O Fiordispina! Voi foste allora la donna più felice d'Italia, per non
dire del mondo; amante, amata, e sul mattino dell'amore. Perchè,
infatti, qual cosa è più bella del principio, nel giorno, e del
mattino nell'amore? L'alba promette il meriggio, la luce, la vita, il
piacere. Ogni sensazione è fresca, in quell'ora; ogni pensiero è gaio,
e la speranza involge tutto de' suoi grati colori. Sull'alba, poi, il
calar delle nebbie, il dileguarsi delle nuvole, vi scopre da principio
le vette dei monti, vi mostra a mano a mano più ricisi i profili delle
colline, vi rischiara le insenature delle convalli, dove la bella luce
del giorno nascente illumina ad un tratto qualche ceppo di case, e va
a cercare sotto un pergolato la graziosa figura di una fanciulla
mattiniera, escita sul terrazzino a respirare la fragranza dei fiori.
Così nell'alba dell'amore, i cuori si scoprono a vicenda le loro
delicatezze arcane, le loro virtù recondite, i tesori del sentimento e
tutto il meglio della nostra povera creta. Ed è grato lo studio, ed
ogni novità che si scopre è un'allegrezza per noi.
I giorni delle Vaie si seguivano e si rassomigliavano; cosa
piacevolissima, quando i giorni son belli. Gino Malatesti si era fatto
grave, di quella dolce gravità che nasconde la beatitudine, ma lascia
indovinare i gaudii anticipati di un'anima, la quale sa e può
trattenere i suoi desiderii nella certezza del possesso. Dio, quante
parole inutili! Ma le ho buttate là, e rimangano pure. Il giovanotto
scendeva ogni mattina da Querciola, ma quasi sempre a piedi, e faceva
per via un bel mazzolino di fiori selvatici. Giungeva alle Vaie ogni
giorno alla stess'ora, cioè verso le undici, ed ogni giorno, a
quell'ora, una bella forma di fanciulla appariva sul terrazzo, di
fianco alla casa dei Guerri. Gino salutava, e si fermava ad un certo
punto, per gittar sul terrazzo i suoi fiori, senza fallar mai il
colpo, che sarebbe stato di mal augurio sbagliar la parabola. Poi,
fatto un altro saluto, entrava in casa, presentava i suoi omaggi alle
signore, chiedeva notizie di tutti, dava le sue, quando ne aveva, e
faceva un po' di musica con Fiordispina, o leggeva qualche pagina di
libro, ad alta voce, aspettando l'arrivo degli uomini, degli amici
suoi, che ritornavano per l'appunto sul mezzodì, dalle loro
occupazioni quotidiane.
Dopo il pranzo si scendeva in giardino, a far quattro passi e a
visitar le piante rare. Esse non erano più tutte nella stufa, poichè
la stagione calda permetteva a molte di rimanere all'aperto; ma alcune
si tenevano sempre là riparate, perchè le notti, alle falde del
Cimone, quantunque di estate, non erano calde abbastanza. Per altro,
nelle ore del giorno, le finestre della stufa erano tutte spalancate,
perchè i fiori bevessero la loro parte d'aria e di luce.
Fiordispina e il conte Gino correvano sempre a visitare la bella
raccolta di eriche del capo di Buona Speranza. Sentivano forse che il
nome era di buon augurio per essi? Fiordispina ammirava i grappoli di
campanelluzzi eleganti, variamente colorati, che pendevano dalle
asticciuole ramose; Gino la seguiva nelle sue osservazioni, ma non
così attentamente com'ella avrebbe voluto, e vedeva le guance di
Minerva tingersi di un incarnato più vivo, quando ella si accorgeva
che il compagno guardava troppo un mazzolino di fiori selvatici,
sporgente dalla gala di mussolina che ornava e nascondeva ad un tempo
lo scollo della sua veste di lana.
Anche le gite lontane si seguivano frequenti, ed un giorno si andò
fino a Bismantua. Si era parlato tante volte di far quel viaggio!
Fiordispina non c'era mai stata, e Gino moriva dalla voglia di
guadagnar quella vetta, che rassomigliava tanto al profilo di una gran
testa arrovesciata, in atto di guardare il cielo. Si dice questo in
grazia di un naso colossale, che è raffigurato dal colmo della
montagna, a chi lo guardi da lunge.
Quel giorno, si sa, venne in campo la famosa terzina dantesca, dove il
sasso di Bismantua è ricordato. Il Poeta passa in rassegna le più
difficili strade da lui fatte ne' suoi continui viaggi, per
paragonarle alla faticosa salita del suo Purgatorio.
_Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
Montasi su Bismantova in cacume
Con esso i piè; ma qui convien ch'uom voli._
--E qui è stato il padre della patria;--disse Gino, salendo anch'egli
«con esso i piè» ma non senza fatica sull'erta del monte.--Di qui ha
veduto il nostro Cimone e l'Alpe di San Pellegrino, l'Alpe di Succiso,
il Mal Passo e l'Orsaro; qui gli si è stesa davanti agli occhi quella
fila di giganti che sono laggiù i monti Apuani. Non credete voi,
Fiordispina, che tutte queste scene di sassi, orridamente belle,
ammirate da lui sul colmo di Bismantua, siano entrate per molta parte
nella composizione del Poema sacro?
--Sì,--disse Fiordispina,--dovete aver ragione. Ma io penso ancora
un'altra cosa, quassù. Penso che in molti versi, sparsi qua e là nella
_Divina Commedia_, il Poeta mostra di credere alla grandezza del suo
lavoro; ma che nessuna cosa indichi meglio questa sua fede, che il
fatto di aver vedute o descritte con un cenno maestro tante regioni
d'Italia. Da ogni terra ch'egli ha visitata, Dante prende un'idea, un
colore, una immagine, e le aduna nel suo poema, che sarà la Bibbia
degli Italiani, quasi volesse rappresentarci la penisola già unificata
nella sua mente profetica.
--Ah!--gridò Gino.--Si avverasse presto il gran sogno!--
Così la gita di Bismantua si era mutata in un pellegrinaggio di voto,
come se i nostri due innamorati fossero andati ad un santuario antico,
per venerare gli Iddii della patria. Ma a tutti fa questo senso
Bismantua, anche senza aver compagna nella salita una bellissima
donna, che abbia letto Dante e lo ami.
Quel giorno, sotto la vetta del monte, Gino Malatesti incise tre nomi
sulla corteccia di un faggio: il nome del Poeta su in alto; più sotto
il nome di Fiordispina ed il suo. Oh, non c'era pericolo che facesse
errori, scrivendo il nome di lei! Questi malanni non occorrono che in
sogno.
Nella realtà, piuttosto, ne occorrono degli altri. Il conte Gino, per
esempio, al suo ritorno di Bismantua, trovò una lettera, che aveva
lasciata per lui il procaccia. Da qualche tempo, sapendo che il conte
Malatesti faceva capo ogni giorno alle Vaie, era uso del procaccia di
consegnargli le sue lettere laggiù, o di lasciargliele, se non lo
avesse trovato.
--Notizie di casa tua;--disse Aminta, separando la lettera di Gino da
quelle dei Guerri, e consegnandola all'amico.
--No,--rispose Gino, dopo aver dato una guardata alla
soprascritta,--non è il carattere dei miei.--
Ma dopo aver guardato il carattere, guardò anche il bollo postale. La
lettera non veniva da Modena; veniva invece da Lucca.
Chi poteva scrivergli da Lucca? Erano già scorse parecchie settimane
senza che Gino Malatesti ricordasse la esistenza di quella graziosa
città. Da Lucca? Ah, gli tornava allora la memoria del passato, e
sebbene quello della soprascritta non fosse il carattere di una certa
persona, la provenienza della lettera lo seccò molto, molto, molto; lo
seccò tanto, che egli cacciò la lettera in tasca, senza darsi la briga
di aprirla.
--Tu fai sempre complimenti con noi;--disse Aminta, che aveva veduto
quell'atto.
--No, sai? non ne faccio;--rispose Gino.
--Ah, dico bene! Non ne sarebbe il caso;--replicò Aminta.--Noi intanto
leggiamo bene le nostre.
--La mia è la lettera di un noioso;--disse Gino.--Ci sarà sempre tempo
a leggerla.--
E gli parve di respirar meglio, poichè l'ebbe seppellita nel fondo
della tasca, con quel po' po' d'epitaffio.
Bel coraggio! direte. Bella tranquillità d'animo! E il più bello fu
questo, che non sapete ancora. Gino Malatesti non lesse quella lettera
neanche a Querciola; non la lesse il giorno appresso, nè l'altro che
seguì. Passarono otto giorni, a farvela breve, e la lettera di Lucca
stava sempre là suggellata; non più in una tasca dell'abito, ma in un
angolo del suo cassettone. Ciò avviene qualche volta a tutti, e non è
sempre una prova di coraggio, ahimè, nè di tranquillità d'animo; ve ne
ricordate? Si è messa quella lettera in disparte, rimandandone la
lettura fastidiosa ad un momento più tranquillo; ma quel momento non
vien mai; e i giorni passano, frattanto; e quando, rovistando le
vostre carte, quella lettera malaugurata vi viene davanti, fremete, vi
adirate con voi medesimi, e paghereste qualche cosa perchè non ve
l'avessero scritta.
Dunque, coraggio e tranquillità d'animo, no; piuttosto una diffidenza,
un sospetto, che confinavano con la paura di legger cose spiacevoli,
di esser tirato in altre difficoltà, solamente (ma era già abbastanza
per lui) di rinnovare sensazioni dolorose. E perchè le noie sono come
le disgrazie, loro sorelle maggiori, che non vengono mai sole, otto
giorni dopo l'arrivo della lettera, rimasta suggellata nel suo
cassettone, e mentre Gino se ne stava alle Vaie, seduto nel salotto
dei Guerri, capitò una fantesca ad annunziare:--sono arrivati due
signori.--
--Ebbene,--disse il signor Francesco,--falli entrare.
--Cercano del signor conte Malatesti;--ripigliò la fantesca.
--Falli entrare egualmente;--replicò il vecchio Guerri.
A quell'annunzio il conte Gino si era fortemente turbato. Chi diamine
poteva cercar di lui? E là, poi, in casa d'altri, quando il suo
domicilio era a Querciola?
--Aspettate;--diss'egli, trattenendo col gesto la donna, che già si
moveva per obbedire al comando del signor Francesco.--Non è
conveniente che io regali questa seccatura ai miei ospiti. Andrò a
ricevere questi importuni nell'anticamera.--
E prima che il signor Francesco potesse rispondergli, escì dalla sala,
per entrare in quella cameretta che conoscete.
Poco stante, avvisati dalla fantesca che potevano salire, apparvero i
due forastieri sull'uscio. Gino riconobbe il commissario di polizia e
l'applicato che aveva già ricevuti una volta, sul principio della sua
dimora a Querciola.
L'atto suo fu di meraviglia, e non lieta. Il commissario se ne avvide
benissimo, e cercò di rimediare con una buona parola.
--Non si turbi, signor conte, la prego;--diss'egli.--Portiamo notizie
allegre.--
Non c'erano notizie allegre da quella parte, per il conte Gino
Malatesti, e il suo viso non si rasserenò punto punto.
--Siamo stati a Querciola;--ripigliò il commissario;--ma abbiamo avuto
il dispiacere di non incontrarla. Ci han detto che forse avremmo
potuto trovarla qui, dai signori Guerri, dov'Ella usa venire....
--Sì, a far visita;--interruppe Gino, seccato e confuso ad un tempo.
--Ottima cosa avere dei buoni vicini!--osservò il commissario.--Si
passa gradevolmente qualche ora del giorno, in attesa d'un fortunato
cambiamento.
--Ha qualche cosa da annunziarmi?--disse Gino, riconducendo il signor
commissario all'argomento della sua visita.
--Sì, e tale che le farà piacere. Ma io non ardirò sostituirmi al suo
signor padre, cui spetta il piacere di dargli la notizia, dopo avere
avuto il merito di provocare il fatto. Eccole una lettera del signor
conte Jacopo, che le spiegherà meglio la cosa.--
Gino prese con mano tremante la lettera che gli porgeva il
commissario; l'aperse, non senza fatica, e lesse quel saggio della
prosa paterna.
«_Mio caro figlio_,
«Avrei dovuto, per i torti vostri e per il danno morale che essi hanno
recato alla mia casa, lasciarvi dove il giusto rigore del Governo vi
aveva confinato. Ma son padre, e mentre la mia severità non muta i
suoi giudizi, il mio cuore e lo stesso decoro della famiglia non
potevano che farmi desiderare di veder cancellata con un atto di
clemenza sovrana quella macchia che i vostri diportamenti hanno fatta
al buon nome dei Malatesti. Sua Altezza Serenissima ha voluto
accogliere benignamente le mie preghiere, ed esagerando nella sua
grazia qualche merito mio, non vedere nei vostri atti che l'effetto di
una leggerezza giovanile, che il tempo e i consigli correggeranno, se
già non è bastato l'esempio salutare di tre mesi di confine. Quasi
sarebbe inutile il dirvi che io mi sono impegnato formalmente e
solennemente per Voi, promettendo che d'ora innanzi avreste mutato
intieramente il vostro tenore di vita, e in particolar modo per quel
che si attiene alle relazioni, alle amicizie. Meno amici avrete, e più
potrete sperare di averli sicuri. Del resto, vi sarà libera la scelta
nella vostra medesima classe, con maggiore onor vostro e rispetto al
principio di autorità, di cui tutti, se onorati del favore sovrano,
rappresentiamo una parte. Nutro speranza che non mi farete bugiardo, e
non mi costringerete a considerarvi straniero alla nostra famiglia.
Desidero frattanto di rivedervi presto, e a quest'effetto mi recherò
giovedì mattina ad incontrarvi a Sassuolo. La mia età non mi permette
di fare un più lungo viaggio. Vi aspetterò dunque colà, nella giornata
di giovedì, lasciandovi in questo modo il tempo di fare le vostre
valigie.
«Vostra madre, i vostri fratelli e le vostre sorelle vi abbracciano
con me.
«Vostro padre
«_Conte_ JACOPO MALATESTI.»
Giovedì, a Sassuolo! E che giorno era quello? Ahimè, un martedì. Gino
rimase istupidito dal colpo. Giovedì a Sassuolo! Ma bisognava dunque
partire quella sera medesima? Al più al più, sull'alba del giorno
seguente? Il poveretto non ci vedeva più lume, e sicuramente si
sarebbe trovato in un bell'impiccio, dovendo ripigliare la
conversazione col signor commissario, se in quel punto non fosse
capitato Aminta al soccorso.
--Gino,--disse questi, entrando nell'anticamera,--ricordati che sei in
casa tua. Spero che dopo aver parlato d'affari con questi signori,
vorrai invitarli a passare in quell'altra sala, dove noi vi
aspettiamo.
--Ringrazio;--rispose il commissario, senza aspettare che il conte
Gino ripetesse l'invito.--Ringrazio ed accetto subito, poichè la
nostra missione è compiuta. Essa è stata anche gratissima, e speriamo
che, come è piaciuta al signor conte Gino Malatesti, così sarà per
piacere ai signori Guerri, suoi ospiti.--
Così dicendo, il cerimonioso personaggio entrò nella sala, seguito
dall'applicato e da Gino, che non si era per anche riavuto dal suo
stordimento. Qui si fecero i soliti saluti, e il signor Francesco
offerse una refezione, che fu ricusata, poichè i due visitatori
avevano già desinato a Pievepelago.
--Accetteranno almeno una tazza di caffè ed un bicchier di
vino;--disse allora il vecchio Guerri.
--Per non rifiutar le sue grazie;--rispose il commissario,
inchinandosi.
Vennero i bicchieri sul vassoio d'argento, con la bottiglia di vin
Santo delle grandi occasioni e con la catasta dei cantucci, ben
ordinati nel piatto.
Il signor commissario amava i dolciumi, secondo l'uso di tutte le
virtuose persone, e intinse volentieri un cantuccio nel suo vino. Come
l'ebbe inzuppato ben bene, lo immerse beatamente in bocca, facendo
batter la lingua contro il palato, e chiudendo gli occhi a mezzo, in
atto di buongustaio che voglia concentrare tutte le facoltà dell'anima
intorno alla voluttà del momento. Felicissima bocca del mio signor
commissario! Essendo ella così soavemente vellicata, immaginate voi
quante dolcezze ne uscirono.
--Sicuramente!--diss'egli.--Reco una buona notizia, che piacerà a
tutti gli amici del nostro signor conte, desiderato oramai da tutta
Modena. Sua Altezza Serenissima--(e qui un inchino tanto fatto)--ha
revocata la pena del confine, che si era degnata di applicargli, senza
processo, notino bene, senza processo. I processi restano, e
costituiscono sempre uno spiacevolissimo precedente, nella vita di un
gentiluomo. La sentenza c'è e non c'è, quando il processo manca; la
pena è applicata così, alla breve, in modo di correzione paterna, e
quando è revocata non ne resta più traccia. Il signor conte
ringrazierà, ne son certo, la clemenza sovrana; la quale si è
esercitata più presto che io non prevedessi, in grazia dei meriti
singolari dell'illustrissimo conte Jacopo, suo degno genitore, che è
senza dubbio uno dei soggetti più eminenti dello Stato.--
Finito il suo discorsetto, il degno commissario finì il suo cantuccio
e il suo resto di vin Santo, con la coscienza di aver meritato l'uno e
l'altro.
--Mi compiaccio molto della fortuna che gli tocca; disse allora il
signor Francesco Guerri.--A noi dispiacerà di perdere un così buon
vicino; ma non dobbiamo essere egoisti. Non è vero, figliuoli miei?--
Alle prime parole del commissario, Fiordispina era diventata pallida,
e si era sentita mancare, tanto che aveva dovuto appoggiarsi alla
tavola, per non dare un triste spettacolo della sua debolezza. Ma fu
un momento, e non altro. Gli occhi del signor commissario, volgendosi
torno torno nel giro del discorso, erano giunti fino a lei, e
Fiordispina fece uno sforzo supremo per non dare a divedere la sua
commozione. Anch'ella, come Aminta, rispose con un cenno di
assentimento e con un sorriso alle ultime parole del babbo.
--Ne son tutti felici, ed è giusto;--ripigliò il commissario.--Oso
dire che il primo sono stato io, ed ho accettato con giubilo
l'incarico di portar la notizia al signor conte, mentre qualche altra
necessità del nostro ministero mi chiamava da queste parti. Del resto,
se è lecito nella soggetta materia esprimere tutto il proprio
pensiero, la pena del confine è tra le lievi la meno adatta al suo
scopo correttivo. Un uomo che ha potuto, per qualche bazzeccola,
trascorso di lingua, od altro lieve errore di gioventù, richiamare
sopra di sè l'attenzione del governo, s'invigila meglio a casa, che
tra i monti e sui laghi dell'Appennino. Non credono?
--Veramente....--rispose il signor Francesco.--Non saprei dirle. Mi
dispenso volentieri dallo avere una opinione in questa materia, che è
di spettanza del governo e dei suoi savi consiglieri.--
L'accenno malizioso ai laghi era evidente, come lo sforzo di
ragionamento con cui il signor commissario aveva tirato il discorso
fin là. Il signor Francesco Guerri non volle mostrare di averlo
capito; ma la sua risposta, fatta più prudente dal pensiero della
difesa, parve dar noia al dolcissimo signor commissario.
--Ella, signor conte,--riprese questi, voltandosi a Gino,--mi perdoni
la libertà di un giudizio che non esce dalla cerchia delle mie
attribuzioni. Posso anche ammettere che la sua lealtà di suddito sia
stata sospettata a torto, per informazioni non bene accertate. Il
migliore dei governi, si sa, non può sperare di aver servitori tutti
egualmente accorti, che sappiano sceverare il vero nelle relazioni di
un fatto, cogliere da un ponderato esame le intenzioni della gente,
misurarne secondo i casi la importanza, distinguendo l'assoluta dalla
relativa. Ad ogni modo il perdono è intiero e cancella fin l'ombra dei
sospetti passati. Ella si prepari a fare le sue valigie, perchè
l'illustrissimo signor conte suo padre le viene incontro domani a
Sassuolo.--
Un'altra occhiata andò in giro, e si fermò sul volto di Fiordispina.
Era forse l'occhiata consuetudinaria dell'impiegato di polizia, che
deve aver l'aria di scrutar gli animi e i cuori. Ma la fanciulla dei
Guerri n'ebbe un senso di freddo, e stette più salda che mai.
--Mi duole,--diceva frattanto il conte Gino,--mi duole che il mio
signor padre si voglia scomodar tanto per me. Le mie valigie son
presto fatte. Ma io, signor commissario,--soggiunse egli con una certa
alterezza di accento,--senza partecipare alla sua opinione sulla
lievità di certe pene, mi ero avvezzato, gliele confesso
sinceramente.... mi ero avvezzato alla mia.
--Capisco.... capisco....--rispose quell'altro, sconcertato dalla
schiettezza del conte.--Una così bella compagnia.... si lascia mal
volentieri. Ma Ella potrà ritornare, da libero visitatore, in questi
bei luoghi.
--Lo spero bene!--ribattè il conte Gino.
Il momento non era piacevole. Ma il signor Francesco Guerri mise fine
alla scena, alzandosi di scatto, per dar commiato ai suoi ospiti. Si
rivolse per altro all'ospite caro, e non badò punto ai noiosi.
--Conte Gino,--diss'egli, stendendo la mano al giovanotto,--vada a
prepararsi per la sua partenza da Querciola. Mio figlio Aminta le
terrà compagnia. Le Vaie, del resto, sono sulla strada del ritorno, e
noi avremo tempo a farle i nostri saluti amichevoli e i nostri augurii
sinceri.--
Anche il signor commissario aveva dovuto alzarsi.
--E noi frattanto,--diss'egli,--ritorneremo a Fiumalbo, per l'altra
parte della nostra missione.
--Ah, già!...--rispose il signor Francesco.--C'è un'altra parte....
--Dobbiamo vedere il sindaco;--ripigliò il commissario.--Sarà
reperibile, a quest'ora.
--Credo bene. Se vuole, manderemo anche ad avvertirlo.
--No, non occorre; troveremo noi questo signor Cervarola. Si chiama
così, non è vero?
--Lorenzo Cervarola, per l'appunto. La sua casa è a cinquanta passi
dal mulino di Fiumalbo.
--Grazie! Ci andiamo subito, perchè vorremmo sbrigarci;--disse il
signor commissario.--Far bene e presto è il gran fine, il gran
desiderio; ma pur troppo non è sempre possibile, in materia
amministrativa.
--Col suo ingegno e col suo zelo, signor commissario!...
--Eh, lo zelo è grande davvero; così fosse l'ingegno!--rispose
quell'altro, umilmente.--Ma si farà quello che si potrà. Il governo
desidera un po' di relazione, fatta _de visu et de auditu_ sullo stato
e sui bisogni reali di queste industriose popolazioni. Accogliere i
legittimi voti, togliere gli abusi, se ce ne sono, concedere tutte le
agevolezze compatibili con le esigenze del servizio, son questi i
criterii di un ottimo governo; ed il nostro, la Dio grazia, non lascia
nulla a desiderare, per questo lato.--
Il signor Francesco Guerri s'inchinò leggermente. Un inchino costa
poco e fa risparmiare molte parole inutili, pericolose.
--Signor conte,--ripigliò il commissario, volgendosi a Gino,--voglio
sperare che i doveri del nostro uffizio ci permetteranno di vederla
domattina, al suo passaggio da Fiumalbo.--
Gino s'inchinò anche lui, ma il suo inchino poteva anche parere l'atto
di un uomo che si stringe nelle spalle.
--Se questa sorte ci fosse negata,--proseguì il commissario,--abbia
fin d'ora i nostri augurii, ed accolga la preghiera che io Le faccio,
di presentare i miei più rispettosi ossequi all'illustrissimo signor
conte Jacopo. Il degno personaggio ha un po' di benevolenza per me, ed
io gliene sono riconoscentissimo.
--Grazie!--mormorò Gino, in ricambio a quel fiume di parole.
Ma dopo quel «grazie» fu ancora costretto a stringere la mano del
signor commissario, del suo tormentatore, del suo aguzzino. Meno
spiacevole gli fu la stretta di mano dell'applicato. Vi rammentate che
in quella stretta il conte Gino aveva già ricevuto un messaggio del
suo servo Giuseppe. Se anche quella volta gli fosse capitata una
simile fortuna! Egli si era ben preparato a riceverla; ma il bravo
applicato non aveva niente da dargli. Piuttosto avrebbe avuto qualche
cosa da dirgli. Guardò infatti il conte Gino con una cert'aria, gli
strinse la mano in un certo modo, che il giovanotto ne rimase un po'
sconcertato.
--Che cosa vorrà dirmi con la sua occhiata e con la sua
stretta?--pensò.--Veda lui di spiegarsi più chiaro. Io del resto so
bene una cosa: che niente potrebbe esser peggio della sentenza che mi
ha portata il suo superiore immediato.--
Partiti i due rappresentanti del governo ducale, ci fu un po' di scena
muta, nel salotto dei Guerri.
Anche questa volta parlò primo il signor Francesco, che aveva la testa
più forte e il cervello più libero.
--Andate, conte;--diss'egli.--Non farete in tempo a preparare le cose
vostre, se aspettate dell'altro.
--Si, vado;--rispose Gino, scuotendosi;--ma ritornerò al più presto
possibile.
--Questa sera, perbacco! Pellegrino s'incaricherà lui di trasportare
le valigie. Aminta vi aiuterà a farle.
--Sì, sì;--mormorò Gino, che non aveva più volontà. E si allontanò,
seguito da Aminta, dopo aver salutate le signore, più che con le
parole sue, con gli occhi pieni di lagrime.
--Coraggio, via!--gli disse il signor Francesco, che lo aveva
accompagnato sull'uscio di strada.--Si direbbe che nei momenti
solenni, dove è più necessaria l'energia del carattere, essa vi manchi
del tutto. Siate uomo, conte Gino: pensate alla vostra famiglia, che
rivedrete doman l'altro; a vostro padre, che abbraccerete domani.
--Ma io, signor Francesco.... padre mio... avevo posto il mio cuore
qui! E se permettete....
--No, amico mio!--interruppe il vecchio Guerri, abbracciandolo.--Non
dite nulla, perchè il tempo stringe. Mi parlerete del vostro cuore,
quando verrete a riprenderlo.--
Mezz'ora dopo, andando a spron battuto per la via del bosco, Gino ed
Aminta giungevano a Querciola.
Il Mandelli fu maravigliato di quella partenza improvvisa del suo
inquilino; ma lo aveva sempre veduto così poco, che non ebbe ragione
di piangere. Non si dovevano commuovere niente di più i rustici
abitanti di Querciola, che non avevano veduto mai il forastiero
traversare il paesello, tranne una volta, ed al trotto, confuso in una
allegra cavalcata co' suoi amici delle Vaie: coi re della montagna,
come si usava dire lassù.
Le valigie furono presto fatte. L'unica noia un po' grossa era quella
di mettere in ordine le carte, che ingombravano il tavolino e i
cassetti del conte. Sul tavolino, per esempio, c'erano alcuni fogli
pieni di versi e di cancellature; il principio di una ballata, che
portava un bel titolo, scritto a grossi caratteri: _La Ninfa del
Lago_.
--Che?--disse Aminta.--Scrivevi dei versi?
--Per tua sorella;--rispose Gino,--E resteranno incompiuti.
--Li finirai a Modena e ce li porterai a leggere per il quattro di
ottobre. Hai due mesi di tempo, non poco nè troppo, per tutte le cose
che avrai da fare laggiù;--disse Aminta, appoggiando forte sulla
frase.--Il quattro di ottobre è l'onomastico di nostro padre.
--E tutti i suoi figli debbono fargli corona, in quel giorno!--rispose
Gino, animandosi.--Non mancherò, te lo prometto.--
Nel raccogliere le carte che stavano pigiate entro i cassetti, venne
fuori la lettera di Lucca.
--To'!--disse Aminta.--Ecco una lettera che non hai neanche aperta.
--Ah sì, è vero;--rispose Gino, crollando la testa.
--Perchè non la leggi?--chiese Aminta.
--È la lettera d'un noioso; ci sarà sempre tempo;--replicò Gino.--Oggi
ho un diavolo per occhio.--E con atto risoluto cacciò la lettera in
tasca, per farla finita una volta. Sì, questo era il suo pensiero, per
farla finita. Ma oramai non poteva più sciogliersi da un altro
pensiero, che era quello della lettera, ritornata nel suo soprabito.
Il foglio malaugurato gli dava noia, gli destava un senso di bruciore
sul petto. Oh, finalmente! Che cos'era quel foglio, di cui sentiva
tanta paura? Non ne aveva forse avuto abbastanza, di dolori, e non
sopportava egli già la pena più acerba, con quella energia che gli
aveva infusa una esortazione del vecchio Guerri, del padre di
Fiordispina? Alla peggio, non era quello il suo giorno triste? Non era
quello il momento di bere tutto, fino alla feccia, il suo calice di
amarezze? La curiosità non c'entrava punto, e questo egli lo sapeva
bene; se non ne fosse stato certo, gli sarebbe bastato ricordare otto
giorni della più superba noncuranza. Il conte Gino andò allora nel
vano della finestra, cavò di tasca la lettera, la spiegazzò un poco
fra le dita; poi ruppe il suggello.
--Ah, finalmente!--borbottò egli.--È fatta. Vediamo questo maledetto
foglio, che fa tanta paura. Non ne salterà mica fuori una vipera!--