Aminta.--Quando non si desidera di saper nulla di ciò che avviene
lontano da noi, una lettera è sempre una noia.
--Prendila allora come correttivo, e non dolerti col messaggero,
perchè l'ho portata io.
--Dove l'hai presa?
--A Pievepelago, dove sono andato stamane. Me l'ha consegnata un
servitore, che domandava appunto all'albergatore del _Falco reale_ se
ci fosse qualcheduno per rimettere una lettera al conte Malatesti, a
Querciola. L'albergatore, che mi aveva veduto passare poco prima
davanti alla sua insegna, mi venne a cercare, e il servitore mi
consegnò la lettera, mentre i suoi padroni aspettavano di far cambiare
i cavalli.
--I suoi padroni!--ripetè Gino.--Chi saranno costoro?
--Non saprei dirti, M'è parso di vedere un signore vecchiotto e
grassotto, con la barba bianca, tagliata a ghirlanda, e una signora
bionda, con una ragazza bionda come lei. Del resto, leggi la lettera,
e capirai più che io non ti possa dire, nella mia ignoranza.
--Hai ragione;--balbettò Gino, che aveva già capito più che non
dicesse e non credesse di dirgli l'amico.--Ma leggerò più tardi.--
E stava per mettere la lettera in tasca, fingendo una tranquillità che
non aveva.
--Se si trattiene per noi, ha torto;--disse la signora
Angelica.--Legga pure liberamente. Tanto, non è ancor l'ora di
metterci a tavola.--
Gino s'inchinò, ed obbedì, aprendo la lettera. Aveva già data
un'occhiatina alla soprascritta, e riconosciuto il carattere di
Giuseppe.
A voi parrà che ciò dovesse calmarlo un pochino. Ma no, signori; ciò
accresceva i suoi dubbi e le sue ansietà. Perchè mai una lettera del
suo servo Giuseppe gli era portata da così strani viaggiatori? Perchè
mai veniva a battere da quelle parti la signora bionda, che Aminta
aveva veduta, con una figlia bionda come lei? Di signore bionde con
figlie egualmente bionde, se ne danno sicuramente parecchie migliaia,
nel mondo, e la città di Modena, per la sua parte, poteva averne anche
un paio; ma a farlo apposta, quella lì era accompagnata da un signore
vecchiotto e grassotto, con la barba bianca tagliata a ghirlanda. Se
quelli non erano i Baldovini, bisognava dire che la natura si fosse
compiaciuta a fabbricare dei doppi, nelle sue combinazioni ternarie.
Il conte Gino represse un sospiro e si ritirò nel vano di una
finestra, in apparenza per aver più luce, nel fatto per nascondere il
viso, mentre leggeva la lettera.
Giuseppe diceva poco di veramente importante. Incominciava narrando che
tutti, in casa Malatesti, godevano buona salute, secondo l'uso. Seguitava
raccontando che a Modena si erano fatte sei rappresentazioni della
_Lucia_ e della _Sonnambula_, scambio di quattro che avevano annunziate;
che la società elegante era andata in visibilio per la celebre Venturoli;
che i giovanotti l'avevano accompagnata l'ultima sera a casa con le
fiaccole; che le signore le avevano offerta una cena sontuosa; che tutti,
infine, erano diventati pazzi per la cantante. Nient'altro, per allora;
ma il poscritto era importantissimo, nella semplicità del racconto,
poichè spiegava a Gino in che modo quella lettera doveva essergli
ricapitata.--«Le scrivo (diceva Giuseppe) approfittando di un'occasione
favorevole. Severino, il cameriere dei signori Baldovini, accompagna i
suoi padroni ai bagni di Lucca, dove la signora marchesa passerà
l'estate, mentre il signor marchese andrà fino a Firenze, per vedere i
suoi amici Geroglifici. Non so se scrivo bene il nome, e Lei mi perdonerà
se ho fallato. Son quelli che studiano per la coltivazione dei campi.»--
Qui il nostro lettore diede in uno scroscio di risa.
--Ah, vedi?--gridò Aminta.--Non era poi una lettera che dovesse
rattristarti.
--No davvero;--disse Gino.--È il mio servitore che mi scrive. Indovina
un po' come chiama i Georgofili!
--Non saprei;--rispose Aminta.--Garofani?
--No, sarebbe troppo facile. È andato a cercare la variante più
strana; ha scritto Geroglifici!--
Qui, insieme con Aminta, risero di cuore tutti i presenti. Gino,
rasserenato, mandò uno sguardo a Fiordispina, che andava e veniva per
la stanza, anch'ella sorridente e felice. Divino sorriso! Come
s'illuminava per lui, quel sorriso, di tutte le liete notizie che gli
aveva date Don Pietro! Il cugino Ruggero, l'Ercole adolescente, era
partito per sempre; era un pretendente fallito, un'ombra dileguata. Ed
anche per Gino Malatesti un'ombra era passata, alle falde del Cimone,
ma per andarsi a dileguare nella val di Nievole.
Per altro, pensandoci bene, era stato un grande amore, quello della
marchesa Polissena! E un grande rammarico era stato il suo, per
l'esilio di Gino Malatesti da Modena! Bel modo, poi, di passargli
daccanto, senza fermarsi mezz'ora, senza pur chiedere se fosse morto o
vivo! Vedete un po' che strano contrasto, e un mese dopo i più
terribili ardori, dopo i più solenni giuramenti di un amore eterno! Si
sa, di eterno non c'è che la nostra sciocchezza, nel mondo; ma si
vorrebbe almeno che certi aggettivi, come sono usati sinceramente, a
significare la forza della passione, così non fossero dimenticati
troppo presto. Non si salvano dunque neppure le apparenze? Morta la
virtù, non c'è neanche più ipocrisia? Ecco qua la bella e ardente
Polissena della fuga di Torino, che passava tranquillamente in vettura
di posta da Pievepelago, vedendo lassù, dalla parte del Cimone,
biancheggiare a mezza costa le case di Querciola, e non aveva nemmeno
un pensiero per il povero confinato. Un servitore della signora
marchesa poteva avere in tasca una lettera per Gino Malatesti, e
ricordarsi di consegnarla a qualcheduno, che gliela facesse
ricapitare. Lei, frattanto, passava di là, biondamente obliosa, per
andarsene ai bagni di Lucca, alle conversazioni, alle passeggiate, ai
concerti. Strana combinazione, se Gino avesse quel giorno accompagnato
Aminta, come gli accadeva qualche volta di fare! Che incontro sarebbe
stato quello! Ah, davvero, l'aveva scappata bella; e pensava, non
senza un leggero brivido, che non è prudente andare a diporto sulle
strade maestre.
Meditò su queste cose il tempo strettamente necessario a mettere in
chiaro la bella serenità di spirito della marchesa Polissena; poi
diede una crollatina di spalle. Filosofia, son queste le tue
consolazioni.
Ma sì, ragazzi miei belli, che navigate tra due acque, che vi cullate
tra due amori, l'uno dei quali è già nato, e l'altro non è morto
ancora, queste lezioni vi toccano. Credete di essere necessarii, e già
si pensa a voi, come si penserebbe al Gran Turco.
Andiamo al fondo, per altro; andiamo al fondo delle cose. Non era
meglio così? Amava egli forse più la marchesa Polissena? Non aveva
detto egli stesso, facendo il suo esame di coscienza, che il suo
sentimento per lei era tutt'altra cosa da quello che provava per la
fanciulla dei Guerri?
Si dirà che queste son distinzioni troppo sottili, ed anche
arbitrarie, mentre la diversità di un amore da un altro dipende al più
al più dalla diversità dell'oggetto. Ma io, se permettete, entro più
che nei panni, nel cuore del personaggio; trovo che egli pensava così,
come ho avuto l'onore di dirvi; so che era in buona fede, pensando
così, e non domando di più. Finalmente, se la casuistica esiste, è
segno, che risponde, o rispondeva da principio, ad un bisogno
dell'animo umano.
Comunque fosse del suo primo e del suo secondo amore, Gino Malatesti
si sentiva libero di cuore e di spirito, tanto che gli pareva di
essersi levato un gran peso di sullo stomaco. Anche Fiordispina era
libera, e la notizia, avuta nel medesimo giorno che si sentiva libero
lui, gli parve di buon augurio. Non Polissene di qua, non Ruggeri di
là, per far ombra alla scena; il cuore di Gino Malatesti brillava,
sgombro di nebbia importuna, come la vetta rosea del Cimone sul sereno
azzurro dei cieli.
O fanciulla dei Guerri, come foste felice quella sera anche voi,
vedendo così lieto l'ospite del vostro buon padre! Da parecchi giorni
egli non lo era più, e la cosa vi aveva profondamente turbata. Una sua
parola acerba era venuta ad illuminarvi la mente; ma che ne potevate
voi, se in casa di vostro padre c'era un ospite di troppo? Del resto,
ilare come allora, il conte Gino Malatesti non lo era stato mai,
dacchè il destino lo aveva sbalestrato alle Vaie. Sempre, anche nelle
ore più confidenti, una piccola nube gli oscurava la fronte, e dietro
a quella nube s'indovinava un triste pensiero appiattato: forse la sua
città natale abbandonata, forse i parenti lontani, forse le care
consuetudini interrotte, mutate violentemente da un decreto ducale. Ma
che importava più di guardare il passato? Per allora il conte Gino
rideva; per la prima volta appariva felice; il suo occhio era così
limpido, che si sarebbe giurato di potergli leggere in fondo all'anima
i più riposti pensieri.
Così pareva a lei, fanciulla intelligente, ma inesperta della vita. Se
si fosse guardato nel fondo di quell'anima, si sarebbe veduto ancora
un po' di torbido. Anche nel fondo di un ruscello, talvolta, si
giurerebbe di non trovare che sabbia tersa e lucente. Ma chi stende la
mano, raccatta sempre con la rena un po' di fango. I detriti della
riva, depositati nell'alveo, non turbano la limpidezza delle acque; ma
a patto di non rimestarle troppo.
Quel giorno, contento il signor Gino, erano contenti tutti, e si
ciarlò più allegramente del solito nell'intima conversazione dei
Guerri. Don Pietro, capitato sull'ora del caffè, domandò perchè non si
fosse ancora pensato a fare qualche bella gita nei dintorni, al monte
Cimone, al Cimoncino, a Bismantova, all'alpe di San Pellegrino. E il
lago della Ninfa! Perchè non si andava a visitare il lago della Ninfa,
per vedere la bella dai capegli biondi, tramutata in sasso?
Gino non aveva una grande curiosità di veder belle dai capegli biondi,
dopo la triste esperienza che gli pareva di aver fatta di una fra
queste. Ma una bella tramutata in pietra è sempre uno spettacolo degno
di esser veduto, non foss'altro per riscontrare se la finezza dei
lineamenti duri inalterata nella nuova sostanza. Il nome di Ninfa,
poi, lo colpì più del color dei capegli e del tramutamento in sasso.
--Che storia è questa?--diss'egli.--Forse un avanzo dell'antica
mitologia?
--Non saprei dirle, signor conte;--rispose Don Pietro.--Si dice la
Ninfa, e potrebbe dirsi la Fata, la Sirena, l'Ondina, od altro di
consimile, perchè son tutte forme diaboliche della stessa famiglia.
--Ma c'è una leggenda?--riprese Gino.
--Sicuro, ed eccola qua. Un giorno (Ella non mi domandi il mese e
l'anno, perchè non glieli saprei dire) un giorno avvenne ad un
cacciatore di passare tra i faggi, inseguendo una cerva, sulle rive
del lago. Dall'altra parte, dove mancavano gli alberi e sorgeva in
quella vece un picco aguzzo a mo' di scogliera, vide una bellissima
figura di donna, che pareva una bagnante, escita allora dall'acqua, e
in atto di rasciugare al sole la sua capigliatura bionda. Il
cacciatore rimase estatico ad ammirarla; il che, per dirglielo così di
passata, diede tempo alla cerva di mettersi in salvo. Quanto rimanesse
egli in contemplazione non so, perchè la leggenda non lo dice; il
fatto sta che quando egli fece per avvicinarsi alla bella figura,
costeggiando la riva del lago, trovò un canaletto d'acqua, e in fondo
al canaletto un roveto così fitto, che non ci fu verso di passare
dall'altra parte. Quando ritornò al suo posto primitivo per rivedere
la bella, un velo di nebbia si era levato dal lago; fors'anche
l'oscurità della sera aveva calato quel velo dall'alto, e il
cacciatore non vide più nulla. Ma la bella apparizione gli era rimasta
impressa, come scolpita nel cuore. Domandò di quella bagnante ai
carbonai che lavoravano nella valle, ai pastori che passavano i mesi
della buona stagione sul monte, poco sopra il lago, e tutti a gara gli
dissero:--Non ci tornate, bel cacciatore; è la Ninfa del lago, che si
pettina al sole i capegli d'oro. Guai a voi, se v'innamorate di lei.
Ella getta un fascino sui giovani e li conduce a morire.--A morire! Di
che?--Di crepacuore, per non potersi avvicinare a lei. Lo scoglio su
cui va a sedersi è alto, e non c'è modo di giungervi, costeggiando la
riva. Quanto al gittarsi a nuoto, non c'è neanche da pensarci, perchè
il lago è senza fondo, e nel bel mezzo ci ha un vortice, che
v'inghiotte ogni cosa.--
Qui il narratore prese fiato e fece un sorrisetto al suo uditore.
--È vero questo?--domandò Gino, che non aveva perduto una sillaba.
--Che il lago della Ninfa è senza fondo?--disse Don Pietro.--Non
voglio crederlo. Che c'è un vortice in mezzo? Non appare, ch'io
sappia, da nessun movimento della superficie. È voce antica, e si
ripete da tutti i nostri montanari; ecco tutto.
--Ma nessuno si è arrisicato nel mezzo del lago?
--L'acqua è molto fredda, e le salamandre che abbondano alla riva,
tanto che se ne trova una sotto ogni sasso, rendono poco piacevole
entrarci a piè nudo. Del resto, a recarsi nel mezzo del lago, sarebbe
necessaria una barca. C'era il signor Francesco Guerri, nostro
degnissimo amico qui presente, che aveva promesso di mettere lassù un
burchiello; ma credo che ciò sarà nella settimana dei tre giovedì.
--Bella stima che si fa delle mie parole!--disse il signor Francesco,
ridendo.--Sappia Lei, uomo di poca fede, che io non ho dimenticato
nulla, e che il burchiello promesso è già arrivato a Pievepelago,
dov'è andato il mio Aminta a riceverlo. Domani sarà alle Vaie, e lo
faremo portare, senza levarlo dal carro, fino alla Beccadella, donde,
coll'aiuto di quattro ruote, e a forza di braccia, se sarà bisogno, lo
manderemo su, fino alla riva del lago. È contento, ora, di avermi
fatto parlare? Aspettavo che la cosa fosse condotta a buon termine,
per proporre la gita al nostro ospite.
--Oh!--gridò Gino.--Sarà una vera festa per me. Ma c'è il resto della
leggenda, se non erro.
--Sicuro che c'è;--rispose Don Pietro.--Ad onta di tutte le
ammonizioni, il cacciatore ritornò sulle rive del lago. Da principio
andava guardingo, rimaneva appiattato tra i faggi, per non turbare la
quiete della Ninfa, che stava sempre rasciugando i bei capegli d'oro
al sole, e cantava frattanto una canzone, di cui egli non intendeva le
parole, ma coglieva benissimo la soave melodìa. Ardì avanzarsi un
giorno allo scoperto, e gli parve che ella, non che turbarsi della sua
presenza, gli sorridesse e gli accennasse del capo. Lo chiamava forse
a sè? Il giovane innamorato tentò allora di avvicinarsi; ma c'era
sempre l'ostacolo di quel canaletto così profondo, in cui si vedevano
guizzare le negre salamandre attraverso alcuni tronchi di faggio che
infracidivano là dentro, galleggiando a mezz'acqua. Più oltre si
vedeva fitto, irto di mille punte il roveto, e di là non c'era
speranza di aprirsi una via. Neanche si poteva ascendere dai fianchi
della montagna fino a quella punta scogliosa che sorgeva sul lago,
essendo da quella parte tutta una balza a piombo, per un'altezza
spaventosa. Il lago della Ninfa, se non lo sa, è scavato in una
insenatura del monte, in una specie di cratere che gli fa come una
tasca sul fianco, e l'acqua della sorgente, che scaturisce da un masso
più in alto, ci sta come l'acqua santa nella sua pila di marmo.
Tastati inutilmente tutti i passi, l'innamorato cacciatore dovette
contentarsi di guardare da lungi. Venne l'autunno, ed egli seguitò a
contemplare l'amor suo; venne l'inverno, e si copersero i monti di un
mantello di neve, il vento incominciò a fischiare più rumoroso tra i
faggi, e la Ninfa seguitava a star là, come se non sentisse il freddo
pungente dell'Appennino, sempre pettinando al sole i suoi capegli
d'oro. Ed egli pure, insensibile al freddo, non badando alla neve, nè
al vento gelato, poichè era caldo d'amore, sdrucciolando più e più
volte sul ghiaccio del sentiero, chiudendo gli occhi al nevischio che
gli flagellava la faccia, ascendeva tra i faggi fino alla conca del
lago, per ammirare ogni giorno la bella incantatrice. Prodigio
inaudito! Si era la Ninfa impietosita di lui? Un bel ponte di
cristallo, largo quanto lo specchio delle acque, si stendeva tra lui e
la scogliera inaccessibile. E la Ninfa del lago seguitava a cantare, a
guardarlo, a sorridergli, ad accennargli del capo. Arrisicò un passo,
poi due, verso di lei, che cantava sempre, sorrideva e accennava del
capo. Corse allora più rapido, volò più leggero sulla superficie
cristallina, che il nevischio veniva coprendo di piccole stelle
opache. Ma ohimè! Quando il cacciatore è già a mezzo del ponte, la via
trema sotto i suoi piedi, dà suono di cristallo che si spezzi. Non è
più in tempo a retrocedere; una fenditura di qua, una fenditura di là,
e cric! la lastra si è rotta, il cacciatore s'inabissa nel baratro. Il
ponte di cristallo non era altro che una crosta di ghiaccio. Lo
sventurato non fu più visto da quel giorno tra i vivi. È fama per
alcuni che la Ninfa del lago scendesse a consolarlo nel fondo delle
acque. Altri crede di no. La Ninfa del lago era sempre stata immobile
e fredda come una pietra lassù; pietra divenne, per giustizia divina,
nè più scese a bagnare il bianco piede nell'acqua.
--Stupendo!--gridò Gino, poichè Don Pietro ebbe finito.--Ed è sempre
visibile lassù?
--Sì, sebbene il tempo e l'azione alterna del caldo e del gelo le
abbiano un po' guastati i contorni.
--Bella storia! Meriterebbe di esser vera, e andrebbe cantata col
titolo: La Ninfa di pietra.
--Da bravo, dunque!--disse il vecchio prete.--Una ballata in piena
regola, e mano al Ruscelli!
--Se fossi un poeta,--rispose Gino, tentennando la testa,--non ci
sarebbe bisogno di un simile aiuto. Ma non lo sono, e il rimario non
basta. Quando si va?
--Anche doman l'altro, appena sia condotto lassù il
burchiello;--rispose il signor Francesco.
--Doman l'altro? È domenica;--disse Don Pietro.--Io ci ho la
spiegazione del Vangelo. Il dovere prima di tutto; poi la buona
compagnia, i faggi, il lago e la leggenda.
--Giustissimo; sia per lunedì, allora.
--Se potrò, volentieri.
--Se non potrà, lo sapremo, e rimanderemo la gita. Nessuno ci comanda,
e siamo qui tutti l'un per l'altro;--replicò il signor Francesco.
--Così va bene;--disse il prete.--Questa gita mi sarà graditissima,
dopo tanti anni che non l'ho più fatta. Ho una gran voglia di provare
le mie gambe. La salita dalla Beccadella al lago, se ben ricordo, è
cattiva.
--Oggi più di prima;--rispose Aminta.--Ci sono passato io l'altro mese
e l'ho veduta. Le pioggie di primavera hanno fatti i solchi molto
profondi, e in un luogo hanno addirittura sfondato il sentiero.
--Manda una squadra d'uomini a farci due giornate di lavoro;--disse il
signor Francesco al figliuolo.--Sarà tanto di guadagnato per il
trasporto del _Leviathan_.--
Si era ai tempi, lo ricordate, che tutta Europa si dava pensiero di
uno smisurato piroscafo inglese, chiamato per l'appunto il Leviathan
dei mari. Oggi, il signor Francesco Guerri, se dovesse parlare del
burchiello che aveva destinato al lago della Ninfa, lo paragonerebbe
più volentieri al _Duilio_.
Così fu concertata la gita al lago, e così furono dati tutti i
provvedimenti perchè riescisse ogni cosa a dovere. Noi ci siamo un po'
indugiati su questi discorsi, perchè la conversazione della gente
dabbene è sempre molto piacevole, anche quando gli argomenti son
lievi.
La conversazione si spezzò in dialoghi, come per solito avviene,
quando una brigata si muove e ognuno si dispone a riprendere il
carico, dolce o molesto, delle proprie faccende. In quel punto, Gino
Malatesti si ritrovò molto naturalmente daccanto a Fiordispina.
--Che bella storia ci ha raccontata Don Pietro!--diss'egli.--Non pare
anche a Lei, signorina?
--Bella, quantunque assai triste;--rispose la fanciulla.--Ma ho veduto
che in letteratura è quasi sempre così; il lieto fine par sempre meno
artistico, ai signori scrittori.
--In una leggenda, del resto,--disse Gino,--il pauroso e il patetico
son sempre di regola.
--Da bravo!--saltò su a dire Fiordispina.--La metta in versi, come Le
ha consigliato Don Pietro.
--Anche Lei, signorina?
--Anch'io; perchè no?
--Quando non si è poeti!...--esclamò Gino.
--Quando non si è poeti... si diventa;--rispose la fanciulla.--Non
basta una forte commozione a schiuder la vena della poesia?
--Eh! per il sentimento, capisco.
--Il sentimento è tutto, o quasi tutto;--replicò Fiordispina.
--Ma un po' d'arte non guasta, anzi è necessaria;--disse Gino.--E
questa non la dà che un lungo esercizio.
--Non troppo lungo, via! Se no, consuma l'estro. Ritorniamo
all'essenziale, che è la commozione.
--Perdoni, signorina; io conosco qualche cosa di meglio della
commozione, per render poeta un uomo. Esempio: una preghiera sua.
--Ah!--gridò ella, inarcando le ciglia e minacciandolo col dito
levato.--Il topolino bianco che fa capolino dalla sua tana!--
Il topolino bianco era il complimento. Al conte Gino era avvenuto più
volte di dirne, e di graziosissimi; donde, per convenzione di
discorso, il loro nome, trovato dalla fanciulla, di topolini bianchi.
--Ecco, signorina...--rispose il giovanotto, volendo
giustificarsi;--il topolino bianco può ammettersi terzo fra noi,
quando viene per annunziarci la verità.
--Bene, la prendo in parola;--replicò Fiordispina.--Se non è stato un
complimento, il suo. Ella deve provarsi, e scrivere la ballata.
--La condanna è severa;--diss'egli.
--Ma meritata; non le pare?
--Sia;--rispose Gino, inchinandosi.--Se così vuole davvero, mi
proverò. Ma poi?...
--Poi trascriverà la ballata sul mio albo.
--Sull'albo! Anche Lei, signorina, ne ha uno? E perchè non l'ho ancora
veduto?
--Perchè non me ne ha chiesto, ed io non ho avuto occasione di
dirgliene. Del resto, eccolo qua; era alla vista di tutti.--
Così dicendo, la fanciulla dei Guerri si accostò alla sua piccola
libreria, e di mezzo a certi libri trasse un volume rilegato di
marocchino, coi fermagli d'argento.
Gino prese il volume dalle mani di lei e lo aperse. Era tutto pagine
bianche.
--Come?--esclamò.--Un albo vuoto?
--Sicuramente. E chi ci doveva scrivere? buono, o nulla.
--Bellissima risposta! Ma badi, signorina, vedo qui un altro topolino
bianco.
--Perchè?
--Perchè Ella dice anticipatamente che le piacerà quello che ci
scriverò io.
--Scriva,--rispose la fanciulla,--e non si dia pensiero d'altro.
--Ahimè!--mormorò Gino.--Debbo pure darmi pensiero di ciò che altri ci
scriverà dopo di me.--
Gino aveva fatto il viso malinconico, parlando così; Fiordispina fece
il viso serio, udendo quelle parole.
--Ecco,--diss'ella,--ora mi fa torto. Non ci ha scritto nessuno prima
di Lei; non ci scriverà nessuno dopo. Sono montanara, signor conte, e
molto ferma nei miei propositi, l'avverto. Ne dubita forse? È cattivo.
--No, no! Non sono cattivo, perchè sono felice;--rispose Gino, colto
da un soave turbamento, e abbassando la voce, poichè anche a dir poco
voleva parlare solamente per lei.--Se fossi cattivo, Minerva non mi
assisterebbe più, nell'impresa poetica alla quale mi accingo.
--Si tratta di poesia;--disse Fiordispina.--Dovrebbe assisterla
Apollo.
--No, signorina. Apollo è la forma, il metro, il ritmo, tutto ciò che
vorrà, meno il pensiero. Il pensiero è Minerva.... e per
me,--soggiunse Gino, additando maliziosamente una certa acconciatura
di testa,--anche Minerva con l'elmo.--
L'allusione era così diretta e il gesto così comico, che Fiordispina
non potè trattenersi dal ridere.
--Per un fazzoletto di seta, dir elmo è troppa!--rispose.--Ma me lo
leverò, non dubiti. Portare un fazzoletto in testa, è anche un esser
troppo montanara.
--No, resti così.... montanara, se montanara è, come dice Lei, una
persona ferma ne' suoi propositi. Resti così, signorina, sul monte
Ida.
--Oh, questo, poi!...--gridò Fiordispina,--Sull'Ida, no. Non sa lei
che Minerva fu vinta, lassù?
--Per il giudizio di uno sciocco!--rispose Gino.--Crede Ella che sia
tale ancor io? È cattiva Lei, ora.
--Or dunque, per non esser cattivi, ritiriamo ciò che si è
detto;--replicò Fiordispina, chinando la testa con atto di comica
rassegnazione.--Ma ritiri anche Lei il suo monte Ida, per carità. Non
ci ho che vedere, con l'Ida, e mi attengo al nostro Cimone, tanto meno
classico, ma non privo di poesia.
--Divina fanciulla!--esclamò Gino infiammato.
Ma voi siete pregati di credere, o lettori discreti, che questa
esclamazione fu fatta con gli occhi. Con gli occhi, ripeto, quando
essi parlano, lampeggiando l'idea, e le labbra si contentano di
mormorare un suono indistinto, il suono del desiderio, della
giaculatoria, della adorazione, dell'estasi, o di tutte queste cose
insieme.
Capitolo VII.
Al lago della Ninfa.
_Jamque dies aderat_, avrebbe detto qui un poeta latino, per cavarsela
con un bel trapasso alla greca. E già era venuto il gran giorno, che
fu un lunedì, come sapete, destinato alla gita del lago della Ninfa,
preceduta da una salita sulla vetta del Cimone.
Fino ad un certo punto era tutta una strada. Partiti verso le tre del
mattino delle Vaie, i nostri viaggiatori giungevano al pian Cavallaro
coi primi lumi dell'alba. Colà, per fare omaggio al nome del luogo,
lasciarono le cavalcature, e dopo avere assaggiata l'acqua fresca,
quasi gelida, della fonte Beccadella, presero risolutamente a salire
la vetta del Cimone.
Ve l'ho già detto altrove, o non ve l'ho detto? Nel dubbio, ve lo
ripeterò: l'ascensione di questo altissimo tra i vertici
dell'Appennino settentrionale (duemila cento sessantacinque metri,
scusate!) non offre difficoltà che all'ultimo passo, cioè nel
guadagnare quel suo petroso ciglio, che è formato, dicono, dalla
emersione di alcuni strati del macigno appenninico. L'ossatura del
monte è in gran parte di simili strati, ai quali non piacque la
posizione orizzontale, o non fu lasciata piacere da quelle cause che
sapete, o che più facilmente non saprete, poichè oggi ancora si
cercano. Infatti, vedete: c'è stato un tempo che tra i geologi fu una
quistione indiavolata circa la crosta della Terra; chi la voleva cruda
e chi cotta, e i primi erano quelli del sistema nettuniano, e gli
altri del plutoniano. Vinse per un po' di tempo chi la voleva cotta;
ma tra questi si manifestarono ben presto gli screzi; nacquero i dubbi
e le liti sul grado di cottura. Poi tornarono a galla coloro che la
volevano cruda, e si accapigliarono con quelli che la desideravan
almeno un po' riscaldata a bagno maria. Questo è suppergiù lo stato
presente della disputa.
Per cattivo che fosse quell'ultimo passo, le vecchie gambe di Don
Pietro furono le prime a superarlo, e senza bisogno d'aiuti. Lodando
lui, ridendo, offrendo la mano alle signore, si giunse in breve ora
sul cono, dalla vetta spuntata, vero osservatorio alpino, che aveva
forse cento metri di giro.
Nel bel mezzo di quel pianerottolo sorgeva una piccola torre. Dico che
sorgeva, e sarebbe più giusto il dire che cascava a pezzi. Era stata
edificata nel 1816, per servire come stazione trigonometrica agli
ufficiali che delineavano la carta topografica dello Stato Estense.
Non cercate più ora quella piccola torre; mezzo diroccata ai tempi del
nostro racconto, crollò del tutto qualche anno dopo. Oggi è surrogata
da un bel torrione, di cui gli scienziati si faranno un osservatorio e
gli alpinisti potranno farsi un ricovero. Così, quando l'opera sarà
inaugurata, e inaffiata spero da qualche bottiglia di lambrusco, non
sarà più il caso di partirsi un giorno prima da Fanano e di passar la
notte in un tugurio di pastori, ai Faggi, come toccò allo Spallanzani,
per voler essere la mattina degli 11 agosto del 1789 sulla vetta del
Cimone, e goderci lo spettacolo sempre maraviglioso della levata del
sole. Oramai si potrà giungere sul Cimone a tutte le ore del giorno,
dormire lassù, levarsi per tempissimo e godere, non che la levata del
sole, tutti i preliminari della cosa: l'alzarsi della cameriera in sul
bruzzico, l'aprire la finestra della cucina, sul balzo d'Oriente, lo
accendere i fornelli, e il portare una tazza di caffè fumante al
padrone.
Che volgarità son queste? Non c'è altro da dire sul romper dell'alba e
sul levarsi del sole? Amici lettori, il mattino osservato dalla vetta
di un monte è stato descritto tante volte, che in verità non si sa più
come cavarsela, per rinfrescare in qualche modo il soggetto. Potrei
dire con laudabile brevità: «splendido!» Ma neanche questo sarebbe
nuovo, avendolo già detto il duca di Wellington, a Waterloo.
Ma lasciamo questi discorsi. Ai nostri amici delle Vaie toccò una di
quelle fortune così rare sui monti, che sono le mattinate limpide
tutto intorno, senza nebbie interposte fra essi e il gran giro
dell'orizzonte che sembrano comandare dall'alto. Salutato il grande
astro rosseggiante che si affacciava dalle vette dei monti toscani, i
nostri amici si volsero intorno a veder sorgere, quasi nascere a grado
a grado dalle tenebre, tingersi di bei colori e risplendere gloriosa
la gran catena delle Alpi, dalle Marittime alle Retiche; biancheggiare
di sotto e illuminarsi via via la grande pianura per cui correva il Po
in lunga e tortuosa fascia d'argento; più oltre accennarsi in una
candida sfumatura l'Adriatico, donde, percorsi rapidamente con
l'occhio i dorsi dell'Appennino bolognese e del toscano, veduta
Bismantova, con la sua gran faccia di sfinge supina, ma di sfinge
europea che abbia il naso aquilino, era permesso di veder le Maremme
verdeggianti, le rive del Tirreno e le isole dell'Arcipelago toscano,
ninfe nuotanti sopra una grande distesa d'azzurro.
--_Andiam, che la via lunga ne sospigne;_--aveva detto ad un certo
punto Don Pietro.
E obbedendo al cenno dantesco, che non era stato neppur solo, poichè
si era veduto e ricordato con parole dantesche il sasso di Bismantova,
la brigata si mosse per ritornare alle falde del cono, dove i cavalli
aspettavano.
La fonte Beccadella si sprigionava rumorosa dal masso, scendeva
copiosa tra due sponde rivestite di felci, tanto copiosa
(l'osservazione è dello Spallanzani, che era un uomo pratico) da
bastare a mettere in moto la ruota di un mulino. La brigata stette
alquanto ad ammirare la fresca sorgente, i muschi che inverdivano i
sassi, e le felci che piegavano intorno i loro ombrelli dentati, o
rizzavano dignitosamente i loro pastorali dalla vetta ricurva, come se
fossero altrettanti vescovi in processione. Poi, rimontati a cavallo,
scesero tutti verso greco, dietro la guida di Aminta, addentrandosi in
una fitta selva di abeti e di faggi. Fu un'allegra discesa, dove soli
i cavalli vedevano il sentiero, mentre i cavalieri dovevano guardarsi
dai rami protesi che ad ogni tratto schiaffeggiavano il viso.
Ad un certo punto, le veduta si aperse sopra una vasta conca di
azzurro intenso, chiusa d'ogni parte nel verde.
--Bello!--esclamò Gino, a cui Fiordispina aveva indicata la scena.--Il
suo nome?
--Non lo ha riconosciuto ancora?--domandò la fanciulla.
--Che? il lago della Ninfa?
--Per l'appunto.
--Ma....--disse Gino.--Cerco la Ninfa, e non la trovo. È tutto verde,
in giro al lago.
--Ancora un po' di strada e vedrà scoprirsi da quella parte la roccia
biancastra.
--Ella crede dunque, signorina, che noi non possiamo vedere niente più
della nuda roccia? E la Ninfa in persona non sarà ad aspettarci?
--Ci sarà sicuramente;--rispose Fiordispina.--Non le ha detto Don
Pietro che è stata convertita in sasso?--
Il conte Gino seguiva con gli occhi tutte le curve graziose di quello
specchio azzurro, mentre la cavalcata scendeva la costiera, in mezzo
alle aste rossiccie di una macchia di abeti. Anzichè lago della Ninfa,
quel volume d'acque si sarebbe potuto dir occhio; un occhio limpido e
sereno, a cui erano ciglia i faggi della riva e sopracciglia le
prominenze della balza; uno di quegli occhi bovini, pieni di stupore,
con cui Iside, o la santa natura, contempla il cielo suo padre e ne
riflette l'immagine in terra. Ahimè, nient'altro che l'immagine!
Questi occhi d'Iside, o di Giunone, o d'altra divinità che raffiguri
la virtù feconda della madre terra, son comuni tra i gioghi
dell'Appennino settentrionale, e sarebbe piacevolissimo ragionarne a
lungo, se non si temesse di dar noia al lettore. Dal lato superiore
della gran valle del Po, i laghi son tutti lunghi e vasti come la
catena delle Alpi da cui prendono le acque, come i fiumi a cui debbono
restituirle. Dal lato inferiore, sono meno alti i monti, meno lungo è
il corso dei fiumi, le nevi durano meno sui dorsi dell'Appennino, e i
laghi, quantunque più numerosi, sono infinitamente più piccoli; veri
laghetti, serbatoi montanini, dai quattro agli ottocento metri di
giro, formati sempre nelle alte convalli, dove in antichissimi tempi
erano altrettanti ghiacciai. Sull'Appennino le nevi disciolte, ma più
ancora le selve fitte, nutrono fonti vive e perenni; son queste che
fanno lago, cento o dugento metri più sotto, in qualche piega del
monte. Dalla parte inferiore, dov'è come il labbro della conca
montana, è facile riconoscere tuttavia la mora dell'antico ghiacciaio,
enorme parete di massi ammonticchiati, rivestiti di verdura e
arieggianti una collina a chi li guardi dal basso. Sui fianchi del
lago, un picco ignudo, una cresta scogliosa, una spina dentata di
rocce, lasciano ancora indovinare gli strati di vecchio macigno
terziario, che il ghiacciaio ha corrosi via via, trovandoli sul
confine del suo regno. Se l'epoca glaciale fosse durata nel nostro
piccolo mondo venti trenta secoli di più, certamente quelle pareti si
sarebbero corrose dell'altro e sfiancate, scendendo a formare altre
more di sassi sul confine del ghiacciaio medesimo, che le aveva da
principio sfaldate. Ma per bontà di un cambiamento di temperatura, che
ha permesso a noi di nascere (non so per qual fine e nemmeno con
quanto utile nostro), quelle pareti rimangono in piedi, come segni
delle antiche erosioni che han dato la forma più recente al nostro
pianeta. Vogliano i cieli benigni che sia anche l'ultima.
La cavalcata era giunta al confine della macchia, donde si stendeva in
dolce pendìo un tappeto erboso, un verde pulvinare, fino alla riva del
lago. Qua e là il declivio era seminato di massi enormi, le cui facce
scabre si vedevano chiazzate di licheni e annerite dai geli di un
numero sterminato d'inverni. Un geologo ci avrebbe veduto altrettanti
esemplari dei famosi massi erratici, fatti scorrere fin là sul piano
inclinato del ghiacciaio, e deposti sul limite della mora. Un pittore,
senza cercar tanto, avrebbe messo mano ai pennelli e si sarebbe
affrettato a ritrarli, per portar via una bella impressione dal vero.
Gino, che non era geologo nè pittore, si contentò di osservare. La
poesia del luogo era grande, la pace incantevole, e Fiordispina, bella
come una Dea, certamente più della Ninfa che fino allora aveva regnato
da sola in quel verde di macchie, su quell'azzurro di lago,
affascinando e traendo a morte i viandanti ignari, i cacciatori della
leggenda.
Mentre egli ammirava tacendo, i suoi compagni si affollavano intorno
alla barca, che i boscaiuoli di casa Guerri avevano tirata lassù a
forza di braccia. Non era una barca molto grossa; era un burchiello,
capace di due persone sedute e di una terza che stesse al maneggio dei
remi. Ma era la prima che andasse lassù, e alla Ninfa del lago poteva
parere una grande maraviglia. Doveva trovarsi male, quella povera
Ninfa; il suo regno era finito; il suo recesso non avrebbe più avuto
segreti, poichè era consentito di correre il lago da una riva
all'altra e di giungere fino al suo letto di pietra.
La barca non era stata ancora lanciata nell'acqua. Il signor Francesco
aveva ordinato che fosse tenuta sulla riva, in attesa della brigata.
Don Pietro doveva benedirla, il padrino e la madrina imporle un nome.
Il padrino, si capisce già, sarebbe stato l'ospite, il conte Gino
Malatesti; la madrina poi... debbo dirvi anche questo? la madrina
sarebbe stata la fanciulla dei Guerri.
Mentre la comitiva stava intorno al burchiello, che i boscaiuoli
traevano ancor più presso alla riva perchè fosse pronto al mistico
bacio delle onde, Gino guardava il masso bianchiccio, che sorgeva,
bizzarramente stagliato, dall'altra parie del lago. Egli doveva
cantare la Ninfa, poichè ne aveva fatto solenne promessa a
Fiordispina; voleva perciò impadronirsi del soggetto. Era dunque
laggiù, era quella veramente, la Ninfa del lago convertita in pietra!
La vecchia balza calcarea, isolata sul fianco della montagna ed
impervia, colorata dai caldi riflessi del sole mattutino, poteva
benissimo aver raffigurato in altri tempi la chioma, il profilo di una
faccia umana e tutto insieme il corpo di una persona sdraiata; ma via,
per innamorarsene, anche da lontano, ci voleva proprio un cacciator da
leggenda.
--Che cosa pensa?--gli domandò Fiordispina.
--Penso,--rispose Gino,--alla fantasia del nostro ottimo prevosto.
Egli è Pietro, e su quella pietra ha edificata una graziosa leggenda.
Mi dica lei, signorina, ora che ha quel bizzarro profilo sott'occhio.
Le par proprio quella una figura da innamorarsene a prima vista?
--È di sasso,--replicò la fanciulla,--e chi sa quanti sconcerti
atmosferici hanno lavorato a guastarle il profilo! Povera ninfa del
lago! Ci vuole sicuramente uno sforzo di volontà, per ricostruirne i
contorni. Ma noi, fra cent'anni,--soggiunse la fanciulla,
sospirando,--saremo più riconoscibili di lei?
--È un pensiero filosofico, signorina;--disse Gino;--ed anche molto
pietoso per quella povera morta. Ma non basta a salvarla; ne
conviene?--
La fanciulla non ebbe tempo a rispondere.
--Venite qua, Fiordispina;--gridò in quel punto il vecchio
prevosto.--Ed anche Lei, signor conte. I due più giovani della brigata
si stringano intorno al più vecchio. Così! E tutti gli altri in giro,
perchè siamo al momento solenne. Che nome vogliamo noi dare a questo
burchiello?
--Dica Lei, signor conte;--mormorò Fiordispina, a cui era rivolto il
discorso di Don Pietro.
--Non l'oserò mai;--disse Gino, che avrebbe dato volentieri il nome
della fanciulla.
--Bene, vedrò dunque io d'interpretare il suo pensiero;--rispose
Fiordispina.--Facciamo una cosa alta, non è vero?
--Siamo in alto per questo;--disse Don Pietro. Fiordispina, allora, si
accostò al vecchio prete e gli susurrò una parola all'orecchio.
Don Pietro si scosse, sospirò, levò gli occhi al cielo, come per
chiamarlo testimone ed auspice di un voto del cuor suo; poi, con atto
paterno, baciò in fronte la fanciulla.
--Che tu sia benedetta,--diss'egli,--come io benedico nel nome di Dio
questa fragile barca. Va,--soggiunse allora, sospingendo il
burchiello,--va nel nome d'Italia, che Fiordispina Guerri t'ha
imposto, e conduci le sue fortune all'altra riva, alla meta sospirata
dei nostri cuori.--
La scena, piccola com'era, aveva una grandezza semplice, una solennità
commovente.
--Italia!--gridarono tutti.--Viva l'Italia!--
--Così l'avete chiamata?--mormorò Gino, volgendosi alla fanciulla, e
dimenticando in quel punto le forme cerimoniose di discorso che aveva
sempre usate con lei.
--Non è il vostro sospiro, conte?--diss'ella di rimando.--E non siete
qui per amor suo?--
Così, senza lunghi discorsi, che non era il caso, senza bandiere, che
non ce n'erano di pronte, ma con grande effusione di cuori, fu
lanciata sulle acque l'_Italia_. Illustre signor commissario, e voi
non eravate là per riferire del fatto!
Il conte Gino, preso da un impeto subitaneo, era saltato dentro il
burchiello, e di là porgeva la mano a Fiordispina. La bella montanara,
presa la mano del conte, balzò ardita e leggiera sul capo di banda,
prima che alcuno pensasse a trattenerla, o a sostenerla nel salto.
--Che fate?--gridò la signora Angelica.
--Non vede, signora?--disse Gino.--Andiamo alla meta.--
E afferrava i remi, per adattarli sugli scalmi.
--Aspettino almeno che venga un uomo con loro;----disse il signor
Francesco.--Aminta, entra anche tu nel burchiello.
--Crede al vortice, Lei?--chiese Don Pietro al vecchio Guerri.
--No, davvero; ma sono due giovani, e un po' d'esperienza....
--Li lasci andare, sor Francesco. È un viaggio che tocca ai giovani.
--Non temer nulla, del resto;--disse Aminta a suo padre.--Noi andremo
lungo la riva, tenendo la fune.--
Il pensiero di Aminta parve buono al vecchio Guerri. Il lago, di forma
elittica, non misurava che trecento metri nella sua maggiore
larghezza, e la fune legata alla poppa, quando gli uomini che ne
tenevano il capo andassero lungo la riva seguitando il corso della
barca, poteva bastare per accompagnarla fino al piede della balza,
obbligando all'uopo il rematore a piegare da un lato, anzichè a
tenersi nel mezzo del lago.
Gino, allegro e superbo della sua piccola audacia, vogava arditamente,
contemplando la fanciulla, che stava seduta a poppa, con una mano
penzoloni fuori del capo di banda, sfiorando l'acqua fresca col sommo
delle dita e segnando lo specchio azzurro d'una piccola striscia
d'argento.
--Voi siete Minerva, o la saviezza incarnata;--disse Gino alla
fanciulla.--Così fossi io Achille, per obbedirvi e giungere sotto il
vostro patrocinio alla vittoria sperata!
--Sì, se non ci fossero altri pericoli che questo!--esclamò
Fiordispina ridendo.--Ma per l'impresa a cui alludete, signor Gino, se
anche io fossi Minerva, ci vorrebbe un Ulisse.
--E vada per Ulisse;--replicò Gino.--Siamo in acqua, di fatti, ed egli
ne corse molta, con l'aiuto della Dea.--
La fanciulla sorrise, ma non rispose più altro. Pensava ella a tutte
le avventure dell'eroe itacense? e alla lunga solitudine della casta
Penelope?
Frattanto, il suo mite sorriso correva sulle acque, illuminando quella
pace profonda, meglio che non facessero i raggi obbliqui del sole,
penetrando a lunghi sprazzi dorati tra i faggi e gli abeti, lunga e
fitta selva di lance vigilanti, ond'erano contornate e chiuse le verdi
rive del lago.
--Eccolo, il famoso vortice!--disse Gino, mentre il burchiello sotto
l'impulso dei remi giungeva quasi a rasentare il centro dello specchio
azzurro.--Vedete che tranquillità d'acque!
--Mio fratello crede più di voi alla voce popolare;--rispose la
fanciulla.--Egli ci tira insensibilmente da un lato e non ci lascia
andar sopra al punto pericoloso.
--Ma ci permette di vederci dentro;--replicò Gino. Guardate là, come
si distingue il fondo. Ci saranno sei metri d'acqua, a far molto.
--Avete ragione; le cose vedute da vicino pèrdono assai del loro
carattere pauroso. Anche la ninfa del lago dà meno illusione agli
occhi, quanto più ci accostiamo al suo trono di pietra. L'unica cosa
che le rimanga è la sua capigliatura dorata. Infatti, al raggio del
sole, la vetta dello scoglio par bionda. Non amate il biondo, voi,
signor Gino?
--Sia il colore delle donne di pietra;--rispose il giovane, senza pure
voltarsi sui remi a guardar la scogliera.--La donna vera, la donna
vivente, sia ala di corvo... come voi.
--Ahi--gridò Fiordispina.--Il topolino bianco!...
--E vi dispiace, signorina? Qui almeno dovrebbe essere tollerato.
Credete che sia mai stato detto un complimento, in questo punto del
globo?
--No, davvero; è la prima volta di certo. Accettiamolo dunque. Ma se
quella bionda vi sente, povera la nostra barchetta!
--A proposito!--disse Gino.--Mi fate pensare che bisogna tener
d'occhio la riva.--
Così dicendo, si volse, e levatosi in piedi vogò con la faccia rivolta
alla sponda. La balza, dalla parte del lago, offriva agli occhi uno
scoscendimento di sassi, di lastroni sfaldati, che ingombravano il
lido. Quello era un vantaggio per la barca, che poteva accostarsi,
senza toccare con la chiglia il terreno, ed offrire un più facile
approdo ai nostri due viaggiatori. Il conte Gino rallentò la voga, per
non urtare nei lastroni sporgenti; e quando venne a rasentarli con la
prora, fu lesto a disarmare i remi, per saltar subito a riva. Di là,
trattenendo con una mano il piccolo legno, tese l'altra a Fiordispina,
che lo imitò prontamente.
--Terra! terra!--gridò Gino alla comitiva, che dalla sponda opposta aveva
seguito con gli occhi il viaggio dei due giovani argonauti.--Aminta, tira
il burchiello a te, e seguici sull'intentato pelago.
--Con poco rischio, oramai;--rispose Aminta, mentre lavorava con la
squadra dei boscaiuoli a tirare la fune.
Lasciamo che la barca ritorni indietro, rasentando la scogliera, e
seguiamo i due giovani. Gino aveva presa la fanciulla per mano e la
conduceva di sasso in sasso fino al piede della balza. La ninfa del
lago era là, supina sul guanciale di pietra, ma ohimè, come aveva già
detto Fiordispina, non più riconoscibile.
--Siete qui, affascinatrice leggendaria?--diss'egli, accostandosi al
sasso.--Vi tocchiamo, finalmente, e come il vortice non ci ha
inghiottiti, così le vostre bellezze non ci faranno smarrire la
ragione. La cosa, del resto, sarebbe stata impossibile, qualunque
fosse il poter vostro. Vedete questa gentile fanciulla? Orbene,
sappiate, vo' dirvi una cosa all'orecchio, com'ella dianzi ne ha
bisbigliato una a Don Pietro.--
E si accostò al masso, mormorando parole indistinte.
--Ecco!--esclamò Fiordispina.--La Ninfa non è cortese come Don Pietro,
che ripetè ad alta voce ciò che io gli avevo bisbigliato all'orecchio.
--La Ninfa è di pietra;--rispose Gino.--Se fosse viva, e se potesse
parlare, ripeterebbe che io vi amo. Ecco una cosa che non è mai stata
detta qui. Vi dispiace, signorina?--soggiunse egli, vedendo che la
fanciulla si era turbata.--Son io stato troppo audace e vi ho offesa
con le mie pronte parole? Perdonate, Fiordispina! Non è sempre dato
tacere quello che si ha nel cuore. Il mio è pieno di voi.
--Non ho da perdonarvi nulla;--rispose Fiordispina, abbandonandogli
con atto confidente la mano ch'egli aveva afferrata.--Siete sincero, e
la sincerità è una bella cosa, che deve piacere ad ognuno. Ma dite,
signor Gino, avete voi pensato... a tutto?
--Tutto!...--diss'egli, perplesso.--Tutto... siete voi, oggi.
--Oggi!--ripetè la fanciulla, crollando mestamente il capo.--Son io,
l'oggi, e siete voi, Gino. Ma il domani! Il domani è la vostra
famiglia, che vi richiama. Il domani è il conte Jacopo, vostro padre,
la cui volontà dovreste consultare... e rispettare.--
Gino rimase un istante sopra di sè.
--Mi fate pensare,--diss'egli poscia,--che dovevo parlar prima al
vostro. Correggerò l'errore, non dubitate.
--No, non lo fate!--gridò la fanciulla.--Io non vi domanderò di
leggere meglio nel vostro cuore, perchè vi offenderei, parlandovi
così. Vi domanderò invece di essere ben certo di ciò che vostro padre
potrebbe consentirvi, negarvi. Ho pensato molto a queste cose, sapete?
Ci ho pensato lungamente, e da gran tempo. Io, signor conte, vi ho
amato fin dal primo giorno che vi ho veduto. Non so se queste cose si
debbano dire; ma voi attribuirete la mia sincerità alla inesperienza
degli usi del mondo. Per me, eravate infelice, condannato a vivere tra
questi monti, lontano da casa vostra e da tutte le vostre cose più
care. Dovevano venire a voi tutti i cuori, per medicare le ferite
vostre, per farvi dimenticare le amarezze della vita. Era naturale che
io vi amassi, conte Gino; dirò di più, era fatale. Ma quando mi sono
avveduta che anche voi mi amavate,--e qui, la voce della fanciulla fu
quasi per ispegnersi in un singhiozzo,--allora ho incominciato a
tremare. Che avverrà? ho detto allora a me stessa. Che avverrà? vi
ripeto oggi ancora. Per me, conte Gino, io non lo so, non oso
cercarlo. C'è buio, nel futuro, ed ho paura di andare innanzi, perchè
temo di trovarci un gran vuoto, un terribile vuoto.
--Qual pensiero!--esclamò Gino.--Perchè questi timori? Non avete voi
fede in me? Non l'ho io meritata?
--Ho fede in voi;--rispose la fanciulla.--Ma su di voi, su di me, su
di noi tutti è il destino. Ho pensato molto, vi dicevo poc'anzi. Qui
si pensa molto, quando si pensa; nulla ci distrae, nulla turba il
quieto ed assiduo lavoro dello spirito; nessun pensiero, nessun
affetto si diffonde o si perde; si raccolgono, si fortificano tutti
nel profondo dell'anima. Che voi abbiate dei doveri, lo so; che
abbiano a cozzare con le inclinazioni del vostro cuore, lo prevedo.
L'idea che vi ha meritato il confine, non è sicuramente un'idea
leggiera, se ad essa avete sacrificati gli affetti della famiglia e le
consuetudini della vita. Chi sa quali altri sacrifizi non vorrà essa
da voi? La patria, Gino Malatesti, sta sopra ad ogni cosa. Avete un
bel nome; i vostri padri, prima di essere gentiluomini di corte,
furono soldati, e sperarono tutti di collegare il loro nome al ricordo
di qualche utile impresa; italiani di nascita, furono certamente
italiani di pensiero, ed anche servendo a barbari, a predatori, ad
avventurieri fortunati, si dolsero di veder correre la patria loro da
tanti ladroni stranieri. Sventurati nell'esito delle loro fatiche, non
vi hanno lasciata una patria rifatta, gloriosa e felice; ma hanno
potuto lasciarvi un titolo ed una corona, come obbligo e incitamento a
proseguire un'opera grande, da essi intravveduta, da essi vagheggiata.
Per qual ragione ci sarebbero dei nobili, in un paese, se non fosse
per dare l'esempio alle turbe? Lo stemma e la corona non furono
inventati, che io creda, per dare un bel rilievo ai suggelli delle
lettere, o per adornare gli sportelli delle carrozze, ma per offrire
un segno di collegamento nella battaglia. Oggi, poi, tutti coloro che
hanno potuto nutrir meglio lo spirito, hanno l'obbligo sacro di
trovarsi ai primi posti, per l'ora delle prove solenni. Voi non
credete già che l'Italia poserà sempre sotto lo scettro, o sotto il
bastone dei suoi sette signori. C'è chi veglia e lavora a destarla.
Forse lo scoppio dell'ira è vicino.
--Non tanto,--replicò Gino,--non tanto da impedire che voi portiate il
mio nome. Sarò più forte, nell'ora delle prove, se voi sarete la
contessa Malatesti.--
Fiordispina chiuse gli occhi, come per non vedere l'altezza a cui egli
voleva trascinarla con sè.
--Bella cosa!--mormorò ella, dopo un istante di pausa.--La mia mano
nella vostra; la vostra fede suggellata nella mia! Ma è forse un
sogno. Vostro padre vorrà? Non dovrete combattere? E un combattimento
di questo genere non porterà obblighi di molta delicatezza, e per voi
e per me? Pensate anche alla mia famiglia, conte Gino. Ci chiamano i
re della montagna, ed abbiamo il nostro orgoglio anche noi, sotto la
semplicità dei nostri costumi. Noi non dobbiamo e non vogliamo sapere
che il conte Jacopo Malatesti possa aver ricusata per un giorno, per
un'ora, l'alleanza dei Guerri. Il carico della battaglia sarà tutto
per voi. Potrete sostenerlo? Dio lo voglia, come io lo desidero. Ma se
è troppo grave rinunziateci.
--Perdonate!--interruppe Gino.--Quali difficoltà immaginate voi ora?
Perchè mio padre non dovrebbe volere? Se egli vi vede, Fiordispina....
--Ecco, voi ne trovate un'altra, di difficoltà;--replicò la
fanciulla.--Vostro padre dovrebbe ancora vedermi. La cosa è più
lontana che non vi sembri, accennandola. Gino, ve ne prego! Nessuna
leggerezza, in un così grave argomento! Con l'amore e con l'onore non
si scherza, e voi stesso, voi cavaliere perfetto, potreste insegnarlo
ad una povera montanara come son io. Pensate a me, qualunque cosa
avvenga di noi. Giuratemelo, e questo mi basterà, perchè il vostro
giuramento sarà quello di un uomo leale.
--A voi lo giuro e al cielo che ci vede;--disse Gino.--Il mio cuore è
vostro; siete voi l'amor mio. E voi, Fiordispina?...
--Non chiedete di me;--rispose ella, con accento di nobile
alterezza.--Voi avete forse già amato, signor conte. Io non ho amato
mai, e vivrò di questo amore per sempre. Con queste poche parole io vi
ho detto ogni cosa. O la felicità con voi, o la infelicità per tutta la
vita.--
Il burchiello si accostava alla scogliera, portando il fratello di
Fiordispina.
--Ebbene?--gridò Aminta.--Non venite a darmi il benvenuto nella vostra
isola?--
Gino accorse, stese la mano ad Aminta, lo abbracciò stretto e lo baciò
su ambedue le guance. Era anche la sua risposta alle ultime parole di
Fiordispina.
--Dov'è questa Ninfa, che io non la vedo?--disse Aminta, volgendo gli
occhi al sommo della balza.
--Eccola!--disse Gino, indicando Fiordispina.
La fanciulla era seduta sul masso, e la sua bella testa di Minerva
Glaucopide spiccava con la precisione di un antico cammèo sul fondo
azzurro del cielo.
--Vada per il complimento!--rispose Aminta, ridendo.--Ma non ha i
capegli d'oro, che ci ha promessi Don Pietro.
--In pochi minuti tutto ciò è stato cambiato;--disse Gino.--Adesso la
Ninfa li ha neri come ala di corvo. Aggiungi che non affascina più i
cacciatori, ma dà eccellenti consigli agli ospiti di casa Guerri. Sai
di che cosa abbiamo parlato, aspettandoti?
--Dell'Italia, ne son certo;--rispose Aminta.--Mia sorella non pensa
ad altro, non vede altro, e noi salutiamo in lei una Romana antica.
--È troppo poco;--disse Gino.--Permettimi di credere che se fossero
state così le Romane antiche, Roma comanderebbe ancora alle genti.
--Hai sentito, Fiordispina?
--Sì;--rispose la fanciulla, dall'alto.
--E ti pare?...
--Che il conte Malatesti abbia ragione. Prendiamo senza finta modestia
quel che ci viene. Non è il valore, non è l'altezza della mente, che
mi regala il nostro ospite, riconoscendo in me l'amore della patria.
Oggi il culto dell'Italia nel segreto delle nostre case, o sulla vetta
dei monti, lontano dal sospetto dei tiranni e dall'orecchio dei
delatori; domani l'impeto della rivolta, il riconoscimento e
l'alleanza delle libere volontà alla luce del sole. Ma allora voi
combatterete, e noi pregheremo.--
Gino era in estasi, e taceva, come tutti gli estatici. Aminta, che non
aveva le sue ragioni per rimanere a bocca aperta, ma che aveva pur
sentito profondamente il discorso di sua sorella, stette un momento
sopra di sè, poi scosse la testa con atto risoluto, e rispose:
--Combatteremo!--
Proferì quella parola, come se avesse giurato. Il conte Gino, scosso a
sua volta da quell'accento solenne, prese la mano di Aminta e la
strinse fortemente, associandosi al giuramento.
Il resto della giornata non si racconta. La scampagnata fu gaia,
piacevole, amena, con momenti di grato riposo alternati da scoppi di
pazza ilarità, con aliti di frescura che rianimavano gli spiriti, con
ondate di tepore che scaldavano il cuore. Infatti, c'è questa sequela
di sensazioni materiali in tutte le gioie intense, in tutte le belle
riunioni e scorribande all'aperto, dove la natura è scena, e i nostri
pensieri si effondono senza timore o sospetto.
Quella sera, appena giunto co' suoi ospiti alle Vaie, il conte Gino
volle ritornarsene al suo eremo di Querciola. Sentiva il bisogno di
raccogliersi, di meditare, di assaporare la sua felicità.
Nell'atto di separarsi da Aminta, che secondo il solito lo aveva
accompagnato un tratto, sul limitare del bosco, Gino disse all'amico.
--Ti ho chiamato fratello, e vorrei esserlo davvero.
--Grazie!--rispose Aminta.--Questo sarebbe anche il mio desiderio.
--Amo tua sorella;--rispose Gino, chinandosi sulla sella e parlando a
bassa voce, come se temesse di farsi udire dagli alberi della foresta.
--Oh, il gran segreto!--esclamò Aminta, ridendo.
--Come? Già lo sapevi?
--Me n'ero avveduto da un pezzo. Sfido io, a non avvedersene! Credo
che lo sappiano a quest'ora tutti i sassi della montagna.
--E dimmi....--ripigliò Gino.--La cosa non dispiace a te?
--No, davvero. Sei un uomo leale e la mia mano stringe volentieri la
tua. Conte Gino Malatesti....
--Non parlar, di contea, te ne prego!--interruppe Gino,
turbato.--Vorrei che i re della montagna non isgradissero la mia
alleanza.
--Ebbene,--rispose Aminta,--se tu mi avessi lasciato finire, non
avresti da domandarmelo ancora. Volevo dirti per l'appunto questo, con
tutta la solennità possibile ed immaginabile. Conte Gino Malatesti, i
re della montagna in questa stretta di mano ti accettano.--
Capitolo VIII.
La marchesa Polissena.
Fu una gran luce, quella notte, nella solitaria cameretta di
Querciola. Si narra che una gran luce sfolgorasse pure da una capanna
di Betleem, dove era nato il nuovo signore dell'universo. Meglio di
tanti re della terra, quel nuovo nato doveva regnare con l'amore; ed
era l'amore, non altro che l'amore, quello che diffondeva la gran luce
improvvisa fra le tenebre del mondo.
Fiordispina lo amava! Fiordispina glielo aveva confessato! Come? Egli
avrebbe voluto rammentar le parole, ad una ad una, e per che modo, per
quale artifizio di trapassi, anch'egli fosse venuto al punto di
manifestarle i suoi sentimenti più intimi. Ma era proprio vero che
aveva parlato? Proprio vero che la fanciulla dei Guerri aveva accolto
benignamente l'amor suo? Accade sempre così, quando si vuol ricordare
in che modo si è palesata questa gran fiamma del cuore, e non si
riesce a trovare come si sia dichiarato l'amore, in quella stessa
guisa che il più delle volte non si sa come sia nato. Egli sapeva
almeno come fosse nato quello di Fiordispina.--«Vi ho amato dal primo
giorno che vi ho veduto»--gli aveva detto la fanciulla. Santa
innocenza del cuore! Ed egli poteva rallegrarsi di essere la prima
immagine che si fosse specchiata in quel terso cristallo. E si
ricordava ancora in buon punto che la dolce confessione gli era stata
fatta assai prima, sebbene con altre parole, a proposito di un albo
dalle pagine bianche, su cui egli sarebbe stato il primo a
scrivere.... e l'ultimo.
Primo ed ultimo! Unico, dunque? Divina cosa! Non c'è amor vero che
questo.
Sì, tutto bene; ma dava egli il ricambio di una simile innocenza? Non
aveva egli già amato, e parecchie volte in sua vita? Riandando nella
onestà della sua mente il passato, quanti amori, grandi e piccini, non
avrebb'egli trovato, morti d'ogni età, lungo i meandri della memoria,
nè tutti pure onorati di sepoltura! Timidi fiori dapprima, turbamenti,
desiderii, cessati per mancanza di oggetto, svaniti per la sua
indegnità; poi matte imprese, ripeschi, galanterie, illusioni del
senso, che vuol decorare di un nome più nobile i suoi ardori fumosi!
Tale, a dirne uno, non era stato l'amor suo per la marchesa Polissena?
Quel nome, di fatti, veniva ancora alla mente di Gino. Ma egli,
oramai, poteva fermarcisi senza terrore, senza rimorso, per sola
ragione di studio. La marchesa Baldovini egli l'aveva conosciuta ed
ammirata da lungi, essendo ancora giovinetto. Ella non si era neanche
degnata di guardarlo, non si era forse neanche accorta della presenza
di lui, di quell'adolescente, che serbava ancora, studente
d'università, l'aspetto del collegiale. Lo aveva veduto poi, aveva
scambiato qualche parola con lui, per convenienza, per uso di società;
ma quel po' di frasi comuni non era neanche da mettersi in conto.
Ahimè! In quel modo non nasce l'amor vero. Fiordispina, a buon conto,
lo aveva amato il primo giorno che lo aveva veduto. Polissena, no. Lo
aveva sentito parlare, e non si era mostrata punto commossa; neanche
gli aveva lasciato indovinare o sperare che i suoi discorsi le
piacessero più che tanto. In quei primi tempi, se egli ben ricordava,
la marchesa Polissena prestava molta attenzione alle gentilezze di un
colonnello austriaco, giunto in missione presso la corte di Modena. Nè
egli se n'era impensierito; neanch'egli amava quella donna, sebbene
gli paresse bella e fatta per ispirare una passione in piena regola.
Dopo quel primo incontro con lei, Gino Malatesti era stato distratto
da altri pensieri, aveva avuto le sue piccole avventure, i suoi
ripeschi, i suoi capricci, tutti decorati di quel gran nome che
sapete, e mutati ad ogni tanto, come si mutano le figure in un
caleidoscopio, ad ogni voltata del cannocchiale. Un giorno, anzi una
notte, incontratolo in una festa da ballo, la marchesa Baldovini si
era degnata di ballare una quadriglia con lui, e tra una suonata e
l'altra, così di punto in bianco, guardandolo fissamente negli occhi,
gli aveva detto:--È vero che amate la tale?--
Gino era rimasto un po' sconcertato da quella domanda improvvida.
Avrebbe voluto negare, perchè in verità quell'amore, a cui alludeva la
dama, non era, e sopratutto non gli pareva più in quel momento, una
cosa tanto bella da vantarsene, o da accettarne il dolce peso con
l'atto d'infinita modestia di chi vuol dire e non dire. Ma la marchesa
Polissena aveva subito soggiunto:
--Lo so di certa scienza, e mi ha fatto pena... per voi.
--Per me, marchesa?--aveva egli balbettato.
--Sicuramente. Queste son forse conquiste degne di un giovanotto
vostro pari? Una plebea, che ha la bellezza del diavolo e nulla più.
Non vi vergognate? A me, vedete, signor conte, voi fate l'effetto di
un gentiluomo, che ha tenute e foreste per far la gran caccia, e se ne
va, umile borghese, la mattina di domenica, fuori porta San Francesco,
a contendersi, con altri dieci o dodici suoi pari, una cingallegra
smarrita.
--Smarrita!... in dodici, poi!--mormorò Gino tra i denti.
Ma rise, perchè bisognava ridere; e quella risata fu l'orazione
funebre recitata sulla tomba.... di una cingallegra smarrita.
--Ah! la gran caccia!--esclamò egli poi, sospirando.--Ne parlate
facilmente, voi, bella signora. La gran caccia è molto faticosa, e più
ancora difficile. Essa, ad ogni modo, richiede cacciatori più esperti.
--Non mi parlate degli esperti!--replicò la marchesa.--Io non li
amo.--
Che c'entrava lei? Questa domanda si affacciò naturalmente al pensiero
di Gino.
--Neanch'io, se penso come han guadagnata la loro esperienza;--rispose
allora, umilmente.--Ma per seguitarli, per oltrepassarli, che sarebbe
meglio, bisognerebbe sempre osare....
--Siete anche timido? Dopo tutte le vostre avventure, di cui non mi
congratulo niente con voi?--
--Timidissimo, marchesa. Soltanto, come tutti i timidi, potrei avere
un giorno il coraggio della disperazione.--
Così avevano chiacchierato, negli intervalli della quadriglia; così
avevano seguitalo a chiacchierare argutamente, nell'angolo di una
sala, dove la marchesa Polissena teneva corte d'amore. E quel dialogo,
dond'era incominciato il suo romanzo con la bella marchesa, lo
rammentava egli allora, dopo quattro anni. Egli, capite? Egli che non
ricordava più, dopo dodici ore, come avesse detto: «vi amo» alla
fanciulla dei Guerri. Da una conversazione, mezzo audace e mezzo
frivola, in una festa da ballo, era nato un amore di quattro anni.
Com'è il caso di ripetere col poeta che «poca favilla gran fiamma
seconda!»
All'alba, sul finire della festa, dopo un _cotillon_ in cui non era
stato egli il cavaliere della marchesa Polissena, ma più d'una volta
il rapitore fortunato o il ballerino prescelto, il conte Gino
Malatesti aveva trovato il modo di accompagnar la dama fino al portone
del suo palazzo, e si era separato da lei raccomandandole di dormire
fino a sera, per aver cura de' suoi occhi, che erano senza fallo «i
più belli di Modena.» Tanto cammino si era fatto in cinque ore! Ma
notate che erano cinque ore di notte, e di notte, lo sanno tutti i
camminatori, si va più svelti del doppio, in paragone del giorno.
Aggiungete che la marchesa si era lasciata cadere quella notte dallo
scollo della veste un mazzolino di violette di Parma; che il conte
Gino lo aveva raccolto e che la marchesa glielo aveva lasciato
ritenere, mostrando a tutta prima di non avvedersi neppure del fatto.
Più tardi, avendo il giovane accennato il suo piccolo bottino, la
marchesa si era degnata di sorridere, e con aria di benevolenza regale
gli aveva detto:--Vedremo se saprete conservarlo, anche appassito, e
più, disseccato.--
--Vedrete, bella signora;--aveva risposto Gino. animandosi.--Vi
porterò questi fiori un altr'anno, in questo medesimo giorno.--
La bella signora aveva dato in uno scoppio di risa.
--Ma bravo, conte! Prendete di queste scadenze, per le vostre visite?
Ed io che ne aspettavo una da voi entro gli otto giorni.... almeno?--
La risposta, s'indovina. Ed anche la visita che seguì. Gino Malatesti
lasciò passare a mala pena il giorno dedicato al riposo dei «più begli
occhi di Modena» e la mattina dopo, fra le due e le tre del pomeriggio
(scusate è sempre mattina, per chi non lavora e non ha ancora
pranzato), si presentò al palazzo Baldovini per chieder notizie e
lasciar due biglietti di visita. Due biglietti, si sa, per dire ad una
signora e a suo marito:--«sarei tanto felice di entrare in relazione
d'ossequio ed amicizia con voi due.»--Se la signora è vedova, si
lascia un solo biglietto. Se è vedovo il marito, non si lascia nemmeno
quello. Desiderio d'ossequiare, di entrare in relazione di amicizia,
non ce n'è più, e pare già troppo l'obbligo del saluto per via.
Voleva dunque lasciare i due biglietti di visita. Ma per il conte Gino
Malatesti non si faceva anticamera. Il servitore aperse il salotto. La
marchesa Polissena era là, e Gino fu ammesso alla presenza della Dea.
Forse era il suo giorno di ricevimento? No, ma le belle dame son fatte
così; hanno il giorno solenne, in cui vedono venti, trenta persone, e
si annoiano a vicenda, o si divertono qualche volta, sentendo le
notizia e mettendo la frangia alle notizie del prossimo. Ne hanno poi
altri due o tre, in cui non ricevono visite, o non escono a farne;
sono in casa, ed ammettono gl'intimi. Nè sempre al plurale, si
capisce; perchè non è sempre dato, o non sempre piace, di averne più
d'uno.
Le violette di Parma erano a mala pena appassite; ma la marchesa
Polissena non aspettò che il mazzolino fosse disseccato, par
confidarne un altro a quel grazioso custode. Ne ebbe due, ne ebbe tre,
ne ebbe quattro, nello spazio di un mese, il conte Gino Malatesti; a
mezza primavera, quando le violette cessarono, ne aveva già una
provvista sufficiente per le infusioni di tutto l'anno. Questo ve lo
dico io, poco rispettosamente per i fiori della marchesa Polissena; ma
voi non dovete credere che il conte Gino pensasse a far servire quei
dolci pegni di un amore al primo stadio, per curare i suoi
raffreddori.
Frattanto, la marchesa Baldovini aveva preso ad esercitare una grande
autorità sull'animo di lui. Pareva essersi dimenticata del ripesco che
aveva rimproverato al conte Gino, poichè non le era più occorso di
farne cenno; ma gli domandava, ad ogni visita, come avesse passati
quei giorni in cui non si erano veduti che un'ora a teatro, a caso per
via. Più tardi, spesseggiando le visite e le occasioni di trovarsi
insieme, prese a domandargli come avesse passate le ore e i minuti; ed
egli, grato a lei di tanta cura amorevole, si avvezzò volentieri a dar
ragguaglio, non che dei minuti, dei secondi, a raccontarle atti e
pensieri, opere ed ommissioni. Inebriato dalla passione, si era fatto
schiavo senza avvedersene, come quei contadini (scusate il paragone),
come quei contadini del tempo andato, che i sergenti arruolatori
ubbriacavano ben bene, e che il giorno dopo, con loro meraviglia
grande, si accorgevano di aver firmato l'ingaggio. Polissena comandava
a bacchetta; diceva brevemente: «fate la tal cosa» come se il farla,
senza aver sentite le ragioni, fosse nell'ordine prestabilito dai
fati. «Non andrete più dalla tale» era un comando che poteva anche
piacere, poichè indicava un sentimento di gelosia, e agli innamorati
piacciono le donne gelose. «Non parlerete col tale» era più difficile,
qualche volta, ma si poteva anche obbedire, non portando altra
conseguenza che un risparmio di cappello, due chiacchiere di amici
comuni, e raramente uno scontro sul terreno, ottimo per una mezza
cavata di sangue, e per il crescere che si fa, con queste imprese,
nella estimazione della gente. «Andrete a Reggio, domani», oppure: «mi
seguirete fra due giorni a Bologna, lasciando credere di essere andato
a Sassuolo» era anche meglio, poichè prometteva uno o due giorni di
allegre scorribande, da cui era bandita la cerimoniosa serietà del
salotto, o la trepidazione dell'incontro fuori via. Lo stesso si dica
del viaggio a Torino, quantunque allora, dopo quattro anni di quella
vita, la scorribanda potesse parere un po' lunga. Polissena era una
donna imperiosa; ma aveva momenti di grazia incantevole, giorni in cui
pareva una fata benefica, una bambina capricciosa, tanto più cara
quanto più erano frequenti i capricci. Poi, tutto ad un tratto,
diceva: «finiamola, con le pazzie»; e allora ridiventava la signora,
marchesa Baldovini, chiusa nel suo sussiego, bastionata nella sua
severità, tutta magistrati, ciambellani, generali, diplomatici, gran
giustizieri, e patrona per giunta di non so più qual opera pia,
congregazione divota, od altro che vi piaccia d'immaginare, in un
tempo e in un ambiente come il suo.
Così il nostro Gino era caduto nella rete; così, protestando qualche
volta, e sentendosi dare del ragazzo, aveva finito con adattarsi alla
sua servitù, decorata di un nome più grato, ma solamente a
quattr'occhi. Dopo tutto, perchè lagnarsi? Quella donna apparteneva
alla sua medesima classe sociale; egli viveva nell'ozio, e poteva
obbedire senza fatica. Perciò si era avvezzato, aveva presa la piega,
formata l'abitudine; andava oltre, placidamente, col trotterello
dell'antico cicisbeo, e sarebbe potuto andare così, fino.... Ah sì,
parliamone: fino a quando? Una marchesina cresceva, accanto alla bella
marchesa. Non crediate che fosse proprio al suo fianco; era in
conservatorio; ma nelle vacanze faceva le sue piccole apparizioni, e
spesso la bionda Polissena, con accento tra tenero e grave, amava
ricordare che presto avrebbe ripreso il suo ufficio di mamma. Si
rideva, intorno a lei, con aria incredula, e si diceva: «Mamma, Lei,
signora marchesa? Vorrà dire sorella!» Era una consolazione quella, e
il complimento poteva anche avere un aspetto di verità. Ma infine, o
presto o tardi, il giorno doveva venire, in cui la marchesa Polissena,
da regina giovane ch'ella appariva, passasse nel novero delle regine
madri, e facesse anche ufficio di tappezzeria nelle feste, dov'ella
aveva così graziosamente regnato. Baie! C'era tempo ancora a pensarci.
La marchesa Polissena era così giovane, così bambina, alle volte! E
sempre così bella, poi! Quando voleva, solo a mostrare i suoi denti,
in un sorriso, e a muover gli occhi, sprigionandone un lampo, era
ancora lei la più bella di Modena: una città dove le belle non sono
poche, nè poco.
Il conte Gino andava dunque là, con quel suo guinzaglio lento, che lo
tratteneva senza dargli noia, poichè si era adattato, da cane
intelligente e mansueto, a misurare il suo passo su quello della
padrona. E pensava che la cosa potesse durare così.... Cioè, diciamo
la verità tutta quanta, non pensava affatto; andava là, comandato,
accarezzato, portando la sua felicità, come il soldato porta lo zaino,
lamentandosi a mala pena nelle ore di sole. Qualche volta, lo sapete,
egli deponeva il dolce peso, andando a prendere, nella società non
sua, quelle boccate d'aria libera che dovevano essergli imputate a
delitto dal sospettoso governo ducale. Forse per noia, non confessata
a sè stesso, dell'ambiente afoso in cui viveva, si era buttato a
cercar fuori le piccole consolazioni. Leale nell'amore, non le cercava
già in altri amori, bensì in altra ragione di cose; la indipendenza
del suo paese era il pensiero che lo consolava del fatto di aver
perduta la sua. Il giorno della liberazione si sentiva vicino; così
non poteva durare, per bacco! Non già per lui, che non osava pensarci
neanche, e si sarebbe stimato meno, se gliene fosse venuto solamente
il sospetto; ma per la patria sua, per l'Italia, no, mille volte no,
così non poteva durare. Stato pericoloso dell'anima sua! Il governo
ducale ci aveva messo, aveva creduto di metterci un termine, mandando
il conte Gino Malatesti a confine in Querciola.
Cacciato con quella rapidità fulminea dell'ordine ducale, Gino
Malatesti si era sentito spezzare il cuore. Niente si muta senza
affanno, neanche una triste condizione in una migliore, o più grata.
L'uomo liberato dai ceppi, non guarda forse con mestizia, breve, sì,
ma profonda, alle pareti del carcere, a quelle ignude pareti che
furono testimoni e confidenti di tante angosce, di tante afflizioni di
spirito?
L'amore, che forse languiva, si ravvivò nell'anima di Gino Malatesti,
battè l'ali sulla via dell'esilio con lui. Ah, quella donna! Se avesse
sparsa una lagrima! Se almeno gli avesse fatto sapere quella cosa
tanto naturale, tanto facile alle donne, come a tutte le creature
deboli, e gliel'avesse scritta in due sole parole: «ho pianto!» Come
lo avrebbe consolato, confortato a soffrire! Che balsamo avrebbe
recato alla sua acerba ferita! Ci sono anche le lontananze utili,
quelle che i francesi dicono con modo felicissimo _les absences
heureuses_. Son quelli, per così dire, gli sprazzi d'acqua fredda che
ravvivano una fiamma vicina ad estinguersi. Ma la bionda Polissena non
aveva dato cenno di sè al condannato; peggio ancora, non si era
degnata di rispondere una buona parola al suo messaggero; peggio
ancora del peggio, aveva ripresi, raddoppiati i suoi passatempi
cittadini, come se nulla fosse avvenuto di doloroso, o solamente di
spiacevole per lei. Era proprio la gran dama, che non perdeva il suo
tempo a piangere sopra un capriccio svanito, e non voleva portarne il
lutto, neanche per una settimana, come si usa nelle Corti.
Queste cose lo avevano profondamente ferito, ed io vi ho descritta la
scena a suo luogo. Orbene, vedute alla distanza di un paio di mesi,
queste... anzi quelle cose non lo ferivano più. E voi, senza che io ve
l'abbia detto, ne sapete il perchè. La boccata d'aria sana aveva fatto
il miracolo; quella apparizione celeste delle Vaie, quel senno e
quella innocenza, quel fiore di poesia, di pensiero e di studi,
avevano rivelato a Gino Malatesti un nuovo mondo, il migliore. Strana
novità, in mezzo a quella agreste natura, dove noi per solito non
vediamo che boscaiuoli e pastori, gente buona ma ruvida, menti
vergini, anime schiette, qualche volta, ma ottuse!
C'è un fiore, nelle regioni alpine, uno strano fiore.... Non
l'_edelweiss_, badate, non l'_edelweiss_, di cui si è già tanto
abusato. È un fiore umilissimo, confuso spesso tra cento, nello smalto
allegro dei prati. Nel mezzo del calice slabbrato ha come una piccola
lastra tondeggiante, e dall'orlo di questa si ripiega tremolante verso
il mezzo una piccolissima forma, petalo, o lacinia del calice istesso,
che vogliam dire, ma che vi dà l'immagine di un uccellino il quale
stia a guardarsi nello specchio. È forse l'_ophrys speculum_. Lascio
volentieri ai botanici la cura del nome. Il semplice curioso che vede
il bizzarro fiorellino e lo ammira, non può trattenersi dal dire tra
sè e sè: come mai, in questa selvaggia natura, un fiore così gentile
nella sua figura, così bello nella sua novità?
Semplice curioso, lasciatevelo dire: non c'è nella vostra domanda,
nella vostra maraviglia, che l'effetto di un pervertimento del vostro
giudizio. Assuefatto a vedere i bei fiori dalle forme insolite e dalle
figure strane entro le stufe dei giardini signorili, non ricordate più
che quei fiori son nati all'aria libera, sono sbocciati spontanei, si
sono educati per virtù naturale nel loro ambiente selvaggio crescendo
a tal bellezza di forme sotto gli occhi di Dio fino a tanto non si
posarono sovr'essi gli occhi di un viaggiatore, che ne raccolse i
semi, o scavò dalla terra i loro bulbi preziosi.
Ammirato, affascinato dalla bellezza, dalla grazia del fiorellino
silvestre, Gino Malatesti poteva dirsi guarito. E ripensando alla
marchesa Polissena, dopo due mesi di vita alle falde del Cimone,
poteva ragionare tranquillamente sul modo in cui ella si era diportata
con lui, per conchiudere filosoficamente in questa forma:
--Era l'abitudine, la sola abitudine che ci teneva legati. Non la
nostra volontà, che sarebbe parsa una mancanza di cortesia, ma un caso
esterno, indipendente da noi, poteva solo troncare quel vincolo. E il
caso è venuto, ha spezzato, ha interrotto, ci ha sviati ambedue. Si
poteva, per altro, si doveva salvar l'apparenza delle cose. Io, senza
pensare a questo dovere di cerimonia, ma credendo di amar tuttavia, mi
ero bene affrettato a farmi vivo con lei. Ed essa, invece? Non è il
caso di dire che le mancarono le occasioni. Io gliene avevo pure
offerto una, e sicura. Ma no: silenzio, ripresa di passatempi, di
distrazioni, a cui ha dato una bellissima chiusa il viaggio di Lucca.
E passandomi davanti agli occhi, per giunta! Dunque?... Dunque è da
credere.... Via, diciamo le cose come stanno, senza riguardi, senza
ipocrisie, roba buona soltanto per le trattazioni in contradditorio,
come dicono i legali. Dunque è da credere che la marchesa Polissena
non fosse solamente stanca di un amore durato quattr'anni, ma che
avesse già pronto l'altro, da sostituirgli. Il surrogante, ecco il
segreto. Ma chi sarà, il surrogante?--Quello era un abisso, in cui si
smarriva la mente del pensatore. Che, si fa celia? Trovare, fra i
cavalieri che circondano una donna, quale sarà il preferito del
domani? Tanto varrebbe attentarsi di pronosticare, fra cento api che
ronzano intorno ad una rosa, quale fra tante giungerà seconda a rapire
la sua parte di miele. Aggiungete, per render più difficile la cosa,
che il fiore è inerte e il calcolo delle probabilità può favorire
l'ape più forte e più ardita; laddove la donna, specie quando ha
l'ingegno e l'esperienza della marchesa Polissena, sa sceglier lei, e
fingere fino a tanto che le importi di fingere. Qualche volta ella
sceglie fuori della cerchia conosciuta, ed allora addio indagini
sottili, addio calcoli di probabilità. Direte che in tal caso, se è
più difficile pronosticare, è più facile indovinare, andando
sull'orma, poichè mentre la donna sa fingere, l'uomo, scelto da lei in
una classe diversa, facilmente si tradisce e si scopre. Ma il nostro
Gino non era là, per fare quello studio, e doveva almanaccare da
lungi.
Del resto, se l'idea gli era venuta, il pensatore l'aveva anche
scacciata. No, niente di fuori via. La città non era così grande, da
dissimulare una di queste avventure. La marchesa Polissena, tutta
sussiego, misura e riguardi sociali, non doveva aver scelto che tra
suoi pari, tra coloro che potevano essere ad ogni ora da lei; a farla
breve, tra i frequentatori della sua casa. Lì, non altrove, bisognava
cercare e trovare.
Prima di tutto, non un cavaliere maturo. Ricordando parecchi esempi,
Gino aveva ragione di credere che questi fossero piuttosto gli amori
delle donne giovani. Ancora non ne aveva indovinata e svolta la
teorica sottile; ma, come vi ho detto, aveva presenti alla memoria gli
esempi. Sentiva in quella vece, aveva per certa la teorica contraria,
applicabile alle donne che son vissute di più nelle consuetudini del
mondo elegante, che hanno già acquistata l'esperienza, non avendo
perduta ancora la bellezza, nè il desiderio di piacere. Quelle, si sa,
amano i giovani, magari gli adolescenti. Si forma lentamente nella
donna, e ad una certa età si rivela, l'istinto educatore. Si respira
il profumo di un affetto giovanile, l'incenso di una ammirazione
sconfinata, e si dà in ricambio la grazia, l'uso della civil
compagnia, la garbatezza dei modi, la gravità precoce, tutte le virtù
cardinali del moderno gentiluomo. Si prende un giovane ardente,
rumoroso, matto, e se ne fa un modello di serietà, di discrezione, di
tenerezza contegnosa, un cavaliere, insomma. E non per far concorrenza
ai governi, nè in quel modo che essi sogliono fabbricare i lor
cavalieri; quantunque al suo alunno, durante la veglia d'armi, e anche
dopo, la nobile e dotta educatrice ami spesso far portare la croce.
Chi, dunque? L'indagine diventava scientifica; e il conte Gino aveva
una bella equazione da sciogliere.
Il Mortanelli? No, non era più abbastanza giovane. E poi, era uno
sciocco. Parlava sempre de' suoi cavalli, che non erano neanche belli,
e spesso nelle conversazioni si rideva delle sue compere, in cui otto
volte su dieci era ingannato dai mercanti. Il conte Sestoli? Che!
Quello era un piccolo vanaglorioso, refrattario ad ogni educazione di
quel genere. Proteggeva tutte le figuranti di teatro, e non istava
bene che con quelle. Il principe Orsi di Frassinoro? Bello, assai
bello, ma di una bellezza femminea. Le donne non amano negli uomini
quel genere di bellezza che possiedono esse. Poi, il signor principe
Orsi di Frassinoro era innamorato ferocemente di se stesso. Passava
tre ore ogni mattina allo specchio, e la cosa era risaputa da tutti.
Si diceva qualche volta di lui:--Oh Dio! Come è bello! Se non avesse
quei pizzi biondi e quei baffettini, che cosa stupenda! Con quegli
occhi azzurri, con quella tinta di cera vergine sul viso, si direbbe
una donna, una bellissima donna, russa o svedese. Gran trionfatore tra
le borghesuccie che aspirano all'alto, il principe Orsi di Frassinoro
non era tagliato per ottenere la più piccola vittoria nella sua
propria classe. Le donne eleganti e galanti sentivano per
quell'effeminato l'antipatia istintiva che avrebbero sentita per ogni
donna la quale potesse gareggiar con loro di bellezza o di grazia. Non
poteva esser un amante, il Frassinoro; era troppo un rivale.
Gira rigira, la batteva tra due: il conte Nerazzi e il marchese Landi;
ambedue amici suoi, belli senza eccesso, non sciocchi a prima vista,
ma neanche spiritosi. Dei immortali! Anche noiosi la parte loro, con
quel fare compassato, e con la cura astuta che mettevano a nascondere,
facendola spiccar meglio, una piccola vittoria, o a darsi merito di
non averne ottenuta mai una. Ma sono questi gli uomini che
piacciono.--«Ebbene, Landi, qual è oggi la dea dei vostri
pensieri?--Signora, non c'è dea, per me, e dubito perfino di aver dei
pensieri.--Ah, molto spiritoso, ed anche discreto; due cose che
ordinariamente non vanno molto d'accordo. Ve ne faccio i miei
complimenti. E voi, Landi, non amate?--No, signora; il mio giorno non
è ancora venuto.--Come! C'è un giorno ed un'ora da aspettare?--Sì, il
giorno e l'ora del nostro destino. Se amerò, non amerò leggermente.--È
giusto e vi lodo. Fossero tutti come voi!»--E la dama galante che ha
fatta questa scoperta, la mette bravamente in serbo. Avrà un altro
amore, lei; ma il Landi, o il Nerazzi, secondo i gusti, è un buon
amico, e un grande amore non esclude una piccola amicizia, una certa
simpatia, nata da conformità di pensieri, «siccome tra cortesi alme si
suole.» E lo difende, il giovane amico, quando gli altri lo
attaccano.--«Il Nerazzi è un buon giovane; c'è in lui la stoffa di un
cavaliere perfetto.--Non mi dite male del Landi; è un uomo serio,
d'una sensibilità molto rara, di una delicatezza a tutta prova.»--
O il conte Nerazzi, dunque, o il marchese Landi. Qui il nostro Gino
Malatesti ricordò in buon punto la prima lettera ricevuta dal suo
confidente Giuseppe. «Mi pare (scriveva il buon servitore) che la sua
condanna abbia raffreddato molte persone, di quelle che V. S. credeva
più amiche, e con le quali andava più spesso. Il conte Nerazzi, per
esempio, e il marchese Landi, quando ho dato loro un cenno del suo
viaggio, mi hanno risposto con un semplice monosillabo. Sarà forse
perchè non hanno confidenza in un povero servitore; ma una notizia
almeno me la potevano chiedere, e mostrare un po' di amicizia per la
sua persona. Oso sperare che in questo Ella non troverà sbagliato il
mio ragionamento.»
No, buon Giuseppe, il vostro padrone non lo aveva trovato punto
sbagliato. Ed ora, poi, ripensandoci, lo trovava profondo, sottile,
profetico. Forse, chi sa? Giuseppe aveva già fiutato qualche cosa del
vero. Perchè indicava nella sua lettera piuttosto quei due, che tanti
altri amici del conte Gino? Erano quelli con cui il conte andava più
spesso. Sì, questa era la frase; ma non rispondeva intieramente al
vero, perchè Gino andava con quelli, come con tutti gli altri, e non
aveva preferenze. Ah, il suo servitore Giuseppe, volendolo o non
volendolo, aveva messo il dito sulla piaga. Il conte Nerazzi e il
marchese Landi erano i due più avanzati, per vogargli sul remo. Ma
quale dei due il preferito?
Il conte Nerazzi era un bel giovane; ma, per mentire in qualche modo
al suo nome di famiglia, aveva i capegli rossigni. La marchesa
Polissena, che li aveva di un bel biondo acceso, poteva amarli
rossigni? Le simpatie, ordinariamente, non si formano sulla
somiglianza del colore, e meno ancora nel sopraccolore, che rende più
intensa una tinta e la esagera. Il marchese Landi era bruno, ed anche
leggermente più stupido del Nerazzi: due ragioni forse per piacer di
più alla marchesa Polissena. Qui il conte Gino faceva un gran torto a
se stesso, poichè egli era piaciuto prima di quell'altro alla dama, e
il suo ragionamento gli portava per conseguenza legittima un grado
maggiore di stupidità, in confronto di quella che egli attribuiva al
Landi. Ma voi sapete che l'onestà, la probità, la lealtà, e via via
tutte le virtù umane, non salvano il più perfetto cavaliere da un po'
d'ingiustizia, quando egli deve nell'interno della propria coscienza
giudicare il suo simile.
Ritornando al paragone fra i due supposti pretendenti, il Landi era di
più antica nobiltà. Apparteneva ad un ramo trapiantato da tre secoli a
Modena, dei Landi di Piacenza, grande famiglia principesca, che aveva
posseduto città e castella, ed esercitato diritti di vera sovranità.
Si diceva infatti: lo Stato Landi, per indicare i possedimenti di
quell'antica famiglia. Aggiungete che tra il casato dei Landi e la
marchesa Baldovini si era notata una sera, in conversazione, una
affinità casuale, ma strana. E di quella conversazione e di quella
affinità si ricordò il conte Gino in buon punto.
Si era venuti a parlare dei Landi di Piacenza, e il marchese
Baldovini, forte in araldica e in genealogia (non sapeva altro, il
brav'uomo!) aveva detto al marchese Landi, modenese:
--Sapete, Emilio, che i vostri maggiori avrebbero potuto vantare
qualche diritto alla successione della grande famiglia omonima, quando
ella venne a spegnersi in una donna, come la casa Farnese?
--Ah, è vero!--aveva risposto Emilio Landi.--Ricordo la cosa, molto
confusamente, per altro.
--Ve la spiego io. L'ultima di casa Landi fu Donna Polissena, che
entrò nella famiglia dei Doria Pamfili, di Roma, e furono questi che
ereditarono ogni cosa.
--Polissena! Come me!--aveva esclamato la marchesa.
--Già!--rispose Emilio Landi.--Polissena è un bel nome antico.--
Ed era diventato rosso, facendo quella scoperta.
Gino Malatesti aveva osservato la cosa, ma senza fermarcisi troppo.
Infine, non era che un complimento, reso necessario dalla somiglianza,
dalla identità d'un nome di battesimo.
Ma ora, ritornandoci su, capì meglio; indovinò la cagione di quel
rossore; e sorrise e si stropicciò le mani. Perchè oggi, lo sapete,
non si grida più: _eureka!_ Quando si scopre qualche cosa, ci si
stropiccia le mani e si ride.
Nel caso di Gino Malatesti, la risatina indicava ancora che egli non
era solamente felice di avere scoperto un segreto, ma anche
perfettamente guarito dell'amor suo per la bionda marchesa.
--Infine,--diss'egli, conchiudendo lo studio,--sia Landi, Nerazzi, e
magari tutt'e due, che importa a me? Buona fortuna, signori!--
Capitolo IX.