Gino sorrise al medico, e mormorò un dei suoi «grazie!»

--E poi staremo qualche ora tranquilli, non è vero!--disse il medico,

chinandosi su lui e parlandogli quasi all'orecchio.--Sarei contento se

dopo la visita dei vostri amici, poteste dormire un pochino.--

Don Pietro frattanto leggeva la lettera, che, col permesso di Gino,

leggeremo anche noi. Il conte Jacopo scriveva in questa forma a suo

figlio:

«_Mio caro Gino_,

«Ero già molto dolente di non ricever tue nuove da Torino, quando la

tua lettera è venuta a dichiararmi la risoluzione che hai presa. Mi

chiedi perdono. E di che, figliuol mio? A te piuttosto dovrei

chiederlo io, che non ho lavorato a farti felice, e che, scambio di

accompagnarti in Piemonte, ho preferito di seguire il mio signore in

Austria. Ma io, caro Gino, son della vecchia generazione, e mi sarebbe

parso di non meritare la stima di nessuno, neanche la tua, se avessi

fatto un voltafaccia all'ultim'ora, e sopra tutto senza ombra di

pericolo. Aggiungi che, fedele alla buona, dovevo esserlo anche alla

cattiva ventura. A voi giovani, a voi liberi, le vie del futuro. Ti

mando la mia benedizione e l'augurio che tutti i tuoi voti si

adempiano.

«Tuo padre, che ti bacia,

«JACOPO MALATESTI.»

--Buon padre!--mormorò Don Pietro, commosso.

E rese la lettera al dottore, che fece l'atto di voltarsi da fianco,

per rimetterla al suo posto.

--No, no!--disse Gino, con quel suo filo di voce. Il dottore comprese

il gesto delle labbra, più che non udisse la parola.

--Avete detto di no?--chiese egli, curvando la testa più presso al

ferito.

--Nel cappotto no;--rispose Gino.

--Allora qui, sotto il vostro guanciale?

--No;--disse Gino, mentre i suoi occhi si volgevano a guardare Don

Pietro.

--A lui?--ripigliò il dottore, vedendo quella guardata.--Ma il vostro

amico l'ha letta.--

Lo sguardo di Gino non si spiccava più dalla faccia di Don Pietro.

--Che debbo farne?--chiese a sua volta il vecchio prete.--Mostrarla,

forse.... ad altre persone?

--Sì;--rispose il ferito.

E nello sguardo gli brillava la contentezza di essere stato capito.

--Bene!--replicò Don Pietro.--Il primo a leggerla sarà il signor

Francesco Guerri. Ma sappiate, mio Gino, che non sarebbe necessario.

Tutto ciò che è avvenuto era stato inteso per il suo verso, e niente,

si è mutato per voi alle Vaie, dal giorno che voi ne siete partito.

M'intendete? niente mutato, e tutti amici vostri, come prima.--

Il medico, tiratosi un po' indietro, accennò con gli occhi al prete. E

questi, che intese la mimica, fece poche altre parole, poi si tolse di

là, promettendo di ritornare tra poco. Anche il medico si mosse dopo

di lui, e lo raggiunse quasi vicino al letto di Aminta.

--Povero conte Malatesti!--gli disse.--Se sapeste come ha pianto,

quando gli ho letta la lettera di suo padre! Allora non era così

debole, così rifinito come ora; ed anche il dolore aveva

un'espressione più forte dalla medesima saldezza della fibra.

--Ah sì, povero conte Malatesti!--ripetè il vecchio prete.--Forse meno

infelice oggi, nel punto di lasciare la vita, che non lo fosse prima

di ricevere quella palla in petto! Egli ha sofferto molto, nella vita,

portando i rimorsi di una colpa non sua, ma del conte suo padre.

--Appunto!--disse il dottore.--C'è una frase, nella lettera....

--Ah!--esclamò Don Pietro.--L'ha osservata anche Lei? È quella in cui

il conte Jacopo esprime il suo dispiacere di aver fatto contro ai

desiderii del figlio. Ed è per quella frase che il conte Gino desidera

che la lettera sia veduta da altri. Le dico un segreto non mio, signor

dottore; ma tra noi, in questo momento, è cosa necessaria. Possiamo

parlare qualche minuto in disparte?

--Sì, venga qua;--rispose il dottore.--C'è il camerino

dell'infermiere.--

L'infermiere in quel mentre stava accanto al letto di Gino Malatesti,

dandogli a bere un sorso di brodo: unico suo nutrimento, oramai. Poco

stante, il ferito chiuse gli occhi e si assopì. La fibra, eccitata un

istante dall'arrivo dell'amico e da tutti i ricordi delle Vaie, si

rilassava da capo. Ma il suo sonno, come al solito, doveva esser

breve.

Anche al sonno riparatore è necessario, negli infermi, un buon resto

di forze; perciò è naturale che non dia lunghi sopori una vita che

sfugge. Così nella mente di Gino Malatesti erano anche poche idee,

come è poca cerchia di luce intorno ad una fiammella che sta per

ispegnersi. Egli sentiva gratitudine per il dottore, per quell'amico

degli ultimi giorni, che oramai non esciva neanche più da Santa

Eufemia, per esser pronto ad ogni chiamata. Pensava anche a suo padre,

già tanto severo e crudele con lui, ma nobilitato, purificato da un

pentimento sincero. Poi, si raccoglieva a contemplare un'immagine di

donna, una immagine dolorosa e cara, che si offriva a lui sempre nella

sua ultima forma, quando gli era apparsa un istante nel teatro di

Modena. Che istante era stato quello, per il povero Gino! Ferito da

un'aspra parola della contessa Elena, si era alzato dal suo posto.

Anch'essa, la povera Fiordispina, si era ritirata dal suo. Nè più

l'aveva veduta; ma da quel punto, e in quella forma, in quell'atto,

gli era rimasta impressa negli occhi. Così come aveva cercato di

stordirsi dapprima, quando suo padre lo aveva costretto alle nozze con

la Baldovini, così aveva egli cercato di stordirsi, dopo

quell'incontro, battendosi col barone De Wincsel. Non n'era venuto a

capo, per la intromissione audace della marchesa Polissena; ad altro

ancora aveva dovuto pensare, perchè fosse stornata dal capo dei Guerri

una nuova tempesta. Ma dopo d'allora la sua vita era stata un tormento

quotidiano dello spirito, reso anche più doloroso dalla necessità di

portar la sua maschera d'uomo tranquillo e felice. Per fortuna erano

sopraggiunte le cure politiche, turbando in vario senso gli animi

della sua classe. La marchesa Polissena si era sempre occupata poco di

politica; ma quella volta bisognava pensarci, poichè si trattava di un

grosso temporale, e il suo primo pensiero fu di dispetto contro gli

uomini potenti, che mettevano l'Italia, o, per dire più esattamente,

la sua piccola corte a soqquadro. La contessa Elena, si capisce,

seguitava le idee di sua madre, come ne imitava gli esempi.

Anche il conte Jacopo vedeva addensarsi la burrasca, e se ne

addolorava profondamente. Egli, che da tanti anni era stato messo

fuori delle grazie del Duca, riprese proprio allora a mostrarsi in

Corte, mentre tanti altri fedeloni, favoriti del giorno innanzi,

diradavano le visite, preparandosi a prendere di largo: mentre lo

stesso marchese Paolo, spiando l'occasione di lasciare l'ufficio, si

teneva quasi sull'ali, disposto ad allontanarsi anche lui.

--Jacopo,--gli disse il marchese Paolo, un giorno che le notizie di

Parigi e di Torino erano venute più tristi che mai per la causa dei

tirannelli d'Italia,--voi siete un uomo raro.

--Perchè dite questo, mio buon Paolo?

--Perchè voi serbate fede alla sventura.

--Non ho fatto così, anche nel Quarantotto? E vi è parso allora un

difetto?

--Nè allora, nè oggi;--rispose il marchese Paolo;--quantunque oggi, a

giudicarne da certi indizi, mi sembri che se si va....

--Non si torna più, volete dire? Ebbene, non si torni;--replicò il

conte Jacopo.--I vecchi Malatesti si contenteranno di finire con me.

Non sono mai stati furbi, lo sapete; sarebbero assai più di quel che

sono, se si fossero voltati, come i girasoli, ad ogni sole nascente.

Ma poi.... che importa ciò?--soggiunse egli, stringendosi nelle

spalle.--Guardate i girasoli. Non muoiono anch'essi? Si muore tutti,

amico Paolo, e non c'è altro conforto, per l'uomo di carattere, che di

esser vissuto disprezzando chi andava disprezzato, e di lasciare, dopo

morto, un nome non disprezzabile.

--Onore ai vecchi Malatesti!--esclamò il marchese Paolo.--E fortuna ai

nuovi!

--Parlate di mio figlio?--rispose il conte Jacopo.--Egli è andato dove

lo chiamavano le sue idee giovanili, che io non ho ispirate, vivaddio,

nè educate. Qualunque cosa egli faccia, e per quanto io mi dolga di

saperlo su quella strada, mi è caro di pensare che egli non ha

aspettato il nuovo sole, per fargli festa. Noi vecchi restiamo al

nostro posto. La via è senza uscita, ci dicono? Ebbene, poichè ci si è

entrati, e per nostra elezione, c'è anche onore a non ritornare più

indietro.--

Questi discorsi trattenevano un poco il marchese Paolo. Ma egli non

seguì il Duca, quando questi dovette partirsene, e non si ritirò da

Modena che quando fu proclamato il governo provvisorio. Ai pochissimi

che andarono a visitarlo in quel giorno, che doveva essere così triste

per lui, disse chiaro e tondo che egli «lo aveva preveduto»; che non

si erano voluti seguire i suoi consigli, rispettosi, ma fermi e

frequenti; che infine egli era nato italiano e non si sentiva

straniero in casa sua; solamente per non dar noia con la sua presenza

a nessuno, sarebbe andato il giorno dopo in campagna. Infatti, se ne

andò in una sua villa, presso Reggio, tranquillo, rassegnato agli

eventi, col desiderio di essere dimenticato per allora, non senza una

lontana speranza di essere ricordato in tempi più calmi.

Il conte Malatesti, niente furbo, e contento di non esserlo, aveva

seguitato il suo signore sul territorio austriaco. Egli credeva di

essere italiano, mantenendo le sue convinzioni, perseverando anche in

un errore, per non dare il brutto esempio di un cambiamento

consigliato dall'utile personale. E poi, e poi, era della vecchia

generazione, il conte Jacopo. Ben poteva scrivere da Vienna al suo

Gino, sapendolo arruolato nel 13° Reggimento dell'esercito piemontese:

«A voi giovani, il futuro.»

Ahi, quale futuro, povero Gino! Fu molto, fu ogni cosa per lui, che la

immagine soave di Fiordispina Guerri consolasse il suo breve sonno:

che quella immagine, così amorevolmente pietosa come gli era apparsa

nel sogno, gli apparisse ancora al suo ridestarsi.

Era là, daccanto al suo letto, la fanciulla dei Guerri; era là, viva e

palpitante per lui. Spalancò gli occhi, il poveretto, la guardò

attonito, la guardò lungamente, quasi non potesse credere a tanta

fortuna; da ultimo aperse le labbra, mormorando il suo nome.

--Tacete, ve ne prego!--diss'ella sommessamente, chinando il bel viso

su lui.--Tacete, Gino; non vi affaticate, e confidiamo in Dio!--

La vista di Fiordispina Guerri parve dar nuove forze a quel povero

morente. Viveva di quella contemplazione muta. Riconoscente di quel

perdono e di quella cura amorosa, Gino Malatesti ebbe ancora la virtù

di sorridere alla sua consolatrice. Ma oramai non gli restava che un

soffio di vita. Quella medesima notte, vegliando essa al suo

capezzale, il ferito mandò un gemito, e a lei, che si era prontamente

accostata a guardarlo, mormorò:

--Mi sento morire.

--Gino! che pensieri son questi?

--No, mi sento morire;--ripetè egli, con voce soffocata dal rantolo

dell'agonia.--Raccogliete la mia anima.... ve ne prego!--

Si era chinata su lui, la povera fanciulla, per rialzargli la testa,

leggermente, come un'altra volta aveva fatto, dandogli un po' di

sollievo. Ma la testa di lui ricadde inerte sull'origliere, e un

soffio rapido sulle labbra di Fiordispina, e un fiotto di sangue

apparso sulle labbra di Gino Malatesti, dissero chiaramente alla

fanciulla dei Guerri, che tutto era finito.

Capitolo XX.

Vent'anni dopo.

Sette anni fa, il mio amore per le vecchie castella, per i monti e i

laghi dell'Appennino, mi condusse a Reggio, donde risalii a Canossa,

alle Carpinete, a Bismantua, e di là, sempre per vie di montagna, a

Fiumalbo, per salire la vetta del Cimone.

Eravamo in parecchi, amici provati, ed anche avvezzi a fare insieme

quelle escursioni estive. Uno di essi, l'ingegnere, conosceva

benissimo i luoghi, e ci aveva anche assicurato che presso Fiumalbo,

da certi suoi conoscenti, avremmo trovato alloggio e cavalli, per far

l'ascensione con ogni comodità.

Non fu vana promessa. Poco sopra Fiumalbo avemmo i cavalli, e al

nostro ritorno (poichè allora non volevamo fermarci) avremmo anche

avuto l'ospizio. Il padrone di casa, un bell'uomo, ancora giovane,

dall'aspetto severo, ma dai modi singolarmente cortesi, si mostrò

dolentissimo di non poterci accompagnare, per sue ragioni di famiglia,

che lo chiamavano quel giorno in paese. Ringraziammo, accettando le

guide che egli aveva messe a nostra disposizione, e ci avviammo su per

un bosco di cerri, al dorso sassoso del Cimone.

--L'amico non può;--mi disse l'ingegnere, quando fummo al largo ed

egli potè mettere il suo cavallo al pari col mio;--ma se anche

potesse, verrebbe difficilmente con noi. Le alture non lo tentano più.

--Niente di strano;--risposi.--Ho già avute occasione di osservare il

fenomeno. Son tutti così, questi abitatori della campagna: hanno i

meravigliosi spettacoli della natura a uscio e bottega, e non c'è caso

che si vogliano scomodare un'oretta per andarli a contemplare. Così

avviene che i cittadini della pianura si facciano alpinisti e

conoscano a palmo a palmo i gioghi e le vette, mentre i signori

montanari non fanno cento passi lontano da casa.--

L'ingegnere mi lasciò fare tutte le variazioni possibili sul tema,

pensando forse alla beatitudine di certa gente, a cui basta una

parola, per mettere in moto il cervello e svolgete un'intiera teorica,

senza curarsi più affatto del punto di partenza. Io ero felice di

chiacchierare a distesa, e non badai lì per lì al silenzio dell'amico.

Credo anzi di averlo interpetrato allora come un atto di assentimento

alla bontà delle mie osservazioni. Vedete dove si ficca la vanità, e

fin dove ci seguita!

Giungemmo col sole alto alla vetta del monte, e dopo una breve fermata

scendemmo a visitare i laghi. Quello della Ninfa mi piacque

moltissimo, forse perchè aveva una leggenda, che il capo della scorta

ci raccontò. Vedevamo laggiù, dall'altra parte dell'acqua, lo scoglio

dorato che raffigurava imperfettamente il profilo di una donna supina,

e volentieri saremmo andati anche noi ad ossequiare la Ninfa; ma come?

Da una parte il sasso era tagliato a piombo; dall'altra era tutto un

prunaio; quanto al passare dal mezzo, ci sarebbe voluta una fede più

forte della nostra.

--Peccato che non ci sia una barca!--esclamai.

--C'è stata;--mi rispose l'ingegnere;--ma non c'è durata molto.

--Lo credo bene, che non ci poteva durare!--entrò a dire il capo della

scorta.--C'ero io, quando s'è lanciata in acqua, e l'ho detto subito,

che la Fata non ne sarebbe stata contenta. La primavera dopo, quando

ci ritornai, non c'era più barca. Eppure, vedano, era stata tirata a

riva e legata con una fune a quel tronco d'albero là, che allora non

aveva due palmi di giro.

--Sfido io!--mi disse l'ingegnere all'orecchio.--C'è stata una piena,

nell'inverno; un bel carico di neve e di ghiaccio ha fatto affondare

la barca, il peso ha strappata la fune, e addio roba! S'è affondata di

sicuro, senza bisogno che la Ninfa la vedesse di mal occhio.--

Benedetti ingegneri! Son come i medici, loro, ed hanno una ragione per

ogni cosa. A me, lo confesso, piaceva assai più lo sdegno della Ninfa.

E notate che non sono poeta; lo sono così poco, che poco lungi di là,

vedendo un faggio che portava sul tronco i segni di parecchie

incisioni fatte con una punta di coltello, incisioni già antiche, con

caratteri oramai illeggibili, feci un'osservazione come questa:

--Che scioccherie! Guastare un bel tronco, per far sapere alle genti

il suo riverito nome.... Che gusto c'è, dico io, che gusto?--

L'ingegnere per quella volta non mi lasciò andar fuori, ed io sentii

una toccatina di gomito, che mi persuase a smetter subito subito.

--Se sapeste!--mi disse egli poscia.--C'è tutta una storia d'amore,

sotto quelle incisioni.

--Leviamo allora la corteccia, e leggiamola;--risposi.--O piuttosto,

poichè siamo già troppo lontani dall'albero, siate tanto gentile da

raccontarmela. Non cerco altro che storie, io!

--Domani;--mi replicò l'ingegnere.--Ve la racconterò domani.

--Perchè non oggi?

--Anche oggi, alla fermata; ma a patto che siano lontani gli uomini

della scorta. Capirete bene!...

--Non capisco nulla, ma fa lo stesso. Avete le vostre ragioni, e mi

basta.--

Per quel giorno diedi io il segnale della fermata, vedendo un'eminenza

dove le cavalcature non avrebbero potuto stare che a disagio. Colà

andammo a seder noi, mandando la scorta e i cavalli su d'un ripiano

più basso.

--Ho capito;--disse l'ingegnere;--voi volete la storia. Andiamo dunque

a ristorarci lassù.--

Volevo la storia e l'ebbi, per allora in compendio, ma dal principio

alla fine. Il gentiluomo mandato per punizione a vivere in que' luoghi

salvatici; l'ospitalità di una famiglia montanara; gli amori, le corse

al Cimone, la gita al lago della Ninfa, la barca lanciata in acqua, i

nomi dei due amanti incisi sui tronchi dei faggi; il richiamo del

gentiluomo a Modena; i pianti, le promesse, i giuramenti, l'oblio, le

nozze con un'altra donna, le angosce, i pentimenti, le giustificazioni

e la morte; tutto, insomma, e senza che un nome fosse pure proferito.

--Ora vi ho contentato;--mi disse l'ingegnere.--Ma voi mi prometterete

di non ricordarvi più del racconto che vi ho fatto, fino a doman

l'altro, quando saremo ritornati a Modena.

--Perchè?

--Il perchè lo so io; promettete! Ed anche di non accennare stasera,

in presenza dei nostri ospiti, alle particolarità della nostra visita

al lago.

--Non sanno forse che ci andavamo?--risposi.

--Lo sanno; ma voi mi farete cosa gradita a non parlarne, e a tagliar

corto se ve ne domandano essi. Promettete?

--Figuratevi, caro amico! Se non è che questo!... Faremo delle

chiacchiere vane; parleremo magari di politica.... che Iddio ce ne

scampi, per altro!--

Erano forse le otto di sera, quando si giunse alla casa degli ospiti:

una casa vastissima, o, per dire più veramente, un ceppo di case alte

e basse, la cui contiguità chiaramente indicava il bisogno

d'ingrandimenti successivi, lasciando anche argomentare che si fosse

molto pensato alle comodità interne, senza badare affatto a contentar

l'occhio del viandante con una armonica disposizione di linee

esteriori. Smontati da cavallo innanzi al portone, trovammo sulla

soglia il signore che quella mattina ci aveva augurato il buon

viaggio. Egli ci pregò di salire in casa sua, con molta semplicità di

discorso, senza nessuna di quelle dichiarazioni d'indegnità, di casa

non adatta, di accoglienza alla buona, che sono il consueto

accompagnamento degl'inviti di montagna.

Noi piuttosto avremmo voluto scusarci. Eravamo cinque ospiti, tutti

vestiti alla carlona, stazzonati, gualciti, stinti e inzaccherati da

due settimane di vita zingaresca. Ma a che far complimenti, tra

uomini? Il nostro aspetto, poi, non era niente peggiore di quello che

presentava la casa.

Per altro, come fummo entrati nella gran sala del primo piano, ci

colpì l'aria di signorile abbondanza che regnava colà. Era nel mezzo

una gran tavola, sontuosamente imbandita, con due grandi doppieri sui

capi, le cui fiamme si riflettevano lungo le pareti, sui cristalli di

quattro scansìe piene di libri riccamente rilegati, e sulla cassa

impiallacciata di un pianoforte a coda. In verità, ci trovammo male,

là dentro, coi nostri abiti gualciti e le nostre scarpe inzaccherate.

Ma infine, i nostri ospiti sapevano bene donde venivamo, e non

ignoravano certamente che scorrevamo i monti senza impicci di valigie

e di sacche da viaggio.

Questo pensiero ci calmò un pochettino, mentre rispondevamo con

inchini e frasi scucite alle oneste accoglienze del padrone di casa,

bel vecchio ottuagenario, ancora molto robusto, e triste e cortese

come suo figlio, che ci aveva salutati sull'uscio di strada.

L'ingegnere conosceva quel vecchio, e si prese egli la briga di

presentare ad uno ad uno i suoi quattro compagni di gita, che

capitavano là ad incomodare i padroni di casa.

--Per incomodare, son pochi;--rispose il vecchio.--Desideriamo che si

trovino bene, e ce lo provino, facendo una lunga fermata.--

Tutto ciò era detto con molto garbo, ma anche con molta gravità. Il

vecchio parlava con noi, ma aveva l'aria di pensare a tutt'altro.

Dietro a lui apparvero allora due donne: vecchia la prima, e non più

giovane la seconda. Strano contrasto! La vecchia aveva i capegli quasi

neri; la più giovane li aveva bianchi del tutto, e non li nascondeva.

Due ciocche d'argento sbucavano dal fazzoletto di seta, che ella

portava addoppiato, secondo il costume montanino, intorno alle tempie.

Vedute le signore, dovemmo pure scusarci dei nostri poveri arnesi. Ma

il vecchio non ci lasciò continuare.

--Per carità, non facciamo complimenti;--diss'egli.--La casa non c'è

avvezza; e noi meno della casa.--Capii che non occorreva insistere, e

condussi il discorso sui libri, domandando il permesso di avvicinarmi

alle scansie che avevo vedute da principio. C'erano molti libri

moderni, sugli scaffali, e fui lieto di poter proferire, leggendo,

parecchi nomi d'amici.

La signora più giovane, che era la figliuola del padrone di casa, mi

aveva accompagnato in quella piccola ispezione. Le domandai se

leggesse molto.

--No, non più tanto;--mi disse.--Il tempo manca.

--Come?--esclamai.--Anche qui, signorina?

--Qui più che altrove;--rispose ella.--Le faccende di casa son molte.

--E non bisogna dimenticare i bambini;--soggiunse l'ingegnere, che si

era avvicinato in quel punto.--La signorina li ama assai, e fa scuola

a tutti i ragazzi del vicinato.--

Quella signorina dai capegli bianchi come la neve, che amava molto i

bambini, ed era rimasta a governar la casa di suo padre, scambio di

prendere un marito che non avrebbe dovuto cercare, così bella come era

stata sicuramente nella sua prima gioventù, e come appariva tuttavia,

ad onta de' suoi otto lustri, quella signorina, dico, fece sull'animo

mio una profonda impressione.

E non essa soltanto, ma ogni cosa ed ogni persona, in quella casa

tanto ospitale, eppure tanto malinconica: i cui abitatori vi destavano

tanta simpatia, e vi gelavano le parole in bocca, quando cercavate di

esprimerla.

Durante il pranzo si ragionò di varie cose, ma parlò quasi sempre

l'ingegnere, dando notizie di Modena, e venendo a discorrer poi di

opere pubbliche. L'ottuagenario prese la parte maggiore alla

conversazione, ma non si scaldò un tantino che quando si cadde sulla

politica. Dio buono, anche in montagna? Sì, lettori garbati, più in

montagna che altrove. E con che ardore, lassù! In fede mia, se i

nostri uomini politici sapessero da che altezze son sempre osservati,

e alle volte giudicati, tremerebbero senz'altro. Ma essi

ordinariamente non badano che alla opinione delle grandi città, spesso

ristretta ad un battibecco di cinque o sei giornali, mentre il grosso

della popolazione pensa a far fortuna, o a darsi bel tempo, o a tutt'e

due le cose insieme, volgendo agli uomini politici un'occhiata

stracca, e solamente nelle grandi occasioni, attraverso la prosetta

rachitica dei sunti parlamentari. In quelle alte solitudini, in quelle

paci campestri, gli uomini politici son forse stimati più grandi del

vero; per contro, si domanda loro di più. E come sono flagellati a

sangue, quando perdono il tempo in chiacchiere! come sono

profondamente odiati, quando fanno il male, scambio del bene che si

aspettava da loro!

Ripeto: se sapessero come son giudicati, tremerebbero. E se vi pare

che questo verbo disdica ad uomini politici, mettiamone pure un altro;

diciamo che si vergognerebbero di tanta miseria, di tanta povertà

d'ideali, e quind'innanzi ad ogni loro atto andrebbe compagno il

pensiero: che cosa ne diranno quei di lassù? Fortunatamente gli uomini

politici non sanno nulla di questi severi giudizi, e possono seguire,

senza timori e senza sospetti, le loro modestissime inclinazioni. E

gli abitanti della pianura, i beati cultori dell'aurea mediocrità,

respirano liberamente, pensando che non ci sono più grand'uomini, che

non ci sono più eroi, per escire di riga, per guastare la bella

armonia del concerto.

Io, come il lettore s'immagina, durai gran fatica a sostenere quella

conversazione. Politica, santi Numi! Politica lassù? Mi ero posto in

guardia; sapevo poco di ciò che si faceva nelle alte sfere; non

conoscevo personalmente nessuno degli uomini che giudicava dall'alto

il mio ospite. Egli potè credermi, magari Dio, più sciocco del vero, e

alieno per trista elezione dalle cose della patria. A mala pena mi

venne fatto di trovare la gretola, scappai fuori, cercando di tirare

il discorso sui monti, sulla loro formazione, sulla loro emersione,

sui fatti geologici e meteorologici che li avevano condotti alla forma

presente, e su tante altre cose affini, egualmente importanti,

sperando di esser preso anch'io per un fossile, anteriore al periodo

glaciale.

Avrei potuto parlare di letteratura, argomento che oramai è da tutti,

grazie all'assiduo lavoro della critica spicciola, che c'istruisce per

due soldi la settimana, e ci fornisce anche, bontà sua, il lume a

mano, per iscoprire le più riposte bellezze dei capilavori moderni. Ma

le poche parole ch'ebbi occasione di farne con la figliuola del mio

ospite, mi persuasero che neppur quello era argomento per me. La

signorina aveva buon giudizio; ma domandava troppo all'arte nuova, e

più assai ch'ella non possa dare, costretta com'è dalle esigenze del

gusto presente, e più proclive a secondarle che non sia adattata a

combatterle. Figuratevi! Le domandava di riaccostarsi alle forme

antiche; di seguire la tradizione paesana; di aver presente questa

teorica barbogia, che il pensiero è un fiore delicato, il quale non

nasce su tutti i margini di strada, e vuol essere educato con ogni

cura nei giardini, e presentato come una maraviglia alle genti. No,

no, niente letteratura! Geologia, piuttosto, geologia e paleontologia,

dove i vecchi strati delle rocce e le antiche specie organiche si

studiano bensì, ma sotto l'aspetto della classificazione, senza

obbligo di abbracciar sempre un partito.

Il pranzo era stato servito con abbondanza montanara, quasi feudale.

La cacciagione e il pesce di fiume avevano fornita la mensa. Dei vini

non si parla neanche: il lambrusco, il trebbiano, il vin santo, erano

a dirittura eccellenti. Pure, non venni a capo di esilararmi un

tantino; anch'io, come le trote del mio ospite, era un pesce fuor

d'acqua.

L'ingegnere, quando ci fummo tutti ritirati nelle nostre camere, mi

prese in disparte e mi disse:

--Ebbene, che opinione vi siete fatta dei nostri ospiti?

--Caro amico,--risposi, cercando di eludere la quistione,--un buon

pranzo, e non ancora digerito, comanda la gratitudine ad ogni stomaco

ben fatto.

--Lasciamo gli scherzi;--replicò l'ingegnere.--Vi domando che cosa

pensate, sinceramente, di queste persone? Son curioso di saperlo.

--Appagherò la vostra curiosità, quando voi avrete risposto ad una mia

domanda. Che spessore attribuite voi a queste pareti?

--Ma.... non saprei. Bisognerebbe misurare. Del resto, parlate

sottovoce, e non ci sarà caso che nessuno vi senta.

--Orbene,--ripigliai,--sentite la mia opinione. Mi par d'essere in una

casa incantata. C'è nell'_Orlando furioso_, ed anche nelle _Mille e

una notte_, d'onde l'Ariosto ha cavato tante altre belle cose, la

storia di un'isola, dove tutti gli abitanti erano rimasti di sasso.

Qui mi sembra di vedere un caso consimile. Ci sono delle persone

gentili, molto gentili, ma in modo tutto lor proprio, che non è quello

del comune degli uomini. Accolgono con affabilità, parlano con

amorevolezza, ma si direbbe che è tutto lavoro meccanico,

superficiale, e che il cuore non c'entra per nulla. Cioè, non

esageriamo,--soggiunsi tosto, vedendo di essere andato oltre il mio

pensiero, per la stessa difficoltà di esprimerlo,--il cuore c'entra

per le sue parti meno profonde; ma nel fondo, nel nocciolo, è come

gelato. Il pensiero, dal canto suo, è qualche volta con gli ospiti, ma

più spesso si chiude entro di sè medesimo, per contemplare Dio sa che.

Per dirvela in poche parole, non mi sembrano persone di questo mondo,

quantunque ci vivano, e abbiano l'aria di muoversi in mezzo a noi

tutti.

--Avete ragione;--mi rispose l'ingegnere.--C'è passato un gran dolore,

su questa casa di galantuomini. Li avete veduti, i capegli bianchi di

quella signorina? Alla sua età molte donne li hanno così, e la tintura

benefica di Madama Allen corregge gli errori del tempo. Ma questa,

vedete, li ha bianchi da oltre vent'anni; in una settimana la sua ala

di corvo si è tramutata in ala di cigno. Il suo dolore non ha dato

lagrime, si è gelato intorno al cuore; e tutti, intorno a lei, si sono

raccolti in un muto rammarico. Ella non ha voluto contristare nessuno;

ma tutti son tristi con lei e per lei.

--Ed è la fanciulla della storia che mi avete raccontata

quest'oggi!--esclamai.

--Sì, stavo appunto per dirvelo.

--Oh, non dubitate! Lo avevo immaginato fin dal primo momento che

siamo entrati in questa casa. Ma come può aver durato tanto al dolore?

--Un medico ve lo direbbe. Gli organismi sani resistono e conservano.

Noi ammalati, con l'aneurisma congenito nelle arterie e il tubercolo

appiattato nel polmone, non si resiste all'affanno, si muor di dolore;

qui invece ne vivono. Si può anche dire che qui è il dolore nella sua

forma più nobile. La fibra sana resiste, il sangue vivo e rutilante

vorrebbe ribellarsi, chiedendo tutte le gioie, tutte le ebbrezze

dell'esistenza; ma l'anima costringe il sangue, l'anima comanda alla

fibra.--«No,--dice essa, la vincitrice immortale,--io soffro, soffrite

voi pure con me.»--

--Ingegnere!--esclamai.--Siete poeta?

--Chi non lo è?--diss'egli, stringendosi nelle spalle.

--Eh, molti e molti che conosco io;--risposi.

--Non lo credete;--ripigliò l'ingegnere.--Voi mi parlate di una gente

che conosco anch'io, e forse più intimamente di voi, perchè io vivo

tra gli uomini, e voi, caro amico, dividete il vostro tempo tra i

libri e le nuvole.

--Non tanto, ingegnere! Non tanto! Ma se è per farvi piacere...

--Per farmi piacere,--soggiunse egli,--dovete credere quello che io so

di tanti campioni della prosa, millantatori di una certezza negativa

che non hanno nell'anima. Son povera gente, ve lo dico io, povera

gente che si vergognerebbe di credere come noi, gabellati da essa per

ispiriti deboli, e che poi, trascinata dalla necessità del sistema,

non sa far altro che sostituire una metafisica sua a quella che

avrebbe voluto discacciare per sempre. Oh, le fanfaluche di cui si

nutrono e in cui credono fermamente, gli apostoli della negazione! Ci

sarebbe da fare un bel libro, sapete!

--Ma non per convertirli!--risposi.

--Lo so. Per convertirli, ci vorrebbe un corso di matematiche. È

là,--disse l'ingegnere, trionfante,--che io mi sentirei di ridurli a

miglior consiglio, questi amenissimi roditori della scienza, che

osservano i fatti e non vedono le relazioni, che studiano la materia e

non intendono la legge, che non si elevano a nessun concetto di

integrazione, che non sospettano neanche della vitalità delle

astrazioni e della virtù generatrice degli assiomi. Ma noi

filosofiamo,--soggiunse l'amico, ridendo,--ed è tempo di andare a

dormire.

--Ecco una verità assiomatica!--risposi io.--Dunque, buona notte!

--Buona notte! E ricordate la storia che vi ho raccontata. C'è la

materia d'un libro.

--Ora che ne conosco gli attori!--esclamai.--Vi pare possibile?

segnatamente con quella libreria, dove entrano anche le pubblicazioni

più recenti! Dio guardi se ci capitasse la storia, che voi mi

consigliate di scrivere.

--È vero;--mi rispose l'ingegnere.--Non se ne parli più.--

Fatte queste parole, ce ne andammo a dormire. La mattina seguente,

bevuto il caffè insieme coi nostri ospiti delle Vaie, prendemmo

congedo da loro, per ritornarcene a Modena. Quando fui in sella, mi

parve di essere Gino Malatesti. La fanciulla dei Guerri era là,

bellissima ancora, co' suoi capegli bianchi e con le rughe precoci

intorno ai grandi occhi pensosi.

Avrei voluto dirle una buona parola, dond'ella intendesse che io

conoscevo la storia de' suoi nobili dolori; ma mi parve cosa puerile.

Anche una massima generale avrebbe stonato, e mai certe generalità

sentenziose mi parvero più sciocche d'allora. Strinsi la mano a tutti,

senza aggiungere una frase, dopo le tante di ringraziamento che aveva

fatte l'ingegnere per noi. La mano di Fiordispina era fredda; ma io

l'avevo sentita tremare. Forse in quel luogo medesimo, davanti alla

casa campestre, Gino Malatesti era salito in arcione, e di là aveva

mandato l'ultimo saluto con l'ultima promessa, ahimè, non attenuta

alla fanciulla dei Guerri!

E il povero prete? Ah, quello era morto da un pezzo, e non soffriva

più dei dolori altrui. Pace all'anima di Don Pietro Toschi, e sia

sempre il suo nome ricordato con venerazione alle Vaie.

Mi accomiatai tristamente dai Guerri, che non dovevo più rivedere.

Mezz'ora dopo, ero a Fiumalbo; il giorno seguente a Modena, donde

ritornai subito a casa, tra i miei sopraccapi, che m'aspettavano

tutti, e i miei libri, che avevano l'aria di dirmi,--«La vuoi finire

con le malinconie? Vieni, la consolazione e la vita sono con noi,

morti parlanti, senza la malignità, l'ambizione e l'invidia dei

vivi».--

Ritornato alle mie cure, non dimenticai la storia delle Vaie. Spesso,

quante volte mi accadeva di parlare con cittadini di Modena, chiedevo

notizie dei personaggi che ci avevano avuta la parte loro. Seppi così

che il conte Jacopo Malatesti era morto in esilio volontario a Vienna,

mentre il marchese Paolo era divenuto senatore del regno d'Italia;

seppi che la marchesa Polissena Baldovini viveva tuttavia, facendo la

bella, come poteva. E vive ancora, poichè non ha più di sessantacinque

anni; ma i suoi capegli son sempre biondi, anzi oggi più biondi che

mai, e fa il bocchino, quando i giovanotti le dicono celiando:--«Voi,

marchesa, siete un'altra Ninon de Lenclos.»--La contessa Elena, sua

figlia, non è con lei; intorno al 1861 si era rimaritata, diventando

baronessa De Wincsel; ma un anno dopo era separata dal marito. E da

quanti altri, poi! Ventiquattr'anni son lunghi, per la storia di una

donnina come quella.

Vive essa, vive sua madre, vivono tutti coloro che sentono meno e non

danno troppe molestie al cuore. Son morti invece, l'un dopo l'altro, i

miei ospiti delle Vaie. Primo il vecchio signor Francesco; poi

Fiordispina; ultimo Aminta, nello scorso anno, pochi mesi dopo la sua

buona sorella. Strano, quando una casa incomincia a disfarsi, come va

tutta e presto in rovina!

Ma i Guerri non sono dimenticati, e la storia degli amori di

Fiordispina è più viva che mai, nelle alte convalli dell'Appennino

modenese e parmense; la sanno tutti, dal Cimone all'Alpe di Succiso, e

dal Malpasso all'Orsaro. Fra cent'anni sarà una leggenda. Speriamo che

trovi il suo poeta, e che questi non dimentichi di celebrare col più

caldo de' suoi inni la nobile schiatta onde escono i Guerri. Di questi

forti e nobili cuori si compone un'Italia che conosciamo così poco,

l'Italia montanara, dove si sente più forte e più alto, glorificando

la patria _in excelsis_.

La montanara · 第 15 / 18 题