Era un monologo in tutte le regole, il suo. Ma noi li stendiamo sulla

carta, i monologhi, e dobbiamo tirarli a fil di logica, mentre nel

fatto essi procedono più rotti nell'argomentazione e più snelli. Molte

cose, necessarie nella scrittura, lo spirito le vede e le tralascia,

non dicendo a se stesso se non quel tanto che gli piace di più.

Il conte Gino, per altro, non fu molto contento del suo soliloquio. E

perchè, Dio buono, se lo aveva fatto egli? L'uomo è di sua natura

egoista. Si può senza troppo sforzo di educazione arrivare al punto di

non desiderare la casa e la fortuna del prossimo; ma nessuna

educazione può condurci a vedere di buon occhio che altri

s'impadronisca e goda il pacifico possesso d'un fior di bellezza che

abbiamo osservato ed ammirato noi. Noi, capite? Noi persona prima del

singolare, quantunque i grammatici, buona gente, l'abbiano assegnata

al plurale. L'ammirazione nostra è una specie d'ipoteca che prendiamo

sulla cosa che ci ha colpiti e che farebbe tanto bene ad appartenerci.

Ora, per un sentimento di questa natura, il conte Gino era triste? Lo

sospetto fortemente, ricordando che nella chiusa del suo monologo egli

fece una spallata, come se volesse con quella scacciar l'uomo «non

troppo zotico e materiale», a cui in una spensierata liberalità di

discorso aveva concessa la fanciulla dei Guerri.

Dopo quella spallata, il giovinotto escì dalla stufa. Fiordispina,

traversando le aiuole, veniva dalla sua parte; era già abbastanza

vicina, e poteva entrare nella stufa, ed anche rasentarla soltanto; ma

nell'uno e nell'altro caso avrebbe veduto l'ospite, ed egli avrebbe

avuto l'aria di essere stato ad osservarla, a spiare i suoi passi.

Escì, dunque, ed ella lo vide e gli sorrise.

--La signorina,--disse Gino, muovendo verso di lei, che si era

fermata,--veniva a vedere i suoi fiori?

--No, veramente;--rispose ella;--andavo più in là. Non cerco fiori,

porto foglie;--soggiunse, mostrando il suo grembiale, che teneva

raccolto per i due capi.

--Ah!--esclamò Gino.--Un pasto mattutino! E dov'è la famigliuola che

lo avrà dalle sue mani?

--Qui presso. Vuol vederla?

--Volentieri, se permette.

--Bene, venga allora con me.--

Gino s'inchinò e la seguì. Fiordispina andava leggiera lungo le

invetriate della stufa. Sicuramente, se egli fosse rimasto là dentro,

ella lo avrebbe veduto allora, poichè rivolse, passando, un'occhiata

curiosa alle piramidi dei fiori.

--Ah, signorina!--disse Gino.--Che stupende eriche ho vedute or ora!

--Son belle davvero;--rispose Fiordispina.--Eriche del Capo di Buona

Speranza.

--Niente di meno!--esclamò il giovinotto.

--E delle prime che siano venute in Europa;--replicò Fiordispina.

--Ed io, abitante del piano,--disse Gino,--dovevo venire a trovarle

fra i monti!

--Mah! Segno che c'è qualche cosa, anche tra i monti!--ribattè la

fanciulla.

--Lo so, signorina, lo so, e non potrei dimenticarlo mai più. Ma

parlavo delle eriche del Capo.

--Infatti,--ripigliò Fiordispina,--c'è una ragione naturalissima, che

spiega la novità della cosa. Un amico della famiglia, che ha viaggiato

molto, le ha portate in dono a mio padre.

--Buona Speranza!--mormorò Gino.--Buona Speranza!--

E cercava il filo di un madrigale; ma non gli venne, ed egli ci

rinunziò, anche per il fatto che si era giunti davanti ad un porticato

rustico, e che la fanciulla metteva il piede là dentro.

Erano le stalle. Perdonate il vocabolo, o lettrici garbatissime, e

sopratutto non arricciate il naso, dovendo seguire fin là i nostri due

personaggi, perchè altri vi avranno condotte, letterariamente

parlando, in luoghi peggiori di questi. La stalla, in fin de' conti, è

sana, e non c'è caso che sia male abitata: o se lo è qualche rara

volta, si manda per il veterinario, la cui diagnosi e la cui

terapeutica sono assai meno complicate di quelle del fisiologo,

dell'antropologo e del moralista.

La fanciulla dei Guerri aperse l'uscio di una stanza bene illuminata

da due finestre alte, e dove, oltre la paglia sparsa sul pavimento, si

vedevano lungo la parete alcune casette di legno.

--Richiuda, la prego;--diss'ella a Gino, che l'aveva seguita.--Le mie

bestiuole mi vogliono bene, ma sarebbero anche capaci di antepormi la

libertà.

--Cattive bestiuole, allora!--rispose il giovanotto.

--Che vuole? Sono irragionevoli, e non intendono la loro grande

fortuna;--replicò ella, dando in uno scoppio di risa argentine.

--Come lo dice!--esclamò Gino.--Pare che non ne sia persuasa.

--Anzi, ne sono persuasissima;--disse la fanciulla ripigliando la sua

gravità.--Le mie bestiuole hanno fortuna davvero, perchè vivono qui

ben riparate dalla neve, dalla pioggia, dai venti, con la sicurezza

del cibo ogni stagione dell'anno, e senza alcun timore delle martore.

Poi, hanno tutti i giorni un po' di foglie verdi, come ora. Vede?

Anche nel cuore dell'inverno, perchè non ne manchino mai, si pianta

l'insalatina dentro la stufa.--

Mentre ella così parlava, erano escite dai loro abitacoli di legno

parecchie coppie di conigli, tutti bianchi, senza la più piccola

macchia di nero o di bigio, con gli occhi grandi e mobilissimi, i musi

rosei, le orecchie lunghe e morbide. Vennero saltellando verso

Fiordispina, ma videro quell'altro che si accostava anche lui, e

scapparono tutti alla lesta. La fanciulla li richiamò, chinandosi a

terra con le sue provvigioni, e quei graziosi animali, via via

rinfrancati, tornarono, per avere la parte loro in quella

distribuzione di foglie di cavolo. _Brassica sativa_, che diamine! Il

nome latino sarà più difficile, ma un po' meno prosaico. E intanto che

addentavano allegramente le foglie verdi, quei timidi animali si

lasciavano correre la mano carezzevole di Fiordispina sulle orecchie e

sul dorso. Uno di essi, certamente beniamino, si lasciò anche prendere

di soppeso, ma senza abbandonare la foglia, che continuò a

sgranocchiare tra le braccia della sua bella padrona.

Gino potè ammirarlo anch'egli e carezzarlo un poco. Ma stando egli a

così breve distanza dalla portatrice, vedeva anche molto bene la

graziosa testina di lei e le ciocche morbide, ricciolute, finissime,

che sbucavano fuori dalla cerchia gelosa del suo fazzoletto di seta.

Aveva tralasciato di accarezzare il coniglio; taceva; non respirava

neanche; forse aspirava le fragranze giovanili di Fiordispina. Le

donne, lo sapete, anche stando ad occhi bassi, vedono, in simili casi,

o indovinano tutto quel che succede. Fiordispina calò a terra il suo

piccolo beniamino, che seguitò a sgranocchiare, come se nulla fosse;

quindi, risollevata la persona, si tirò con molta naturalezza due

passi indietro.

--Dunque,--diss'ella, rompendo il silenzio,--le piace la mia famiglia?

--Signorina,--rispose Gino, scuotendosi,--tutto ciò che la circonda mi

piace.

--Complimenti?

--Io? Non so farne.

--Badi; allora le vengono alle labbra spontaneamente.

--Se lo dice per questa volta, badi anche lei, signorina: non è stato

un complimento. Sarei disposto a provarglielo.

--Sentiamo;--disse Fiordispina, senza levar gli occhi dalle sue

candide bestiuole.

Il conte Gino incominciò:

--Che cos'è, prima di tutto, quello che la circonda? Le cure dei suoi,

del babbo, delle zie, del fratello; non è vero? Ella ora mi permetterà

di dirle, e mi crederà quando io le dico che queste amabili persone mi

piacciono. Allarghiamo il cerchio intorno a Lei: viene la casa, ed io

sarei un ingrato, se non amassi il luogo dove ho ricevuto una così

gentile accoglienza, una così schietta e cordiale ospitalità....

--C'è dell'altro?--interruppe Fiordispina.

--Sicuro, perchè la cerchia s'allarga ancora;--rispose Gino.--Intorno

a Lei, ai suoi parenti, alla, casa, ci sono le Vaie, c'è questa

convalle così verde e così fresca, con le sue belle boscaglie, le sue

cascate cristalline, il suo stupendo Cimone che fa la guardia lassù.

Signorina,--conchiuse il giovane,--tutto ciò che la circonda è bello;

sarà forse un complimento, e non un omaggio reso alla verità, il dire

che mi piace?--

Fiordispina rimase un istante sopra di sè, non sapendo che opporre a

quella argomentazione serrata. Ma una donna, saprete anche questo, non

può restare troppo a lungo senza ragioni con cui schermirsi da un

attacco di parole.

--Sì;--diss'ella, dopo quell'istante di pausa;--ma Ella non ha

risposto alla mia prima domanda. Le parlavo de' miei conigli; se ne

ricorda? Capisco;--soggiunse ella subito, non lasciandogli tempo a

rispondere;--questa mia le sarà parsa un'occupazione volgare. Ma

l'avverto, signor conte, che non ci sono solamente i conigli.

Passeremo poi alle galline, ai colombi....

--Ed anche ai buoi!--gridò Gino, interrompendo a sua volta.--Son belli

anch'essi, e i loro occhioni umidi piacquero tanto ai Greci, che essi

ne fecero una particolarità della bellezza di Giunone, della regina di

tutti gli Dei. I buoi, si dice, non sono intelligenti. La cosa non è

provata; ma, se anche lo fosse, che importerebbe? Questi animali sono

operosi e buoni; vivono nel campo e per il campo; hanno la pazienza

dignitosa, che non è facile trovare in altre bestie, e neanche tra gli

uomini; formano parte integrante del paese, componendosi stupendamente

con la sua prospettiva, e completano, direi quasi, il sentimento

morale che sorge spontaneo dalla sua agreste bellezza.

--Ho piacere che senta la poesia dei nostri monti, delle nostre

convalli, com'Ella diceva poc'anzi.

--E che crede, signorina? Che della poesia non ne nasca più, nelle

nostre pianure?

--Ah, bene!--esclamò Fiordispina.--Questa è una restituzione.

--Per esser pari;--disse Gino umilmente.

--E lo siamo ora;--rispose la fanciulla.--A me piace molto la

sincerità.

--In ogni cosa?

--In ogni cosa. Perchè mi fa questa domanda?

--Per aprirmi la via a fargliene un'altra.

--Interroghi pure; son qua;--disse Fiordispina con quella sua gravità

che mal nascondeva la voglia di ridere.

--Orbene,--riprese Gino,--per la sincerità.... Ella non ignora che

sono stato accolto dal signor Francesco come un figliuolo della

famiglia. Fratello con Aminta, lo sono del pari con Lei. Per la

sincerità, dunque, mia sorella Fiordispina dovrebbe dirmi una cosa.

--Anche due.

--Non sarò tanto indiscreto. Le domanderò solamente come passa la sua

vita alle Vaie.

--Ma.... Come vuole che la passi? Come la passerei dovunque: cioè

molte ore del giorno in casa, a cucire, a curar le faccende di casa, a

leggere, a suonare il mio pianoforte, e poi, mattina e sera, un

pochettino a passeggio.

--Ah sì!--disse Gino. Il passeggio.... Che passeggio può essere il

suo, alle Vaie?

--È bello anche qui, e piacevolissimo;--rispose la fanciulla.--Ci

sono, sparse in questi dintorni, tutte le bellezze naturali che nelle

città si ottengono a forza di imitazioni e d'artifizi. Stamane,

andando a Querciola, non l'ha veduta, la cascata del Chiuso? Dicono

che somigli tanto all'orrido di Varenna, sul lago di Como. E la salita

del Poggio? Dev'essere una specie di Montagnola, col suo bel colmo

all'aperto, meno la vista di Bologna nel basso.

--E meno la gente a passeggio per i suoi larghi viali;--osservò il

conte Gino.

--Che importa?--replicò la fanciulla.--Si è più soli, qui, ma si è per

compenso più liberi. Cerca la compagnia della gente chi ha ragione o

desiderio di farsi vedere.

--Per il desiderio, passi; ma la ragione, nel caso suo, ci sarebbe

davvero. Ma lasciamo stare questi discorsi, che avrebbero l'aria di

preparare un complimento....

--Non hanno più l'aria;--interruppe Fiordispina, ridendo.--Il

complimento è già fatto.

--Ah sì? Non me n'ero avveduto;--rispose candidamente Gino.--Ma

l'orizzonte di queste sue passeggiate?...

--È breve, e mi basta.

--Le basta? Le basta? Mi permetta di dirle che ciò è molto strano.

--Perchè?

--Perchè.... Non saprei come dirglielo, ma sento così. Ci sono i

momenti, nella vita, che l'anima non si contenta della sua prigione, e

vorrebbe spaziare in più libera cerchia; dei momenti che il pensiero

va lontano, di là dai monti, cercando.

--Per trovar che cosa?--domandò Fiordispina.

--Non so; forse altri monti. Ma questa è colpa del mondo, che è fatto

così, non dell'anima nostra, che anela a cose migliori. E poi,

signorina, anche ignorando la meta, si cerca, si desidera, si aspira,

per un'idea confusa di ciò che sarà, o di ciò che dovrebbe essere un

giorno.--

Fiordispina levò gli occhi, mandando anch'ella uno sguardo, lo sguardo

dell'anima, di là dai mari e dai monti; poi disse:

--C'è una ballata di Goethe, che esprime un sentimento come questo.

Nel _Wilhelm Meister_, mi pare.--

Il conte Gino Malatesti non era così forte di letteratura straniera.

--Ho piacere d'incontrarmi con un tant'uomo;--diss'egli;--ed ho

piacere che Ella possa citarlo così. Ma anche questo è strano, nelle

convalli del Cimone; e sia detto senza offendere la dignità di questo

bel monte. Dovrà Ella, signorina, vorrà e potrà viverci sempre?--

La fanciulla rimase un istante sovra pensiero. Non c'era qui nessun

autore da citare? Io penso piuttosto che Fiordispina non era pedante,

come son troppi, uomini e donne che hanno studiato, e che non

condannava la gente a sentire ad ogni tratto un saggio delle sue

letture predilette.

--Non mi risponde nulla?--ripigliò il giovanotto.

--Che cosa rispondere a questa domanda? Non è in mio potere;--disse

Fiordispina.--Sarò io la foglia che vola dove il vento la porta? Sarò

io l'umile pianta che muore dove è nata? Certo è che bisogna

rassegnarsi. Foglia o tronco, ci governa il destino.

--È fatalista?

--No davvero; dico il destino, per modo di dire, ed intendo una

volontà superiore. Ma lasciamo la filosofia, per carità;--soggiunse

ella, con un gesto di terrore.--Vede, signor conte? I miei conigli

scappano. Queste povere bestiuole non hanno meritata una lezione così

severa. Del resto, non la intenderebbero neanche. Basta a loro di

aspettare ogni giorno la provvidenza mia, come l'aspetteranno a

quest'ora le galline e i colombi.

--Andiamo!--disse Gino.--Se possiamo adoperarci per la felicità di

qualcheduno, sulla terra, non dobbiamo farci pregare.

--Ecco un bel pensiero, signor conte.--

Così dicendo, la fanciulla dei Guerri si avviò verso l'uscio. Gino la

seguì, e richiuse diligentemente la porta, senza farselo dire da lei.

Vedrete da questo piccolo particolare che il conte Malatesti non era

uno sventato, e che entrava con molta sollecitudine nella gravità

dell'ufficio.

Per quella mattina non più ragionamenti con la fanciulla dei Guerri;

fu solamente quello scambio di parole che era necessario nelle piccole

vicende, nelle insignificanti peripezìe d'una visita al pollaio e alla

colombaia. Poi venne l'ora del pranzo; ed anche a tavola non furono

che discorsi vani, o senza importanza, tra i quali il nostro

giovanotto se la cavò discretamente, nascondendo il sentimento di

tristezza che si era impadronito di lui.

Che cos'era avvenuto? Esplorare i segreti di un'anima è cosa difficile

assai, e meglio varrebbe inventare di sana pianta. Ma le invenzioni

non giovano che a patto di essere verisimili. Voi per esempio avrete

sentito dire le mille volte che spesso avvenga di esser tristi senza

ragione. Ma è proprio vero, questo? E non è a vederci piuttosto un

effetto della nostra ignoranza, per difetto d'indagini? In quei

momenti di tristezza, chi ben cerchi, c'è sempre il fatto d'uno

squilibrio morale tra ciò che siamo e ciò che vorremmo e dovremmo

essere. Sia luogo o genere di vita, o sentimento più intimo, se ciò

che noi siamo per necessità, o che la nostra stoltezza ci ha condotti

ad essere, non corrisponde a quello che intravvediamo di meglio, è

naturale che la tristezza ci offuschi lo spirito. Ma se fossimo quel

che vogliamo, o dobbiamo, saremmo poi più felici? Altro errore, pur

troppo, altro inganno di prospettiva, poichè non ci contentiamo mai di

quello che abbiamo, e desideriamo sempre ciò che è da raggiungere

ancora. Così l'uomo è triste, e di simili tristezze è tessuto il

drappo funebre della nostra esistenza.

Il conte Gino aveva poi, per argomento di tristezza, tutto quello che

non diceva a sè stesso. Vi è occorso mai di ricevere una lettera e di

lasciarla per qualche tempo chiusa sul tavolino, sperando che qualche

noia più grande, magari una vera disgrazia, vi levi l'incomodo di

leggere quello scritto, in cui fiutate il rimprovero, o una seccatura

a cui non potrete sottrarvi senza venir meno a tutte le norme

dell'onestà? Con pari sospensione d'animo viveva il conte Gino, a cui

una parte della sua vita avrebbe potuto rimproverare quella avventura

sui monti, quella volata al sereno, quella ebbrezza (chiamiamola pure

così) quella ebbrezza di ossigeno. Ah, se gli fosse riescito di

cancellare!... Ma che cosa? Dio buono! Era qui il nodo della

quistione, il punto che ricusava di guardare, la cosa, che non osava

dire a sè stesso.

Capitolo V.

Il commissario e l'applicato.

Ritornato quella sera a Querciola, il conte Gino Malatesti indovinò la

ragione dei discorsi che il signor Aminta aveva fatti sottovoce al

Mandelli. E ancora indovinò perchè il signor Francesco Guerri e suo

figlio, ritiratisi a colloquio d'affari, lo avessero lasciato solo,

fino all'ora del pranzo, in quella dolce libertà che gli aveva

permesso di scendere nella stufa e di aver poi quella lunga

conversazione con la bella Fiordispina.

La sua camera, in casa Mandelli, era completamente trasformata. Gino

incominciò a vedere un letto nuovo, di ferro, col suo tappeto da

piedi, il suo comodino accanto, il suo candeliere e perfino il

grazioso arnese di velluto su cui posar l'orologio. Più in là era un

cassettone, e vicino a questo, in un angolo, l'attaccapanni. Di

rincontro alla finestra era una piccola scrivania, con carta, penne,

calamaio, ed anche dei libri. Guardò quei volumi, e riconobbe la

_Divina Commedia_, la Bibbia, un compendio di Storia romana, e

finalmente un dizionario storico-geografico del Ducato di Modena.

Tutta quella roba era stata caricata, portata e messa a posto nella

giornata. Parecchie persone, di certo, avevano lavorato all'impresa,

sotto la scorta di Aminta, che infatti, appena finito il pranzo, era

sparito da casa, non ritornando che verso sera, quando per il conte

Gino era venuta l'ora di ritornare a Querciola. Ottimo fratello

Aminta! Ma se egli aveva lavorato con tanta sollecitudine lassù, non

mancavano traccie del pensiero di Fiordispina. I libri, sicuramente,

li aveva scelti lei. Quel copertoio trapunto, che si vedeva disteso

sul letto, quel grazioso arnese per deporvi l'orologio, quel piè di

lampada ricamato che stava sulla scrivania, non erano forse opere sue?

Aggiungete che a pian terreno, nella stalla del Mandelli, dov'era

stata rinnovata la paglia, riposava il cavallo su cui Gino Malatesti

aveva già fatto tre corse. Un famiglio dei Guerri, destinato al

governo del cavallo, doveva rimanere a Querciola, come servitore di

Gino.

Un sentimento di gratitudine si associò naturalmente nel cuor suo alla

sensazione di piacere che gli aveva destato la vista di tante novità.

Quella notte, sdraiato nel soffice letticciuolo, al tepore delle

morbide coltri, al profumo delle lenzuola di lino (le aveva prevedute

di canapa, e con molti stecchi per giunta), il nostro giovinotto sognò

beatamente i suoi ospiti e benefattori delle Vaie. Era più che mai il

figlio prediletto dei Guerri. Aminta gli aveva stretta la mano,

giurandogli eterna amicizia; Fiordispina lo amava; il signor Francesco

gli sorrideva, e Don Pietro Toschi, parroco delle Vaie, lasciata la

pipa in canonica, si disponeva ad andare nella sagrestia, per vestire

i sacri paramenti e dar la benedizione di rito. Così almeno pareva a

Gino, perchè nel sogno non vediamo solamente gli atti, ma leggiamo

anche nei cuori e indoviniamo le intenzioni della gente.

Per intanto, mutata facilmente la scena, egli passeggiava in un bosco

di cerri, e Fiordispina era sospesa al suo braccio. Che pace, Dei

immortali, che soavità, che fragranza d'idillio! Ecco, si erano

fermati, e con le punte dei coltelli incidevano i loro nomi nei

tronchi degli alberi: egli il nome di Fiordispina; ella il nome di

Gino. Ma che malìa era quella? Aveva proprio scritto egli? La

fanciulla dei Guerri veniva accanto a lui, per leggere il suo nome, e

scambio di quello, vedeva inciso nella corteccia un altro nome, e ben

chiaro: il nome di _Polissena_.--Che è ciò? domandava turbata.--Non

so; come può essere avvenuto questo cambiamento? Io avevo pure

scritto: _Fiordispina_.--Ebbene, quel che tu fai, conte, è ben fatto.

Purchè non sia il nome di un'altra!...

Fremeva egli a quelle parole di lei; smaniando, si affrettava a

cancellare; ma quel nome, che egli non intendeva come si fosse formato

sotto la punta del suo coltello, quel nome restava, anche inciso nelle

bianche fibre del tronco, dopo che egli ne aveva strappata la

corteccia. E si disperava, tempestando di colpi quelle lettere fatali;

ma Fiordispina non era là più a vederlo, Fiordispina era sparita; ed

egli, gettato sdegnosamente il coltello, dava in uno scoppio di

pianto.

Destatosi da quel brutto sogno, riebbe un po' di calma, non

intieramente la serenità dello spirito. Oramai poteva capire come e

perchè fosse rimasto malinconico, dopo il suo colloquio con la

fanciulla dei Guerri. Ma infine, sorgendo il sole e cacciando davanti

a sè le torpide nebbie della vetta del Cimone, infine, che cosa aveva

egli fatto di male? Si era forse innamorato alle Vaie, mostrandosi

infedele al suo amore di Modena? Il sole incominciava ad apparire dal

monte, e un primo raggio batteva alto sulla finestra della sua camera.

Gli parve allora che un simile dubbio non fosse neanche possibile.

Maledettissimo sogno! Come lo aveva spaventato! Fortunatamente, nel

suo esame di coscienza, fitto alla bella luce del giorno, il conte

Gino Malatesti non trovò che cortesie e gentilezze, risposta naturale

a gentilezze e cortesie. La gioventù, l'innocenza, la grazia, si sa,

ispirano sempre un pochino di tenerezza, domandano qualche piccolo

omaggio. È da cavalieri, poi, servire a tutte le dame, non amando che

una. Egli non aveva detto niente di particolare alla fanciulla dei

Guerri, niente che potesse apparire una dichiarazione d'amore, e da

questo lato la marchesa Polissena poteva vivere pienamente tranquilla.

Doveva esser bella, in quell'ora del sonnellino d'oro, la regina de'

suoi pensieri. Perchè ella certamente riposava ancora, in quel punto.

Era una gran dormigliosa, la marchesa Polissena. E doveva star così

bene, con la sua cuffiettina di pizzi, donde sbucavano le ciocche de'

capegli dorati! Gino ripensò allora i bei giorni, le ore liete, e

quella famosa corsa in Piemonte, che sicuramente aveva fornito al

sospettoso governo ducale uno dei più forti capi d'accusa contro di

lui. Strana donna, la marchesa Polissena! Curioso impasto di paure e

di audacie, di rispetti umani e di cieche temerità! Perchè spesso,

quasi sempre, egli era obbligato ad infingersi, a fare il cerimonioso,

in obbedienza agli ordini della bionda signora. In casa di lei

convenivano ufficiali dell'esercito ducale, consiglieri, magistrati,

senza contare tutti i nobili, vecchi e giovani, pari di grado e

d'importanza al conte Gino Malatesti. C'erano delle serate che la

marchesa gli rivolgeva appena il discorso. Ma guai se egli,

adattandosi a quel giuoco e volendo pur secondarlo, faceva il galante

intorno a qualche altra. Passando daccanto a lui, con un pretesto, o

chiamandolo per suo aiutante nella distribuzione del tè, gli gettava

una di quelle parole che lo facevano tremare per ogni vena.

Dopo una di quelle collere, per l'appunto, era cascato il viaggio a

Torino. Doveva fingere di avere anch'egli necessità di andare a

Piacenza, ultima città dello Stato limitrofo ed amico; ottima

occasione per accompagnare un tratto di strada la signora marchesa

Baldovini, che noti interessi di famiglia chiamavano allora a Torino.

Da Piacenza era sconfinato sul territorio piemontese, cedendo così

volentieri ad un bel capriccio di lei, che era in uno de' suoi momenti

di audacia, di temerità, di pazzia. Ma da Torino la marchesa Polissena

era ritornata sola a Modena, ed egli aveva dovuto, per rispetto a lei,

rimanere dell'altro in Piemonte. Non a Torino, veh! per causare il

pericolo delle distrazioni. Polissena si era fatta accompagnare fino

ad Alessandria, e là aveva condannato il conte Gino a rimanere tre

giorni, a contemplare i rossi baluardi della cittadella, o a contar le

ore sul quadrante del palazzo comunale. Questo rimanere più a lungo e

da solo nel territorio scomunicato, aveva certamente insospettito il

governo ducale. Francesco V poteva creder benissimo che quello del

giovane conte Malatesti non fosse un viaggio a Citèra, per offrir

sacrifizi alla madre d'Amore, ma un vero e proprio pellegrinaggio a

Delfo, per consultare gli oracoli della Patria.

Ahi, Polissena! Da quel giorno gli sgherri avevano posto gli occhi su

lui. Se egli soffriva il confine a Querciola, si poteva benissimo

accusarne un discorso tra amici in festa, ma non senza farne risalire

l'origine a quel viaggio, e per conseguenza all'amabile capriccio

della marchesa Baldovini. Lassù, nei pressi del monte Cimone, gli era

avvenuto di trovarsi solo, di respirare un istante più liberamente,

senza il pericolo che la marchesa gli passasse daccanto e gli gittasse

una di quelle parole che lo facevano tremare. Ma infine, come prima,

nel salotto di lei, anche allora, alle falde del Cimone, egli non si

sentiva in colpa. E perchè, poi, le sarebbe stato infedele?

Gratitudine, sì, ne aveva molta ai signori delle Vaie, e doveva in

qualche modo dimostrarla. Quelle cure amorevoli, quegli inviti a

pranzo, erano cose di tutti i giorni; ma egli, nella condizione in cui

era, non poteva neanche ritrarsene. Per altro, si sentiva sicuro di

sè, avrebbe anche fatto buona guardia al suo cuore, contro gli inganni

della fantasia, contro le tentazioni del tempo e del luogo. La cosa

era necessaria altresì per riguardo a quella gentile fanciulla, così

bella, così intelligente, ma pure così inesperta delle cose del mondo.

Sarebbe stato brutto, indegno di lui, turbar la pace di quell'anima

verginale. Al posto, adunque, signor Gino degnissimo, al posto! È così

facile, quando si vuole davvero!

Chi gli diceva di no? Chi mai gli bisbigliava nel cuore che certe cose

è più facile immaginarle che farle? Sicuramente un genio maligno, uno

spirito noioso, che vive dentro di noi e fa la critica di tutti i

nostri pensieri. Dovrebb'essere il diavolo della logica: un diavolo

arguto, dopo tutto, e non cattivo come sembra; ma riesce

ordinariamente antipatico, perchè contraddice volentieri e ci mette

alla disperazione con le sue ironie sanguinose.

Ah sì, spirito malnato? Credi proprio che sia tanto difficile il fare

una cosa, quando si vuole davvero? Aspetta un pochino anche tu, e

vedrai come ci si riesca.

Davanti a quel fermo proposito, il genio maligno taceva, quasi

umiliato, e ritirava le corna. Gino, frattanto, inforcava il cavallo,

per ritornare alle Vaie.

Ci andò per due giorni ancora, abbastanza contento di se medesimo.

Oramai, forte della sua risoluzione, il nostro giovinotto poteva

credersi agguerrito al pericolo. Parlava liberamente con Fiordispina,

non cercando mai, ma neanche sfuggendo l'occasione di trovarsi solo

con lei. Più volentieri restava in conversazione con la famiglia

riunita, e allora faceva pompa di tutto quello che sapeva, ragionando

con garbo, girando le frasi con arte, dando alle parole tutte le più

dolci inflessioni di voce. Non è forse lecito, questo? Non è anzi un

dovere, quando vogliamo farci ascoltare senza troppa noia da un

numeroso uditorio? Cercar di piacere alla gente non fu mai un delitto;

è anzi una bella cosa, quando è l'unica che possiamo fare, a ricambio

di tante gentili attenzioni che ha la gente sullodata per noi.

La sua presenza era molto gradita, nella casa dei Guerri. Anche i re

conoscono la noia, e un discorritore ameno, che parli gravemente di

mode e gaiamente di cose scientifiche, buon dilettante per ragionare

senza sussiego di arte e di lettere, diplomatico raffinato per

toccare, senza scoprirli, i segreti dei gabinetti, e per dipingere con

un rapidissimo tocco i piccoli difetti dei sovrani esteri, che sono

fratelli e cugini del padrone di casa, è veramente la man di Dio in un

circolo intimo, donde il cerimoniale è per due ore sbandito. Per i re

della montagna, il conte Gino era come una gaia nota di sole nel fosco

della macchia; la sua presenza una bella meteora, la sua conversazione

un fuoco d'artifizio. Anch'essi, tanto buoni e ricchi di quella

gentilezza che non s'impara lì per lì, ma che è il frutto di una lunga

educazione, fors'anco eredità di famiglia, anch'essi, dico, si

facevano più amabili al contatto dell'ospite, fresco degli usi e delle

garbatezze cittadine, brillavano anch'essi di quella vernice, che, a

dirvi la cosa molto volgarmente, tutti i corpi son capaci di prendere

per sola virtù di strofinamento. Ed avveniva allora nella casa dei

Guerri ciò che spesso accade in una brigata di persone civili, quando,

per opera non avvertita di uno, che abbia garbo e misura, tutti si

accorgono con meraviglia di avere avuto più spirito.--Come è passato

il tempo! si dice. E siamo proprio noi, che ci siamo divertiti così?--

Vi ho detto che Gino fu ancora per due giorni alle Vaie, con molta

sicurezza di sè. Ci era andato il terzo giorno; ma la sua tranquillità

era stata turbata sul più bello. Si stava appunto per prendere il

caffè, quando vennero a chiamare il signor Aminta, che andò subito

fuori, e ritornò dopo cinque minuti.

--Sai?--diss'egli a Gino.--Ci sono due signori a Pievepelago.

--Ah!--esclamò Gino, turbato.--Cercano forse di me?

--Lo credo, perchè hanno domandato la via di Querciola. L'uomo che è

venuto ad avvertirmi in fretta mi dice che all'aria gli sembrano due

impiegati del governo ducale.

--Due commissarii! Troppo onore;--borbottò Gino.--E come ne sei stato

avvertito?

--Prevedevo la visita,--rispose Aminta,--ed ho stabilito il mio

servizio di esplorazione.

--Grazie, mio buon amico e fratello! Ed ora, potranno esser qua da un

momento all'altro.

--No, perchè si erano messi a tavola, quando il mio esploratore

montava a cavallo. Del resto, puoi riceverli qui.

--Che! Non mi conviene davvero.

--E perchè?--domandò il signor Francesco.--Ella è in casa sua.

--Appunto per questo che a Lei piace di dire;--rispose Gino,

ridendo.--I satelliti del tiranno vedrebbero che sto troppo bene, fra

queste montagne. Cattivi come le scimmie, mi farebbero subito un

brutto servizio presso l'autorità superiore, e questa, con un suo

nuovo rescritto, mi manderebbe Dio sa dove.

--Allora scappi subito!--dissero le signore.

Aminta corse nella scuderia, a far sellare il cavallo di Gino. Per

quel giorno, intanto, addio conversazione!

--Ci porti notizie, quando saranno ripartiti;--disse il signor

Francesco, stringendo la mano al suo ospite.

--Oh, sicuramente; non dubiti. Signore mie, compiangano un povero

condannato, che deve obbedire al precetto.--

Cinque minuti dopo, era a cavallo, e Aminta lo accompagnò fin sulla

strada.

--Non correre tanto;--gli disse.--Per venire a Querciola debbano

passare di qua. Se anche hanno trovato muli a Pievepelago, non c'è

pericolo che vengano al trotto. Comunque, noi non offriremo loro i

cavalli per raggiungerti. Quando ci rivedremo?

--Se mi lasciano,--disse Gino,--fo una trottata stasera.

--Bravo! Ti hanno guastata la fine del pranzo; vieni a cena.

--Eh! Perchè no? A rivederci. Se non posso liberarmi, ti mando

Pellegrino con le mie notizie.--

Pellegrino era il famiglio dei Guerri, collocato da questi al servizio

di Gino Malatesti.

Il nostro confinato era già da due ore nel suo eremo di Querciola, e

incominciava a credere che quello di Pievepelago fosse stato un falso

allarme, quando sentì un batter di ferri sul selciato della strada.

--Ah, ah, ci siamo!--disse Gino tra sè.--Ed hanno anche trovate le

cavalcature, quei manigoldi!--

Lo scalpitìo, frattanto era cessato, perchè i cavalli, o muli che

fossero, avevano raggiunto il colmo della salita, davanti alle prime

case di Querciola. Non andò molto che Gino sentì un rumore di passi su

per le scale.

Il vecchio Mandelli precedeva i forastieri. Affacciatosi all'uscio

della camera, che Gino aveva lasciato socchiuso, disse al suo

inquilino:

--Signor conte, son qua due signori che cercano di Lei.

--Entrino pure;--rispose Gino, smettendo di leggere, ma lasciando

aperto sulla scrivania il Dizionario storico geografico dello Stato di

Modena.

Il vecchio Mandelli si ritirò, e in sua vece si presentarono le due

facce proibite che avevano guastata la digestione del conte Gino,

facendolo correre con tanta fretta dalle Vaie a Querciola. Dico facce

proibite per far piacere al nostro eroe; ma nel fatto erano due facce

insignificanti; completamente rase, perchè a que' tempi non si amavano

le barbe, e i pizzi e i mustacchi erano proibiti come le pistole

corte, anzi come le pistole d'ogni misura e le armi d'ogni genere. I

due possessori di quelle facce erano vestiti di nero, e i loro atti

apparivano molto cerimoniosi, ma non senza quel po' di sussiego che ha

sempre indicata la dignità di un ufficio governativo. Dal contegno

dell'uno rispetto all'altro, dalla distanza che il secondo mantenne

venendo dietro al primo, si capiva facilmente che quegli era inferiore

di parecchi gradi al suo compagno di viaggio.

--Ella ci perdonerà, signor conte, se veniamo a scomodarla;--disse il

superiore.--Adempiamo un incarico del governo.

--Facciano pure;--rispose Gino, accennando due seggiole, ma non

degnandosi di domandare in che consistesse l'incarico.

--Niente di noioso o di lungo, per altro;--ripigliò l'oratore.--Una

semplice ricognizione, e punto offensiva. Sua Eccellenza desiderava di

sapere se Vossignoria ha trovato modo di collocarsi a Querciola.

--Ci sono venuto subito, appena ricevuto l'ordine;--rispose Gino,

niente ingannato dalla forma garbata in cui quell'altro gli presentava

la cosa.

--Veramente,--disse il commissario,--questo è un paese poco abitabile,

se debbo giudicarne dalla strada che abbiamo fatta per giungerci, e

dalla meschina apparenza delle case. M'immagino che Sua Eccellenza non

lo conoscesse altrimenti che sulla carta.--

Gino rispose con un cenno del capo, che voleva dire e non dire. A quel

discorso del signor commissario, in verità, non c'era nulla da

rispondere.

--Siamo tra contadini a dirittura;--continuò il commissario.--Ed Ella,

signor conte, non ci avrà distrazioni.--

Gino sospirò; poi rispose al signor commissario:

--Che farci? Il confine è una punizione, e come tale non ammette

passatempi, oltre quelli che un uomo industrioso, ed anche di facile

contentatura, sa trovarsi da sè.

--Studiando, non è vero? Ha qualche libro, come vedo.

--Poca roba, signor mio: la Bibbia, la Divina Commedia, una Storia

Romana antica....

--Ah, buono studio!--esclamò il signor commissario.

--Certamente!--disse Gino.--È molto interessante. Par di vivere in

tempi migliori.

--E stava per l'appunto vivendo cogli antichi, quando noi siamo venuti

a disturbarla.

--No, per il momento facevo dell'altro; cercavo qualche notizia in

questo Dizionario storico e geografico del Ducato. Desidero di

conoscere questi paeselli di montagna, per fare qualche passeggiata.

--Ottima cosa, poichè si è in campagna;--disse il commissario.--E qui

ci ha una bella prospettiva?

--Ne giudichi Lei, signor commissario. Si affacci pure alla finestra.

Vedrà molto verde.--

Il signor commissario si degnò di andare alla finestra, e di metter

fuori il suo naso.

--Sì, veramente, molto verde;--diss'egli ridendo.--Nient'altro che

verde.--

Gino, frattanto, si sentiva cacciar tra le dita qualche cosa, come una

lettera, o un foglio di carta ripiegato.

Si volse a guardare il compagno del commissario, l'inferiore di grado,

il semplice applicato, e vide ne' suoi occhi un lampo, un cenno

d'intelligenza, una raccomandazione muta. Poi quel lampo si estinse;

il cenno e la raccomandazione si smarrirono nella tinta scialba della

sua faccia marmorea.

Il giovanotto ebbe a mala pena il tempo di far scorrere in tasca il

foglio di carta, perchè il signor commissario si era già ritirato dal

vano della finestra, per rivolgersi a lui.

--Del resto,--disse l'oratore del governo ducale, dopo aver data una

guardatina in giro,--Ella è abbastanza bene, in questa cameretta.

--Con qualche mobile preso in affitto;--rispose Gino umilmente.

--Difatti,--riprese il commissario,--questi mobili non somigliano

punto agli altri della sala d'ingresso, e stuonano anche con la misera

apparenza della casa. Mi maraviglio che abbia potuto trovarne in

questi dintorni.

--Appena giunto a Querciola ne dubitavo anch'io;--rispose Gino,

seccato da quel discorso, ma vedendo la necessità di condurre il suo

interlocutore fuori di strada.--Ma offrendo danaro... Ella mi capisce!

--Buona cosa averne molto;--osservò giudiziosamente quell'altro, che

forse pensava in quel punto al magro stipendio per cui faceva da tanti

anni un ingrato mestiere.--Ella è felice, signor conte!

--Ma sì, ma sì! Non mi lagno.

--Ed ha notizie di suo padre, di quell'ottimo conte Jacopo?

--Nossignore, e di nessuno della mia famiglia;--rispose Gino,

contentissimo di essere uscito salvo dalla rassegna dei mobili.--I

miei parenti mi tengono il broncio, e si capisce, perchè il governo mi

ha preso in sospetto come un reprobo.

--Eh via!--disse il commissario, con accento di benevolenza

somma.--Non chiami castigo una correzione paterna, per una colpa

giovanile... che forse non sarà nemmeno una colpa.

--Dice bene, e levi pure il forse.

--Tanto meglio, e me ne congratulo con Lei;--ripigliò il

commissario.--Allora è da sperare che tutto venga in chiaro tra breve,

e che, per conseguenza, dopo un paio di mesi... dopo tre....

--Metta anche sei;--interruppe Gino.--Non è privilegio della verità il

venire così presto alla luce. Ella sa, signor commissario, che questa

bella signora l'hanno relegata nel fondo di un pozzo.--

Il vecchio funzionario sorrise. Capiva anch'egli benissimo che il

confine non sarebbe levato così presto e che il conte Malatesti non

poteva pascersi di troppe speranze in proposito.

--Speriamo almeno,--diss'egli,--che per i meriti del suo signor

padre...

--Ecco, veda;--replicò Gino, mozzandogli le parole in bocca.--Per i

meriti di mio padre possono dare un'altra decorazione... a mio padre.

Il figlio, se ha errato, paghi; se non ha errato, riconoscano la sua

innocenza. Non Le pare?

--È la logica, lo riconosco;--rispose il commissario, che incominciava

a seccarsi di quella disputa, in cui il conte Gino voleva aver sempre

ragione.--Ma Ella vuol troppo severo il nostro venerato governo, ed

amo credere che ciò sia perchè Ella non ha ragione di meritarne i

rigori.

--È così;--disse Gino.

--Dunque, signor conte... vuol notizie di Modena?--

Gino aveva sperato che il commissario si disponesse a prendere

commiato, e già era per alzarsi. Il resto della frase lo trattenne. In

fondo, meglio così; la conversazione prendeva un tono migliore, e le

notizie di Modena erano sempre buone a sapersi.

--Mi fa un favore;--diss'egli inchinandosi.

--Prima di tutto, il suo signor padre sta bene. L'ho veduto ieri

mattina in via Emilia, che andava a fare la sua solita passeggiata.

Gli altri di casa sua, tutti bene egualmente. È ammalato il conte

Azzolini, canonico del Duomo; ma quello ha ottantasei anni, poveretto,

ed è pieno di acciacchi. Il marchese Frassinori è caduto ier l'altro

da cavallo, ma senz'altro danno che qualche contusione. Le belle

signore di Modena son tutte in grande fermento, per la riapertura del

teatro.

--Diamine!--esclamò Gino.--E perchè si riapre il teatro?

--Caso strano, signor conte, caso eccezionale! È venuta a passare

qualche settimana in patria la nostra famosa Venturoli, stella di

prim'ordine nel cielo dell'arte, reduce dai suoi trionfi di

Pietroburgo. Ella ha accettata la proposta di farsi sentire dai suoi

concittadini, e darà quattro rappresentazioni, due della _Lucia di

Lamermoor_ e due della _Sonnambula_, che sono, come Ella sa, i suoi

due cavalli di battaglia. Grande aspettazione, perciò, e si prevede

che verrà molta gente, anche da Guastalla e da Reggio. Noi siamo

debitori di questa fortuna insperata alla signora marchesa Baldovini.

--Ah, bene!--disse Gino.--È una dama di buon gusto, la signora

marchesa. Strano, per altro, che non mi abbia detto nulla di tutto

ciò, l'ultima sera che ebbi l'onore di andare alla sua conversazione.

--Si capisce: la cosa è nata lì per lì, appena si seppe che la

Venturoli era giunta. La marchesa ha conosciuta la celebre cantante a

Milano. La conosceva già da ragazza, io credo; ma deve aver rinnovata

la conoscenza, quando la nostra insigne concittadina fece quel gran

fanatismo alla Scala, sei o sette anni fa. L'altra sera, in

conversazione, fu detto alla marchesa che la Venturoli era a Modena.

So la cosa dall'illustrissimo signor presidente del tribunale, che ha

qualche bontà per me, ed è così bravo dilettante di violino. La

marchesa ebbe allora l'idea di farla cantare a Modena. Detto fatto,

andò la mattina dopo a trovarla, e venne a capo di tutto, È

onnipotente, la signora marchesa! Ier l'altro era già ottenuto il

permesso e combinato ogni cosa. Si aspetta un tenore, con un baritono

e alcune seconde parti, mandato a cercare in fretta a Milano. Quanto

al basso, c'è l'Orlandi, nostro modenese anche lui, che fortunatamente

era a casa, in attesa di scrittura. Ah, saranno quattro serate

magnifiche, quattro serate deliziose!

--Ella ama molto la musica, signor commissario?

--Dica che ne vado pazzo, signor conte. Che si fa celia? Un po' di

buona musica, è il maggiore dei conforti.

--Sarà dilettante, m'immagino; suonerà qualche istrumento.

--Nelle ore d'ozio, e piuttosto male, il violoncello;--rispose il

commissario, con l'atto e l'accento di finta umiltà, per cui vanno

distinti i virtuosi seguaci d'Euterpe... e d'altre Muse parecchie.

--Ottimamente!--disse Gino, salutando.

E sorrise, pensando alla bella figura che doveva fare il signor

commissario, con quell'enorme violino ritto tra le ginocchia. Ma

sorrise per poco, ritornandogli a mente la signora marchesa Polissena,

che pensava a metter su spettacoli teatrali, e proprio in quel giorno

che egli correva da Modena a Pavullo, per recarsi al suo luogo di

esilio. Ahimè! Così va il mondo. Anche quel povero Ovidio, cavaliere e

poeta, veleggiava tristamente verso l'Eusino, e frattanto le belle

dame romane, amate e cantate da lui, andavano allegramente a teatro,

non cercando più l'elegante profilo del poeta nella precinzione

dell'ordine equestre.

--Beati loro che si danno bel tempo!--soggiunse Gino, dissimulando

l'amarezza del ricordo particolare sotto quella espressione di

rimpianto generico.

--Che vuole, signor conte? Si fa il possibile per tener lontana la

noia. Il paese è tranquillo e contento e speriamo che le cose vadano

di bene in meglio. Quando il raccolto è buono e la gente ha lavoro,

che desiderare di più, se non qualche ora di svago intelligente, nel

culto delle arti belle?

--Ha ragione;--disse Gino.--E tutto sia per il meglio, nel migliore

dei mondi possibili.--

Così dicendo, si alzò per davvero, volendo farla finita. Il nostro

giovinotto non ne poteva più; aveva un diavolo per occhio.

--Mi duole, signor commissario,--riprese,--di non aver nulla da

offrirle.

--Oh, non s'incomodi; abbiamo desinato a Pievepelago.

--Ma neanche un bicchier di vino che meriti questo nome. Il raccolto

dell'altr'anno dev'essere stato scarso, perchè qui non han nulla di

nulla.

--A proposito: e che mangia?

--Vivono le galline, fortunatamente;--rispose Gino.--Ova sode, ova a

bere, ova fritte, ova in tegame; questo è il fondamento del pranzo.

Vien poi qualche vecchio gallo, che sacrifico ad Esculapio, per

ottenere un po' di brodo.

--Via!--esclamò il commissario.--Osservo con soddisfazione che non le

manca il buon'umore: segno che sa adattarsi alle circostanze. Lo dirò,

se permette, a Sua Eccellenza.

--Dica pure, dica pure;--rispose Gino;--aggiunga, per altro, che non

mi lagnerò, se mi richiamano a casa.

--Capisco, ed anche in tempo utile per assistere ad una

rappresentazione della _Sonnambula_; non è vero, signor conte? Questo

mi par difficile, non glielo nascondo; ma creda pure che dal canto mio

gliel auguro di tutto cuore. La mia servitù!--

Gino stese la mano al signor commissario. E non tanto per lui, che

gl'importava pochino, quanto per aver argomento a stringer poi quella

dell'applicato, personaggio muto, ma più amico dei fatti che non delle

parole, come abbiamo veduto testè.

Quando finalmente fu solo, diede una rifiatata di contentezza;

maravigliandosi, per altro, di aver saputo dire tante bugie. Ma è la

necessità che fa l'uomo industrioso, e con quelle bugie così

naturalmente infilate, il nostro giovanotto aveva custodito il segreto

dei piccoli vantaggi materiali e morali che si era procacciati nel suo

luogo d'esilio.

Udito il batter dei ferri sul ciottolato della strada, discese per

chiamar Pellegrino.

--Ho bisogno di sapere se i due che sono partiti si fermano alle Vaie.

Dovrei ritornarci io, e non mi piacerebbe d'incontrarli laggiù.

--Vado a vedere;--disse Pellegrino.

--Ma senza farti scorgere!

--Non dubiti; conosco tutti i sentieri, e non ho neanche da seguirli

fin là. In un quarto d'ora sono alla Pietra Aguzza, donde si vede

netta la strada delle Vaie e il portone della casa Guerri.

--Ottimo osservatorio!--disse Gino.--Va dunque, e ritorna appena

vedrai quei signori avviati a Fiumalbo.--

Pellegrino escì sulla strada, e il conte ritornò nella sua camera,

sorridendo ai mobili che avevano destata la maraviglia del signor

commissario.

--Miei buoni amici delle Vaie!--diss'egli in cuor suo.--Vi ho fatti

passare per gente che dà la roba a pigione. Scusatemi! Lì per lì non

sapevo che altro inventare, e mi sembra già molto di aver trovata

questa gretola, per cavarmi d'impiccio.--

In fondo, poi, non gli era capitato a Querciola il peggiore dei

commissarii possibili. Un altro arnese della sospettosa polizia ducale

avrebbe potuto spingere più avanti le indagini: voler vedere tutta la

casa, per esempio, scoprire nella stalla un bel baio ancora sellato e

domandare dove mai il conte Gino avesse preso in affitto quel generoso

cornipede. Per fortuna sua, il signor commissario non era stato troppo

curioso; era anche un dilettante di musica, un suonatore di

violoncello a ore avanzate, e i cultori delle arti hanno sempre un

lato buono, moralmente parlando, anche se quel lato è artisticamente

il cattivo. Ma forse, a proposito di musica, si poteva sospettare che

il signor commissario fosse stato un pochino malizioso. Con troppa

compiacenza aveva data la sua notizia teatrale! E non era da supporre

che conoscesse le relazioni del conte Gino Malatesti con la marchesa

Polissena Baldovini? Forse no, e il caso ci aveva avuta la parte sua,

come in tante cose di questo mondo. La città, veramente, non era

grande, ed anche un semplice commissario di polizia poteva aver

conosciuto quel segreto galante del confinato di Querciola; ma in casa

Baldovini ci andava Gino come ci andavano cento, a dir poco, dei più

ragguardevoli cittadini di Modena, e in questo caso il numero dei

frequentatori era piuttosto fatto per confondere lo spirito di un

osservatore, che non per guidarlo nelle sue ricerche indiscrete.

Finalmente se la marchesa Polissena si era presa in quei giorni tanta

cura per quattro rappresentazioni straordinarie, se a lei si doveva

che la celebre Venturoli si disponesse a cantare, a deliziare i suoi

concittadini con le immortali melodie della _Sonnambula_ e della

_Lucia di Lamermoor_, niente era più naturale del dirlo, quando il

discorritore era un dilettante di musica.

Ahi, Polissena! E questo doveva udire dei fatti vostri il povero

confinato di Querciola? Doveva egli vedersi dimenticato, trascurato a

tal segno? Certamente egli non si aspettava di sapere che aveste preso

il lutto, o che vi foste confinata in villa, inconsolabile come

Calipso per la partenza di Ulisse. Simili prove di affetto e di dolore

veemente si lasciano alle Immortali, che possono far ciò che vogliono,

senza badare a rispetti umani, e mandando a quel paese la piccola

diplomazia di società. Ma se la marchesa Polissena voleva dissimulare,

conveniamone col conte Gino, ella poteva appigliarsi ad un pretesto

più ovvio, ad uno espediente meno chiassoso, che non fosse quello di

promuovere una stagione teatrale a primavera inoltrata.

--Leggiamo la lettera!--disse Gino, dopo aver fatte, in due o tre o

giri per la sua camera, tutte queste considerazioni melanconiche.--E

vediamo chi l'ha scritta. Forse è Polissena, che ha trovato il modo di

mandarmi una parola di conforto.--

Cavò di tasca il foglio, che era suggellato, ma non portava

soprascritta. Lo aperse, e vide subito che quello della lettera non

era il carattere di Polissena, bensì di Giuseppe, del servitore che lo

aveva accompagnato a Paullo.

Ah, bene! Il suo Carbonaro! E come era venuto a capo di mandargli la

sua lettera, proprio per le mani di un impiegato di polizia? Gino

Malatesti era giovane; viveva, anche da liberale in un modo tutto suo,

e non conosceva i particolari andamenti delle società segrete, che

correvano allora per sottilissime fila tutte le città e borgate della

penisola italiana. Tra i loro accorgimenti più fini, le società

segrete avevano questo, per l'appunto, di mettere uomini fidati in

uffici anche umili, ma di grande utilità, intorno al grande avversario

comune. A queste loro creature domandavano poco, e solamente nei casi

di stretta necessità. E dal canto loro, questi servitori devoti si

sentivano molto sicuri, poichè il loro ufficio particolare non era

noto che a pochissimi, aiutando a ciò la stessa costituzione delle

società segrete, i cui affiliati non si conoscevano tutti fra di loro.

La catena era lunga, ma ognuno sapeva del suo vicino di destra e di

sinistra, e tutti gli altri anelli si perdevano nell'ombra; nè

importava cercare di più, sapendosi spalleggiati e immaginando anche

un ordinamento più forte, una catena più lunga e una rete più fitta.

Comunque fosse riescito il suo bravo Giuseppe a fargli pervenire la

lettera, egli era un uomo prezioso. Quali notizie gli avrebbe recate

la lettera? Gino si dispose a leggere con uno strano batticuore.

--Ecco,--diceva egli tra sè,--qui forse c'è la spiegazione di certe

cose che mi hanno fatto un senso così triste, buttate là dal signor

commissario. Il mio tormentatore non lo immaginava di certo che

accanto al suo veleno, distillato con tanta voluttà, venisse così

pronto l'antidoto.--

Così pensando, incominciò la lettura:

«Illustrissimo,

«Eccomi a renderle conto della mia commissione. Appena giunto a

palazzo sono andato nella camera di V. S. ed ho trovato il libro che

mi aveva detto di portare in quel luogo. Ne ho fatto un involto, e

volevo metterci anche la lettera; ma ho pensato che l'involto poteva

essere inavvertentemente aperto in presenza di altre persone, e me ne

sono astenuto....»

--Bravo il mio Giuseppe!--esclamò a questo punto il lettore.--Ecco qui

il vero tipo del cospiratore, che medita su tutto e prevede le più

piccole circostanze.--

«Andai verso il tocco--(proseguiva lo scrivente)--dalla nota persona,

cioè quando mi fui accertato che era sola in casa, e domandai di

parlarle, perchè avevo da consegnarle un libro. La cameriera mi disse

che la signora non riceveva. Io allora diedi il libro, accennando che

venivo da accompagnare V. S. e che desideravo anche di portarle i suoi

saluti, insieme con una sua lettera, per una certa commissione, che

non sapevo qual fosse, ma che credevo importantissima, per il modo con

cui mi era stata raccomandata da lei la massima sollecitudine. Con

questo mezzo, dopo due andate e ritorni della cameriera, potei essere

ammesso alla presenza della signora; anzi fu lei stessa che si degnò

di venire in anticamera. Consegnai la lettera, ed ella, dopo aver data

una scorsa allo scritto, mi disse:--Grazie; sta bene.--Domandai se

avesse niente da comandarmi, e mi rispose di no. Mi arrischiai a dirle

(scusi se in questo ho arbitrato da me) che avrei trovato il modo di

far giungere a V. S. lettere, carte ed altro che mi fosse consegnato;

ma ella non mostrò di gradire l'offerta. Avrò fatto male, e gliene

chiedo scusa, signor padrone; ma la mia intenzione era di far bene per

il suo servizio. Ora, se debbo dirle tutto quello che penso, mi pare

che la sua condanna al confine abbia raffreddato molte persone, di

quelle che V. S. credeva più amiche, o con le quali andava più spesso.

Il conte Nerazzi, per esempio, il marchese Landi, quando ho dato loro

un cenno del suo viaggio, mi hanno risposto con un semplice

monosillabo. Sarà forse perchè non hanno confidenza in un povero

servitore; ma una notizia almeno potevano chiederla e mostrare un po'

di amicizia per la sua persona. Oso sperare che in questo Ella non

troverà sbagliato il mio umile ragionamento.

«Altro non mi resta a dirle, signor padrone, e mi rincresce davvero di

non aver niente di meglio. Il signor conte, suo padre, sta bene al

solito; mi ha chiesto fin dove l'avessi accompagnato, e poi mi ha

rimandato senza aggiungere altro; ma mi è parso di leggergli negli

occhi qualche cosa che il suo cuore di padre non aveva da dire a me, e

che Ella, del resto, indovinerà molto bene.

«Mi comandi, signor padrone, che andrò nel fuoco, per poterla servire,

e mi creda sempre il suo ubbidientissimo servo

«GIUSEPPE.»

Il conte Gino rimase male, dopo quella lettura. Ahimè l'antidoto

sperato! Giuseppe, nella sua piccola diplomazia epistolare, lasciava

indovinare assai più che non scrivesse. Ci si vedeva, nel suo racconto

minuzioso, la gran dama seccata di dover concedere un'udienza

all'inviato di Gino; alle cui notizie, poi, dava tanto poca

importanza, da andarle a ricevere in piedi, sull'uscio di

un'anticamera. La bionda Polissena si era mutata per lui, come il

Landi e il Nerazzi, ricordati in buon punto dallo scrivente, per

illuminar la figura della signora marchesa. I tiepidi amici facevano

più che un riscontro, davano risalto alla freddezza dell'amica. Già,

non era di Gino, la colpa? Che pazzia era stata la sua, di farsi

mandare a confine? In quelle sciocchezze del giovanotto la signora

marchesa non ci aveva che vedere, non essendosi mai occupata di

politica. L'amore, infine, non vuol saperne di quella cattiva

compagnia, e un uomo che veramente ami una gran dama non deve

compromettersi con quella femminaccia. Neanche lei, la bella e savia

marchesa, voleva compromettersi per il conte Gino Malatesti. Che

diamine! Con tanti personaggi eminenti, di cui era composta la sua

conversazione, magistrati, ufficiali del Duca, nobili ciambellani,

signori ammessi a Corte, che si sarebbe detto di lei? E forse per

protestare contro simili giudizi, contro simili sospetti, la marchesa

Polissena aveva colta a volo la prima occasione, mostrandosi tutta

invasata di artistici furori. Poteva credersi dolente per il caso di

Gino Malatesti una bella dama che si adoperava tanto per far cantare

la celebre Venturoli?

Ah, come vedeva da quelle considerazioni balzar fuori netta e spiccata

la figura morale della marchesa Polissena! Furente (sicuro, proprio

furente, e mettete pure che quella esagerazione di sentimento non

fosse senza una certa dose di voluttà), il conte Gino andò a sedersi

davanti alla sua scrivania, e la penna incominciò a scorrere sulla

carta. Il giovanotto non scriveva alla marchesa; scriveva a Giuseppe,

suo servo fedele, innalzato di punto in bianco al grado di confidente.

Anch'egli, senza avvedersene, prendeva le forme del cospiratore, e

l'esordio della sua lettera veniva fuori misterioso e guardingo come

un coro di congiurati. Per sue ragioni particolari gli premeva

assaissimo di conoscere tutti gli andamenti della nota persona. Aveva

veduto dalla prima lettera di Giuseppe come egli fosse intelligente;

continuasse ad esserlo per utile suo. Da ciò che la nota persona

faceva, egli, il conte Gino, avrebbe argomentato quel che pensava, e

sugli atti e sui pensieri di quella avrebbe regolato il suo modo di

pensare e di operare. La cura amorosa traspariva dalle frasi; ma non

era detta apertamente, e questa era già una bella diplomazia. Inoltre,

la nota persona poteva anche essere un uomo, e le apparenze erano

salvate a buon prezzo.

--Come manderò io questa lettera?--disse Gino, dopo averla

suggellata.--Se fosse ancora qui l'applicato!--

Ma l'applicato seguitava il signor commissario sulla via di Fiumalbo,

e il conte Gino pensò che il mettersi sulle tracce dei due personaggi,

anche col pretesto di mandar notizie a suo padre, non sarebbe stato

senza pericolo.

--Ebbene,--ripigliò,--di che cosa m'impensierisco? Non è qui vicina la

provvidenza dei Guerri? Aminta, il mio fratello Aminta, ci penserà

egli a farla ricapitare.--

Poco dopo la chiusa del soliloquio giungeva Pellegrino. Egli aveva

veduto i due signori di Modena discendere dalle Vaie, senza fermarsi,

e prendere la via di Fiumalbo.

--Benissimo!--disse il conte.--Allora è tempo di sellare il cavallo.--

Mezz'ora non era passata, e Gino scendeva alle Vaie, con la fretta di

un uomo che ha tante notizie da dare di sè, a persone che le udranno

con piacere, e non vede l'ora di consolarsi in quella dolce

«corrispondenza d'amorosi sensi.»

E le furie di poc'anzi? Deposte nella lettera, miei signori, deposte

nella lettera per il suo servo Giuseppe. E poi, in quell'angolo del

cuore dove ci aveva l'immagine della marchesa Polissena, non ci voleva

guardar più, per quel giorno, nè per gli altri seguenti, fino a tanto

non avesse risposta dal suo confidente. Si fanno di questi

compromessi, col proprio cuore, e più spesso che non sembri. Quante

volte, soffrendo per qualche cosa, non vi è egli avvenuto di escire in

questa risoluzione:

--Non voglio pensarci!--

Ci si penserà sicuramente più tardi; ma per intanto è così, come avete

risoluto di fare, e il corruccio e il dispetto, carabinieri zelanti,

vegliano all'osservanza del presente decreto.

Capitolo VI.

Ombre e leggende.

Il conte Gino era aspettato con ansiosa cura alle Vaie. Le signore lo

accolsero con un sorriso amabilissimo, che fioriva allora allora sul

terrazzino, come in risposta alla serenità di buon augurio, diffusa

sul volto del cavaliere. Gli uomini erano discesi sull'uscio di

strada, per tenergli le staffe, e lo abbracciarono, come se tornasse

da un lungo viaggio.

--Ebbene?--domandò Aminta,--Chi erano?

--Commissarii, applicati, gente della polizia ducale;--disse

Gino;--venuti a farmi una visita, quantunque io non abbia avuto mai il

piacere di conoscerli.

--Volevano assicurarsi...--disse il signor Francesco.

--Già;--rispose Gino;--assicurarsi che veramente io fossi al mio luogo

di pena. Ed ho sudato, sa? ho sudato, a nasconder loro che questo è un

luogo di delizie. Avevano osservati i miei mobili, troppo eleganti per

quella povera casa. Mi perdonerete, amici miei; ho detto una grossa

bugia, accennando così di passata che quei mobili li avevo presi a

nolo. Dove, poi, non me lo han chiesto, ed io non ho avuta occasione

di dire una nuova bugia, facendoli venire da Paullo, o da un altro

luogo più lontano.

--Sì, questa sarebbe stata una bugia;--disse il signor Francesco;--ma

l'altra non lo è. Non ci paga forse il nolo con le sue visite?--

Non c'era da far altro che inchinarsi; e Gino s'inchinò.

--Noi, del resto, siamo stati qui un paio d'ore in agguato;--disse

Aminta a sua volta.--Avevamo visti quei due signori andare in su, e

abbiamo voluto aspettare per vederli al ritorno, ma con le finestre

chiuse, e guardando di sotto le tendine. In due erano venuti, in due

se ne ritornavano, e questo ci ha consolati. Temevamo già che ti

portassero via.

--Oh, non c'è questo pericolo;--gridò Gino, ridendo.--Mi han lasciato

capire che la correzione sarà lunga. E non potrà essere

altrimenti,--soggiunse il giovinotto,--se vorrà essere efficace.--

Quella sera, come già immaginate, il conte Gino rimase a cena dai

Guerri, e poichè non era sera di luna, non gli fu permesso di

ritornare a Querciola.

--Così resto io a confine?--diss'egli.--E mentre gli agenti del

tiranno, venuti ad assicurarsi _de visu_, non sono ancora a Paullo?

Per fortuna, sono lontani quanto basta, per non sentir più la voce del

pianoforte.

--Hai capito, Fiordispina?--disse la signora Angelica.--Ti si domanda

di suonare.--

Fiordispina era di buonissimo umore. Corse alla tastiera e attaccò

l'andante maestoso del bellissimo inno di Goffredo Mameli.

--Ecco qua!--rispose la fanciulla.--Se hanno orecchi per sentire,

sentano questo!

--Che cosa si ardisce suonare?--gridò una voce

dall'anticamera.--L'inno della rivolta? È un orrore, e meriterà tutti

i rigori della legge.--

Era la voce di Don Pietro Toschi. Il vecchio prevosto delle Vaie

giungeva sempre a quell'ora, e nessuno si lasciò cogliere dallo

spavento, udendo la sua ammonizione.

--Ah!--esclamò egli, entrando nella sala.--Loro signori se la ridono?

Ebbene, non c'è da ridere. Se un agente del governo ducale udisse

questa musica, ci sarebbe un processo per tutti.

--Dobbiamo cessare?--domandò Fiordispina.

--No, continuate, figliuola mia. I primi Cristiani si ritiravano a

pregare nei loro sotterranei, ma non interrompevano neanche i loro

inni per l'avvicinarsi dei pretoriani. Qui poi i pretoriani non sono

neanche vicini.--

I signori Guerri raccontarono allora a Don Pietro che i pretoriani

erano passati per l'appunto in quel giorno dalle Vaie. E il buon

prevosto si rallegrò che dopo quella visita il conte Gino Malatesti

non dovesse avere altre noie.

--Vede?--diss'egli.--Sono venuti ad autenticare il suo cambiamento di

domicilio. Io ora lo scriverò nel registro della parrocchia, ed Ella

apparterrà alle Vaie per ragion civile e per ragione canonica. Le

piace?

--Così voglio;--disse Gino, andando anche più in là.

E i suoi occhi, in quel punto, s'incontrarono con quelli di

Fiordispina. Fu un lampo, come potete immaginarvi facilmente; ma per

quel lampo la fanciulla arrossì, ed egli si sentì correre una vampa

alla fronte.

Fiordispina aveva posate nuovamente le sue belle mani sulla tastiera

del pianoforte, ed arpeggiava sommessamente. Gino le chiese un'aria

della _Sonnambula_; ma cambiò subito opinione, e chiese in quella vece

un'aria del _Pirata_. Fiordispina aveva lo spartito nella sua

biblioteca musicale; dopo un'aria gliene suonò un'altra, e ad una ad

una gliele eseguì tutte.

--Che bella musica!--diceva ella, frattanto.--Non so come sia, che

l'ho suonata così poco, finora. Oggi piace molto anche a me.

--Ha mai letto il Leopardi, signorina?

--Sì, una volta. Perchè mi fa questa domanda?

--Per venire ad un raffronto fra il poeta e il musicista. La musica

del Bellini è come la poesia del Leopardi; non piace, ordinariamente,

che in certe condizioni d'animo; ma allora non piace più che quella;

tutto il resto è rumoroso ed aspro, o fiacco, lezioso e svenevole.--

Quella sera la fanciulla dei Guerri suonò meglio e più lungamente che

mai. Un'aria seguiva l'altra e tutti i grandi maestri diedero il loro

contributo alle artistiche commozioni di Gino. Ma una grande maestra

diede certamente il maggiore, poichè Gino ne contemplava l'opera

maravigliosa coll'attenzione concentrata e con la beatitudine diffusa

di un _Pater extaticus_.

Possiamo immaginarci che ciò fosse per effetto di riconoscenza. La

fanciulla dei Guerri aveva dimostrata tanta sollecitudine per lui! Il

meno che Gino potesse fare in ricambio, era di darle un primo premio

di bellezza. E di bontà poi! Quegli occhi sereni dicevano con tanta

eloquenza la bellezza dell'anima sua! E ridevano, quegli occhi, come

ora non si usa più, ma come si usava un tempo, se dobbiam credere ai

poeti latini e agl'italiani del Risorgimento.

Quando il nostro Gino si ritirò nella camera ospitale dove egli aveva

già dormito e sognato una notte, la sua ebbrezza era al colmo. E le

furie? Vi ho già detto che c'era un compromesso col suo dolore. Non

voleva pensarci, e non ci pensava: ecco tutto. Pensava in quella vece

ad altro, e cominciava a credere che quella ebbrezza non fosse tutta

musicale.

--Orbene!--esclamò, levando la testa dal guanciale, come per

rispondere ad un contradittore invisibile.--E se fosse dell'altro, che

male ci sarebbe? Lasciate che per una volta io respiri una boccata

d'aria salubre. Vi par troppo, una pagina d'idillio, tra cento di

romanzo moderno? Infine, non è dato di sognare? Ecco un sogno, e

preghiamo che duri.--

Il sogno di Gino Malatesti durò una settimana, senza che più gli

tornassero a mente le sue noie di città. Ma una sera, così di punto in

bianco, non richiamati da alcuna associazione d'idee, i sopraccapi

dimenticati si ripresentarono a lui.

--Si saran dati bel tempo a Modena!--pensò il giovinotto.--L'avran

finita quest'oggi, la loro piccola impresa musicale fuori stagione!

Chi sa? Forse all'ultima rappresentazione della _Sonnambula_ avranno

domandato il _bis_. Un altro paio di rappresentazioni, perchè

ricusarle ad un pubblico che applaude e rompe le panche? Ci sarà anche

il pretesto della beneficenza, per continuare. Le nostre belle

signore, pur di avere un'occasione di brillare, farebbero anche

l'elemosina ai Turchi. E lei sopra tutte! Non è forse la regina della

moda?--

Un piccolo rimorso gli venne; ma egli lo scacciò, come si spaccia un

ladro domestico.

--Orbene!--gridò egli, ripetendo una sua esclamazione favorita.--Che è

ciò? Avevo un obbligo, sicuramente, ma l'ho forse distrutto io?

--Troppo presto e troppo volentieri lo dice il signor

Gino;--rispondeva una voce interiore.--Non pensa egli al fatto strano

di esserne uscito senza lagrime?

--Ci penso;--replicava egli, seccato...--Ma che vuol dire? Forse che,

per non aver sofferto troppo avrò meno ragione io? Facciamo la peggio:

ci siamo incontrati ad essere stanchi in due; ella di me, io di lei.

Così avviene di tutte, o di quasi tutte le relazioni che si stringono

in società, e che rappresentano il superfluo del nostro tempo. Il

necessario è quello che va dato all'ambizione, alla vanità sua

sorella; il superfluo è quello che si dà all'amore. No, correggiamo,

non è l'amore, questo, è la galanteria. Ma non bisogna usarne troppo,

perchè viene a noia, come tutti i cibi galanti. L'abitudine aiuta

molto, lo so, a mantenere queste relazioni; la lontananza le rompe

senza sforzo, senza lagrime, e questo lo vedo ora, pur troppo. Dovevo

vederlo prima, e avrei oggi più merito di essermi liberato. Infine non

son io che lascio; è lei che mi ha dato il benservito.--

Così ragionava, e per uno spirito preoccupato non vi parrà che

ragionasse male. Qual è, del resto, lo spirito che pensi e ragioni

fuor d'ogni vincolo o influenza particolare? Neanche i filosofi, mi

dicono, poichè sotto alla libertà della speculazione, sotto alla

lealtà dell'indagine, si cela sempre la ragion di sistema, che tanto

più naturalmente comanda, in quanto che è la medesima causa che ci

muove a pensare, a cercare.

Il raffronto tra la marchesa Polissena e la fanciulla dei Guerri non

si fermò solamente al fatto che una si fosse dimenticata di Gino e

l'altra venisse a lui, chiamata da tutte le voci arcane della gioventù

e dell'affetto nascente. Le loro qualità intrinseche ed estrinseche

dovevano trovarsi a contrasto sotto gli occhi del giudice, e la

botanica, amica compiacente, fornire i termini di paragone tra la

civetteria sapiente dell'una e le grazie ingenue dell'altra. La

marchesa Polissena gli apparve allora come una bella gardenia, fiore

lucente ed aperto, bellezza spampanata e trionfante, accompagnata da

fragranze acutissime; la fanciulla dei Guerri come un caro e modesto

fiorellino delle Alpi. Il conte Gino avrebbe potuto ricordare

l'Edelweiss, se questa graziosa stelluccia vegetale fosse stata fin

d'allora alla moda. Egli pensò in quella vece a quelle eriche del

Capo, che aveva pur conosciute lassù, e che alle delicatezze della

forma congiungevano un così gentile profumo.

E andava là, di giorno in giorno, vivendo così del suo nuovo amore,

che gli pareva il primo ed il vero, senza parlare, senza desiderare di

più, respirando tacitamente le fragranze del fiore divino. Godeva

intanto la bella e confidente amicizia dei Guerri, e gli sembrava che

così dovesse durar sempre la vita, che non si potesse desiderare di

vivere, nè di aver vissuto mai altrimenti. Era anche così adatta la

scena! così amante la natura dintorno a lui! Oh dolci calme, soavi

tepori primaverili dell'estate tra i monti! Gli usignuoli cantavano

ancora nel folto dei boschi; la gioventù e la speranza levavano inni

continui dagl'intimi penetrali dell'anima sua.

Era solo, lassù, ben solo, tra l'amicizia e l'amore, che si rivelavano

a lui in quella forma nuova e con quella insolita forza. Veramente, i

re della montagna non erano i Guerri, o quel titolo si addiceva anche

a lui, che sentiva di regnare così pienamente, e rendeva ogni giorno

in grazia elegante, in sorrisi amorevoli, ciò che andava ricevendo in

liete dimostrazioni di affetto.

Ma un giorno, dopo quella settimana di pace profonda, casa Guerri ebbe

un ospite nuovo. Era un parente, per verità, e veniva dai monti del

Reggiano. Scendendo dal suo eremo di Querciola, il conte Gino trovò

alle Vaie quel personaggio inatteso, che riesce sempre importuno nella

compagnia formata a modo nostro, alla quale non avremmo da toglier

nulla e nulla avremmo da aggiungere. Notate poi che quel personaggio

era giovane, ed anche bello; una figura d'Ercole adolescente, ma dal

viso aperto, dall'aria candida e buona; occhi azzurri, capegli biondi,

naturalmente ricciuti, ed abiti semplici, da cacciatore.

--Nostro cugino Ruggero Guerri;--disse il signor Francesco,

presentando il nuovo ospite al vecchio.

--Felicissimo di conoscerlo;--rispose Gino, che non si sentiva neanche

felice.

Ma così è, lettori miei: il superlativo, entrato nell'uso del

discorso, ha perduta ogni virtù di significazione. Si chiama

illustrissimo l'uomo a cui non possiamo dar titolo d'illustre; è

eccellentissimo il tribunale, che non è mai stato eccellente.

Ruggero Guerri! Altro personaggio ariostesco. E accanto a Fiordispina,

poi! Si doveva vederci l'effetto del caso, una di quelle lontane

preparazioni del destino che vengono poi improvvise e noiose, come un

colpo tra capo e collo? Altro che felicissimo! Il conte Gino Malatesti

fu seccatissimo della comparsa di quel cugino, che era così giovane,

così biondo, e si chiamava anche Ruggero. Che cosa era venuto a fare,

dai monti del Reggiano a quelli del Modenese? Che cosa voleva,

quell'arcangiolo in cacciatora, e che cosa avrebbe ottenuto alle Vaie?

Immaginate. lettori, che il conte Gino cominciò subito ad aprir gli

occhi ben bene, e che quel giorno, e i giorni seguenti, osservò

attentamente ogni cosa. Ma il cugino Ruggero non diede argomento a

giudizi, come aveva dato argomento a sospetti. Stava molto con gli

uomini, e passava lunghe ore alle serre, col signor Francesco e col

signor Orlando; alle donne parlava poco, senza mettersi in pretesa,

con vera semplicità campagnuola. Sì, ma anche questa semplicità non

può nascondere il desiderio di raggiungere un fine? Gli uomini dei

campi non conoscono le nostre delicatezze di spirito, non usano le

nostre smancerie di linguaggio; ma danno un'occhiata lunga e luminosa

come il primo venuto, ed essi, o i loro parenti, possono fare una

molto chiara domanda di matrimonio.

In queste osservazioni e in questi dubbi si guastò l'umore del conte.

Qualcheduno se ne avvide e gliene domandò; ma egli non aveva nulla, e

questa risposta poteva bastare per gli uomini. Non bastò a

Fiordispina, quando ella molto candidamente gli chiese che cosa avesse

e si sentì rispondere quel nulla, a fior di labbra e discretamente

impacciato.

--Oh, non me lo dica, signor conte;--replicò la fanciulla.--Ha

ricevuto qualche notizia spiacevole da Modena?

--No, signorina, nessuna notizia.

--Ma allora che cos'ha? È così mutato, da qualche giorno!--

Il conte Gino taceva, e allora la fanciulla ripigliò a domandargli:

--Si annoia, forse? Comprendo che qui non c'è gente abbastanza, per

tenerle compagnia.

--No, davvero!--scappò detto a Gino.--Vorrei anzi che ce ne fosse un

po' meno.--

La fanciulla lo guardò con aria di stupore. Era egli che parlava così?

L'elegante, il gentile, il garbatissimo conte Gino Malatesti? Ma sì,

propriamente egli, e due grinze sdegnose agli angoli delle labbra

commentavano ancora la frase che gli era sfuggita di bocca.

--Com'è cattivo!--esclamò allora Fiordispina.

--Ha ragione, signorina;--diss'egli.--Sono veramente cattivo. Ma

voglia scusarmi, per una volta soltanto, ed ascoltare anche una mia

preghiera. Non faccia parlar l'uomo quando egli è in collera. È troppo

brutto, in quei momenti. Io, del resto, mi vergognerò sempre di

esserlo stato con Lei.

--Vede?--gridò ella.--Non lo è più.--

Gino s'inchinò, senza risponder altro, perchè in verità gli pareva

d'esserlo ancora, e non voleva mettersi al caso di dover dire la

ragione del fatto. Una cosa era sempre dispiaciuta su tutte le altre,

a quel cavaliere elegante, a quello spirito raffinato: di esser geloso

e di darlo a divedere.

Per quattro o cinque giorni ancora il conte Gino dovette godersi la

compagnia dell'Ercole adolescente. E notate che lo vedeva solamente

all'ora del pranzo; ma che in quell'ora, diventata lunga su tutte le

altre del giorno, il signor Ruggero stava seduto alla sinistra di

Fiordispina. Erano cugini, erano i più giovani della compagnia, e

niente era più naturale del vederli seduti vicini a tavola; ma perchè

una cosa piaccia a tutti, non basta ch'ella sia naturale.

Cionondimeno, parve al conte Gino di osservare che dopo quel suo

dialogo con la fanciulla dei Guerri, ella parlasse meno col cugino

Ruggero. Già, è da notare che non aveva molte occasioni di discorrere

con lui, perchè durante il giorno egli era sempre fuori con gli uomini

di casa. Giungeva con essi per l'ora del pranzo, e trovava sempre Gino

a chiacchierare con le signore. Dopo il pranzo esciva da capo e non

ritornava che per la cena. Ma allora il conte Gino non era più là a

vigilare, e si poteva capire che il signor Ruggero non escisse più, ma

rimanesse con gli altri nella sala comune. Che cosa faceva allora? Una

sera il nostro geloso senza ragione volle rimanere a cena, per averne

l'intiero, non importandogli affatto di dover ritornare a notte alta

nel suo eremo di Querciola. E vide allora che gli uomini restavano

seduti a tavola, mentre le signore si raccoglievano da una parte per

attendere a qualche lavoruccio; che Fiordispina andò poi a suonare il

pianoforte, e che l'Ercole adolescente stette a sentirla, ma da lungi,

in piedi, nel vano di una finestra, senza batter palpebra, senza fare

un cenno del capo, senza dire alla cuginetta una parola di lode, senza

dar segno di gradire almeno la musica. Era un contadino, e non

bisognava farne le meraviglie.

Sì, tutto bene; ma anche un contadino poteva essere un pretendente e

diventare un marito. È forse necessario per questo di gustare la

musica e di applaudire ai talenti musicali delle ragazze? La

possibilità di un matrimonio era sempre là, librata a mezz'aria, e la

presenza di quel giovanotto, di quel cugino, capitato alle Vaie senza

ragione apparente, mutava troppo facilmente la cosa possibile in una

cosa probabile. Immaginate come ne dolesse al nostro povero Gino,

geloso senza ragione, ed anche senza diritto. E un giorno che egli non

vide più capitare il signor Ruggero all'ora del pranzo, restò

dubbioso, come dovrebbe rimanerlo un ambasciatore, accreditato presso

una corte, donde vede sparire l'inviato straordinario di un altro

governo. Si voleva sapere da prima perchè c'era, e si passavano in

rassegna tutti i fini per cui poteva esser venuto; quando se ne va, si

domanda perchè è partito, e si dubita che la sua missione abbia

sortito buon esito.

Il conte Gino, da quella persona bene educata ch'egli era, non volle

domandare perchè il signor Ruggero Guerri fosse partito dalle Vaie, e

rimase con la sua curiosità, ignorando quali speranze lo avessero

condotto, quali concerti lo accompagnassero a casa, quali occasioni

potessero farlo ritornare. La fanciulla appariva tranquilla, serena

come prima, forse un tantino più ilare. Perchè più ilare? Per essersi

liberata da una noia, o per aver avuto una notizia che suol chiamare

il sorriso sul volto delle ragazze da marito? Il conte Gino non ne

capiva nulla, e si sentiva una spina nel cuore.

Ma se egli non poteva chieder nulla al signor Francesco, nè far

parlare il suo buon fratello Aminta, qualcheduno doveva pure

istruirlo. Gino pensò al vecchio prete, e alcuni giorni dopo la

sparizione del signor Ruggero, disceso da Querciola un'ora prima del

solito, passò davanti al portone dei Guerri senza smontar da cavallo.

Se i quadrupedi sentono la maraviglia, il generoso animale dovette

maravigliarsi molto, quel giorno, argomentando da una pressione di

ginocchio del suo cavaliere, che questi non voleva fermarsi al portone

dei Guerri, e stupirsi poi della gran novità che lo faceva fermare

cento passi più giù, davanti all'umilissimo ingresso della canonica.

Bene si stupì il prevosto delle Vaie, ricevendo la visita del conte

Gino. Ma questi fu pronto a dirgli che essendo calato da Querciola un

po' prima del consueto, avrebbe fatto ora molto volentieri, visitando

la chiesa e quel certo quadro antico di cui gli aveva parlato più

volte Don Pietro, suo amico degnissimo. Il pretesto fu ammesso

naturalmente per buono. Il sagrestano, mutatosi in garzone di

scuderia, prese il cavallo per le redini e lo condusse nella sua

stalla, dai Guerri. Frattanto il conte Gino entrava in chiesa, per

vedere il famoso quadro, che rappresentava lo sposalizio di Santa

Caterina, salvo errore, ed era forse stato di un buon autore, a' suoi

tempi, ma non lo lasciava più scorgere, sotto i ritocchi di un

restauratore assassino.

Veduto il quadro senza fermarcisi troppo, era naturale che stessero a

chiacchiera. L'argomento non poteva fornirlo che la vita di quei

monti, o la famiglia dei Guerri, tutt'e due le cose insieme. Si parlò

adunque del signor Francesco, del fratel suo Orlando e del figliuolo

Aminta, bravissima gente, che il prevosto delle Vaie amava come se

fossero sangue del suo sangue e carne della sua carne. Era dipeso per

l'appunto da essi che Don Pietro Toschi fosse rimasto in quella magra

anzi magrissima fra tutte le parrocchie di montagna. L'aveva accettata

quarant'anni prima, contro la promessa che glien'avrebbero data

un'altra più ricca; c'era rimasto venticinque anni aspettando;

finalmente la buona occasione era venuta di scendere al piano e di

fare un bel cambio. Ma allora Don Pietro aveva anche cambiato parere.

La chiesa e la canonica di Fagliano eran belle e ben provvedute; la

mensa parrocchiale rendeva tre volte tanto di quella delle Vaie; il

popolo era tranquillo e virtuoso: il sagrestano della chiesa, miracolo

inaudito, era un buon diavolo, che non pretendeva di far egli da

parroco; insomma, quella era proprio la man di Dio. Ma non c'erano i

Guerri a Fagnano, e Don Pietro Toschi si era assuefatto a vedere i

Guerri. Perciò rispose al vescovo, che gli proponeva il

passaggio:--«Se Vostra Eminenza permette, rimarrò dove sono. Son

vecchio, tra gente che conosco e che mi vuol bene. L'inverno è rigido,

ma i bei giorni ci sono più frequenti che al piano; e poi, le mie

quattr'ossa si sono avvezzate; ci vorrebbe uno sforzo per adattarle a

un ambiente diverso.»

--Così son passati altri quindici anni;--proseguiva Don Pietro,

parlando al conte Malatesti;--e sono contento più che mai d'aver

risposto picche a Fagnano. Le mie giornate vanno via l'una dopo

l'altra come le foglie dell'ontano, quando si accosta l'inverno.

Questi amici mi sono stati riconoscenti di ciò che han voluto chiamare

un sacrifizio, e mi aiutano volenterosi a discendere la fiumana della

vita. Francesco ed Orlando li ho conosciuti ragazzi; Aminta l'ho

battezzato io; Fiordispina egualmente.

--E la mariterà;--disse Gino.

--Dio voglia;--rispose il prete.--Sebbene, non vedo ancora con chi.--

E fece un mezzo sospiro per appoggiare la frase.

--Ma... con suo cugino Ruggero;--osò dire il giovinotto, facendo uno

sforzo sovrumano per mettere fuori quel nome.

--Sì, sarebbe stato un buon partito per lei;--replicò Don Pietro.--I

Guerri stabiliti sul Reggiano non sono così ricchi come questi del

Modenese, ma Ruggero ci ha il vantaggio, economicamente parlando, di

esser figlio unico.

--Ecco dunque una buona occasione;--riprese Gino, con un altro sforzo,

non meno doloroso del primo.

--Eh, si fa presto a dirlo, come a pensarlo;--rispose Don Pietro.--Ma

per giungere al fatto, bisogna che parecchie cose si accordino; le

volontà, per esempio.

--Capisco; ma se sono d'accordo i babbi....

--Questo è il primo punto, sicuramente. E l'accordo ci poteva essere,

tra loro. Son cugini, i due vecchi, e per l'uno e per l'altro, con la

vita che fanno, lontani dalle città, non si potrebbe sperare

un'occasione migliore. Ma forse i giovani sono ancora... troppo

giovani. Fiordispina, per esempio, non vuol saperne, di andare a

marito.

--Lo ha dunque detto? L'hanno interrogata?

--Eh, sì, credo bene... alla larga.... Ma la risposta è stata come se

fossero venuti a mezza spada.

--A mezza spada!--ripetè il conte Gino ridendo.--I miei complimenti.

Don Pietro!

--Che!--esclamò il vecchio prete.--Non è ben detto?

--Ma sì, egregiamente. Notavo soltanto la militarità della frase.

--Ebbene, che c'è di strano? Perchè son prete?--rispose Don Pietro,

accettando di buon grado la celia--Anche la nostra è milizia. Veda per

esempio San Paolo; non ci viene rappresentato con una spada lunga

tanto?--

Così scherzava a sua volta il bravo prevosto delle Vaie, e il suo

interlocutore lo lasciò dire fin che volle. Contento di aver saputo

ciò che gli premeva di sapere, Gino si rallegrava di aver potuto dare

un nuovo giro alla conversazione, dissimulando in questo modo la

curiosità, e le ragioni per cui quella curiosità poteva essergli

venuta.

Quando fu di ritorno alle Vaie per l'ora del pranzo, il nostro

giovanotto era così ilare in volto, che Aminta gli domandò ridendo se

avesse avuto notizie da Modena.

--Che idea!--esclamò Gino.--C'è bisogno di notizie della città, per

esser contenti in montagna?

--Scusami;--disse Aminta.--Da tre giorni eri così rannuvolato!

--Anche il monte Cimone lo era;--rispose Gino;--e vedilo oggi, come

rosseggia al sole!

--Vai dunque coll'atmosfera?

--L'uomo è un barometro che cammina, mio caro. Io segno bel tempo,

quest'oggi.

--Ah, meglio così, e rimani al bello stabile;--replicò Aminta.--Eccoti

frattanto una lettera, che potrà giovare all'uopo.

La montanara · 第 9 / 18 题