sapevo, mettevo qua un altro;--borbottò il tenente.

--Che importa?--disse Aminta.--Mi dica quel che ho da fare, e lo farò

come un altro.

--Lo credo, lo credo, e supplirete con la buona volontà

all'esperienza;--rispose il tenente.--Badate dunque; voi siete da

questa parte l'ultima sentinella del campo. Da questo sentiero, in

mezzo a piantagioni di grano turco, si riesce all'aperto, sotto le

fortificazioni del nemico. Non vi occupate di ciò che può accadere

altrove; guardate là, davanti a voi, attento ad ogni rumore che possa

darvi indizio di gente che s'avvicina. Al primo calpestìo date il «chi

va là?», scambio di sparare, come fanno i novellini, mettendo sossopra

i compagni, e spesso per una cosa da nulla. Date il «chi va là» come

vi ho detto; poi, quando siete ben certo che si tratta di uomini, non

di ramarri, o di lepri, sparate in quella direzione il vostro colpo, e

vi ritirate, ricaricando, sulle altre sentinelle.

--Dove sono?--chiese Aminta.

--Le avete vedute; qua dietro, sulla vostra destra. Dopo la svolta

troverete le prime, e via via tutte le altre, sempre sulla destra, se

date le spalle al nemico. Spero bene che non gliele darete,--soggiunse

il tenente;--perciò non diremo più sulla vostra destra, ma sulla

vostra sinistra, guardando il nemico, e sulla sinistra del campo. Se

il nemico si avanza in forze preponderanti, vi sarà facile

avvedervene, e avrete tempo a ripiegarvi sulla compagnia di sostegno.

--Sissignore;--disse Aminta.

--A proposito, e per ogni buon fine,--disse ancora il tenente,--se

dato il «chi va là?» vi fosse risposto da amici, eccovi il santo e la

parola d'ordine: _San Martino, Malplaquet_. Ve ne ricorderete?

--Sissignore, non dubiti.

--Bene! e adesso, buona guardia!--

Così dicendo, il tenente metteva con gesto amorevole la mano sulla

spalla di Aminta. Ma gli cadde anche addosso con la persona, mentre si

udiva un gran rombo, e una vampa, un'ondata di fuoco, passava,

tingendo l'aria di un rosso cupo.

Aminta credette lì per lì che il tenente gli fosse cascato morto tra

le braccia. Povero tenente Parodi, così buono coi soldati! Non era più

giovane, il tenente Parodi, e aveva disegnato, appena fosse finita

quella campagna, di prendere la sua giubilazione. Si sapeva nel

reggimento che una brava donnina l'aspettava, per dargli la mano di

sposa. Povero tenente Parodi!

Ma non era nulla, per fortuna; un urto dell'aria, uno stordimento

momentaneo, da cui il tenente si riebbe subito.

--Diavolo!--esclamò egli, rialzandosi.--Una palla da trentasei,

passata troppo vicina. Ho sentito il soffio caldo sulla guancia.

Consoliamoci che non sia stato un bacio!--

Aminta, al lume improvviso di quella vampa aveva anche intravveduto

che il sentiero era molto stretto.

--Se passano di queste giuggiole,--diss'egli,--si sta male davvero!

--Vedete di che si tratta;--ripigliò il tenente.--Bisogna accostare le

spalle al muro. Gli occhi di là, mi raccomando; e non colpi inutili,

che guasterebbero il sonno alla gente.--

Ciò detto, il bravo tenente se ne andò; fatti quindici passi, era alla

svolta del sentiero.

Aminta era rimasto solo, sentinella avanzata, sentinella morta, cioè

l'ultima del campo, in luogo pericoloso, la più vicina al nemico.

Questo pensiero sosteneva il suo spirito, abbattuto dai terrori della

notte. La battaglia di giorno è gloriosa; si procede alla luce del

sole, che intorno a voi tinge d'oro ogni cosa e vi dà l'illusione

dell'andare a guisa d'un dio antico, entro una nuvola luminosa, mentre

i fumi della polvere vi esaltano, come i fumi di un vino generoso. Ma

la vigilia di nottetempo, soli, come abbandonati da tutti, con un

nemico vicino e invisibile, tra insidie che si tendono nell'ombra,

agguati che si preparano, a cento, a cinquanta, a venti passi da voi,

è la cosa più triste che si possa immaginare. Aminta doveva star là

con l'orecchio teso; non poteva sparare senza una cagione ben certa.

Di questo egli si era già persuaso nelle notti antecedenti, passate

sotto la tenda, quando una schioppettata rompeva il silenzio della

campagna, e subito altre schioppettate rispondevano a quella, e in due

minuti s'impegnava un fuoco d'inferno su tutta la linea degli

avamposti. Allora, su, tutti! Bisognava correre ai fasci d'armi, e, se

il fuoco continuava, disfare anche le tende, mettersi in ordinanza,

con lo zaino in ispalla, pronti a marciare. Non era stato che un falso

allarme; il fuoco cessava. Allora si rifacevano i fasci d'armi e si

deponeva lo zaino; ma intanto, poichè l'alba era vicina, non si

rifacevano le tende, e si battevano i denti, aspettando che battessero

la diana i tamburi.

Dunque, non colpi inutili. Ma se fosse stato sorpreso, senza poter

dare l'allarme con una schioppettata! Aminta si tenne a buon conto col

fucile alto, con l'indice al grilletto e il pollice al cane. E stava

là, ritto impalato, vedendo i razzi che descrivevano la parabola

davanti a lui, e sentendo le cannonate. I colpi erano regolari; ogni

cinque minuti ne veniva uno. Quando il razzo fischiava, illuminando un

tratto di paese, egli diceva tra sè:--Ecco, è qua che arriva; questa è

la buona!--

Ancora tre cannonate infilarono la viottola dov'egli stava in

sentinella. Così almeno gli parve, poichè, sentendo il colpo, vide

anche passare l'ondata dell'aria rossastra, e molto bassa, come la

prima volta, quando c'era il tenente. Quel fuoco assiduo, ragionandoci

su, non gli dispiacque. Fino a tanto che erano cannonate, non doveva

esserci pericolo di ricognizioni. Il nemico sicuramente non avrebbe

tirato addosso ai suoi esploratori.

Pure, ad ogni tratto, si sentivano rumori, da quella parte che egli

doveva guardare. Quante volte non fu per gridare il suo «chi va là?»

Ma capì che erano lepri, ramarri, come diceva il tenente, o martore,

od altri animali predatori dei campi.

Rimase molte ore in quel posto. L'esercito faceva un servizio

stupendo; metà degli uomini lavoravano nelle parallele; i battaglioni

d'avamposto, costretti a custodire un gran raggio di terreno, non

potevano cambiare di quattro in quattr'ore le guardie. Del resto,

vigilare in un luogo, vigilare in un altro, era tutt'uno, e la

conseguenza era questa, che non si dormiva in nessuno. Aminta non

aveva che una noia di più: quella di tenere il fucile alto, e l'indice

al grilletto e il pollice al cane. Un vecchio soldato non avrebbe

fatta quella inutile fatica; ma il nostro Aminta aveva promesso di

supplire con la buona volontà al difetto d'esperienza, e voleva esser

pronto ad ogni occasione, senza perdere un minuto secondo.

Finalmente le cannonate cessarono. Era il caso di stare più attenti di

prima. Che rabbia! Proprio allora incominciavano a cascargli le

braccia. Provò a rimanere col fucile abbassato, ma in linea

orizzontale, tenendolo con ambe le mani nei punti buoni. Quello era il

suo modo di riposare le braccia.

Era forse da un'ora in attesa, quando gli parve di sentire un frussi

frussi davanti a sè. Un altro ramarro? o una lepre? No, era stato un

rumore più forte; ma era anche cessato. Forse un manipolo di nemici,

che voleva andare guardingo, e perciò, fatto un po' di strepito per

inavvertenza d'un soldato, si fermava tosto, per distrar l'attenzione

delle sentinelle morte? Ah, se queste era, il nemico fallava i suoi

conti, perchè l'attenzione di Aminta era più tesa che mai. Ancora uno

strepito, il suono di cosa che strisci violentemente tra le foglie;

certamente un uomo che s'avanza in un campo di grano turco; poi più

nulla: poi da capo un rumor sordo, ma cadenzato, uniforme. Aminta è

cacciatore e non ricorda più che gli usi del cacciatore; si abbassa,

mette l'orecchio a terra ed ascolta. Non c'è più dubbio; son passi

d'uomini; e di là, donde vengono, son passi di nemici.

Sorse in piedi, rimise il fucile al petto e aspettò ancora due minuti.

Il rumore dei passi cresceva; oramai si sentiva allo sbocco del

sentiero.

--Alt! chi va là?--gridò egli con voce poderosa.

Gli rispose un colpo di fucile. La palla passò sovra la sua testa,

gnaulando.

Stavolta non e' era più dubbio; poteva tirare con cognizione di causa.

Spianò il fucile e lasciò andare il suo colpo. Quindi, cercando una

cartuccia nella giberna, si ritirò, secondo la consegna. Giunto alla

svolta, aveva già calcata la cartuccia in fondo alla canna, e

rimetteva a posto la bacchetta, quando si sentì dare il «chi va là?»

ma con voce sommessa.

--Savoia;--rispose.

--Ah sei tu, Guerri?

--Son io, caporal Piras;--replicò egli, che aveva riconosciuta la voce

del superiore.

--Che c'è?

--Il nemico.

--Ne sei ben sicuro?

--Perdio! Ho dato il chi va là, e mi hanno risposto con una

schioppettata.

--È giusto;--disse il caporale.--Infatti ne ho udite due.--Ma

arriviamo fino alla svolta, per sentire se si avanzano.--

Mossero allora verso l'angolo: il caporal Piras, piccolo sardo

animoso, il soldato scelto Guenzi, che era con lui, e il nostro

Aminta, volontario, che stava adattando un altro cappellotto al

luminello del suo fucile.

Giunti laggiù, udirono i passi di gente che si avanzava lenta,

fermandosi ad ogni tratto, come per ascoltare.

--Punta sulla mia spalla;--bisbigliò il caporale all'orecchio di

Aminta;--e tu, Guenzi, un passo più in là, ma pronto subito a

ritirarti. Ci siete? Fuoco!--

Tre colpi partirono, e i tre tiratori furono pronti a nascondersi

dietro l'angolo. Parecchie fucilate risposero, e non solamente dal

sentiero, ma anche da un campo che era più in là, poichè i nostri

sentirono fischiare qualche palla entro la viottola, dove si credevano

al riparo.

--Non importa;--disse il soldato scelto Guenzi, un piemontese di buon

umore.--A qualcheduno l'abbiamo accoccata, e noi siamo sani tutti e

tre.

--Animo, Via!--disse il caporal Piras;--ripieghiamoci sulle altre

sentinelle.--

I due soldati obbedirono al comando, e appena furono al posto più

vicino, ricaricarono i fucili.

--Che c'è, caporal Piras?--domandarono le sentinelle.

--Una pattuglia austriaca,--rispose il caporale.--Aspettiamo che si

presenti, per mandargli la seconda di cambio.--

L'alba era vicina, e un leggero barlume, diffondendosi per l'aria

greve, permetteva di distinguere appena i profili dei bastioni e il

lungo dorso di monte Baldo. Le fucilate ricominciarono, da una parte e

dall'altra; ma la ricognizione austriaca veniva innanzi molto

lentamente. Ed era naturale, poichè tastava terreno davanti a se,

volendo sapere dove fosse e come in forza il nemico.

Le sentinelle si erano ripiegate sui posti avanzati: e così,

procedendo verso sinistra, e facendo ad ogni tanto i loro colpi,

giungevano ad un punto dove il sentiero si spartiva in due.

--Caporal Piras, dov'è la ritirata?

--Sempre a sinistra, ha detto il tenente. Dunque per di qua.--

Entrarono allora risoluti nella viottola più bassa. Erano in quindici,

e restavano in quindici, tra soldati e caporali. Ma dov'era il

sergente Jemina, che avrebbero dovuto trovare per via? Già troppo

cammino avevano fatto, dopo quel bivio, senza trovare nessuno, nè

soldato, nè sott'ufficiale. E il fuoco continuava dai campi; e il

nemico si avanzava, disposto a ventaglio, ma non per far fresco,

davvero!

Un dubbio sorse nella testa di Aminta.

--Caporal Piras!

--Ebbene, che hai?

--Questa non è la strada.

--Perchè?

--Perchè non troviamo più nessuno dei nostri. Veda, del resto; il

sentiero, in cui siamo entrati, piega insensibilmente verso il lago.

Non crede Lei che tirando avanti così riesciremo all'aperto, sotto i

bastioni di sinistra?

--Il Guerri ha ragione;--disse il soldato Isoardo;--andiamo in

trappola!

--Pare anche a me;--borbottò il caporale, dopo alcuni istanti di

osservazione.--Pure, il tenente ci ha detto: sempre a sinistra!

--Sempre a sinistra; ma non troppo!--replicò il soldato Isoardo.

--E allora che si fa? Saremo tagliati fuori!--disse il Guenzi.

--Questo poi non mi conviene;--rispose il caporal Piras.

--Neanche a me,--disse un altro.--Caporale, che pesci si piglia?

--Vada al lago, chi vuole pigliar pesci;--ribattè il caporale.--Io

ritorno per di qua, a cercare l'altro sentiero.

--Sì, ritorniamo;--dissero tutti.

Ma il nemico era già al bivio; bisognava spazzare il cammino.

--Da bravi!--esclamò il caporal Piras.--Qui c'è una cosa sola da fare:

una carica alla baionetta Oramai ci si vede quanto basta. Guenzi,

Isoardo, Guerri, qua in prima fila con me! E voi altri serrate sotto!

Non un colpo; baionette spianate; e avanti, Savoia!--

Savoia! Come è dolce il tuo nome, gridato nella mischia sanguinosa!

Come scorre facile, ardente dalle labbra, accompagnando il passo,

affrettandolo contro le ordinanze nemiche! Savoia! Savoia! Fu un grido

solo, un urlo disperato, e su per la viottola campestre quel pugno di

fantaccini incalzava come una falange macedone.

L'avanguardia nemica aveva scaricati i suoi fucili contro la piccola

schiera, ma non ne aspettò l'urto; balenò davanti alla rovina e diè

volta. Il passo era libero; due soli feriti; uno di essi Aminta, a cui

era sembrato ricevere uno spintone al braccio destro, e che aveva

creduto lì per lì di essere stato urtato da un compagno, nella furia

del correre. A tutta prima non ne aveva fatto caso; ma poi, sentendo

di non poter reggere il fucile, abbassò gli occhi a guardarsi la

manica, e la vide strappata poco sotto alla spalla. Recò allora la

mano allo strappo, e sentì un dolore acuto. Con la sensazione del

dolore all'omero, gli venne alla mano uno spruzzo caldo di sangue.

--Cose da nulla!--disse il caporal Piras, dopo che ebbe verificati i

danni.--Se rimanevamo a scaramucciare da lontano, ne buscavamo assai

più. Eccoci finalmente all'incontro dei due sentieri. Prendiamo dunque

quest'altro, che dev'essere il buono.--

Era il buono davvero. Il manipolo delle sentinelle ci aveva fatti a

mala pena dieci passi, quando vide accorrere di là una compagnia di

sostegno.

--Che c'è?--chiese il capitano Cattaneo, che ne aveva il comando.

--Una pattuglia austriaca;--rispose il caporal Piras.--Noi l'abbiamo

caricata alla baionetta.

--Bravi!--esclamò il capitano Cattaneo.--Tanto più che non sarà

solamente una pattuglia, ma molto probabilmente l'avanguardia di una

ricognizione delle solite.

--Infatti, signor capitano, ci sparavano addosso anche dai campi

laterali.

--Vedete? Ve lo dicevo io? Ed eravate in pochi, per una carica.

--Signor capitano, allo stretto si pareva di più. E poi, non era

ancora giorno chiaro.

--Ah sì! _La nuit tous les chats sont gris_;--osservò il tenente

Gordolon, un nizzardo, che parlava bene e volentieri il francese.

Il capitano Cattaneo ordinò alla compagnia di sostegno di prender

posizione lungo le siepi. Il nemico era in forze, di là da un campo di

grano turco, e sopra le vette delle piante ancor giovani si vedevano

tratto tratto apparire le teste dei soldati, coi loro alti pentoloni

neri.

Il fuoco ricominciò. Veramente, non era cessato; ma la compagnia di

sostegno gli diede una gagliarda ripresa.

--Tenetevi più radi!--gridò il capitano ai suoi soldati.--Così! A

dieci passi l'uno dall'altro! E tirate più basso, nel verde; la palla

si farà strada.--

Aminta, col suo braccio sanguinante, era stato mandato indietro, ad

aspettar l'ambulanza. Un bravo soldato, il Tonazzi, lo aveva fatto

sedere al piede di un gelso, e lo rinfrancava con qualche sorso di

_rum_ della sua fiaschetta. Che rabbia! Li vedeva, di là, i negri

cappellacci con l'aquila bicipite di argento falso, che luccicava ai

primi raggi del sole, e non poteva più spianare il suo fucile, per

mandar loro qualche palla, egli cacciatore dall'occhio sicuro e dal

colpo infallibile!

Come il capitano Cattaneo aveva detto dianzi, quella era una

ricognizione in tutte le regole. Non accennava a volersi avanzare di

più; ma faceva un fuoco assai vivo. Perciò il battaglione si avanzò

tutto quanto, pronto ad entrare in azione, e venne anche una compagnia

di bersaglieri al passo di corsa, per snidare il nemico dal campo,

dove pareva aver messe le barbe.

--Oh, bravo, Arrigozzi!--gridò il tenente Gordolon ad un

bell'ufficiale dalla persona alta e dal fiero aspetto, che guidava i

cappelli piumati.--Sei venuto a prendere la tua parte?

--Spero bene che ci avrete lasciato qualche cosa;--rispose

l'Arrigozzi, passando e salutando con la sciabola.

I bersaglieri, giunti al sentiero, si ordinarono tosto in manipoli, e

si cacciarono risoluti nel campo, con le baionette puntate in avanti.

Frattanto il tenente Parodi aveva detto ai suoi:

--Ora voi altri, ragazzi miei, prendete un po' di riposo, che lo avete

guadagnato. Chi ha pane nella sacca ne mangi un boccone. La zuppa

verrà tardi, quest'oggi.--

Niente fa scorrere il tempo come le schioppettate. Con questo non

s'intende di raccomandarle agli annoiati, che potrebbero anche

abusarne; si dice solamente per accennare un fatto psicologico,

abbastanza curioso, e che a molti parrà anche in contraddizione con la

eterna lunghezza delle ore di pericolo. Forse la ragione di una tale

diversità di sentimenti sta in ciò, che il pericolo in guerra è un

pericolo _sui generis_, affrontato in molti, che s'incuorano a vicenda

e si riscaldano, e son capaci anche di celiare, di ridere e di far

ridere. Infine, che ne so io? Quanti hanno avuto pratica di queste

cose vi diranno che al fuoco non hanno contate le ore.

La scaramuccia durò un pezzo, tanto che venne la zuppa, prima che i

bersaglieri e la compagnia di sostegno avessero finito di scambiar

colpi con un nemico, il quale si era ritirato sotto la protezione

delle batterie e non voleva aver l'aria di cedere. Venne la zuppa,

portata in due grosse pentole di ferro, sostenute da una stanga,

passata attraverso i due manichi mobili. Fumava, l'aspettata, la

sospirata, e mandava un soavissimo odore di lardo. I soldati si

rizzarono in piedi, fiutando il vento, come le cavalle di Omero.

Ahimè! Quella zuppa doveva finir male. I quattro soldati di cucina che

la portavano, ebbero a passare in una larga radura, donde la videro

gli artiglieri austriaci dai bastioni. Un ufficiale di cattivo umore,

a cui forse non avevano portata la sua, si prese il gusto matto di

turbare la colazione degli altri. Un cannone fu puntato, partì il

colpo, e una delle solite palle la trentasei venne a ficcarsi nel

terreno, venti o trenta passi discosto dagli invocati distributori del

brodetto spartano. Titubarono alquanto i soldati, e pensarono di

piegare da un lato; così perdettero tempo, e un'altra palla arrivò,

anche più vicina della prima. Essi allora non aspettarono la terza;

rovesciarono le pentole, e via.

Non li disprezziamo per ciò. Quei soldati erano dei buoni, e avevano

fatto in ogni incontro il loro dovere. Ma è regola che il soldato di

cucina non si batte. Se non si batte, perchè correrebbe il rischio dei

compagni che si battono? Sono ventiquattr'ore che egli regala a sè

stesso, alla famiglia, alle probabilità matematiche di portar salva la

pelle a casa.

Aminta assistè dal suo posto ad una scena curiosa. I soldati che si

battevano, non avendo le stesse ragioni dei loro compagni di cucina,

scambio di fuggire dal posto preso di mira, si buttarono per

disperati, a raccogliere i pezzi di carne lessa, e le manate di riso,

per riempirne le loro gamelle, che, poveracci, avevano già slacciate

dagli zaini. Quel giorno, adunque, in premio della loro carica alla

baionetta, gli uomini del caporal Piras mangiarono il riso senza

brodo, ma per contro bene imbrattato di terriccio e sparso anche di

sassolini. La fame è cieca e non bada a queste piccolezze.

Poco dopo venne il medico Baratelli, a visitare i feriti. Trovò che il

soldato Guerri aveva l'osso dell'omero scheggiato, e allora, fatta una

fasciatura alla lesta, mandò il ferito all'ambulanza del campo. Quel

medesimo giorno Aminta era avviato all'ospedale di Brescia.

Il carro dell'ambulanza si mosse dalla cascina Fedalora mentre il

reggimento si disponeva a lasciare il campo, insieme con tutta la

divisione, per passare il Mincio e andarsi a piantare entro il famoso

Quadrilatero. Un'altra divisione doveva sostituire quella comandata

dal vecchio e prode Mollard, nell'assedio di Peschiera. Dicevasi che

per allora Peschiera e Mantova si sarebbero mascherate, e che il

grosso degli eserciti alleati avrebbe investito il campo trincerato di

Verona, sperando di trarre a giornata l'esercito nemico e di dargli un

altro Solferino là dentro. Al povero Guerri non sarebbe toccato più

niente di quella distribuzione, poichè andava all'ospedale.

«Distribuzione» era il vocabolo usato allora dai soldati piemontesi,

per indicare le schioppettate. Qualcheduno anzi v'aggiungeva «di

fagiuoli», dicendola ottima, per accompagnare l'eterno e solitario

riso della minestra quotidiana.

Aminta partì, salutato dal bruno Fogazzaro, dal pallido e gentil

Prampolini, dal biondo angelico Simone, dal nero Isoardo,

dall'olivigno Piras, e a farla breve da tutti i suoi amici più cari,

dai suoi dilettissimi fratelli d'armi. Gli parve, spiccandosi da loro,

mentre il veicolo si metteva in moto, di separarsi dalla sua stessa

famiglia. È infatti una famiglia, il reggimento; anzi un aggregato di

famiglie, come i vecchi _clans_ della Scozia; ed è padre il capitano,

nonno il maggiore, bisnonno il colonnello.

E la famiglia sua vera, che aveva lasciata alle Vaie? Ci pensò allora,

dopo aver ricevuta la parte sua, nella grande distribuzione. Fino a

quel giorno era vissuto in uno strano tumulto di idee, nella

confusione della gloria, e gli era sembrato di marciare in mezzo ad

una polvere luminosa, che gli nascondesse tutto intorno l'aspetto

delle cose.

Da suo padre aveva ricevuto una lettera sola. Dio sa quante altre

n'erano andate smarrite! Ma da altri modenesi aveva sapute le notizie

della patria. Il duca Francesco V era fuggito a Vienna. Il conte

Jacopo Malatesti, fedele alla sventura, lo aveva seguito a Vienna. E

suo figlio Gino? Si diceva che fosse sparito dalla città, ma della via

che aveva presa non si sapeva nulla di certo. Il marchese Paolo,

ministro del duca, non si era mosso dagli Stati felicissimi, ma non

più fedelissimi, dicendo a chi voleva e a chi non voleva sentirlo,

com'egli avesse disapprovato sempre il poco liberale indirizzo del

governo del suo signore, insistendo spesso per fargli dare una

Costituzione. Pochi credevano; i più sorridevano e lasciavano dire.

Erano così felici di aver scosso il giogo! E il marchese Paolo,

probabilmente citando più che mai il gran poeta della patria, si era

ritirato a vivere in una sua villa sul Reggiano, dopo aver mandato un

saluto amorevole al Governo provvisorio. I governi provvisori

sorgevano da per tutto, in quei giorni. La tirannide era stata

dissipata, come una nebbia molesta, dal sole di Magenta. La Lombardia,

i Ducati, la Legazione di Bologna, la Toscana, erano libere; già si

aspettavano le rivoluzioni di Palermo, di Napoli, di Roma. Quanto a

Venezia, ci si andava; la città delle Lagune aspettava fremente.

Un celebre chirurgo militare, il Larrey, osservò che al tempo suo

(quello delle grandi guerre napoleoniche) guarivano più facilmente le

ferite dei vincitori, che non quelle dei vinti. Sapere che la tua

ferita è stata utile a qualche cosa, è già un conforto: udire che il

tuo reggimento procede di vittoria in vittoria, che il tuo esercito è

entrato nella capitale del nemico, ed ha potuto dettare, giunto alla

sua meta, le condizioni di pace, è una gioia in cui si annegano molti

dolori. Così stando le cose, Aminta Guerri partiva felice per

l'ospedale di Brescia. Portava un omero scheggiato, fors'anche

spezzato; ma non sentiva al braccio che un gran calore:

l'infiammazione dei tessuti, forse; molto probabilmente le forze della

natura, che già lavoravano al doppio ufficio della eliminazione e

della riparazione.

Il carro dell'ambulanza andava con motto uniforme sulla grande strada

maestra, che da San Martino di Pozzolengo metteva a Desenzano. Aminta

rivide il bel lago di Garda, che sembrava un mare, ma che, scambio

degli effluvii marini, portava quelli dei cedri e degli aranceti di

Salò. Addio Lonato, dall'alto castello veneziano, che raffigura da

lungi le immani rovine di una rocca ciclopica. Addio Ponte San Marco,

dove Aminta non vide nè il ponte nè il santo, ma donde mandò un saluto

e un pensiero affettuoso a Calcinato su Chiese, nobile borgo ospitale,

bianca apparizione torreggiante dal colmo d'un poggio, sul fondo verde

azzurro della pianura lombarda.

Calcinato domanda un ricordo, se pure non è più giusto il dire che lo

comanda, a chiunque faccia la via da Brescia a Peschiera. È una grossa

terra e val molte città, col suo vasto abitato, con la sua chiesa più

vasta dell'abitato, e co' suoi cuori più vasti della chiesa. Calcinato

è forse il paese d'Italia che abbia veduto passare più soldati, dal

Quarantotto in poi, causa la sua poca distanza dal Mincio, su cui

tante volte si sono messe a cimento le fortune della patria. Ho detto

che il paese è largamente ospitale; aggiungerò che è italiano fino al

midollo. Fossero mille, diecimila, ventimila i suoi ospiti. Calcinato

non si è sgomentato mai. Alto, sopra il suo poggio solitario, non ha

mai badato a miserie. E lo paga de' suoi nobili sacrifizi l'amore di

quanti soldati furono ospiti suoi, cappotti grigi, camicie rosse che

fossero. Si rammenta sempre come una gloria la sua bella piazza

castellana, che vigila i colli di San Martino; la sua gran chiesa

bianca, che guarda Brescia e Bergamo, intravvedendo Pontida; il

sembiante aperto e il sorriso fraterno de' suoi abitanti; la festa dei

suoi giardini; la grazia de' suoi salotti; la gentilezza modesta delle

sue fattorie; perfino il profumo dei suoi larghi fienili, delle sue

legnaie, sotto i porticati delle corti campestri.

Mentre noi c'indugiamo in questi ricordi, Aminta Guerri è giunto a

Brescia, ed è calato dal carro dell'ambulanza, davanti all'ingresso

dell'ospedale di Santa Eufemia.

Capitolo XIX.

Sant'Eufemia!

Si sentiva debole, il povero Aminta. La via da Desenzano a Brescia non

è lunga, e la rendeva anche più breve il viaggio in istrada ferrata,

poichè da alcuni giorni quel tratto di ferrovia, rotto dagli

Austriaci, era stato riparato dai nostri. Ma le scosse del convoglio,

i trapassi faticosi dal carro dell'ambulanza di campo al convoglio,

nella stazione di Desenzano, e dal convoglio a un altro carro

d'ambulanza, nella stazione di Brescia, non erano fatti per ridar le

forze ad un uomo, che aveva una palla in un braccio, l'osso dell'omero

scheggiato, fors'anche spezzato, e una febbre da leoni per giunta.

Egli era meno infelice tuttavia di tante migliaia di feriti del 24 di

giugno, che avevano dovuto far la strada su carri scoperti, alla vampa

del sole, sdraiati su poca paglia, messi a rinfusa, cercando un

ricovero negli ospedali improvvisati di Desenzano, e via via di

Lonato, di Ponte San Marco, di Rezzate e di Brescia, senz'altra cura

possibile, lungo la strada, fuorchè la speranza di ottenerne, appena

giunti in un rifugio, che fosse meno riboccante di loro compagni di

sventura.

Aminta salì nondimeno da sè le scale di Sant'Eufemia, leggermente

sorretto da un infermiere. Fu fatto entrare in una corsìa, dov'era

ancora un letto libero. Si dice ancora, ma si potrebbe dire che era

stato lasciato libero a mala pena, poichè il soldato che l'occupava da

sette giorni era andato quel giorno a dormire il gran sonno. Lui

partito, si era mutata la biancheria e messo a capo del letto un altro

cartellino. Su questo fu scritto un altro nome, quello di Aminta

Guerri, vi si aggiunse la patria, il reggimento, e, appena fu giunto

il medico per la visita, anche la qualità della ferita. Così il letto

del N. 151 aveva cambiato proprietario.

--Speriamo bene;--aveva detto il medico, dopo avere attentamente

visitato il ferito.--Mi pare che tutto proceda a dovere. La palla si

sente e non sarà difficile estrarla. Riposate ora un tantino.

--Signor dottore,--disse Aminta,--vorrei chiedere una grazia.

--Scrivere alla vostra famiglia?--disse il dottore.

--Sì; come ha indovinato alla prima!

--Eh, ci vuol poco, mio caro. È il primo pensiero del ferito, appena

giunge all'ospedale. Le prime cure che riceve da persone ignote,

quantunque amorevoli, richiamano alla sua mente quelle che vorrebbe

avere dai suoi.

--È vero;--disse Aminta.--E se potessi far sapere ai miei che son qua,

all'ospedale di Sant'Eufemia...

--È presto fatto;--replicò il medico militare, un forte e simpatico

giovanotto, a cui non toglievano bellezza, aggiungendo gravità, le due

lenti piantate sul naso.--Ho qua dentro dei foglietti di carta e delle

buste. Dettate e scriverò. Nessun ringraziamento, vi prego; son cose

che fanno perder tempo, e basta sottintenderle.--

Aminta diede il nome e il ricapito dei suoi. Il dottore scrisse poche

linee per lui, dando anche notizie rassicuranti intorno al suo stato

di salute. Poi mise il foglietto nella busta, suggellò, aggiunse

l'indirizzo; tutto alla svelta, a suon di tamburo; finalmente consegnò

la lettera a un infermiere, perchè fosse gittata immediatamente nella

buca, all'ingresso dell'ospedale.

--Adesso, dunque, riposate. Niente ringraziamenti, vi ripeto: siamo

qui l'uno per l'altro; abbiamo servita in faccia al nemico comune la

medesima causa; io, più fortunato di voi, ho della carta da lettere

pronta nel portafoglio, e le braccia sane per servirmene. A rivederci

tra poco; dormite un paio d'ore, vi prego.--

Aminta non accettò la raccomandazione, che dopo aver chiesto e saputo

il nome del simpatico uomo, che faceva tutto alla svelta, e bene, e

non voleva neanche essere ringraziato. Bravo dottor Pesce! Anch'egli

alpigiano come Aminta Guerri; poichè era nato sull'Appennino

ligustico, a Campo Ligure, com'egli sull'Appennino modenese, a

Fiumalbo.

Saputo il nome, e risposto con un sorriso alle ultime esortazioni

amichevoli del dottore. Aminta piegò la testa sul guanciale e prese

sonno. Ne aveva bisogno più assai che non credesse, di quel sonno

ristoratore; e non dormì solamente le due ore che gli aveva

raccomandato il buon medico. La febbre, per miracolo, non soverchiò la

stanchezza, e neanche gli diede sogni spiacevoli. Si era addormentato

pensando ai suoi monti; sognò di vederli, e di abbracciare suo

padre.--«Infine,--gli diceva, mostrando il suo braccio ferito,--l'ho

anch'io, la mia brava testimonianza di aver servito il paese. E non è,

perdio, una misera condanna a tre mesi di confine!» Aminta Guerri, lo

ricordate, non aveva perdonato, come sua sorella; il suo pensiero

ricorreva spesso, e sdegnosamente, alle nobili imprese del conte Gino

Malatesti. Al campo gli era giunta una lettera, in cui si diceva, tra

l'altre cose e notizie di Modena, che il conte Gino era sparito.

Sicuro! Tanto sparito, che non se n'erano più avute novelle. Se il

conte Gino avesse avuto un'oncia di cuore, se avesse inteso il dover

suo, si sarebbe arruolato in un reggimento piemontese, o nell'esercito

di Garibaldi; avrebbe fatta la sua brava campagna, e presa magari in

petto la sua brava palla, redentrice d'ogni colpa. A quel patto, a

quel patto solo, avrebbe perdonato Aminta Guerri le colpe di Gino

Malatesti. Ma il conte Gino non aveva fatto nulla di ciò. Se lo avesse

fatto, altri modenesi lo avrebbero saputo, altri modenesi lo avrebbero

narrato ad Aminta. Nessuno gli aveva data una simile notizia; solo

avevano potuto scrivergli che il signor conte era sparito. Sparito!

La mattina seguente, fu fatta una vera e compiuta esplorazione della

ferita, ed anche estratta la palla. Era conica, la palla, e di

carabina Stutzen; ma alla breve distanza a cui era stato colpito

Aminta, le era mancato il tempo di allargare le sue ali di piombo.

Perciò non era stata troppo grave la lacerazione dei tessuti. Dalla

poca quantità delle schegge raccolte, fu anche facile argomentare che

l'osso non era stato troppo maltrattato.

--Speriamo bene, anzi meglio di ieri;--disse il simpatico

dottore.--Ora che la medicatura è fatta, voglia starsene tranquillo,

signor mio, non muoversi, sopratutto non commuoversi, non agitarsi

inutilmente. La vita dell'ospedale è noiosa; ma ci vuol flemma.

Coraggio e sangue freddo, come dicono al reggimento! E aspetti la

famiglia, sì, ma con moderata impazienza.--

Aminta sorrise a quelle raccomandazioni, fatte con un tono di burbero

benefico.

--Grazie, tenente!--diss'egli.--Ella non mi vuol guarire soltanto con

le mani.

--Eh, si capisce;--rispose il dottore.--Le mani in chirurgia; la

lingua in medicina. Ella non ha bisogno solamente di chirurgo, ma

anche di medico. Stia dunque ai consigli.--

L'ultimo venuto della famiglia è sempre il beniamino. Aminta Guerri,

ultimo venuto a Santa Eufemia, fu il beniamino dell'ospedale. Triste

famiglia, un ospedale; ma non dimenticate che si era nel 1859, in un

ospedale di Brescia.

Ordinariamente, in un ospedale, è squallore e tristezza, anche quando

vi regna la pulizia. Le suore di Carità fanno un servizio ammirabile,

assai gradito ai poverelli, che certamente non avrebbero avute mai

tante cure in casa propria, e più certamente ancora non videro in casa

propria tanta nettezza, tanto ordine, tanta puntualità, tanta

abbondanza del necessario. Ma un po' di superfluo, Dio buono, quanto è

necessario alla vita! Quelle mura scialbe dello stanzone non destano

alcun pensiero giocondo nell'animo, non fioriscono di nessuna

consolazione lo spirito abbattuto. Pagine bianche e mute, vi lasciano

tracciare con la fantasia tutti i segni più neri, leggere tutte le

malinconie che volete. E là, fra tanti letti in fila, tutti della

medesima forma, custoditi alla vista dalle medesime cortine, è un

principio di depressione del povero orgoglio umano, pur tanto utile a

stimolare le energie della vita; in quell'odor molle di corruzione,

che nessun profumo varrebbe a dissipare, e che gli stessi effluvii di

farmacia mettono in evidenza, pur volendolo vincere, è un principio di

morte. Così muore lo spirito, prima che il corpo si spenga. Lo

stanzone, il dormitorio in comune, è lieto tra i sani, tra i forti, in

una caserma, quando un motto allegro scoppia nel buio e fa scoppiar le

risate all'intorno; è uggioso e triste senza fine, dove son venti o

trenta uomini che stanno male, e dove chi ne ha meno finisce presto

con sentirne di più. Infatti, nella corsìa dell'ospedale si moltiplica

il pensiero delle vostre miserie per quello di tutte le altre che vi

circondano. Ma non così a Santa Eufemia, nell'anno glorioso; sebbene,

in onta alla consolante dottrina del Larrey, si morisse anche delle

proprie ferite, dopo aver vinto, e sapendo che l'esercito di cui si

era parte onorata, proseguiva la sua opera liberatrice.

Anche a Sant'Eufemia erano scialbe le mura; ma l'ospedale non si aveva

tempo a sentirlo, poichè la famiglia appariva da tutti gli usci,

brulicava per tutte le corsie, s'inchinava amorosa a tutti i

capezzali. Le donne gentili di Brescia assistevano esse i feriti;

servivano gli ammalati più gravi, consolavano di buone parole coloro

che potevano udire e rispondere, allegravano di graziosi motti i

convalescenti. In certe strette, dove i feriti non avevano più bisogno

d'altro che di riposo e di nutrizione ricostituente (non è questo il

vocabolo?), non pareva più d'essere tra due letti d'ospedale, ma in un

salotto; salotto improvvisato, ma pur sempre un salotto. Per l'appunto

da due convalescenti erano occupati i due letti alla destra di Aminta,

corrispondenti ai numeri 152 e 153. Il 152 era un giovanotto di

Casalmaggiore, che aveva avuta a San Martino una ferita sul dorso

della mano sinistra, nell'atto di puntare il fucile, prima di aver la

sua laurea d'avvocato nella università di Pavia. Il 153 era un

gentiluomo di Pistoia, ferito alla regione frontale, ma anch'egli in

via di guarigione. Lo chiamavano il poeta, perchè egli, più sfregiato

che offeso dallo strisciar di una palla austriaca dalla fronte alla

tempia sinistra, diceva di voler coprire lo sfregio con una corona

d'alloro. E intanto scriveva rime, come il suo conterraneo Gino

Sinibaldi, e fregiava di sonetti e di madrigali gli albi delle belle

infermiere.

Aminta vide passar davanti al suo letto le più leggiadre apparizioni, i

più varii e i più nobili tipi della bellezza femminile. Vide ed ammirò

anch'egli quelle due luci che il 153 chiamava, in un impeto lirico, «i

più begli occhi d'Italia» e che il 152, capo ameno se altro fu mai,

simulando la parlata e l'accento di un viaggiatore tedesco in Italia,

ribattezzava per «belle parrocchie.»--Ma che parrocchie!--esclamava il

153.--Arcipreture, collegiate, abbazie, cattedrali, basiliche! Un par

d'occhi come quelli non si dovrebbero portare attorno così, impunemente,

audacemente, per tentare al furto i poveri mortali. «Signora... (e qui il

nome della felice proprietaria di quel paio d'occhi) non sarebbe forse

più prudente metterli in uno scrigno? o consegnarli allo Stato, perchè

fossero conservati tra i diamanti della corona?»--

Aminta non udiva sempre di così allegri discorsi. Qualche volta si

parlava anche dei compagni più gravemente feriti, subitamente

aggravati. E appunto due giorni dopo che gli era stata estratta la

palla dall'omero, da un letto alla sua sinistra sentì proferire un

nome che lo fece sobbalzare tra le lenzuola. Malatesti, Malatesti,

avevano detto? Non ne era ben certo. Un ferito parlava con un

infermiere, venuto accanto al suo letto. Il nome di Malatesti, o

qualche cosa di somigliante, era stato pronunziato. Si volse, come

potè, a stento, e tese l'orecchio. Ma il ferito parlava a bassa voce,

e l'infermiere egualmente.

Restò a lungo turbato, cercando e non trovando nella sua mente confusa

il modo di soddisfare la curiosità ond'era tormentato. Ma aveva poi

udito bene? E se anche aveva udito bene, non ce n'erano altri, di

Malatesti, in Italia?

Aminta era in questi dubbi, quando incominciarono le visite mattutine.

Una bellissima signora bresciana, proprio quella dei «più begli occhi

d'Italia», apriva in quel giorno la marcia. Giunta al letto di Aminta,

entrò nella stretta, si avvicinò al suo capezzale, e gli domandò con

la sua vocina soave come avesse passata la notte.

--Sognando di Lei;--avrebbe risposto il 153. Ma il nostro Aminta era

il 151; non rispose che un «bene, grazie», come avrebbe fatto ogni

semplice mortale, alla domanda di ogni semplice dama, e sessagenaria

per giunta.

--Ha bisogno di nulla?--domandò ancora la bella infermiera.

--Sì, signora;--osò dire Aminta.--Di una notizia.

--Ah, bene! Mi dica;--rispose ella, contenta di potergli esser utile

in qualche cosa.

--Vorrei sapere...--ripigliò Aminta.--Le chiederei, in grazia, di

dirmi se tra i feriti c'è qui un Malatesti.

--Sì,--rispose la signora,--ho sentito questo nome.

--È modenese?--domandò Aminta.

--Non so; ma aspetti, si fa presto a saperlo.--Così dicendo, la bella

signora, escì leggiera leggiera dalla stretta e ritornò sopra i suoi

passi, fino all'uscio di una cameretta, dove alloggiava l'infermiere

della sala. Aminta la vide ricomparire, due minuti dopo, alla sponda

del suo letto.

--Sì,--diss'ella, ripigliando il discorso,--è un conte Malatesti, di

Modena. Lo ricordo benissimo, ora; è un soldato volontario del 13^o

Reggimento; occupa il primo letto della corsia.--

Aminta era preso da una strana inquietudine. Tutti quei particolari

eccedevano, oramai; gl'impedivano di saper subito l'essenziale.

--E scusi...--diss'egli;--è ferito... gravemente?--Forse la bella

signora si era avveduta del turbamento di Aminta; forse non era in lei

che un sentimento di pietà femminile. Comunque fosse, ella si mostrò

meno franca nel rispondere a quell'altra domanda.

--Gravemente?... Non credo, se per una ferita grave si ha da intendere

che ci sia pericolo di vita. Non so bene come sia ferito; mi pare alla

spalla; quasi come Lei, Ma si spera... si spera molto.

--Ho sentito dire,--ripigliò Aminta,--o mi è parso di sentire d'un

Malatesti che stava assai male.

--Sì, dev'essere una notizia di ieri sera;--rispose la signora,

abbassando le ciglia pietose sui «più begli occhi d'Italia».--Si è

temuta una recrudescenza, per un forte accesso di febbre... Ma questa

mane, poc'anzi, quando son passata daccanto al suo letto, mi è parso

abbastanza tranquillo.

--Ha detto che è ferito alla spalla?

--Sì, vicino alla spalla... più in qua... sotto la clavicola destra.

Ma si calmi, la prego. E sopratutto non parli troppo; le farà male.

--Ancora una domanda, signora! È lontano di qui?

--Le ho detto che è in principio di questa corsìa. Ma già, ella non

può voltarsi a vedere, e meno ancora contare i letti. Il suo amico è

al numero 140.

--Grazie, signora;--disse Aminta.--Il conte Malatesti è infatti un

amico mio. Speriamo bene.--

I più begli occhi d'Italia si spiccarono finalmente da Modena, per

brillare di luce pietosa su Casalmaggiore e Pistoia. Colà si aveva

meno bisogno di chieder notizie, e molto più di ammirare la loro

bellissima proprietaria. Beati convalescenti! Ed anche beati cuori

tranquilli, che non sentivano, come Aminta Guerri, il rimorso di un

falso giudizio.

Aminta soffriva acerbamente del suo. Povero Gino! povero Gino! Lo

aveva dunque accusato a torto? Sparito, il conte Malatesti, sparito da

Modena! Sì, sparito da Modena, ma per passare il confine, anzi i due

confini di Modena e di Parma, per correre in Piemonte, e indossar la

divisa del volontario. Ma perchè non ne faceva un cenno, la lettera?

Ah, sì, che poteva dire la lettera? Il conte Gino, il figlio di Jacopo

Malatesti, di un fedel servitore del Duca, non poteva mica toccar la

tromba, per annunziare al popolo e al comune il suo virile proposito.

Era sparito, come fa in simili circostanze l'uomo forte e modesto, che

la voce del dovere ha chiamato. E senza lasciar trapelare il suo

segreto da anima nata, senza mandar notizie di sè ai parenti, agli

amici, era entrato, egli cavaliere esperto e magnifico, in un

reggimento di fanteria, forse per meglio nascondersi, per sottrarsi

alla vista, alla curiosità de' suoi pari, al pericolo di notizie che

sul suo conto si potessero spargere. Ignoto a tutti, fuorchè al suo

reggimento, aveva fatta la sua brava campagna, e una palla in petto

aveva premiato il suo doppio eroismo, mentre tutti gli altri lo

dicevano semplicemente «sparito da Modena» e Aminta Guerri lo accusava

di non aver fatto seguire i fatti, i forti fatti, alle chiacchiere

vane, alle piccole glorie di una condanna al confine. E come lo aveva

mal giudicato in ciò, non poteva Aminta Guerri averlo giudicato male

in qualche altra cosa? Per esempio nel suo mancar di fede alle Vaie? A

buon conto, sua sorella Fiordispina, quella che più di tutti aveva a

soffrirne, non aveva dubitato del cuore di Gino; sua sorella

Fiordispina gli aveva perdonato, senza mestieri di giustificazioni, di

pentimenti, di atti da eroe. Povera Fiordispina! Ed ella aveva

profondamente sofferto; e soffriva ancora; avrebbe sempre sofferto.

Sono nel mondo creature di tempra più nobile, vasi d'elezione, secondo

il detto di un grande, ai quali è stato affidato, come a sua propria

sede, il dolore; e da quei cuori più alti, come da fari accesi sulle

tenebre vaste dei mari, il dolore umano spande la sua luce più bella.

Il medico giunse, guardò il ferito, gli toccò il polso, e trovò

cresciuta la febbre.

--Ebbene, che è?--diss'egli.--Abbiamo fatto qualche pazzia? Il

cervello ha lavorato troppo, non è vero?

--Ella vede tutto, tenente!--mormorò Aminta.--Indovina tutto!...

--Eh, ci vuol poco;--rispose il dottore.--Abbiamo una bella febbrona.

--La ferita, forse....

--La ferita non ci ha che fare; la ferita procede bene. Qui ci siamo

riscaldati la testa, dico io. Forse col pensiero della famiglia? Si

calmi; la famiglia verrà. Vuol farsi trovare dai suoi più ammalato che

non sia veramente?

--Ha ragione, tenente! Vedrò di calmarmi, non penserò a nulla.

--Bravo, così va fatto. Neanche a tutte queste belle signore che

passano, mi raccomando. Ah, bene! La vedo sorridere, mio caro Guerri.

Abbiamo già dunque il cuore impegnato con una di queste angiolesse

custodi? Lo dicevo ben io, che questa febbrona non veniva dal braccio!

--S'inganna, tenente; ho il cuore altrove. E poi, nel mio stato.... Le

pare? Mi dica ora, di grazia;--soggiunse tosto il ferito, vedendo il

dottore già sulle mosse per continuare le sue visite;--come sta il

140?

--Benissimo!--esclamò il dottore, inarcando le ciglia.--Conosce già i

numeri di tutta la corsìa!

--Si tratta di un mio concittadino, del conte Malatesti;--rispose

Aminta.--Mi hanno detto che è qui, al numero 140.--

Il dottore rimase un istante perplesso, guardando di sotto alle sue

lenti il curioso. In quell'istante la sua risoluzione era fatta.

--Il 140 va molto meglio,--rispose.

--Con una palla nel polmone!--disse Aminta.

Qui, altra guardata attraverso le lenti. Ma con tutta la sua

penetrazione, il bravo dottore non poteva mica indovinare che il

ferito giuocasse di scherma con lui e gli facesse una finta così

audace, per obbligarlo ad una certa parata.

--Ebbene,--diss'egli allora,--che cosa c'è di strano? Con un polmone

forato si può vivere... quando non si muore subito: il che, mi

concederà, guasta anticipatamente tutta la cura del medico. Il conte

Malatesti è stato ferito il 24 giugno; siamo al 5 di luglio; son

passati dunque undici giorni, ed egli è ancor vivo. Sarebbe già, da

solo, un bel fondamento di speranza; ma non è solo, perchè un certo

miglioramento si è già manifestato nelle sue condizioni generali.

--Mi avevano detto....--balbettò Aminta.

--Ah, caro il mio Guerri! Se Ella dà retta agli infermieri, crederà

che qui siano tutti moribondi. Qui, invece, ho l'onore di dirglielo,

guariscono tutti, nella proporzione del novantacinque per cento.

--È alta!--disse Aminta.

--Sì e no;--rispose il dottore, mettendo per amore della verità

scientifica un correttivo all'asserzione pietosa.--Ella deve anche

pensare che qui abbiamo tutti i feriti che si son potuti trasportare.

Hanno durato agli strapazzi del viaggio; c'era la fibra. Ma basta; ora

finisco il mio giro.

--Mi fa un piacere, tenente?

--Purchè Lei stia zitto un paio d'ore, e tranquillo tutto il resto del

giorno, sì.

--Mi saluti il conte Malatesti; gli porti un augurio del mio cuore!

--La servirò.--

Ciò detto, il tenente medico si allontanò dal capezzale di Aminta, per

andare a finire il suo giro. Da quella parte là, per fortuna, non

aveva che convalescenti.

--Sì, sì! Potrà sentirli i saluti?--borbottava egli tra i denti.--Ed

anche approfittare degli augurii, quel povero conte!--

Finito il giro, andò a cercar l'infermiere della sala, che stava nel

suo camerino, leggiucchiando un giornale.

--C'è qui un uso....--gli disse il dottore,--un uso che non va.

--Ho preso il giornale or ora;--rispose l'infermiere, alzandosi

tosto.--Sono i primi due minuti di riposo, dalle cinque di stamane.

--Non parlo di riposo;--ripigliò il dottore,--parlo dall'uso di dar

notizie dei feriti gravi agli altri feriti, che lo son meno, ma che

potrebbero ancora aggravarsi.

--Non mi pare di aver fatto nulla di simile.

--Al 151, per esempio, si è detto che il 140, un suo concittadino, ha

il polmone forato e che il suo stato è gravissimo. Queste notizie

turbano. La debolezza di chi le riceve, l'amicizia, metta anche in

certi casi la parentela, tutto ciò aiuta a far crescere l'ansietà,

l'agitazione, la febbre. Non va, dico, non va.

--Mi accusa a torto, signor tenente;--replicò l'infermiere.--Le giuro,

da buon italiano come sono, non ho detto nulla di nulla, nè al 151, ne

ad altri.

--Allora il signor Guerri mi ha ingannato;--disse il dottore.--Gli ho

risposto di non credere a ciarle d'infermieri.... Capirà, dovevo

parlar così!... Ed egli non mi ha detto nulla in contrario.

--Creda, signor tenente, avrà voluto tirare a indovinare. Qualcheduno

gli avrà detto che qui c'è il conte Malatesti....

--E che ha il numero 140, e che ha un polmone forato!--aggiunse il

dottore.

--Ma proprio non gliel'ho detto io;--ribattè l'infermiere.--Se non

sono le signore....

--Ah, donnine belle!--esclamò il dottore, tentennando la testa.

--Sicuro, donnine belle!--ripetè l'infermiere.--Non ce ne dovrebbero

essere, negli ospedali, a confonder la testa.

--Bravo! La confondono a Lei?

--No, dico ai feriti.

--Eh! per questo, vada là! Un po' d'aria di famiglia fa bene. Vestono

con eleganza; mettono in mostra qualche colorino allegro, che fa un

po' di contrasto, che rompe questa monotonia nosocomiale. Veda anche

il nome, quanto è brutto! Nosocomio! E siamo poco belli noi altri, con

le nostre divise; e son brutti lor signori, con quelle cappe nere, che

li fanno rassomigliare a tanti confratelli della buona morte. Lasci

che le signore vengano, che le signore risplendano, che le signore

sorridano; è tanto di guadagnato per la salute. Dico soltanto che

bisogna guardarsi dal notiziario. Veda, per esempio; ieri il 151, non

aveva più febbre; oggi gli è ritornata. La cosa mi rincresce tanto

più, che oggi può capitare suo padre.

--Potrò dunque lasciarlo passare?

--Certamente. La vista della famiglia non fa mai male. È una febbre

diversa, una febbre benefica, quella che dà la vista della famiglia ai

feriti.--

L'infermiere s'inchinò, e il dottore, escito dal camerino, scese per

la scala di servizio, che era lì accanto, riuscendo, come quello

stanzino di guardia, a metà del camerone, o piuttosto del gran

corridoio, dov'erano in fila i letti degli ammalati.

Da quella scala, poche ore dopo, il bravo infermiere vide affacciarsi

una piccola comitiva, che domandava di vedere il volontario Guerri.

L'accompagnava un soldato di guardia (un piantone, per usar la parola

propria) che portava il permesso del dottore.

--Il volontario Guerri è in questa corsìa, per l'appunto;--disse

l'infermiere.--A sinistra, al numero 151. È il padre, Lei?

--Sissignore,--rispose il primo della comitiva.--E come va, il mio

povero figliuolo?

--Bene, una guarigione sicura. Complicazioni non se ne temono, con

quella costituzione robusta. L'osso è scheggiato per una parte assai

piccola, e le schegge vengono fuori benissimo, ad ogni medicatura.

--Grazie!--esclamò il vecchio Guerri, mandando un respiro tanto

fatto.--Ella mi ridà la vita. Avrà un po' di febbre, m'immagino.

--Sì, un pochettino; ma non per la ferita. Non ne ha avuto stanotte,

per esempio. Gli è venuta stamane, per certe chiacchiere di signore,

che gli hanno dato una notizia spiacevole d'un suo amico, un conte

Malatesti, che è al numero 140, e grave, assai grave. Ella capirà,

signor mio.... quando si è amici.... sentir dire lì per lì....--

Il signor Guerri non stette a capir altro, ma si volse indietro e vide

Fiordispina impallidire. La zia Angelica era stata pronta a

sostenerla.

L'infermiere non finì la sua frase. Anch'egli aveva veduta quella

bella ragazza, che veniva alle spalle del signor Guerri, e non gli era

sfuggito il turbamento che l'aveva colta.

--Che ha?--gridò egli.--Si sente male?

--Nulla, nulla!--rispose il vecchio Guerri.--Con questo caldo, e con

questo odor grave....

--Ha ragione;--ripigliò l'infermiere.--Noi siamo abituati; ma lor

signori, che vengono di fuori, lo sentono. Aspetti, prenderò qualche

sale, e lo faremo aspirare alla signorina.

--No, grazie, non ne ho bisogno;--disse Fiordispina, scuotendosi.--Non

ho più nulla.--

Ma il pallore ond'era coperto il suo viso, contrastava con le parole.

--Andiamo;--ripigliò essa, tuttavia, sforzandosi di

sorridere.--Vediamo Aminta. Dov'è?

--Per di qua, signori, per di qua!--disse l'infermiere, guidando i

visitatori.

E giunto davanti al numero 151, entrò nella stretta, per dare la buona

novella al volontario Guerri.

--Sono arrivati i suoi, sono arrivati;--gli disse.--Ora non sarà più

triste, non soffrirà più d'impazienza.

E si ritirò, vedendo sorridere Aminta; si ritirò, per lasciare il

passo libero ai parenti del ferito.

--Babbo.... sorella.... zia....--balbettò Aminta, commosso.--Vi ho

qui, finalmente?

--Vai meglio, non è vero?

--Sì, molto meglio. Anzi, mi pare d'esser guarito, ora. Per altro,

vedete? non posso abbracciarvi.

--Non te ne dar pensiero; ti abbracceremo noi, e tu ci renderai più

tardi l'abbraccio.

--Don Pietro!--esclamò Aminta, poi ch'ebbe baciato suo padre e le

donne.--Anche Don Pietro, è venuto? Che bontà è stata la sua!

--Ma sì.... ma sì! grande bontà!--rispose Don Pietro con le lagrime

agli occhi.--Quando penso a voi altri, che avete messa a repentaglio

la vita per fare tante belle cose, mi pare che dovremmo venir tutti,

dai monti e dai piani, per baciare le vostre ferite.

--Sempre giovane, il nostro Don Pietro! Tu lo vedi!--disse il signor

Francesco.

--Se fossi giovane! Se fossi giovane!--borbottò il vecchio

prete.--sarei qua, e verreste a trovarmi; o sarei là.... e preghereste

per me.--

Si ritrasse, ciò detto, lasciando Aminta coi suoi. Avevano tante cose

da dirsi! Egli frattanto dava una giratina per la corsìa, ma voltando

subito da destra.

--Dov'è il numero 140?--chiese egli sottovoce all'infermiere.

--Ah! il conte Mala....

--Zitto, per carità!

--Ho capito;--disse l'infermiere, che incominciava a non capire più

nulla.--Eccolo là; è il primo della corsìa.--

E mentre seguiva il prete, soggiungeva contrito:

--L'ho fatta bella anch'io; anzi l'ho fatta peggio. Perchè io,

finalmente, ero avvisato! Ma chi diavolo ha da pensare che queste

notizie debbano far tanto male anche alle persone sane? Oramai c'è da

temere perfino di metter loro tra le mani un giornale. A proposito,

non ho neanche potuto leggere il mio!--

Un altro infermiere appariva nel corridoio.

--Ah, bravo!--gli disse.--Sei venuto a rilevarmi? Avevo proprio

bisogno di andare a prendere una boccata d'aria. Guarda; ci son qui

alcuni signori. Quel vecchio, e le due signore, sono parenti del 151;

il prete, laggiù, è un parente o un amico del 140.

--Viene a tempo, il prete, per il 140!--disse quell'altro.

--Eh, pare di sì. Povero giovane!--

Mentre i due infermieri facevano questi discorsi Don Pietro Toschi era

giunto al capezzale di Gino Malatesti. Il ferito era immobile nel suo

letto, pallido, cereo nel volto, non più vivo che nello sguardo. Ma

come aperto, quell'occhio! come lucente! Pareva che il poveretto,

sentendo prossima la fine, volesse bere per lo sguardo tutta la luce

del giorno che fuggiva.

Gino vide Don Pietro e lo guardò fissamente; poi mosse le labbra,

accennando di voler parlare. Don Pietro gli fe' cenno di non

affaticarsi; e intanto si curvò lui, si curvò tanto, che il suo

orecchio venne a toccar quasi le labbra di Gino.--Grazie!--mormorò a

quell'orecchio il ferito.

--Mio caro signor Gino!--disse il vecchio prete, rattenendo a stento

le lagrime.--Mio valoroso amico! Vi porto i saluti di Aminta. Soldato

della patria anche lui, rimasto ferito, sotto Peschiera, e trasportato

da pochi giorni a Sant'Eufemia. Se egli potesse muoversi, come

verrebbe volentieri ad abbracciarvi!--

Un lampo di allegrezza balenò dagli occhi di Gino Malatesti. E lo

sguardo, fisso negli occhi di Don Pietro, e il moto delle labbra,

sembravano dire al visitatore:--«Continuate! continuate!»

--Aminta è ferito all'omero, ma si spera bene, come per voi;--proseguì

il vecchio prete.--Vogliamo farle ancora, quattro chiacchiere insieme,

e tutti e due, miei bravi ragazzi, racconterete le sante imprese ad un

povero ottuagenario, che non ha potuto seguirvi con la croce nel

pugno. Non potendo far altro, son venuto anch'io a trovare il nostro

ferito. E qui abbiamo saputo di voi, di ciò che vi è costato il vostro

amor patrio. Ma speriamo....--soggiunse Don Pietro.--Speriamo!

--Più nulla da sperare;--mormorò Gino.--Veduto da voi; perdonato....

da tutti; mi basta!

--Oh, non è questa l'opinione dei medici;--rispose Don Pietro.--Non vi

mettete in capo delle tristi idee! Fidate nella scienza dei pratici,

ed anche un pochino nella vostra bella gioventù.

--Son così debole!--mormorò il ferito.

--Per il sangue perduto, e che dovete rifare;--ripigliò amorevolmente

Don Pietro.--La vostra debolezza mi fa pensare che le parole vi

costano, e che dovete risparmiarvi. Lasciate parlar me, caro Gino!

Parlerò, non dubitate; parlerà anche il signor Francesco, che è qui.

Voi perdonerete ad un padre, se egli non corre subito a baciarvi,

dovendo dare il primo pensiero a suo figlio!--

Il ferito obbedì alla raccomandazione. Ma i suoi occhi interrogavano

sempre Don Pietro.

Sopraggiunse in quel mezzo il dottore, e si accostò all'altra sponda

del letto.

--Ella ha trovato un amico, reverendo?--gli disse, mentre con la mano

accarezzava la fronte al ferito.

--Sì, e quale amico! Come un figliuolo, per me!--rispose Don

Pietro.--Abbiamo passate tante belle ore insieme! Ed altre ne

passeremo, non è vero, dottore?

--Certamente, certamente!--disse il dottore, sforzandosi di

accompagnare la parola con un sorriso fiducioso.--Il nostro prode

Malatesti deve esserci conservato. Egli non è amato solamente da Lei.

Al reggimento ci si pensa sempre moltissimo, e il suo colonnello manda

ogni giorno a chieder notizie. Ieri, poi, ci ha incaricato di

annunziargli che è stato messo a rapporto, per la medaglia al valore.

Ci ha diritto due volte, il conte Malatesti. Già ferito ad una gamba,

poteva lasciare il campo, e non volle. Era troppo leggera, la ferita,

capisce? Leggera o no, il regolamento parla chiaro, ed egli, restando

ancora pochi minuti al suo posto di combattimento, aveva meritata la

medaglia. Ha voluto meritarla, zoppicando e facendo fuoco per un'ora,

fino a tanto non ebbe l'altra ferita. Bravo soldato! bravo

soldato!--esclamò il dottore, ripulendo col fazzoletto le sue lenti,

che gli si erano un pochettino offuscate.--Ce ne vorrebbero centomila,

di questi, e s'andrebbe in capo al mondo.

--Bravo! bravo Gino!--balbettò Don Pietro, con voce soffocata dalla

commozione.--E dica, signor dottore: nessuno della sua famiglia è

stato avvertito?

--Si è scritto a Modena, sì; ma pare che laggiù non ci sia nessuno dei

suoi. Ci ha risposto il sindaco, che la contessa Malatesti è a Reggio,

presso la marchesa Baldovini sua madre. Da Reggio hanno scritto che la

marchesa Baldovini è incomodata, e che sua figlia non può lasciarla.--

Don Pietro chinò la fronte, e mandò un sospiro a bocca chiusa.

--Ma il nostro conte non ha bisogno di nessuno;--soggiunse il medico,

tornando ad accarezzare la fronte al ferito.--Egli è soldato ed ha

intorno i suoi fratelli.... la sua famiglia militare, non è vero?--

Gino mosse lievemente la testa, in atto di assentire alle amorevoli

parole del medico. Poi, non volendo rompere la consegna con lunghi

discorsi, mormorò una parola soltanto:

--La lettera....

--Ah, sì!--rispose il medico.--Il nostro Malatesti vuol farle sapere

che ha ricevuto una lettera da Vienna; una lettera di suo padre. Gli

era stata mandata al reggimento; dal reggimento è venuta qua, ed io ho

avuto il piacere di leggerla a lui. Eccola qua, nella tasca del suo

cappotto grigio. È una lettera che onora due persone ad un tempo: il

padre ed il figlio.--

Così dicendo, il dottore aveva ficcata la mano nella tasca del

cappotto, che pendeva alla gruccia, daccanto al capezzale, e ne traeva

fuori il documento in discorso.

--Ecco!--soggiunse, spiegando il foglio e porgendolo a Don

Pietro.--Legga anche Lei, come il nostro amico desidera.--

La montanara · 第 14 / 18 题