Berto Candriani, una sera a pranzo, aveva detto sbadatamente, innanzi a

Loredana, che non si può vincere la noia in società se non a patto di

andarvi per corteggiare una donna, per trovar l'amore o per condurre un

flirt. E aveva svelato i piccoli intrighi, che legavan questo a quella,

sfilando una corona di allegri pettegolezzi ed esagerando molto.

Loredana aveva dato un valore d'assioma alle parole del Candriani, e

aveva guardato Filippo impallidendo; ma Filippo, quella sera medesima

sul tardi s'era recato a una delle solite «sauteries» spinto dalla

curiosità di veder dappresso il famoso Milan Obrenovich, del quale si

narrava in quei giorni la riconciliazione con la regina Natalia. La

giovane s'era coricata subito, per piangere, e nel cupo silenzio della

notte veneziana, a lungo aveva dovuto aspettare il ritorno di Flopi.

Distesa sul letto, i capelli raccolti in fascio dietro la nuca, guardava

tra le lacrime la sua camera e gli oggetti intorno, che le eran tanto

cari. Una lampada ardeva sul tavolino; il letto chiuso nei veli della

zanzariera, che tenevan Loredana come in un'ampia rete, e i mobili di

mogano lucido sui quali splendevano le serrature e le borchie d'argento,

e le due finestre debolmente illuminate dalla fiammella del lampione

ch'era innanzi alla casa, e le poltrone di stoffa a larghi fiori di

velluto in rilievo, tutto era accarezzato come da un raggio lunare, per

la lampada che aveva il globo intensamente azzurro.

Il valzer in casa Lombardi cantava intanto: «Abbandonatevi a queste

gioie malinconiche, a quest'onda invisibile, e sognate tutti i vostri

sogni, prima che l'alba vi risvegli....»

III.

Di quel patriziato veneziano del quale le storie del 1848 non dicono

nulla, quelle del '59 non dicono niente e quelle del '66 dicono poco, il

conte Roberto Vagli era stato a' suoi tempi una fortunata eccezione.

Come ufficiale di cavalleria, aveva preso parte al combattimento di

Montebello, che viene giudicato dai tecnici il primo scontro importante

del 1859; e terribile, perchè secondo alcuni autori, metà della

cavalleria piemontese--lancieri Aosta, lancieri Novara, cavalleggieri

Monferrato--vi rimase distrutta, essendosi urtata con gli Ussari Haller

sotto la fucilata implacabile dei battaglioni austriaci; e stupendo per

l'impareggiabile pertinacia dei cavalieri italiani che si lanciarono più

volte alla carica con una furia, la quale il fuoco e il piombo non

poterono arrestare.

Fu il conte Vagli di poi alla battaglia di San Martino con quegli

squadroni d'Aosta, di Saluzzo e d'Alessandria, che sciabolando

ripetutamente il nemico, l'obbligarono a ripiegare verso Pozzolengo.

Bella battaglia, ideata e svoltasi alla vecchia, con accanitaggine

testarda, con episodii di rabbia incredibile; e l'eco ne giunse tosto a

Venezia, dove nessuno osò per quella vampa di gloria e d'entusiasmo

inanimire il popolo e dare al vento il vessillo italiano.

Il conte Roberto Vagli si sentiva certo meglio di suo nipote Flopi,

gettando uno sguardo al passato, benchè la famiglia fosse stata sempre

più incline a censurare le mende dei numerosi scapestrati onde s'ornava

l'albero genealogico, che non a compensar le gesta dei pochi valorosi i

quali avevan compiuto il loro obbligo. Si sentiva certo meglio, il conte

Roberto, dei suoi coetanei, ch'egli non aveva incontrato nè tra i

lancieri d'Aosta, nè tra gli ussari austriaci, nè tra nemici, nè tra

commilitoni.

Egli fu candidamente felice di poter far parte di quel Comitato che

nell'anno 1893, sotto la presidenza del cavalier Breda, aveva preparato

l'inaugurazione della Torre di San Martino della Battaglia; e mentre la

cognata andava snocciolandogli la litania dei vizii e degli stravizii di

Flopi, e degli amori con la sbarazzina e della necessità di qualche

grave minaccia, il conte Roberto, fattole comprendere d'averne

abbastanza, riviveva le belle memorie, tutto chiuso in pensieri più alti

e più gravi che non fosse l'avvenire del nipote.

Frugava tra carte vecchie, contemplava i vecchi ritratti degli ufficiali

di cavalleria e di quelli dei bersaglieri, che avevano caninamente

disputato il terreno agli austriaci, battendoli passo per passo, da una

casipola a un cimitero, da un albero all'altro; e sentiva quasi sul

volto un alito fresco, certamente nelle vene un sangue gagliardo

scorrere, e voleva ridere di piacere per i giorni gloriosi, che nessuno

poteva cancellare più.

Quel 15 ottobre 1893, in cui la Torre venne finalmente inaugurata alla

presenza d'Umberto e di Margherita, tra una folla di settantamila

persone onde furono allagati i bei viali di cipressi e la pianura, sotto

un mirifico sole, il conte Roberto fu tutto preso da una tenera gioia e

da un'ombra di malinconia, rivedendo parecchi dei vecchi combattenti e

rammentando i molti scomparsi.

Filippo gli era al fianco; a lui quel tuffo in un'epoca vicina e pur

così diversa da quella in cui viveva, diede subito una specie di

sbalordimento. Lo stesso zio Roberto ch'egli si dipingeva sempre al

pensiero come un brav'uomo bizzarro, gli apparve fermo, giovane, sereno.

Ne aveva un poco riso la sera prima, senza malizia, con Loredana la

viperetta; e il mattino, innanzi alla torre storica, vedendolo tutto

lieto, il petto fregiato di belle medaglie conquistate tra lo sciabolare

dei nemici furiosi e vinti, Filippo ebbe quasi un fremito d'invidia e di

rispetto.

Quando il cavalier Breda lo chiamò e lo presentò al Re dall'occhio

fulmineo, dicendo a Sua Maestà nel placido dialetto, a cui il

commendatore non aveva voluto rinunziar neppure in quell'ora solenne:

--«La permeta che ghe fazza conossar sto bravo giovine....»

Filippo, inchinandosi profondamente, si chiese perchè lo presentassero

al Re e perchè egli fosse un bravo giovane; forse non per altro, se non

perchè nipote del conte Roberto.

La folla bisbigliava facendo ala ai Sovrani per vedere la Regina,

augusta bellezza nell'abito violetto, col cappello nero piumato sulla

massa della chioma d'oro; e Filippo, rimasto a pochi passi dal Re,

sentiva gli sguardi avidi fissare il gruppo dei generali, cercar fra

questi il vecchio Cucchiari, e diffondersi il susurro, diventar grido e

tumulto, perdersi lontano dove ondeggiava un mare di teste.

Più tardi, durante la visita all'Ossario, Filippo guardò i teschi degli

ufficiali italiani e austriaci, raccolti e disposti nella scansia

circolare.

Pel vialetto di cipressi che adduceva a quel funereo reliquario, la

battaglia era stata atroce; i colpi di fucile avevano sloggiato i nemici

a uno a uno, quasi in un duello di soldati contro soldati; qua e là

l'iscrizione breve d'una pietra rozza fitta in terra indicava la zolla

su cui un ufficiale italiano era caduto durante la rapida caccia; e la

terra pareva diversa da quella di tutti gli altri campi, quasi il sangue

onde s'era abbeverata l'avesse fatta più grigia e più triste.

Ma Filippo osservò attentamente i teschi raccolti nell'Ossario. Il conte

Roberto, senza parlare, gliene segnò alcuni col dito, gl'indicò il

cartellino col nome; dalle occhiaie e dalle suture sconnesse di alcuni

pendeva per una cordicella il pezzo di piombo che aveva traversato il

cranio o spaccato il cuore; e toccando quei frantumi di proiettili e di

mitraglia, Filippo vide fuggire lungo i palchetti della scansia qualche

scolopendra che aveva preso albergo nei teschi dei valorosi.

Egli guardò Roberto, che sorrise tranquillo.

--È un altr'uomo!--pensò Filippo.--La morte non gli desta alcun orrore;

egli vede i teschi dei commilitoni come fossero ancora animati, e

avessero occhi e carni. Poteva essere lui nell'Ossario; io non l'avrei

conosciuto e non avrei compreso il suo sacrificio.

Roberto lo toccò nel gomito. I due Sovrani uscivano scambiando qualche

parola con gli ufficiali ch'erano intorno; tutto il sèguito si muoveva.

Roberto disse:

--Ebbene, che pensi? Ti piace?

Filippo non potè trattenersi dal ridere sommessamente.

--Che verbo strano tu hai scelto!--egli rispose.--Se mi piace! Come

fossimo a un ballo!

--A me piace molto,--disse lo zio con semplicità.--Ogni passo su questo

terreno mi fa rivivere. Non è stata una grande battaglia, sai? E si sono

commessi spropositi da cavallo; tuttavia è andata bene. A Montebello ci

eravamo divertiti meglio; gli Ussari erano magnifici; bei soldati gli

Ussari; ma qui abbiam picchiato più forte, più deciso. Tu avessi visto

il cimitero! Un carnaio; si dovette conquistarlo a mitraglia e a

fucilate come una fortezza. E la villa Tracagne, presa e ripresa sei

volte? Ha nella fronte ancora diciotto palle da cannone....

Tacque un istante, gli occhi nel vuoto, sopra le teste della folla che

egli non guardava e che guardava lui. Aggiunse, col sorriso pacifico:

--Ci siamo divertiti! Bah! Non potere tornar daccapo!...

Filippo voleva dire qualche cosa; voleva dirgli che lo amava assai in

quel momento, che gli pareva nobile ed alto; ma si rattenne non trovando

la parola discreta, e sorrise egli pure.

Il resto della cerimonia, la messa, il banchetto nel padiglione reale,

non ebbero per Filippo alcun significato; la festa si vestiva ormai

della sua veste ufficiale.

Davanti alla Torre, i due cannoni che la presidiavano con le bocche

rivolte al viale, attrassero l'occhio di Filippo, che pensò i due vecchi

arnesi della guerra già antica serrassero qualche cosa in sè dell'anima

di Roberto; egli era della stessa tempra ingenua e salda.

Ma l'imagine che rimase nitidissima fra tutte nella mente di Filippo fu

quella dei teschi, dei frantumi di mitraglia, delle scolopendre che

correvano smarrite.

Rivide il vialetto dei cipressi già imbevuto di sangue, e si provò a

sognar quell'episodio di furore, la corsa, il crepitìo delle fucilate;

udì quasi l'ansimar dei soldati sotto la tempesta di ferro, e questo e

quello vide cadere, squarciato il viso, rotto il fianco. Il conte

Roberto eccolo alla testa d'un plotone di lancieri sbucare di repente

tra quell'inferno, urlando e sciabolando coi suoi cavalieri indemoniati;

e il sibilo della mitraglia raddoppiare: cavalli impennati, uomini

precipitati di sella; e dietro, altri plotoni e altri, e lampeggiar di

lame e di lance: cavalleggieri Saluzzo, lancieri Aosta, cavalleggieri

Monferrato, tutti addosso al nemico che balena. Poi, d'un tratto

l'uragano scoppia; la furia del cielo si mesce alla furia degli uomini,

violentissima, e al fragor delle armi si unisce il guizzo dei fulmini e

lo scroscio della bufera.

--Torni a Venezia?--domandò il conte Roberto.

Filippo sussultò in modo, che il vecchio si mise a ridere.

--A che pensavi?--disse.

L'altro si passò una mano sul viso come trasognato. Erano tutti in

piedi, al finir del banchetto. Si fece un gran silenzio: i Sovrani si

congedavano; e a Umberto piacque salutare affettuosamente il conte

Roberto Vagli.

--Arrivederci,--gli disse, stringendogli la mano e fissandolo con gli

occhi acuti.--Sono contento d'aver conosciuto ancora un valoroso....

Strinse la mano pure a Filippo, con un breve sorriso.

Sul volto di Roberto s'era diffusa una espressione di compiacimento

quasi fanciullesco, alle parole di Umberto; e il vecchio restò a

guardare il Re che s'allontanava con Margherita, stretti intorno dagli

alti funzionarii.

Filippo gli domandò:

--Sei soddisfatto? Umberto è stato molto gentile con te.

--Molto, molto!--esclamò il vecchio con gioia.--Non potevo desiderare di

più. È stato troppo buono, e mi ha confuso. Per quattro sciabolate!...

In verità mi rammarico del poco che ho potuto fare!... Quattro

sciabolate! Ma se torno daccapo....

S'interruppe e si mise a ridere.

--Oggi mi son fitto in testa di far la guerra,--disse poi.--Si vede che

ho la febbre. Ma ti assicuro che farei meglio, farei pazzie!...

Drizzò la bella persona, quasi imaginando di rotear la sciabola contro

un nemico invisibile; ed era in quella sua fantasia così fiero e deciso,

che Filippo lo guardò ammirato.

Risonava il terreno per un galoppo sordo e continuo; la folla sterminata

correva a veder la partenza dei Sovrani, a prender d'assalto i treni; e

spinta innanzi dalla curiosità e dalla fretta, innalzava un convocìo

incessante che a poco a poco diventava un urlo rauco, quasi il soffio di

una procella vicina.

Più volte Roberto e Filippo vennero urtati; ma essi procedevano adagio e

in silenzio, ciascuno abbandonato all'onda dei proprii pensieri, i quali

eran tanto dissimili che si sarebbe detto i due uomini appartenessero a

due mondi piuttosto che a due epoche diverse.

Roberto ebbe ancora qualche esclamazione:

--Buon Re!--disse, quasi parlando da solo.--Egli ha conosciuto la guerra

e la battaglia; le sue parole mi son più care.

Rintronava il galoppo; passavano intere famiglie, seguite dalla

domestica che recava sulle braccia i canestri vuoti della colazione, e

tutti della famigliuola correvano, chiamandosi e incitandosi ad alta

voce; qualche volta, rapido al par del fulmine, appariva e spariva un

cane, abbaiando per cercare il padrone; di quando in quando passava una

carrozzella, zeppa di gente così da far pensare che le molle stessero

per cedere e il cavallo per rimanere stecchito; e di nuovo la folla

sparsa, una tempesta di ombrellini aperti con colori strani, con le

forme più varie, dal minuscolo all'enorme; e gruppi che procedevan

lenti, a squadre, alternando l'inno di Garibaldi con l'inno di Mameli. I

due uomini seguitavano a camminare adagio, in silenzio, urtati e

stretti, col pensiero lontano.

IV.

Quando, la sera stessa, Loredana gli domandò qualche notizia di quella

festa, Filippo fu insolitamente loquace.

Il salottino nel quale si trovavano era per tutta la parte superiore

immerso nell'oscurità; dalla tavola di mezzo la lampada, coperta con un

paralume rosso, proiettava la luce sul capo di Loredana, che stava un

po' curva a ricamare; e Filippo, sdraiato in una poltrona nell'angolo,

s'intravedeva appena. Egli era ancor tutto vibrante per le impressioni

della giornata, e fu felice di parlarne; disse a Loredana di quella

cerimonia straordinaria e si fece a descrivere i particolari che meglio

avevano attratto il suo sguardo.

--Ah quei teschi, quei teschi!--esclamò.--Che eloquenza viene dalle

cose! Io, vedi, non avevo mai capito, anzi dirò che non avevo mai

apprezzato lo zio; ci voleva San Martino, ci voleva l'Ossario perchè

comprendessi finalmente Roberto e imparassi ad amarlo. È un uomo

semplice e buono, ed è un valoroso. Prima m'infischiavo di lui: oggi in

verità, non vorrei dispiacergli per nulla al mondo.

Loredana tacque: il fervore inusato dell'uomo le giungeva nuovissimo, e

non sapeva come spiegarne la causa.

--Ho sentito,--continuò Filippo,--quanto io sono miserabile al confronto

di quei vecchi. C'era il generale Cucchiari, te l'ho detto? Guardandolo,

ho pensato ch'egli ha visto cose e provato emozioni che io non potrò mai

nemmeno sognare. Io sono un piccolo uomo impegolato in una piccola

guerra di pettegolezzi; e tra me e quei vecchi c'è la stessa differenza

che tra il pettegolezzo e un colpo di cannone.

--Quale piccola guerra di pettegolezzi?--domandò Loredana, senza alzare

il capo dal suo lavoro.

--Ma sì, la solita musica!--disse Filippo.--Voglio dire, tutte le

chiacchiere che si fanno intorno a me, e intorno a te, e le ire dei

parenti, di mia madre, di mia sorella, di mio cognato e anche dello zio.

--Ma allo zio non vorresti spiacere!--osservò Loredana.--E se ti

pregasse di lasciarmi, allora mi lasceresti subito?

Le parole furon dette con accento così teneramente dubbioso, che Filippo

balzò in piedi ridendo, e corse a baciar la testa curva dell'amante.

--Sono uno sciocco!--esclamò.--Anche tu sei una sciocca, a farmi queste

domande. Su, àlzati, su, viperetta!

Loredana si alzò lentamente, e senza comprendere depose il ricamo sulla

tavola; ma Filippo l'afferrò pel busto e la trascinò ballando.

--Su, su!--diceva.--Dobbiamo ballare; non essere triste per queste

sciocchezze....

La giovane, abbandonata fra le braccia del suo Flopi, cominciò a ridere,

lasciandosi trasportare; ma a poco a poco, perchè egli insisteva, si

mosse con giusto ritmo; e la signora Teobaldi, che entrava in quel punto

con un mazzo di carte per il suo abituale solitario, restò a bocca

aperta, vedendo i due amanti che ballavano un valzer in silenzio nella

camera penombrosa.

--Quale spettacolo!--disse ammirata, disegnando nell'aria un gesto

solenne.--Quale spettacolo d'amore perfetto!

Loredana diede in una risata; ma il cuore le martellava dalla gioia; una

fanciullaggine di Filippo, un suo atto gentile, un pensiero di

sollecitudine le snebbiavan dall'anima quelle ore di trepidanza che la

vita mondana di lui le cagionava.

Non era più la vita dei salotti; l'autunno aveva ormai circoscritto i

convegni, e la società elegante si ritrovava nelle sale dei grandi

alberghi sulla Riva degli Schiavoni o lungo il Canalazzo. Ivi i ricchi

stranieri che avevano amicizia con l'aristocrazia veneziana, davano

pranzi e feste: e le riunioni eran tanto curiose e vivaci, quanto e

meglio che quelle della società consueta.

Gli stranieri si dilettavano di recarsi dopo pranzo in gondola alle

serenate, per udir le canzoni e per vedere i palloncini che si

riflettevano dalle barche dei cantanti nell'acqua scura. Filippo, che a

quei pranzi doveva spesso partecipare, si destreggiava sempre in maniera

da evitare il supplizio delle canzoni, e tornava presto a Loredana per

uscir con lei in gondola, lontano, nell'ombra del Canal della Giudecca,

dove il silenzio era stupendo.

A una di quelle feste date da stranieri in un grande albergo, Filippo

non fu poco sorpreso di trovare lo zio Roberto.

--Tu qui?--gli disse Filippo, con espressione di piacere.

--Ti dirò poi; usciremo insieme,--rispose il vecchio.

Alla festa erano intervenuti madame Lodge, una parigina bionda (bionda o

tinta?) e una mistress Stewart col marito, il signor Stewart, il quale

era un grande cacciatore di galli di montagna.

V'era la principessa Stephen, una viennese di trent'anni, che girava il

mondo; suo marito girava il mondo dall'altra parte e non s'incontravano

mai. La principessa parlava costantemente dell'anima e si faceva

corteggiare di preferenza dagli ufficiali. Ella era tutta vestita di

bianco, tre giri di grosse perle al collo, merletti bianchi sullo

strascico; ma aveva le scarpette d'oro come mademoiselle de Toulouse.

Mademoiselle Lucienne de Toulouse, di passaggio a Venezia con la madre,

abitava a Singapore, aveva diciotto anni, sapeva quattro lingue ed era

molto insolente; non la si vedeva mai senza il portasigarette d'argento

stellato di turchesi e una piccola borsa a maglie d'oro. Parlava di

tutto, a grande velocità. Il conte Roberto stava ad udirla con una

maraviglia così schietta, che Filippo scorgendolo non potè trattenersi

dal ridere. Egli conosceva bene quei convegni di gente venuta da tutte

le parti del globo, non legata che da vincoli di cortesia, pronta a

ripartire domani per il Polo Nord o per l'Africa o per qualunque paese

dove la noia fosse minore e la moda imperasse; di volta in volta

ricomparivano vecchie conoscenze e si ingrossava la schiera delle nuove.

Il signor Stewart, ad esempio, passava a Venezia quindici giorni ogni

anno, da trent'anni; e Filippo l'aveva sempre udito parlar della caccia

al gallo di montagna; sopra gli altri argomenti il signor Stewart non

nutriva alcuna opinione; onde Filippo aveva preso tanto in uggia il

gallo di montagna, che avrebbe dato la caccia al cacciatore.

Ma in quelle riunioni di stranieri infierivan l'amoretto, il piccolo

intrigo, ciò che le persone bennate chiamano _flirt_, e mademoiselle de

Toulouse e la principessa Stephen avevano un _flirt_ a ogni angolo della

sala; e abitualmente a Vienna, a Biarritz, a Zermatt, al Cairo, ad

Aix-les-Bains, ovunque le signore si recassero, il _flirt_ si ripeteva

con altri personaggi e con lo stesso effetto; Filippo, sapendo il

giuoco, vi si prestava per cortesia, senza mettervi alcun impegno, come

chi arrischia una partita per ingannare il tempo.

Egli fu molto gentile con la principessa Stephen, la quale desiderava,

civettando con Filippo, d'indispettire il capitano Ketwort, che nel

_flirt_ non era sufficientemente destro e si appassionava in modo

pericoloso; ma quando Filippo s'accorse che negli occhi del giovane

capitano balenavano lampi d'odio, smise subito, fece un lieve cenno al

conte Roberto e insieme con lui si congedò.

Era ormai la mezzanotte; i due uomini percorsero in silenzio la riva

degli Schiavoni battuta dalla luna; l'isola di San Giorgio era così

bianca sotto il raggio, che la chiesa e il campanile parevano di gesso.

Dietro l'isola si effondevano densi cirri color d'argento.

Roberto si fermò d'un tratto e disse:

--Volevo chiederti una spiegazione.

Dal tono, Filippo sentì che si trattava d'un argomento inusitato, e

aspettò.

--Volevo chiederti quante sono a Venezia le contesse Vagli.

--Non capisco,--disse Filippo, guardando stupito lo zio.

--Ecco; oggi ero in un negozio a comprarmi qualche cianfrusaglia, quando

è entrata una ragazza, un cosino, un diavolino alto quattro spanne, che

rivolgendosi al commesso ha detto: «Quella roba per la contessa Vagli

non è ancor pronta?» Io ho guardato la ragazza, ma non la conoscevo. Il

commesso ha risposto: «Sì, è pronta!» E volgendosi al facchino, e

consegnandogli un involto, ha soggiunto: «Porta subito alla contessa

Vagli, sulle Zattere!» Ora io ti domando di nuovo: quante sono a

Venezia le contesse Vagli?...

Filippo non rispose: era annichilito. La descrizione del cosino, del

diavolino alto quattro spanne, gli aveva fatto subito comprendere che si

trattava della cameriera di Loredana, e le osservazioni di Roberto lo

avevano colpito in pieno petto.

--Di contesse Vagli, io non ne conosco che una!--seguitò lo zio:--tua

madre, mia cognata. Se ve n'è un'altra sulle Zattere, ti prego di

presentarmi, perchè avrò piacere di vederla in faccia.

Filippo continuò a tacere; e come se il silenzio di lui lo inacerbisse,

il conte Roberto riprese alzando la voce:

--Si tratta di quella solita birichina che ho visto a Sirmione. Io non

ne ho più parlato perchè non volevo annoiare me e te. Ma ormai le cose

prendono proporzioni fantastiche: non posso permettere, nessuno può

permettere che usurpi un nome e un titolo, i quali non solo non le

appartengono....

Filippo diede rapidamente un'occhiata intorno: sulla Riva i passanti

erano radi e non parevano badare ai due uomini, che si fermavano di

tratto in tratto.

--....ma appartengono a tua madre, la quale è una dama, una vera dama,

esempio d'ogni virtù! Che cosa sarebbe avvenuto se quel diavolino di

quattro spanne si fosse trovato nel negozio con tua madre? Che cosa

avrebbe pensato di te quella povera donna?

--Permettimi!--interruppe Filippo, tanto per interrompere.--Tu ti

arrabbi troppo per la storditaggine d'una cameriera....

--Ah no, poi!--esclamò il conte Roberto, fermandosi.--Non verrai a dirmi

che è un capriccio della cameriera: la cameriera non può inventarsi un

titolo; se lo inventa, la si redarguisce; ma essa ne usa, invece, e ne

abusa, perchè sa che quest'abitudine riesce gradita alla tua monella e

fors'anco a te....

--Io?--disse Filippo, mentendo come un ragazzo.--Io non ne sapeva

niente.

--Tu non ne sapevi niente, è inteso!--ripetè il conte Roberto con

sarcasmo.--In casa, pei negozii, tra pettegole, per le vie, tutti la

chiamano contessa Vagli, e tu non ne sai niente, tu vivi nelle nuvole,

tu non hai orecchie per udire.... Questo è deplorevole, Flopi; bisogna

saper udire e vedere, specialmente quando si ha a fare con donne, le

quali, da ciò che ho appreso, non hanno scrupoli.... Qui si tratta d'una

vera e propria usurpazione di titoli, non solo, ma anche di nomi. Certo,

quella ragazza non è di nostra famiglia; certo, non è contessa....

Questa commedia, insomma, deve finire....

--Finirà,--disse Filippo seccamente, sperando che lo zio si arrendesse.

Ma Roberto, forse animato dalla brezza che soffiava piacevolmente e

dall'ora calma che incitava a lunghi discorsi, volle continuare:

L'amore di Loredana · 第 10 / 17 段