--Ah!--gridò allora.--Emilio Landi.»--
E rise, d'un riso convulso, che fece voltare il compagno.
--Che c'è?--chiese Aminta, tralasciando di serrar la cinghia di una
valigia.
--Te lo dicevo io!--esclamò Gino.--L'ho aperta, ed è la lettera del
più sciocco, del più noioso tra gli uomini.
--Ebbene?--disse Aminta.--Leggila egualmente. C è sempre qualche cosa
da imparare, anche nella lettera d'uno sciocco.
--Leggerò, sicuramente, leggerò;--rispose Gino, rifacendosi dalla
firma al «Carissimo.»
La lettera, come sappiamo dal bollo postale, veniva da Lucca. La data,
in principio del foglio, diceva più chiaramente: «Dai bagni di Lucca.»
Era dunque ai bagni di Lucca, il marchesino Landi? Gino Malatesti
avrebbe potuto gridare con Amleto: «Ahi, profetica anima mia!» Ma
egli, se non ruppe in quel grido, pensò certamente qualche cosa di
simile.
Ed ora, leggiamo quella famosa lettera insieme con lui. Secondo il
giudizio di Aminta Guerri, ci sarà sempre qualche cosa da imparare,
anche nella lettera d'uno sciocco. A buon conto vedremo se il marchese
Emilio Landi fosse a dirittura uno sciocco personaggio, come piaceva
al conte Gino di gabellarlo.
«_Carissimo amico_,
«Che cos'è avvenuto di te? Ti sei insalvatichito, vivendo tra i monti?
Perchè da tre mesi non dài segno di vita agli amici? Avevi forse paura
di comprometterli? Potevi bene immaginarti che le tue notizie mi
sarebbero state gratissime, ed anche pensare che nessuno avrebbe
trovato a ridire nella lettera di un uomo che manda un cenno della sua
salute e delle sue occupazioni ad un amico d'infanzia. Voglio credere
che qualche forosetta, qualche bella ninfa dei boschi ti abbia
incantato. Non vedo altra ragione che possa scusarti di un così lungo
silenzio.»
--Sciocco!--ripicchiò il conte Gino, come fu giunto alla fine del
paragrafo.
Poi, come era naturale, ripigliò la lettura.
«Pensando a questo, mio caro Gino, ti ho perdonato. Perdonato, bada
bene, e non giustificato. L'odore del _foin coupé_ è buono, ma in
estratto; il gradirlo sul posto è da cacciatori, ma per un giorno, e
non di più. Comunque, lo ripeto, ti ho perdonato, e la mia amicizia
per te non si è punto affievolita. Vedine infatti la prova: ho una
buona notizia che ti risguarda, e mi affretto a comunicartela. Ma
procediamo con ordine, come dice mio zio, quando discute.
«Ero venuto con lui a Lucca, per queste acque che gli hanno decantate.
I luoghi di bagni hanno il loro periodo di voga; oggi son tornati alla
moda i bagni di Lucca. E gli ammalati, creduli sempre, seguono il
consiglio dei buontemponi. Eccoci dunque a Lucca, come l'anno scorso
eravamo a Graefenberg, per esperimentare i miracoli della doccia.
Venuto qua, mi son trovato come in casa mia. C'è mezza Modena,
figùrati, anzi tutta Modena, poichè ci ho incontrata la marchesa
Baldovini, sempre bella a quel Dio! Ma perchè è venuta alle acque di
Lucca, la bionda marchesa, che ha in casa sua la fontana di gioventù?
E con che coraggio ha messa in mostra la sua figliuola! Un bottoncino
di rosa, caro mio, un occhio di sole, e tutto il meglio che vorrai.
Dovresti vederla, come noi la vediamo qui, ammirata da tutta la
colonia bagnante e bevente, in cui pure si ritrovano tante bellezze
straordinarie. È tutt'altra cosa da quella timida verginella, che ci
veniva di tanto in tanto alla vista, ne' suoi modesti abiti di
educanda. È un angelo sempre, ma un angelo con le ali dispiegate. Così
doveva essere a diciott'anni sua madre, e si pensa naturalmente a quel
verso di Orazio, che dice... Come dica, non lo ricordo più bene, e non
voglio farti ridere guastandolo. È quel verso in cui Orazio loda la
madre, ma lascia intravvedere che gli piace anche maledettamente la
figlia.»
--Ah!--esclamò Gino.--È dunque innamorato della figliuola? Se la sposi
e sia finita. Ma che bisogno c'è di seccar me coi suoi inni?--
Ripigliò la lettura, poichè gli premeva di giungere al fine.
«La marchesa Baldovini è sempre il buon cuore fatto donna. Si è
parlato subito di tante cose e di tante persone. Puoi immaginarti, mio
caro, che si è parlato anche di te. Dirò anzi che tu sei stato
ricordato dei primi.--Sapete? mi ha detto. Il confine del Malatesti
durerà poco. In verità, è durato già troppo, e contro tutte le mie
sollecitazioni, contro tutte le promesse che mi erano state fatte. Non
ne avevo parlato mai, perchè non mi piace vantarmi, nè lasciar
concepire speranze, che non possano convertirsi tosto in realtà. Ma
questa volta siamo al punto buono. Ho ricevuta ieri la lettera che mi
dice: «Si farà grazia al vostro protetto. Non c'è più che da firmare
il rescritto, poichè Sua Altezza mi ha detto finalmente di sì.»
«Io, come puoi bene immaginarti, le ho chiesto subito il permesso di
mandare a te questa buona notizia. Era una consolazione per me, poichè
mi era dato di associarmi in qualche modo alla sua buona azione.--Fate
pure (mi ha risposto) purchè la notizia non abbia l'aria di venire da
me, e sopratutto purchè il Malatesti non sappia che ho fatta questa
parte per lui.--Ma perchè questo? domandai.--Il perchè mi par chiaro;
voi stesso, Landi, avete decorato del nome di buona azione ciò che ho
potuto ottenere io, seguendo l'impulso di un'amicizia costante. Ora,
delle buone azioni è bene sentir gli effetti, senza conoscerne
l'autore; lasciatemi il gusto della modestia, che mi procurerà una
gioia più viva di tutti i ringraziamenti del mondo.--Ho promesso
perchè la marchesa voleva così; ma, come vedi, non mantengo ciò che ho
promesso. Appunto perchè la marchesa Baldovini ha fatta una buona
azione che ti risguarda, è giusto che tu ne sia avvertito da chi ha
potuto essere a parte del segreto. Ma ti prego, mio caro, sii
prudente; non dirne nulla a lei, quando la rivredrai. Passerei a' suoi
occhi per un linguacciuto, e la dama sarebbe capace (me lo ha
minacciato, anzi) di mettermi alla porta.»
Seguivano altre chiacchiere, che Gino lesse a volo, o non lesse. Gli
si era come offuscata la vista, per il gran turbamento che lo aveva
preso. In mezzo a quella novità di cose gli sarebbe stato necessario
racapezzarsi, poichè veramente non sapeva che pensare di tanta
generosità d'animo, di tanta amicizia, in contrasto con la freddezza
apparente e col silenzio ostinato della marchesa Polissena. Ma il
fratello Aminta era là, che aveva finito il suo lavoro; e Gino
Malatesti, non sapendo che pensare, si appigliò al partito di non
pensare, e rimise in tasca la lettera.
Le valigie erano fatte, ed Aminta le consegnò a Pellegrino, che doveva
portarle alle Vaie. Il Mandelli era sull'uscio, e Gino gli strinse la
mano, ringraziandolo della sua ospitalità, che del resto aveva
rimunerata, oltre il prezzo pattuito, con qualche donativo alla
famiglia. Ciò fatto, senza dare un pensiero d'addio a Querciola, dove
in tre mesi di confine era vissuto così poco, Gino Malatesti rimontò a
cavallo. Partito dalle Vaie nel pomeriggio, ritornava alle Vaie
sull'ora del tramonto.
--Far presto e bene,--avrebbe detto il signor commissario,--è la
grand'arte della vita. Ed io godo, vedendo la sua prontezza, signor
conte Malatesti, godo nel pensare che questi esempi le vengono
dall'alto.--
Gino Malatesti, per altro, non sapeva di aver fatto nè ben nè male,
poichè tutto il carico dagli apparecchi era stato sopportato da suo
fratello Aminta. Neanche pensava di aver fatto presto, mettendo appena
due ore tra la partenza ed il ritorno. Una cosa sola sapeva e pensava
egli in quel punto: che la mattina, sull'alba, cioè fra dieci ore, a
dir molto, avrebbe dovuto lasciare il suo paradiso.
Capitolo X.
La fanciulla dei Guerri.
Che pensava frattanto la fanciulla dei Guerri? La poveretta, partito
Gino, si era ritirata nella sua camera verginale. A piangere,
sicuramente, a piangere, guardando tra le lagrime i mazzolini, che il
conte Malatesti soleva gittarle ogni giorno. Quei fiori, la più parte
disseccati, erano tutto il suo dolce passato; gli ultimi, ancor
freschi, solamente appassiti, sarebbero disseccati anch'essi tra
breve. Nè ella sapeva quando sarebbe ritornato il donatore, e pensava
invece con terrore che chi parte.... No, no, non era possibile! Gino
Malatesti, un animo nobile, un gentiluomo, doveva ritornare, come
aveva giurato.
Il conte Gino era giunto tra quei monti, era apparso a lei con
l'aureola del proscritto. Fiordispina Guerri non aveva veduto il
nobile, il cavaliere di città, l'elegante giovanotto, come tante altre
avrebbero fatto al suo posto. Lo aveva ammirato perchè amante della
sua patria e per lei disposto a soffrire; si era sentita attrarre da
lui, perchè egli recava con sè, profumo incantevole, quella gentilezza
di atti e di pensieri che ella stessa chiudeva nell'anima; lo aveva
amato, perchè egli rispondeva ad un tipo ideale del suo cuore, quel
tipo che ogni fanciulla ha sognato nella sua celletta di educanda, o
nella pace un po' fredda delle pareti domestiche.
Anch'ella lo aveva intravveduto, quel tipo: da principio nel Damone e
nel Pizia delle _Novelle_ del Soave; poi nel Niso e nell'Eurialo
dell'_Eneide_, tradotta del Caro; meglio ancora nel _Telemaco_ di
Fénélon, su cui aveva studiato il suo francese, e nel Tancredi della
_Gerusalemme_, che l'aveva iniziata alla grandezza dell'ideale
cavalleresco e alle bellezze del linguaggio più nobile che mai abbia
parlato per bocca italiana l'amore. Questo tipo, sempre conteso,
sempre gelosamente nascosto alle fanciulle nella loro educazione
morale, trapela ad ogni istante, da ogni pagina della loro educazione
letteraria. A farlo a posta, si ottiene un fine ben diverso da quello
che presiede alla educazione femminile. Non vedendo mai quel tipo
nella sua verità più umana e più umile, una fanciulla se lo foggia
nella fantasia, più grande del vero, elegante, eroico, tenero,
maraviglioso, sublime, come tutti quei tipi di perfezione, che
ricorrono, per onore della umanità, nei poemi più emendati, nelle
novelle più castigate, nelle storie più sommariamente narrate. Anche
il giovane Scipione, in Ispagna, Curzio sull'orlo della voragine, Caio
Gracco, nel Foro, perfino Cesare, nelle Gallie, diventano personaggi
poetici, tipi leggendarii di virtù pericolosa, come Tancredi e
Telemaco.
Alle Vaie, dov'era ritornata dopo parecchi anni di conservatorio, alle
Vaie quel tipo ideale non esisteva, e la fanciulla dei Guerri aveva un
po' sofferto, per avvezzarsi a quel crudo contrasto fra le immagini
della scuola e la realtà della vita.
Qualche volta, sui primi tempi, ricordando le favole dell'infanzia e
le belle fantasie del poeta così caro alla sua famiglia, la fanciulla
dei Guerri si figurava di essere una principessa chiusa da qualche
scongiuro di strega in un castello incantato. Era necessario, per
liberarla, che ad un bel cavaliere, dopo molte prove eroicamente
sostenute, toccasse la sorte di possedere il talismano, davanti a cui
tutti i ponti levatoi si calavano e tutte le porte meglio chiuse si
aprivano. E il bel cavaliere giungeva, e il mago custode spariva
fremendo, e Fiordispina era condotta dal cavaliere con gran pompa e
dimostrazioni d'ossequio alla corte del re suo padre. Nelle favole
cavalleresche il padre è sempre re, e il suo regno è facilmente
tagliato dalla pezza, nei vasti dominii di Artù.
Altre volte il sogno prendeva un diverso indirizzo. La realtà
incominciava a gravar d'ogni parte, come un'aria densa, sulle ali
della fantasia. Il suo fratello Aminta era un giovanotto tagliato alla
montanara, ma di buon'indole e di sentimenti generosi; aveva
dimenticato una parte del latino imparato alle scuole di Modena; le
cacce, i mercati, le serre, avevano un po' trasformato la sua dolce
natura. Ma il fondo restava, ed ottimo; una donna di delicato sentire,
amandolo com'egli meritava, avrebbe potuto trasformarlo da capo,
trarre il cavaliere dalla ruvida corteccia del montanaro. Perchè la
fanciulla dei Guerri non avrebbe potuto operare un miracolo come
quello, sull'animo giovane e buono di un altro principe della
montagna? Era un vicino, un congiunto di sangue, e le occasioni di
vederlo, di studiarlo, non sarebbero mancate. A quel giovane montanaro
ella infondeva i suoi proprii sentimenti, il suo modo di vedere, tutto
quel po' che aveva imparato, tutto il più che alla sua mente dicevano
le aurore e i tramonti, le acque correnti, le solitudini profonde e i
grandi echi delle alti convalli. Così intesa, così avviata alle
regioni del pensiero, la vita poteva ancora esser bella. Perchè, voi
lo indovinate, o lettori, Fiordispina era tirata al fantastico dalla
sua stessa condizione, dal contrasto naturale tra un'educazione
perfetta, che aveva ricevuta in conservatorio, e il nuovo genere di
esistenza a cui la condannava oramai il soggiorno delle Vaie. Un po'
romantica, adunque, ma tanto da non guastare; e poi, sotto quel lieve
tessuto di sogni e di larve poetiche, la donna di carattere non aveva
indugiato molto ad apparire.
Proprio in quel tempo si era incominciato a dire, nella gran sala dei
Guerri:--Tra qualche giorno avremo la visita del nostro cugino
Ruggero. Suo padre ci annunzia che il giovinotto è andato a Reggio,
per certe faccende di casa, e poi verrà da noi, per vedere le serre.
Dev'esser grande, oramai, il cuginetto! Come passa il tempo! Ci par
ieri, il giorno che lo abbiam visto bambino, in compagnia di sua
madre.--
Era passato per la mente della fanciulla che il giovane montanaro dei
sogni fosse il cugino Ruggero? Sì e no; anzi diciamo meglio: ne sì, ne
no. Poteva esser egli, come poteva esser un altro. Quando la fanciulla
sognava, nessuna immagine spiccata si offriva agli occhi della sua
fantasia. Il montanaro discepolo non aveva dunque un tipo, un viso
conosciuto, o altrimenti foggiato su notizie domestiche. Anche il
principe del talismano, il principe liberatore, faceva capolino
qualche volta, ed anch'egli era un'immagine confusa, non era biondo,
nè bruno. Era il principe, era l'invocato, il consolatore che si
aspetta, pensando a lui tra un punto e l'altro dell'ago
frettoloso.--Vediamo;--dice tra sè la fanciulla;--giungerà egli, prima
che io abbia finito questo ricamo, che sarà pure così lungo?--Così
immaginarono i Greci che usasse Penelope, aspettando il marito. E
perchè Ulisse non giungeva mai, la bella regina era costretta a disfar
nella notte il pezzo di tela che aveva ordito nel giorno. Ma ciò,
evidentemente, per la necessità del romanzo, in cui, elementi
perturbatori della tacita aspettazione di lei, entravano i Proci
importuni e arroganti. Le fanciulle non hanno da disfar nulla, salvo
qualche maglia mal fatta, o qualche punto mal messo; aspettando
l'invocato, il principe del talismano, fanno sempre nuovi lavori,
adornano dei loro ricami la camera dei parenti, la culla del
fratellino, il salotto, e via via tutta quanta la casa, prima che il
principe arrivi. Talvolta, ahimè! giunge la sua caricatura, il suo
nano, il suo buffone arricchito e giubilato. Che pianti, allora, mie
povere bambine! Come è diversa, come è lontana quella figura, dalla
immagine non veduta bene, ma sentita nel sogno! E come si preparano,
in un giorno di festa (così è costume di chiamarlo, perchè vi adornano
a festa) i giorni dolorosi delle ripugnanze invincibili!
Non auguriamo questa sventura alla fanciulla dei Guerri. A lei, quando
meno lo aspettava, il principe del talismano era apparso. Aveva corona
di conte, e si chiamava Gino Malatesti. Inoltre, era proscritto, per
grande amore della sua terra, l'Italia, per quella Italia che ella
aveva imparato ad amare nelle rime di tutti i poeti della patria; così
degli antichi, che le avevano lasciati leggere in iscuola (Dante, ad
esempio), come dei più recenti, che aveva trovati, gelosamente
custoditi, nella piccola libreria di suo padre e di suo fratello
Aminta. Proscritto! Quel nome era allora un titolo di nobiltà, ben
maggiore di tutte le corone e di tutti gli stemmi; era il marchio
della sventura, il sigillo del valore; era come un diritto alla pietà,
all'amore, poichè la pietà è sua sorella, in ogni cuore di donna.
Fiordispina si era impietosita: e quando aveva guardato dentro di sè,
si era avveduta di amare il proscritto, di amarlo con tutte le forze
dell'anima.
E qual pace in lei, quando ebbe scoperto lo stato del suo cuore! Calde
e vaste ed impetuose correnti attraversano il grembo dei mari
profondi; mentre la superficie è tranquilla, e limpida e tersa come un
cristallo sembra sorridere al cielo, di cui porta amorosamente i
colori. Ah, fosse durata sempre così, la sua vita, senza chiedere,
senza sperar nulla di più, confusi in quella estatica calma degli
amori eterni! Ma anche Gino l'amava di quel medesimo amore? Sì,
l'arrivo di Ruggero, del cugino, aveva giovato ad istruirla anche di
ciò. Biondo e forte montanaro, Ercole adolescente, anima candida, che
a guisa di molle cera avresti potuto prendere ogni impronta dalla
volontà della gentile educatrice, aveva ella pensato a te un solo
momento? Fiordispina intravvide ciò che forse era passato per la mente
de' suoi; lo intravvide alla gelosia che la presenza di Ruggero aveva
destata nel cuore di Gino. Ma come? Era proprio geloso, il conte
Malatesti? E di chi? Ruggero Guerri era un bel giovane, e la bellezza,
anche non osservata in modo particolare, è fatta per piacere agli
occhi e per ispirare la simpatia. Fiordispina non poteva sentir
ripugnanza per suo cugino; avrebbe potuto amarlo, sì, come amava suo
fratello Aminta, come si amavano tutti, in quella buona stirpe sana
dei Guerri. Ma amarlo di un altro amore, lui? Era possibile? Poteva il
conte Gino solamente pensarlo?
Il cugino Ruggero, venuto per pochi giorni alle Vaie, ne era
ripartito, senza capir nulla, senza indovinare, senza immaginare
neanche il segreto delle calde e vaste ed impetuose correnti che
attraversavano il grembo di quel mare azzurro e tranquillo. Siamo
sugli Appennini, e scambio delle correnti del mare si dovrebbero
ricordare i gorghi di un lago. Ci pensava ella, in quel punto, al lago
della Ninfa, e al giorno in cui era andata con Gino a visitarlo? O
scoglio solitario, o letto della Ninfa, al cui piede erano approdati
insieme! O sasso di Bismantua, dove il suo nome era stato inciso nella
scorza di un faggio, accanto a quello di Gino, e sotto a quello del
divino Poeta, del padre della patria! Come si erano collegati,
consertati e confusi quegli amori supremi! Certe cose non si sentono e
non s'intendono più, nelle città popolose. Dante, ad esempio, non è
tra noi che un importuno, strumento di tortura ai cervelli adolescenti
del ginnasio e del liceo, pascolo gradito solamente ai vecchi barbogi,
ai commentatori, a tutta la noiosa caterva degli eruditi. Quando per
caso è citato in un libro, si sospira, si levano gli occhi al
firmamento, come se si volesse fare un'offerta delle proprie
afflizioni all'Altissimo. C'è ancor questa abitudine delle offerte,
pur non credendo alla divinità. Se poi è citato in un romanzo, apriti
cielo!--Come? «Anche qui, la smania erudita?»--Ma là, sul monte, dove
non arrivano le sinfonie dei sapori acuti e degli odori dell'arte
nostra, lassù il padre della patria intellettuale è ancora onorato. Il
monte, come già per gli antichi popoli, è sempre un altare, su cui si
offrono, ostie innocenti e grate, i nostri sensi più miti, i nostri
affetti più nobili.
Così tutti quei giorni di purissima gioia erano passati davanti agli
occhi di lei. Pensando a quei giorni, era possibile immaginare che
Gino non fosse più Gino? No, l'amore che gli traspariva dal volto, che
aveva reso tante volte eloquente il suo labbro, doveva essere
custodito così gelosamente nel suo cuore, com'erano custoditi da lei
tanti poveri fiori appassiti. Infine, doveva andare. Poteva egli
ribellarsi al comando? Dimenticar la famiglia? quella famiglia, in cui
ella stessa... No, doveva andare, non poteva trascurare i suoi, le
persone da cui dipendeva tutto, anche per lei, per la sua felicità
futura. Andava, finalmente; sarebbe ritornato. Stare un mese, anche
tre, lontana da lui, triste cosa! Ma è delle donne il soffrire in
silenzio. Avrebbe sofferto; sarebbe stata forte; voleva esser forte, e
sorridergli.
Si scosse, allora, richiuse i suoi fiori, ed escì sul terrazzo, per
respirar l'aria viva della montagna. Era tempo. Si udiva da lunge lo
scalpitìo dei cavalli. Gino ritornava da Querciola alle Vaie: appariva
già, tra le lunghe file dei cerri. Portava egli forse il mazzolino
consueto, raccolto nel bosco per lei? No, pur troppo, veniva a mani
vuote, per allora. Ma come avrebbe potuto raccogliere i fiori delle
balze, ritornando a cavallo? Ed anche in compagnia di Aminta. Si può
pensare a queste cose, in presenza di un terzo, sia egli pure un
fratello? L'amore ha la sua verecondia, o non è più l'amore.
Ma vedete, come il pensiero di Gino rispondeva al suo. Il cavaliere si
era arrestato al punto in cui soleva fermarsi ogni mattina, scendendo
alle Vaie. Non aveva gittato un mazzolino, ma faceva un saluto, un
gran saluto, in cui parve offrirle tutto se stesso. Un alito caldo
venne ad accarezzarle la guancia; ella arrossì, come soleva, ma
respirò, bevve quel soffio consolatore, e rientrò nella sala poco
prima del suo diletto. Quando lo vide apparire sull'uscio, era calma,
era forte; e gli sorrise, mentre egli si avvicinava, e dagli occhi e
dalle labbra, dall'atteggiarsi di tutta la persona di lei, spirava un
pensiero solo:--Grazie, bel conte, vi amo, vi aspetterò!--
Gino Malatesti era triste. Parlò del suo viaggio come un poveretto che
va incontro alla morte. Amava la sua famiglia, sì, ma non si era
ancora assuefatto all'idea di lasciare il suo dolce luogo di pena.
Qual pena, infatti! L'avrebbe accettata di grand'animo per tutta la
vita. Ma sarebbe ritornato, e presto. Alla peggio, perchè bisognava
prevedere anche il peggio, non voleva mancare per i quattro di
ottobre, all'onomastico del re della montagna. Se il signor Francesco
era un re, non dovevano trovarsi presenti tutti i suoi vassalli, per
rendergli omaggio di fedeltà?
--Vassalli!--rispose il vecchio Guerri, sorridendo.--Che dice Ella
mai, signor conte?
--Il mio pensiero più intimo e più caro;--rispose Gino.--È ciò che
voglio essere per Lei, in attesa di meglio.--
L'allusione era chiara, e il vecchio Guerri finse, da quel prudente
uomo ch'egli era, di non averla capita. La raccolse Fiordispina e la
chiuse nel cuore.
Poco stante giunse Don Pietro. Il degno uomo aveva risaputa la grande
notizia, ed accorreva, per salutare il conte Gino.
--Le esprimerò l'animo mio con un detto di Cicerone; diss'egli.--_Tibi
--gratulor, mihi doleo_. E non solamente mi dolgo con me, ma con una
--gentile signora, che abbiamo avuto occasione di riverire insieme.
--Povera Ninfa del lago, a cui Ella aveva promesso una ballata!
--Oh, non dubiti, Don Pietro;--rispose Gino, più gravemente che non
richiedesse la cosa;--tutto quel che ho promesso farò.--
Quel tutto, si capisce, non andava soltanto per risposta a Don Pietro.
--Farò, tempo futuro!--esclamò questi, cercando di volgere nuovamente
il discorso in burletta, poichè intendeva bene che la nota gaia doveva
metterla lui, in quel triste concerto.--Se Dio vuole, Ella non aveva
neanche incominciato.
--S'inganna;--replicò Gino.--Parli mio fratello Aminta per me.
--Gli restituisca la sua stima, Don Pietro;--disse Aminta, così tirato
nel discorso da Gino.--Ho veduto io poc'anzi tutto un quaderno di
versi.
--Niente di meno!--scappò detto al prevosto.
E avrebbe voluto soggiungere: «troppa grazia, sant'Antonio!»--ma gli
parve inopportuno, e se ne astenne.
--Aminta non dice tutto;--rispose Gino.--Son già parecchi, i versi
della ballata; ma sono anche più le cancellature, i pentimenti, che
non ne ha avuto un maggior numero la famosa ottava della rosa, nel
manoscritto dell'Ariosto. I miei versi entreranno almeno per questo in
paragone coi suoi;--soggiunse Gino umilmente.--Anch'io, del resto, da
poeta novellino, cerco di fare il meno peggio che so. Non dubiti
dunque, Don Pietro; la ballata che Ella aspetta da me, sarà il compito
mio, la mia consolazione, nei tristi ozi di Modena.
--E ce la porterà?...
--La manderò prima. Se la signorina vuole imprestarmi il suo albo,
quei versi, scritti là dentro, saranno i miei messaggeri alle Vaie.--
Fiordispina si alzò, per andare alla sua biblioteca, che era in fondo
alla sala. Gino, vedendo l'atto di assenso, si affrettò a seguir la
fanciulla.
--Ah, signorina!--mormorò egli, sospirando, mentre ella apriva
l'invetriata.--È assai tristo il partire.
--Coraggio!--rispose ella.
Ma la sua voce tremante diceva chiaro com'ella avesse più mestieri di
trovarne per sè, che non d'infonderlo altrui.
--Coraggio!--ripetè Gino.--Ne ho; ma questa partenza, così improvvisa,
mi lacera il cuore.
--Ebbene, non dovevate....--rispose ella, facendo uno sforzo supremo,
per reprimere un singhiozzo;--non dovevate partire ad ogni modo, per
ottenere....
--Un consenso?--diss'egli, compiendo la frase, rimasta interrotta sul
labbro della fanciulla.--E l'otterrò. È la mia certezza, sarà il
conforto di questa separazione. Mi amerete voi sempre?
--Sempre!--rispose la fanciulla.
--Giuratelo,--
Fiordispina levò gli occhi umidi al cielo e stese la mano al conte
Malatesti.
Le parole non erano udite, ma l'atto fu alla vista di tutti. Ed era un
atto solenne.
Gino doveva partire all'alba; però la conversazione fu breve, quella
sera, nella gran sala delle Vaie. Il giovanotto recò l'albo di
Fiordispina nella sua camera, in quella camera dove aveva passata la
prima notte del suo dolce esilio alle falde del monte Cimone.
Dormì poco, il conte Malatesti, in quell'ultima notte d'esilio; dormì
poco, e pianse assai. L'alba apparve più presto ch'egli non
l'aspettasse. Già l'aveva annunziata il grugar dei colombi nel cortile
ancora immerso nel buio; l'accompagnavano i primi rumori della casa, e
lo strepitar dei cavalli che Pellegrino sellava sull'ingresso della
scuderia. Gino si era vestito in fretta, e già infilava il soprabito,
quando sentì battere all'uscio della sua camera.
--Su!--gridò la voce di Aminta.--È l'ora. Il caffè ti aspetta
fumando.--
Nella gran sala erano già parecchi dei Guerri, e comparvero tutti
all'entrata dell'ospite: il signor Francesco, la sorella Angelica, la
cognata Olimpia, il fratello Orlando, la figliuola Fiordispina, che il
conte Malatesti cercò subito con gli occhi pieni di tristezza e di
desiderio.
--Signor conte,--disse il vecchio Guerri, poichè Gino ebbe
bevuto,--rammenti che questa casa è sempre sua, come fu per questi tre
mesi. Perdoni!--soggiunse;--avrei dovuto dire tre giorni.
--Grazie!--rispose Gino.--Lo so. Dolce casa delle Vaie, dove ho
trovata la pace.... la cara pace che gli uomini intendono così tardi,
nella vita, e che io, felice su tutti, ho gustata così prima del
tempo! Mi abbracci, signor Francesco.... padre mio!--
Il vecchio Guerri gli aperse le braccia e lo tenne lungamente stretto
sul cuore; poi si ritrasse, e col rovescio della mano cacciò una
lagrima importuna dagli occhi.
--Mi permettono, le signore?--ripigliò Gino, accostandosi alla signora
Angelica.--In altri tempi si usava, e l'uso era bello.--
Così dicendo, prese la mano della signora e s'inchinò per baciarla.
Era un po' confusa, la signora Angelica, anzi sconcertata senz'altro.
E non meno confusa, non meno sconcertata la signora Olimpia, a cui si
volgeva il conte Malatesti, dopo aver baciata la mano della cognata.
Avrebbe voluto schermirsi, ritirare la sua. Ma era donna, e pensò che
un suo atto di timidezza, di ritrosìa, sarebbe stato un guaio per sua
nipote Fiordispina.
Quando egli giunse davanti alla fanciulla dei Guerri, fu per lui una
violentissima stretta di cuore. Baciò, ribaciò quella mano delicata,
che tremò sotto le sue labbra; poi, non reggendo più allo spasimo,
diede in uno scoppio di pianto, ed uscì a precipizio dalla sala.
Aminta ed Orlando lo seguirono fuori, cercando di consolarlo. Gino
abbracciò lo zio di Fiordispina; poi salì a cavallo e partì,
accompagnato dal fratello di lei. Si volse alla casa, salutò ancora la
famiglia, che si era affacciata sul terrazzo per dargli l'ultimo
addio, sventolò il fazzoletto, fino a tanto la strada diritta gli
permise di vedere i suoi ospiti, gli amici suoi, il suo tutto.
Solamente a Fiumalbo, scorgendo alcune brigate di viandanti, pensò a
rasciugar le sue lagrime.
La vettura, fissata in anticipazione da Aminta, doveva aspettare il
viaggiatore davanti all'ingresso del mulino. Ma prima che i nostri due
cavalieri giungessero là, un uomo si spiccò dall'uscio di una gran
casa bianchiccia, e venne verso il mezzo della strada, chiamando ad
alta voce il conte Malatesti.
--Che vuole costui?--disse Gino.
--Siamo davanti alla casa del sindaco:--rispose Aminta;--sarà qui ad
alloggio il signor commissario.--
Gino stava per mandare a quel paese il sindaco, il commissario e tutti
i suoi pari, quando ravvisò l'applicato. Fermò allora il cavallo, per
sapere che cosa avesse da dirgli quell'altro.
--Signor conte, una parola, di grazia!--incominciò l'applicato.--Il
signor commissario desidera vivamente di offrirle i suoi omaggi.
--Non si potrebbe fare a meno...--borbottò Gino,--di disturbarlo a
quest'ora?
--È già quasi all'ordine;--riprese l'applicato, senza aver l'aria di
capire.--Finiva appunto di vestirsi, quando ha sentito i cavalli.
Vorrebbe Ella scendere un momentino? Farebbe un piacere anche a
me;--aggiunse a mezza voce, inchinandosi.
--Scenderò;--disse Gino.--Vuoi tenermi il cavallo, Aminta?
--Siamo a pochi passi dal mulino;--rispose Aminta.--Lo conduco laggiù,
e potrai venire con tuo comodo a piedi.--
Disceso da cavallo, il conte Malatesti si avviò verso la casa del
sindaco, in compagnia dell'applicato.
--Grazie!--mormorò questi.--Quando saremo più sotto alla casa, e non
più veduti dalle finestre, rallenti un poco; ho qualche cosa a
dirle.--
Gino ricordò allora l'occhiata che quell'altro gli aveva data il
giorno prima. E rallentò il passo, dove il compagno indicava.
--Non ho tempo per farle un lungo discorso;--incominciò l'applicato,
come furono al coperto.--Ma badi, signor conte, un'altra burrasca si
prepara, e più grave. Se ha amici potenti a Modena, com'è dimostrato
dalla grazia ch'Ella ha ottenuta, ad onta di certe aggravanti, non
perda un minuto a scongiurarla.
--Ma che è? che debbo fare?--chiese Gino, turbato.
--Giuseppe è avvertito; le dirà ogni cosa. Si tratta dei suoi amici di
qui.
--Dei Guerri?
--Per carità, stia zitto; non dia segno di nulla, a nessuno;
rovinerebbe me e la mia povera famiglia.
--Non tema, non tema;--disse Gino sollecito.--Vedrò Giuseppe; saprò da
lui quello che c'è di nuovo, e quello che dovrò fare.
--Con prudenza, mi raccomando;--rispose ancora l'applicato.--Sono un
amico della buona causa; comprometter me sarebbe un far danno a
quella.
--Lo so, non dubiti, sarò prudente;--bisbigliò Gino, mettendo piede
sulla soglia.
In capo alle scale appariva allora il signor commissario. L'ufficioso
personaggio chiese un milione di scuse per la libertà grande che si
era presa, fermando il signor conte Gino a mezza strada e obbligandolo
a scendere da cavallo. Ma in verità non lo aspettava così presto. Come
si vedeva che il signor conte aveva fretta di giungere a Sassuolo e di
cader nelle braccia di suo padre! Amor di figlio, e largamente
ricambiato dal degnissimo conte Jacopo! Lo riverisse in nome suo,
quell'eminentissimo soggetto! Il conte Jacopo doveva sapere per la
bocca di suo figlio che nessuno, nei felicissimi Stati di Modena,
Massa, Carrara e Guastalla, gli era più affezionato, più sviscerato,
più divoto servitore del commissario Camotti.
Gino promise, per farla finita con tutte quelle smancerie; toccò la
mano a lui, la strinse all'applicato e ritornò sulla strada.
La testa gli ardeva, per tutto quello scombussolìo che ci avevano
messo le parole oscure dell'applicato. Si ritrovò al mulino, e davanti
alla vettura, senza sapere come avesse fatto a giungervi.
Aminta lo vide stralunato, ma attribuì quella condizione di spirito
all'angoscia del distacco.
--Animo, dunque!--gli disse.--Dammi un abbraccio e parti.--
Gino gli gettò le braccia al collo e lo baciò ripetutamente sul viso.
--Sempre uniti, non è vero? Qualunque cosa accada, siamo l'uno per
l'altro;--mormorò Gino singhiozzando.--Casa Guerri ha in me più che un
amico riconoscente. Un fratello per te. Aminta; un figlio per tuo
padre. Darei, non una, cento vite per voi.--
Aminta non capì il discorso di Gino; ma neanche era necessario di
capire ciò che si poteva mettere sul conto della commozione. Aiutò
l'amico a salire in carrozza, gli strinse ancora una volta la mano,
gli diede un addio affettuoso, poi fece un gesto al vetturino.
--E svelto!--gli disse, ritraendosi dal montatoio. Il vetturino fece
scoppiettar la sua frusta, e i cavalli partirono di trotto, poi
presero a dirittura il galoppo.
--Povero ragazzo!--esclamò Aminta, restando là in mezzo alla strada
fino a che vide la carrozza.--Com'è addolorato! Ma se ha da ritornare,
che c'è da disperarsi tanto? Mia sorella, piuttosto.... Son così
tenere al pianto, le donne!
Capitolo XI.
La notte di Sassuolo.
Che viaggio fosse quello del conte Gino Malatesti è facile
indovinarlo, dopo aver veduta la partenza.
--Giuseppe è avvertito; Giuseppe le dirà ogni cosa;--ripeteva egli, ad
ogni tanto.--Ma che? Una nuova burrasca, e più grave, si addensa. E
sugli amici miei, sui miei ospiti, sul padre e sul fratello di
Fiordispina!--
Così pensava, così veniva tormentando lo spirito. Ma che avevano fatto
i Guerri, da meritare gli sdegni del governo ducale? Erano forse
sospettati, presi di mira per colpa sua, per le oneste accoglienze che
avevano fatto ad un povero confinato? Ma non era egli perdonato e
richiamato in patria? E che giustizia era quella, che assolveva il
reo, e perseguitava gl'innocenti, per il solo fatto di non avergli
negato l'acqua ed il fuoco?
Un'idea gli si affacciò, ma tardi, alla mente. Il viaggio al lago
della Ninfa: la barca gittata in quelle acque, nel nome della patria,
della gran madre Italia! Ma come potevano risapersi quelle cose a
Modena, se lassù non erano che i Guerri, e famigli affezionati dei
Guerri? Pure, qualcheduno, o per vanto, o per altra leggerezza, doveva
aver accennata la cosa. «Ad onta delle aggravanti» aveva detto a lui
l'applicato. E quali, le circostanze aggravanti, se non erano quelle?
Ma allora, perchè il perdono a lui, e agli altri la persecuzione,
fors'anco il processo e la pena?
Gino Malatesti arrivò a Sassuolo in uno stato veramente
compassionevole. E partendo dalle Vaie credeva di aver bevuto tutto il
suo calice di amarezza, il poveretto! I terrori stillati nell'anima
sua da un umile impiegato, che pur credeva dargli un avviso salutare,
lo avevano quasi impietrito.
Un servitore di casa sua, ma non il fido Giuseppe, era in vedetta
all'entrata del paese. Veduta la carrozza, si fece innanzi, riconobbe
il conte Gino, e gli annunziò la presenza del padre. Poteva dunque
smontare, ed egli lo avrebbe accompagnato. Gino seguì macchinalmente
il messaggero, entrò in una casa senza domandar di chi fosse, e salita
una scala, ed entrato in un salotto grande vuoto e freddo come son
quasi sempre i salotti dei palazzi di campagna, si trovò al cospetto
(bisogna proprio adoperare la classica parola) del conte Jacopo
Malatesti. Avrebbe dovuto salutarlo con effusione di affetto, buttarsi
magari a' suoi piedi ed abbracciargli le ginocchia, come un figlio
pentito; ma questo, che non avrebbe fatto mai, poichè non aveva da
pentirsi di nulla, non gli passò neanche per l'anima. Mormorò appena
una parola, e porse la guancia, come se la separazione fosse stata di
due giorni e si trattasse soltanto di un amplesso di cerimonia.
Fortunatamente il conte Jacopo non era molto espansivo per indole, e
faceva le sue dimostrazioni d'affetto con una grazia riguardosa,
piuttosto destinata a salvar le apparenze, che rispondente ad un
bisogno del suo cuore paterno. Il signor conte non era venuto senza un
perchè ad aspettare il figlio a Sassuolo. Voleva aver tempo e libertà
di fare una lavata di testa, ma coi fiocchi, e lontano dalla famiglia,
la cui presenza gli avrebbe tolta l'occasione, scemata la gravità
della cosa. A Sassuolo, poi, era smontato in casa di un vecchio amico
suo, il barone Pradini. Il palazzo era grande, e aveva un quartierino
appartato per gli ospiti; luogo adatto se altro fu mai ad ogni
libertà, ad ogni severità di discorso.
L'incontro, adunque, fu freddo e cerimonioso che nulla più. Gino,
d'altra parte, era come smemorato; non vedeva, non intendeva niente di
ciò che gli stava dintorno, o che gli toccava di fare. Desiderava la
presenza di Giuseppe, il nostro povero Gino; ma Giuseppe non c'era, ed
egli doveva starsene con l'anima in soprassalto fino a Modena, che era
come dire fino al giorno seguente. E peggio ancora quella fermata a
Sassuolo, che non il viaggio di Fiumalbo fin là; poichè nelle ore
passate in vettura aveva smaniato da solo, in piena libertà, mentre da
Sassuolo a Modena, con suo padre al fianco, doveva tenere un contegno
rispettoso di figlio, e di figlio che ritorna a casa, perdonato sì dal
governo, ma non ancora, nè forse mai intieramente, dal capo della
famiglia.
Infatti, egli aveva ferito quel padre nel più vivo dell'esser suo, in
quella fedeltà che casa Malatesti si vantava di aver mantenuta, anche
in tempi difficili, al governo legittimo. Ciò che Gino aveva fatto per
meritare i primi rigori dell'augusto padrone, non era solamente una
offesa al suo blasone, ma anche uno scandalo enorme, e suo padre non
aveva tralasciato di dirglielo, là, nella camera di giustizia, al
cospetto di tutta la famiglia radunata, poco prima che il giovanotto
partisse per il suo luogo di pena. Scialacquare il fatto suo in feste,
amori, cavalli ed altre pazzie di gioventù, sarebbe stato minor male;
alla peggio, poteva rimanere senza il becco di un quattrino, alla
morte di suo padre, e i fratelli gli avrebbero fatto un piccolo
assegno, se pure non gli fosse bastata la sua paga d'ufficiale
nell'esercito austriaco. Parecchi giovani di grandi famiglie italiane
avevano già preso servizio in Austria, ed erano arrivati agli
altissimi gradi della milizia, dando anche il loro nome ad intieri
reggimenti. A tutto, dunque, ci sarebbe stato rimedio. Ma essere un
liberale, lui, il figlio di quel gentiluomo che non aveva voluto
riconoscere il governo dei ribelli, nel Quarantotto, cioè nel tempo di
tante follìe, per cui tante deboli teste si erano smarrite, che
orrore, che abominio inaudito!
Il conte Jacopo, per darvi un'idea del personaggio, anche fisicamente
considerato, era vecchio, ma d'una vecchiezza ancor verde e non senza
pretese. Rapato la testa, rase le guance, senza ombra di baffi sotto
il naso, era una figura di cortigiano del buon tempo, in cui si era
dovuto rinunziare alla parrucca incipriata, ma si protestava sempre
(molto innocentemente, per verità) contro le basette, le zazzere ed
altri arruffamenti di peli dell'êra napoleonica. Pure, il suo po' di
barba l'aveva portata anch'egli, e fino a pochi anni addietro: barba a
ghirlanda, in forma di soggolo, come il marchese Baldovini. Ma egli
aveva avuto il coraggio di sacrificare quell'avanzo di una vecchia
moda, perchè la barba a ghirlanda distingueva allora, su tanti celebri
personaggi del giorno, un certo ometto pericoloso, torinese di
nascita, il quale aveva portata quella barba a rappresentare il
Piemonte, anzi l'Italia (ahimè tempi calamitosi!) al Congresso di
Parigi.
Eppure, credete a me, non c'era pericolo che i due uomini si
rassomigliassero mai, neanche fisicamente. Il conte Jacopo era di
membra asciutte, risecchito e duro come un santo della scuola
Bisantina. Per altro, non ve lo immaginate diritto sulla persona.
Forse lo era, ma non appariva punto, poichè egli teneva volentieri il
collo rannicchiato nella cravatta, nascosto sotto il bavero del
soprabito, come le testuggini usano nasconderlo sotto l'orlo della
loro scatola ossea. Certi diplomatici camminano così per vezzo; ma
sicuramente hanno imparato da qualche ciambellano come il conte
Malatesti. Quel collo rannicchiato dà alla faccia sporgente un'aria
curiosa, in cui si vedono riuniti, ma non fusi, due opposti
sentimenti, due espressioni, due atti, la riverenza e la familiarità.
Si potrebbe dire che quella è la faccia, anzi la maschera,
dell'ossequio confidenziale; maschera carnevalesca, che ha per i
superiori un sorriso compiacente, per gli eguali una bonarietà amena,
per gl'inferiori una rigidezza sarcastica.
Gino doveva trovare quest'ultima espressione sul volto di suo padre.
L'uguaglianza che un vicendevole affetto ispira così naturalmente
nella intimità della famiglia, non era mai esistita tra lui e il conte
Jacopo; ma per quella volta la distinzione era anche più spiccata del
solito. Gino era trattato da inferiore, da inferiore che ha fallito e
che merita un castigo. Pure, non lo aveva già avuto, il castigo, in
tre mesi di confine? E la riprensione paterna non l'aveva già avuta,
prima di partire da Modena, alla presenza di tutti, nella gran camera
di giustizia del palazzo Malatesti? Ahimè, la faccia del ciambellano
era più dura che mai, e Gino aveva un presentimento che quella
maschera gli serbasse ancora di peggio.
Per un paio d'ore il nostro giovinotto ebbe tregua. Era presente il
padrone di casa, e le leggi della ospitalità passavano avanti a tutte
le collere. Ma come il padre ed il figlio furono soli nel loro
quartierino appartato, il conte Jacopo, scambio di ritirarsi nella sua
camera, si rivolse a Gino e gli disse, con aria tranquilla, ma con
accento severo:
--Sedete, e parliamo d'affari.
--Ci siamo!--pensò Gino, tremando.
E sedette, sopra una seggiola, accanto allo specchio del salotto,
mentre suo padre prendeva posto sopra un canapè, con la dignità di un
giudice antico.
--Vi ascolto, padre mio;--disse Gino, sperando di disarmare la
severità del conte Jacopo con la sommessione delle parole e degli
atti.
Il conte Jacopo incominciò pacato, anzi freddo, con una lentezza che
prometteva un lungo discorso.
--Sua Altezza Serenissima si è degnata di cedere alle mie preghiere, e
ciò per riguardo all'onore della nostra casa, che fu fedelissima ai
Lorena, come era sempre stata agli Estensi. Ha ceduto, dico, alle
preghiere di un padre, sebbene il momento fosse inopportuno alla
clemenza, e piuttosto adatto ad un raddoppiamento di rigore.--
Gino capiva poco la distinzione; ma il suo pensiero corse naturalmente
a quelle parole oscure che gli aveva detto l'applicato di polizia: «Se
ha amici potenti a Modena, com'è dimostrato dalla grazia ch'Ella ha
ottenuta, ad onta di certe aggravanti, non perda un minuto a
scongiurarla.» _Ad onta di certe aggravanti!_ Quali erano, le
circostanze aggravanti, a cui alludeva l'applicato? Qualunque fossero,
le commentava allora la frase di suo padre: «momento inopportuno alla
clemenza.... piuttosto adatto ad un raddoppiamento di rigore.»
Intanto il conte Jacopo proseguiva il discorso:
--I tempi son guasti e certi animi son diventati incorreggibili con un
regime di bontà; è necessario dare esempi salutari, esempi di
severità, perchè non avvenga di peggio. Ma a questo provvederà la
vigilanza del governo. Per quello che risguarda la mia casa,
provvederò io senza fallo. Vi ho scritto l'altro dì, e voglio sperare
che non ritornerete a Modena per fare quel che avete fatto finora.
Perchè, badate bene, se io, fidando troppo nella vostra lealtà, ho
potuto lasciar correre qualche leggerezza giovanile, oggi, avvertito
dall'esperienza, non son più disposto a chiuder gli occhi sui vostri
diportamenti. Ottenendo una grazia insigne da Sua Altezza, ho assunto
un impegno, a cui non verrò meno. Messo in sospetto dal passato, dovrò
raddoppiare la mia vigilanza, e pensare in tempo ai rimedi. Ne
convenite?--
Era una domanda formale, o una figura rettorica? Il conte Jacopo si
era fermato, e Gino pensò che bisognasse rispondere.
--Non so che vogliate dire, padre mio. Io non ho nulla che mi rimorda,
che mi punga la coscienza, da far riconoscere necessaria la vostra
severità.
--Lo so;--disse il conte Jacopo, tentennando la testa.--Voi siete
impenitente.
--Ma in che, padre mio? Voi mi avete accusato di leggerezza, per certi
discorsi.... che mi valsero una condanna. Su ciò non discuto. Ebbi la
pena e non debbo dir altro. Questo vi posso promettere, da figlio
rispettoso, e consapevole dei vostri impegni paterni, che io vivrò
d'ora in poi nel più prudente riserbo, e tutto intento ai miei studi.
Volete che io mi chiuda nelle mie camere, che io non veda più nessuno?
Lo farò volentieri.
--Non vi domando un simile sacrifizio.
--Non sarà tale per me; sono avvezzo alla solitudine, oramai.
--Sì, anche troppo;--disse il conte Jacopo, con un accento
sarcastico.--E nessuna lettera vostra, delle rarissime che ci avete
scritte, accennava al rammarico di non essere in luogo più popolato.
Ma basti di ciò, per ora. Voi dovete mutare il vostro tenore di vita.
E per farvelo mutar bene, in modo che convenga a me, ho risoluto di
ammogliarvi.
--Ammogliarmi?--gridò Gino.--Ammogliarmi?
--Sicuramente. Avete venticinque anni suonati, e mi par suonata anche
l'ora da ciò.
--E sia;--disse Gino, pensando che alla fin fine il terribile decreto
di suo padre non poteva avere esecuzione da un giorno all'altro.--Ma
in questo almeno vi piacerà di consultare il mio desiderio?--
Il conte Jacopo diede a suo figlio un'occhiata, che parve volesse
passarlo fuor fuori. Poi, molto tranquillamente, e quasi pesando le
parole ad una ad una, rispose:
--Certamente, poichè il vostro desiderio non potrà essere disforme
dalle tradizioni e dagl'interessi della casa Malatesti. Almeno nelle
alleanze,--soggiunse il vecchio, rendendo a Gino la pariglia del suo
avverbio puntiglioso,--almeno nelle alleanze vorrete conservare quella
dignità che non vi è piaciuta in materia d'opinioni politiche.--
Gino non ebbe il coraggio di fiatare. E il vecchio proseguì, mutando
il tono grave nel sarcastico:
--Del resto, non dubitate. Io non sono un padre di palcoscenico, che
voglia rendere infelice il protagonista sentimentale a cui ha dato la
vita per volontà dell'autore. Sono un padre vero ed umano, un po'
rigido, se volete, ma per debito di onestà, per rispetto a tante
generazioni di galantuomini che lo hanno preceduto, che deve
considerare le convenienze della famiglia, aver occhio alle sue
condizioni economiche, e le une e le altre, insieme con le proposte
che possono rampollarne, vuol sottoporre alla vostra alta
approvazione. Avrete dunque il diritto di scegliere, non dimenticando
che Malatesti siete nato, con mille anni di nobiltà accertata e
riconosciuta, che vostra madre è una Pallavicina, con altrettanti, e
che dovete qualche cosa a questo sangue; almeno almeno,--e qui il
vecchio battè ancora sull'avverbio,--di non fallire alle consuetudini.
--Ah!--mormorò Gino, che si sentiva perduto. Ma il vecchio Malatesti
non mostrò di dargli retta, se non per piantar meglio il dardo nella
ferita.
--Avete dunque capito, mi pare;--riprese egli, implacato.--Ho fatte le
mie indagini, ho meditato su tutti i partiti che potevano offrirsi, e
per venir subito alla migliore delle proposte, a quella che raccoglie
in sè tutte le condizioni di sangue, di ricchezza, di educazione, ed
anche di bellezza (poichè questa non va dimenticata, quando c'è) ho
pensato che convenisse molto a voi la figliuola del mio amico
Baldovini.--
Andava per le spicce, il conte Jacopo, e bisognava rendergli questa
giustizia, che non voleva far soffrire troppo a lungo suo figlio, per
l'incertezza del modo in cui doveva essere finito. Il povero Gino ebbe
un tremito nervoso, e gli si offuscò la vista, all'udire quel nome. Ma
vide allora, come in una nube, la lettera del suo grande amico Emilio
Landi, in cui era magnificata, levata a cielo, la bellezza della
giovane Baldovini.
--Come?--balbettò egli.--Una bambina!...
--Ha diciott'anni;--ribattè il conte Jacopo.--Lo so da suo padre, e
non me lo ha negato sua madre. Voi non l'avete guardata molto
attentamente.... Parlo della figliuola, si capisce!--soggiunse il
vecchio, non sapendo rinunziare all'occasione di lanciare un bel
frizzo.--Non l'avete guardata molto attentamente; ma vi consiglio di
farlo fin da domani, quando andrete a visitar la marchesa.
--Oh, padre mio!--esclamò Gino, trascurando l'ironia e non vedendo che
l'orrore della cosa;--con tutto il rispetto.... con tutta l'obbedienza
che vi devo, non ci andrò.
--Non ci andrete? E perchè, se è lecito domandarvelo?
--Perchè... perchè.... Voi non mi costringerete a dirlo. Ma
un'alleanza con quella casa....
--C'eravate così intimo!
--Ebbene, per quella medesima intimità....
--Ragazzate!--sentenziò il conte Jacopo.
--Ma il mondo, padre mio....
--Il mondo vedrà nel fatto d'oggi la più bella, la più categorica, la più
solenne smentita a tutte le sue ciarle di ieri. Se pure,--soggiunse
filosoficamente il vecchio Malatesti,--se pure il mondo si ricorderà di
averne fatte, fino a tre mesi fa. Non mettiamo dunque fuori di queste
scuse; non mostriamo di volerci attaccare a' rasoi. Infine, volete voi
che io dica al mio vecchio amico Baldovini le ragioni, gli scrupoli, per
cui ricusereste la mano ch'egli ci offre? Perchè egli ce l'offre, capite?
egli in persona; e la marchesa Polissena approva un'idea, che ella
medesima ha ispirata al marito. Voi sapete che il Baldovini non fa nulla
senza sua moglie.--
Un interlocutore che avesse amato il frizzo come lo amava il vecchio
Malatesti, avrebbe colta a volo l'occasione per dire che la moglie non
gli ricambiava la cortesia. Ma il nostro Gino pensava a tutt'altro.
Egli rivide in nube la lettera di Emilio Landi e fremette.
--Mi sarei dunque ingannato?--pensò.--Quella lettera sarebbe stata
scritta... sotto la dettatura di lei?--
Si poteva fare molto cammino su quella traccia che il caso metteva
dinanzi alla immaginazione di Gino. Ma egli doveva difendersi dalle
incalzanti argomentazioni di suo padre.
--Ma che significa tutto questo amore così tardo dei signori Baldovini
per me?--domandò egli, scuotendosi, e mostrando un rancore che non
sentiva in cuor suo.--Mi hanno almeno dimostrato un po' d'amicizia
nella sventura che mi era venuta addosso?
--Vi potrei rispondere che questo disegno d'alleanza ne è una
luminosissima prova, e certamente più seria di una lettera di
condoglianza;--rispose il vecchio Malatesti.--Ma io posso dirvi ben
altro. Sappiate che la marchesa Polissena si è unita, alleata a me,
nelle pratiche occorrenti per il vostro perdono. Ella ha disposto a
favor vostro il ministro, che non è mio amico, sebbene mi tratti
sempre con tante cerimonie. Forte di questo appoggio, io non mi sono
inginocchiato inutilmente a Sua Altezza.
--Con mille anni di storia!--osò dire Gino Malatesti.
Il vecchio conte saltò dal cuscino del canapè, come se lo avesse
spinto una molla.
--Che intendete di dire, malcreato?--gridò egli inviperito per la
tracotanza del figlio.
--Che per me, padre mio, non dovevate inginocchiarvi davanti a
nessuno, foss'anche un duca della casa di Lorena, tanto più recente
della vostra.--
Il conte Jacopo volse in giro un'occhiata sospettosa; poi, come non
fosse ancora ben certo, andò verso l'uscio, lo aperse e guardò
nell'anticamera. Finalmente, richiuso l'uscio dietro di sè, ritornò
verso il figliuolo, che era rimasto là, non sapendo che pensare di
quella scena, e gli disse a mezza voce, ma con intensità tanto
maggiore di accento:
--Sciocco! Imparate qualche cosa della vita anche voi. I duchi e i re
non sono opera nostra; li fanno le circostanze, i tempi, la
concatenazione degli eventi, e più di tutto le follìe dei popoli. Se
non fossero state queste follìe, i Malatesti avrebbero ancora uno
Stato, come lo avrebbero i Pallavicini, donde pur discendete, per
vostra madre. I rivolgimenti politici hanno spogliate le nostre
famiglie, ci hanno dispersi qua e là, nelle corti di più fortunati
signori. Ed eravamo duchi di Ravenna nel 752, ricordatelo; duchi di
Ravenna, e non per diritto longobardico, ma per avanzo di potestà
romana; poi fummo signori di Rimini, di Pesaro, di Fossombrone, di
Fano, di Cesena, di Cervia; padroni della Marca, insomma, assai prima
che si parlasse di casa Borgia nel mondo. So la mia parte di storia, e
dovreste saperla anche voi. Dovreste sapere altresì che i Malatesti,
perduti gli antichi dominii, ridotti allo stato di semplici
gentiluomini, hanno almeno serbati i loro privilegi, quei privilegi di
cui fate alle volte così poca stima, e che pure vi servono tanto,
eleganti fannulloni, per correre di qua e di là, onorati da per tutto,
inchinati dal volgo alto e basso. Voi giovani vi date bel tempo,
sfruttando l'economia e la previdenza dei vostri maggiori; noi
frattanto, padri non degeneri dagli avi, dobbiamo pensare a mantenervi
lo stato, a procacciarvi le alleanze che guarentiscano ai vostri
figliuoli l'agiatezza e gli onori del grado. Pensate che ho tre figli,
io, e in tre parti andrà divisa la mia sostanza, niente più larga di
quella d'un modesto banchiere.
--Se non è che questo,--disse Gino, appena un sospiro del conte Jacopo
gli permise di collocare una frase nel discorso,--ci sono sul Modenese
altre ricchezze e maggiori di quelle che può darci un'alleanza coi
Baldovini.
--Ci verremo, alle maggiori, ci verremo;--rispose il conte Jacopo.--Ma
i Baldovini non hanno solamente ricchezze; hanno credito. La marchesa
Polissena è potente a Corte. Non ho dovuto sperimentarlo io? Soltanto
dopo che la marchesa è entrata in lizza, allora soltanto, ho potuto
esservi utile, ottenere il vostro perdono da Sua Altezza, io,
ciambellano antico, io più fedele alla casa del Duca, nei giorni della
sventura, che non fossero tanti nobili di più fresca data, compresi
gli stessi Baldovini. Pensate a questo, Gino, e finiamola con le
vostre ripugnanze inesplicabili.
--Inesplicabili! Vi piace di chiamarle così;--mormorò Gino.--Ma io non
vi ho detto ancora tutto.
--Parlate, allora. Siamo qui per dirci ogni cosa. Appunto per questo
ho voluto venirvi incontro a Sassuolo.
--Ebbene, padre mio.... Se non fossi io l'uomo più adatto a far felice
la giovane Baldovini.... Se ella amasse già un altro....
--E chi, di grazia?
--Il marchese Landi.
--Come lo sapete?
--Ho una sua lettera, in cui non fa che parlarmi della marchesina, dei
suoi vezzi, dei suoi trionfi di società. È una lettera di un
innamorato.
--Come v'ingannate!--esclamò il conte Jacopo.--Emilio Landi è uno dei
vostri.... Via! mi fareste dire delle cose....
--Ditele, padre mio; non vi trattenete per me.
--Ebbene, sì, uno dei vostri successori;--replicò il vecchio
Malatesti, compiendo la frase.
--Me ne rallegro con la marchesa;--disse Gino, che vedeva così
confermato un suo recente sospetto.--Ma ecco una ragione che dovrebbe
rendermi molto penoso il rimetter piede in quella casa.
--Sciocchezze, ve l'ho già detto una volta.
--E siano pur tali;--ribattè Gino.--Ma anche di queste si vive. Ora,
io non sposerò mai la figlia dei Baldovino Non posso...--soggiunse,
alzando la voce, per darsi in quel modo un po' d'energia.--Non posso,
non devo, non voglio.--
Il conte Jacopo si morse le labbra, vedendo così sfidata la sua
autorità paterna.
--Ecco un discorso che stona con la vostra condizione rispetto alla
mia;--diss'egli, dopo un istante di pausa.--Che voi possiate e
dobbiate, mi sembra di averlo dimostrato abbastanza, nè intendo di
spenderci altre parole. Che voi non vogliate... è ciò che vedremo.
Badate bene, Gino! Potrei anche diseredarvi.
--Ma non togliermi la vostra stima, padre mio;--replicò il giovane,
animandosi.--Questa mi è cara assai più delle vostre sostanze.
Ascoltatemi, ve ne supplico, e poi giudicate.
--Non ho fatto altro finora;--disse il vecchio Malatesti.--Ma poichè
avete ancora qualche novità in serbo, son qua per ascoltarvi.--
Così dicendo, si ricompose sul sedile e stette in atto di giudice ad
udire il figliuolo.
Gino, ridotto agli estremi delle sue difese, fece uno sforzo violento
e svelò tutto il suo cuore. Tanto avrebbe dovuto farla, un giorno o
l'altro, la sua confessione generale; e meglio allora che poi. Narrò
come fosse giunto a Fiumalbo, per recarsi a confine in Querciola; come
avesse conosciuti i Guerri e ricevute le dimostrazioni più affettuose,
le prove di una ospitalità che doveva essere ricordata con
gratitudine, non solamente da lui, ma da tutti i Malatesti. In quella
casa aveva conosciuto un angelo di bellezza e di bontà; la sua virtù,
la sua educazione, avrebbero innamorato il conte Jacopo, come avevano
innamorato suo figlio. Bisognava vederla, bisognava conoscerla, quella
divina fanciulla. I Guerri, poi, erano ricchi.... Egli si vergognava,
in verità, di dover mettere in conto queste cose; ma infine, se
potevano persuadere suo padre, erano argomenti non ispregevoli, perchè
i Guerri erano infatti ricchissimi, e conosciuti per tutto l'alto
Modenese come i re della montagna.
Il conte Jacopo era rimasto ad ascoltarlo, taciturno, immobile, senza
batter palpebra, e Gino sperò di essere stato eloquente. Alla fine, il
vecchio Malatesti parlò.
--Re! Un bel titolo, non lo nego, e val più che marchese. Ma son
nobili, questi re?
--Padre mio! Vi assicuro....
--Tacete! Una sciocca passione vi farà anche trovare una genealogia ed
uno stemma per la vostra Dulcinèa. Avete infatti qualche cosa di Don
Chisciotte nell'anima. Il sentimento della cavalleria, senza dubbio, e
la propensione alle avventure agresti. È una ubbriacatura come
un'altra. Non vi mancherà più altro che di giudicar la montagna più
abitabile della pianura, e la società dei taglialegna preferibile a
quella delle persone educate. Non mi dite più nulla. Vi ho ascoltato
con pazienza, per vedere fin dove giungesse la vostra follìa, e
riconosco che era tempo di richiamarvi a casa, perchè avreste fatto
qualche ragazzata irrimediabile, dopo tutte le altre... che costeranno
care, ve ne avverto, assai care ai vostri ospiti.
--Care!--esclamò Gino atterrito.--Spiegatevi, in nome di Dio! È un
obbligo d'onore per voi.
--Che cosa?--ribattè alteramente il vecchio Malatesti.--Vi verrebbe
forse in mente di dare una lezione a me?
--Me ne guardi il cielo!--rispose Gino, tentando di disarmare suo
padre con l'umiltà dell'accento.--Ma se i signori Guerri han da
soffrire una persecuzione per colpa di un Malatesti, è il capo di
questa famiglia che deve soccorrerli. E voi, dicendomi tutto....
--Vi dirò per ora che quella è la vostra camera;--interruppe il conte
Jacopo.--Andate a riposarvi, o a meditare su ciò che vi tocca. Forse,
anzi senza il forse, l'alleanza vostra coi Baldovini sarà più utile ai
Guerri che non l'altra, sognata da questi montanari con noi.--
Gino s'avvide che non c'era più nulla da rispondere, più nulla da
ottenere. E non ribattè nemmeno, quantunque ne soffrisse acerbamente
in cuor suo, l'offesa che si faceva in quel punto alla dignità de'
suoi ospiti. Si ritirò, mormorando un saluto, mentre il conte Jacopo
si avviava dall'altro lato alla sua camera, duro, impettito, col collo
rannicchiato e la maschera alta.
La triste notte di Gino Malatesti non si descrive. Furono pianti
dirotti, furono disperazioni a cui non recò tregua neppure il sonno,
poichè lo accompagnavano dolorose visioni. Gino sognò i Guerri in
carcere, accusati di lesa maestà, e Fiordispina che tendeva a lui le
braccia supplichevoli, implorando aiuto e protezione. A lui! Ma che
poteva far egli? Andar là, dove non poteva mandarlo neanche un comando
di suo padre? Ahimè, sì, bisognava risolversi. Gino Malatesti,
avvilito come gli ultimi della sua stirpe, si umiliava davanti alle
potenti sirene, come essi si erano umiliati davanti ai duchi, ai
tiranni d'ogni specie. La bionda sirena lo attirava, lo involgeva
tutto in uno di que' suoi sguardi luminosi, e accanto a lei,
consigliere della viltà, sorrideva Emilio Landi.--Sì, devi risolverti;
saremo tutti per i tuoi Guerri; una nostra parola farà cessare ogni
persecuzione contro di loro. Che cosa si domanda a te? Un
monosillabo.--E il salotto allora diventava una chiesa; e, Dio mi
perdoni, il sofà della marchesa Polissena si tramutava in altare. Una
fanciulla vestita di bianco, bellissima invero, ma non lei, non
Fiordispina, era al fianco di Gino. Il sì era richiesto; il sì era
profferito; ma gli aveva bruciate le labbra, ed egli balzava indietro,
fremendo. Lode al cielo, non era stato che un sogno. Ma la realtà era
forse più lieta?
Tristi, odiose necessità sociali! Il decoro di casa Malatesti voleva
un sagrifizio da lui. Ah, il decoro di casa Malatesti, qual riso amaro
gli chiamava alle labbra! Francava la spesa di mantenerlo, quel
decoro, dopo che i suoi maggiori lo avevano trascinato nella polvere,
sull'orma di tanti fortunati bricconi! Ma già, l'obbligo, la
tradizione delle famiglie storiche!... Sì, storiche oramai nella
debolezza, non potute rinsanguare neanche dall'errore di qualche
passione colpevole, tanto agli evitati mali dell'eredità si
sostituiscono vigorosi i pregiudizi, i costumi, i vizi dell'ambiente,
nuove cause di decadenza, e più gravi!
Gino Malatesti la sentiva allora, l'oppressione dell'ambiente morale
in cui era vissuto. Voleva uscirne, e la cappa di piombo si aggravava
su lui, come la tetra vôlta del carcere Tulliano, sotto cui si era
soffocati, assai prima di morire strozzati.
La luce del giorno lo colse, ancora tutto immerso e perduto in vani
disegni. Il poveretto non sentì mai tanto come allora la inanità degli
sforzi di un uomo, quando tutto congiura contro di lui. L'accortezza
che prevede... l'abilità che riesce... tutte parole vuote di senso!
L'uomo ha il suo fato. Unico rifugio la coscienza; unica libertà il
soffrire.
La carrozza aspettava, e poco dopo, salutati i Pradini, si ripartiva
per Modena. Il conte Jacopo era taciturno, ma calmo, come se nulla
fosse avvenuto. La maschera si era rifatta umana, scegliendo per
altro, fra tutte le espressioni possibili, quella del sorriso
cortigiano. Era del resto l'espressione consueta del conte Jacopo, e
Gino ne rimase ingannato.
--Padre mio,--osò dirgli, alle porte di Modena,--vi vedo più
tranquillo... più buono con me...
--Sì,--rispose il conte Jacopo,--nella fiducia che sarete buono anche
voi, e obbedirete a vostro padre.
--Ma...--balbettò Gino.
--Non c'è ma che tenga: obbedire è l'obbligo vostro, se volete
riacquistare la benevolenza mia.
--Ve ne prego, ve ne scongiuro;--rispose Gino umilmente;--ditemi
almeno dei signori Guerri.... Che pericolo li minaccia?
--La loro sorte non è in mia mano.
--E di chi?--
Il vecchio Malatesti non rispose direttamente alla domanda incalzante
di suo figlio. Tentennò un poco la testa; poi lasciò cadere dall'alto,
stanche e fredde, come una pioggia lenta d'autunno, queste poche
parole:
--Vi ho già detto che io non ho nessun potere sul ministro. Fummo
rivali nella grazia del principe, ed egli se ne ricorda.--
Poi sospirò, il conte Jacopo, ed aggiunse:
--Così si preparano, nella gelosia dei servitori, le cadute dei
legittimi padroni.--
Ma queste filosofiche considerazioni non avevano che fare col triste
caso di Gino Malatesti, e il nostro povero giovanotto lasciò cadere il
discorso.
Oramai non aveva più speranza che in Giuseppe. Piccola speranza, in
verità, poichè da quel fidato servitore non c'era da aspettarsi aiuto.
Ma quel brav'uomo sapeva le cose appuntino, e il sapere ciò che si
trama contro di noi, contro gli amici nostri è già un'arma nelle
nostre mani, il principio e il fondamento di ogni difesa. Pochi minuti
ancora, e lo avrebbe veduto, lo avrebbe interrogato, il suo fedel
servitore. La carrozza era entrata in Modena, svoltava un angolo ben
conosciuto, giungeva davanti al palazzo Malatesti, infilava il
portone, per andarsi a fermare davanti alla scala padronale. Due
servitori si presentarono allo sportello, ma uno di essi era il
portiere, l'altro.... non era Giuseppe. Entrato in casa, Gino fu
lungamente in balìa della famiglia, abbracciato, guardato,
interrogato, poi nuovamente abbracciato, come sempre avviene in simili
casi. Soltanto un'ora dopo gli fu concesso di ritirarsi nella sua
camera, per darsi la ripulita necessaria e mettersi in arnesi di
città.
Finalmente! Era nel suo nido. Come lo avrebbe veduto volentieri, in
ogni altra occasione! Ma allora, con tutte quelle tristezze, con tutte
quelle curiosità pungenti nell'anima, non guardò, non vide nulla.
Cioè.... dico male; vide il campanello e suonò per chiamare il
servitore.
E il servitore venne, ma non era Giuseppe.
--Ah, Silvestro, sei tu?--diss'egli, come per dissimulare sotto la
cortesia del saluto un primo e naturalissimo gesto di dispiacere.--Puoi
dirmi dov'è andato a ficcarsi il mio abito grigio! Sai? quello che ha i
bottoni metallici.
--Illustrissimo, non ne so nulla;--rispose Silvestro.--Cercherò
nell'armadio.
--Nell'armadio non c'è;--disse Gino.--In quei cassetti nemmeno.
Chiamami Giuseppe; egli forse ne saprà qualche cosa.--
Silvestro obbedì, e Gino respirò vedendolo andare così risolutamente.
Aveva già incominciato a temere che gli avessero mandato via il suo
fido Giuseppe.
Questi, da buon cospiratore, non si era mostrato molto premuroso,
all'arrivo del padroncino, e infatti non era neanche venuto in
anticamera. Bisognò andarlo a cercare nella camera di servizio, dove
se ne stava tutto intento alle opere del suo ministero. Andò,
chiamato, e fu felice d'incontrare per via il conte Jacopo, di esserne
interrogato e di potergli rispondere:--vado dal signor conte Gino, che
cerca un suo abito grigio e non lo trova.--
Le dimostrazioni furono brevi, tra Gino e il suo buon servitore.
L'uscio della camera rimaneva aperto, qualcheduno poteva ad ogni
momento passare di là. Ma fingendo di rovistare nei cassetti, aprendo
e chiudendo via via un mobile o l'altro, per cercar sempre un abito
grigio che era stato ritrovato alla bella prima, Giuseppe ebbe tempo e
modo di dire al padroncino tutto ciò che più gl'importava di sapere.
Alla polizia ducale, forse venti giorni prima, era giunta notizia di
una festa sulle rive di un lago, di discorsi pronunziati, di evviva
all'Italia, di voti temerarii per la distruzione dell'ordine
stabilito, di una piemontesata, insomma, come allora si diceva,
riferendo ogni protesta, ogni dimostrazione di sentimenti patrii, alle
mene, alle istigazioni dell'aborrito Piemonte. Capi di quel tentativo,
di quel principio di ribellione, erano i Guerri, i ricchi padroni
delle Vaie, nè da meno di loro si era mostrato un parroco, che aveva
osato imporre ad una barca il nome scomunicato d'_Italia_. La cosa era
enorme, tanto enorme, che a tutta prima non si voleva credere alle
relazioni avute. Si erano chiesti nuovi particolari, e i nuovi
particolari avevano confermati i primi, aggravandoli. L'autorità,
grandemente turbata, vedeva necessario un castigo esemplare. Ma in
quel frattempo il ministro di Stato aveva promesso di richiamare a
Modena, prosciogliendolo dal confine, il giovane conte Malatesti;
voleva mantenere la promessa fatta alla signora marchesa Baldovini.
Perciò si era stabilito d'ignorare la parte avuta dal conte Gino in
quella festa, non vedendoci al più che una nuova ragazzata; di
richiamare a Modena il giovanotto, e, lui partito da Querciola, di
aprire un'inchiesta sulla faccia del luogo, interrogando all'uopo
tutti i famigli dei Guerri, e d'istruire un processo, se fosse stato
del caso.
Gino fremette, udendo tutte quelle notizie, che gli dava a spizzico il
suo fedel servitore.
--E la marchesa ha mano in tutto ciò?--chiese egli, come Giuseppe ebbe
finito il racconto.
--Ha avuto mano nella liberazione di Vossignoria;--rispose il
servitore;--è naturale che fosse istruita del resto. A proposito, non
deve dimenticare che la signora marchesa mi ha mandato l'altro giorno
a chiamare.
--E perchè?
--Ne giudichi Lei, illustrissimo. Mi ha chiesto se conoscevo i signori
Guerri. «Tu hai accompagnato il tuo padrone a Querciola,--mi disse,--e
ne saprai qualche cosa. Che gente è quella? Quanti sono in famiglia?
Come vivono? Sento che ci hanno anche una bella ragazza. L'hai
veduta?»--Io, scusi la mia indiscretezza, ho creduto subito ad un
sentimento di gelosia. Ma non sapevo nulla di nulla, e mi fu facile
dimostrarglielo, poichè avevo accompagnato Vossignoria fino a
Pievepelago, e non potevo conoscere le persone ch'Ella aveva
conosciute poi a Querciola, o nei dintorni di Querciola. Persuasa
dalle mie risposte, la signora marchesa mi fece altre interrogazioni.
Voleva sapere da me se Vossignoria mi avesse scritto qualche volta. Io
stetti in guardia, e risposi di no. Non si sa mai, ho detto fra me. La
signora marchesa è donna, e potrebbe un giorno o l'altro lasciarsi
sfuggire un segreto che al mio padrone importasse di non veder
propalato. Ho fatto male?
--No, hai fatto benissimo;--rispose Gino, abbracciandolo.--Va, buon
Giuseppe; parleremo meglio stasera.--
Ah, la signora marchesa voleva dunque conoscer tutto, per filo e per
segno; sapere ciò che lo aveva trattenuto, ciò che gli aveva reso
dolce il suo luogo di pena! Quella donna che per tanto tempo aveva
mostrato di non darsi alcun pensiero dell'amico proscritto, quella
donna che aveva lasciate senza risposta le sue lettere, che era
passata da Fiumalbo, non curante di lui, superba, gloriosa di altre
conquiste, quella donna aveva seguiti i suoi passi! Non già molto
attentamente, nè giorno per giorno. Le sue erano notizie raccolte più
tardi, e che ella cercava di completare, interrogando Giuseppe. Perciò
allora soltanto ella si era ricordata dell'uomo che le aveva recata la
lettera di Gino Malatesti!
La marchesa Polissena conosceva ancora l'episodio della fanciulla dei
Guerri. Da chi poteva averlo risaputo? Dal ministro di Stato; era
facile indovinarlo. Se la polizia ducale aveva avuto un referendario
compiacente per la gita del Lago, niente di più facile e di più
naturale che la relazione si fosse estesa dai particolari del fatto
alle persone che ci avevano partecipato. E quali esagerazioni, in quel
rapporto dello spione! Si parlava di discorsi, di evviva, di voti
espressi per la caduta del governo ducale! Evidentemente il
referendario non aveva cognizione diretta delle cose; scriveva
d'udita, e le scarse notizie di un imprudente famiglio dei Guerri
diventavano sotto quella penna assassina un vero atto di accusa. Non
avviene sempre così, nell'esercizio di quel brutto mestiere? La spia
vuol farsi un merito delle rivelazioni, e vi aggiunge sempre molto del
suo.
Così il conte Gino ricomponeva nella sua mente ogni cosa, ricostruiva
il fatto che doveva cagionargli tante angosce e tanti terrori. In
quella ricostruzione mentale, vedeva anche il suo dolce segreto
conosciuto dalla marchesa Polissena, fors'anche dal conte Jacopo,
prima che egli fosse di ritorno a Modena, con la speranza di
persuadere suo padre. Della marchesa, in ogni altro momento, gli
sarebbe importato poco. Non era sicuramente la gelosia che la rendesse
curiosa, ed egli oramai ne sapeva il contrario. Pure, mettendo da
parte il sospetto della gelosia, il guaio non era che più grande per
lui. Polissena, volendo dare la sua figliuola ad un Malatesti,
conosceva il segreto di lui: e Gino e i Guerri, pur troppo, erano in
balìa di quella donna, poichè ella conosceva il ministro e lo muoveva
a sua posta. Come dubitare del poter suo, se ella aveva ottenuto il
perdono di lui, proprio allora che per il rapporto della spia sarebbe
stato il caso di aggravargli la pena?
Ma allora?... Il perdono per lui, e un'inchiesta per gli altri. Tutti
i ragionamenti, tutte le meditazioni di Gino venivano a quel punto. E
allora gli si affacciò alla mente quella figura di commissario, tutto
dolce e carezzevole, che davanti a lui aveva nascoste le unghie e
fatte le fusa. Forse a quell'ora, mentre Gino ricordava la faccia
patibolare e gli atti umili del signor commissario, l'inchiesta contro
i Guerri era già incominciata; il signor Francesco, il signor Orlando,
il povero Don Pietro Toschi, Aminta, suo fratello Aminta, erano già
stati chiamati alla presenza del Minosse ducale. E non potevano esser
già incarcerati? Dio santo! Un brivido corse per tutti i nervi del
povero Gino. Ma no, non era possibile che si giungesse di primo colpo
fin là. Il commissario non aveva che un applicato con sè; niente
sgherri, niente apparato di forze. Si trattava di una semplice visita,
di qualche interrogatorio abilmente condotto, per sincerare i fatti, e
non altro per allora, non altro. Il peggio, sicuramente, sarebbe
venuto poi; fors'anche presto, fra due o tre giorni, quanti bastavano
per andare e tornare. Comunque fosse, non c'era tempo da perdere.
Quella sera, il conte Gino Malatesti, che aveva mostrato a suo padre
tanta ripugnanza contro le visite, il conte Gino Malatesti andò al
palazzo Baldovini. Non era giorno di conversazione. Meglio così.
Capitolo XII.
Una inchiesta misteriosa.
Voi combattevate, o Gino, e la fanciulla dei Guerri pregava. Così, sui
portali marmorei delle nostre città di Liguria, l'arte medievale ha
raffigurato il virtuosissimo barone San Giorgio, che spinge il
destriero a galoppo e calpesta il drago arrovesciato, ficcandogli la
punta della sua lancia nella gola spalancata, mentre sul ciglio di un
sasso una giovine principessa inginocchiata, a mani giunte, implora la
vittoria del suo campione dalla clemenza di Dio.
Tra l'antica rappresentazione e il caso presente correvano per altro
due differenze. Gino Malatesti non aveva ancora piantata la lancia
nella gola del drago, e Fiordispina, anche pregando con tutto il
fervore dell'anima sua, non aveva l'aria di guardare ad altro, come la
principessa di Cappadocia. Fiordispina teneva gli occhi rivolti a
Fiumalbo, a quella lunga fila di monti e colline che separavano il
Cimone dalla pianura modenese. Di là aspettava oramai la luce degli
occhi suoi, la vita del suo cuore: pregando il cielo, confidava anche
nel suo Gino, e discacciava come indegni di lui, del suo carattere,
della sua lealtà, i neri presentimenti che venivano ad assalirla.
Intanto a Fiumalbo s'incominciava a discorrere, a far castelli in
aria, sulla presenza di quei due impiegati del governo ducale. Si era
creduto a tutta prima che fossero due ingegneri, venuti a studiare per
la costruzione di un ponte, già tante volte domandato e mai ottenuto,
scambio di quello di legno che ogni piena un po' grossa abbatteva, e
che i Guerri, buona gente, rifacevano sempre a spese loro. Il sindaco
Cervarola, interrogato dagli anziani del paese, non diceva nè di sì nè
di no; ma era molto pensieroso, il brav'uomo, più pensieroso del
solito, e pareva che gli pesasse la carica. Al signor Aminta, che gli
chiedeva anch'egli notizie, il signor sindaco aveva risposto:
--Che ne so io? Vogliono saper tante cose! Ora vi sembra che mirino di
qua, ora sembra che guardino di là. Mi è passato per la testa che
vogliano fare un censimento nuovo delle famiglie.
--Un censimento! Che diavolo? Ma se è stato fatto da poco!
--Che cosa ho da dirvi io?--Fors'anche un nuovo catasto. Vogliono poi
tante cose! Chi è il tale, chi è il tal altro, che mestiere fa, dove
abita, dove si può vederlo.... Ieri, per esempio, mi hanno domandato
anche di Pellegrino Menghi, che è il vostro servitore, e di Lorenzo
Tamaroni, il vostro caposquadra alle Serre.
--Due uomini,--borbottò il Guerri, facendo una spallata,--che non
hanno niente a vedere con la giustizia.--
Così erano rimasti, sapendone meno di prima, e sospettando ogni cosa.
Ma il giorno seguente nuove voci si sparsero in paese. I due ufficiali
del governo andavano di qua e di là, prendendo lingua da tutti i
casolari, chiedendo cose di nessun conto; per altro, qualcheduno era
anche chiamato alla loro presenza, nelle stanze della casa comunale.
Di che si fosse parlato non si poteva sapere, perchè i chiamati
all'interrogatorio non volevano appagare la curiosità degli amici, e
neanche delle loro famiglie. Avevano paura, e si eran cucita la bocca.
Altro che censimento! altro che catasto! C'era la ragion politica, lì
sotto. Del resto, il signor Francesco Guerri conosceva i due
personaggi per impiegati di polizia, ed era già troppo non aver capito
alle prime che razza di commissione fosse la loro. Perciò il vecchio
Guerri chiamò a sè Lorenzo Tamaroni e gli disse:
--Che è stato? Ti hanno interrogato ieri. Su che?--
Erano alla Serra, ma in luogo appartato, e nessuno degli uomini
addetti al lavoro poteva udire il discorso. Lorenzo Tamaroni diede
tuttavia un'occhiata sospettosa in giro; poi raccontò minutamente ogni
cosa.
--Il signor sindaco mi ha fatto chiamare ieri mattina.--È per ordine del
signor commissario, venuto da Modena;--mi ha detto subito, quando mi son
presentato da lui. Infatti, poco dopo è capitato il signor commissario
col suo aiutante; si son seduti tutt'e due alla tavola del sindaco, e
quando siamo rimasti soli noi tre, mi han detto di sedere e di rispondere
con sincerità a tutte le domande che mi avrebbero fatto. Uno domandava e
l'altro scriveva.--E così? (mi ha detto il primo). Siamo al lavoro delle
serre?--Sì, illustrissimo.--E si fatica molto?--Eh, sicuramente, non è un
mestiere troppo comodo.--Guadagnerà molto, il vostro principale?--Non
saprei.--Come? Non lo sapete?--Signor mio, che vuole? Faccio il
boscaiuolo, io; si dà al tronco dell'albero fino a tanto che possa
cascare con una spinta; si svetta, si scortica, e poi, giù nel gran
solco, fino alla serra. Quando ce ne sono cinquecento ammucchiati,
s'incomincia a voltargli l'acqua, che faccia lago, e ci possano
galleggiar dentro; poi, quando se ne son fatti entrare tanti che bastino,
si apre la cateratta, e via, che pare il diluvio. Ecco quello che faccio
io, che facciamo tutti noi, illustrissimo; e quel che succeda del
legname, quando lo abbiam perduto di vista, e i guadagni che può
procurare al padrone, non è cosa che possiamo sapere noialtri.--A
proposito d'acqua, siete andati un giorno a lanciare una barca in un
lago?--Nel lago della Ninfa, sì, illustrissimo.--Ed era grossa?--Che! Un
guscio di noce.--E perchè l'avete lanciata?--Per obbedire agli ordini dei
nostri padroni.--Ma essi, che idea avevano?--Se ho bene inteso, quella di
assicurarsi che non ci fosse un vortice nel mezzo del lago.--Benissimo; e
si è anche fatto un po' di festa.--Capirà, illustrissimo, quando si è in
tanti, e si è fatto un lungo viaggio....--Festa patriottica, con discorsi
ed evviva; si è dato alla barca un bel nome....--Non so.--Come? Neanche
questo sapete?--Signor mio, non lo so; forse dal posto in cui ero, non ho
potuto sentirlo.--Ve lo dirò io, il nome d'_Italia_. Non vi piace
forse?--Eh, gli è un nome come un altro.--E non sapete dunque chi abbia
dato quel nome? Chi c'era, intorno alla barca? I signori Guerri, non è
vero?--Come padroni, ci dovevano essere di sicuro.--E il prevosto Don
Toschi?--Anche quello,--E il conte Malatesti?--Non so se si chiami così;
ma un giovanotto che chiamavano il signor conte, l'ho veduto
benissimo.--È forse lui che ha dato il nome alla barca?--Sarà, ma non
posso giurarlo; Le ho già detto che ero distante, e non ho sentito
nulla.--Dite piuttosto che siete duro d'orecchio, perchè eravate ben
vicino, come caposquadra, al comando della manovra. Basta, andiamo
avanti. E il conte Malatesti, come era amico coi vostri padroni?--Non lo
so; non me l'han detto.--Voi non sapete mai nulla di nulla. Eppure,
sentite, vi converrà parlare; è per utile vostro, se non volete aver
guai.--
Qui Lorenzo Tamaroni fece una sosta, per introdurre nel dialogo una
sua osservazione.
--Capirà, signor Francesco; non era un bel complimento che mi faceva
il signor commissario. Ma io non mi sono perduto d'animo.--Son qui per
dire tutto quello che vogliono (risposi) ma a patto che io lo sappia.
Ora, dell'amicizia di questo signor conte coi miei padroni io ne ebbi
la prima notizia quel giorno. Ho saputo che erano vicini di casa.--E
il conte era sempre alle Vaie?--Non lo so.--Badate, Tamaroni, il
tacere le circostanze che vi son note, il trincerarvi dentro i vostri
eterni «non so» potrebbe costarvi caro.--Oh senta, illustrissimo;
costi un po' quel che vuole; non mi si potrà far dire quello che non è
alla mia cognizione. Sono da vent'anni al servizio dei signori Guerri,
ma non ho altre occasioni di vederli che tra i boschi, dove passo le
mie giornate.--Ma là, sul lago della Ninfa, dov'eravate tutti, che
discorsi sono stati fatti? Che cosa diceva il signor Francesco
Guerri?--Niente, stava a vedere.--E il prete? Non ha simulato di
battezzare la barca?--Nossignore, ha dato una benedizione. Anche a me
han benedetta la casa, quando i signori Guerri l'han fatta costruire,
e non mi sembra che abbia fatto niente di diverso per la
barca.--Qui--(soggiunse Lorenzo Tamaroni, ritornando alla forma
narrativa)--il signor commissario si è volto all'aiutante, che
scriveva sempre come un altro sant'Agostino, e gli ha detto sottovoce,
ma in modo che potessi sentirlo ancor io:
--Questo è un merlo del becco giallo! Ora vedremo un po' gli altri. E,
voltandosi a me, mi congedò con queste parole:
--Andate, Tamaroni; vi richiameremo, se ci occorrerà di saper altro da
voi, di quello che non sapete.--Ed io andai, senza aspettare che me lo
dicesse una seconda volta. A dirle il vero, signor padrone, mi pareva
mill'anni.--
Il vecchio Guerri stette saldo davanti a tutti quei segni precursori
di una grossa burrasca che minacciava di scaricarsi sulle Vaie. Non
così saldo si mostrava il povero boscaiuolo, che amava i suoi padroni
e aveva ragione di temere per essi.
--Ed ora, signor Francesco,--riprese egli,--che cosa succederà?
--Che vuol che succeda? Nulla.
--Dio voglia! Ma se mi chiamano ancora, come mi hanno minacciato di
fare?...
--Se ti chiamano ancora, di' pure liberamente tutto quello che sai.
Infine, tu non hai detto niente di meno, e non potevi dire niente di
più. Discorsi sovversivi, brindisi, evviva, non se ne sono fatti. Io,
poi, non so nemmeno chi abbia dato il nome alla barca. Vorrei essere
stato io, per vantarmene.--
Il signor Francesco non diceva tutta la verità, in quel momento.
Ricordava benissimo che il nome era stato dato da sua figlia e dal
conte Gino; ma, come padre e come ospite, non voleva che il boscaiuolo
lo dicesse, in un secondo interrogatorio.
--Del resto,--soggiunse il vecchio Guerri,--se domandano la cosa a me,
non ho nessuna difficoltà a caricarmi la coscienza di questo peccato.
Che cos'è l'Italia? Un'espressione geografica. Dando questa sua bella
definizione, il principe di Metternich ha proferito la parola, e il
principe di Metternich è uno dei loro. Dopo un così grande esemplare
di ortodossìa politica, perchè non potremmo proferirla noi?
--È giusto;--rispose il boscaiuolo, che non conosceva il signor
principe, ma che si sentiva istintivamente raffidato dalla confidenza
con cui ne parlava il padrone;--si dice Italia come si direbbe
un'altra cosa: Francia, Spagna, America, Portogallo.... ed altri
paesi.--
La geografia di Lorenzo Tamaroni non andava niente più in là. Con quei
quattro nomi aveva vuotato il sacco della sua erudizione. Ad un esame
lo avrebbero bocciato di sicuro; ma il bravo boscaiuolo non era
fortunatamente a quell'impegno, e quelle poche cognizioni bastavano
alla sua felicità.
Congedato dal padrone, se ne ritornò sul lavoro. Il signor Francesco
lo seguì poco dopo, tranquillo in apparenza, e tutto intento alla
distribuzione delle acque nella serra. Ma quel giorno, dopo il pranzo,
fu una gran conferenza nella casa dei Guerri, avendo il capo della
famiglia creduto necessario di consigliarsi coi suoi. Fiordispina fu
più addolorata di tutti, e la sua agitazione commosse il vecchio, che
si studiò di calmarla, fingendo una sicurezza che non aveva nel cuore.
--Non temo per me;--disse la fanciulla.--Son donna, e poco mi posson
fare. Temo per te, babbo; temo per voi uomini.
--Eh via, non esageriamo!--raccomandò il signor Francesco.--Ho detta
la cosa, perchè era necessario avvertirvi tutti, e intenderci sulle
risposte che daremo, se verranno ad interrogarci. Ma andiamo al fondo
e guardiamo che c'è. Son venuti in due, come l'altra volta, ma per
dare una buona notizia al conte Gino. L'occasione sarebbe stata scelta
male, per annunziargli la sua grazia, se avessero avuto dei gravi
sospetti. Fanno una piccola inchiesta, per uso, per amore dell'arte;
ecco tutto.
--Ma porteranno la loro relazione a Modena;--osservò la fanciulla.
--Che relazione! Un pugno di mosche;--replicò il vecchio Guerri,
facendo una spallata.
--Speriamolo;--disse Aminta.--Ma nel dubbio, bisognerà avvertire il
conte Gino.
--Sì, bravi! perchè la lettera caschi in mano alla polizia del Duca.
--Possiamo mandarla per mezzo di un uomo sicuro. Pellegrino per
esempio.--
La conferenza si fermò a questo punto. Pellegrino, in verità, era
stato interrogato anche lui; ma non aveva avuto da dire niente più del
Tamaroni. Pensando a tutti quegli interrogatorii, il signor Francesco
capì che i suoi servitori e famigli erano tutti fedelissima gente. Da
loro, per certo, non era partita l'accusa; probabilmente da qualche
invidioso, da qualche nemico celato, come tutti ne hanno, e come
potevano averne anche i re della montagna a Fiumalbo. Questa
supposizione era avvalorata dal fatto che si accennava a discorsi non
fatti, ad evviva non proferiti. L'accusatore non era dunque da cercare
tra i presenti alla scena del Lago. Del resto, e si cascava sempre
qui, se anche i famigli di casa Guerri si fossero sbilanciati nelle
loro risposte al commissario, poco potevano aver detto, perchè poco
c'era da dire, e tutto il guaio si restringeva ad un nome, al nome
d'Italia, che era stato imposto ad un misero burchiello.
Don Pietro, che aveva sulla coscienza quell'altro peccato della
benedizione, capitò quella sera all'ora solita. Non sapeva ancor
nulla, lui; nè il commissario lo aveva chiamato al _redde rationem_.
--Curiosa inchiesta, che non si estende agli accusati!--disse il prete,
com'ebbe udito ogni cosa.--Del resto, e quanto a me, so già quel che mi
tocca: una chiamata in Curia e una solenne lavata di testa. Ma io potrò
rispondere a Monsignore:--Non so ancora che il nome d'Italia sia
scomunicato. Mi diano istruzioni, e starò all'obbedienza.--
Tutto ciò andava benissimo, ma non toglieva di mezzo le apprensioni.
Ad accrescerle, anzi, venne poco dopo l'annunzio di una visita. Il
signor commissario e il suo applicato, domandavano di essere ammessi a
riverire i signori Guerri. A riverire, capite? Questo era il
linguaggio ufficiale, la veste, la maschera del pensiero; ma bisognava
vedere, che cosa ci fosse sotto.
I due visitatori furono ricevuti con calma solenne da tutta la
famiglia riunita. Non si era re della montagna per nulla. Ed anche
alla calma solenne si accompagnò una squisita cortesia.
--I nostri incarichi sono finiti;--disse il signor commissario,
premendo al solito sulle parole;--non abbiamo voluto andarcene, senza
una visita di congedo a lor signori.
--Come?--non potè trattenersi dal dire il vecchio Guerri.--Finiti così
presto?
--Che vuole? Cose da nulla.... almeno, per quanto risguarda il tempo
che si poteva mettere a sbrigarle.
--Ci duole,--disse il signor Francesco,--ci duole che se ne vadano
senza accettar nulla da noi. Se avessimo saputo che la loro partenza
era così imminente....
--Oh, grazie!--interruppe il commissario.--Non ci è neanche permesso
di dare incomodo alle persone in mezzo a cui ci chiamano i nostri
doveri d'ufficio. Il nostro ministero è delicatissimo, e ciò in
compenso dell'essere qualche volta odioso.
--Che dice Ella mai?
--Oh, non dubiti, perchè la cosa è proprio così come ho l'onore di
dirle;--rispose con un sospiro il commissario.--Siamo servitori
fedeli, con l'obbligo di essere accorti, di vigilare, di sospettare,
sì, anche di sospettare. Infine,--soggiunse egli, con un altro
sospiro, ma che pareva di sollievo,--su noi riposa lo Stato, da noi
dipende la sua tranquillità, la sua sicurezza interna, che è principio
e fondamento della sicurezza esterna. Ci sono tante piccole cose,
germi inavvertiti di malcontenti, che bisogna osservare! Dal
trascurarli derivano i guai maggiori all'ordine stabilito. _Principiis
obsta_, lo ha detto anche il poeta, _sero medicina paratur_.--
Nessuno osò più interrompere il signor commissario, che era montato
sul pulpito e voleva far la sua predica, anche col testo latino, come
avrebbe fatto Don Pietro.
--Una cosa è da raccomandare, anche a questi paesi più lontani dalla
vigilanza e dall'azione del governo centrale;--proseguì il
commissario.--Fiducia in lui, che è provvido, paterno, bene
intenzionato. Abbiamo in esso il tipo, il modello, l'esemplare dei
governi possibili. Pure, non mancano quelli a cui sembra di star male,
e che si voltano di qua o di là, sperando meglio. Se si domandasse
loro: «che cosa?» si troverebbero bene impacciati a rispondere. Le
novità allettano gli spiriti deboli, ecco il guaio. Ma tante novità
sognate, si vedrebbe che cosa sono, allo stringer dei conti: miseria e
rovina per tutti, salvo per coloro che hanno interesse a pescare nel
torbido. Qui, infine, si è felici, relativamente, lo capisco, come si
può esser felici sulla terra. E infatti noi ci occupiamo della terra;
è istituto del reverendo di parlarci del cielo.--
Don Pietro, così personalmente indicato, reputò necessario di far
riverenza al predicatore. Questi frattanto proseguiva:
--La terra dà quel che può, e, aiutando l'avvedutezza dei
proprietarii, dà tutto ciò che basta ai loro desiderii. Non è gravata
da altre tasse fuor quello che servono a mantenere un'autorità,
distributrice di sicurezza, di benefizii morali e materiali a tutto lo
Stato. Non coscrizioni che defraudino i campi delle valide braccia e
le famiglie dei loro sostegni. Non cure del domani, che se ne prende
il carico momentoso un principe umano e prudente, vero padre dei
sudditi. Sotto l'egida sua, sotto l'imperio delle provvide leggi, il
piccolo commercio respira, le piccole industrie fioriscono, e fanno le
fortune anche grosse. Questa verità palmare dovrebbero intenderla
primi fra tutti i grandi proprietarii, scambio di sognar novità, di
favorire idee sovversive. Perchè, poi, che cosa succede? Il padre è
amoroso, è buono; ma viene il giorno che non vuol parerlo tre volte.
Ammonisce con gli esempi; ma se gli esempi non servono, mette mano ai
castighi. Non le pare?
--Fa il dover suo;--rispose il signor Francesco, a cui era rivolta la
domanda.
--Ho piacere che in questo Ella sia del nostro avviso. Lo sia in
tutto, e sarà grande vantaggio per tutti. Umili servitori dello Stato,
e ignari delle conseguenze che può portare l'opera nostra, non
possiamo rassicurare, nè promettere; c'è una gerarchia, e noi siamo ai
più bassi gradini. Solamente ci è dato di esprimere un modesto
desiderio. Ella, signor Guerri, per consenso di tutti, è il primo
proprietario e per conseguenza l'uomo più autorevole di questa
regione, i cui semplici costumi ritraggono della antica convivenza
patriarcale. Il suo ufficio potrebbe dunque esser quello di un
Mentore, cioè di una guida amorevole, di un esempio sicuro per queste
buone popolazioni, che il governo tien d'occhio, come ogni altra parte
dello Stato. Ma l'ora è tarda;--conchiuse il commissario, parendogli
di aver detto quanto bastava, e dando perciò la sbirciata d'uso al suo
orologio;--noi dobbiamo levar l'incomodo a questa bella riunione,
dolenti di avere interrotte le sue occupazioni.
--Una partita di briscola chiacchierina;--disse il signor Francesco,
sorridendo;--e non ancora incominciata, com'Ella ha potuto vedere. I
nostri ossequii, signor commissario, ed anche i nostri augurii
migliori per il suo prospero viaggio.--
Il signor commissario se ne andò, seguito dal suo taciturno e
malinconico aiutante. Povero signor commissario! Aveva egli predicato
invano, che lo accomiatavano con una burletta? Tale non era la sua
opinione, e la burletta gli pareva assai povera, certamente poco
spontanea, non accompagnata da nessuna allegrezza di spirito.
--Ad ogni modo,--pensò egli, scendendo le scale,--te la daremo noi, la
briscola chiacchierina. La tua gente ha chiacchierato poco, ma gli
altri, che non dipendono da te, hanno detto quanto basta, per far
onore alla mia commissione. Nei nostri quaderni c'è tanto da darvi
noia per un pezzo.--
Ai soliloqui del commissario e alle sue legittime speranze di
gratificazione, se non forse di un aumento di grado, rispondeva il
colloquio dei rimasti.
--Ahi, ahi!--disse primo Don Pietro.--La lezione è stata dura.
--Infine,--rispose Aminta, poichè il vecchio Guerri taceva,--se ne
vanno senza chiederci nulla.
--E questo è il male, figliuol mio;--replicò il vecchio prete.--La
predica del commissario mi dice che non se ne vanno con le pive nel
sacco. Questi signori hanno raccolto quanto bastava. Non volevano
andarsene senza far l'atto di presentarsi. Certamente, potevano
supporre che fosse giunta a voi altri qualche notizia dei loro
interrogatorii, e in questa supposizione molto ragionevole non hanno
potuto dispensarvi da qualche allusione. Mi par chiaro.
--È chiarissimo;--aggiunse il vecchio Guerri.--Ma che farebbe Lei, Don
Pietro?
--Cercherei di avvertir subito subito il conte Gino di ciò che si
prepara. È una burrasca che potrebbe dar noia anche a lui.--
Pellegrino Menghi, famiglio di casa Guerri, partì quella medesima
notte da Fiumalbo, conducendo a Modena un carico di legname. Erano bei
tronchi d'acero, debitamente stagionati, che andavano ad uno
stipettaio modenese, la cui commissione era stata ricordata in buon
punto. Ora il bravo Pellegrino conduceva un carro; ma portava una
lettera, nella gran buca della sua giacca di fustagno, ed anche un
libricciuolo, per il conte Gino Malatesti. Quella lettera, scritta da
Aminta Guerri, diceva poco o nulla; accompagnava un libro che il conte
Gino aveva dimenticato alle Vaie, nell'ultima notte che era dormito
lassù, e prendeva occasione da quell'invio per mandare all'amico,
all'ospite gradito e caro, i saluti suoi e quelli di tutta la
famiglia.
Il libro, che Gino Malatesti non aveva punto dimenticato, era stato
scelto tra i più innocenti della libreria delle Vaie. Figuratevi che
era il _Novellino_, in una piccola e modesta edizione di Parma. Non
dava molto impaccio al portatore, e non c'era caso che gli si vedesse
far grinze di fuori, al petto della giacca. Comunque, se avessero
frugato Pellegrino alla porta, perchè tutto poteva darsi e bisognava
prevedere ogni cosa, l'invio di quel libro innocente giustificava la
innocentissima lettera. Pellegrino Menghi, arrivato alla presenza del
conte, avrebbe detto l'essenziale a voce. Sapeva pure tutto ciò che
importava di far conoscere al conte, poichè era un giovanotto
intelligente, ed anche a lui era toccata la noia di un interrogatorio
intorno alla famosa gita del lago.
Passarono i quattro giorni che Pellegrino doveva star lontano dalle
Vaie, tra andata e ritorno. Ma il messaggero non comparve. Ne passò un
altro, che fu il quinto, e i signori Guerri, non vedendo comparir
Pellegrino, incominciarono a stare in pena, temendo che gli fosse
accaduto qualche guaio. I timori si tramutavano quasi in certezza
verso la fine del sesto giorno, quando il signor Aminta, che era
andato in traccia del suo famiglio di là da Fiumalbo, riconobbe da
lunge il carro vuoto che ritornava, e Pellegrino che gli veniva a
passo lento daccosto.
--Ebbene?--gli domandò, muovendogli incontro.
--Eccomi qua, signor Aminta.
--Con due giorni di ritardo!
--Per forza!--rispose Pellegrino.--E col dispiacere di aver fatto un
viaggio inutile.
--Come? Non hai veduto il signor Gino.
--Non l'ho veduto.
--Ed eri andato a bella posta!
--Che vuole?--ripigliò Pellegrino.--Appena giunto, e scaricato il
legname, sono andato a cercare il palazzo Malatesti. Ho chiesto del
signor conte Gino, e il portiere mi ha risposto brevemente: non
c'è.--Mi rincresce, perchè dovevo consegnargli un involto.--Datelo a
me, gli sarà ricapitato.--Non potevo ricusare, e cavai l'involto di
tasca.--C'è un libro e una lettera;--dissi allora, consegnando
l'involto a quell'uomo;--avvertite anche il signor conte che se ha
comandi da darmi per i miei padroni, io sono per tutto questo giorno
alla _Rosa_, fuori porta di San Francesco.--
--Bravissimo!--disse Aminta.--E allora come va che non hai veduto il
conte?
--Ecco qua. Avevo appena finito, che il portiere mi rispose:--Sarà
impossibile che vi mandi a dire qualche cosa, perchè non è in
città.--Diamine!--esclamai.--Dov'è andato?--A Bologna, e non ritornerà
che domani a sera, o doman l'altro.--Ringraziai, allora, e me ne
tornai alla locanda, pensando che cosa avrei dovuto fare. Se ritorno
alle Vaie, dissi fra me, il signor Aminta mi sgriderà, e giustamente,
poichè m'aveva mandato perchè vedessi il signor conte. Così aspettai
un altro giorno, sempre fermo alla locanda. Il giorno seguente non
osai muovermi neanche; soltanto verso sera m'incamminai verso il
palazzo Malatesti e giunto là mi presentai nuovamente al
portiere.--Non ho potuto partire, in questi due giorni,--gli dissi,--e
son venuto ancora a vedere se il signor conte Gino ha comandi da
darmi.--Il conte Gino non è ancora ritornato.--C'è speranza che
ritorni domattina?--Nè domattina, nè per parecchi giorni ancora; ha
scritto che le sue faccende lo tratterranno dell'altro, forse una
settimana, a Bologna.--
--Che faccende!--esclamò il signor Aminta.
--Non me ne ha detto nulla;--rispose Pellegrino, che aveva presa
l'esclamazione per una domanda.--Ella capirà, signor Aminta, che io
non me la sentivo di restare una settimana a Modena, lasciando Lei e
il signor Francesco nell'incertezza. Perciò mi son risoluto di
ritornare. Ma se vuole che io rifaccia la strada....
--No, non occorre, per ora. Al poi, penseremo più tardi.--
Quella sera in casa Guerri si seppe che il viaggio di Pellegrino era
stato inutile, come l'espediente del libro e della lettera ond'era
accompagnato. La cosa dispiacque molto anche a Don Pietro, che aveva
avuta l'idea di quel viaggio. Non si parlò di briscola chiacchierina,
ve lo assicuro; da parecchie sere non si pensava più a quei piccoli
svaghi.
Capitolo XIII.
Il segreto di Pellegrino.
La mattina seguente, non senza meraviglia sua, Don Pietro si vide
capitare in chiesa il famiglio dei Guerri.
--Che c'è?--gli domandò.--Vuoi confessarti?
--Eh, quasi!--rispose Pellegrino.--Son venuto a cercarla in chiesa,
appunto per averne l'aria.
--Sentiamo dunque,--disse Don Pietro, tirando il giovanotto in uno
stanzino accanto alla sagrestia, dov'era infatti un inginocchiatoio,
con un seggiolone daccanto.--Se è una mezza confessione, qui nessuno
ti ha da vedere, e puoi parlare liberamente, figliuol mio.
--Incomincio subito,--disse Pellegrino.--Ella saprà, almeno avrà
potuto indovinare, che il signor conte Gino vedeva molto di buon
occhio la mia padroncina.
--Non so, e non ho indovinato nulla;--rispose Don Pietro.--È questo
che avevi da dirmi?
--Scusi, era necessario, per cominciare. A me era parso che fosse
così. Ma se non c'era nulla tra loro due, tanto meglio.
--E perchè?
--Perchè, vede, ho avuto certe notizie, laggiù.... certe notizie che
m'avevano già guastato il sangue. Ma se Lei mi assicura che non c'era
niente fra il signor conte e la padroncina, io dormo tranquillo, e il
signor conte può sposar chi gli pare.
--Che storia è questa?--gridò il prete, turbandosi.--Tu mi dirai ogni
cosa. Come sai che il conte Malatesti si sposa?
--Eh, come lo sanno tanti altri, che lo hanno sentito laggiù, nella
locanda della _Rosa_. Lei, deve sapere, Don Pietro, che io, aspettando
un'occasione di vedere il conte Gino, avevo detto al suo portiere:
rimarrò tutto questo giorno a Modena, e sono alloggiato alla _Rosa_,
fuori porta San Francesco. Dunque, eccomi alla _Rosa_, non sapendo che
fare. Lei indovina già quel che ho fatto: mi son seduto sopra una panca,
e ho bevuto un bicchier di trebbiano. C'era della gente che mi ha offerto
di giuocare una partita ai tressetti, ed ho fatto volentieri il quarto ai
tressetti. Così mi è accaduto di far conoscenze e di barattar quattro
ciarle coi miei compagni, gente di servizio come me. Uno di essi era
nientemeno che sottocuoco in una casa di nobiloni.--«Ciriaco,--gli hanno
detto ad un certo punto,--è dunque vero che la marchesina si marita?»--«E
che cosa volete che facesse?--ha risposto lui.--Il suo giorno è
venuto.»--E lì, di chiacchiera in chiacchiera, son venuto a sapere che lo
sposo era il conte Malatesti. Non ho potuto trattenere la lingua, e ho
domandato se si trattava proprio del conte Gino. Allora hanno domandato a
me come lo conoscevo, ed io, facendo l'ignorante, ho risposto, che lo
avevo incontrato una volta a Pievepelago.--«Ah, sicuro!--mi dissero.--Lo
avrete veduto quando lo avevano mandato lassù in esilio. Ora gli hanno
perdonato, e il signor conte, forse per mostrare che fa giudizio, si è
risoluto di prender moglie.»--«E si farebbe giudizio tutti, a quelle
condizioni!--soggiunse un altro.--Sposa la più bella ragazza di
Modena.»--«Ah, sì? Ci ho gusto,--risposi,--perchè mi è parso un signore
molto grazioso. E chi è la sposa, se è lecito?»--«La padroncina di
Ciriaco, la marchesina Baldovini»--Eccole, Don Pietro, quello che seppi
il primo giorno, mentre aspettavo che il conte Gino capitasse alla
locanda, o mi mandasse a chiamare. Non vedendolo, e sperando che
ritornasse da Bologna, dove mi dicevano che fosse andato, aspettai ancora
due giorni; e questi li occupai, facendo amicizia con Ciriaco,
passeggiando e trincando con lui. Mi ha confermato tutto, e mi ha detto
anche tante altre cose, di questo matrimonio, delle relazioni che c'erano
già tra il signor Gino e casa Baldovini, che ora si andrebbe troppo in
lungo a volerle riferire. Signor prevosto,--conchiuse filosoficamente
Pellegrino,--il conte Malatesti non si lasciò vedere; era sempre a
Bologna, come mi disse la seconda volta il portiere, e in un modo da
lasciarmi capire che potevo risparmiare la fatica di andarci una terza.
Ma se anche fosse ritornato a Modena, mi par di capire che aveva ragioni
tanto forti da non iscomodarsi con una gita alla locanda della _Rosa_.
--Questo è un giudizio temerario,--disse Don Pietro.--Non va bene
dubitare così degli amici. Se era a Bologna!...
--Il primo giorno, sì, e infatti il portiere mi aveva detto
graziosamente:--ritornerà stassera o domani.--Ma due giorni dopo, era
un'altr'aria. Di sicuro aveva ricevuto l'imbeccata.
--Non dal conte Gino, allora.
--O da chi poteva averla ricevuta?
--Dalla famiglia, per esempio. Tutto ciò che mi hai raccontato non mi
persuade ancora. Per credere che il conte Gino Malatesti si sia
dimenticato affatto di noi, bisognerà che me lo confermino con
giuramento almeno tre testimoni.
--Uno più dell'uso!--esclamò Pellegrino.--Ma si è egli degnato, appena
giunto a casa, di scrivere due righe ai padroni? Conosco il suo
carattere, per essere stato tre mesi con lui e aver portato i suoi
biglietti ad Aminta, quando non si trattava d'altra distanza che
quella da Querciola alle Vaie. Son io che vado a Fiumalbo per le
lettere, e di suo non ho visto tanto così!
--È vero;--confessò malinconicamente Don Pietro.--Ma chi sa che cosa
gli è accaduto, a quel povero ragazzo?
--Oh, non si è mica rotto il braccio destro,--ribattè Pellegrino.--Può
viaggiare; potrà anche scrivere. Io, del resto, non c'entro.
--E dimmi,--riprese Don Pietro,--hai parlato di queste cose con
nessuno?
--No, neanche col signor Aminta. Mi è sembrato di capire che avrebbero
fatto dispiacere. Sa! per quel tal sospetto che avevo e che le ho
detto in principio. Ma ora che so...
--Ora che sai,--interruppe Don Pietro,--devi tacere per tutto il resto
che non sai. Tu hai fatto bene, tenendo subito le tue notizie per te;
hai fatto bene,--soggiunse sospirando, come un uomo che non è ben
persuaso di quel che dice,--hai fatto bene a confidarle a me, prima di
farne uso con altri; puoi accettare il mio consiglio, che è quello
d'aspettare un altro poco.
--Anche un mese, anche un anno;--disse Pellegrino.--Ella può viver
tranquillo, che io non fiato. Son venuto da lei come da un confessore.
--Ma intendiamoci, veh!--rispose Don Pietro.--Non mi hai dette queste
cose in confessione, e al bisogno potrò servirmi delle tue notizie.
--Lei è un uomo prudente; faccia come Le pare.
--Grazie, figliuol mio! Vattene ora alle tue faccende; io ritorno a
casa per dir le mie ore.--
Ahimè, povero Don Pietro! Per quella mattina non lesse altrimenti il
breviario, tanto era rimasto male, udendo tutte quelle novità
dolorose.
Da principio, per dire il vero, non ci capiva nulla di nulla. Un colpo
inatteso, una mazzata sulla testa, ha piuttosto per suo effetto di
stordirvi il cervello, che non di muoverlo a cercare donde sia venuta
la botta e perchè mai ve l'abbiano appioppata. Poi l'uomo percosso via
via si ripiglia e pensa. Don Pietro adunque pensò; pensò prima di
tutto a quel giovanotto, che si era come confessato a lui,
accennandogli i suoi sospetti intorno alla visita del cugino Ruggero,
e mise le notizie recate da Pellegrino a riscontro con quella faccia
così aperta, con quel tratto così nobile, in cui egli aveva amato di
riconoscere la congenita lealtà della stirpe. Siamo tutti così, pur
troppo, ancora e sempre imbevuti d'antico, e facili a vedere nel
sangue quella nobiltà che solamente dovrebbe esser frutto della
educazione morale. I dotti parlano oggi più che mai di eredità; il
popolo vi dice ancora che un tale non dirazza da' suoi vecchi, come se
la razza ci avesse tutte le virtù teologali e cardinali, insieme con
tutti i doni del Paracleto. E quando un gran signore vien meno a certe
norme di gentilezza o di onestà, che credevamo intimamente collegate
al suo nome, ci sfugge sempre l'esclamazione:--ed era nobile, costui!
Vera o falsa che fosse l'opinione delle genti, Don Pietro Toschi non
aveva conosciuto di nobili che il conte Gino Malatesti, e da lui
argomentava volentieri che fossero tutti fior di cavalieri, non senza
ammettere, per omaggio naturalissimo all'esemplare, che il conte Gino
fosse il più cavaliere di tutti. Inoltre, il vecchio prete conosceva
Gino per un ardente innamorato, e non senza ragione così innamorato,
non senza ragione così ardente. Fiordispina Guerri era bella,
virtuosa, colta e gentile tanto, che non si sarebbe potuto desiderare
di più. Avrebbe potuto diventar principessa o regina, senza che la
cosa dovesse recar maraviglia a nessuno. Era anche ricca, forse più
ricca che non fossero i Malatesti, e ciò poteva ricordarsi utilmente,
in materia di nozze e di un consenso del padre di Gino. Finalmente, il
giovanotto aveva pianto a calde lagrime, partendo dal luogo di pena;
aveva abbracciato questo e quello, promesso, giurato.... E tutto ciò
doveva finire con le notizie recate da Pellegrino? Era dunque vero,
ciò che dice il proverbio: lontan dagli occhi lontano dal cuore? Già
il signor conte aveva incominciato male, non scrivendo subito una
lettera ai Guerri, appena giunto a Modena. Ma questa, sul principio,
era parsa a Don Pietro la promessa di una bella novità.--Egli tace
(pensava), ma poi ci capita alle Vaie con una domanda formale.--Questo
pensiero, ahimè! era stato sopraffatto da un altro; le voci corse in
paese di una inchiesta dei due ufficiali del governo ducale, la
conferma di quelle voci per i discorsi del Tamaroni, le parole
agrodolci del signor commissario, tutto concorreva a far dimenticare
per un tratto le cagioni, buone o cattive che fossero, del silenzio di
Gino Malatesti. Il vecchio prete ci pensava allora, dopo le
riflessioni di Pellegrino, e a quelle riflessioni ne aggiungeva altre
di sue, poichè in tutto quel tempo che Pellegrino era stato a Modena o
in viaggio, il conte Gino aveva continuato a non dar segno di vita. Le
prime notizie che si avevano di lui, era bisognato andarle a
raccattare in città, fra le chiacchiere di alcuni servitori, in una
volgare osteria di fuori porta. Ed erano belle notizie davvero! Il
conte Gino era a Bologna... alla vigilia di sposare una marchesina
Baldovini, celebrata come la più bella ragazza di Modena.
Immaginate con che animo andasse quella sera il vecchio prete alla
conversazione dei Guerri; come soffrisse, vedendo quella fanciulla
calma e pensosa, che non levava quasi mai la faccia dal suo ricamo;
come gli dolesse di dover custodire il segreto, davanti alla gravità
malinconica del signor Francesco, che di tanto in tanto rivolgeva
occhiate amorose ma tristi a sua figlia. Ah, davvero, quel maledetto
segreto pesava sulla coscienza a lui, candido e schietto alpigiano,
che non aveva dovuto portar mai altro fardello morale, fuor quello,
reso oramai leggiero dalla consuetudine, dei peccati della parrocchia.
Due giorni dopo, il povero Don Pietro non ne poteva già più. A farlo
apposta, gli capitò Pellegrino tra' piedi.
--Ebbene, reverendo,--gli aveva detto il famiglio,--non è ancora
venuto niente?
--Niente, e tu lo sai meglio di me;--rispondeva Don Pietro.--Non sei
tu che vai per le lettere a Fiumalbo?
--Eh, dicevo bene per questo!--esclamò Pellegrino.
--Niente, nientissimo! È un trattare, scusi il termine, da veri
birbanti. E con quella faccia, che pareva l'angelo Gabriele!
--Senti,--disse Don Pietro, rabbruscandosi,--non mescolar gli angeli
col fango della terra!
--Oh, scusi, sa! Dicevo così per dire.
--E dicevi male. Hai piuttosto ragione quando dubiti. Io, per tua
norma, non reggo più a mantenere il segreto, e se credi, ne avverto il
signor Francesco.
--Gliel'ho già detto, faccia Lei;--rispose Pellegrino.--Anche a me
dispiace che i padroni vivano ingannati, credendo quel signorino uno
stinco di santo.
--Pellegrino!
--Ah, scusi ancora, reverendo! Sempre così per dire, e quando si ha il
vizio....--
Don Pietro non istette a sentirne altro, e tirò via, col suo breviario
fra le dita, per il sentiero della montagna. A quell'ora il signor
Francesco Guerri doveva essere alla serra, e il vecchio prevosto
deliberò di fare una passeggiata alla serra.
--Che buon vento?--gli disse il signor Francesco, andandogli incontro,
appena lo vide comparire alla svolta del sentiero.
--Vento di tramontana;--rispose Don Pietro,--E dura da due giorni, e
non mi lascia aver pace.
--Siete più tenero di me!--disse il signor Francesco, tentennando la
testa.--Io non ho pace da un pezzo, eppure sto zitto.
--Ma non sapete tutto quel che so io, e che in questi due giorni mi ha
già dato noia per cento;--replicò Don Pietro.--Venite qua, signor
Francesco, facciamo due passi e vi dirò tutto. Mi parrà minor peso, e
lo porteremo in due.--
Qui il vecchio prevosto riferì all'amico Guerri tutto ciò che aveva
saputo da Pellegrino.
--Il vostro famiglio,--soggiunse poi,--venne da ragazzo prudente a
confidarsi con me. Non lo sgridate, se ha taciuto con altri, poichè io
medesimo glielo avevo ordinato. Del resto, pensate che tutte queste
cose le avrebbe dette al vostro Aminta, e che Aminta, giovane com'è,
anche un pochino impetuoso, non si sarebbe facilmente contenuto.
--Sì, ha fatto bene a tacere;--rispose il signor Francesco.--Del
resto, io ho altro per il capo, che di sgridare Pellegrino. Penso
sempre a quella relazione, io! Quanto al signor contino, c'era da
immaginarselo, che le sue smanie dovessero finire così. Mio caro
signor prevosto, se io dovessi dirvi ciò che credo di queste alleanze,
ce n'avrei per tutta la giornata. A non guardare che la cosa in sè
stessa, ci sarebbe da esser contenti di questo matrimonio che si
prepara laggiù. Imparentarmi con nobili, non è mai stato di genio mio,
e vi assicuro che non lo avrei fatto di buona voglia. Ma non vorrei
ora che quel signorino di Parigi mi avesse stregata la mia figliuola!
--Oh, per questo, poi, non c'è da temere!--disse Don
Pietro.--Fiordispina è una savia ragazza. Può darsi che lo vedesse di
buon occhio, ma penserà anche lei al vecchio proverbio: chi non ci
vuole non ci merita.
--Volesse il cielo che ragionasse così!--replicò il vecchio
Guerri.--Voi siete il suo confessore, Don Pietro; esplorate il suo
animo, consigliatela voi.
--Non credo che sia opportuno di farlo per ora.
--E perchè? Meglio oggi che domani.
--Sì, capisco, e meglio domani che doman l'altro. Ma sarà poi tutto
vero, quello che hanno raccontato a Pellegrino? Non ci sarà ancora
tempo e modo di disfare ciò che si è incominciato? Mi sembra ancora
così strano che il conte Gino abbia cambiato opinione, e peggio ancora
sentimenti ed affetti, nello spazio di una settimana!
--Dite pure che vi manca l'animo;--osservò il vecchio Guerri.
--E sia; mi manca l'animo;--rispose Don Pietro.--Amo meglio
confessarlo schietto, che girare intorno alle difficoltà, col pretesto
di studiarle meglio. Povera fanciulla! Credo davvero che avesse posto
il suo cuore in quel giovanotto. Ma chi non gli avrebbe creduto, al
conte Malatesti? Io non avrei dubitato di confidargli ogni cosa più
cara, ogni segreto più geloso.
--Incominciando dalle vostre opinioni politiche!--notò ancora il
signor Francesco.--E infatti, con le vostre benedizioni, vedete dove
si è giunti? Ad una inchiesta, che ci condurrà ad un processo.
--Oh, questo m'importa assai meno di tutto l'altro;--rispose il
vecchio prete.--Andrei volentieri, per sei mesi in prigione, e magari
per un anno, pur di sapere che il conte Gino ritorna alle Vaie, per
fare la sua brava domanda. Del resto, amico mio, non credo più tanto
al processo, nè ad altre noie consimili. I giorni passano, e niente si
vede apparire. In fondo, io penso che abbiano cercato troppo, e che il
poco che hanno trovato sembri loro più facilmente quello che è: voglio
dire un bel nulla.
--Meglio così!--disse il Guerri.--Noi ci saremmo compromessi per un
ragazzaccio, e la cosa non sarebbe stata da gente seria come noi. A
me, veramente, ne importava tanto come a voi. Ma i miei figliuoli!...
Vedete? Io non vorrei che Aminta avesse da dimostrare il suo amore per
la patria andando a marcire in prigione. Quando verrà l'occasione di
romperla, come dicevamo nel Quarantotto, vada di là dal Po, prenda un
fucile e rischi la sua vita come un altro. Ma in fortezza, e sotto il
duca di Modena, no. Queste son belve, non uomini, e mandano volentieri
per il boia. Se avessero la forza, farebbero essi da carnefice!--
Don Pietro non ardì risponder nulla a quel padre, che era crudelmente
ferito in due affetti ad un tempo. Anch'egli, il buon prevosto delle
Vaie, temeva assai più che non lasciasse vedere al suo vecchio amico;
anch'egli incominciava a capire che con ragazzi non c'è da fidarsi. Un
po' tardi, in verità; ma fino al dì della morte, c'è sempre tempo da
imparare qualche cosa. Ora, egli aveva imparato questo: che gli uomini
non si giudicano a prima vista, e guai a chi mette il suo cuore e la
sua testa a repentaglio per loro, senza averli pesati, considerati per
tutti i versi, e veduti anche alla prova.
Così passarono i giorni e le settimane. Di processi, di persecuzioni
politiche, non si ebbe più nuova; e questo era bene. Ma per contro non
si sapeva più nulla del conte Gino Malatesti. Di lui tutti tacevano,
alle Vaie; e tutti guardavano Fiordispina. La fanciulla, che era
sempre stata d'indole grave oltre l'età, non pareva punto mutata da
quella di prima. Parlava poco, e solamente per rispondere alle domande
altrui; leggeva alle sue ore, lavorava di cucito, di ricamo, secondo
l'uso; suonava pochissimo, ma senza farsi pregare, quando suo padre le
domandava di farlo. Attendeva con la solita cura alle faccende
domestiche; più volentieri a queste, che ad ogni altra occupazione. Il
lavoro materiale, si sa, è un grande conforto alle pene dello spirito,
poichè spesso impedisce di pensare, ed è il pensiero quello che
uccide. Ma che pensava, la fanciulla dei Guerri, quando pur le
accadeva di pensare? Non era dato d'intenderlo, senza interrogarla. E
poichè nessuno la interrogava, il cuore di Fiordispina custodiva il
segreto delle sue afflizioni.
Così passarono le settimane, e passarono i mesi. Aspettava ella?
Aspettava ancora qualcheduno? Certo, una promessa solenne le era stata
fatta, e chi stima ha fede, e chi ha fede aspetta. Ma venne il giorno
4 di ottobre, onomastico del signor Francesco Guerri, e l'aspettato
non venne. Quel dì, Fiordispina fu più triste del solito; ma quel dì,
per la prima volta, si sforzò di sorridere a suo padre, i cui occhi la
interrogavano, non osando interrogarla le labbra.
--Figlia mia! figlia mia!--mormorò il signor Francesco, stringendosela
al seno.
--Ebbene, babbo, ebbene?--diss'ella, reprimendo un singhiozzo.--Questo
giorno, che è sempre stato così lieto per tutti noi, ti commuove
tanto? Ne vogliamo vedere con egual gioia altri cento.
--Saranno troppi,--rispose il vecchio Guerri, accettando volentieri la
via di salvezza che Fiordispina gli offriva.--Me ne basterebbero
venti. Ma capisco che per l'affetto de' miei figliuoli sarebbero
pochi. Diciamo dunque cento, ed anche centomila.
--Siano tutti quelli che Dio vorrà;--soggiunse Don Pietro,
associandosi volentieri a quelle chiacchiere vane, che dissimulavano
tanto dolore.--Sempre uniti, nella calma dolcezza della vita di
famiglia, che cosa si potrebbe desiderare di meglio?--
Il giorno onomastico del signor Francesco fu festeggiato senza
l'ospite che tutti dovevano aspettare, poichè egli aveva giurato di
non voler mancare, a cui tutti pensarono e che nessuno ardì nominare.
Ma un altro ospite era venuto, e portava i saluti e gli augurii di un
altro ramo della buona schiatta dei Guerri. Avrete già capito che
quell'ospite era il cugino Ruggero.
«Sarebbe stato il mio vivo desiderio (diceva il padre di lui, nella
lettera che gli aveva consegnato per il suo parente delle Vaie) che i
nostri vincoli si restringessero maggiormente. Il mio Ruggero è giunto
a quell'età in cui bisogna pensare ad accasarsi. Per dirvela in
confidenza, abbiamo proposte vantaggiose per ogni rispetto, da Reggio
e da Modena; ma, prima di risolvere qualche cosa, lasciatemi tentare
un'ultima prova con voi.»
E seguitava su questo tono, nel modo e con gl'intenti che il lettore
discreto immaginerà facilmente. Don Pietro avrebbe potuto dire che
quella volta il Guerri del Reggiano veniva a mezza spada col Guerri
del Modenese. Al signor Francesco parve una buona occasione per
rompere il silenzio in cui si erano chiusi tutti da due mesi. E tratta
a sè la figliuola, le parlò risoluto in questa forma:
--Vedi, Fiordispina? È tempo di pensare al futuro, di assicurare la
tua sorte, di maritarti, insomma. L'ho detta, finalmente! Che io ti
ami, lo sai; ma l'amore dei vecchi non deve essere egoistico, e questo
debbo provartelo io.
--Padre mio!--esclamò la fanciulla.
--Sì, capisco;--riprese il vecchio Guerri;--la solita storia. Sto
tanto bene così! Non mi mariterò mai!
--No, padre;--rispose Fiordispina.--Non voglio dir questo. Nella casa
dove son nata non ho avuto che esempi di sincerità, e non sarò io che
darò il primo esempio d'ipocrisia. Ti dirò invece schiettamente: sono
una fidanzata che aspetta.--
Il signor Francesco fu colpito da quelle semplici e risolute parole.
--Fidanzata!--diss'egli.--Senza di me?
--Oh, non senza di te;--replicò la fanciulla.--Sii buono, babbo, come
sei sempre stato con tua figlia. Non hai tu approvata la mia scelta?
Se io non ti avessi letto nell'anima, avrei io osato di prendere
questo impegno.... con me stessa?--
Il vecchio stette un poco sopra di sè, non potendo negare, e non
sapendo che rispondere. In verità, non gli restava da far altro che
pigliarsela con se medesimo.
--Ah, sciocco, tre volte sciocco!--gridò.--E sono stato io che ho
approvato! Ben mi sta, quello che è poi avvenuto. Lo vedi che fa il
tuo fidanzato? Aveva premesso di ritornare, per questo gran giorno,
alle Vaie. Ma noi lo abbiamo aspettato invano, se pure è da credere
che lo abbiamo aspettato.
--Io l'ho aspettato;--rispose Fiordispina.
--Ebbene?... non è venuto. E che pensi di lui!
--Che non avrà potuto.
--Ma almeno poteva farsi vivo con una lettera. Ha egli mai scritto,
dal giorno che è partito da noi?
--Avrà scritto; replicò Fiordispina;--e più d'una volta avrà scritto.
--E allora?
--Allora, padre mio, le lettere si saranno smarrite per via.
--Tutte?