ragioni della prima; la terza come la seconda, e così via. Io ho
sognato, padre mio, che le lettere del conte Gino, erano state
intercettate all'ufficio postale di Modena. Ho sognato ancora che
egli, non vedendo risposta alla prima nè alla seconda sua lettera,
sospettò di una sottrazione, e provò a mandar le sue lettere per altra
via; ma si fidò di un servo, e quel servo lo tradiva.
--Una gran fede.... nei sogni!--esclamò il vecchio Guerri.
--E nella voce del mio cuore,--ribattè la fanciulla.--Abbiamo stimato
il conte Gino Malatesti, te ne rammenti? Lo abbiamo stimato come un
perfetto cavaliere. Perchè lo giudicheremmo diverso, senza aver prove
de' suoi torti? Perchè lo disprezzeremmo su mere apparenze?--
Il signor Francesco ammirò la costanza della sua figliuola, ma vide in
pari tempo la necessità di scuoterla, di distruggere quella fede.
Infine, un giorno o l'altro doveva saperla anche lei, la dolorosa
verità. Non era meglio che la sapesse da lui, e subito, poichè
l'occasione era venuta?
--Senti:--incominciò egli allora;--se io ti dicessi che il conte Gino
ci ha dimenticati, e che....
--E che? Non ti fermare, padre mio!--gridò Fiordispina.--Continua!
--E che doveva anzi sposare un'altra donna?--ripigliò il vecchio
Guerri.--Che a quest'ora l'avrà sposata, e che può essere già andato a
fare il suo viaggio di nozze?...--
Fiordispina impallidì e vacillò. Quel povero padre, intimorito, si
cacciò avanti per sostenerla. Ma era stato un turbamento momentaneo, e
la fanciulla già riprendeva padronanza di sè.
--No, non temere,--diss'ella, vedendo l'atto di suo padre.--Son forte,
vedi, e posso ascoltare ogni più triste nuova. Come hai tu avuto
questa? Da chi?--
Il signor Francesco narrò allora tutto ciò che aveva riferito
Pellegrino, ritornando da Modena. Erano vecchie notizie, oramai; nè
altro aveva egli cercato di sapere.
--Mi permetti di non credere?--disse Fiordispina.--Oh, perdonami,
babbo! Non a te, sai? non a te, ma alle ciarle volgari che Pellegrino
ha raccattate per via. Quanta gente onesta non è stata mal giudicata,
ed anche condannata, per le ciarle del volgo? Non credo a queste; non
credo;--ripetè la fanciulla;--non voglio credere. Sarebbe una cosa
infame! Il conte Gino Malatesti non è capace di una slealtà come
questa.
--Avremo nuovi ragguagli, e ti persuaderanno;--rispose il vecchio.
--No, padre, no, non cercar nulla. Aspettiamo. Io aspetto;--disse la
fanciulla, con calma risolutezza di accento.--Ti dispiace tanto che la
tua figliuola invecchi nella casa dove è nata? La casa non fa paura a
me; mal per male, è questo il minore, ed avrà le sue consolazioni
nell'amore di tutti voi. Dicono che le vecchie zitelle son cattive e
noiose. Anche questa è una delle menzogne che tanti ripetono, pensando
di essere molto arguti, e che tutti gli altri credono, per risparmiare
la noia di osservare essi medesimi la verità delle cose. In che la mia
buona zia Angelica, rimasta a governare la casa, è meno graziosa meno
amorevole di un'altra donna? della zia Olimpia, per esempio? Ed anche
la zia Angelica, la mia seconda madre, avrà bisogno di chi l'aiuti un
giorno e la liberi da una parte di cure. Poi, senti, babbo; mi viene
in mente che noi non somigliamo a tanti altri, e questo pensiero, in
un giorno di afflizione, ha pure la sua importanza e la sua gloria.
Iddio ci ha fatti sani e forti, perchè potessimo anche soffrire più
nobilmente degli altri. Quante volte non l'ho io udito da te? I Guerri
sono come il vecchio Cimone, alle cui falde han messo radice. I venti
e le nevi lo flagellano, le pioggie e i soli alterni fanno prova di
sgretolarlo, i fulmini lo segnano dei loro solchi profondi, ed egli è
sempre là, da migliaia d'anni, immutato e immutabile.--
Il vecchio Guerri asciugò una lagrima, e strinse al seno la sua forte
figliuola.
--Che dirò io a tuo cugino?--chiese egli poscia.--Una bugia pietosa?
--No, padre, la verità;--rispose Fiordispina.--La verità, quando si
può dirla, ha un accento che persuade, e piace per la sua semplicità
anche quando non ci è grato di udirla. Infine, essa non offende
nessuno, e il nostro cugino Ruggero non potrà ritenersi offeso da noi,
quando tu gli avrai detto sinceramente che io ero.... che sono ancora
fidanzata ad un altro. Se il conte Gino Malatesti ha da ritornare, la
mia fede è impegnata con lui. Se non ritornerà...--conchiuse la
fanciulla, vincendo a fatica la sua commozione,--Ruggero Guerri,
nostro parente, non deve accettar egli i rifiuti di nessuno.
--È la tua ultima parola?
--Sì, padre mio, l'ultima.
--Mi farai morir di crepacuore, o di rabbia;--brontolò il vecchio
Guerri.
--No, padre, non mi dir questo! Sarei capace di andarti dinanzi, sai?
Mi ucciderebbe lo spavento. Promettimi di esser calmo e di vivere per
i tuoi figli, che t'amano tanto! Son forte io, donna, e non lo sarai
tu, uomo, provato a tutti gli affanni della vita? Non voglio che si
pianga per me, in questa casa. Infine, tu lo vedi, non piango io.
--Ora!--esclamò il vecchio Guerri.--Ma poi?
--E poi come ora;--replicò l'animosa fanciulla.--Ne dubiti? Lo giuro
per te, e possa io non veder più la faccia di mio padre, se mi avverrà
di spargere una lagrima. Vuoi di più?--soggiunse, animandosi, in
quella amara voluttà di sacrifizio.--Se è vero quello che ti hanno
riferito di lui.... meglio così! Lo zio Orlando, per celia, vedendomi
sempre coi libri per le mani, mi chiama qualche volta la romantica.
Orbene, credilo, padre mio, leggendo molto i nostri poeti, ho veduto
molte eroine, e mi son dispiaciute tutte ad un modo. Son donnicciuole,
finalmente, povere creature deboli che il capriccio degli autori ha
poste in condizioni difficili, e in cui le ha mantenute qualche tempo,
ma senza merito loro. Son donnicciuole, ti ripeto, quando non sono
fantasmi senza un'oncia di sangue. Era piuttosto necessario l'esempio
d'una donna vera, capace di soffrire in silenzio, e di custodire entro
l'anima il suo dolore, come un balsamo, come un'aroma prezioso. Sarò
io quella donna. Va, padre mio, e non si parli più di queste tristezze
fra noi.--
Il signor Francesco baciò ancora una volta sua figlia; poi si
ritrasse, piangendo. La creatura debole, in quel punto, era egli, quel
vecchio re della montagna, avvezzo ai geli del Cimone, provato, come
diceva sua figlia, a tutti gli affanni della vita. Ma di questa
debolezza lo scusava largamente il suo affetto paterno.
Aminta, dopo quel colloquio di suo padre con sua sorella, non poteva
più esser tenuto al buio d'ogni cosa. Già nel silenzio del conte Gino
egli aveva fiutato un cambiamento d'idee; ma taceva, anch'egli
aspettando, e divorava la sua rabbia. Come seppe finalmente del
matrimonio di Gino, non ci vide più lume e minacciò di farne una delle
sue. Lo rattenne suo padre con fiere parole; lo calmò un poco Don
Pietro con amorevoli esortazioni. Egli stesso, il buon prevosto delle
Vaie, sarebbe andato a Modena, per informarsi di tutto. Forse non era
vero niente di ciò che avevano detto a Pellegrino, e il silenzio
ostinato del conte Malatesti poteva aver ragioni che di lassù non era
dato indovinare.
Intanto, bisognava dir qualche cosa al cugino Ruggero. Ma qui, fosse o
non fosse ammogliato il conte Malatesti, la risposta non poteva essere
che una. E si prese il triste incarico di darla il signor Francesco,
in quel medesimo giorno che aveva parlato a sua figlia.
--Vostro padre vorrebbe;--diss'egli al suo giovane parente;--ed io,
figuratevi, non vorrei meno di lui. Ma la nostra parola era già
impegnata.
--Col conte Malatesti?--chiese arditamente Ruggero.
--Sì; come lo sapete?
--Lo avevo immaginato fin dalla mia prima venuta;--rispose il giovane,
con molta semplicità.--Ma poichè quell'altro si è ammogliato con una
Baldovini.... credevo di potermi avanzar io.
--Come sapete che ha preso moglie?--gridò il signor Francesco, che una
notizia così certa non l'aveva neppur egli.
--Mi han detto....--balbettò Ruggero.--Ma in verità non ne so nulla.
Eccovi almeno ciò che è giunto al mio orecchio: che il conte Gino
Malatesti si ammogliava. Io, allora, ricordando di aver conosciuto qui
il signor conte, e immaginando che potesse trattarsi di un altro
matrimonio, domandai con chi, e mi fu detto il nome di una marchesa
Baldovini. Allora pensai: non era dunque vero quello che io avevo
sospettato? E perchè appunto in questi giorni mio padre mi aveva
accennati certi suoi disegni, anzi era sospeso tra due proposte, una
di Modena e l'altra di Reggio, mi son fatto coraggio e gli ho detto:
--Sentite, padre mio; se mi fossi ingannato, l'altra volta, alle
Vaie!... e se la nostra parente Fiordispina fosse ancor libera!...--A
mio padre non è parso vero, perchè infine l'idea di questa alleanza
l'aveva avuta lui, e l'aveva sempre vagheggiata. Ed ecco, mio buon
cugino,--conchiuse malinconicamente Ruggero,--ecco perchè son
ritornato qua, a fare un altro viaggio inutile.
--Povero ragazzo!--esclamò il vecchio Guerri.--Come siete buono,
Ruggero, e come meritate di esser felice! Credete pure che io sono
dolentissimo di non potervi chiamare mio figlio. Del resto, lo
scriverò molto chiaramente a vostro padre, ringraziandolo dell'onore
che ci ha fatto e dicendogli le cose come stanno. Mia figlia ha un suo
modo di vedere, che sembrerà forse un po' strano, ma che in fondo ha
persuaso anche me. Un altro padre vi tacerebbe la vera ragione; io
voglio dirvela, anche per appagare il desiderio di Fiordispina. Ella
si ritiene fidanzata al conte Malatesti. Se il conte ha dimenticato le
sue promesse, peggio per lui, che ha mostrato di non meritarla. Ma nel
fatto ella sarebbe.... come ho da dire?... un partito ricusato. E in
questo caso (è mia figlia che parla) non si debbono accettare da un
Guerri i rifiuti di un Malatesti.
--Rifiuti! Rifiuti!--borbottò il cugino Ruggero.--Son certi rifiuti,
questi, di cui si contenterebbe un principe.
--Ho piacere che la pensiate così!--gridò il signor Francesco
prendendo la mano dell'Ercole adolescente e stringendola forte tra le
sue.--Perchè infine, la parola è di mia figlia, e va intesa con
discrezione.--
Sospirò, così dicendo; ed era un sospiro, il suo, che esprimeva due
sentimenti, uno di dolore e l'altro di soddisfazione. Soddisfazione
momentanea, se vogliamo, mentre il dolore era continuo. Ma anche nel
dolore sono i momenti di sollievo; quando, ad esempio, ci si dimostra
con una buona parola che quel dolore è inteso, e che la nostra
sventura non può avvilirci agli occhi di nessuno, perchè essa è della
specie più nobile, e perchè infine non ce la siam meritata.
Quel giorno medesimo il cugino Ruggero partì dalle Vaie, calmo,
tranquillo, sereno in apparenza, come era già partito una volta. Non
lo giudicate severamente, vi prego. Sentiva anch'egli, e non meno
profondamente di un altro; ma sentiva da uomo giovane e sano, che è
sempre vissuto tra i monti, lontano dai piagnistei e dalle teatralità
della vita cittadina. Sarebbe stato felicissimo se Fiordispina gli
avesse detto di sì; ma non avrebbe intuonato un inno, nè spiccato un
salto d'allegrezza, come faremmo noi, gente sensibile e nervosa. Gli
avevano detto di no, in modo semplice e cortese, tale da non offendere
la dignità della sua casa, nè il suo amor proprio di giovanotto, e ne
sentiva un gran dispiacere; ma non era abbattuto, non piangeva, non
rotava gli occhi, non digrignava i denti, non si disperava, come
faremmo noi, gente.... Vi ho detto già che gente siamo, e non ripeterò
gli aggettivi.
Poi (perchè non dire anche questo?) ci sono gli uomini che parlano
molto, e quei che parlano poco. Il cugino Ruggero apparteneva alla
seconda categoria. Nella sua taciturnità aveva inoltre i conforti del
pensiero, e materia a molti pensieri gliene offriva la novità del suo
caso. Figuratevi che era partito da casa sua con tre partiti in vista.
Egli veramente preferiva sua cugina, che conosceva già e che avrebbe
amata moltissimo, quando fosse diventata sua moglie. Ma, perduta la
speranza di aver quella, gliene restavano altre due, fra le quali
poteva scegliere, altre due che non conosceva affatto, ma che avrebbe
vedute, prima di ritornarsene a casa. Suo padre, infatti, gli aveva
parlato così:--Tu andrai prima alle Vaie, e farai quest'altro
tentativo coi nostri parenti; ma poi, bada, io non voglio che si perda
altro tempo. Se è un no, o se non è un sì tanto fatto, come dobbiamo
volerlo noialtri, scendi subito a Modena e vedi quell'altra; poi,
essendo tutta strada, passi a Reggio e vedi quell'altra ancora. Son
figliuole di nostri amici tutt'e due; gli affari ti danno il pretesto
di una visita. Così, veduta la seconda e veduta la terza, ritornerai a
casa, mi dirai quale ti sarà piaciuta di più, e noi risolveremo, con
cognizione di causa.--
Uomo saggio, il signor Guerri del Reggiano, e che non amava andar per
le lunghe; viva l'anima sua! È così piacevole aver da trattare con
persone di questa fatta! Sì, sì, no, no; e avanti, senza perdersi in
chiacchiere.
Ruggero, adunque, salutò i suoi parenti delle Vaie, li ringraziò delle
amorevoli accoglienze, chiese i loro comandi per Modena, e partì. Con
lui, approfittando della buona occasione, partiva un altro
personaggio, il vecchio prevosto delle Vaie. Gran novità, come vedete,
e gran meraviglia tra i suoi parrocchiani.
Capitolo XIV.
Consolatore e giudice.
Don Pietro era veramente addolorato. Si poteva dire che non lo fosse
mai stato tanto per sè, come lo era per i suoi amici. Ma in quel
rammarico non c'entrava anche un pochino di suo? Anch'egli, se ci
pensava, anch'egli era stato ingannato da quella faccia d'angelo
Gab.... Ah, non angeli, nè santi, in paragone con gli uomini! Aveva
ripreso Pellegrino, e non doveva cascar egli nel medesimo errore.
Povera fanciulla, così bella e così buona, così degna di esser felice!
Se il conte Gino andava sposo ad un'altra, la bella Fiordispina non
sarebbe stata felice mai più. Egli la conosceva, oramai. Se la
fanciulla aveva detto a suo padre: «rimarrò a governare la casa» si
poteva star certi che avrebbe fatto così. Se aveva promesso di non
versare una lagrima, si poteva giurare che avrebbe mantenuta la sua
promessa. Non avrebbe pianto, no; il cuore le si sarebbe spezzato, ma
il suo volto non avrebbe tradito lo schianto. Quello che Fiordispina
diceva, si poteva prendere per Vang.... Ah, triste mania dei paragoni!
Don Pietro si morse la lingua per punizione.
--Infine!--conchiuse, cercando una scusa al suo fallo.--È un modo di
dire. Quella buona fanciulla non ha mai mentito; è l'innocenza, è la
verità personificata.--
Il pretesto con cui Don Pietro partiva per Modena era la compera di
certi drappelloni per la chiesa parrocchiale. Quelli che c'erano, li
aveva trovati entrando in uffizio, e fin d'allora già vecchi, stinti e
sgualciti. Immaginate come fossero diventati in quegli ultimi tempi.
Eppure, il vecchio prevosto avrebbe tirato innanzi con quelle
anticaglie ancora per un paio d'anni, pensando che i suoi parrocchiani
non badavano a certe apparenze. Ma poichè a Modena doveva andare, i
drappelloni fornivano facilmente la scusa.
Da vent'anni Don Pietro non era più sceso alla capitale del ducato. E
che ci sarebbe andato a fare, semplice di costumi e privo di bisogni
com'era? Già, cala mal volentieri al piano chi vive _in excelsis_, e
non ha nessuna curiosità della terra chi vede i cieli vicini. La città
si era abbellita, sicuro; glielo dicevano tutti, ed egli lo credeva
facilmente. I marchesi Frassinori avevano fatto restaurare la facciata
del loro palazzo; una facciata del Tignola, che i nuovi stucchi
rendevano due tanti più goffa. I conti Ansiglioni avevano fatto
dipingere sopra un muro, in fondo al cortile, una magnifica
prospettiva, una fuga di colonne, con alberi e un po' di cielo
attraverso. Veduto dall'ingresso del portone, quel colonnato, con
quello sfondo di giardino e di cielo, dava l'illusione del vero.
Ottimamente! Di queste e d'altre bellissime cose Don Pietro sentiva
parlare, ma non gli entrava mai nell'anima la curiosità di vederle.
Un viaggio lo avrebbe fatto volentieri, prima di morire; il viaggio di
Roma, della eterna città. Ma dipendeva da certe circostanze, quel
viaggio, e Don Pietro aveva fatto a quel proposito un voto, che teneva
chiuso gelosamente nel cuore. Non se n'era aperto mai con nessuno,
neanche col signor Francesco Guerri, con cui pure non voleva aver
segreti. «Quando l'Italia sarà libera e unita, con Roma per capitale,
e lo Stato in pace con la Chiesa, andrò a sciogliere il mio voto sulla
tomba del principe degli Apostoli.» Così aveva parlato a sè stesso il
vecchio prevosto delle Vaie. Rosminiano in gioventù, e acceso di
entusiasmo per il _Nuovo saggio sull'origine delle idee_, si era anche
innamorato della gran sintesi giobertiana, ed aveva anch'egli
intravveduta un'eco di concordia religiosa e politica in una
applicazione dei concetti che ispiravano l'opera del _Primato morale e
civile degli Italiani_. Ma che cosa non aveva sperato egli di
pacificare e di concordare, dal suo alpestre ritiro delle Vaie?
Perfino quei due grandi filosofi, che se n'erano dette tante nel corso
di dieci o dodici anni, palleggiandosi anche l'accusa di
panteista.--Infine, diceva egli, sono idealisti tutt'e due. C'è poi
tanta distanza dall'ente ideale, astratto, possibile, indeterminato,
in cui il Rosmini vede il primo psicologico, e l'ente reale, concreto,
infinito, che è il primo ontologico del Gioberti? Due pensatori che
cercano Dio! Lasciateli fare; sono ambedue sulla medesima strada, e si
toccano col gomito più ch'essi non credano.--
Frattanto, era invecchiato con la voglia di Roma. I due grandi
filosofi erano morti, punto pacificati tra loro: uno di essi in odio
alla Curia, l'altro a mala pena tollerato in un freddo «_Dimittantur
opera_» che accennava ad una tregua, ad una sospensione d'armi, anzi
che ad un patto d'alleanza tra le idee moderne e lo spirito antico.
Anche le speranze d'Italia, così vivaci nel 1848, erano andate a male,
per diffidenza di principi e per discordia di popoli, nè si vedeva
quando potessero rinascere. Nulla appariva in aria, o si sperdeva al
primo soffio di vento. Chi sarebbe stato così forte, o, essendo pur
così forte, si sarebbe mostrato così animoso, da accettar la difficile
impresa di collegare tanti sparsi voleri? Don Pietro, qualche volta,
per disperato, esciva in certi voti terribili, invocando da Dio un
solo governo, ed austriaco, da Milano a Palermo.--Ah, se l'amore
scambievole e se la cura del futuro non vi possono unire all'opera
santa,--diceva egli tra sè,--vi unisca in uno sforzo violento l'odio
di un comune oppressore.--
Intenderete ora come e perchè Don Pietro Toschi non fosse andato a
sciogliere il suo voto sulla tomba del principe degli Apostoli.
Oramai, desiderando sempre, non sperava più nulla. Quanto a Modena,
che ci sarebbe andato a fare? Non sentiva nessun desiderio di veder da
vicino il governo del Duca. Bene aveva corso il rischio di esser
chiamato alla città, per ricevere nella Curia vescovile una solenne
lavata di capo. Ma quella burrasca era passata, e ci voleva un altro
dolore per condurlo laggiù.
Ecco dunque il buon prevosto delle Vaie che entra in città, in una
grande città, dopo vent'anni di vita ristretta al suo borgo campestre.
Quante volte non vi sarà accaduto di vederlo, il prete di montagna,
per le vie cittadine, dove pare una dissonanza, assai più del medesimo
contadino con cui vive, e a cui dice la messa! Il prete di montagna lo
riconoscete subito, qualche volta al suo nicchio spelato, al suo
soprabitone stinto, luccicante sulle costure, qualche altra alle
grosse scarpe munite di fibbie enormi, alle calze di lana, rugose e
nodose, e simili altri difetti del suo vestiario trasandato, ma sempre
alla sua andatura semplice, allo sguardo attonito, al viso arsiccio e
screpolato, dove gl'inverni e le estati han giuocato a chi tagliasse
di più. Quella figura vi parrà stupida e goffa, accanto a quella del
prete di città, che passa svelto, a piccoli passi, con la mantellina
raccolta in armoniche pieghe sul braccio, guardandosi appena
d'attorno, e di tanto in tanto incurvando l'indice verso la fronte,
per prendere il suo nicchio nero e lucido e rispondere al saluto della
gente. Quando il prete di città s'imbatte per via in un prete di
montagna, non c'è caso che lo guardi o lo saluti; non c'è spirito di
corporazione, non c'è vincolo, non c'è relazione di gerarchia tra
quelle due autorità. Ma lo guardiamo noi, il prete di montagna; e
sorridiamo, guardandolo, e un diavolo che vorrebbe parere arguto ci
bisbiglia all'orecchio:--domandagli un poco come sta Perpetua.--
Poveri preti montanini, poveri sacrificati! Son essi, infine, che
celebrano nei luoghi altissimi, come l'antico Melchisedec; son essi
gli unici consolatori di tanto popolo afflitto. Perchè, badate, in
città, quando siete ammalato e triste, non vi mancano i conforti, le
assistenze e gli aiuti; lassù il contadino non ha che il suo parroco.
Non sono la gente più felice del mondo, i montanari, e l'aria
purissima che spira sulle alte convalli penetra in un soffio gelato da
tutte le fessure della casa, da tutti i buchi del tetto. Sta bene che
se ne contentino: che una panca dalla spalliera alta, davanti al
focolare, una paiuolata di castagne, un pezzo di polenta, o di
pattona, o di pan di veccia, bastino al loro bisogno. Le legna costano
poco, a mala pena la fatica di raccoglierle; il cibo è gramo, ma sano,
e li tien magri come cani da caccia: avanti dunque, avanti sempre
così. Dio concede loro anche le gioie della famiglia; che cosa si
vorrebbe di più? Sicuro; ma quando la moglie è sopra parto, dov'è la
levatrice, che l'assista? Quando la bambina è inferma, e le arde la
fronte, e un punto bianco si forma e cresce nascosto nella cavità
della gola, dov'è il medico che curi in tempo l'angina difterica?
Qualche volta ce n'è uno in condotta, e per tre comuni ad un tempo; e
va, e trotta tutto il santo giorno, quel poverino, ma senza bastare a
tutti i bisogni. Poi, ci sono i malati a cui occorrerebbero due visite
al giorno, ed è bazza se la famiglia del montanaro ha il medico una
volta per settimana. Aggiungete che la medicina ordinata lì per lì
domanda un viaggio, spesso di notte, per vie scoscese, sotto il
flagello della pioggia, o dentro il turbinìo della neve che accieca.
Ne passo, e delle peggio. La società è matrigna col montanaro; non le
basta di lasciarlo ignorante; ha ancora da mantenerlo infelice. Vedete
la Chiesa; essa non lo abbandona, e se pure non può far nulla,
pochissimo, per il suo bene materiale, si occupa almeno della sua pace
spirituale. Dove noi non mandiamo più un maestro, nè un medico,
contenti di mandarci a certe scadenze un esattore, ella manda a vivere
un parroco, un prevosto, un arciprete, un pievano, un rettore.
Chiamatelo come volete, è un amico per tutti quei derelitti, e li
consola tanto più facilmente, in quanto che le sue consolazioni le
distribuisce in latino.
Don Pietro Toschi, prevosto di montagna, è a Modena. Vedrà finalmente
il conte Gino Malatesti. Ringrazia il giovanotto che lo ha
accompagnato fino in città; si congeda brevemente da lui; non ha
bisogno d'altro, poichè conosce la strada del Vescovato. Capirete che
la prima visita di Don Pietro è per Monsignore, per il suo
_ordinario_. È ricevuto dal segretario. Non ha niente da chiedere,
soltanto da ossequiare, ed è presto ricevuto anche da Monsignore.
Ossequi, genuflessioni, bacio all'anello episcopale, tutte queste cose
s'immaginano facilmente. Poi il vescovo domanda notizie di Fiumalbo,
della chiesa delle Vaie, dello spirito di quelle popolazioni; conforta
il buon prevosto a perseverare, e gli ripete anche il «_pasce oves
meas_» degli Atti apostolici. Di ramanzine, di lavate di capo, di
accenni alla festa del Lago, neanche l'ombra. Evidentemente, il
vescovo di Modena non ha saputo nulla di nulla. L'inchiesta famosa,
l'inchiesta terribile del signor commissario, è rimasta a dormire
negli scaffali della direzione di polizia; forse, non c'è nemmeno
arrivata. Tanto meglio, perbacco! Altre due chiacchiere sui tempi
guasti, sul bisogno di certi restauri al Duomo, che Don Pietro vedrà,
appena uscito dall'udienza episcopale, e una benedizione congeda il
visitatore. In mezz'ora, Don Pietro s'è sbrigato di quell'ufficio
preliminare; se ne va in Duomo a pregare; poi si mette in viaggio, per
trovare i suoi drappelloni. Ci sono i mercanti da ciò, ed egli non
deve cercar molto; il curato del Duomo gli ha dato gli opportuni
recapiti.
Frattanto il buon prevosto prende lingua. Dov'è il palazzo Frassinori,
che è stato decorato di una nuova facciata? Da tanti anni non ha più
veduto Modena, e vorrebbe, poichè finalmente gli è accaduto di
ritornarci, fare un viaggio e due servizi, comperare i drappelloni per
la chiesa parrocchiale delle Vaie e dare una guardata a tante belle
novità modenesi, di cui gli han detto mirabilia. Dov'è il palazzo
Ansiglioni, che ha nel cortile una così bella prospettiva? Dov'è il
palazzo Baldovini, celebrato fra i più insigni della città? Dov'è il
palazzo Malatesti, che gli hanno citato ancora come un esemplare di
severità architettonica?
Capirete che di tante indicazioni gliene premeva una sola, e quella
sola ritenne. Il palazzo Malatesti era anche vicino al Duomo, nella
via di S. Eufemia. E lo vide subito, e lo guardò lungamente, passando.
Dunque viveva là dentro il signor conte Gino? E per parlare al suo
giovane amico, al confinato di Querciola, all'ospite delle Vaie, non
aveva da far altro che infilar quell'androne, e dire il suo nome al
portiere gallonato, in fondo alle scale?
Ma no, egli non sarebbe entrato là dentro. Con qual fine, oramai, e
con quale utilità avrebbe cercato di parlare al conte Gino? Poc'anzi,
il curato della cattedrale gli aveva data una triste notizia. Egli
stesso, il signor curato aveva congiunti in matrimonio il conte Gino
Malatesti e la marchesina Elena Baldovini. Da quel fausto giorno ne
erano già passati quaranta, e gli sposi felici erano già ritornati dal
loro viaggio di nozze. Che trafittura per il cuore di Don Pietro! No,
egli non voleva più vedere il conte Gino; non sarebbe andato a
cercarlo; avrebbe ripresa la via dei monti, rinunziando volentieri
anche alla triste soddisfazione di farlo arrossire. Sospirò, il povero
prete, dopo aver fatta quella risoluzione, e se ne andò dal mercante a
cui lo aveva indirizzato il suo collega del Duomo. Ma nelle
attraversare la piazza Grande, per andarsene sul corso di Canal
Chiaro, dov'era la bottega indicata, Don Pietro non poteva astenersi
dal ricordare tratto tratto la biblica sentenza: «_Maledictus homo qui
fidit in homine!_»
Vi è mai accaduto.... Ma perchè vi domando io una cosa tanto naturale!
Certamente vi è accaduto, e più volte, di cercare una persona per ore
e per giorni, senza combinarla mai, nè in casa, nè per via; poi di
imbattervi in essa, al primo angolo di strada, quando avevate smesso
di cercarla, o non v'importava più di vederla. Il caso toccò per
l'appunto a Don Pietro. Egli si era avviato da piazza Grande al corso
di Canal Chiaro, quando alla prima svolta della strada gli occorse di
dover cedere il passo ad un signore, che veniva sullo stesso
marciapiede, e che si disponeva ad usargli la medesima cortesia.
Affrontati, si guardarono necessariamente, volendo cansarsi a vicenda.
--Conte!--esclamò il vecchio prevosto.
--Don Pietro!--esclamava Gino.
Nè altro disse, turbato com'era. Ma prese con affettuosa reverenza la
mano del suo vecchio amico e lo trasse in mezzo alla via.
--Dove va?--disse poscia, non trovando una frase migliore, per
attaccare il discorso.
--Qui presso, per una commissione.
--Non può rimandarla?
--Ma...--balbettò Don Pietro, che non vedeva la utilità di una
conversazione con lui.
--Via, si lasci trattenere!--riprese Gino.--Se non si tratta di una
cosa urgente, si degni di venire a far due passi con me.
--Le pare, signor conte?--disse di rimando il vecchio prete.--Non
siamo mica più alle Vaie!--
Il conte Gino si rannuvolò, udendo ricordare quel nome.
--Perchè mi dice questo?--esclamò.
--Perchè qui, a Modena,--replicò Don Pietro umilmente,--fra tante
persone civili, al fianco di Lei, elegantissimo cavaliere e conosciuto
da tutti, stonerebbe un poco la mia giubba montanara.
--Dica piuttosto che sarà sempre bene andare in luogo meno
frequentato;--mormorò Gino, sospirando.--I curiosi son tanti! Andiamo
dunque da quella parte, se non le spiace.
--Dove?
--Accanto al Duomo. Sull'ingresso della chiesa, non parrà strano che
l'elegantissimo cavaliere si fermi a parlare col ministro di Dio,
ancorchè sia montanaro, come Ella dice.
--E andiamo!--rispose Don Pietro, mettendo fuori un lungo sospiro.
Che cosa aveva da dirgli, il conte Gino Malatesti, e che a lui fosse
ancor utile di sapere? Don Pietro non poteva immaginarselo; indovinava
per altro che avesse da dirgli molto, e che sentisse ancora di non
essere indegno di perdono, poichè non aveva sfuggito il colloquio,
anzi mostrava di desiderarlo tanto.
Cionondimeno, da quell'ottima pasta d'uomo ch'egli era, Don Pietro
Toschi reputò conveniente di non tenere il suo compagno in angustie.
Andò anzi incontro alle sue confidenze, dicendogli:
--Ho notizie dei signori Guerri, che Ella certamente ricorderà. Stanno
tutti bene, e l'altro giorno hanno celebrato l'onomastico del capo
della famiglia. Se ne rammenta? Il quattro di ottobre era la festa di
san Francesco. Non mancava che Lei, e fu doloroso che si dovesse
aspettarla inutilmente.--
Gino, a quelle parole, si fermò sui due piedi, guardando in viso il
compagno.
--Mi aspettavano!--diss'egli, commosso.
--Certamente;--rispose Don Pietro.--Non aveva Ella promesso di venire
per quella occasione alle Vaie? È vero,--soggiunse il prete,
tentennando la testa,--che molte cose aveva promesse....--
Gino badò poco all'accento di triste ironia, con cui Don Pietro aveva
proferite quelle ultime parole.
--Ma che cos'è dunque avvenuto?--gridò egli, interrompendolo.--Le mie
lettere al signor Francesco?...
--Ne ha Ella mai scritte?--domandò con piglio ironico il vecchio.
--Tre, rimaste tutte senza risposta. Confesso,--soggiunse Gino,--che
non erano liete; confesso che esponevano al signor Guerri una
condizione di cose molto difficile per tutti, e che forse perciò era
da argomentare che la famiglia Guerri volesse lasciare a me tutto il
carico di una risoluzione incresciosa. Cionondimeno, e persuaso già di
questa necessità alla seconda mia lettera, scrissi ancora la terza.
--Non ricevuta,--disse Don Pietro,--come non furono ricevute le altre
due.
--Possibile? Eppure, sospettando di tutto e di tutti, le due prime le
avevo consegnate io medesimo alla posta; e la terza, poi, per maggiore
sicurezza, andai ad impostare a Bologna, dove mi chiamavano i tristi
preparativi delle mie nozze. Potevo io credere che neanche quella
giungesse alla sua destinazione? Ma è orribile, sa?--gridò Gino,
infiammandosi via via, quanto più pensava alla gravità della cosa.--È
orribile, questa congiura, ordita contro di noi. Neanche il segreto
dell'anima mia fu rispettato! Non mi fu dato neppure di dir le ragioni
per cui operavo contro i voti del mio cuore, contro la stessa mia
felicità! E mi si è fatto passare agli occhi dei signori Guerri per il
più sconoscente, per il più vile degli uomini!
--Signor conte,--mormorò Don Pietro,--non teme che questa sua
esaltazione possa essere notata? Qualcheduno che passa, anche senza
udire le sue parole, può osservare i suoi gesti. Si calmi, la prego,
si calmi!
--Ah, vedano e osservino pure tutto quello che vogliono. Nessuno
giungerà a vedere che inferno ho qua dentro.
--Eppure, è necessario che Ella si calmi;--riprese Don Pietro.--La
prudenza lo vuole.
--Prudenza! Perchè? Non c'è più ragione di temere, oramai.
--Che so?--disse Don Pietro. La polizia ha cent'occhi e cento orecchi.
--E n'abbia mille!--rispose Gino.--Ho comperato a caro prezzo il
diritto di non temerla più. Mia suocera è potente;--soggiunse egli,
con un amaro sorriso;--mia suocera ha nelle sue bianche mani il cuore
del ministro; è la padrona di Modena, lei! Fa ciò che vuole! Non ha
fatto di me, di me, capisce? non ha fatto di me il marito di sua
figlia? Ah! Tutto avrei creduto possibile al mondo, anzi che questo,
che io conducessi in isposa la figliuola di Polissena Baldovini. Ah,
mio buon amico, mio padre, se sapesse quanto ho bisogno di sfogarmi
con Lei! Non è forse Dio che l'ha mandata? Ho molto sofferto, Don
Pietro, e soffro ora più che mai. Perchè, infine, se lassù... alle
Vaie... non sanno per quali terrori, per quali angosce è passato il
mio cuore, io sono un uomo disonorato, mi capisce. Don Pietro?
disonorato!
--Povero signor Gino!--esclamò il vecchio prete.--Ella mi spaventa,
ora, con la sua esaltazione.
--Voglio raccontarle tutto!--riprese Gino.--Anche Lei mi avrà
giudicato male. Anche Lei mi avrà disprezzato. Ebbene, Don Pietro, io
non merito il suo disprezzo; merito la sua compassione; merito il
perdono dei suoi amici, che non ardisco più chiamar miei dopo ciò che
è avvenuto. Senta!--soggiunse il giovanotto, con l'atto e l'accento di
un uomo alla cui mente si affacci un'idea improvvisa, che dovrà
signoreggiarlo,--mi crede Ella un uomo serio?
--Ma sì, la credo tale, non ho mai creduto altrimenti di Lei;--rispose
Don Pietro.
--E aggiunga,--riprese Gino,--e aggiunga: incapace di commettere un
sacrilegio. Perchè sarebbe un sacrilegio, non pure per me, ma per un
miscredente, per un ateo, abusare con Lei del suo alto ministero, e
della opinione che Ella ne ha.
--La credo incapace di ciò;--rispose ancora Don Pietro.--A che vuol
venire, con queste proteste?
--Or ora vedrà;--disse Gino.--Entriamo in chiesa, e riceva la mia
confessione. Non può ricusarmelo, Don Pietro! Ella verrebbe meno al
suo ufficio di consolatore e di giudice. Venga!--
La voce e il gesto tradivano la commozione violenta dell'animo. Don
Pietro temette che, ricusando egli ancora, potesse accadere di peggio.
--Andiamo!--diss'egli.--Ella non avrà invocato inutilmente il mio
ufficio di consolatore. Quanto al giudice,--soggiunse,--egli è molto
più in alto.--
Gino Malatesti si calmò a grado a grado, seguendo il vecchio prete
nell'antico duomo di mastro Lanfranco e della contessa Matilde. Le tre
vaste navate, partite da colonne e pilastri alternati, che ricordano
nella robusta fattura gli ultimi anni dell'undicesimo secolo, erano
deserte in quell'ora, e una luce fioca penetrava dall'alta galleria di
colonnini sostenente la volta ogivale del tempio. Don Pietro andò alla
sagrestia, per rivestire gli abiti sacri. Era nella chiesa
metropolitana della sua diocesi, e poteva confessare colà, come ogni
altro ministro del santuario. Gino Malatesti lo vide ritornare, e
tosto lo seguì verso un confessionario, dove s'inginocchiò alla grata,
con un aspro desiderio di versare nel seno amorevole di Don Pietro,
del prevosto delle Vaie, del confessore di Fiordispina, tutta la piena
delle sue afflizioni.
Ciò non vi parrà troppo conforme alla solennità dell'atto religioso.
Ma perdonate, io descrivo un uomo, con tutte le sue passioni, e con
tutte le contraddizioni che la passione comporta, che la passione
richiede.
E disse, nell'impeto della passione e del dolore, disse lungamente, il
povero Gino Malatesti, con voce soffocata spesso dalle lagrime,
com'egli fosse venuto riluttante ad accettare la legge altrui, a
compiere il sacrifizio di tutte le sue affezioni, della sua dignità,
dell'onor suo. Già, fin dal primo colloquio che aveva avuto con suo
padre a Sassuolo, si era persuaso della impossibilità di vincerne
l'animo, di renderlo propizio ad una alleanza coi Guerri. Avrebbe
potuto resistere, sì, certamente; ma, nella condizione in cui era, non
lo doveva già più. Sospettato dal governo ducale, mal perdonato, e
solamente per grazia della famiglia, non avrebbe egli con la sua
costanza procacciato persecuzioni e danni gravissimi ai suoi amici
delle Vaie? Ma questo non era ancor tutto. A lui, quantunque mal
perdonato, non avrebbero torto un capello; in vece sua, per ciò che
era avvenuto nella festa del Lago, sarebbero stati processati e puniti
i Guerri, e non solamente essi, ma ancora quanti altri avevano preso
parte alla festa. Appena ritornato a Modena, aveva infatti conosciuto
fin dove giungesse il mandato del commissario di polizia. E proprio
allora, lasciandogli intendere quanta parte potesse avere una sua
risoluzione nella sorte dei Guerri, gli era stato imposto di chiedere
la mano della giovane Baldovini. Del resto, che chiedere? Già il conte
Jacopo, suo padre, l'aveva chiesta per lui; non si trattava più
d'altro che di accettare quanto aveva fatto suo padre. Si decidesse,
adunque; sarebbe finita male per i suoi amici, per i re della
montagna, se non avesse appagati i desiderii, obbedito ai voleri della
marchesa Polissena. Costei, per ragioni che oramai tornava inutile il
dire, voleva il matrimonio di Gino Malatesti con la sua figliuola. Lei
potente in Modena; lei padrona del cuore del ministro; da lei
dipendeva che i Guerri fossero molestati o non fossero. Nè tuttavia il
conte Gino si era arreso agli argomenti del padre; si schermiva ancora
contro gli assalti della marchesa Polissena; difendeva con ogni sforzo
la sua felicità minacciata. Ma il commissario era ritornato da
Fiumalbo; la sua relazione, piena di fatti, e più di bugie,
conchiudeva per la massima severità contro i Guerri, di cui si
riferivano altri discorsi, e gravissimi, oltre quelli che erano stati
tenuti nella festa del Lago. Anche il conte Gino aveva letto quel
documento, poichè gli era stato posto sott'ccchio dal padre, ed aveva
veduto come il commissario zelante fosse andato a rivangare nel
passato, accennando ai profughi che i Guerri avevano soccorsi,
ospitati, aiutati a passare il confine, nei primi tempi della
restaurazione ducale; non tacendo delle armi che avevano nascosto nei
sotterranei delle Vaie; raccogliendo infine con arte malvagia tutto
ciò che la leggerezza dei testimoni, l'invidia degli emuli, avesse
riferito a danno dei Guerri. Il conte Gino si era spaventato; aveva
veduta la rovina di una egregia famiglia, non d'altro colpevole che di
averlo accolto come ospite e di averlo trattato come uno de' suoi.
Eppure, aveva tentato ancora di resistere; si era umiliato ai piedi
della marchesa Polissena, piangendo, implorando il suo patrocinio.
Polissena era stata dura, acerba, imperiosa più che mai.--«Vi ho
conosciuto,--gli aveva detto,--e non vi amo; non m'importerebbe punto
di avervi per genero, se in faccia al mondo, che ha troppo già
chiacchierato di noi, non mi foste debitore d'una riparazione.»--Il
poveretto aveva allora scritto una lettera addolorata al signor
Francesco Guerri. Era la seconda, e come già la prima, scritta due
giorni dopo il suo arrivo a Modena, non aveva ottenuto risposta. Il
tempo stringeva; la relazione del commissario doveva essere restituita
dal conte Jacopo alla marchesa Baldovini, con una risposta finale. O
l'annunzio delle nozze, e la relazione, col benigno consenso del
ministro, si sarebbe stracciata; o la rottura di ogni trattativa, e
contro i Guerri si sarebbe avviato il processo. Il signor Francesco
imprigionato? La sua casa perseguitata? Le sue industrie rovinate?
Fiordispina, anch'ella, chiamata davanti alla sbarra di un tribunale?
Forse incarcerata col padre e col fratello Aminta? Gino Malatesti era
vinto; chinò la fronte, accettando che fossero annunziate formalmente
le nozze. E la terza lettera ai Guerri, una lettera scritta col sangue
del suo cuore, l'aveva impostata egli, per maggior sicurezza, a
Bologna.
Come mai quella lettera non era pervenuta alle Vaie? Certo, le lettere
di Gino erano intercettate all'ufficio postale di Modena. Ma anche
qualcuno che conosceva la sua mano di scritto le intercettava in un
altro ufficio, sulla via di Fiumalbo. Don Pietro ricordò allora che
alcun tempo dopo la partenza di Gino Malatesti da Querciola, un
ufficiale delle poste, mandato per l'appunto da Modena, col pretesto
di verificare, di esaminare, di studiare Dio sa che, si era impiantato
e Fiumalbo. Lassù, dunque, non bastando la vigilanza a Modena, lassù
si sequestravano le lettere dirette ai Guerri.
Ma quella del signor Francesco al conte Gino, portata in Modena,
consegnata alla porta del palazzo Malatesti da Pellegrino Menghi, come
si era smarrita? Gino protestava di non averla ricevuta. Il poveretto
non sapeva neppure che Pellegrino fosse disceso a Modena. Era stato
custodito da tutte le parti, spiato, vigilato a dovere, e aveva ben
ragione dicendo che una vasta congiura si era ordita contro di lui,
stringendolo come in una rete di ferro.
Infine, a lui, ignaro di tutto, era parso d'indovinare che i Guerri
non intendessero l'animo suo, nè la necessità del sacrifizio a cui
aveva pur dovuto adattarsi. E questo era stato ben grave, più grave
che il medesimo Don Pietro non potesse immaginarsi, dopo il racconto
di Gino. Perchè, infine, doveva egli dir tutto? La cosa era brutta,
orribile, odiosa, dopo un solenne giuramento da lui fatto, davanti
agli altari; ma così era, egli non amava la donna che gli avevano data
per forza. Tra lui e quella donna si frammetteva sempre
un'immagine....
Don Pietro non avrebbe voluto sentirne più altro. Quei discorsi di
immagini misteriose confondevano il suo spirito invecchiato nella
ingenuità della vita campestre. Ma Gino incalzava, Gino che la vedeva
ancora, l'immagine, Gino che la sentiva, bella come la passione,
terribile come il rimorso. Ed anch'essa, anche Elena, doveva
indovinarlo, quel non so che di arcano, di contrario a lei, ond'era
occupato lo spirito di suo marito. Nè si attentava di chiedergli
nulla? Nè si fermava a dolersene? Quella giovane sposa osservava, con
la curiosità attonita dei bambini, quando stanno davanti a tal cosa,
nuova per loro, che non sanno ancora se li farà piangere o ridere.
Gino Malatesti non lo intendeva, o non si fermava a pensarci, egli che
tanto vedeva dentro di sè. Quand'anche lo avesse inteso e ci avesse
pensato, probabilmente non se ne sarebbe doluto, fors'anche gli
sarebbe parso un giusto riscontro alla sua medesima freddezza. L'animo
di Elena si allontanava da lui senza sforzo, o, per dire più
veramente, anche nella vicinanza più stretta non si fondeva con quello
di Gino. E in quella calma noncurante, sotto l'aspetto di una
confidenza superficiale, si maturavano i germi di nuove curiosità.
Un giorno la bella contessa Malatesti aveva detto a sua madre, con
quel piglio d'ingenua che la sa lunga più che la parola non dica:
--Mio marito è uno smemorato, ma uno smemorato d'una specie nuova. Ha
sempre l'aria di cascar dalle nuvole; ora diresti che vuol ricordarsi
di qualche cosa, ed ora che vuol dimenticarsi di qualche altra.--
La marchesa Polissena aveva guardato attentamente sua figlia; ma la
pupilla di Elena era serena, nessun pensiero sottile luccicava là
dentro.
--Mi pare strano;--rispose allora, con tranquillità la sempre bella
marchesa.--Egli ha già tanto dimenticato, a venticinque anni, con quel
suo carattere d'uomo felice!
--Ah, lo credi anche tu un pochino egoista?--replicò la contessa.--Ma
perchè prendono moglie allora? Non potrebbero contentarsi di amare sè
stessi?--
La marchesa Polissena non reputò necessario di dire a sua figlia come
e perchè Gino Malatesti si fosse ammogliato. Le bastava che di quel
matrimonio non fosse molto dolente sua figlia. Carattere assai più
felice di quello che essa riconosceva in suo marito, la contessa Elena
Malatesti poteva anche consolarsi di una freddezza che veniva a lei
come la prima e sola rivelazione dello stato matrimoniale. Non aveva
da far paragoni, allora, per vedere in quella freddezza smemorata
un'offesa. I paragoni li avrebbe fatti poi, e come! Il sangue non è
acqua, e la contessa Elena Malatesti non per niente era figliuola di
Polissena Baldovini.
Ritorniamo a Don Pietro. Egli aveva ascoltata la confessione di Gino
Malatesti, lo compativa, era vinto; più ancora, egli stesso esortava
quel disgraziato a dimenticare, a cacciar da se l'immagine importuna
della fanciulla dei Guerri, a concentrare tutti gli affetti suoi nella
donna che aveva sposata. Era il caso di venire a bella posta dalle
Vaie, per far quella parte! Ma ricordate che in quel punto Don Pietro
Toschi aveva la stola, esercitava il suo ministero di consolatore e di
giudice. Ahimè, tra non molto avrebbe dovuto esercitarlo anche lassù,
dove gli occorreva ritornare, e donde sarebbe stato meglio non
muoversi affatto.
--Figliuol mio, soffrite!--diceva egli a Gino.--Tutto ciò è avvenuto
per una suprema volontà, di cui non dobbiamo scrutare i fini
reconditi. Soffrite, mio povero amico, ma soffrite in voi e per voi;
che vostra moglie non veda sorgere un'ombra tra voi due. È un'ombra di
dolore, lo so; ma dovete cacciarla egualmente, come se fosse un'ombra
di peccato. Infine, voi siete legato da un nodo indissolubile, a
quella giovane vita; nè per effetto di noncuranza vostra debbono
sorgere altre ombre ad offuscare la mente di vostra moglie, a turbare
nel cuor suo il sentimento dei più sacri doveri.--
Capitolo XV.
Anima forte.
Il povero Don Pietro riprendeva in quel medesimo giorno la via dei
monti. Ah sì, come lo aveva pensato dianzi, nel tribunale della
penitenza, lo pensava ancora in carrozza, sulla strada di Sassuolo;
gran fortuna sarebbe stata per lui non muoversi dalle Vaie. Santi
gioghi d'Appennino, quanto meglio è il vivere sotto le vostre grandi
ombre, anzi che scendere nei centri popolosi, a confonderci lo spirito
in mezzo a tutte quelle passioni intricate e malsane, che muovono i
desiderii e governano gli atti degli uomini civilizzati! Anche lassù,
nei volghi agresti, hanno imperio le cupidigie, e generano il peccato;
ma lassù non sono dotte complicazioni di colpa, non artificiose
cospirazioni di più vizi, non raffinatezze di crudeltà e di
scelleraggine.
Crudeltà e scelleraggine, erano queste le parole che venivano alla
mente di Don Pietro Toschi. Infatti, era ben crudele, ben scellerato
il disegno che aveva oppresso la onesta volontà di Gino Malatesti, e
di cui aveva a soffrire per sempre una povera fanciulla innocente. Don
Pietro aveva indovinato, frammezzo a tutte le reticenze di Gino, come
il suo giovine amico sarebbe stato alieno, riluttante ad ogni idea di
matrimonio con Elena Baldovini, anche se il cuor suo non fosse rivolto
e consacrato all'amore di Fiordispina Guerri. E pensava allora con
raccapriccio che le città, le città sole, celano di cosiffatti orrori
sotto la superficie levigata delle loro consuetudini.
Il vecchio prete aveva ignorato fino allora tutte quelle combinazioni
sapienti con cui la società elegante aggiusta ogni cosa, confidando
perfino di aver nascoste altrui le sue piaghe, perchè le ha
dissimulate a se stessa. Indovinando il vero, Don Pietro si turbava
profondamente, pensando che Elena Malatesti potesse un giorno
indovinarlo anche lei. Quale sventura, se la giovane contessa
giungesse a sapere di qual mercato fosse stata vittima, a quali
convenienze l'avesse sacrificata sua madre! Anima candida nella sua
semplicità montanara, Don Pietro Toschi non si sarebbe persuaso mai
che la contessa Elena sapesse, immaginasse già tutto, e non ci vedesse
niente di strano. Il dabben uomo ignorava che su queste cognizioni del
passato, così facilmente raccolte dalla innocente fanciulla nella gran
confusione della vita odierna, si preparano gli argomenti del proprio
diritto a fare altrettanto, o almeno si tengono in serbo come
giustificazioni per tutte le debolezze del futuro. Non si può dire che
la società moderna ami distruggere le vecchie istituzioni; essa le
conserva molto rispettosamente e le adatta ai nuovi usi, come si fa
dei vecchi palazzi. Perciò, anche dal matrimonio ella ha saputo cavar
profitto, conservando le belle forme monumentali, rafforzandone le
fondamenta, ove occorra, incatenando con dotta arte le mura maestre,
cementando le crepe, rinfrescando l'intonaco; ma dentro.... oh,
dentro, ella è stata felicissima nelle sue novità, aprendo usci e
corridoi, dando aria da una parte e levandone il soverchio da
un'altra, mutando in salotti i loggiati, dividendo in gabinetti le
spaziose gallerie, adattando insomma, adattando sempre, con giudiziosa
sollecitudine, affinchè nell'antico edifizio trovi comodità maggiore
la gente nuova, con le sue nuove miserie, che sono poi, a ben
guardare, le vecchie miserie trasformate. Non vi piace la immagine del
palazzo antico? Eccovi una quercia, tre, quattro volte secolare. Ha
cento rami, che stende in largo ombrello sul sentiero, e alle vecchie
frondi ne aggiunge ogni anno di nuove, tanto che la direste un esempio
di eterna giovinezza. Vi accostate; il suo tronco è aperto nel mezzo,
cavernoso, smidollato addirittura. Ma che importa? L'apparenza da
lontano è stupenda; il pittore paesista si ferma, mette mano alla
tavolozza e ne fa un bozzetto per la prossima esposizione; poi,
avvicinandosi anch'egli, vede l'antro scavato nel tronco, ed
esclama:--oh guarda! c'è posto per due!--
Ah, Don Pietro! Don Pietro! Che vi serve essere stato prevosto
quaranta e più anni, e avere studiato da mezzo secolo il trattato _De
Confessario?_ La società moderna ha più complicazioni di debolezze,
che non ne abbiano veduto e segnato i vostri casisti più famosi. Buon
per voi esser vissuto sempre tra la gente dei campi, dove è rustico,
feroce qualche volta, ma semplice, indotto, quasi senza cognizione di
sè stesso, il peccato.
Il povero prevosto aveva un aspetto compassionevole, quando giunse co'
suoi drappelloni nuovi, e con le sue cognizioni anche più nuove, alle
Vaie. Lo aspettavano tutti con ansia, e primo fra tutti il signor
Francesco Guerri, a cui raccontò per filo e per segno quanto aveva
udito dal conte Malatesti.
--Infine,--conchiuse il buon prete, sospirando,--il signor Gino è
stato mosso da un buon sentimento, Ha voluto salvar tutti noi da molte
noie, anzi da gravissimi dispiaceri, che per la casa vostra sarebbero
stati anche una vera rovina. Me lo ha giurato, e per dare maggior
solennità al suo racconto, ha voluto dirmi ogni cosa in confessione.--
Non c'era nulla da rispondere a quel ragionamento di Don Pietro. Il
signor Guerri capì benissimo che il conte Malatesti si era trovato
colto in mezzo a troppe difficoltà, e che il meno male per tutti era
per l'appunto il partito a cui s'era appigliato. Ma pensò anche a sua
figlia, il vecchio Guerri, a sua figlia che tutte quelle spiegazioni
non avrebbero persuasa egualmente, o non sarebbero bastate a guarire.
Aminta fu più aspro e più schietto.
--Meglio tutti noi in carcere e la casa in rovina, se potevano
trovarci in colpa per amor di patria; ma egli doveva mantener la sua
fede.--
Anche Fiordispina seppe ogni cosa; ma non volle essere consolata.
--L'avevo immaginato;--diss'ella.--Il conte Gino è infelice, io gli ho
perdonato. Non mi si dica più altro.--
Da quel giorno il nome di Gino Malatesti non fu più pronunziato alle
Vaie. Al padre, che la esortava a dimenticare, l'animosa fanciulla
rispose:
--Quello che ti ho promesso ho mantenuto; non ho pianto, non piangerò.
--Grande promessa!--esclamò il signor Francesco.--Amerei meglio
vederti piangere.
--Perchè, padre mio? Perchè sfogassi il mio dolore? No, non sarà mai!
Vedi? Sento un piacere molto profondo a non piangere. Non creder
dunque che io divori le mie lagrime. Mi par d'essere in sogno, e che
il sogno duri. Aspetto io che finisca? Non so; vado avanti così, senza
desiderare, senza aspettare, senza temere. I giorni passano, ed io
sono ancor lì a vivere con le mie care memorie. È forza? è debolezza?
Non so neppur questo. Qualunque cosa sia, ringrazio il Signore che me
la manda.--
Il vecchio padre non chiese di più. Ella era grave, tranquilla,
operosa; attendeva alle solite cure, e niente era mutato per lei nella
casa dei Guerri.
L'avrete già veduta, anche senza fermarvi a considerarla, quella casa
severa, dove tutti, vecchi e giovani, son gravi nell'aspetto, misurati
nelle parole, riguardosi negli atti, uniformi, quasi monotoni nelle
consuetudini della vita, non sorridendo mai che a fior di labbra,
attendendo con fredda regolarità a tutte le cure della giornata.
«Gente metodica!» si esclama, e pare di aver detto ogni cosa. «Come
possono trovarci gusto, a viver così?» soggiunge qualcheduno. E
infatti, non ci trovano gusto; tirano avanti così, perchè questo è
l'obbligo, e sopportano la vita come un fardello. Pensateci un poco,
guardate attentamente, e vedrete che tutte quelle persone vivono sotto
il peso di una grande sventura, o d'una piccola che credono grande,
perchè ognuno ha il suo modo di vedere e di sentire le noie e le
afflizioni di questo mondo. Se cogliete quelle persone sul punto in
cui si raccolgono insieme, a tavola, per esempio, osserverete ancora
che si guardano in viso, come interrogandosi a vicenda, ma che tutte
egualmente si chiudono in sè, per un sentimento che pare di diffidenza
scambievole, e non è in quella vece che un delicato riguardo. Così
vivono, così tirano innanzi, noverando i giorni della loro tristezza.
Così andava la casa dei Guerri, poichè l'aveva colpita la sventura di
un alto disinganno. E lei, la figliuola prediletta, l'angelo della
famiglia, per cui tutti vivevano, su cui tutti avevano gli occhi, era
calma negli atti, serena nell'aspetto, e niente tradiva l'interna pena
di quella giovane esistenza. Pareva una di quelle soavi creature dei
primi secoli cristiani, che santificavano la casa, non potendola più
rallegrare, e già consacrate al nuovo Iddio, vivevano quiete e forti
nel mondo. Una pietà non sempre più ardente, quantunque più rumorosa,
doveva inventare i cenobii, le fastose solitudini, i violenti
sagrifizi e le spettacolose penitenze; ma per allora tenevano il
campo, non abbandonando la casa, le semplici virtù umane, fedeli al
culto di tutti i doveri domestici: e figlie e spose e madri esemplari,
accettando il posto in cui le aveva collocate la sorte, venerando il
loro Iddio, pronte ad affermarlo con l'olocausto della vita, ma
desiderose di edificargli un tempio nelle loro famiglie, vivevano le
Cecilie e le Moniche, combattendo in un modestissimo campo non oscure
battaglie.
Fiordispina Guerri non aveva più facile il sorriso, nè la parola
lieta; e di ciò si doleva profondamente, ma non le era dato mutarsi.
Pronta a tutti gli sforzi morali che non dimandassero gaiezza di
umore, quando vedeva i suoi troppo accigliati, andava a sedersi
davanti al pianoforte e ripassava la sua musica, senza scegliere, come
le veniva alle mani. E le mani obbedivano agli occhi, e gli occhi
seguivano l'indicazione delle note. Così sembrava prender diletto
nella sua occupazione musicale, e le armonie suscitate da lei, se non
allietavano nessuno, sortivano almeno quell'effetto che sempre ha
prodotto la musica: rasserenavano gli spiriti.
--Chi sa?--disse un giorno fra sè il signor Francesco Guerri, dopo
qualche mese di quella vita monotona, mentre la sua bella figliuola,
seduta al pianoforte, passava da un preludio delicato di Bach ad
un'aria allegra di Mozart.--Chi sa? Potrebbe fare un miracolo, il
tempo!--
Appunto in quei giorni capitò alle Vaie una lettera dei cugini Guerri,
che vivevano sul Reggiano. Annunziavano ai loro congiunti del Modenese
il prossimo matrimonio di Ruggero con una Campolonghi di Modena.
Famiglia ottima, i Campolonghi, ed eccellente partito; perciò si
affrettavano a darne l'annunzio, sicuri che la cosa avrebbe fatto
piacere ai loro cari parenti. Il signor Francesco aveva appena mandata
la sua lettera di congratulazione, quando ne giunse un'altra da
Modena; e questa la scriveva Ruggero, il semplice ed affettuoso
Ruggero. Non accettato da Fiordispina, per ragioni che non offendevano
il suo amor proprio, il cugino Ruggero mandava di tanto in tanto sue
nuove alle Vaie. Quella volta, poi, era felice di mandarne un'altra
più importante, sperando che i suoi buoni congiunti avrebbero veduto
volentieri quella unione, che rispondeva a tutte le esigenze della
famiglia, come a tutti i voti del suo cuore.
--Ne sono veramente felice!--disse Fiordispina, poi ch'ebbe letto
anche lei.--È un bravo giovane, il nostro cugino Ruggero.--
Il vecchio Guerri tentennò la testa, e battè ripetutamente le labbra,
come se volesse trattenere una osservazione, che era lì lì per saltar
fuori.
--Capisco;--riprese la fanciulla, notando l'atto, e andando
risolutamente incontro al pensiero di suo padre.--Ma tu lo sai bene,
babbo; io non ero fatta per lui.
--E per chi, Dio buono, per chi?--gridò il signor Francesco, che
oramai non poteva più stare alle mosse.
--Per te, per voi tutti;--rispose la fanciulla.--E non è già una bella
sorte? Fatemi il piacere, se mi amate davvero come io vi amo, non mi
state così aggrondati da mattina a sera! Che è ciò? Pare che
qualcheduno vada a morire, e che voi dobbiate accompagnarlo. Non ho da
voler nulla, io, che son l'ultima della casa; ma una cosa mi
permetterete di volere, ed è questa, che non siate più tristi di me.
Sono tranquilla, io, sono contenta; potete esser tranquilli e contenti
anche voi. Ma basta, non aggiungo altro; se no, quando viene Don
Pietro, gli direte che ho fatto una predica. Scriveremo invece al
cugino Ruggero, e lo pregheremo che ci mandi il ritratto della sposa.
Ho una grande curiosità di vedere com'è.--
E scrisse lei la lettera, un miracolo di temperata festività e di buon
gusto, congratulandosi col cugino della sua scelta ed augurandogli
ogni bene. Le suonava graziosamente all'orecchio il nome della sposa,
Marianna, che ne raccoglieva due egualmente belli, Anna e Maria, Non
le restava che un desiderio, e vivissimo, di veder la figura.
Il ritratto fu presto mandato, e non da Ruggero, ma dalla stessa
fidanzata di lui, dalla signorina Marianna Campolonghi, alla vezzosa e
cara Fiordispina Guerri, che era tanto felice di poter chiamare
cugina, anche anticipando di due mesi, che tanti ne dovevano correre
ancora da quel giorno alla celebrazione delle nozze. La lettera era
semplice, ma piena di garbo; faceva fede di buoni studi e prometteva
una cara donnina, degna del cugino Ruggero e nata a bella posta per
farlo felice. Allo scritto corrispondeva poi la figura; il
dagherrotipo mandato dalla signorina Marianna alle Vaie recava
l'immagine di una bella ragazza, alta e snella, di capel bruno, di
carnagione pallidina ma sana, con due begli occhi grandi ma
espressivi, come se ne vedono tanti, per fortuna sua, nella regione
Emiliana.
Il matrimonio si faceva tra due mesi, cioè a dire verso la fine del
carnevale. Peccato che la stagione, così fredda ancora, non
permettesse agli sposi di fare una corsa alle Vaie! La cosa spiaceva
tanto a Marianna; spiaceva a Ruggero; spiaceva anche ai parenti di
lui. Nè poteva spiacer meno ai congiunti loro delle Vaie, e
Fiordispina, nelle sue risposte, non rifiniva di esprimere col suo il
rammarico di tutta la famiglia.
Perchè ella scriveva assai volentieri quelle lettere, quasi volesse
scusarsi con altrettanta amabilità, della freddezza dimostrata
parecchi mesi prima al cugino Ruggero. Le donne hanno di queste
delicatezze, le quali spesse volte vanno sprecate come i fiori gentili
del prato, che nessuno li avverte, quando sono sbocciati, e poi li
recide, insieme con tutte le altre erbe pazze, la falce del villano.
Ma per allora, anche non intese in quel modo, le cortesie della cugina
e di tutti i parenti delle Vaie erano molto gradite da Ruggero Guerri,
e non meno dalla famiglia Campolonghi. E la conseguenza di tanto
gradimento fu una argomentazione come questa:
--Se non possono gli sposi andare a Fiumalbo, per la stagione che sarà
ancora troppo rigida, perchè non potrebbero discendere i signori
Guerri a Modena? L'inverno, gli ultimi giorni di carnevale, dovrebbero
esser anche un potente incentivo a questo viaggetto, che recherebbe un
po' di novità nelle loro consuetudini.--
Ed anche quei del Reggiano, messi a parte del disegno, incalzavano con
le loro preghiere. Quella del matrimonio di Ruggero, infine, era una
buonissima occasione per raccogliere insieme i due rami dei Guerri.
Buonissima, in verità, e solenne per giunta; non andava trascurata.
Il disegno fu ventilato anche alle Vaie, non già perchè sembrasse
accettabile, ma perchè bisognava trovar ragioni da opporre, scuse
oneste da metter fuori. Ma l'idea di quella gita piaceva tanto ai
signori Campolonghi, che l'avevano avuta per i primi! Ma piaceva tanto
alla signorina Marianna! La graziosissima sposa voleva conoscere
Fiordispina, e non si dava per vinta alle ragioni, dichiarava fiacche
le scuse.
Donde tanto amore e tanto desiderio? Lettori miei, non bisognerebbe
guardar tanto nel sottile, sopra tutto in questa materia già di per sè
molto delicata. L'amore, l'amicizia, la simpatia, nascono perchè
vogliono nascere, e i germi non possono sempre cercarsi col
microscopio. Le grazie di Fiordispina, decantate dal cugino Ruggero,
il piacere cagionato da quelle sue lettere così gentili e garbate,
quell'altro non meno grande di poter vedere riunita ad una sola mensa
tutta la schiatta dei Guerri, sarebbero ragioni bastanti a spiegare, a
giustificare l'insistenza delle preghiere. Un'altra ragione si può
trovare nella insistenza medesima. Incominciamo tutti a manifestare un
desiderio per mostra di gentilezza, ci torniamo sopra per civiltà, e
finiamo con invaghirci della nostra idea. Non vi basta? Mettete ancora
che la signorina Marianna aveva un fratello, avvocato, che stava per
finire le pratiche, ed era come suol dirsi un giovane di belle
speranze. Quale speranza più bella, da aggiungere a tutte le altre?
Anche il signor Campolonghi padre, pensando alla venuta di Fiordispina
a Modena, diceva come il vecchio Guerri, ma per altra ragione:--chi
sa?--
Bisognava dunque rispondere a quelle reiterate preghiere, a quelle
istanze continue, che venivano a gara da Modena e dai monti Reggiani.
--Che altre ragioni si trovano?--diceva il signor Francesco.--Perchè
già, capisco, a nessuno di voi questo viaggio piace, e a Fiordispina
meno che agli altri.
--Perchè?--domandò la fanciulla.
--Come?--esclamò il vecchio Guerri.--Ti decideresti ad andare...
laggiù?
--Laggiù come in ogni altro luogo;--replicò Fiordispina.--Non siamo
mica proibiti, a Modena. Nè io ho da vergognarmi di nulla, o da temere
di veder chi si sia.
--Ebbene,--disse il signor Francesco,--allora decidi tu. Si ha da
risponder sì all'invito dei nostri parenti?
--Io, allo stato delle cose e per non aver aria di gente ostinata,
risponderei sì;--disse Fiordispina.--E tu, babbo?--
Il vecchio Guerri meditò ancora un istante il suo «chi sa?»; vide
nella risoluzione di sua figlia un principio di mutamento felice, e
conchiuse:
--Andiamo dunque a Modena e raduniamo ad una tavola tutta la progenie
dei Guerri.--
Quando la cosa giunse all'orecchio di Don Pietro, il bravo prevosto
delle Vaie rimase a dirittura di sasso. Ma da queste pietrificazioni
dello stupore si rinviene poi sempre, ne rinvenne anche Don Pietro,
restandogli tuttavia in corpo una grande curiosità.
--Figliuola mia, che novità è questa?--domandò egli a Fiordispina,
appena ebbe occasione di parlare da solo a sola con lei.--Perchè
questa risoluzione di andare a Modena?
--Un invito formale, e già ripetuto più volte da due parti;--rispose
la fanciulla.--Non gliel'ha già detto mio padre?
--Sì, capisco l'invito;--disse Don Pietro;--ma non capisco egualmente
l'accettazione.
--Vuol saperlo, il gran perchè?--ripigliò la fanciulla.--Glielo dirò,
a patto che mi serbi il segreto.
--Posso prometterlo;--disse Don Pietro.--Ma avete dei segreti per
vostro padre?
--No, e sì. Non ne ho, se si tratta di cose che possono avere una
buona e una cattiva interpretazione, e per cui resti dubbio se vadano
fatte o non fatte. Ne ho, se si tratta di pensieri miei, che possono
parere ridicoli. E questo è il caso, per l'appunto;--conchiuse
Fiordispina.--Ho la speranza di rivedere quell'uomo.
--Ed ecco per l'appunto ciò che temevo;--rispose Don Pietro.
--Che male c'è? Turbo io la pace di qualcheduno?
--Mettete a repentaglio la vostra, figliuola mia, e vi par poco?
--Non tema per me, Don Pietro. La mia testa è salda e il mio cuore è
già provato ad ogni scossa.
--Tanto meglio, figliuola mia, tanto meglio. Ma che curiosità è la
vostra?
--Curiosità di montanara;--rispose Fiordispina, sorridendo.--Non mi
sarà dunque concesso di vedere se quell'uomo è felice? E noti che io
desidero ardentemente di saperlo felice;--soggiunse ella,
animandosi.--Ella mi conosce, Don Pietro, e sa che non ho l'uso di
mentire. Un cuore che ama ha tesori di bontà e di compassione per
tutti.
--Anche per gl'ingrati?
--Anche e sopratutto per questi. Ma non mi ha detto Lei che quell'uomo
è stato costretto a far ciò che ha fatto? Perchè lo chiama Ella un
ingrato?
Don Pietro si smarriva tra gli assalti di quella logica femminile, ed
amò meglio darsi per vinto.
--Il cielo vi guardi;--conchiuse, dopo una mezza serqua
d'interiezioni, che non dicevano nulla.--Infine, credo anch'io che
possa essere una crisi felice. Vi auguro, figliuola mia, che possiate
guarire del tutto.
--Di che? D'un male che è la mia vita?--replicò Fiordispina.--No,
padre mio, non voglio guarire, nè del tutto, nè in parte. Mi conceda
di parlare una volta, una volta almeno, con libertà piena ed intiera;
ho conosciuto per quell'uomo l'amore, l'amore de' miei poeti, che è il
nobile, l'elevato, il gentile, e dica pure quanti aggettivi vorrà,
purchè conduca a questo, che un amore elevato è il solo che sia degno
della creatura umana, e come il solo degno, è anche il solo vero. Che
uomo fosse il conte Gino Malatesti, nel tempo ch'egli visse tra i
nostri monti, Ella sa quanto me, se non forse meglio di me. Il mio
pensiero s'innalzava col suo. Come due profumi confusi si son levati
ambedue, vaporando al cielo. E dovranno essere separati? È
impossibile, padre mio; lo dica anche Lei, che è impossibile.
--Il conte Gino si è pur separato da Voi;--disse Don Pietro.--Lascio
stare le ragioni onorevoli, accenno il fatto com'è.
--Ebbene, qui per l'appunto è la mia giustificazione;--riprese la
fanciulla.--Egli si è separato da me; non l'amor suo, che è stato per
me, e a cui mi son serbata fedele. Vede, Don Pietro, che questo non è
un sentimento volgare. Unica volgarità,--soggiunse Fiordispina,
chinando la testa ed abbassando il tono delle parole,--unica
volgarità, poichè neppur io sono una creatura perfetta, è questo
piccolo sentimento di curiosità che ha preso me, povera montanara, di
vedere quella gentil cittadina, che ha saputo rapirlo.--
Curiosità montanara, diciamolo anche noi, ma soggiungiamo subito:
Quanta altezza di pensiero in quella curiosità! Don Pietro Toschi non
lottò più; era vinto e convinto. Del resto, i signori Guerri avevano
già scritto a Modena, annunziando la loro andata, e oramai, per fare
quel gran matrimonio, non si aspettava che la loro presenza.
Quando si dice «i signori Guerri» s'intende il capo della famiglia,
con una larga rappresentanza. Nel fatto non andavano mica tutti.
Aminta, per esempio, non volle muoversi dalle Vaie, quantunque lo zio
Orlando dichiarasse che sarebbe rimasto egli volentieri.
--No, no, resto io. Che cosa andrei a fare io, a Modena? Le città non
mi divertono. E se qualcheduno ha da rimanere a custodire la casa,
questo qualcheduno vo' esserlo io. Andate voi altri, andate.--
Non ci fu verso di smuoverlo; Aminta era saldo nelle sue risoluzioni,
come il monte Cimone al suo posto.
Ed anche saldo ne' suoi risentimenti, aggiungiamo. Egli non aveva
perdonato a Gino Malatesti; egli non aveva tesori di bontà e di
compassione da spandere. A qual pro', del resto? Aminta lasciava
questi tesori a sua sorella. Era già molto avere un angiolo in casa;
quanto a lui, uomo, aveva già fatto assai chinando la testa ai voleri
di suo padre, mentre pure sentiva una voglia feroce, una voglia pazza
di calare a Modena e di battere la sua mazza alpigiana sulla faccia
del conte Gino.
--Prendi, vigliacco ingannatore, in cui la mia famiglia ha creduto!
Prendi, bugiardo proscritto, che hai avuto paura di farti fare un
processo. Si grida, perdio, si strepita, quando si è il primo
colpevole! e se vogliono fare il processo agli altri, si chiede la
parte propria, si reclama il proprio posto al pericolo, si va in
carcere, in galera, alle forche, ma con la fronte alta, fieri di non
avere che una parola e di saperla mantenere!--
Capitolo XVI.
Delizie coniugali.
La sera del martedì grasso dell'anno 1858, era una bella piena nel
teatro Comunale di Modena. L'impresario avrebbe voluto tutte così le
serate della stagione; ma gl'impresari son mostri insaziabili e non
pensano, nel loro egoismo, che il bello delle cose belle è per la
massima parte nella loro rarità.
Tutte le stelle del firmamento, tutte le dee dell'Olimpo modenese
erano quella sera a teatro, dando coi loro vezzi naturali e con lo
sfoggio delle loro abbigliature un'apparenza di vita più rigogliosa ad
una società naturalmente ristretta e poco nutrita, poco rinnovata dal
concorso o dal passaggio di elementi forastieri. Le città italiane,
innamorate dell'arte, appassionate singolarmente per la musica, hanno
queste occasioni solenni per mettersi in gala, per dare il loro
sprazzo di luce, e in certe sere dell'anno, vedute nel recinto del
loro massimo teatro, vi possono sembrare altrettante capitali.
Non dimentichiamo che allora la città di Modena era ancora la capitale
di un piccolo Stato, e che intorno ad una Corte si raccoglieva una
ricca aristocrazia, uno splendido stato maggiore di varie armi, una
grassa borghesia, ed una magra ma numerosa falange d'impiegati
dell'ordine politico e dell'ordine giudiziario. Oggi, aboliti i
piccoli principati, le rispettive loro capitali hanno perduto tutte
qualche cosa della vecchia loro importanza, e questo, che è un male,
senza dubbio, ma non un mal così grave da non potersi sopportare, dà
argomento di acerbi rimpianti a taluni nobili antichi. Perchè lagnarsi
soltanto? Perchè non pensare mai a qualche onesto rimedio? Il gran
male, il vero male è quest'altro, che tutti i ricchi corrono oramai ai
grossi centri. Se i signori vivessero un po' più nella terra loro, o
accanto ad essa, gioverebbero meglio al fine da cui ripetono la loro
medesima origine. A buon conto, avrebbero assai meno ragioni per
rimpiangere le vecchie consuetudini, ridando un po' di vita alle città
loro e insieme un po' di lustro alle proprie corone. Così questa
società italiana, che è stata la più ricca, la più varia, la più
universalmente colta d'Europa, avrebbe speranza di rifiorire, in
quella sua vivace varietà d'aspetti e di tempre, su tutte le altre del
mondo.
Ma lasciamo da banda queste superbe malinconie, che molti non
intendono più. Il romanzo, questa rappresentazione della vita, deve
correre, obbedendo ai suoi nuovi maestri, sulla china della verità
fisiologica, correre fino a rompersi il collo nei chiassi del casetto
patologico, unico svago che gli sia consentito, e che anzi gli è molto
raccomandato dai pratici. Impersonale, oggettivo, realistico, non si
attenti di fermarsi un minuto, per dire una verità a chi lo segue, nè
per cogliere un fiore sui margini del sentiero. Lo hanno chiuso a
forza in una delle sue cento forme, che ad essi piaceva di più; lo
hanno sigillato in quella col sigillo della loro dogana; hanno
sentenziato quali saranno le vie che dovrà tenere, quali i mercati a
cui dovrà fermarsi, quali le droghe di cui potrà essere infarcito. E
poi, dopo aver promulgati tanti decreti e regolamenti dalle loro
bigonce, i signori giudici e moderatori hanno il coraggio di
annoiarsi, di sbadigliare in pubblico, di arricciare il naso, specie
quando vedono il loro beniamino andar zoppo a certi usci.--Non di qua!
Non di là! Volgarità eccessiva! Imitazione forastiera! Vita italiana
vuol essere, vita italiana, per bacco! Dove s'è mai vista, negli usi
nostri, tutta quella robaccia! Siamo noi così male ridotti!--Ah,
poveri giudici! poveri moderatori supremi! Vuol essere una fatica da
cani, la loro!
Le dame più cospicue di Modena erano quella sera a teatro. Non poteva
dunque mancare la marchesa Polissena Baldovini, più bionda che mai,
imbellettata, incipriata e felice. Sedeva davanti a lei, nel suo
palchetto di seconda fila, Sua Eccellenza il ministro, dimenticando
per un'ora le gravi cure dell'ufficio (_severas super urbe curas_),
discutendo amabilmente di musica antica col suo buon marchese
Baldovini, e mandando tratto tratto qualche occhiata assassina alla
gentile marchesa.
In un altro palchetto, ma della prima fila, era la bella figlia di
Polissena (_matre pulchra filia pulchrior_), la contessa Elena
Malatesti. La madre aveva la società più grave, oramai, la più
autorevole, e la più monumentale, senza rinunziare per altro a qualche
saggio della più gaia e della più elegante. Ma questa si raccoglieva
più volentieri intorno alla figliuola, e vi si aggiungeva altresì la
più risonante per tintinnìo di sproni e di sciabole. Cappa e spada,
una volta riunite, si dividevano allora; gli uomini di cappa si
volgevano naturalmente alla madre; gli uomini di spada alla figlia.
Ma per allora, essendo in principio di spettacolo, non si vedevano che
due cavalieri, nel palco della contessa Elena. Suo marito era in
visita, e di quei due che vi ho accennati uno era il marchese Emilio
Landi, che conosciamo per una sua lettera dai bagni di Lucca. In
verità, stando a quello che ve ne ho detto a suo tempo, il marchesino
Landi avrebbe dovuto esser piuttosto dalla marchesa Polissena. Ma
bisogna anche sapere che il regno di lui era durato poco, nel cuore
della Baldovini. L'orgoglio aveva vinta la tenerezza, e un ministro di
Stato, che si tingeva i capegli (molto bene per altro, e la cosa non
si riconosceva che alla luce del sole), era succeduto nel regno. La
maestà scoronata di Emilio Landi si era facilmente consolata di quel
piccolo guaio. Infine, non ci sono trionfi graditi che a patto di
durar poco. Anche il divo Cesare dovette annoiarsi parecchio, ad
averli così lunghi, col peso della corona sulla testa, il tintinnìo
de' trofei nelle orecchie, e il continuo sobbalzo di un cocchio senza
molle, sul maledetto selciato della Via Sacra, inerpicantesi per il
clivo Capitolino.
Emilio Landi era entrato allora allora nel palco, e prendeva, di
rincontro alla signora, il posto d'onore che l'altro personaggio gli
aveva ceduto, mettendosi con discreta familiarità al fianco di lei.
--Siete maravigliosa, stasera;--disse Emilio, incominciando.
La contessa Elena accolse il complimento ad occhi socchiusi e tirando
indietro la sua testina bionda. Era quello un atteggiamento che andava
stupendamente alla sua figura rosea, un tal po' irregolare nelle
fattezze, ma fine, e che di graziosa e piacevole la rendeva
affascinante senz'altro: un atteggiamento studiato se vogliamo, ma che
tra tanti artifizi a cui ci ha avvezzati la bellezza, poteva anche
sembrar naturale: un atteggiamento, insomma, che un pittor ritrattista
del secolo scorso avrebbe invidiato, se pure non è più giusto il dire
che ad un pittor ritrattista del secolo scorso la contessa Elena
Malatesti lo aveva audacemente rubato.
--Che ve ne importa a voi, Landi?--domandò la signora, dopo aver preso
quell'atteggiamento lezioso.
--A me? moltissimo;--rispose il giovanotto.--Si gode tutti, alla vista
di un bel fiore, o di un bel frutto dorato. Sia pure nell'orto delle
Esperidi, e custodito da un drago, è già grande fortuna ammirarlo da
lungi.
--Custodito! da un drago! Ma sapete, Landi, che siete antico, stasera!
E il drago sarebbe il nostro buon Lesarini?--
Così rispondeva la contessa Elena; e il Lesarini, che era per
l'appunto il personaggio seduto al fianco della signora, sorrise
beatamente, tra i due pizzi grigi, che gli vestivano con aristocratica
prolissità le guance scarne.
Non era nobile, il signor Lesarini, che debbo ora descrivervi; era
abbastanza ricco per vivere ozioso, e amava consumare i suoi ozi fuori
del ceto in cui l'aveva fatto nascere il caso. Tra i suoi pari sarebbe
stato un signore; ma ognuno ha i suoi gusti, ed egli preferiva stare
coi nobili, facendo il servitore. Uomo maturo, si atteggiava a
giovanotto, accettando seriamente il titolo di «molto pericoloso» che
gli davano tutti per celia, lasciandolo volentieri accanto alle loro
metà, compiacente amico, accompagnatore discreto, drago senza rostro e
senza artigli, animale innocuo e felice, che stava accanto all'arrosto
e si pasceva di fumo. Anche le signore lo avevano accettato per quello
che amava di essere, e se lo contendevano, figuratevi, se lo
strappavano a gara. Lesarini di qua, Lesarini di là, era il cucco
delle dame, che ci si divertivano un mondo, lo mettevano a tutte le
salse e lo incaricavano ancora delle loro piccole commissioni.
Il Lesarini sorrise beatamente, come vi ho detto. L'uffizio di drago,
e nell'orto, non gli dispiaceva niente affatto.
--Sicuro;--replicò Emilio alla dama;--e armato fino ai denti.
--Si capisce;--rispose il Lesarini.--Io qui rappresento l'autorità di
Gino.--
Di Gino, capite? e non del conte Gino Malatesti. È usanza dei Lesarini
di non chiamar mai i loro nobili amici per il casato, nè per il titolo
che li distingue. Non altrimenti usano con le dame, chiamandole
semplicemente, familiarmente, per il loro nome di battesimo, e
preferendo il vezzeggiativo, se c'è. Così, quando si degnano di
ragionare delle loro imprese col volgo profano, sogliono attaccare dei
discorsi come questi:--«Sapete? ieri Corinna mi ha ricordato.... Gino
mi rispondeva.... Elena mi pregava iersera.... Ho incontrato stamane
Polissena e mi ha detto: ah bravo, Pippo! vi trovo in buon punto;
dovreste accompagnarmi dal dentista....» Raccontando queste maraviglie,
i Lesarini trionfano, fanno la ruota come i pavoni, o, se vi piace
meglio, come i tacchini. Che si fa celia? Darsi del voi con la gente
titolata! Essere i confidenti delle dame più cospicue della città!
Avere un posticino nel piccolo Olimpo mandamentale! No, per tutti gli
Dei che lo costituiscono, non c'è fortuna più grande per un signor
Lesarini.
Un'altra specie di Lesarini è quella che fa la corte ai grandi uomini.
Il piccolo personaggio vi conosce, vi onora del suo saluto ed anche, a
ore avanzate, della sua conversazione. Vedendovi da lunge, scende dal
marciapiede, attraversa la strada per muovervi incontro. Voi lo
aspettate, credendo che voglia stringervi la mano, chiedervi notizie
della vostra salute. Ma che? Il Lesarini vi abborda e vi dice, come se
continuasse un discorso:--«Vengo da Muller, ma inutilmente, e adesso
vado da Bauer. Sai? il senatore non può far la bocca alla birra di
Chiavenna, ed io mi son preso l'incarico di trovarne dell'altra, o di
Gratz, o di Baviera.»--A voi non importa un fico secco che il senatore
non gradisca la birra di Chiavenna. Lo stimate per il suo carattere,
lo ammirate per la sua parsimonia di parole in Senato, lo amate, lo
venerate per i capolavori che ha dati alla patria. Ma no; il Lesarini
vi ha da raccontare quel che egli mangia e quel ch'egli beve; e mentre
voi, per convenienza, gli rispondete un «ah!» che vuol dire e non
dire, egli vi guizza di mano.--«Lasciami, perchè ho fretta; debbo
andare da Bauer.»--E vada pure; ma non senza fermarsi otto dieci volte
per via, raccontando a tutti la medesima storia.
--Vi ha incaricato di ciò, Lesarini?--chiese Emilio Landi al vecchio
cavaliere, al drago della contessa Elena.--Siete un uomo fortunato, voi!
Ma ecco....--soggiunse, con un risolino arguto il giovanotto,--ecco un
suon d'armi, che annunzia un cambiamento di guardia.
--Dite un rinforzo!--notò la contessa, che aveva udito anch'ella un
tintinnìo di sciabola nel corridoio.
L'uscio del palchetto si aperse e comparve nel vano il bel
luogotenente De Wincsel; biondo, dagli occhi glauchi e dalle guance
rosate; a farvela breve, un angelo vestito da ufficiale di cavalleria.
Il barone De Wincsel era un fiore esotico trapiantato in Italia come i
suoi riveriti padroni della imperial casa di Asburgo Lorena. Nella sua
bellezza bionda e rosea spiccava il tipo conosciuto degli oppressori,
un tal po' dilavato nella tinta, ma grazioso per la finezza dei
lineamenti, che poi, col crescer degli anni, per quella medesima
finezza, fors'anche per le basette ispide e folte sotto un naso troppo
piccolo, prende qualche volta un aspetto felino.
La contessa Elena accolse il nuovo visitatore con atto di familiare
amabilità, mostrando così al marchese Emilio di non dar nessun peso ai
suoi frizzi. Già, se ella avesse dovuto badare a tutte le punture di
spilla del Landi, le sarebbe mancato il tempo per meritarne delle
altre. Elena Malatesti era tuttavia nel primo anno del suo matrimonio,
e già gli arguti Modenesi le avevano appiccicato il suo nomignolo di
Generala. Infatti, ella non si vedeva mai senza l'accompagnamento di
«un brillante stato maggiore.» Aiutanti, ufficiali d'ordinanza,
ufficiali stranieri in missione temporanea, si davano la muta nel
salotto della contessa, nel suo palco a teatro, allo sportello della
sua carrozza sulla pubblica passeggiata. Infine, quando si è detto la
Generala, non occorrono spiegazioni; la contessa Elena aveva il suo
soprannome, e mostrava di averlo guadagnato.
Che diceva il conte Gino? Credo che non dicesse nulla. Il nobile,
l'intelligente, l'arguto Gino Malatesti era diventato un altr'uomo da
quello di prima. Il panno appariva sempre quello, ma era un panno
stinto. Del resto, anche così ridotto alla condizione di ombra, anzi
perchè diventato ombra, adempieva con garbo al suo uffizio di signore
e padrone alla moderna, cioè di compagno, di associato, di tutore, di
tutto quel che vorrete, fuorchè padrone e signore. Per lui, dopo
tutto, era sempre lì pronta una parolina gentile della moglie; a lui
andavano di pien diritto, e non mancavano mai, gli ossequiosi saluti e
gli atti di amichevole deferenza di tutto lo stato maggiore di sua
moglie. Godeva infine di una società che avrebbe potuto far felice
Ulisse, nella sua reggia d'Itaca, in mezzo all'assiduità complimentosa
dei Proci, se il fiero marito di Penelope, nascendo con le idee di
tremil'anni dopo, avesse voluto rinunziare al gusto di spiccare il suo
grand'arco dalla parete e di fare un'ecatombe, non consentita dal
codice penale e disapprovata da tutti i ben pensanti del giorno.
E il conte Gino si contentava di quella vita? Ci si adattava? I ben
pensanti del tempo suo, che sarebbero stati tutti d'accordo per
disapprovare un suo atto d'insofferenza, non sapevano capacitarsi di
tanta sua dabbenaggine.--Ma è cieco?--dicevano.--O piuttosto ama di
parerlo?--
I più furbi, i più sottili, argomentavano che lasciasse così libera la
figlia, perchè amava sempre la madre. Ma poteva reggere, quella
supposizione? E il marchesino Landi che gli era succeduto? e sua
Eccellenza il ministro di Stato, che era succeduto a tutt'e due? Del
resto, il conte Gino si vedeva poco nel salotto della marchesa
Polissena; pochi minuti nel suo palchetto a teatro, e a passeggio mai.
Anche quella supposizione fu dunque abbandonata. Che altro pensare dei
fatti suoi? Un osservatore moralista sentenziò brevemente:--È la
penitenza. Casa Malatesti avrà presto un gran santo.--
Il barone de Wincsel, entrato nel palco e sedutosi accanto al marchese
Landi, che restava ancora per tutto l'atto al posto d'onore, parlava
poco e guardava molto. Era ancora nel periodo delle occhiate e dei
sospiri, l'angelo vestito da luogotenente, e aspettava la dolce parola
che gli permettesse di spiccare un volo più ardito. E poi, egli non
era un parlatore, un chiacchierone, come il marchesino Landi; faceva
assai più rumore con gli sproni e con la sciabola, che non con la
lingua. Non dimenticate che quello era il tempo in cui si sentivano
saltellare le durlindane sui selciati delle città, con gran noia dei
viandanti pacifici; nè i generali pensavano a reprimere questo mal
vezzo nordico, nè i pronipoti del cavaliere Bajardo avevano ancora
insegnato col loro gentile esempio che si può essere valorosi soldati
anche portando per via un bastoncello di nocciolo, o una mazza di
giunco.
Il De Wincsel guardava e sospirava. La contessa Elena credette
conveniente di sviare con qualche discorso l'attenzione di Emilio
Landi. Quanto al Lesarini, in verità, non occorrevano tanti artifizi,
poichè egli non capiva nulla e non si accorgeva di nulla. Il discorso
della contessa Elena si aggirò sulle dame che erano quella sera in
teatro. Lei esponendo, Emilio facendo le chiose, si passarono in
rassegna tutti i palchetti. La Randoni, sempre nobile, sempre severa,
un tipo di matrona antica; come mai aveva potuto mettere al mondo una
figliuola così pallida e scarna? E poi, perchè quell'abbigliatura
verde? Nessuno per consigliarle un altro colore, che l'abbattesse
meno? Un po' meglio la Frassinori; ma che pretensioni, Dio buono! Si
credeva una Giunone, o poco meno. A proposito, e perchè non si vedeva
l'avvocatino? Dov'era Giunone non doveva mancare il pavone, l'animale
a lei sacro.
E la Dal Pozzo Farnese, sempre bella, sempre rigogliosa e fresca come
un fior di stagione! Di quella si diceva bene, non potendo fare
altrimenti. La Dal Pozzo Farnese era una sorella di Emilio Landi. Tra
presenti si usano di queste cortesie! Ma quelle due borghesucce
arricchite delle Fantuzzi, che volevano gareggiare di eleganza con le
nobili dame, com'erano spietatamente conciate dalla critica di Elena
Malatesti e dalla vena compiacente del Landi! Ah, una novità, quella
sera! Anche la Campolonghi in teatro; e tutta in fronzoli, e coi
brillanti agli orecchi. Naturalissimo; era sposa. E chi era il
fortunato mortale? Uno delle parti di Reggio; sicuramente quel
giovinotto alto e biondo, un po' timido, impacciato nei modi, ma
bello, che si vedeva spuntare dal fondo del palco. Ma chi era
quell'altra donna, dal viso bianco e dai capegli nerissimi, che sedeva
di rincontro alla sposa? Una fanciulla, certamente, com'era dimostrato
dalla giovinezza dell'aspetto e dalla semplicità dell'abbigliatura. Ma
non doveva essere modenese, poichè Elena Malatesti non si ricordava di
averla veduta mai, e il marchese Landi nemmeno. E aveva guardato
Elena, la bella sconosciuta; e la guardava ancora con molta
attenzione.--Chi sarà costei?--La parentela dei Campolonghi si
conosceva tutta, e il viso di quella sconosciuta non rispondeva a
nessuno dei nomi che Emilio Landi poteva citare, tessendo la
genealogia di un'intera tribù.--Chi sarà costei?--Neanche il sapiente
Lesarini poteva appagare su questo punto la curiosità di Elena
Malatesti.
--Chiunque sia, è molto bella;--conchiuse Emilio Landi.
--Vi pare?--disse Elena, che non voleva persuadersene.--Ma già,
dimenticavo che voialtri uomini prendete fuoco come l'esca. Guardate
almeno com'è tutta affagottata!
--Affagottata, poi, non mi sembra. È messa con molta semplicità.
--Alla moda di cent'anni addietro!--ribattè la contessa.
--Cento son troppi, via! Diciamo di cinque;--volle correggere Emilio
Landi.
--E siano anche cinque;--replicò la contessa.--Cinque è come cento, in
materia di moda.--
Intanto, quelle guardate della sconosciuta le davano noia. Perchè? Non
guardava anche lei, forse? Ma quella sconosciuta era bella, e quelle
guardate così lunghe, venendo da una bella persona, così semplice
negli abiti, così composta negli atti, avevano l'aria di un giudizio
in corso. Finalmente, che vi dirò? la contessa Elena era molto
curiosa, voleva saper tutto, e le dava noia di ignorare chi fosse
quella giovane donna, non mai veduta fino allora, e sicuramente la più
bella tra quante erano allora in teatro.
--Lesarini, voi dunque non ne sapete nulla?--gridò la contessa.--Ma
che uomo siete voi? Discendete un pochino e domandate a qualcheduno
che sia meglio informato.
--È permesso di ignorare qualche cosa, a questo mondo;--osservò il
Lesarini, alzandosi di scatto;--ma è obbligo sempre d'istruirsi, per
servizio delle belle signore.--
Si mosse, così dicendo, per discendere in platea.
--Ah Lesarini!--esclamò la signora, mandando a lui la parola e
l'accento appassionato, ma l'occhiata furtiva al barone De Wincsel.--È
doloroso, sapete, questo vostro plurale!--
Il vecchio cavaliere sorrise beatamente, fece la ruota, ma non rispose
verbo. Quando sono accusati di galanteria con molte, e di galanteria
fortunata, s'intende, i Lesarini non rispondono mai. Confermare non
possono; negare non vogliono; perciò lasciano correre, felici
abbastanza che, in mancanza di storia, una leggenda si formi.
Andato il Lesarini a prender lingua, la contessa Elena seguitò la
rassegna col Landi, e il giuoco innocente delle occhiate col De
Wincsel. Ma tratto tratto guardava anche verso il palchetto della
sposa Campolonghi, e quante volte puntava da quella parte il binocolo,
tante vedeva lo sguardo della sconosciuta rivolto su lei.
--Andiamo via!--diss'ella finalmente in cuor suo.--È una provinciale
di certo, e non sa ancora come son fatte le gran dame.--
Con questo ragionamento, che appagava la sua superbia e che aveva
anche una certa apparenza di vero, la contessa Elena mise lo spirito
in pace e si lasciò guardare dell'altro, come una dea dell'Olimpo,
Giunone, ad esempio, scesa per gran degnazione in mezzo agli Etiopi.
Infine, ad un uomo può dispiacere di esser guardato con una certa
insistenza da un altro; ad una donna non può spiacer mai d'essere
argomento di curiosità femminile, o di ammirazione mascolina, quando
ella crede di esser bella, o sa di essere abbigliata all'ultima moda.
Si badava poco alla musica, come vedete. La musica è il linguaggio dei
Numi, non c'è che dire; la musica piace anche molto alle signore, per
questa ragione semplicissima, che il linguaggio dei Numi copre le voci
dei mortali e permette loro di chiacchierare comodamente nei palchi.
Quando si recita un dramma o una commedia, la cosa è molto difficile.
Altre voci umane si alternano sul palcoscenico, l'uditorio della
platea vuol sentir tutto, e zittisce spietatamente le dee che fanno
chiasso sui lati. Viva dunque la musica! Quando si è prestata una
mezza attenzione alla cavatina del tenore, o al duetto amoroso fra
tenore e soprano, o all'aria del baritono, se questi è un bell'uomo e
fraseggia con gusto, o al pizzicato degli strumenti a corde, o alla
grande uscita delle trombe, per dare anche la parte sua all'orchestra,
il rimanente non fa che aiutare il discorso, e le due o tre file di
palchi son tutto un cinguettìo, come la frappa di un olmo sull'ora del
vespero, quando ci son calate a riposo le passere.
Il terz'atto dell'opera era finito, e il marchese Landi si alzava già,
per andarsene a vedere il ballo da un palco di giovanotti, più vicino
al proscenio, quando capitò il conte Gino Malatesti. Sebbene
fisicamente fosse sempre quello di prima, il conte Gino non pareva più
lui, tanto può sull'aspetto di un uomo l'abbattimento dello spirito.
Levate il sole ad una bella scena campestre, e non riconoscerete più
nemmen quella. Sfiaccolato, cascante, senza brio nello sguardo, senza
vivacità nel discorso, il conte Gino Malatesti era invecchiato di
dieci anni in sei mesi. Entrò lento, con la sua aria d'uomo rifinito,
stese lentamente la mano al De Wincsel, più lentamente rattenne col
gesto l'amico Landi al suo posto, e si assise nel fondo del palco,
rispondendo breve a ciò che quei due gli dicevano. Poco stante,
essendo ripresa la conversazione tra essi e sua moglie, si ecclissò,
rimanendo sul posto, e non si seppe neanche più che ci fosse.
--Vedete mio marito;--disse dopo qualche minuto la contessa Elena.--È
capace di dormire.
--Non dormo;--riprese Gino;--ascolto ciò che dite voi altri.
--Ecco, se dovessi dire, non ne hai proprio l'aria;--osservò Emilio
Landi, mettendosi galantemente dalla parte della signora.
--Se almeno tu volessi raccontarci le visite che hai fatte!--ripigliò
la contessa.
--Mi avrai veduto;--rispose Gino.--Sono stato da mamma....
--Cinque minuti!--interruppe ella.--E poi?
--E poi dalla Pallavicino, dalla Borsi, dalla Frassinori.
--Che dice la divina Giulia?--domandò la contessa.--È sempre nemica
della musica del nostro Verdi?
--Ah, non so.... non ne ha parlato.
--Di che parlava, dunque? Ella non ha quasi altro tema.
--Non saprei dirti;--replicò Gino, confuso.--Si parlò di cose da
nulla....
--Vedete, Emilio?--esclamò la contessa, rivolgendosi al Landi.--Mio
marito va a far visite, e non sa nemmeno di che cosa gli abbiano
parlato.--
Il conte Gino si seccava, e sorrideva tacitamente, a labbra chiuse,
come l'uomo che si secca. A levarlo di pena giunse il vecchio
Lesarini, glorioso e trionfante. Quella volta il marchese Landi fu per
andarsene davvero; ma anche stando in piedi volle rimanere un istante,
per sentire le novelle del messaggero.
--Nunzio, che rechi?--diss'egli con piglio alfieresco al nuovo venuto.
--Ho trovato, finalmente;--rispose il Lesarini.--Ho faticato un
pochino, chiedendo di qua e di là; ma ora so tutto, so tutto.
--Che cosa?--domandò la contessa, che aveva l'aria di non ricordarsi
più della sua grande curiosità di mezz'ora prima.
--Il nome di quella signora....--replicò il vecchio Ganimede,--anzi di
quella signorina, del numero quindici.
--A mano manca!--riprese il Landi, con accento rossiniano.
--Sicuro;--disse quell'altro.--Infatti, è proprio a mano manca.
--Ma finitela con queste chiacchiere;--gridò la contessa,
spazientita.--Come si chiama questa signorina?
--Per cui tanto reo tempo si volse!--soggiunse, come se volesse
compier la frase, l'impenitente marchese Emilio.
--Una Guerri;--disse il Lesarini.--Sapete, e se non lo sapete ve lo
dico io, che la Campolonghi sposa un Guerri, del Reggiano. Gente
ricca, questi Guerri, ma vivono quasi sempre in montagna. Orbene,
quella ragazza è una Guerri, di Fiumalbo, cugina dello sposo, e venuta
a Modena, per assistere alle nozze.--
Il conte Gino, sulle prime, non aveva badato al discorso del Lesarini.
Non avea neanche udito il nome dei Guerri; udì invece il nome di
Fiumalbo, e si scosse.
--Che c'è?--domandò egli.--Che dite di Fiumalbo?
--Ah sì!--esclamò il Landi.--Tu ci sei stato, da quelle parti, e
dovresti anche conoscerla, quella bellezza rara.
--Che bellezza? Dove?--riprese Gino, turbato.
--Laggiù, al numero quindici. Prendi il binocolo, se vuoi vederla
meglio. È una Guerri, di Fiumalbo.--
Gino aveva preso il cannocchiale, ma lo lasciò tosto cadere, e fu bene
che il Landi non lo avesse ancora abbandonato del tutto, se no, povera
madreperla, e povere lenti! Guardava frattanto, il povero Gino,
guardava là, dove il Landi gli aveva indicato, e donde oramai non
poteva più sviar l'occhio; ma intravvide appena, e una nube gli
offuscò la pupilla.
--Guerri! di Fiumalbo!--diceva frattanto la contessa
Elena.--Sicuramente tu dovresti conoscerla, se ci sei stato sei mesi.
Anche a me pare di aver sentito nominare questa famiglia. Da chi mai?
Ah, ricordo, da mia madre, otto o nove mesi fa, quando ebbe le prime
notizie tue dal ministro.--
Guardava intanto suo marito, quella diavola di contessa, così giovane
e già così diavola! Gino si era fatto bianco nel viso, come un cencio
lavato. Balbettò poche parole, che nessuno intese, poi si volse
all'uscio del palchetto, barcollando.
--Che hai?--gridò Emilio Landi, cercando di trattenerlo..
--Nulla, nulla; un semplice capogiro. Prendo un po' d'aria nel
corridoio.
--Lesarini, Landi, seguite mio marito;--disse la
contessa.--Sorreggetelo, che non caschi. Ah, ah! Venuto a tempo,
questo capogiro!--
E rise, la bella signora. Poi, volgendosi dall'altra parte, puntò il
cannocchiale verso la sconosciuta, non più sconosciuta, che in quel
momento si ritirava anch'essa in fondo al suo palco.
--Scena doppia, a quel che sembra!--mormorò la signora.
--Che dite, contessa?--domandò il De Wincsel, udendo il suono, ma non
cogliendo il senso delle parole.
--Nulla, barone. Guardavo una ragazza, che il Landi mi diceva tanto
bella.
--Dove?
--Laggiù, al numero quindici. Ma ora non è più in vista. Voi per altro
non avete perduto nulla. È un tipo di contadina.
--Sapete bene, contessa,--susurrò in tono di madrigale il De
Wincsel,--che io non me ne lagnerò. Non guardo che una donna, io.
--Fate bene, De Wincsel;--rispose la contessa.--E sia sempre una sola.
Un uomo ci si trova male, fra due donne. Il minor male che gli tocchi
è di perder l'una senza aver l'altra.--
La bella signora che faceva queste savie riflessioni avrebbe potuto
illuminare, non solamente il barone De Wincsel, ma anche noi, povero
volgo ignaro, soggiungendo qualche altra considerazione intorno alla
donna che si trova fra parecchi uomini, e ci vive tranquilla, come nel
suo elemento. Ma di questo ella non si curò più che tanto, la nervosa
contessa, e noi ci abbiamo perduto una cognizione che per l'autorità
della persona sarebbe stata importantissima. E non è a dire che si
trattenesse per difetto di sincerità. Figuratevi che dentro di sè la
contessa Elena rendeva perfino giustizia a Fiordispina Guerri, di cui
dianzi aveva pur fatto un così acerbo giudizio.
--È bella, infine, e la gelosia non deve farmi travedere;--pensò ella,
mentre il De Wincsel stava ancora cercando il senso delle parole di
lei, come un avventor di caffè cerca il motto della sciarrada nel
giornale con cui ha fatto colazione.--Del resto, sono io proprio
gelosa? È bella, non c'è che dire, e capisco che il mio signor marito,
nell'ozio forzato del suo confine a Querciola, abbia potuto invaghirsi
di quel fiore di bosco. Che amori devono essere stati fra lor due!
Perchè poi, sapendo queste cose, la mia signora madre abbia voluto ad
ogni costo fare di me una Malatesti, in verità non arrivo a capirlo.
Intendo la vendetta, che è il piacere degli Dei. Ma c'era bisogno che
ne fossi io la vittima? Io, nel caso di mamma, gli avrei lasciato
sposare la sua montanara, con la certezza di esser meglio servita fra
un paio d'anni, dal pentimento e dalla noia del signor conte
Malatesti.--
Ah contessa, contessa! Ecco un ragionamento molto leggero, che non fa
onore alla vostra perspicacia. In primo luogo voi non potevate per
nessuna ragione esser la vittima, nella vendetta della marchesa
Polissena vostra madre, e la degna signora vi conosceva benissimo per
sangue suo, scegliendovi come istrumento. In secondo luogo, dato e non
concesso che il conte Malatesti potesse pentirsi fra due anni di un
matrimonio in casa Guerri, sarebbe sempre stata una vendetta troppo
lenta per la vostra signora madre. Non la serviva meglio, e in soli
sei mesi di tempo, un matrimonio del conte Gino in casa Baldovini?
Pensateci, nervosa contessa, e ci darete ragione, sincera come siete,
e spregiudicata parecchio.
Il grazioso Lesarini interruppe quel sapiente monologo, ritornando nel
palco.
--Ebbene?--gli chiese la contessa.
--Nulla,--rispose egli.--Un semplice capogiro; forse effetto del
caldo.
--E dov'è, ora?
--Qui nel corridoio col Landi; ritorna subito.--Alla contessa
importava poco che suo marito ritornasse, o restasse fuori dell'altro.
Rispose tuttavia con un gesto di soddisfazione, che poteva essere di
ringraziamento per le notizie del Lesarini, ed anche di chiusura al
discorso.
Il ballo stava per incominciare, quando riapparve il conte Gino,
ancora seguito da Emilio Landi.
--Come?--esclamò la signora.--Siete ritornato? Credevo che foste
andato a far visita.... laggiù.--
Il conte Gino le rivolse un'occhiata severa, che, per esser la prima,
non doveva turbarla molto; poi freddamente soggiunse:
--Son venuto a prendervi, per ritornare a casa.
--Che novità è questa, Gino?--domandò ella, facendo un gesto di
stupore.
--Non è una novità, che io vi accompagni;--replicò Gino, con studiata
lentezza di frase.--Spero bene che non mi lascerete andar solo, e non
incomoderete il barone De Wincsel per ricondurvi, quando io ci sono.
--Egli.... o un altro! Ce ne son tre, di cavalieri e di
amici;--mormorò ella, che aveva indovinato il valore dell'argomento.
Si alzò, nondimeno, e accettò la mantellina che era pronto ad offrirle
il più vecchio dei tre.
Ed egli e gli altri due capirono poco in quella scena coniugale, nata
lì per lì, senza cagione apparente. Nei palchi, poi, fu una grande
maraviglia; nessuno capì perchè la contessa Elena Malatesti se ne
andasse sul bel principio del ballo. Ma già, era tanto capricciosa e
strana, la contessa Elena! Tutta sua madre, infine, quando sua madre
aveva vent'anni. Il povero marchese Baldovini ne sapeva qualche cosa!
E ciò lo compensava, il brav'uomo, di tutto l'altro che doveva
ignorare, in processo di tempo.
Quel che avvenne in casa Malatesti s'immagina. La contessa aveva
obbedito al comando, con aria di vittima ingioiellata e rassegnata al
sacrifizio. Ma come fu giunta a palazzo, fece una scenata coi fiocchi.
Ella capiva benissimo che se non si ribellava subito, se non mostrava
i denti a suo marito, quell'uomo così dolce, ma così freddo, che
l'aveva sposata per forza, che amava lei quanto ella amava lui,
sarebbe diventato un tiranno, non le avrebbe lasciato più un'ombra di
quella libertà che ella aveva imparato ad apprezzare, appena uscita di
conservatorio, nella casa di sua madre. E gliene disse, al conte Gino,
gliene disse di crude e di cotte, sperando che quell'uomo perdesse la
pazienza e levasse la mano per batterla. Ma il conte Gino era un
signore. Stette un poco a sentire, sdegnoso e taciturno, quella furia
scatenata; poi si ritirò nella sua camera, lasciando la contessa più
inviperita che mai.
La mattina seguente capitò al palazzo Malatesti la marchesa Polissena.
Veniva a vedere perchè la contessa sua figlia fosse partita così
presto da teatro. Che diamine! Non si va via dallo spettacolo, quando
esso è sul più bello. Ci sono dei doveri sociali anche nei
divertimenti, ed occorrono ragioni assai forti per rinunziare alle
commozioni artistiche di un passo a due. La marchesa Polissena seppe
allora che sua figlia aveva dovuto andarsene per obbedienza ai
capricci di un marito geloso o seccato.
--Che vuol dir ciò?--chiese ella, entrando con piglio tragico nello
studio del conte Gino.--Perchè queste scenate, che non si usano più,
che non si sono usate mai, nella buona società? Elena mi ha confessato
tutto. Voi dunque vi mettete a fare il tiranno? È una parte odiosa e
ridicola, ve ne avverto, e intendo che la smettiate.--
Il conte Gino lasciò passare quella raffica; poi freddamente rispose:
--Mi duole di dovervi avvertire che in casa mia faccio quel che mi
pare, e di quel che faccio non rendo conto a nessuno.
--È il vostro programma?
--Decoratelo pure di questo nome: è il mio modo di vedere.
--Non è il mio, e avrete la compiacenza di cambiarlo;--rispose la
marchesa Polissena.--Voi siete il marito di Elena, ma io sono sua
madre. Non ve l'ho concessa, ricordatelo, non ve l'ho concessa perchè
aveste a tiranneggiarla.
--Ah, signora!--esclamò Gino, spazientito.--Meglio avreste fatto a non
concedermela, poichè vi piace di usare questo verbo, scambio d'un
altro che sarebbe più adatto.
--E quale di grazia?
--Debbo io rinfrescare la vostra memoria? Questo matrimonio, di cui
vedevo tutto l'orrore (perdonate, se non trovo altro vocabolo), questo
matrimonio, che voi per la prima avreste dovuto giudicare impossibile,
voi me lo avete imposto, signora!--
La marchesa Polissena si morse le labbra. Ma ella non era donna da
turbarsi per così poco.
--Sia pure;--diss'ella;--imposto, perchè vi è stato offerto come il
corrispettivo di certi perdoni. Accettando i benefizi che v'erano
annessi, dovevate accettarne le condizioni.
--Le ho io violate?--gridò Gino.--Da sei mesi la vostra figliuola è
padrona di far tutto ciò che le pare e piace; da sei mesi ella ha in
me un marito esemplare.
--Parleremo di ciò;--ribattè la marchesa.--Per intanto, iersera avete
sfoderata la vostra autorità, e molto inopportunamente, per il luogo e
per l'ora. Con quale ragione? Sareste voi capace di dirlo?
--È una ragione onesta, signora, e non temerò di sottoporla al vostro
giudizio;--rispose Gino, con calma.--Ho veduto iersera un capriccio,
di ragazza viziata, e il proposito deliberato di offendermi. Posso
lasciar correre molte cose, signora; non posso egualmente permettere
che si deridano sentimenti sacri, di rispetto e di amicizia, per chi è
tanto al disopra di noi; non posso permettere che si entri con
quell'aria di sprezzo nel santuario dei miei ricordi, e mi si butti in
faccia quello che io ho sempre gelosamente custodito, come la parte
migliore di me.
--Di bene in meglio!--esclamò la marchesa.--C'è qui una progressione
ammirabile. E coloro che credettero un giorno di essere qualche cosa
in quel vostro santuario, possono invidiare il posto che voi avete
dato a certi ricordi più freschi. Gino,--soggiunse la marchesa,
mutando improvvisamente il tono delle sue parole,--voi mi ricordate in
mal punto l'offesa che ho ricevuta da voi.
--Da me? V'ingannate, bella signora;--rispose Gino, dissimulando a
stento il fastidio di quella disputa;--già un'altra volta ho avuto
occasione di dirvelo, e speravo oramai di avervi persuasa. Chi aveva
dimenticato, di noi due? Mandato a confine, senza che mi lasciassero
il tempo di vedere nessuno, vi scrissi, e non ebbi risposta. Non
potevate darmi un cenno di voi, lo capisco; eravate tanto impegnata
nella stagione teatrale immaginata e architettata da voi!
--Sciocchezze!--mormorò Polissena.--Volevate voi che io mi rendessi la
favola di tutta la città? La mia condizione era forse tale da
permettermi di trascurare ogni riguardo per voi?--
Gino raccolse con un sorriso amaro quella grande argomentazione.
--Ah sì!--diss'egli di rimando.--I riguardi, le apparenze, le
convenienze sociali volevano che voi andaste ai bagni di Lucca,
accompagnata da Emilio Landi. Ma non vi biasimo, badate; un cuore
guarito non sente più certi dolori, e il mio amor proprio aveva ceduto
in tempo ai consigli della ragione. È quasi ridicolo, per non dir
peggio, che io parli ora a voi, mia suocera, di queste ragazzate del
tempo antico. Ho infine accettata la legge vostra; sono passato sotto
il giogo, come un vinto; che cosa volete di più? Sono un marito
esemplare, già ve l'ho detto; concedo a mia moglie ogni libertà....
--Troppa!--interruppe la marchesa.--E le fate veder troppo chiaramente
che non l'amavate, sposandola.
--Perdonate, non ho di questi rimorsi;--replicò Gino.--Ella non ha
trovato in me un uomo pazzo d'amore per lei, ma almeno almeno un
compagno affettuoso e cortese. Uscita appena di conservatorio, doveva
ella essere già tanto esperta, da distinguere tra gli ardori della
passione e il sentimento delicato dell'amicizia? Io dimentico, o
signora, che voi non le avete nascosto una parte del mio passato. Ciò
che io ne ho veduto ieri sera, mi spiega molte cose del suo carattere
e dei suoi diportamenti con me. Ma sapesse ella anche tutto,--proruppe
Gino, irritato dai vincoli che la delicatezza imponeva al suo
discorso,--di che aveva a lagnarsi? Fui l'uomo più compiacente del
mondo; ho popolato la mia casa di sospiranti; ho veduto succedersi al
fianco di vostra figlia tutti i tipi più graziosi, come i più
antipatici.
--Colpa vostra!--notò la marchesa.
--Che dovevo far io?--replicò Gino.--Una scena coniugale ad ogni nuovo
aspirante che si presentava? Chiudere le porte di casa mia, mentre
erano aperte quelle di casa vostra?--
La marchesa Polissena rispose con una crollata di spalle.
--Voi date troppa importanza ad alcuni scherzi innocenti, che sono il
passatempo della gioventù;--diss'ella poscia, con un sorriso di
compassione.--Auguratevi di non aver mai da rimproverare a vostra
moglie altri torti che questi, di esser bella, di piacere, e di
sentirselo dire.
--Ed ho lasciato correre, come vedete;--rispose Gino.--Ho lasciato
dire, ho lasciato ascoltare.
--Per giungere allo scandalo di iersera!--replicò la marchesa.--Meglio
valeva incominciare subito. La mia Elena avrebbe saputo fin da
principio a che vita era condannata da voi.
--Non dimenticate,--disse Gino,--che lo scandalo di ieri sera, come vi
piace di chiamare una partenza da teatro, ha avuto ben altre cagioni.
Vi ha ella ripetute le sue parole?
--Sì, e non ci ho veduto che una cosa, assai perdonabile agli occhi di
un uomo di garbo. Vostra moglie è gelosa.
--Di un'ombra;--rispose Gino.--E quest'ombra, suscitata con discorsi
imprudenti da voi.
--Sì, ora accusate me!--gridò Polissena.--Dopo essere diventato coi
vostri amori di montagna la favola di tutta Modena, pretendevate che
niente giungesse, nemmeno l'eco delle vostre sciocchezze, all'orecchio
di Elena? Pure, ella seppe dimenticare quella storia, poichè vi ha
sposato. Date colpa a voi, se la vostra freddezza, il vostro essere
sempre col pensiero altrove, hanno richiamato alla sua mente i
discorsi di tutti. Un caso che non so ancora spiegarmi, o che potrei
spiegarmi troppo bene, le ha condotta davanti la vostra innamorata.
Doveva ella non darsene per intesa? Conoscete assai male le donne,
conte Gino, se credete che possano tollerare queste offese al loro
amor proprio.
--Ah, manco male!--esclamò Gino.--L'amor proprio, che non è punto
l'amore!
--E che perciò? Anche quando l'amore ci è uscito dal cuore, l'amor
proprio rimane;--replicò Polissena.--Non offendete l'amor proprio di
una donna, quando ne avete perduto l'amore. Ma questi sono discorsi
vani, tra noi;--soggiunse la bella sdegnata.--Ditemi piuttosto che
cosa contate di fare.
--Io?--chiese Gino, maravigliato.--Nulla.
--Ma vostra moglie è offesa.
--Lo sono più di lei; e mi fate pensare che ella deve scusarsi con me
di una sgarbata allusione.
--Non lo sperate!--gridò Polissena.--Se anche Elena acconsentisse ad
umiliarsi davanti all'ombra della vostra Dulcinea, non lo permetterei
io, mi capite? Io, sua madre, non le permetterei di avvilirsi al
cospetto dell'ombra. La chiamo così, per imitarvi,--soggiunse la
marchesa, con piglio sarcastico,--quantunque l'abbia veduta anch'io,
in carne ed ossa, la contadina per cui avete tanto sospirato. Bella,
sì, d'una sciocca bellezza! La bellezza dei capegli neri! Ve ne
ricordate, conte Gino? La sentenza è vostra, e di quei tempi che
davanti ai vostri occhi avevano grazia solamente le bionde. Molto
involontariamente, credetelo, ma ho pur dovuto pensarci, vedendo
quell'ottava meraviglia. Gran cosa, la vostra contadina! Divinità
eccelsa, a cui tutto si dovrebbe sacrificare, la dignità di mia figlia
e l'onor mio! Badate Gino! ho ancora le braccia lunghe, e posso farvi
pentire.--
Stendeva il braccio, così dicendo, e quel braccio pareva lungo
davvero, con quella bianca mano aperta in atto di minaccia.
--Come?--gridò Gino.--Che cosa ardireste ancora?
--Tutto! Non dimenticate che i vostri Guerri hanno sempre un conto
aperto con la giustizia.
--Sarebbe un'infamia!--esclamò Gino, torcendo il viso, inorridito.
--Come vorrete;--replicò Polissena.--Io difendo mia figlia, e prendo
le armi dove sono.--
Gino rimase un istante sovra pensiero, considerando il pericolo a cui
erano esposti i suoi poveri amici ed ospiti di Fiumalbo. Il suo
sagrifizio non era dunque bastato a liberarli per sempre? Quella donna
furibonda lo teneva ancora incatenato a' suoi piedi?
--Vi ho detto, signora, quello che volevo io;--mormorò egli, dopo
quell'istante di pausa.--Ditemi che cosa volete voi.
--Che facciate delle scuse ad Elena.
--Delle scuse? L'ho io dunque offesa così gravemente?
--Sia grave o leggera l'offesa,--replicò Polissena,--essa ebbe
testimoni tre persone.
--E per caso,--riprese Gino,--dovrei fare delle scuse anche ai tre
testimoni?
--Una buona parola andrebbe detta, sicuramente. La scortesia del
vostro comando ad Elena può averli feriti benissimo.
--Dio mio! Il Lesarini, ferito? È un uomo che non conta nulla. Il
Landi, ferito? È un vecchio amico nostro, e vorrà dimenticare queste
scioccherie.
--C'è il De Wincsel;--notò la marchesa.
--Ah, sì, il De Wincsel! Ci venivo;--rispose Gino.--Al barone De
Wincsel darò tutte le spiegazioni che egli mi chiederà.
--È un uomo delicato e non chiederà nulla.
--Tanto meglio per la sua delicatezza;--replicò Gino,
spazientito.--Penserò, del resto, al vostro consiglio. Non credete voi
che io debba in questo caso consultare anche mio padre?
--Che bisogno c'è di parlare al conte Jacopo?
--Lo vedo io, il bisogno, e spero lo riconoscerete anche voi. Mia
moglie, per un semplice invito a lasciare il teatro, mi mette al punto
di dover discutere con voi i termini di una solenne riparazione. È un
affare grave, adunque, un affare di Stato! Se ella si è consigliata
con sua madre, non dovrò io consigliarmi con mio padre?--
La marchesa Polissena stava per dargli risposta, quando fu bussato
all'uscio, e un servitore entrò, annunziando l'arrivo di due signori,
che chiedevano di parlare al conte Gino.
--Falli passare nel salotto;--disse Gino, dopo aver dato una guardata
ai biglietti di visita che il servitore gli aveva consegnati.--Vengo
subito da loro.--
Il servitore s'inchinò ed escì, per eseguire i comandi ricevuti.
--Suocera mia, permettete?--ripigliò Gino, volgendosi a
Polissena.--Ripiglieremo la nostra conversazione più tardi. Se
pure,--soggiunse con aria dolente,--non vi sembra che abbiamo discorso
già troppo per così piccolo argomento.
--Che cosa vogliono questi signori?--domandò la marchesa, senza por
mente alle parole di Gino.
--Non so; vado a vedere;--diss'egli.
--E chi sono?
--Due amici, signora.
--Due amici! E mandano i loro biglietti di visita!
--Mah!... Forse per non vedere storpiati i loro nomi da un
servitore;--rispose Gino, sorridendo.
Era il suo primo sorriso, dacchè la marchesa Polissena era entrata
nello studio. Ed era anche giusto che sorridesse, il povero conte
Gino. La visita di quei due personaggi gli recava la speranza di un
diversivo, di uno di quei buoni ed utili diversivi, che sono invocati,
salutati come la man di Dio, nei momenti difficili.
La marchesa non domandò altro e lo lasciò partire, rispondendo con un
cenno del capo al suo ossequioso saluto.
Capitolo XVII.
Le vittorie di Polissena.
Non erano due amici, in verità, quelli che aspettavano il conte Gino
Malatesti. Uno di essi era un semplice conoscente, lo Schwabe,
anch'egli barone, o qualche cosa di simile, anch'egli luogotenente di
cavalleria, come il barone De Wincsel. L'altro era il marchesino
Frassinori, un fatuo, un pretensioso, che egli non poteva soffrire.
--Li prego, vogliano sedersi;--disse Gino, assai cerimoniosamente,
additando due sedie.--In che posso servirli?--
I due visitatori aspettarono che il conte Malatesti avesse preso posto
sulla poltrona; poi sedettero anch'essi, stando bellamente sulla vita.
--Veniamo, signor conte,--disse il luogotenente Schwabe,--incaricati
di una commissione del signor barone De Wincsel.
--Ah, bene!--rispose Gino, inchinandosi.--E che vuole?
--Vorrebbe...--ripigliò quell'altro.--Ma in verità, il verbo è
improprio, nel caso presente. Il signor barone desidera uno
schiarimento da Lei. Iersera, essendo egli in visita nel palco di
Vossignoria, gli parve che Ella lo trattasse con molta freddezza,
insolita in Lei. Gliene avrebbe richiesto direttamente, o allora, o
più tardi, nell'uscir da teatro, fidando nelle loro buone relazioni
d'amicizia. Ma questo egli non potè fare, poichè Vossignoria
accompagnava a casa la signora contessa. Ora, Ella intenderà, signor
conte; pensandoci su, gli son cresciuti i dubbi nell'animo. E siccome
gli sta molto a cuore la stima di Vossignoria, che sa di non aver
demeritata, la prega per mezzo nostro di volerlo rassicurare su questo
proposito.--
Il discorso era gentile, e il conte Gino ammirò la delicatezza del
barone Da Wincsel. Bisognava rispondere, e rispondendo non esser da
meno.
--Il barone è cortese;--rispose Gino, inchinandosi ancora.--Egli mi
offre una facile occasione per dirgli che ha male interpretato un
momento di umor nero e dubitato a torto dei miei sentimenti per lui.
Ma vedano, signori;--soggiunse egli tosto, frenando col gesto un bel
movimento dello Schwabe;--ciò che sarebbe stato possibile ieri, da
uomo a uomo, non lo è più egualmente stamane.
--E perchè di grazia?--domandò quell'altro.--Favorisca spiegarci la
differenza che ci vede, e che non ci vediamo noi, l'assicuro.
--Ecco, signori miei;--ripigliò il conte Gino.--Ho sempre creduto che
quando si presentano due gentiluomini, per incarico di un terzo, a
chiedere una spiegazione...
--Uno schiarimento, perdoni!--interruppe lo Schwabe.
--Sia pure uno schiarimento;--disse Gino.--Quando si presentano due
gentiluomini, per chiederlo in forma solenne, è cortesia fare in modo
che essi non si siano scomodati invano. La loro commissione, signori,
è larga, e non potrebb'essere altrimenti, trattandosi di persone così
rispettabili; può andare dalla domanda di uno schiarimento a quella di
una riparazione. Date certe circostanze, lo capisco;--soggiunse Gino,
andando incontro ad una osservazione che già vedeva fiorir sulle
labbra del suo gentilissimo contradditore.--Ma appunto perchè la
solennità del messaggio suppone l'ampiezza del mandato, mi permettano
di usare della maggiore cortesia verso le Signorie Loro, ricusando uno
schiarimento che ridurrebbe a troppo piccole proporzioni il loro
ufficio cavalleresco!--
Il luogotenente Schwabe stette un momento sopra di sè; volse
un'occhiata al compagno, come per interrogarlo, e n'ebbe in risposta
un cenno del capo, che voleva dirgli:--fate voi.--Allora il bravo
luogotenente, non volendo abbandonar così presto il terreno su cui si
era piantato da principio, rispose in questa forma a Gino Malatesti:
--Signor conte, noi intendiamo benissimo le ragioni che la muovono.
Esse sono delicate, come la quistione per cui siamo venuti. Ma noi ci
terremo fortunati, lo creda, assai fortunati, se per uno schiarimento
necessario da amico ad amico Ella penserà di essere, non già davanti a
padrini, ma bensì ad amici comuni.
--Grazie!--replicò il conte Gino.--È doloroso per me di non poter
approfittare di un'offerta così gentile e così gentilmente espressa.
Vogliano dire al signor barone De Wincsel che la sua domanda, toccando
il diritto mio di esser freddo, o triste, o di umor nero alle mie ore,
io, conscio di non aver mancato a nessun dovere di gentiluomo, la
considero... inopportuna.--
Il luogotenente si strinse nelle spalle e chinò la testa, come un uomo
persuaso di aver fatto quanto era nel poter suo e perciò di non aver
nulla a rimproverarsi.
--Quando è così,--diss'egli, alzandosi,--noi non abbiamo più, signor
conte, che a domandarle....
--I nomi de' miei rappresentanti, non è vero?--disse Gino per
risparmiargli la fatica.
--Sì, signor conte.
--Ebbene, vogliano fissarmi un appuntamento per questa sera, e avrò
l'onore di presentarli.--
Il luogotenente prese dal suo taccuino un biglietto di visita e ci
scrisse con la matita poche parole accanto al suo nome.
--Eccole il nostro recapito;--disse, porgendo il biglietto al conte
Gino.--Alle sei, se Le pare.
--Anche alle cinque;--rispose Gino.--E prima, se credono; purchè mi
concedano il tempo di trovare due amici. Non prevedendo la loro
visita, son costretto a farli aspettare un pochino.
--Che dice Ella mai? Faccia il suo comodo;--disse il
tenente.--Aspetteremo i suoi rappresentanti dopo le cinque, com'Ella
propone. E grazie, signor conte, e voglia perdonarci il disturbo.--
Qui furono inchini da una parte e dall'altra, e i due padrini del
barone De Wincsel si ritirarono, accompagnati dal conte Gino Malatesti
fino all'uscio della casa.
Ah, finalmente! il diversivo era trovato; Gino poteva smaltire la
collera in qualche modo, sfuggendo alle persecuzioni, alle minacce
della terribile suocera. Ma una cosa non aveva egli preveduto, cioè di
trovarsela ancora davanti, mentre ritornava nelle sue stanze, per
prendere il cappello e il pastrano.
Polissena era là, ritta accanto alla portiera, in atteggiamento
severo, disposta a fargli pagare il pedaggio.
--Vi battete?--gli disse.
Gino la guardò con tanto d'occhi, avendo l'aria di cascar dalle
nuvole.
--Non crediate di potervi infingere con me;--riprese Polissena.--Ho
udito tutto.
--Me ne duole;--disse Gino.--Qualunque cosa avrei potuto credere, fuor
questa, che voi, signora, aveste il costume di ascoltare agli usci.
--Tenetevi le vostre lezioni!--gridò la marchesa.--Non ne ricevo e non
ne tollero. Il vostro duello non avverrà.
--Che intendereste di dire? Come potreste opporvi voi?
--Lo so io, il come. Vi dico che non vi batterete, dovessi per ciò
farvi mettere sotto chiave.
--Mi fareste passare per un vile;--disse Gino.--Non ci mancherebbe più
altro; sarei completo, in fede mia!--
Frattanto era giunto a spiccare il pastrano dalla gruccia.
--Signora,--soggiunse egli,--i miei doveri! E vogliate essere più
umana con me, ve ne prego!--