--Io, il Candriani, non voglio più vederlo!

Filippo sussultò, l'attirò al petto, e baciandola rispose con calma:

--Ho capito. Non lo vedrai più!

XI.

Il conte Filippo Vagli e il conte Berto Candriani, col pretesto d'un

diverbio politico, si batterono alla sciabola tre giorni dopo la visita

di Berto a Loredana. Al Candriani toccò un colpo di figura interna, che

partendo dall'orecchia destra, gli tagliava il naso, le labbra, il

mento; Filippo, a causa dell'incontro avvenuto in quell'attimo, ebbe una

sciabolata all'avambraccio destro, lunga ma non profonda.

Loredana quando vide in quel pomeriggio freddo e nebbioso tornar Filippo

col braccio al collo, diventò come pazza; correva da una camera

all'altra, gridando e piangendo; era stata lei la causa del duello;

Flopi s'era dovuto battere per lei; ella era la sua maledizione; già

tanti danni aveva avuto dal suo amore, già tanti dispiaceri, e oggi

anche un duello, una ferita, oggi anche il sangue aveva dovuto dare!

Il chirurgo che accompagnava Filippo le assicurò che la ferita del conte

non era grave; Filippo e Clarice furono attorno alla giovane per

confortarla; ma essa era così sbigottita, coi capelli sciolti e gli

occhi dilatati dallo spavento, che il medico dovette occuparsi prima di

lei che del suo ferito.

A poco a poco, quasi svegliandosi da un terribile sogno, Loredana si

rimise e cominciò a credere che Filippo non fosse minacciato da morte

imminente. Ma non appena il chirurgo si congedò, essa volle udire il

racconto della scena, e Filippo dovette raccontare, mentre Clarice

Teobaldi pensava alle più belle pagine del teatro melodrammatico.

--La conclusione si è,--terminò Filippo,--che io intendo partire non

appena mi sarà possibile. Questo duello farà troppo chiasso. Andremo a

Roma a passar l'inverno: lasceremo qui Clarice a vigilare la casa, e

torneremo a primavera....

La signora Teobaldi sentì il dispiacere del futuro distacco, temperato

dalla soddisfazione di quell'incarico di fiducia, e pensò che Filippo

era veramente un eroe.

--Mi dispiace per Berto,--soggiunse il conte.--Gli è toccato un colpo

crudele, ma non potevo misurarlo. Del resto, la lezione gli insegnerà a

tener la lingua tra i denti.... e a rispettar l'amicizia.

Filippo non s'era ingannato, prevedendo che il duello avrebbe fatto

chiasso. Per tutto il giorno dovette ricevere amici nel suo studio, i

quali venivano ad assicurarsi che non era gravemente ferito. In città il

fracasso era enorme, e quelli che ne sapevano meno erano i più esatti e

più sicuri nel raccontar particolari.

Non si trattava del solito pettegolezzo, qualche volta campato

interamente in aria, sempre mormorato con grazia; era un'onda di ciarle

e di commenti fragorosi che dilagava per tutto, nei caffè, nei teatri,

nei salotti.

L'aristocrazia veneziana, la quale conta forse i nomi più classici del

mondo, s'angustiò per quell'incidente di cui si sapevano anche le cause,

perchè il pretesto del diverbio non aveva ingannato nessuno. Da anni a

Venezia non avvenivano duelli se non tra giornalisti; una cordialità

simpatica legava i signori l'uno all'altro, e la più squisita cortesia

presiedeva ai loro convegni, tanto che al momento di trovare i padrini,

Filippo e Berto avevano incontrato non poche difficoltà, perchè gli

amici di quello erano amici di questo; Filippo aveva scelto due

ufficiali di marina giunti da poco a Venezia, e Berto due ufficiali di

cavalleria che stavano a Padova.

Il conte Roberto e la contessa Bianca furono costernati all'annunzio; nè

l'uno nè l'altra avrebbero imaginato che Filippo giungesse a tanto per

la «monella»; e l'uno e l'altra, d'intesa, fecero comprendere la loro

riprovazione ostentando di non voler parlare dell'accaduto e trascurando

di chiedere notizie del nipote e del figlio.

Era lo scandalo; lo scandalo aperto, irrimediabile, gigantesco; perchè

sapendo che Filippo si era battuto per una donna, e non già per la

politica come voleva dare a intendere, nessuno pensava che questa donna

non l'avesse tradito, ch'egli non l'avesse sorpresa fra le braccia del

Candriani, ch'egli insomma non avesse fatto una brutta figura. Il nome

di Loredana correva per le strade, e la curiosità interribiliva.

Loredana! Chi era? Dove l'aveva trovata? Che cosa faceva prima di darsi

al conte? Era quella del bagno di latte e delle fragole? Ah era quella!

Allora la medesima che una sera al teatro Goldoni civettava col

Candriani; che sfrontata! Mantenuta dell'uno, andava a teatro con

l'altro! Filippo spendeva un patrimonio per coprirla di seta e di

gioielli ed essa lo ricompensava a questa maniera; la colpa era di

Filippo, che doveva aver perduto la testa. Chi l'avrebbe detto, lui così

pronto una volta a cambiar d'amanti, così garbato e accorto, così

scettico ed egoista! È proprio vero che il gatto, all'ultimo, vi lascia

lo zampino; Filippo doveva essere invecchiato; questo amore aveva tutta

la goffaggine d'una passione senile.

Non parliamo del Candriani, tanto ben ricompensato della sua amicizia;

per poco Filippo non gli aveva portato via naso, orecchia e labbra in un

colpo solo; ad ogni modo il povero Berto rimaneva sfigurato per sempre;

la cicatrice era spaventosa; venti punti di sutura; ma che venti?

trenta, o quaranta; un macello.... E intanto Filippo s'era giuocato per

quella donna l'eredità dello zio, una diecina di milioni; lo zio l'aveva

avvertito più volte, l'aveva pregato e scongiurato, e finalmente aveva

perduto la pazienza. Chi poteva dargli torto? Era un vecchio onesto e

semplice, che non voleva pasticci in famiglia.... E quell'altra, la

madre, la contessa Bianca, quale conforto aveva dal figliuolo, ch'ella

voleva accasare! S'era trattato di matrimonio con la contessina Cafiero;

no, con la Fioresi, una ragazza che gli avrebbe portato, anche lei, una

diecina di milioni; ma Filippo aveva mandato all'aria ogni cosa; e in

tal modo, dieci della fidanzata e dieci dello zio, erano ormai venti

milioni sfumati.

Qualcuno osava una parola in difesa di Filippo, ma era peggio.... Come

difenderlo? Figurarsi: permetteva che la sua mantenuta si facesse

chiamare contessa Vagli; in tutti i negozii di Venezia, per contessa

Vagli s'intendeva non già la veneranda contessa Bianca, ma quella

ragazza; e una volta la contessa Bianca s'era vista portare a palazzo

una scatola di trine e piume, ch'eran destinate all'altra; anzi più

volte i fornitori sbagliavano, e mandavano da pagare alla contessa

Bianca le note della ragazza. Una commedia, una farsaccia, permessa,

voluta da Filippo, che neanche rispettava più il nome della famiglia....

Come si poteva difenderlo?... Tutti a questo mondo han fatto le loro; a

tutti piacciono le donne; ma c'è maniera e maniera. Un avvocato diceva:

«Nisi caste saltem caute»; il buon gusto, la decenza, non si devono mai

offendere; e da gente, poi, che ha obblighi sociali e dovrebbe dar

l'esempio.... Se così faceva un patrizio veneto, si poteva imaginare che

cosa avrebbe fatto qualche povero diavolo, un facchino della Marittima,

un plebeo....

E a proposito di plebei, che cosa era quella sua amante? La chiamava

Loredana, lui, per rialzarla; ma veniva dal basso, era uno _scialletto_,

nè più nè meno che un'infilatrice di perle a Castello; pensate che

educazione poteva avere e che linguaggio; ma faceva ogni giorno un bagno

nel latte. È per questo che la dicevano tanto caritatevole; distribuiva

ai poveri il latte che le era servito pel bagno. Quanto alla bellezza,

poi, a Venezia se ne potevan trovare mille, diecimila più belle; bastava

guardarsi intorno, e giusto a Castello e a Cannaregio v'eran certi

musetti, si vedevan certi occhi e certe capigliature; la Resi, per

esempio, e la Nana, e quell'altra, quella bionda, la Màlgari; e nessuno

si pensava di portarsele a casa, di rinunziare a venti milioni, di

chiamarle contesse, e di metterle in conserva nel latte. Ci voleva

proprio un patrizio, e un patrizio come Filippo, per queste

minchionerie!

Filippo rimase schiacciato sotto quella valanga. Caldo per ira e per

gelosia, aveva provocato Berto, senza prevedere che la responsabilità

dell'avvenimento sarebbe andata a battere contro Loredana, la quale ne

usciva compromessa irrimediabilmente; e compromettere una donna era per

Filippo azione così vigliacca e stupida, ch'egli spasimava d'esserci

involontariamente incappato. Tutto il fango della strada, l'ira degli

uomini, l'invidia delle femmine, si sollevava e ricadeva sull'amante

sua.

Era una cosa spaurevole. Fra gli amici venuti in quei giorni a trovar

Filippo fu il conte Alvise Priùli, un vecchio d'oltre sessant'anni,

dalla vita cristallina, maestro di cortesie, oracolo in materie

cavalleresche, franco nel parlare.

--Ti sei cacciato in un ginepraio,--egli disse a Filippo.--Perchè non

consigliarti con qualcuno, prima di agire?... A provocare e a battersi

v'è sempre tempo. E tu sai che quando c'è di mezzo una donna, chiunque

ella sia, un gentiluomo deve evitare duelli e scenate fin che gli è

possibile....

Filippo, col braccio al collo, passeggiava nervosamente per lo studio,

angusto alla sua furia. Si arrestò innanzi al vecchio che aveva candidi

capelli e faccia rosea:

--Che cosa dicono?--chiese avidamente.

Il conte Alvise fece un gesto desolato.

--Un disastro,--rispose.--Tutto quello che puoi imaginare di più

antipatico, di più losco, di più sciocco; è una vera orgia di

contumelie....

--Contro di me?

--Contro di te, e contro la signora, voglio dire la signorina, insomma

la tua amica.

--Per esempio?--incalzò Filippo.

--Che esempio!--esclamò Alvise sorridendo.--Non è il caso di darti

esempii; anche tu sai che cosa è la folla quando si sbizzarrisce a

inventare e a deridere.

Filippo battè i piedi a terra, riprese a camminare, e camminando disse:

--Che cosa mi consigli? Che cosa devo fare, Alvise? Bisogna ch'io ne

esca....

--Io ti consiglio di cambiar aria,--disse Alvise.--Fa un viaggio, un bel

viaggio lungo. Se tu rimani, finisci per batterti altre venti volte, e

lo scandalo cresce. Del resto, come puoi pigliartela con gli anonimi?

Tutti parlano ora che ti sanno chiuso in casa; pròvati ad uscire e non

avrai che strette di mano e sorrisi....

--Ipocriti! Vigliacchi!--esclamò Filippo.

--Ma no, caro, hai torto,--osservò prontamente Alvise.--Il mondo è

fatto così; non intende aggredirti di fronte, perchè gliela faresti

pagare; aspetta che tu volti le spalle. E in questo, Venezia, Parigi,

Londra, Pechino, sono una città sola....

--Dunque un viaggio, tu dici?--riprese Filippo, fermandosi un'altra

volta davanti al vecchio amico.--Io aveva pensato di passar l'inverno a

Roma....

--No, no, un viaggio. A Roma si sa tutto, come a Venezia; figùrati se la

Montegalda, la Fioresi, e venti altre, se di Spinea e lo stesso

Candriani non hanno scritto agli amici di laggiù! E ciascuno a modo suo.

--Come sta Berto?--domando Filippo.

--Bene, puoi imaginare. Gli hai cambiato faccia, ma non sono avvenute

complicazioni, e se la caverà in un mese o poco più....

Filippo tacque, guardando a terra.

--Me l'aveva fatta grossa,--mormorò poi.

--Sai che è un caposcarico; potevi parlargli e persuaderlo a non

molestare la tua amica. E anche la tua amica, via, confessiamolo, doveva

essere più prudente, metterlo alla porta alla chetichella e non dirtene

nulla.

Filippo scosse la testa.

--Loredana non ha alcuna colpa,--ribattè.--È abituata a dirmi tutto; e

se l'avesse messo alla porta, io non me ne sarei avveduto e non avrei

chiesto spiegazioni? Era il solo che veniva a trovarci, e ci voleva poco

ad accorgermi che non c'era più!... E la mamma e lo zio, che cosa

dicono?

Il conte Alvise fece un altro gesto in aria, più desolato del primo.

--Non ne parliamo, caro Flopi!... Credo che Roberto pensi a fondar col

suo denaro un istituto di beneficenza....

Filippo sorrise.

--Gliel'ho consigliato io!--disse.

--Bravo!--esclamò Alvise.--Non ti conoscevo come benefattore

dell'umanità. Quanto a tua madre, povera donna, questo è un colpo, è un

colpo grosso.... Sai le sue idee, anche in materia di duello; e qui poi

si tratta d'un duello inutile, d'uno scandalo gigantesco.

--Povera mamma!--disse Filippo, meditabondo.

--Dovresti scriverle chiedendole perdono,--suggerì Alvise.--Non ti

risponderà, ma la lettera la calmerà un poco, e servirà a prepararti un

colloquio.

--Le scriverò; è una buona idea,--dichiarò Filippo.--Quanto a colloquii,

non ne avremo: essa mi chiede ciò che io non voglio concederle,

l'allontanamento di Loredana. Non voglio e non posso: tu capisci che se

oggi, quando è aggredita da tutta una folla, da tutta una città,

mettessi Loredana sul lastrico, sarei un farabutto....

--È giusto,--convenne Alvise.

Altri amici sopravvennero, e Filippo li interrogò, e da ciascuno ebbe la

conferma che lo scandalo dilagava, che in alto e in basso, nel salotto e

nell'osteria, ancora non si parlava se non del duello; qualche amico più

addentro nella confidenza di Filippo ripetè, attenuando, i discorsi che

correvano, e anche attenuati, specialmente per Loredana, erano

oltraggiosi e provocanti....

Le visite si susseguirono fin quasi all'ora del pranzo; e Filippo ne

uscì in uno stato di fredda disperazione. Piegò il capo sul braccio

sinistro appoggiato alla tavola, e restò immoto a pensare.

XII.

A pensare; ma non seppe mai quanto rimanesse in quella positura.

Lievemente, con un passo che il tappeto smorzava del tutto, Loredana

entrò nello studio verso le otto, per chiamar Filippo a pranzo. Ella

sorrideva, perchè da qualche giorno era certa della guarigione

dell'amante, e quel viaggio a Roma, di cui s'era parlato, le piaceva

molto. Intorno a Roma avevan ricamato mille fantasie l'estate innanzi, a

Sirmione, poi non se n'era fatto più nulla per le vicende susseguite.

Loredana si fermò di botto sul limitare, e fu per mandare un grido.

Filippo era seduto, con la testa reclinata sul braccio, immobile.

La giovane accorse, gli toccò una spalla, ed egli alzò il capo

sussultando.

--Che c'è?--disse.

Loredana vide ch'egli aveva gli occhi lucidi di lagrime, e ne rimase

sbigottita.

--Hai pianto?--chiese.--Flopi, hai pianto? Che cosa è avvenuto?

L'amante scosse la testa, infastidito e confuso.

--No, no,--disse,--non ho pianto....

--Sì, hai gli occhi rossi e umidi.... Che cosa è avvenuto, in nome di

Dio?

Filippo si alzò, fece un giro per la camera, silenzioso, mentre Loredana

lo guardava attonita, quasi non lo riconoscesse; ella avrebbe potuto

imaginare nei suoi sogni qualunque cosa strana, ma non avrebbe imaginato

mai di dover vedere un giorno il viso di Filippo bagnato dalle lagrime;

questo spettacolo superava tutto che di più orribile e di più

straordinario ella poteva sognare....

--Dimmi che cosa hai!--insistette.--Per carità, Flopi, non farmi morire

di spavento; rassicurami, dimmi una parola, non esser crudele a questa

maniera....

Filippo s'arrestò nel bel mezzo della camera.

--Che cosa ho?--disse.--Non ne posso più, ecco! Ho tutta la città contro

di me, tutti i parenti, tutti gli amici, tutti gli sconosciuti, tutti

gli sfaccendati, tutti, i ricchi e i poveri, i buoni e i cattivi, tutti

sono contro di me. Questo duello ha sollevato uno scandalo senza

esempio, e ha coperto di fango me e te. Io sono un vanesio che

compromette le donne, un «trombone» come dicono a Venezia, e tu una

sgualdrinella, e i nostri nomi sono popolari.... Ah sì, popolari

ormai!... Nelle taverne ci conoscono come nei palazzi, e non abbiamo

uno, un solo che ci difenda! Hai capito, Lori, che cosa ho? Un uomo non

può combattere contro la folla; sono stritolato da una tempesta che ho

sollevato io; non mi posso muovere, perchè la folla son tutti e non è

nessuno.... Chi prendere? A chi chiedere ragione? Che cosa devo fare? Io

non lo so; Priùli mi ha detto di fare un lungo viaggio, e sta bene, ma

poi? Dovremo tornare, non potremo viaggiar tutta la vita, e rimettendo

il piede a Venezia, io sarò il «trombone» e tu la sgualdrina.... È

odioso, Lori! Non mi sono mai perduto d'animo, non ho mai piegato, fin

che si trattava di discutere coi parenti; ma oggi non so dove dar la

testa, perchè ho di fronte una città, l'intera città, ti dico, nella

quale il pettegolezzo è un'arte, la sola rimasta a questi cialtroni.

Capisci, Lori, che cosa ho? Non ne posso più, non ne posso più, non ne

posso più!...

Loredana aveva capito; aveva chiaramente e interamente capito.

Dopo il primo senso di terrore e di smarrimento, la giovane stava come

agghiacciata, rigida e muta. Aveva compreso; Filippo era vinto; non si

poteva chiedergli di più; perduta la famiglia, aveva resistito; perduta

una fortuna, aveva resistito. Ora, davanti al ridicolo, davanti ai

ghigni della moltitudine, davanti alla gazzarra, allo scandalo osceno,

davanti al disonore--non lo accusavano di compromettere le

donne?--Filippo era vinto, e piangeva. Lei, con la sua leggerezza

incredibile, lo aveva lei con le sue mani spinto in quell'abisso.

Ella rimaneva a testa china, le braccia pendenti lungo il corpo.

Filippo la vide e le si avvicinò.

--Scusami,--disse.--Scusami, Lori. È stata una debolezza imperdonabile,

la mia; non dovevo affliggere anche te. Ora è passata.... Faremo un

lungo viaggio, ti piace? Prima a Costantinopoli, e là poi decideremo

dove andare: io posso rimanere assente anche due, tre anni. Odio

Venezia, ormai, non mi ci posso più vedere! Non mi rispondi, Lori?

Ella non rispondeva: aveva capito e stava pensando che cosa dovesse

fare, che cosa il suo amore chiedesse da lei, e tutto le pareva orrendo.

Cercava dentro il cuore l'energia per il domani, e sentiva il cuore

gelido, come pervaso repentemente da un veleno mortale.

--Non mi rispondi?--chiese Filippo di nuovo.--Guardami, non sono più

triste; ha ragione Priùli: un lungo viaggio ci farà dimenticare, e

intanto saremo felici. Condurrò con noi anche la Teobaldi, il povero

folletto, e la faremo cantare.... Che ne dici, Lori?

Ella non rispondeva. Il suo amore era finito. Bisognava far qualche

cosa, non si poteva accettare il sacrificio ultimo dell'uomo che aveva

sacrificato già tanto; l'amore, l'amore vero, voleva da lei qualche cosa

di più.

--Va bene,--disse fievolmente, per dire.--Va bene, Flopi. Ora guarisci,

perchè non puoi partire così; e dopo decideremo tutto.... Va bene....

Sì, anche Clarice; la faremo cantare....

Tacque subito per non dare in uno scoppio di pianto, in un urlo di

dolore.

--È tardi,--soggiunse.--Andiamo a pranzo....

A tavola li aspettava, come al solito, la signora Teobaldi, la quale

aveva preparato un discorso intorno a certe opere che si davano alla

Fenice, e voleva esprimere alcuni giudizii categorici sulla musica

moderna, sulla morte del bel canto.... Ma rimase esterrefatta vedendo

Lori e Flopi; il conte pallido come un cadavere; la ragazza pareva

intormentita. Mangiarono in silenzio, senza guardarsi; Filippo e

Loredana anzi, dimenticavano spesso di mangiare e restavano con gli

sguardi perduti nel vuoto. Piero cambiava le posate, senza che il conte

avesse toccato cibo; anche Piero era costernato per quello spettacolo di

tristezza. Certo, era avvenuta qualche sciagura; ma dove, ma quando, se

proprio quel giorno nessuno era uscito di casa, se proprio quel giorno

non era arrivato nemmeno un telegramma? Il conte aveva di tanto in tanto

un fremito subito contenuto; ripensava alla folla che correva le strade,

trascinando il suo nome e il nome di Loredana; gli pareva d'udir le

sghignazzate degli oziosi maligni.... La fanciulla, inerte, con un gran

freddo dentro, si rivolgeva alcune domande angosciose, alle quali non

trovava risposta.

Subito dopo il caffè, il conte le baciò la mano e si ritirò.

Clarice e Loredana rimasero sole, innanzi alla tavola, che Piero,

interamente smarrito, aveva dimenticato di sparecchiare. Un grande

silenzio, un silenzio d'angoscia invase la sala; non si udiva fuori se

non la cantilena monotona della pioggia che cadeva fitta e instancabile

da più ore.

--Contessa,--mormorò Clarice con voce supplichevole.--Contessa, mi

dica....

Ma Loredana rabbrividì da capo a piedi, come un'aspide l'avesse morsa.

Guardò la vecchia amica dalle terribili sopracciglia al nerofumo, la

buona donna che le era sempre stata al fianco, i tristi giorni e i

lieti. Una raffica di vento sfiorò la casa fra le tenebre e fece

traballare i cristalli alle finestre.

La giovane stese le braccia nel vuoto. Perdutamente, con uno scoppio di

pianto, disse:

--È finita!... È finita!... È finita!...

XIII.

Per le calli e le callette per le quali la plebe, il popolo, la

borghesia si dan di gomito e i ragazzi sgusciano da ogni parte e la

gente va, accodata qualche volta a una coppia lenta e pigra, che sbarra

tutta la strada, Loredana si recò da sua madre.

L'alito di quella vita intima le soffiava in volto; finestre di case

spianti le case di faccia; dalla soglia d'un negozio dov'erano appesi

stoccafissi secchi, le parole e le bestemmie che al suo passaggio si

tramutavano in madrigali grossolani; più là, in alto, un'esposizione di

panni variopinti e teste di donne che si affacciavano a guardarla; per

quest'altra calle, un facchino rotolante una botte vuota e il codazzo

di monelli che correvano a dar mano per arrestare d'un tratto il viavai

e obbligare i passanti a farsi contro il muro o a ripararsi dentro le

porte. Una baruffa di femmine armate di ciabatte, lo scialle scivolato

dagli omeri raccolto sotto il gomito sinistro, e una bordata d'ingiurie

metaforiche furono, presso la sua casa, gli ultimi incidenti della

corsa; e Loredana salì, l'anima chiusa da una malinconia infinita. Era

stanca.

Lo spettacolo della miseria morale e materiale del popolo non l'aveva

mai colpita come in quel giorno in cui il suo cuore era vinto da uno

sconforto immenso. Tutta la vita non le pareva se non una trama di

dolori, di cose turpi e infami, di giunterie e di volgarità, un torrente

di fango al quale gli uomini devono abbeverarsi. L'illusione li sorregge

un poco e li guida; poi d'un tratto l'orribile sapore avvelena la bocca

e i bevitori si svegliano allo sconcio inganno.

Anche in casa di sua madre, non sapendo raccapezzarsi tra le mille

storie che correvano le vie, le amiche avevan filato caligine; tanto che

se non fosse stata la ritrosia e quasi il pudore di varcar quella

soglia, la signora Emma sarebbe andata lei da Loredana a chieder

notizie.

La giovane raccontò a sua madre tutto quello che era seguito: Emma

impallidì, quando apprese che Filippo aveva pianto.

--Ahi, povera mia Lori!--esclamò.--Non hai avuto un'ora di bene, non un

giorno di pace, dacchè hai abbandonato la tua casa!... Ah, Lori, Lori,

quale rovina! E doveva finire così; il conte non può resistere più a

lungo, non può disconoscere sua madre per te!...

--Parole inutili!--interruppe Loredana.--Se veramente non avessi fatto

altro che soffrire vicino a lui, non soffrirei tanto ora! Sono stata

felice, felice, capisci?... Che dirti?... Sono felice anche oggi, che

egli è con me.... Sono stata felice sempre, perchè egli era forte, e

avrebbe vinto! Mi guardi? Non sapete amare, e non mi comprendete!...

Flopi sapeva amare; ma l'hanno ferito, infangato, tormentato, e non può

più lottare.... E quel Candriani, quel maledetto!... C'è una sola buona

cosa in tutto questo, vedi, mamma?... C'è che Flopi gli ha dato una

sciabolata spaventosa....

--È dunque vero?--interrogò Emma.

--Una sciabolata così pesante, così piena, che lo ha sfigurato per

sempre. Ne ho piacere: gli ha tagliato la faccia dall'orecchio al

mento.... Vada, ora, a fare il bello con le donne degli altri! Ah, di

Flopi e di me non può più dimenticarsi! Ne ho piacere, ne ho proprio

piacere!

Emma non disse nulla. Si poteva perdonare alla giovane la ferocia di

quel compiacimento per l'umiliazione d'un nemico insidioso.

--E oggi?--chiese dopo una pausa.--Il conte è sempre così triste?

--Stamane ha ricevuto una lettera anonima carica d'ingiurie sciocche, e

ciò l'ha fatto ridere. Ma è un altr'uomo; conta le ore che mancano alla

guarigione, perchè vuol partire; gli amici lo disturbano, è nervoso e

irascibile; sembra abbia paura della città, di se stesso, di qualche

cosa ch'egli medesimo non sa.

L'amore di Loredana · 第 14 / 17 段