I re della montagna.

Il Monte Cimone, alle cui falde era confinato il conte Gino Malatesti,

è la più alta vetta dell'Appennino centrale. Duemila centocinquantasei

metri sul livello del mare non sono ancora l'altezza del Monte Bianco;

eppure il Cimone è debitore a questa sua elevatezza metrica di esser

chiamato il Monte Bianco degli Appennini; modesto e generoso Monte

Bianco, che per uno o due mesi dell'anno si lascia togliere dalla

calva cervice il suo berretto di neve.

Alpestre, poco agevole ai piedini d'una bella signora delle nostre

città, è il fianco del vecchio Cimone; ma la sua salita non offre

difficoltà all'alpinista che all'ultimo passo, quando occorre, per

guadagnarne la vetta, inerpicarsi sul petroso cono formato dalla

emersione di alcuni strati del macigno appenninico. Ho detto il

petroso cono, e infatti il Cimone presenta da lungi la forma di un

cono, rozzamente tagliato, con la vetta spuntata in un pianoro, che ha

forse cento metri di giro. A greco il balzo è più scosceso che dalle

altre parti, e al piè della roccia, dove incomincia a distendersi il

Pian Cavallaro, sgorga la Beccadella, una ricca fonte che basterebbe

da sola a far girare la ruota d'un mulino. E quella fonte non è la

sola, nè la più alta del monte. Ce n'è qualche altra più in su, verso

levante, dalla parte del Cimoncino, con grande meraviglia dei signori

naturalisti, a cui, più della salita, riesce arduo di spiegare una

così alta origine di copiose sorgenti.

Invito i miei lettori ad una ascesa che non sarà senza compensi.

Bolognesi e Modenesi non si terrebbero per alpinisti, se non fossero

andati almeno una volta lassù. Le limpide mattinate son rare, pur

troppo; ma quando il vecchio Cimone non ha il suo cappello di nuvole,

quando sul piano, dintorno a lui, si diradano le nebbie, la veduta è

stupenda, dall'Adriatico al Tirreno, dalle Alpi tirolesi, svizzere e

francesi, fino alle Maremme e alle isole dell'Arcipelago toscano.

Mentre noi abbiam fatta l'ascensione del monte, il nostro viaggiatore

è smontato alle prime case di Fiumalbo. Di là, per andare a Querciola,

il conte Gino doveva lasciare la strada maestra e piegare a sinistra,

ma per una via meno agevole e con altri mezzi di trasporto. Perciò,

consigliato dal vetturino, era disceso davanti alla porta d'un molino,

dove una frasca indicava che il mugnaio faceva a ore avanzate anche

l'oste, e dove molto probabilmente il nostro Gino avrebbe anche potuto

trovare una cavalcatura e una guida per andare a Querciola. Smontato,

adunque, e accolto con tranquilla urbanità dal mugnaio, chiese tutto

ciò che gli bisognava, incominciando dal desinare.

L'oste mugnaio nuotava nell'abbondanza; ma non aveva lì per lì nulla

di pronto. Se il viaggiatore poteva aspettare, egli sarebbe andato a

cercare una gallina sul prato, dietro alla casa, e la sua donna non

avrebbe indugiato troppo a fargli un brodo conveniente. Ma il conte

Gino sentiva gli stimoli della fame, e di una fame da viaggiatore che

ha ventisei anni. In pari tempo, sentiva dalla cucina un grato odore

di lardo. Il mugnaio cuoceva la minestra per la famiglia. Orbene, e

non si poteva mangiar di quella, senza aspettare il brodo di là da

venire? Se c'erano delle galline, sicuramente non mancavano le uova.

Egli dunque avrebbe sorbito un paio d'uova calde, e magari due paia.

Un pezzetto di cacio sarebbe bastato per finire il suo pranzo, che a

quell'ora, con quell'aria, e dopo tante ore di viaggio, si poteva

chiamar luculliano.

--Se si contenta Lei, facciamo pure così;--disse il

mugnaio.--Teodemira, una tovaglia di bucato e una posata al signore.

Badi, sono di ottone, le posate.

--Tanto meglio;--rispose Gino.--Sembreranno d'oro.--

La minestra fumante venne in tavola, e il nostro eroe assaggiò la

minestra. Era buona, e sarebbe anche stata migliore, se dalla cappa

del camino non fosse caduto un po' di fuliggine entro la pentola

scoperchiata. Non crediate che il conte Gino la respingesse per così

piccolo guaio. L'elegante giovanotto, lo stomaco delicato, che si era

già adattato benissimo al condimento montanaro del lardo, si contentò

di ritirare con la punta del cucchiaio i grumi di fuliggine

galleggianti sulla liquida superficie. Che cos'è infine la fuliggine?

Fumo di vivande, condensato lungo le pareti di un camino. Gli antichi,

nei loro sacrifizî, in cui erano insieme sacerdoti e cuochi, non

offrivano forse il fumo agli Dei?

Mentre il conte Gino attendeva a quella cura, e non senza ridere un

pochino del caso suo, un nuovo personaggio entrò nella sala. Era un

giovinotto alto e bruno, vestito d'una cacciatora di velluto verde

d'oliva; portava le uose di cuoio alle gambe, teneva ad armacollo un

bel fucile a due canne, e sulla testa un cappellaccio nero di feltro.

Ma questo, da uomo bene educato, se lo levò subito, alla vista del

forastiero, scoprendo una capigliatura folta, ricciuta e nerissima.

--Oh, signor Aminta, buon giorno!--disse il mugnaio, andandogli

incontro, con atto rispettoso.

--Buon giorno, Gasparino!--rispose quell'altro.--E il grano?

--Per domani, signor Aminta.

--Come? Ancora domani?

--Che vuole? Era tanto! Venga a vedere e si persuaderà.--

Il cacciatore entrò nel mulino, seguendo il mugnaio, e il conte Gino

non lo vide più ricomparire nella sala. Stava per finire la minestra,

quando il mugnaio ritornò presso di lui.

--Ebbene,--gli disse Gino,--avete pensato alla cavalcatura e alla

guida?

--Sissignore,--rispose il mugnaio,--e siamo abbastanza fortunati,

perchè il signor Aminta ci pensa egli.

--Chi è il signor Aminta?

--Quel giovane cacciatore che ha veduto poco fa.

--Che, forse dà cavalli a nolo?

--Nossignore, non ne ha bisogno. È il figlio del re della montagna.--

Gino credette lì per lì che il mugnaio gli raccontasse una favola da

bambini.

--Caspita!--esclamò.--C'è un re della montagna, qui? E vive nei dominî

di un semplice duca?

--Sicuro;--rispose il mugnaio, sorridendo alla celia.--I Guerri si

chiamano così, nel nostro paese, tanto son ricchi. Tutto ciò ch'Ella

vede dal monte Cimone all'alpe di San Pellegrino appartiene ai Guerri.

--Ah, capisco;--disse Gino.--Perciò li chiamate i re della montagna. E

come mai il figlio del re, senza che io abbia avuto l'onore di

essergli presentato, si degna di mandarmi una mula e una guida per

Querciola?

--Gli ho detto che Vossignoria doveva andare lassù, e il signor Aminta

s'è offerto a servirla. Quanto alla presentazione, non ce n'è proprio

bisogno. In questi paesi ogni forastiero che arriva è un ospite dei

Guerri. La conoscenza, poi, la faranno per istrada.

--Bene!--conchiuse Gino.--Seguitiamo gli usi di questo paese. E datemi

le uova, frattanto; non vorrei far troppo aspettare il figlio del re.

--No, scusi;--replicò il mugnaio:--non le posso dar altro. Il signor

Aminta se l'avrebbe a male.

--Perchè? Non devo dunque mangiar altro?

--Per ora no, se non le dispiace. Il signor Aminta è escito per

mandare l'avviso a casa sua, dov'Ella troverà assai meglio di quello

che può offrirle la nostra cucina.

--Oh diamine! È grossa. Eccomi dunque invitato per forza.

--Qui è l'uso, quando passa un forastiero sul territorio dei Guerri.

--Ma qui, scusate, sono in paese abitato.

--Ha ragione; ma il mulino appartiene ai Guerri.

--Ed io mi trovo sul territorio del re, non è vero?--disse Gino,

ridendo.--Ma sapete che è un uso piacevolissimo, e che tutti i re

dovrebbero introdurlo nei loro Stati? Ottima istituzione, questi re

della montagna! Passa un forastiero, in queste gole, e lo invitano a

pranzo. Una volta si usava altrimenti; il forastiero, che si

arrisicava in questi passi, era invitato bensì, ma a buttarsi con la

faccia a terra, e lo svaligiavano senza misericordia. A proposito, e

le mie valigie?...

--Le ha fatte prendere il signor Aminta.

--E per che farne, di grazia?

--Per mandarle a casa sua.

--Di bene in meglio!--esclamò Gino, che non sapeva se dovesse ridere,

o andare in collera.

Ma perchè andare in collera, poi? Era venuto a cascare nei dominii

d'un re, e quel re non somigliava punto al duca di Modena, suo

riverito padrone. Questi lo discacciava, quell'altro lo accoglieva. In

una cosa sola si manifestava una specie di analogia tra loro; ambedue

facevano quel che volevano, senza consultare l'intenzione dei sudditi.

--Io, per altro,--soggiunse Gino, come ultimo atto di protesta,--debbo

andare a Querciola.

--Che ci vuol fare, a Querciola?--disse il mugnaio, crollando le

spalle.--È un paesaccio.

--Sia quel che gli pare; debbo andarci e ci andrò;--rispose

Gino.--Mettete che io abbia da farci degli studi.

--In questo caso potrà sempre inerpicarsi lassù ed arrivarci in un'ora

di cammino. Ma, come abitazione, si troverà meglio dai Guerri.

--Dai Guerri? Chi sono i Guerri?

--Gliel ho detto poc'anzi: la famiglia del....

--Ah sì, lo ricordo ora, del signor Aminta. Ed anche non ricordandolo,

dovevo immaginarmelo.

--Hanno un alloggio molto comodo;--rispose il mugnaio.

--Lo capisco;--disse Gino.--Sarà una reggia, se i padroni sono i re

della montagna. E voi mi dite che in un'ora si può andare a Querciola?

--Dalle Vaie, sicuro.

--Le Vaie! Che cosa sono le Vaie?

--Il luogo di abitazione dei....

--Basta, ho capito anche questo;--interruppe Gino, ridendo.--Caro

amico, vi ringrazio delle vostre informazioni, che finiscono tutte ad

un modo, come i salmi. Non mi resta ora che di pagarvi il conto.

--Perdoni, signor mio;--disse il mugnaio, schermendosi.

--Come? Non si usa pagare il conto, alla vostra osteria?

--Si usa, sì; ma in questo caso.... Ella non ha mangiato che una

cattiva minestra.... E poi, il signor Aminta non permetterebbe.

--Ah, per tutti i... re della montagna, ed anche della pianura, questa

è grossa davvero. E se io volessi darvi uno scudo....

--Quando Vossignoria lo volesse ad ogni costo...--rispose l'altro,

facendo bocca da ridere.

--Ah, finalmente!--gridò Gino, mettendo mano alla borsa.--Ne vinco una

io, sul vostro signor Aminta.--

Pagato a quel modo lo scotto, il conte Gino escì dall'osteria, per

avviarsi sulla strada che avevano già presa le sue valigie. Quasi

sarebbe inutile il dire che lo guidava il mugnaio, poichè egli, ignaro

affatto dei luoghi, non avrebbe saputo da qual parte voltarsi.

Passarono sopra un ponte di legno il ruscello che forniva l'acqua al

mulino, e di là presero a salire un sentiero largo e sassoso in mezzo

ad una boscaglia di cerri, rada nei tronchi, che apparivano grossi e

diritti, ma folta in alto, per la diffusione dei rami.

I cerri sono le quercie delle alte convalli, dove il freddo regna più

a lungo. Robusti e previdenti, hanno la corteccia più fitta, e le loro

ghiande portano il cappuccio lanoso.

Il conte Gino aveva fatto appena un cento metri di strada, quando

attraverso i radi tronchi dei cerri vide discendere dall'erta uomini e

cavalli.

--To'!--diss'egli.--Una cavalcata. Com'è pittoresca!

--È il signor Aminta che ci viene incontro;--rispose il mugnaio.

--Sempre Aminta!--gridò il conte Gino.--Caro mio, Torquato Tasso dovrà

esservi molto riconoscente.

--Chi è questo signore?--domandò candidamente il mugnaio.

--Il padre di Aminta;--rispose Gino.

--Scusi,--replicò quell'altro, sicuro del fatto suo,--il padre del

signor Aminta si chiama Francesco.--

Gino diede in una matta risata, e il mugnaio pensò ch'egli fosse matto

davvero, volendo sbattezzare il signor Francesco Guerri, per chiamarlo

Torquato. Ma rise anche lui, vedendo ridere il suo compagno di

viaggio.

Il nostro giovanotto era di buon umore, e la cosa vi parrà singolare,

in mezzo a tanti dolori che lo avevano accompagnato sulla via

dell'esilio. Ma io già ve l'ho detto, Gino Malatesti aveva ventisei

anni. Aggiungete la novità del caso, che lo faceva ospite per forza di

gente che non lo conosceva affatto, e che egli conosceva anche meno. E

poi, non dimenticate la bella natura, questa regina sempre giovane e

lieta, che fa anch'essa ogni cosa a suo modo, e che, dentro la cerchia

del suo regno, per un giorno almeno, ha potestà di giocondare gli

spiriti.

La cavalcata intravveduta da Gino si componeva di due soli cavalli.

Sul primo torreggiava il signor Aminta; l'altro era condotto a mano da

un famiglio.

Come fu a venti passi da Gino, il signor Aminta balzò leggero di sella

e gli mosse incontro a piedi.

--Perdoni la libertà grande;--gli disse, scoprendosi.--Gasparino le

avrà già detto....

--Sì, mi ha detto molto;--rispose Gino.--Ma io non so veramente con

qual diritto dovrei dare tanto incomodo a Lei.... ignoto come sono....

--È un viaggiatore: è un ospite;--replicò l'altro, con bella

semplicità di parole.

--E non sa ancora il mio nome;--soggiunse Gino, disponendosi a fare la

sua presentazione da sè.

--Avrà tempo a dirlo, se vorrà;--disse Aminta.--Gasparino mi aveva

accennato che Ella si reca a Querciola, per passarci alcuni giorni.

--Che potrebbero esser mesi;--replicò Gino.

--In quel luogo!--esclamò l'altro.--Ma ci sarà da morire d'inedia.

--Necessità, signor mio!--rispose Gino, stringendosi nelle spalle.

--Rispettiamo la necessità;--disse Aminta, inchinandosi.--Ma non c'è

posto per Lei, a Querciola. È un paese di caprai, e non ci son

famiglie, ch'io sappia, le quali possano offrirle una ospitalità pur

che sia.

--Pure, debbo andarci; sono costretto!--disse Gino, sospirando.

--Ci andrà domani, doman l'altro, quando le piacerà;--rispose il

signor Aminta.--Per ora si degni di smontare da noi.

--Non abuserò della sua gentilezza?

--Che dice Ella mai? La nostra casa sarà onorata della sua presenza.

Del resto,--soggiunse quel principe ereditario,--che ci staremmo a far

noi in queste alte solitudini, se, quando ci arriva un forastiero, non

lo accogliessimo a festa? Aggiunga, signor mio, che altrove starebbe

peggio che da noi. La vita è dura, tra questi monti, in mezzo ad una

gente buona e leale, ma rozza....

--Non mi pare, non mi pare;--interruppe Gino.--Si fermi almeno alle

buone qualità, se non vuole aggiungerne delle altre.--

Il signor Aminta ringraziò col gesto, e additò al forastiero il

cavallo che era stato condotto per lui. Anzi, per colmo di gentilezza,

volle mettersi egli stesso dall'altra parte, per offrirgli le redini.

Gino non aveva bisogno d'aiuti, e lo dimostrò subito, balzando in

sella con una grazia di cavaliere perfetto. Nella perfezione del

cavaliere c'entrano anche, lo immaginate, i ventisei anni di cui lo ha

privilegiato il suo atto di nascita.

Il cavallo di Gino Malatesti era un bel rovano, di larga cervice e di

garretti robusti, con due occhioni intelligenti e gli orecchi tesi,

che indicavano una serietà di nobile animale, non ignaro della

importanza degli uffici a cui è destinato. Gino gli palpò

amorevolmente il collo, e n'ebbe in risposta un nitrito di

soddisfazione.

--Strano!--diss'egli.--Non mi aspettavo di trovar cavalli, in queste

balze.

--Cavalli di montagna, signor mio;--rispose Aminta.--Sono addestrati a

correre per i greppi, e son saldi di passo come le mule.--

Aminta era montato in sella anche lui, e andava primo, per insegnare

la strada. Così salirono l'erta del monte, e di là dalla boscaglia dei

cerri il conte Gino vide una piccola valle, con un'altra costiera,

vestita da un'altra boscaglia. Ma lassù, dalle vette dei faggi e delle

quercie, appariva un campanile; e accanto al campanile una mobile

striscia di fumo indicava la presenza di una casa. C'era abitato,

lassù, e i bisogni dello stomaco e quei dello spirito potevano esservi

soddisfatti egualmente.

--È là;--disse il signor Aminta, voltandosi al forastiero e additando

il campanile.--Fra dieci minuti ci siamo.--

Andando avanti, e girando intorno alla macchia, si scopriva un po'

meglio il paese. Là, dietro il campanile, era un ceppo di case, le une

a ridosso delle altre, male ordinate e di misero aspetto. Anche la

chiesa doveva essere una povera cosa, a giudicarne dal campanile,

corto, gobbo e tutto sbrendolato nell'intonaco. Ritornando alle case,

d'intonaco non si vedeva pur l'ombra; erano tutte murate a falde di

macigno, ed apparivano così nere, da lasciar credere che tra pietra e

pietra non fosse stata neanche messa la calce. Un po' meglio in

assetto era la via che conduceva all'abitato, e questa parve a Gino

una buona testimonianza della cura che i re della montagna avevano dei

loro cavalli.

All'ultima svolta della strada gli si mostrò finalmente la chiesa, in

tutta la sua maestà decaduta. Il finestrone della facciata aveva avuto

in altri tempi una cornice di stucco, e certamente un cornicione

doveva aver collegato il timpano alla gronda del tetto; ma cornice e

cornicione erano spariti da un pezzo. Anche il muro, nella parte

superiore, era tutto scrostato; solo nella inferiore, accanto alla

porta d'ingresso, durava ancora ne' suoi contorni di rosso mattone un

san Cristoforo seduto, col bambino Gesù posato sulla sua spalla

destra, e con la mano levata. In atto di benedire i popoli, o di

prendere al Santo una ciocca de' suoi capegli rabbuffati? Il pittore

aveva lavorato in modo da lasciar adito a tutt'e due le supposizioni,

e magari ad una terza. O san Cristoforo delle Vaie! nobile tipo di

taglialegna, certamente copiato sulla faccia del luogo! Voi eravate

enorme, come vuole la leggenda. Bontà vostra, che restavate seduto (o

inginocchiato, non rammento più bene); se no, sfondavate con la testa

la gronda del tetto.

Il Gino ammirò san Cristoforo e tirò via, seguitando il compagno. La

via, rasentando il fianco della chiesa, si faceva più stretta, poichè

sorgeva dall'altra parte una casetta di due piani, fatta a capanna,

con una piccola scala all'aperto. Sull'ultimo gradino di quella scala

era seduto un prete, magro ed ossuto, che portava in testa, scambio

del berretto a tre spicchi, una papalina di velluto nero, e se ne

stava là in osservazione, beatamente traendo boccate di fumo da una

vecchia e corta pipa di Gessèmani.

--Don Pietro, buona sera!--disse il signor Aminta passando, e

levandosi il cappello.--Viene da noi?

--Dopo cena, sicuramente.

--Perchè non prima?

--Caro Aminta, la pentola è al fuoco, e non bisogna mancarle di

riguardo. Poveraccia! È quella di tutti i giorni, e un sentimento di

gratitudine comanda di esserle fedeli. Non vi pare?

--È giusto, è giusto;--disse il signor Aminta.--A più tardi, dunque; e

buon appetito.

--Non manca mai, quello! Altrettanto a voi e al vostro compagno di

viaggio.--

Così dicendo, Don Pietro si alzò a mezzo, levandosi la sua papalina

dal capo.

Gino rese il saluto, e disse frattanto in cuor suo:

--Ecco qua: noi ci lagniamo di dover vivere nelle nostre città

capitali, che hanno il grave torto di non rassomigliar tutte a Parigi.

E qui, e in tanti luoghi consimili tra i monti, vive un popolo

industre e buono, che si contenta de' suoi villaggi appollaiati sui

greppi, nè sembra accorgersi che le sue abitazioni sono catapecchie e

stamberghe. Anche qui ci sono i ricchi, i potenti, e si adattano al

modesto costume dei padri loro. Non manca neppure il re, e questo re

della montagna molto probabilmente non possiede le querci per

sedercisi sotto, a render giustizia, ma per tagliarle via via e

mandarle ai lontani cantieri. Qui non saranno ricercatezze di cibo,

non salse, non intingoli; ma pezzi di cinghiale, uccelli di passo,

quarti di bove o d'agnello, arrostiti all'omerica, e magari serviti in

piatti di argilla, su d'una tovaglia di canapa. Ma che importa? Sono

felici egualmente.--

Così andava almanaccando, e gli ricorrevano alla mente i bei versi di

Bernardo Tasso, intorno alla vita campestre:

_O pastori felici,

Che d'un picciol poder lieti e contenti

Avete i cieli amici,

Nè di mar paventate ire o di venti!

Noi vivemo alle noie

Del tempestoso mondo ed alle pene;

Le maggior' nostre gioie

Ombra del vostro bene,

Sono di fiele e d'amarezza piene._

Questo è su per giù il ragionamento che tutti fanno, quando, sottratti

al fascino delle città rumorose, si trovano al cospetto della santa

natura. Non bisognerebbe per altro che la cosa durasse! A buon conto,

Gino Malatesti ricordava tutte queste belle cose, per conchiudere che

i re della montagna dovevano vivere anch'essi maluccio.

Il suo monologo fu interrotto dalla fermata del signor Aminta.

Quaranta o cinquanta passi più su dalla chiesa e dalla canonica che vi

ho descritta, sorgeva la casa, o, per dire più esattamente, il ceppo

di case che Gino aveva veduto da lungi, sovra il colmo dell'erta.

Erano parecchi tetti raccolti in pittoresco disordine attorno ad un

tetto più alto. La fabbrica di mezzo, la più grossa, senz'essere

niente più intonacata delle altre, manifestava certe sue pretensioni

signorili, nell'ordine doppio e abbastanza regolare delle finestre,

come nelle persiane verdi del pian di sopra, che contrastavano

allegramente con le mura nerastre e con le rappezzature del tetto.

Il signor Aminta era smontato da cavallo, davanti ad un portone, o

piuttosto ad un grand'arco, aperto a guisa di breccia nel muro. Sotto

quell'arco profondo era un andito, mezzo occupato da cinque o sei

scaglioni di pietra, che non andavano mica diritti, ma giravano un

pochino di sbieco, fino ad un pianerottolo, fiancheggiato da due tozze

colonne, unico sfoggio architettonico di quella costruzione,

evidentemente fatta in più tempi. Tra le colonne era un uscio

spalancato, che lasciava vedere le pareti affumicate di una larga

anticamera.

--Ci siamo;--disse il signor Aminta al suo ospite, che era smontato da

cavallo egli pure.--Chiuda gli occhi, per altro.

--Li terrò bene aperti, anzi, per vedere una casa ospitale;--rispose

Gino, sorridendo.

E saliti quei cinque o sei scaglioni di pietra, entrò, seguendo il

signor Aminta, nella vasta anticamera, dove non era che un grosso

camino contro la parete, e davanti al camino una panca a semicerchio,

col suo schienale alto, per ripararla dall'aria di fuori. Là, nelle

sere d'inverno, e, dato il clima del luogo, anche in quelle di

primavera e di autunno, dovevano raccogliersi intorno alla fiammata i

re della montagna, coi loro famigli e con qualche viandante

intirizzito. Nè sedie, nè altri arredi, si vedevano là dentro. Unico

lusso, e certamente di altri tempi, una fascia di pietra che correva

intorno alla cappa del camino, recando una leggenda scolpita a grosse

lettere: «_Dalla guerra alla pace_» e uno scudo nel mezzo, alla spada

rizzata in palo, con la punta abbassata.

--Avanzi di pretese nobilesche!--pensò Gino, vedendo lo scudo, ma non

avendo tempo di leggere il motto.

Il signor Aminta, che fino allora lo aveva preceduto, gli faceva cenno

di passare in un'altra stanza, più piccola, ma più arredata della

prima. Il nostro giovanotto vide una tavola di querce appoggiata al

muro, e alcuni seggioloni con le spalliere e i sedili di cuoio; roba

antica, se volete, ma non elegante. Di là il nostro Gino fu fatto

entrare in una terza stanza; e questa era una piazza d'armi

senz'altro. Anche là si vedeva il camino, con la sua cappa alta, di

pietra serena, scolpita a fogliami, e la leggenda che sapete e lo

scudo che conoscete, ma questa volta dipinto, la spada d'argento e il

campo d'azzurro.

Gino diede una guardata all'intorno, ed ebbe argomento a mutare un

pochino la sua prima opinione. Aveva veduta anzitutto, nel mezzo della

sala, una lunga tavola da pranzo, capace almeno di trenta posti. Era

una tavola di querce, inverniciata a dovere, come si vedeva dai piedi

lavorati al tornio, poichè la lastra era ricoperta da un gran tappeto

rosso, listato d'un fregio nero. Dalle pareti pendevano alcuni vecchi

quadri a olio, con ritratti di famiglia, non eccellenti forse come

opere d'arte, ma con le loro cornici intagliate e dorate a fuoco. Dove

non erano quadri, sorgevano da terra scaffali di libri, che attrassero

tosto l'attenzione del viaggiatore. Strana cosa, là dentro! Erano

tutte edizioni moderne, volumi rilegati di marocchino, e, dando

un'occhiata ai titoli, il conte Gino riconobbe poeti e prosatori

italiani, antichi e nuovi, insieme con opere francesi, inglesi e

tedesche, nel loro testo originale.

Questa fu la gran maraviglia di Gino, e gli strappò un grido dal

labbro.

--Poca cosa!--disse il signor Aminta, accostandosi.--Non siamo

abbastanza provveduti, in materia di libri.

--Come?--gridò il forastiero.--Ci hanno....--E qui voleva dire:--Ci

hanno assai più di noi, ad onta dei quattromila volumi che ingombrano

la nostra biblioteca.--

Infatti, la libreria dei conti Malatesti era stata messa insieme da un

prozio vescovo; archeologia sacra e teologia, in gran parte, e non era

stata più accresciuta nè completata. Là, invece, nella libreria dei

Guerri, c'era in quattro cinquecento volumi il fiore di quattro

letterature.

Perciò il conte Gino terminò la sua frase, dicendo:

--Ci hanno tutta roba moderna, e mostrano di aver familiari le lingue

estere.

--Ah sì!--disse il signor Aminta.--Ma non creda che le abbia familiari

io, queste lingue. Faccio molto a sapere il mio italiano, e un po' di

francese, che non ho mai occasione di parlare.--

Gino voleva chiedere chi fosse, in famiglia, che sapeva, oltre il

francese, il tedesco e l'inglese. Ma, da persona bene educata, si

astenne dal domandare quello che il suo interlocutore non aveva

creduto opportuno di dirgli.

Frattanto, nel voltarsi a guardare intorno, ebbe un altro argomento di

maraviglia; un pianoforte, niente di meno, un pianoforte a coda, ed

anche della fabbrica di Erard, se non vi dispiace di saperlo. Al conte

Gino, che si era avvicinato per dare un'occhiata alla scritta, non

dispiacque davvero.

Come avrete veduto da questo scampoletto di descrizione, la sala era

da pranzo e serviva di salotto e di biblioteca ad un tempo. La sua

ampiezza giustificava benissimo quella moltiplicità di destinazioni.

Gino, dopo aver guardata la scritta, si era arrisicato a sollevare il

coperchio, e stava arpeggiando con le dita sulla tastiera, quando un

uscio si aperse ed entrò nella sala il signor Francesco, il padre di

Aminta, il vero re della montagna, bel vecchio dalla barba bianca,

dall'aspetto grave e buono, per consuetudine malinconico, ma che

sapeva sorridere d'un sorriso dolce e tranquillo come il suo occhio

azzurro e come la sua voce di tenore baritonato. Eravamo davanti al

pianoforte, e questo accenno al registro vocale non vi parrà fuori di

luogo.

Anche il signor Francesco Guerri fu molto cortese con l'ospite,

anch'egli sfuggì l'occasione di sapere chi fosse. Evidentemente,

quello era un uso di lassù: forma di galateo montanaro che non è senza

grazia, sebbene non vada esente da qualche piccolo guaio. Sapere chi

si accoglie, lo riconosco ancor io, non salva sempre il padrone di

casa dal pericolo di farsi portar via le posate; ma è chiaro che dove

c'è l'uso di accoglier tutti con eguale cordialità, senza domandare il

suo nome a nessuno, il pericolo che la gente abusi della vostra

ospitalità non sarà punto scemato. Nè un padrone di casa può essere

così certo del suo occhio, da riconoscere a prima vista la gente di

cui debba fidarsi, poichè le apparenze ingannano. I carabinieri, a

buon conto, in certi luoghi ed occasioni, usano la precauzione

lodevolissima di domandarvi le carte.

Il signor Francesco, dopo i complimenti consueti, introdusse l'ospite

nella camera a lui assegnata. Era piccola, o, per dir meglio, appariva

piccola a chi veniva allora da quella gran sala, ma c'era tutto il

necessario per viverci bene. Il letto era a baldacchino, con le sue

brave cortine di damasco, e il conte Gino osservò che aveva sul

copertoio un grosso e soffice cuscino di piume.

--Le notti son fredde, tra questi monti;--disse il signor

Francesco.--Ma speriamo che Ella non ci si ritroverà troppo male.--

Gino si era maravigliato nella sala, e si maravigliò ancora nella

camera da letto, vedendo quel lusso, antico ma sodo, ed anche certi

graziosi nonnulla, come lavori di lana e ricami all'uncinetto, che

facevano pensare al _Journal des Demoiselles_ ed ai suoi esemplari

d'opere femminili, tanto preziose nell'arredamento di una casa.

--Ah, ah!--diss'egli tra sè.--Qui c'è la mano di una donna.--

E quella camera, da prima, e tutta la casa di poi, e i luoghi

circostanti s'illuminavano, agli occhi della sua mente, d'una poetica

luce.

Questo fenomeno occorse la prima volta nel settimo giorno della

creazione. Almeno, così dicono i poeti, che sono stati da per tutto,

anche _a latere_ del Padre Eterno, nel periodo delle grandi novità. Gli

alberi frondeggiarono ad occhi veggenti, gli uccelli fecero il verso

d'amore nel bosco, i fiorellini sbocciarono dal prato; Adamo, poi, si

svegliò in soprassalto, e disse.... Che cosa disse Adamo? Sicuramente

egli deve avere incominciato da una esclamazione, da una invocazione

all'Altissimo; verbigrazia da un: «Dio.... misericordioso!» invocazione

che fu il principio e l'esempio di tutte le altre, venute poi,

nell'ordine progressivo dei tempi.

Ah, donne gentili, siete voi il tormento e la consolazione. Con voi si

può vedere la luna in pien meriggio, ma senza di voi c'è buio a tutte

le ore del giorno. La vostra presenza, a buon conto, reca la grazia

nella conversazione degli uomini, o quanto meno l'obbligo di evitare

certe locuzioni improprie con cui l'uomo dimostra ed afferma la sua

indipendenza nel consorzio incivile. Dove voi siete, egli si studia di

parer più garbato, e qualche volta ci riesce; ad ogni modo, bisogna

tenergli conto dell'intenzione, vedendolo star sulla vita, ravviarsi i

capegli, arricciarsi i baffi, tirar fuori dalle maniche e mettere in

mostra i polsini della camicia, fare insomma tutti quegli atti,

leggermente e graziosamente scimmieschi, per cui egli accenna il

desiderio di piacere.

M'è occorso ieri (scusate la parentesi) di fare un piccolo viaggio.

Eravamo tre uomini, nella carrozza dei fumatori, e ne capitò

all'ultim'ora un quarto, un giovinotto bello come il Fauno di

Prassitele, che appena entrato s'impossessò del suo sedile e dei due

posti che c'erano, accomodandovi le membra per dormire, e puntando i

suoi delicatissimi piedi contro il bracciuolo di mezzo. Mezz'ora dopo

non gli bastavano più i due posti; alzò una gamba e sconfinò sul mio

territorio, posandomi sulle ginocchia una scarpa, che fui costretto a

prendere con due delicatissime dita, per ricondurla ne' suoi legittimi

confini. Avrebbe egli fatto così, se io fossi stato una graziosa

signora? Si sarebbe egli pure accomodato a dormire? Dèi immortali, mi

parrebbe già di vederlo, ritto sulla vita, tirarsi su i baffettini,

aggiustarsi il nodo della cravatta, lanciarmi occhiate assassine,

spiando l'occasione di entrare in discorso, e fors'anco entrandoci

senza aspettar l'occasione. Certamente, sarebbe diventato molesto, ma

ad un altro modo; perchè proprio è così, noi siamo una razza noiosa

come le mosche, e il senso della misura ci manca, così nel bene come

nel male.

Come io tengo a bada voi con le mie chiacchiere, così il signor

Francesco, il re della montagna, aveva tenuto a bada il suo ospite,

descrivendogli per sommi capi la vita che si faceva tra quelle gole

alpestri, e dandogli di passata un'idea dei lavori a cui si può

attendere utilmente, nel taglio ragionevole dei boschi e

nell'ingegnosa combinazione delle serre. Gino s'innamorò delle serre,

e promise a sè stesso di andare un giorno a vederle, quelle poetiche

chiuse di lastroni e di legna, che fanno pescaia alle acque e

ricettacolo ai tronchi galleggianti, per lasciarli poi, a cateratta

dischiusa, precipitare affollati in un serbatoio inferiore, e così

via, di pescaia in pescaia, fino ai grandi depositi della pianura. Il

nostro giovanotto non conosceva quelle industrie montanare; ignorava

che lassù ci fossero costumanze e fatiche così selvaggiamente poetiche

come quelle dei _pioneers_ americani. Ma gl'Italiani ignorano molto,

in Italia, e non è colpa loro, perchè l'ignoranza incomincia dalla

scuola.

A un certo punto della conversazione, apparve il signor Aminta

sull'uscio e fece un gesto a suo padre. Allora il signor Francesco

disse al suo ospite:

--Signor mio, le abbiamo fatto aspettare un po' troppo il suo pranzo.

Ma Ella ci scuserà, perchè non era la nostra ora, così che siamo stati

colti alla sprovveduta.

--E mi rincresce del loro incomodo;--disse Gino.

--No, nessun incomodo;--ripigliò prontamente il vecchio, non

lasciandogli il tempo di proseguire.--Per noi questa è la cena.

L'anticipiamo un pochino, quest'oggi, come Ella ha dovuto ritardare il

pranzo. Gli uomini,--soggiunse il signor Francesco,--debbono trovar

sempre il modo di andare d'accordo, e non ci riusciranno, io credo,

senza qualche concessione scambievole. Non le par meglio così, che

star fitti nel proprio uso e nella propria opinione?--

Gino rise e approvò largamente. Non era più luogo da complimenti e da

scuse, davanti ad un ragionamento così semplice e così largo ad un

tempo.

--Mi permetta almeno di cambiar abiti;--diss'egli, che aveva vedute le

sue valigie deposte in un angolo.--È affar di cinque minuti.

--Per che fare?--rispose il signor Francesco.--Ella è molto bene,

così, e ci farebbe torto a volersi mettere sulle cerimonie. Via, ci

contenti, e venga com'è.--

Gino si acquetò, vedendo che la miglior cerimonia era lì per lì

l'obbedienza. E il signor Francesco, presolo amorevolmente per il

braccio, lo condusse verso l'uscio.

--Mi permetta allora,--riprese Gino, che aveva sempre bisogno di

qualche cosa,--mi permetta allora di dirle il mio nome.

--Poi, poi!--interruppe il vecchio.--Ci sarà sempre tempo. Ella è una

persona garbata, e noi non avremmo merito nel riceverla, se non

conoscessimo il cavaliere all'aspetto.

--Pure,--ripiglio Gino,--sarei tanto lieto di dirle il mio nome. Per

obbligo di reciprocità;--soggiunse.--So infatti che Loro son Guerri.

--Bene, si consideri per oggi un Guerri anche Lei, un fratello minore,

un figlio della famiglia;--replicò il signor Francesco.--Le dispiace,

forse?

--No, davvero, e quando è così non parlerò più del mio nome, neanche

domani;--disse Gino sollecito.--Son Gino Guerri, adunque. È un bel

nome; suona bene!--

E rideva, il giovanotto, ed entrò ridendo nella gran sala, dove in

quel frattempo era stata apparecchiata la mensa.

Qui, se io sapessi di esser letto da gente digiuna, amerei descrivere

la tavola e le dodici, proprio dodici, qualità diverse di principii

che facevano bella mostra di sè nei piattellini disposti in ordine, a

destra e a sinistra di un vaso antico di Faenza, che torreggiava nel

mezzo, pieno riboccante di fiori. Gino ammirò quello sfoggio, che

dalle olive di Lucca andava fino alle sardelle di Nantes, passando per

le acciughe della Gorgona, e che dalle polpettine di cipolla e

prezzemolo, in salsa di capperi, si arrisicava fino alle altezze

squisite del salmone rosato di Nuova York, passando per tutte le

conserve, distinte di tanti nomi, del tonno di Sardegna, che ha

certamente i suoi pregi. Pensate pur male di me, povero narratore, che

vi sembrerò un ghiottone, ma non pensate male del mio eroe, che ammirò

lo sfoggio della quantità, senza fermarsi ai particolari, e che volse

subito la sua attenzione al vasellame. I piatti di mezzo, i tondi o le

scodelle dei posti in giro, erano tutti di vecchia maiolica, e

portavano tutti dipinto nel centro lo scudo dei Guerri, con la spada

in palo e con la leggenda che sapete. Il finimento apparteneva per lo

stile dell'opera alla prima metà del secolo scorso, e i gialli vivi e

gli azzurri spersi, e la ricchezza degli ornati, dicevano chiaramente

che quel vasellame era uscito da una delle migliori fabbriche di

Romagna.

Gino ammirava ancora, abbracciando con l'occhio tutta quella ricchezza

ceramica, quando dall'uscio di rincontro apparvero due signore.

--Ah, ecco le nostre donne!--disse il signor Francesco.--Ora Ella farà

un po' di conoscenze in famiglia.--

La prima che si avanzava era un bel tipo di donna attempata, coi

capegli brizzolati, ma la carnagione ancor fresca e lucente.

--Mia sorella Angelica;--ripigliò il signor Francesco.--Ella fa qui da

padrona di casa, poichè i miei figli hanno perduta la madre.--

E sospirò, il re della montagna, mentre Gino salutava.

La seconda che veniva verso di lui era più giovane di qualche anno,

bruna, dall'occhio ardito, dalle labbra tumide, indizio di bontà.

--Mia cognata Olimpia;--disse il signor Francesco.--Suo marito, mio

fratello secondogenito, verrà forse più tardi. Egli è alla serra, e

non c'è stato il tempo di farlo avvertire. Un altro mio fratello, il

più giovane di tutti, quasi giovane come il mio Aminta, non verrà,

perchè vive lontano da noi, a Sassuolo, per ragion di negozio.--

Gino salutava i presenti, e accennava del capo agli assenti. Gli

pareva strano, frattanto, che gli altri fossero presentati a lui, ed

egli a nessuno. Ma lassù comandava un galateo diverso, l'antico. Nelle

nostre case moderne i padroni sono altrettanti piccoli principi, a cui

bisogna far riverenza; nelle vecchie, o dove gli usi son vecchi,

principe è l'ospite, e a lui son rivolti gli omaggi di tutti.

Mentre egli pensava, un'altra figura di donna apparve nella sala.

Capitolo III.

Tra l'Ariosto e il Tasso.

Figura di donna, ho detto, e aggiungerò di donna giovane, quantunque

lo avrete già argomentato da certa disposizione di effetti, che del

resto è proprio casuale, e perciò senza merito mio. Quella giovane

donna veniva ultima nella sala da pranzo, perchè era l'ultima di fatti

nell'ordine gerarchico della famiglia e in quella legge della

precedenza, che non è solamente a Corte, ma si ficca un po' da per

tutto: perfino, che vi dirò?... perfino in un branco di pecore. Ma che

importa esser gli ultimi, per certi rispetti, se per altri ed

essenziali si può essere i primi? Quella figura di donna, apparsa

ultima nella sala, fu facilmente, trionfalmente la prima, agli occhi

del conte Gino Malatesti.

Come, direte voi, già a questi punti? Nossignori, non c'è già che

tenga. È permesso di ammirare, anche senza cadere innamorati sul

colpo. E poi, queste son sottigliezze che vanno lasciate in disparte.

In ogni ordine di cose c'è quel che si vede, e quel che si guarda; che

ci possiamo far noi? L'ultima di casa Guerri era di quelle che si

guardano.

Vorrei descriverla; ma le descrizioni sono così poco efficaci!

S'infilzano parole l'una a fianco dell'altra, si girano frasi, si

rigirano periodi, si riesce a far della prosa robusta, desolazione ed

abominio dei popoli. La descrizione, checchè faccia, non sarà mai la

pittura. Nondimeno, anche nei passaporti c'è il desiderio di dipingere

in qualche modo, e nessuno ignora che in una descrizione qual si sia,

certi tocchi particolari hanno la virtù di richiamare alla mente del

lettore una immagine piuttosto che un'altra. Quando, ad esempio, si

dice capegli biondi, capegli rossi, vengono subito agli occhi due tipi

distinti di carnagione, il bianco fino e pallido, o il bianco vivace e

lentigginoso. Se vi dicono capegli castagni, la carnagione vi si

offrirà subito agli occhi d'un bianco traente al bruno, non senza

riflessi dorati; se vi dicono capegli neri, d'ebano, o d'ala di corvo,

vedete prontamente una carnagione alabastrina e perlata. Così, per via

di naturali richiami e associazioni d'idee, il povero narratore si

aiuta.

Or dunque, non per voler descrivere, e molto meno per gareggiare con

la pittura, vi pregherò d'immaginare una figura di donna piuttosto

alta, snella, ma dal fianco prominente, su cui si disegna con castità

medievale ed incomincia ad abbozzar le sue pieghe una veste di lana

colorita a larghi quadri scozzesi. La vita risale tutta chiusa fino

alla radice del collo, donde esce e biancheggia una piccola gorgiera

di mussolina; le maniche, strette fino ai polsi, vi fanno sentire la

greca modellatura delle braccia. Nel complesso, eccovi una figura di

giovane castellana, a cui non manca che la borsellina di seta,

pendente da una cintura molleggiante di cuoio, per darvi l'illusione

perfetta.

Le mani son belle, e guai se non lo fossero, uscendo da quelle maniche

così strette. Il volto è di contorno romano, ma con lineamenti

raffinati, raddolciti dall'espressione moderna. Le sopracciglia son

nere, diritte, segnate senza fiacchezza, ma altresì senza le

esagerazioni del classicismo di seconda mano, e di sotto a quelle

sopracciglia gli occhi grandi sfavillano nerissimi, circonfusi di una

luce bianca azzurrognola. Nel naso profilato, nelle labbra di

vermiglio pallido, sottili di forma e a mala pena incurvate sugli

angoli, nel mento pieno e risentito, nella rotondezza eretta del

collo, il moderno antropologo vedrebbe una grande fermezza di volontà,

come nell'orecchio piccino e nella vivacità dello sguardo una rara

delicatezza di sentimento. Ma che dire della carnagione, che è pregio

essenziale nella bellezza femminile, tanto che senza di questo la

medesima purità dei contorni si riduce ad un accozzamento di linee,

felice sì, ma spietatamente geometrico? La dicono bianca come la neve,

sì, per seguitare l'usanza; ma come la neve, quando il primo raggio di

sole la tinge di rosa sulla vetta di un'Alpe. E questo, ancora, è

l'effetto da lontano; per descrivere la cosa veduta da vicino

bisognerebbe chiedere i paragoni alla superficie interiore di certe

conchiglie orientali; donde per altro si avrebbe l'idea di una durezza

vitrea, laddove sarebbe necessario rendere l'impressione del delicato,

del pastoso e del morbido.

Lettori, badate a me, qui si va fuori di strada. I nostri vecchi non

avevano tante sfumature di discorso, e quando vedevano una fanciulla

sul far di questa, sgranavano tanto d'occhi, esclamando: «Dio...

misericordioso, che bel tocco di ragazza! che occhio di sole!» Ciò è

volgare in parte, e in parte sbrigativo, lo so, ma per contro è

sincero. Ed una bella esclamazione, che dica lì schietto schietto il

senso fatto su di noi dalla vista di una bella persona, val più di

tutti gli artifizi del discorso, di tutte le ricercatezze della

parola, di tutte le capestrerie della frase.

I capegli della fanciulla, lo avrete già indovinato per la solita

associazione d'idee, erano neri nerissimi; ed anche lucenti,

riccioluti, come quelli del suo fratello Aminta. Ma se ne vedevano

pochi, di quei capegli maravigliosi, poichè il loro volume era

imprigionato in un gran fazzoletto di seta, rigirato a casco dalla

fronte alla nuca. Vi parrà una moda strana, ma il costume dei monti in

cui siamo vuol proprio così. È un costume antico, se permettete, e

s'accorda con ogni forma d'abbigliatura. Quando la testa è ben

formata, e ricca la capigliatura imprigionata là dentro, vi par di

vedere Minerva, con quel suo elmo ateniese, che tondeggia sul collo e

fa punta sulla fronte, lasciando libere a mala pena due ciocche di

capegli che scendano dalle tempie ad accarezzare le guance e a coprir

mezzi gli orecchi.

Bellezza, tu sei veramente la cosa più maravigliosa, il bene più

invidiabile che al mondo sia; nè l'ingegno ti vale, nè la ricchezza ti

agguaglia. Tu sei la forma divina che l'uomo intravvede, poichè

nell'interno d'ogni uomo c'è il principio d'un artista, che si

svolgerà o non si svolgerà, poco importa, ma che riconoscerà,

sentendola quasi istintivamente, una legge d'ordine e d'armonia, la

quale è da per tutto, ma in nessun'altra cosa si estrinseca meglio e

s'incarna, che in una figura di donna. L'ingegno, lo so, potrà

celebrarti degnamente; ma che serve? Tu sei egualmente, e puoi stare

senza inni di poeti, avendo le adorazioni d'una moltitudine che ti

sente e s'inchina. La ricchezza, so anche questo, può coprirti di

diamanti. Ma son proprio necessarii i diamanti? Non lo erano per

esempio alla fanciulla dei Guerri.

Infatti, lettori, ecco qua un punto per cui la nostra eroina non

somiglia a tante altre. Ci sono delle bellezze a cui stanno bene gli

ori e le gemme; delle altre, invece, che con questi amminicoli non

s'intenderebbero più. Gli antichi Greci diedero i pendenti di tre

gocce agli orecchi di Giunone, non agli orecchi di Venere, e meno

ancora agli orecchi di Minerva. Certe armonie delicatissime di forma

non sopportano frastaglio d'ornamenti; certe sfumature di tinta, pari

alle tenerezze giovanili dell'alba, sarebbero oppresse da tutto quel

luccichìo di brillanti, che fa un po' troppo ricordare i pendagli

cristallini dei lampadarii nelle feste da ballo. Ah, le bellezze di un

collo semplicemente vestito del suo candore e della sua morbidezza!

Signore mie dolci, seguite il consiglio di un ignorante; lasciate il

collare ai cani, agli uomini politici e alle bocce d'assenzio di

Neufchâtel. Quanto agli orecchini, pensate che un bell'orecchio

piccino e trasparente, vale tutti i brillanti dell'India e del Capo, e

che il non averlo neanche forato, come può fin d'oggi dimostrare

l'abbandono di una usanza selvaggia, così potrà essere un giorno il

contrassegno d'una classe più elevata.

--Fiordispina, la mia figliuola!--disse il signor Francesco,

presentando l'ultima venuta al suo ospite.

Gino fece una gran riverenza. E quantunque fosse colto da un senso di

maraviglia, non potè astenersi dal fare una delle sue solite

osservazioni. Egli osservò, infatti, che i nomi lassù erano tutti

presi dai classici. Il nome di Aminta veniva dal dramma pastorale del

Tasso; Fiordispina. Angelica, Olimpia, escivano dai canti

dell'Ariosto. Di nomi comuni egli non aveva sentito ancora che quello

del signor Francesco, del padrone di casa. Ma questo si capiva

facilmente, ricordando che nelle famiglie il primogenito suol prendere

il nome del nonno; donde avviene che due soli nomi si alternino per

parecchie generazioni, mentre per tutti gli altri nati di una casata

ci sia libera scelta, e in questa scelta la moda e i gusti particolari

trionfino. Lassù la moda non era giunta, o non aveva attecchito; i

gusti particolari favorivano l'Ariosto ed il Tasso. Gino Malatesti

s'aspettò di veder capitare da un momento all'altro Bradamante e

Clorinda, Ginevra ed Erminia.

Ma nessuna altra donna apparve nella sala da pranzo, e non fu neanche

il caso di veder comparire nessun Ruggero o Mandricardo. La famiglia

era tutta radunata, tranne quei due uomini, fratelli del signor

Francesco e da lui accennati poc'anzi, uno dei quali era alla serra, e

sarebbe capitato più tardi, e l'altro era a Sassuolo, nè sarebbe

venuto altrimenti.

Venne in quella vece il momento di prender posto a tavola. L'uso

moderno avrebbe portato di mettere la signora Angelica al posto di

mezzo, e il signor Gino alla destra di lei. Ma lassù regnava l'uso

antico, e il posto d'onore fu dato all'ospite, che ebbe alla sua

destra la signora Angelica, il signor Francesco alla sinistra.

Fiordispina sedeva accanto a suo padre; Aminta dall'altro lato, presso

la signora Olimpia; tutto il resto della tavola rimase vuoto, chè i

commensali non si potevano inventare, per compimento della scena.

Il pranzo fu copioso, in piena armonia con l'abbondanza dei principii.

Dominarono, come potete credere, i piatti di cacciagione, ma non

mancarono quelli di pesce, in un luogo così ricco d'acque correnti. E

a proposito di correre, i vini prelibati non furono lenti, come non

erano scarsi. A mezzo il pranzo, entrò nella sala il secondogenito dei

Guerri, e fu presentato col nome di Orlando. Evidentemente, quella era

una casa ariostesca, e il nome del nuovo venuto confermava la teorica

foggiata lì per lì da Gino Malatesti. Per il signor Orlando non c'era

che il guaio di essere stato innamorato di Olimpia, e di averla

sposata; ma come evitarlo, quel guaio?

Angelica era sua sorella, e se anche non lo fosse stata, avrebbe

dovuto amar piuttosto Medoro. Egli, poi, non avrebbe voluto cambiare

il suo nome in quel di Bireno, che fu il nome di un traditore. Il

signor Orlando, adunque, si era adattato a quel piccolo guaio, della

poca corrispondenza dei nomi, o non ci aveva neanche badato.

Innamorandosi d'una Olimpia, poteva anzi rallegrarsi, di essersi

imbattuto in un altro nome ariostesco, da tirare in famiglia.

Nomi ariosteschi, adunque, con qualche spruzzatina di Torquato Tasso;

ma tutt'insieme una famiglia patriarcale, in mezzo a cui si riposava,

espandendosi, lo spirito di Gino Malatesti. Il giovanotto, che aveva

già pensato tante cose e fatto tanti raffronti, non potè neanche

astenersi dal meditare su quel pranzo magno, alle falde del monte

Cimone, in quella casa di povero aspetto contadinesco, dove si era

immaginato di dover fare un pasto magro. Ora è chiaro che le lezioni

dell'esperienza debbano servire a qualche cosa, se l'animo che le

riceve non è foderato di sughero. Proprio allora il conte Gino fece

giuramento a sè stesso di non giudicar più dalle apparenze e di

aspettare in ogni cosa la fine.

Ma non aspettò che finisse il pranzo, per giudicarlo eccellente; che

questo gli sarebbe parso magnifico, anche senza tanto contrasto di

condizioni e chiaroscuro di circostanze, per cui dalla triste via

dell'esilio tra i monti era capitato davanti alla scodella di minestra

fuligginosa del mugnaio, e finalmente alla tavola ospitale dei Guerri.

Per i quali tutti egli ebbe parole di somma cortesia. Educato com'era,

esperto di tutte le delicatezze del conversare, Gino Malatesti innalzò

quel giorno tutte le sue piccole qualità aristocratiche al grado

superlativo. Voleva piacere a' suoi ospiti: unico modo di mostrar loro

la sua gratitudine.

--E dopo ciò,--diss'egli alle frutta,--triste cosa sarà dover andare a

Querciola.

--Ma sì, triste cosa!--ripetè il signor Francesco.--E si potrebbe

ancora, con sua licenza, o usando della libertà che gli anni

concedono, chiamarla una pazzia. A Querciola, mio signore, non troverà

nulla di ciò che è necessario per vivere, quando non si è taglialegna

o caprai. Non ha una casa laggiù dove ci sia una camera a mala pena

abitabile. Ci sarebbe quella dei Paoli;--soggiunse con atto di

concessione il signor Francesco, rivolgendosi al fratello Orlando.--Ma

i Paoli, che ebbero un figliuolo medico e professore di chimica

all'Università di Modena, vivono poveramente anche loro.

--Verissimo;--disse Orlando.--Ho avuto occasione di entrarci l'altro

giorno, per dire qualche cosa al vecchio Azzolino, Vuol crederlo? Non

c'era neanche una sedia che si reggesse sulle gambe.

--Eppure,--disse Gino, sospirando,--dovrò andare a Querciola. L'ordine

parla chiaro;--soggiunse, volgendo alla signora Angelica, sulla sua

destra, un discorso che era incominciato con la sua brava direzione a

Fiordispina, sull'estrema sinistra.

--L'ordine!--esclamò la signora Angelica.--C'è un ordine, per

Vossignoria?

--Ne giudichi Lei;--disse il giovane, cogliendo la palla al

balzo.--Gino Malatesti, figlio del conte Jacopo, di Modena, si recherà

a confine in Querciola, ed ivi rimarrà fin tanto che al nostro

Venerato padrone non piaccia disporre altrimenti. Così scriveva ier

l'altro a mio padre il signor direttore di polizia. Come ella mi vede,

signora Angelica, sono un condannato politico... e condannato

senz'ombra di processo.--

Ciò detto, gli parve di respirare più libero. Era finalmente venuto a

capo di palesare il suo nome.

La signora Angelica aveva fatto un gesto di commiserazione, ma non

aveva proferito parola. Il signor Francesco, capo della famiglia,

l'unico a cui sarebbe toccato di dire qualche cosa, era rimasto

pensieroso, e, forse per non essere obbligato a parlare, aveva in quel

punto afferrato il suo bicchiere di lambrusco, e lo tracannava d'un

fiato.

--To'!--disse Gino tra sè.--Son caduto in mezzo a duchisti. Il re

della montagna è un buon suddito di Casa d'Este, come mio padre.--

Per altro, se erano duchisti com'egli pensava, i Guerri non erano

scortesi coi loro avversarii, quando questi rivestivano la qualità di

ospiti, e le attenzioni di quella gente al forastiero nè crebbero per

il suo titolo conosciuto di conte, nè diminuirono per il suo peccato

egualmente conosciuto di cospiratore politico. La signora Angelica,

riavutasi certamente dalla prima sensazione spiacevole, parlò del

dolore che il signor Gino aveva dovuto provare, separandosi da suo

padre e da tutta la sua cara famiglia. Gino riconobbe che infatti il

dolore era stato a tutta prima fortissimo, ma che poi lo aveva

temperato grandemente un pensiero di riverenza per suo padre. Il conte

Jacopo era un fedelissimo suddito, e certamente, se poteva dolergli

che il figliuolo, per qualche atto o parola che accennasse ad altre

idee, avesse destato il sospetto dell'autorità, doveva anche

piacergli, che quel figliuolo andasse confinato tra i monti, anzi che

rimanere a Modena, sotto la vigilanza della polizia, e col pericolo di

dare altri argomenti alla severità del governo ducale.

--Dunque, signora mia,--conchiuse Gino,--bisogna ripetere col

proverbio antico, che tutto il male non vien per nuocere. Mio padre è

più tranquillo, ed io debbo esser felice della tranquillità di mio

padre. Infine, ho fatto il male, ed è giusto che faccia la penitenza;

una penitenza che, come vedo dai principii, non è punto

dolorosa!--soggiunse egli, ridendo.--Resta sempre la necessità di

andare a Querciola, lo so; ma per un buon vicinato si può anche

accettare una cattiva residenza. Ella mi ha detto, signor Aminta, che

Querciola è distante a mala pena un'ora di cammino dalle Vaie, non è

vero?

--Fortunatamente;--rispose Aminta.--E non credo che l'ordine del

governo le vieterà di passeggiare nei dintorni.

--Tanto più che io qui non avrò occasione di cospirare;--ripigliò il

conte Gino.--La politica è bandita dai monti.

--Eh, chi lo sa?--disse il signor Francesco, levando il suo bicchiere

nuovamente pieno all'altezza dell'occhio, e guardando attraverso il

cristallo la bella tinta del vino.--Se sui monti è aria libera, come

sfuggirne il contatto? come evitar la politica? Politica d'analogia,

lo capisco, ma sempre politica!--

Qui il conte Gino si avvide di non aver mantenuto il suo giuramento, e

di essere ricascato subito nel fallo di giudicare dalle apparenze.

Peggio ancora, si era mostrato scortese coi monti, dicendoli alieni

dalla politica, e il signor Francesco, pensatamente o no, aveva

rivendicata la loro nobiltà di sentire. Il monte è l'aria libera, è

l'abito, è l'istinto medesimo della libertà. Può dire altrettanto di

sè la pianura?

Ma il signor Francesco Guerri, avesse o non avesse rilevato il piccolo

e sicuramente involontario errore del suo ospite, si era tenuto con la

sua risposta assai alto, e proprio fra le nuvole, come qualche volta

usava fare il Cimone. Si sa, la politica del monte non è intieramente

quella del piano. Il conte Gino, del resto, anche senza badare a

quelle sottigliezze di distinzione, non reputò necessario di tirare il

re della montagna nei bassi strati delle applicazioni, delle

necessità, degli ostacoli, della ragione storica e della topografica,

in cui vanno spesso a battere e a naufragare i principii. Ricondusse

abilmente il discorso alla vita e alle costumanze della città, avendo

il piacere di tornar più gradito alle signore che lo ascoltavano.

C'è nell'uomo una inclinazione naturalissima a dir male degli assenti.

Ciò forse avviene perchè da lontano si vedon meglio le cose, e nella

natura umana c'è più da criticare che da ammirare. Gino cedette alla

tentazione, e disse male degli usi e delle mode cittadine:

garbatamente, si capisce, sfiorando l'argomento, passando dall'uno

all'altro come una farfalla spensierata, per il gusto di provar l'ali

e di farle risplendere al sole. Allora, lo ricordate, usava il

crinolino, quell'orrida gabbia fatta a campana, ma non tanto orrida

come la gobba d'oggidì, che fa parer le signore tanti dromedarii

rizzati sulle gambe posteriori. La critica del crinolino fece ridere

Angelica, Olimpia e Fiordispina. È forse vero che i nomi imprimano

carattere? Quelle donne che davano nei nomi loro l'illusione di essere

uscite dal mondo poetico dell'_Orlando Furioso_, non potevano

sicuramente non ridere delle goffe usanze del mondo moderno. E risero,

come avrebbe riso Elena, sulle rive del patrio Eurota, se il dottor

Fausto, scambio di parlarle il linguaggio eterno dell'amore, si fosse

fermato a descriverle certe fogge d'allora, verbigrazia quel cartoccio

da confetti che portavano sul cocuzzolo le donne tedesche del

Quattrocento.

E i cappellini, a proposito, i cappellini di quell'anno!... Le piume

di struzzo non si usavano più tanto; i fiori, partiti in due

cascatelle e piantati tra l'ala del cappellino e la guancia, erano

ancora in onore; ma i frutti accennavano già a voler prendere il posto

dei fiori. Una moda fresca fresca era quella dei grappoli d'uva alle

gote. Ne veniva la necessità di allargare a cerchio le falde laterali,

sicchè la faccia delle donne paresse una luna in quintadecima. Si

poteva dare di peggio? Ah, meglio, cento volte meglio, un fazzoletto

di seta rigirato intorno alle tempia!

--Vivaddio, se è una moda,--conchiuse Gino,--questa almeno si capisce.

Io intendo l'ornamento della persona, ma voglio che non sia tale da

aggravare, da trasformare la figura umana.

--Non è una moda, per altro; è una necessità del nostro

clima;--osservò Fiordispina.--Qui si è fuori di casa ad ogni momento,

e l'aria di questi monti è sottile.

--Ebbene, signorina,--riprese Gino, felicissimo di aver da disputare

un pochettino con lei,--veda come la necessità è stata più graziosa

della libera scelta. Ne è venuta fuori una foggia d'acconciatura, che

ha un solo difetto, quello di nasconder troppo i capegli, ma che

seconda benissimo i contorni della testa, non ne guasta le

proporzioni, non ne turba i rapporti con tutto il rimanente della

persona. Quel cappellino a cuffia, dalle ali larghe e tondeggianti,

che si usa laggiù, con tanta esposizione di erbaggi al posto degli

orecchi, e con quel gran fiocco di nastri sotto il mento, è una vera

iniquità. Le madonne bisantine non sono niente più goffe,

esteticamente parlando, dalle nostre signore, vestite all'ultima moda

di Parigi.--

Marchesa Polissena, e voi passavate per la Dea delle ultime mode,

nella città della Bonissima! La vostra immagine, aggravata

dall'aureola bisantina del cappellino a cuffia, coi grappoli d'uva

alle guance, col gran nastro diffuso in due larghe staffe sotto il

mento e in due non meno larghi capi pendenti sul petto, con la vasta

mantiglia di velluto, ornata di trine e di frange, scendente con ampio

giro sulla cerchia mostruosa di una veste che s'accostava al diametro

della campana maggiore della Ghirlandina, la vostra immagine, dico,

non si offerse in quel punto agli occhi di Gino Malatesti?

Pare di no. Il conte Gino, vivendo a Modena, nelle consuetudini

eleganti de' suoi pari, non aveva avuto mai occasione di meditare

sulle esagerazioni della moda. Solamente lassù, tra quei monti, dove

la bella natura regna sovrana e vuole ogni cosa accomodata,

proporzionata a sè, Gino Malatesti si accomodava, si proporzionava

all'ambiente anche lui; era perciò naturale che certe esorbitanze, non

vedute, o non osservate da prima, gli saltassero agli occhi, gli

strappassero dalle labbra una parola di critica. Le critiche, poi,

sono come le ciliegie; quistion di stagione per queste, e di momento

opportuno per le altre.

Era dunque dimenticata, per allora, la marchesa Polissena. Lo spirito

dell'uomo ha le sue interferenze come la luce del sole. E in quei

discorsi allegri parve anche dimenticata la storia del condannato

politico. I discorsi, finalmente, furono interrotti dall'arrivo del

prete, accolto a festa, mentre la bella Fiordispina preparava il

caffè.

--Don Pietro!--gridò il re della montagna.--A quest'ora si viene?

--Che dirle, signor Francesco? Sono stato chiamato in fretta, per il

mio ministero di pace.

--Ah!--disse il re della montagna, con accento di rammarico.--È stato

un caso grave?

--Speriamo ancora;--rispose il prete.--Ma siamo oltre i novanta.

--Si tratta del vecchio Lorini, dunque?

--Sì, e com'Ella vede, signor Francesco mio, i giorni possono dirsi

contati. _Morbus et ipsa senectus_. Ma non parliamo di cose tristi. Ho

fatta la mia corsa fin sotto a Monticelli, ed ecco la cagione del

ritardo.

--È venuto almeno in tempo per fare un brindisi;--disse il signor

Francesco.--Le presentiamo, caro Don Pietro, il signor conte Gino

Malatesti, di Modena. Egli ha voluto dirci il suo nome, ed abbiamo

saputo nel medesimo tempo che egli, per causa d'opinioni politiche, è

stato mandato a confine in Querciola.

--Brutto paese!--esclamò Don Pietro.--Perchè non alle Vaie?

--Ma sì!--ribattè il signor Francesco.--Glielo domandi un po' Lei.

Perchè non alle Vaie?

--Signori miei,--rispose Gino, sospirando,--se il nostro venerato

governo avesse saputo che Querciola era ad un'ora di cammino dalle

Vaie, mi avrebbe mandato anche più in là. Il confine che lor signori

avrebbero voluto per me, non sarebbe stato un castigo, ma un premio.

--Non gli faremo dunque saper noi quello che ignora;--rispose il

signor Francesco, ridendo.--E deve ignorarlo, sicuramente, se pensiamo

al conto che fa di noi montanari. Ma c'è anche il suo lato buono, in

questa sua ignoranza. Qui il governo si sente meno, ed anche ce n'è

meno bisogno. Qualche strada di più sarebbe desiderata, non lo nego;

qualche argine, qualche ponte, non tornerebbero inutili. Ma infine,

quel che occorre a noi, bene o male, lo facciamo coi nostri denari, e,

non chiedendo nulla, ci avvezziamo a non aver bisogno di nessuno. Ma

ritorniamo al nostro ospite. Don Pietro, Lei è oratore; faccia un

brindisi Lei, uno di quei brindisi che sono discorsi, e di cui Ella ha

il segreto.

--Perchè no? perchè no?--disse il prete, che non era insensibile alla

lode.

--Bravo!--gridarono le signore.--Ci faccia il discorso. Don Pietro!--

Fiordispina, presso alla quale si era seduto il vecchio ministro

dell'altare, gli versò il vino nel bicchiere. Don Pietro alzò il

calice, osservò attraverso il cristallo la bella tinta di topazio del

suo vino, lo fiutò da conoscitore provetto; poi, levatosi in piedi,

parlò in questa forma:

--Vin santo! O ben nomato, poichè mi reca una buona ispirazione!

Veramente, miei signori, il brindisi, usanza pagana, disdirebbe a un

sacerdote. Ma come è santo questo vino, non sono santi forse tutti i

doni della terra? E non è memoria nelle Sacre Carte che delle loro

primizie si facesse offerta nei luoghi eccelsi all'Altissimo? Anch'io

offrirò a Dio il liquore ch'egli ha infuso nel tralcio delle nostre

colline, e pregherò (si può infatti pregare da per tutto) e pregherò

al vostro ospite tutte le benedizioni del cielo. Sia salva la sua

casa; sia prospera la sua famiglia; siano adempiuti tutti i suoi voti.

--Tutti?--mormorò Gino, mentre s'inchinava all'augurio.

--Tutti, certamente!--rispose Don Pietro.--Non sono essi onesti e

nobili? E può il conte Malatesti averne di altra ragione? Possiamo noi

immaginare che ne abbia altri, conoscendo la cagione per cui egli è

venuto pellegrino quassù? Mi confido adunque nella rettitudine

dell'animo suo, ed offro i suoi voti, e domando e prego che siano

esauditi da Dio, nel suo gran giorno di giustizia e di pace. Non ha

egli fatto alleanza col suo popolo? Così possa esser vicino quel

giorno! Così possiamo anche noi vedere il nuovo Israele posar libero e

felice nelle sue sedi, da Dan fino in Betsèba!

--Ah!--esclamò Gino, che aveva capito... l'ebraico.

--Sì,--riprese Don Pietro, commentando la sua frase nella forma della

ripetizione,--dico il nuovo Israele. Non c'è qui una immagine di

popolo eletto? E non ce ne affida questo doppio raggio di gloria e di

sventura che illumina la fronte della patria? E l'aver tanto sofferto

non è segno di aver bene meritato da Dio? Esaudite, Signore, i voti

dell'ospite! Rivolgete i vostri occhi all'Italia!--

In quel momento, col suo calice levato, Don Pietro Toschi, parroco

delle Vaie, sembrava Melchisedec, il re sacerdote, quando offriva

l'olocausto all'Altissimo sovra il poggio di Salem.

Gli astanti erano commossi; Gino Malatesti aveva le ciglia umide. Si

levò tuttavia e rispose:

--L'augurio muove da un pensiero che non mi giunge nuovo in questa

nobile casa, quantunque io ci sia ospite da poche ore soltanto.

Ricorderò che il signor Francesco Guerri ha cortesemente raddrizzata

una mia storta opinione, dicendomi: «Se sui monti è aria libera, come

sfuggirne il contatto? come evitar la politica?» Mando un saluto a

quest'aria libera, dove non sono o non si conoscono tiranni, ed auguro

al mio paese di liberarsi dai suoi.

--E di non meritarne degli altri!--soggiunse Don Pietro.--Sia questa

la seconda parte del voto!

--Certamente!--rispose Gino.--Le ricadute son gravi, e noi ne abbiamo

fatta una triste esperienza. Speriamo che questa abbia insegnato

qualche cosa agli afflitti di quindici secoli. Ed ora, o signori,

permettete che io beva alla salute vostra, alla prosperità di questa

casa ospitale, che ho trovata sul mio cammino, come un'oasi benedetta

in mezzo al deserto. Signor Guerri,--conchiuse Gino, volgendo il

discorso al suo ospite, ma tosto mandando gli occhi in giro, fino ai

suoi figli,--poichè siamo nell'oasi, Dio prosperi le vostre giovani

palme.--

Una stretta di mano, ma vigorosa, fu il discorso del re della

montagna, in risposta alle parole affettuose di Gino Malatesti.

--Ella è un amico di casa, se ne ricordi.

--Ahimè!--disse Gino....--Che è ciò? Son sceso di grado?

--Perchè?--domandò il re della montagna, non intendendo lì per lì

l'allusione del suo ospite.

--Perchè, signor Francesco mio, dianzi era stato adottato per figlio.

--Ah, sì;--rispose il vecchio, sorridendo;--quando ignoravamo ancora

l'esser suo e non vedevamo in lei che la sua qualità d'ospite. Ma Lei

ha voluto farsi conoscere, ed ora sappiamo il suo nome e il suo

titolo.

--E per questo che Ella sa,--ribattè Gino Malatesti,--mi leva quello

che mi aveva accordato? Io me ne lagno, e chiedo alla regale

ospitalità delle Vaie di non mutar nulla dai suoi cominciamenti per

me.

--Sia pur come vuole!--rispose il signor Francesco.--Non è sua, la

casa? Prenda il posto che le piace, al focolare domestico dei

Guerri.--

La sala era vasta, e mentre i commensali, alzatisi da tavola, stavano

chiacchierando in un angolo, quattro fantesche, giovani e forti

montanine, sparecchiarono in un batter d'occhio. Gino si avvide del

cambiamento di scena, quando ogni cosa era fatta. Lasciato il signor

Francesco a discorrere col vecchio parroco, si accostò allora a

Fiordispina, e le chiese in grazia di far sentire qualche cosa sul

pianoforte, se, come aveva immaginato, era lei la musicista di casa.

La bella figlia dei monti arrossì un pochettino, ma non istette a

farsi pregare, come fanno le dilettanti della pianura; non si scusò

neanche con la solita ragione del non ricordare che musica vecchia,

ben sapendo che la vecchia è molto spesso la buona, e andò di buon

grado a sedersi davanti al suo Erard, di cui il conte Gino sollevò

prontamente il coperchio. Si fece silenzio nella comitiva, quando la

fanciulla dei Guerri alzò la ribalta e posò le dita sulla tastiera,

traendone i primi accordi, un po' timidi, ma precisi.

Il pianoforte è molesto nelle città, come tutte le cose delle quali si

abusa. C'è un modo di far soffrire il mio amico Arnaldo Vassallo:

basta suonargli la _Stella confidente_. Il pianoforte, strimpellato in

ogni luogo e a tutte le ore del giorno, è una vera afflizione

dell'umanità, e non si capisce come Mosè, che era profeta e poteva

prevederlo, non lo abbia fatto figurare tra le piaghe d'Egitto. Ma

questo istrumento, che è di tortura in città, può riescir di piacere

_in montibus altis_, dove manca ogni musica, anche quella dei grilli,

e dove infine, a mente fresca e serena, osservando le cose di questo

mondo da una sommità ragguardevole, sareste capace di riconciliarvi

col peggiore dei vostri nemici.

E le campane, del resto? Non succede lo stesso con le campane? Questo

sacro ma uggioso bronzo, che co' suoi rintocchi medievali urta i nervi

alle nostre generazioni ammalate d'emicrania, è piacevole in villa,

dove il suono si diffonde all'aperto, risvegliando pensieri di festa;

è giocondo, poi, è divino sulla vetta di un'Alpe, dove il suono vi

giunge affievolito, ma sempre argentino all'orecchio, senza che pur

vediate la chiesa e il campanile, perduti nella nebbia luminosa della

valle sottoposta.

Ritornando al pianoforte, non sarà mai considerato nemico un

istrumento come quello, se ne traggono suoni le dita di una bella

ragazza. Il pensiero melodico sarà di Chopin, o di Mendelssohn; ma

esso è passato nella mente di lei, dove vorreste regnar voi; ha

vibrato per tutti i suoi nervi, prima di tradursi in quella pioggia di

note.

Gino Malatesti, seduto accanto al piano, guardava. Guardava lei, si

capisce, e ad un certo punto la fanciulla se ne avvide, si confuse,

perdette il filo, e fece, come si dice volgarmente, un pasticcio.

--Ebbene, signorina?--diss'egli, vedendo che la suonatrice rimaneva in

tronco.

--Ah, non so più!--mormorò Fiordispina.--Non sono avvezza....

--No, continui, la prego!--

E c'era tanto arder di preghiera in quelle poche parole, che

Fiordispina ripigliò la suonata, andando fino alle ultime note senza

fermarsi.

Poi venne Don Pietro, che volle un motivo del Verdi, il coro famoso

dei _Lombardi_, e poi l'altro, non meno famoso, del _Nabucco_. Voi già

capite dove s'andasse a finire: con gli inni del Quarantotto. Don

Pietro Toschi era un quarantottista travestito.

Ora paiono cose dell'altro mondo; ma allora, nel periodo acuto dei

dolori italiani, era così, come io vi racconto. Tutti li avevano in

mente, gli inni del riscatto, e li canticchiavano tutti tra i denti.

Anche quando si diceva male del Quarantotto, de' suoi canti, delle sue

piume, delle sue coccarde e dei suoi discorsi in piazza, era facile

sentire nell'amaro della critica il dolce dell'amore profondo,

indimenticabile, eterno. Infine, si erano commessi errori su errori,

ma si era vissuti, si era allargato il cuore alle divine speranze, e

tutti i ceti, tutti gli uffici sociali, si erano fusi in quel sacro

entusiasmo. Anche Don Pietro Toschi, si era riscaldato il cervello;

aveva veduto molti giovani passare da Fiumalbo, per correre alla

Guerra Santa, e aveva gridato: «bravi! che Iddio vi benedica!» Poi

erano venute le disgrazie; ma la reazione, che aveva dilagato al

piano, non si era potuta spingere fino a quei monti, dove i cuori

erano uniti e le labbra chiuse. Qualche commissario, capitato lassù,

era stato affogato nel lambrusco dell'ospitalità.--«Brava

gente!--aveva dovuto riferire ai superiori.--Pensano ai fatti loro,

amano il vin buono, e lo fanno bere agli amici.»

Così la tirannide si spegneva, o rimetteva della sua ferocia in quegli

alpestri confini. Il monte Cimone non conosceva impiegati ducali, e i

suoi echi potevano liberamente ripetere le note degli inni

patriottici. Il conte Gino gustò molto quella musica. Conosceva quegli

inni, uditi da giovinetto; sentì che erano ricordati in onor suo, e

non si dolse davvero di una disgrazia che gli meritava quella

dimostrazione di stima affettuosa. Gran serata, che egli non si

aspettava certamente nel mattino, muovendo da Pievepelago! Il nostro

giovanotto aveva il cuore pieno, riboccante di affetto, di poesia e di

gloria.

Quella notte, nel letto ospitale dei Guerri, il conte Gino Malatesti

sognò grandi cose. Il duca di Modena era fuggito; la sua città natale

era libera, e giurava una lega con tutte le altre città italiane. Egli

poi, montato a cavallo, inseguiva il tiranno, fuggente come Serse a

Salamina, o come il Barbarossa a Legnano. Il conte Gino non era solo;

molti venivano con lui, tra gli altri suo fratello Aminta. E al fianco

gli galoppava Minerva galeata; ma l'elmo della Dea somigliava molto ad

uno di seta, che il conte Gino aveva ammirato il giorno prima alle

Vaie.

Capitolo IV.

La vita alle Vaie.

Venne il mattino, tiepido e fragrante mattino, uno di quelli che fanno

così grato il muoversi, quando non si sta bene in un luogo, o si spera

di trovar meglio, ma che per contro fanno così dolce il restare dove

il soggiorno è piacevole. E il conte Gino Malatesti doveva andare a

Querciola. Era l'obbligo suo, e lo aveva accennato ai signori Guerri,

prima di ritirarsi nella camera ospitale.

Perciò, all'alba del giorno seguente, erano già pronti due cavalli nel

cortile: i due cavalli che Gino conosceva, il suo del giorno avanti e

quello del signor Aminta, o, se piace meglio a voi, come piaceva al

conte Malatesti, di suo fratello Aminta.

Il signor Francesco, alzato anch'egli per tempo, diede il buon viaggio

al suo ospite. Ed anche il felice ritorno, come potrete immaginare,

poichè queste cose si dicono sempre. Le signore non si erano

presentate nel salotto, ma il conte Gino, come fu in sella, ebbe il

piacere di vederle apparire sopra un terrazzo scoperto, a fianco della

casa, e di mandar loro un rispettoso saluto. Tra esse, naturalmente, e

quasi sarebbe inutile il dirlo, era anche Minerva galeata.

I nostri due cavalieri, fatta una breve salita, andarono costeggiando

la montagna per un sentiero sassoso, all'ombra dei soliti cerri;

guadarono due o tre torrentelli, e dopo mezz'ora di cammino scopersero

le prime case di Querciola.

Veramente, il nostro Gino Malatesti non aveva scoperto nulla.

Querciola aveva i tetti di legno o di falde di pietra; e falde e

tavole, essendo tutte coperte di musco, si confondevano facilmente col

verde grigio della costiera. La scoperse Aminta e la indicò al suo

compagno di viaggio, che la distinse a sua volta ed intese non

trattarsi d'altro che d'una doppia fila di casipole, mezzo nascoste in

una piega del monte.

--Quella,--disse Aminta,--è Querciola sottana, e ci arriveremo in un

quarto d'ora.

--Come'?--esclamò Gino.--C'è ancora una Querciola soprana?

--Sì, un quarto d'ora di cammino più su, dietro quella macchia di

roveri.

--In verità,--disse Gino, ridendo,--non avrei creduto necessario che

ci fossero due Querciole. Una bastava, se non era d'avanzo.

--E dobbiamo andare a quell'altra,--rispose Aminta,--se Ella vuol

trovare un alloggio meno orribile degli altri, nella casa dei Paoli.

--Che! Non occorre;--disse Gino.--Orribile più, orribile meno,

sceglierò il più vicino.

--Ma badi!--osservò Aminta.--L'orribile più sarà orribile troppo.

--Ebbene,--replicò Gino,--che importa? Sia pure il peggio dei peggi.

Non debbo io anche interpetrare degnamente le intenzioni del governo

ducale? Mi vuol confinato a Querciola, in punizione de' miei peccati;

sarà edificato di sapermi ad alloggio nella Querciola peggiore. Anzi,

se non le dispiace, Aminta, la chiameremo sempre così: Querciola

peggiore, per non far onta ad un grazioso indumento di cui la

Querciola sottana è ben lungi dal ricordare la bianchezza.--

Si rise, a quella trovata, e l'allegria fece parere meno lunga la

salita. Quindici minuti dopo, come aveva detto il signor Aminta, i

cavalli giungevano trottando davanti alle prime case di Querciola

peggiore.

Il giovane Guerri conosceva tutti i capi di famiglia delle due

Querciole e non gli era difficile di trovare un alloggio per il conte

Malatesti, poichè tutti erano cattivi ad un modo, e non sarebbe stato

neanche il caso di scegliere. Si fermò pertanto alla prima del

villaggio, con grande soddisfazione del suo compagno, il quale promise

a se stesso che per sua propria elezione non avrebbe mai fatta la

traversata del paese. E questo si capisce benissimo, non essendo

bisogno di traversare Querciola, per uno che volesse andare alle Vaie.

La casa Mandelli, poichè questo era il suo nome, poteva chiamarsi

egualmente una catapecchia. Buono, per chi doveva abitarci, che la

scala era di fuori, tutta a lume di sole, poichè altrimenti non si

sarebbero veduti gli scalini, così rotti e sconnessi com'erano, e uno

meno pratico avrebbe potuto fiaccarcisi il collo. Gli usci

sgangherati, l'impiantito logoro, le mura con certe crepe lunghe fino

al tetto, raffidavano poco, facevano pensare che la vita dell'uomo è

sospesa pur troppo ad un filo. Pure, vedete, tanta è l'abitudine di

star lì, quelle case si tengon ritte. È vero altresì che quando

cascano, son mucchi di rottami, tra cui cerchereste inutilmente, tra

legno o pietra, due palmi di buono.

Casa Mandelli poteva appigionare una camera. C'era un letto, in quella

camera, e largo abbastanza; ma Gino Malatesti fremette involontariamente,

guardandolo. Ci sono dei letti terribili, anche senza pensare al romanzo

inglese che da uno di questi s'intitola; letti assassini, dove si

appiatta una banda sitibonda e famelica, banda invisibile nel giorno, ma

operante, e come! nel cuor della notte. Son là, i nemici striscianti e i

nemici saltanti; non sono lontani quegli altri che caleranno dal cielo

con la tromba, ma non a guisa d'angeli che debbano risvegliarvi per l'ora

solenne del giudizio, bensì di tormentatori esimii, che v'impediscano di

prender sonno, e vi lascino, vittima consapevole e invano repugnante, in

balia dei loro amici e commensali, dopo avervi succhiato essi medesimi

qualche oncia di sangue.

Il signor Aminta aveva tirato in disparte il padrone di casa e gli

stava facendo sottovoce un lungo discorso. Il conte Gino capì che egli

raccomandava al contadino qualche utile novità, per rendere abitabile

quel bugigattolo, e discretamente si tenne lontano; anzi andò verso la

finestra, da cui si aveva una veduta ristretta di cielo, ma per contro

abbastanza bella, per il verde intenso della montagna.

Poco stante, il suo compagno gli venne accanto, poichè aveva finito di

ragionare con quell'altro.

--Che cosa le avevo detto io?--incominciò.--Non si sta bene, a

Querciola. Ma oramai, sia bene o male, l'alloggio lo abbiamo, ed ogni

commissario che il governo ducale può mandare quassù ad accertarsi

della osservanza dei suoi precetti, troverà il condannato nel suo

carcere. Ma per ora, siccome Ella non è condannato a morire di fame,

venga a far colazione.

--Andiamo;--rispose Gino.--C'è un oste a Querciola?

--No,--disse Aminta,--ma Ella ha qui il suo cavallo.--

Il conte Gino sorrise, e solamente le buone creanze lo trattennero dal

fare una matta risata. La risposta del signor Aminta gli richiamava

alla mente gli esercizi del tedesco, insegnati col metodo

dell'Ollendorf.--«Avete voi veduto il mio caro zio?--No, ma io ho

trovato il vostro buon temperino.»

--Che c'entra il cavallo?--domandò egli allora.

--C'entra,--rispose Aminta,--per escire da Querciola e ritornare alle

Vaie. In un'ora siamo venuti quassù; in tre quarti d'ora saremo di

ritorno a casa.

--Ma, veramente....--balbettò Gino.--Non sarà un abusare della loro

cortesia?

--Che!--disse Aminta,--In primo luogo ci aspettano. In secondo luogo,

la farebbe magra, a star qui fin d'oggi, ed è già molto che venga a

dormirci stasera. In terzo luogo, spero bene che accetterà di venire

tutti i giorni a desinare da noi. È il desiderio di mio padre, che

aspettava per l'appunto a dirglielo quest'oggi.

--Tutti i giorni, poi!--esclamò Gino, confuso.

--Ebbene? Che difficoltà ci trova? Il cavallo sarà sempre a sua

disposizione qui sotto. Mi sono inteso col bravo Mandelli, perchè

faccia subito un po' di pulizia nella stalla, e credo,--soggiunse

Aminta, ridendo,--che la cosa gli riesca molto più facile dell'altra,

di mettere in assetto questa camera. Ella dunque non avrà che due

corse da fare ogni giorno: una per aguzzar l'appetito, e l'altra per

avviare la digestione. Badi a me, signor conte: in questi luoghi

bisogna andare, andar sempre; è l'unico rimedio per non morire di

noia, e per non diventar scimuniti.

--Capisco;--disse Gino.--Se non incontravo ieri la provvidenza dei

Guerri, povero a me! finivo male, con questa bella alternativa.--

E rimontò a cavallo e si avviò per la discesa, col suo gentilissimo

ospite, a cui propose subito di lasciare da banda le cerimonie,

passando dal noiosissimo _lei_ al grato e italianissimo _tu_. Del

resto, non era egli stato accolto come figlio, nella casa dei Guerri?

E non doveva trattare Aminta come un fratello?

Vi ho detto dianzi, quando eravamo nella casa Mandelli, che la veduta

era molto ristretta. Ma la prospettiva oramai si allargava, per il

conte Gino Malatesti. Di lassù, anche tra i cerri e gli abeti, vedeva

già tante cose in lontananza! La bella Minerva galeata, per esempio; e

mi pare che basti.

Così sempre avviene, del resto, e non c'è da maravigliare per questo

fenomeno di ottica, che è la cosa più naturale del mondo. Non sono

soltanto i colori, che hanno la loro sede nel nostro occhio, come

vogliono i fisici. Noi facciamo spesso la nostra prospettiva aerea nel

profondo del cuore, e non abbiamo mestieri dell'azzurro dei cieli,

quando il sereno è nell'anima nostra.

Gino fu accolto con gran festa alle Vaie. Come aveva trovato il

soggiorno di Querciola? Brutto, naturalmente; ma tanto meglio per i

Guerri, che avrebbero avuto la fortuna di vedere il loro ospite più

spesso. Si capisce che tornò in campo la proposta già fatta da Aminta,

e che il conte Malatesti credette obbligo di piccola cortesia

schermirsi un pochino, ma obbligo di vera riconoscenza accettarla. Per

intanto, volendo adattarsi agli usi della famiglia, ricusava di far

colazione. I Guerri pranzavano a mezzodì, e cenavano alle sette Erano

allora le dieci, ma Gino non aveva fame, poteva aspettare, sarebbe

stato felicissimo di aspettare il mezzodì. Per la cena, s'intende,

avrebbe dovuto contentarsi di farla a Querciola.

Tutte queste cose furono presto discusse e concertate. Poi il signor

Francesco e suo figlio Aminta si ritirarono, avendo qualche negozio da

sbrigare, e il conte Malatesti se ne andò in giardino, anche per

lasciar libere le signore di attendere alle faccende domestiche da

quelle buone massaie che erano certamente, e desiderose di dar occhio

a tutto nel governo della casa.

Poca cosa, il giardino, non essendo la stagione ancora molto

inoltrata. Quella primavera, il Cimone aveva raccorciato, ma non

buttato via, il suo mantello di neve, e le notti delle Vaie erano

ancora freddine, ma accanto al giardino scarno si vedeva la stufa, e

questa era piena di vasi d'ogni grandezza, disposti in ordine, a

scaglioni, tra cui si poteva passare comodamente, ammirando una bella

varietà di piante, anche delle specie più rare. Gino Malatesti ammirò

una graziosa raccolta di eriche, coi fiorellini fitti fitti, foggiati

a campanule bianche e vermiglie.

Mentre stava osservando quelle eriche, non sapendone il nome e la

provenienza, ma indovinandone il pregio, gli baluginò davanti agli

occhi la fanciulla dei Guerri, escita allora dal porticato della casa

alla luce aperta del giardino. Lasciò subito di guardare le piante e

si avanzò verso l'invetriata della stufa, per veder meglio la gloriosa

apparizione, che incedeva snella e leggiera tra le aiuole deserte di

fiori. Era essa il fiore del giardino, il giglio delle convalli, e la

sua bellezza verginale si accordava maravigliosamente con quella

dell'agreste natura.

--Bella ragazza, in fede mia!--disse Gino tra sè.--Chi sarà il felice

mortale che la sposerà? Mi pare che abbia l'età da marito, oramai. Ma

qui ci saranno partiti per lei? Questi re della montagna son ricchi,

sicuramente; ma le loro pretese, dato il luogo, non possono mica

essere troppo alte, o lo saranno solamente... sul livello del mare.--

Quella scappata del suo pensiero lo fece sorridere; ma non s'indugiò,

il pensatore, e riprese subito il filo del suo ragionamento.

--Bella ragazza, in fede mia!--ripetè egli, come per pigliar la

rincorsa.--L'uomo che la sposerà può dirsi fortunato fin d'ora. Ma

forse, come troppo spesso avviene, sarà un uomo che non intenderà la

propria fortuna. Questa fanciulla è un fiore alpino, ma cresciuto in

una stufa, come queste eriche maravigliose. Suona con grazia e

sentimento; conosce parecchie lingue; ha avuto certamente una

educazione inferiore a questo livello barometrico, ma superiore a

questo livello sociale. Dove sarà stata in conservatorio? A Modena, o

a Reggio; fors'anche da quest'altra parte, in una città di Toscana. Mi

pare d'indovinarlo da una certa rotondità di pronunzia, da una certa

scioltezza di frase. Questi fiori umani, educati con gran cura per la

vita elegante di una città, vengono ad avvizzir qua, tra boscaiuoli e

caprai. Povere fanciulle! Vivono in un ambiente che non dovrebbe più

essere il loro; risplendono inutilmente, nella delicatezza delle loro

forme, ad occhi che vedono grosso come quelli de' buoi; spandono

soavità di profumi per nari disavvezzate nel grave odore della terra

smossa. E qui, care angiole, fanno delle torte, come la Carlotta del

_Werther_, quando non lavano i pannilini al torrente, come la Nausicaa

dell'Odissèa. Sì, ma poi fanno anche dei figliuoli robusti e belli

come il signor Aminta, destri cavalieri e gran cacciatori, induriti al

sole dei campi e all'aria sottile delle Alpi. Buona razza montanara,

veramente italiana, all'antica! E infine, la vita non è meglio così,

con una mente sana in corpo sano? Ma allora, tra questi usi

patriarcali, a che serve la coltura dello spirito? Che sciocco son io!

Serve per chi l'ha, gli tien buona e fidata compagnia, lo aiuta a

vivere, facendogli intendere la rara bellezza di tutto ciò che lo

attornia. Io stesso, che ho studiati i classici, non sento più

profondamente il bello di questa natura agreste, e meglio che non

faccia il popolo che ci è nato? Bella fanciulla dei Guerri, salute a

voi! Possiate trovare la pace dell'anima su questi monti, goderne

l'aspetto e l'aria balsamica, senza desiderare di più! Possiate

trovare a marito un uomo non troppo zotico e materiale, che si mostri

degno di possedere la bellezza della vostra persona, intendendo meglio

la delicatezza del vostro pensiero!--

La montanara · 第 8 / 18 题