Giselda si sentì avvampar la faccia: aveva ventitre anni, molta voglia

di vivere, fors'anco molta violenza contenuta dall'abitudine e dalla

educazione; e nulla più l'irritava che l'ignoranza e l'espressione di

candore che dovevan formare la sua maschera sociale.

Ella crollò il capo e rispose con voce dura:

--Quali sciocchezze! Ma se so tutto!...

--Tutto?--ripetè Berto, sicurissimo che non sapeva nulla, ma contento

d'essere esonerato dalla discrezione.--Lei sa che Flopi ha un'amante?

--Ma certo!

--La quale è bellissima?

Giselda esitò un attimo.

--Ciò non importa. Chi la dice bellissima,--rispose,--chi mediocre, chi

brutta!

Berto sorrise fugacemente, e incalzò:

--Bellissima; e lei sa che Flopi l'ha rapita, l'ha sedotta, la tiene con

sè, e che ora ha sulle braccia tutti i parenti?

--Di lei; è naturale,--osservò Giselda.

--No, di lui; i parenti di lui sono spaventati, perchè non capiscono che

cosa voglia farne, e temono che la sposi....

--Ma i parenti di lei perchè non intervengono?--domandò Giselda quasi

con impazienza.

--Per una ragione ottima, contessina mia,--rispose Berto

ridendo.--Perchè sono nel regno dei cieli, ad eccezione d'una madre, la

quale se l'è ripresa una prima volta, ma se l'è vista ripartire con

Flopi; onde la povera donna ha rinunziato a lottare e a discutere.

--E dove sono ora?--chiese Giselda con aria distratta.

--Chi? I parenti? Lo zio era qui poco fa, a parlar di treni....

Giselda interruppe, battendo un piede a terra, spazientita.

--Ma no, mio Dio! Flopi e quell'altra!...

--Ah!... Sono a Venezia; anzi ho pranzato oggi da loro. Bisogna dire che

se qualche cosa d'irregolare è in quella casa, non lo si vede certo

nella disposizione dei mobili, nella scelta delle vivande, nella qualità

degli oggetti che adornano l'appartamento. Tutta roba squisita.... Credo

che Flopi verrà stasera a salutar la contessa, sul tardi....

--Lei è molto addentro nella confidenza di Flopi!--osservò ironicamente

Giselda, alzandosi.

--Sì, sono dei pochi che frequentano la casa,--disse Berto drizzandosi

in piedi e offrendo il braccio a Giselda.

--No, grazie,--rispose questa, freddissima.--Devo dire una parola alla

Torrecusa, che vedo seduta laggiù, nella sala da ballo.

E s'avviò sola, ma si fermò di repente:

--Quale casa?--domandò sottovoce.

--Sì, la casa di Flopi. Egli vive solo, ora; voglio dire non vive a

palazzo. Ha un bellissimo appartamento sulle Zattere....

--Con la bellissima compagna!--concluse Giselda, che si lasciò sfuggire

una risatina troppo stridula per essere sincera.

Berto s'inchinò, girò sui tacchi, e perfettamente sicuro d'aver fatto il

bene di Giselda, di Flopi, e fors'anco di Loredana, passò nella sala

rossa, e si mischiò a un gruppo di dame che ridevano in piedi con alcuni

ufficiali di marina.

L'orchestra attaccò un valzer; i cavalieri traversarono la sala,

s'incrociarono, ricomparvero con le dame al braccio, s'avviarono alla

sala da ballo; fu una sfilata rapida di coppie, un'ondata di profumi.

Il valzer diceva: «Queste gioie fallaci, tutte simili all'invisibile

onda delle mie note, si dissolvono nel tempo, e nulla più rimane quando

l'alba livida vi richiama alle case. Abbandonatevi a queste gioie

malinconiche, a quest'onda invisibile, e sognate tutti i vostri sogni,

prima che l'alba vi risvegli....»

Il maggiordomo comparve a un tratto nella sala rossa, si presentò alla

contessa Lombardi, le disse qualche parola inchinandosi.

La contessa ebbe un sorriso e mosse lentamente verso la porta d'entrata,

mentre un susurrìo di curiosità si propagava nella sala tra i gruppi

degli invitati che avevan preferito la conversazione alla danza.

Quasi contemporaneamente un signore non alto di statura, largo di

spalle, con lunghi favoriti biondi, varcava il limitare e dirigendosi

rapidamente incontro alla contessa, le prendeva la mano, così da

impedirle l'inchino che la dama aveva abbozzato.

S'udì la voce dell'uomo, una bella voce molle:

--«Je vous suis bien reconnaissant, comtesse»,--egli diceva, baciando la

sottile mano guantata.

--Chi è?--domandò Berto Candriani.

--Non lo conosci?--disse il tenente di vascello Paolo Orseolo.--È Milan,

l'ex-re di Serbia.

--Oh guarda!--esclamò Berto.--Si muove bene in un salotto, meglio che

sul trono, l'animale....

Il conte Orseolo diede una gomitata a Berto.

Milan s'inoltrava, tenendo al braccio la contessa Lombardi, che gli

presentò gli invitati.

Berto aveva ragione: Milan aveva piuttosto l'aria d'un gran signore

annoiato che non l'aspetto d'un Sovrano. I favoriti e i baffi biondi

contrastavano con l'espressione di lassezza diffusa sul volto; e dentro

gli occhi grigi e freddi passavan talora lampi improvvisi, come per

effetto d'un pensiero che sopraggiungesse e illuminasse o facesse

tremare quell'anima.

Egli disse qualche complimento alle dame intorno, con misura e con

gusto, sorridendo e socchiudendo gli occhi.

A Berto Candriani domandò:

--«Est-ce que vous êtes du Rowing-Club, comte?»

--«Mais sans doute, Altesse!»--rispose Berto Candriani prontamente.

Milan gli sorrise soddisfatto; e mentre egli si allontanava con la

contessa per dirigersi alla sala da ballo, Berto soggiunse a bassa voce

con Paolo Orseolo:

--Mai visto il Rowing-Club! E tu?

Il conte Orseolo si mise a ridere.

Milan era giunto a Venezia in quei giorni, proveniente da Abbazia, dove

aveva passato qualche settimana col giovane re Alessandro, suo figlio. I

giornali avevano anzi parlato d'un tentativo d'avvelenamento commesso

dai nemici degli Obrenovich contro Alessandro; e Milan, che in

quell'epoca dimostrava pel figliuolo una vera tenerezza, ne era rimasto

foscamente impressionato.

Era sceso all'«Hôtel d'Europa»; la contessa Lombardi, che l'aveva

conosciuto alcuni anni prima a Biarritz, l'aveva invitato alla sua

_sauterie_.

Berto Candriani stava per seguirlo a distanza e per gustar le altre

presentazioni, ma vide entrare in quel punto Filippo Vagli, e gli corse

incontro.

Filippo lo guardò interrogativamente.

--C'è Milan,--annunziò Berto.

--C'è già?--disse Filippo.--È simpatico?

--Un tozzo di pane. Ti domanderà se sei del Rowing-Club. Ti prego di

dirgli di sì, perchè ciò gli fa piacere.

--Va bene. E la contessa è con lui?

--Naturalmente. Adesso che ha una specie di re per le mani, tu puoi

risparmiar di salutarla, perchè conti anche meno del solito.

I due amici s'avviarono ridendo verso la sala rossa.

--A proposito,--soggiunse Berto.--Ti ho reso un piccolo servizio, questa

sera.

--Mi fai tremare!--esclamò Filippo.

--Coraggio! C'era la Fioresi che schiattava dalla voglia di saper che

cosa fai, come vivi, dove ti nascondi. Io le ho raccontato tutto.

--Le hai parlato di Loredana?--esclamò Filippo, arrestandosi.

--No. Le ho parlato di te, della tua passione, delle baruffe con la tua

famiglia; quadro completo, insomma!

--E lo chiami un piccolo servizio, questo?--disse Filippo, stringendo la

mano di Berto.--Ma è un servizio impareggiabile, prezioso, magnifico....

--Un servizio per dodici persone,--mormorò Berto.

--Proprio! Così avrò costei sulle braccia, come non bastassero tutte le

altre!--concluse Filippo.--Ma dove hai la testa? Quando imparerai, tu, a

essere discreto?...

Berto era un po' confuso; aveva creduto, dapprincipio, che Filippo lo

ringraziasse e gli stringesse la mano per davvero; ed ecco che tanta

gratitudine si risolveva in un rimbrotto.

--Non ti arrabbiare, Flopi,--egli disse.--Alla fin fine, che cosa

avverrà? Che la Fioresi non ti annoierà più coi sospiri e gli sguardi

languidi....

--Ma ti prego di credere che la Fioresi non ha mai fatto nulla di

simile, caro mio, e che queste son fantasie del tuo cervello ozioso....

Berto non potè replicare.

Giunti nella sala rossa, videro nel bel mezzo Milan Obrenovich che

parlava con la duchessa di Torrecusa.

--«Nous avons fait un pari, la comtesse et moi,»--diceva.--«La comtesse

disait que vous avez les yeux gris clairs, moi je disais que vous les

avez verts, ce qui vous sied excessivement bien. Et voilà, j'ai gagné!»

La duchessa sorrideva, un po' impacciata, sotto la fiamma che

sfolgorarono a un tratto gli sguardi di Milan. Si sarebbe detto ch'egli

avesse voluto bere la luce che sorgeva dal corpo sottile, dalla

carnagione rosata, dai capelli aurei della giovane dama.

Gli altri tutt'intorno sentirono quella vampa di desiderio, che il re

del tappeto verde e delle alcove aveva recato con sè, e tolsero gli

occhi dalla coppia e seguitarono per discrezione i loro discorsi.

--Oh perchè non si ricoverano dietro il paravento?--mormorò Berto, con

un'occhiata al principe.--Se vuole io gli insegno i buchi, a Milan....

--Quali buchi?--domandò Filippo stupito.

--I buchi del paravento. Li ha trovati comodissimi anche la Fioresi.

Vieni, che ti faccio vedere; è un segreto, il segreto che si rivela a un

gentiluomo....

In quel punto, la Fioresi, giungendo dalla sala da ballo con passo

svelto, alta la testa, un tranquillo sorriso sulle labbra, fermò

Filippo, stendendogli la mano.

--Buona sera!--ella disse.--Si disperava di vederla tra di noi....

Berto Candriani rattenne un ghigno di malizia, ma Giselda lo indovinò

più che non lo vedesse.

--Mi dia il braccio!--ella soggiunse a Filippo.--Facciamo un giro,

lontano da questo re che non mi piace!

Filippo le diede il braccio e s'avviò presto con lei fuori della sala.

--Ha ragione se non le piace quel re,--disse.--Perchè pensava che io non

sarei venuto stasera?

Berto, sprofondate le mani nelle tasche dei calzoni, rimase a guardar

Filippo e Giselda che si allontanavano; poi squadrò di nuovo Milan

Obrenovich, e gli venne in mente un verso, un verso del quale non

avrebbe potuto dir l'autore, ma che gli sembrava adatto alla sua

situazione:

"Messo là nella vigna a far da palo".

--Senta che bel galopp!--gli disse la contessina Cafiero, passandogli al

fianco.

Berto l'afferrò per il braccio, quasi a volo, con tal furia che la

fanciulla fece un gesto di spavento; e conducendola seco di corsa:

--Andiamo!--disse.--Qui tutti galoppano! Galoppiamo anche noi!...

La Cafiero, vestita di rosa, alta e bruna, un neo in mezzo alla fronte,

cominciò a ballar con Berto, ridendo e socchiudendo gli occhi

voluttuosamente.

II.

Dopo la notte trascorsa da Loredana al palazzo Vagli, Filippo aveva

trovato e arredato l'appartamento sulle Zattere, di fronte al largo e

torpido Canale della Giudecca; aveva persuaso con molta facilità del

resto, la signora Clarice Teobaldi a lasciar Verona e ad allogarsi

nell'appartamento; di poi era toccato alla Teobaldi, nelle

frequentissime sue visite, a persuader Loredana, che combatteva tra il

desiderio di raggiungere finalmente Filippo e la crudele necessità di

dar nuovo dolore alla mamma.

Loredana s'era decisa un giorno in cui Adolfo Gianella l'aveva

affrontata in istrada, dichiarandole di volerla accompagnare per vedere

se mai andasse dal conte. L'insolenza del giovane l'aveva così esaltata

che quel pomeriggio medesimo, invece di tornare a casa, aveva raggiunto

Clarice Teobaldi, e alla mamma aveva scritto ch'era a Venezia, ch'ella

non temesse, ma che ormai «il suo destino la chiamava».

Così Clarice era diventata la dama di compagnia di Loredana; e Loredana

l'amante, alla faccia del sole, di Filippo. Egli volle festeggiar

l'avvenimento con un piccolo viaggio, e partirono i due innamorati per i

laghi lombardi, lasciando Clarice a Venezia.

La dama di compagnia, altera del suo nuovo e delicato ufficio, aveva

rinunziato agli abbigliamenti vistosi; vestiva sempre di nero, ma con

quel suo vezzo di indossare abiti troppo corti, che le lasciavano

scoperto tutto il piede, sembrava da lontano un vecchio merlo.

Quando Loredana e Filippo tornarono, ella potè annunziare che la signora

Emma era stata due volte a cercar della sua Lori, e che non si lagnava

più, e che aveva piegato il capo, anche lei, sotto quella raffica di

passione. La signora Emma, travolta dal furore altrui e dalla debolezza

propria, la quale pareva esser cresciuta dopo l'unico atto energico da

lei compiuto a Sirmione, aveva veramente abbandonato le redini, non

sperando ormai che nella onestà di Filippo, nella saggezza di Loredana,

in qualche lontano avvenimento tuttavia incomprensibile.

La sua Lori andava a trovarla spesso, in quella casetta bianca sul

campiello muto, dalla quale i pettegolezzi ostinati e i fatti veri

avevano allontanato amici e conoscenze, cosicchè la signora Emma viveva

ora quieta e sola, abbandonata e placida. Qualche volta Lori si fermava

a colazione o a pranzo; e mai le due donne non parlavano del conte;

bensì, era in tutto l'atteggiamento della fanciulla verso la madre una

premura nuova, un'affettuosità timorosa, che parevan chiedere

continuamente il perdono nel silenzio; e quel perdono era già nel

riserbo della signora Emma, che non aveva più detto parola dei suoi

presentimenti.

Loredana traversava allora un periodo di selvaggia e franca voluttà.

Filippo era l'amore, e l'amore l'inebbriava, come se il calore di quel

principio d'autunno avesse bruciato le vene di lei, moltiplicandone il

desiderio e i capricci notturni e diurni. Il suo corpo bianco finemente

venato, i seni duri dai capezzoli che ricordavan le fragole odorose, il

ventre piccolo chiaro come ambra, le gambe dai bei ginocchi e dalle

cosce muscolose,--splendevan la notte sotto i baci di Filippo, tra i

veli della zanzariera, che chiudevan gli amanti come nell'onda azzurra e

dolce d'un acquario.

Al ritorno dall'escursione dai laghi lombardi, Filippo chiamava Loredana

«la viperetta» ed ella sorrideva misteriosamente. Quel che di più gaio,

di più sano e di più forte era nella sua anima veneziana, sfolgorava

nella passione libera, così che nessun dono era per la giovane premio

più ambito che un'ora di baci e di carezze.

Baci e carezze di Filippo; mai non aveva pensato potessero essere

d'altri; mai non aveva guardato i facili ammiratori che, protetti

dall'angustia e dalla cattiva luce delle calli, la seguivano, fosse sola

per correre dalla mamma, o fosse accompagnata da Clarice, e le

susurravano, passando, brevi frasi, e osavano qualche sorriso e le

ronzavano intorno.

Ella aveva per Filippo una gratitudine cieca, una specie di religione;

ma lungi dall'essere timorosa, era lieta ed uguale; risuonava il suo

canto la mattina, nel torrente di luce che invadeva le camere; e tutto

il giorno Loredana viveva con piacere, occupandosi con Clarice delle

compere, dando ordini alla cuoca ed alla cameriera, riempiendo la casa

delle sue corse, delle sue risatine, facendo ammattire la povera dama di

compagnia, della quale imitava i gesti al piano e le stonature e il modo

di camminare e il dialetto veronese, con tanto impeto, che Clarice

finiva per riderne.

Filippo si recava tutti i giorni dall'amante, vi si tratteneva a

colazione spesso, a pranzo quasi sempre, e per lunghe ore nella serata.

Ancora non s'era fatto veder per la strada con la ragazza; gli spiaceva

l'ostentazione dei suoi amori, quantunque nessuno potesse ormai

ignorarli.

Egli aveva pensato di vivere con Loredana lungi da Venezia, in qualche

città dove, per esser la vita larga e rapida, la curiosità è meno

molesta. Ma in quei giorni appunto le diatribe coi parenti s'eran fatte

acute.

La contessa Bianca aveva minacciato Filippo di farlo diseredare dallo

zio Roberto; occorreva una punizione materiale, poichè i concetti

d'onesto vivere e il senso del decoro non avevan presa su di lui; e in

verità la perdita d'un patrimonio che, come quello dello zio Roberto, si

aggirava intorno ai due milioni, non poteva non impensierire Filippo, il

quale non possedeva nemmeno un terzo di quella ricchezza. Allontanarsi

decisamente da Venezia e con Loredana in un frangente simile, sarebbe

stata imprudenza grave, anche perchè la minaccia non era venuta sino

allora che dalla contessa Bianca e nulla diceva nel contegno dello zio

Roberto ch'egli pensasse a tanto estremo. Anzi, di Loredana non aveva

più parlato.

La contessa Bianca, infatti, s'era avveduta presto che di Flopi, dello

scandalo, della «monella», dei soliti discorsi, il cognato era

arcistufo; poteva egli bensì dare un consiglio, ma considerava i

consigli a guisa dei denari, dei quali se si regalano o se si prestano,

non è lecito al donatore invigilar l'uso e rinfacciar la prestanza.

Prudentemente, la contessa Bianca smise d'intrattenere il cognato sulle

follie di Filippo, ripromettendosi di tornar daccapo ad occasione

propizia; e dopo un ultimo colloquio breve, secco, perentorio, col

figlio che si mostrò rispettoso e cocciuto, ella si ridusse nella sua

campagna di San Donà.

Ciò che la contessa aveva previsto, si avverava fatalmente: il vincolo

tra Flopi e Lori si era fatto via via più saldo; non era Loredana

l'amante, nè la mantenuta, ma qualche cosa tra la moglie e l'amica,

qualche cosa che non si vende e non si compera, che si può abbandonare

ma che non si dimentica più, che con rapidità propaga il suo dominio dai

sensi al cervello e dal cervello al cuore. Si trattava d'un caso d'amor

libero, che talune condizioni potevano spezzar da un giorno all'altro, e

che talune, più probabili, potevano un giorno trasformare in un

matrimonio.

Filippo, tutto preso dalla «viperetta», dimenticò finalmente la prudenza

e andrò a vivere egli pure nell'appartamento sulle Zattere, che per

Loredana era troppo grande; la camera attigua a quella in cui dormiva la

giovane fu ridotta, da salottino, in camera da letto per Filippo; e tra

l'una e l'altra si aprì una porta di comunicazione. Il conte fece

trasportar mobili, libri, oggetti suoi nella nuova dimora; vi condusse

anche Piero, il domestico silenzioso, e si ripromise di vivere da quel

giorno, ora in casa di Loredana, ora nel suo palazzo, secondo che le

convenienze e gli obblighi sociali avrebbero permesso.

Loredana non aveva chiesto mai nulla, e tutto le veniva profferto

spontaneamente, con fresco entusiasmo, con incredibile audacia da quello

stesso uomo, che andava sostenendo tanta guerra per il suo amore. Ad

ogni piccola novità, ella rideva nervosamente, quasi smarrita, rilevando

che la casa si trasformava, si faceva bella e intima, che Filippo le

dava a poco a poco una sua impronta personale.

--«Folletto», che ne dite?--chiedeva Loredana qualche volta alla

Teobaldi.

«Folletto» era il nomignolo che Loredana aveva scelto per Clarice in

memoria del famoso galop di Sirmione.

--Dico che è magnifico!--rispondeva il grosso folletto, guardandosi

intorno a gustar meglio l'intimità aristocratica del luogo, e a salutar

con un sorriso certi oggetti, come quel legno policromo del 600, i quali

significavan per lei qualche ricordo.--Dico,--seguitava,--che a

Sirmione deve avermi spinta il mio angelo custode; e pensi, contessa,

che vi sono andata a caso, senza voglia....

Ma Loredana interrompeva con un gesto la storia risaputa.

--Non tornerete daccapo?--domandava ridendo.

Dacchè viveva con la giovane signora, Clarice aveva sentito il dovere di

renderle il titolo di contessa, che a Sirmione le aveva lesinato; i

servi imitavano in questo la dama di compagnia, quantunque nessuno

ignorasse da qual vincolo Loredana era legata al conte; e Filippo, non

senza riconoscere la fastidiosa gravità del fatto, s'era guardato dal

muovere osservazioni, che sarebbero state, del resto, assai difficili e

spiacevoli.

Berto Candriani aveva raccontato alla contessina Fioresi ch'egli era fra

i pochi i quali frequentavano la casa della bella amante, e aveva detto

il vero; anzi era il solo che Filippo si conducesse qualche volta a

pranzo.

Aveva cominciato quasi involontariamente, perchè Berto gli si era messo

un giorno alle calcagna, essendosi fitto in capo di pranzare con

Filippo, dovunque quel giorno e con chiunque Filippo avesse dovuto

trovarsi; e quest'ultimo, o perchè di buon umore, o disperando di

levarselo d'intorno, se l'era condotto seco e l'aveva presentato a

Loredana e anche alla signora Clarice Teobaldi.

Loredana n'era rimasta sgomenta e sospettosa; ma passato il primo

impaccio, Berto s'era mostrato così accorto, così savio, così elegante

nelle maniere, pur essendo loquace e malizioso, che a poco a poco

Loredana s'era rimessa dal sospetto e da quel sottile pudore che

l'avevan dapprima turbata. Clarice dichiarò netto che dopo il conte

Vagli, il conte Candriani era il gentiluomo più compito del mondo, forse

perchè, invece di far complimenti usuali alla bella amante, egli aveva

rivolto la sua galanteria scherzosa alla cantatrice, la quale n'era

rimasta ammiratissima.

Berto non abusò del privilegio e non si recò mai da Loredana se non

accompagnando Filippo. Egli pure aveva fiutato in aria che si trattava

d'un legame serio, non indegno di qualche rispetto; parlava bene di

Loredana a Filippo e di Filippo a Loredana, ma chiedeva a se stesso dove

quei due sarebbero andati a parare.

Frattanto, perchè la contessa Lombardi e altre dame s'indugiavano in

città, prolungando oltre il consueto la stagione dei bagni, Filippo

aveva dovuto riprendere quella «vita per la platea» della quale era

abituato a vivere. Si recava spesso a Lido, nelle capanne delle amiche.

Il Lido piaceva a lui, come a tutti i veneziani, per agonia di luce, di

verde, di spazio, d'aria diffusa; anch'egli si contentava dei pochi

viali fiancheggiati da villini brutti, e s'era avvezzo alle costruzioni

terribilmente antipatiche di quegli alberghi nei quali si mangiava

malissimo e dai quali si vedeva una sfilata di capanne tozze, una

spiaggia arida, qualche disegno di giardino con gli alberetti ancor

giovani, sarcasticamente dimentichi di protegger gli uomini dal sole.

Anche a Filippo la terrazza dei bagni pareva una stupenda costruzione

d'arte; la vita e i colori glieli prestavano le oziose belle e gli

oziosi eleganti in abiti vivacissimi, cosicchè quella baracca era come

un animale indecente coperto da parassiti variopinti che ne nascondevano

la sgraziataggine.

Con le dame, con gli ufficiali di marina, coi gentiluomini che a quelle

facevano codazzo e corona, Filippo si lasciò trascinare a gite

frequenti; talora prendeva parte alle «sauteries», che nel linguaggio

barbarico dell'aristocrazia dovevano significare balli modesti, fra

amici.

Egli aveva il proprio pensiero rivolto a Loredana anche in quelle ore,

ma la dimestichezza antica con le famiglie patrizie, la necessità di

rispondere alle cortesie, la germinazione continua di visite da visite,

di pranzi da pranzi, di gite da gite, la rete sottile e densa della vita

mondana, che o si fugge interamente o interamente vi afferra, per lunghi

giorni lo avevano costretto ad abbandonare l'appartamento segreto e caro

delle Zattere, dove non si riduceva che a notte tarda, con la furia di

ricomprarsi il tempo perduto e di compensarne l'amante.

Loredana, che di rimbrotti non era capace, sentì bruscamente d'odiare

quelle donne, quegli uomini, quei ritrovi, quegli spassi; non solo

perchè interrompevano la sua bella esistenza d'amore, ma più perchè la

mettevano innanzi a una barriera.

C'eran dunque famiglie ch'ella «non poteva» conoscere, e donne che «non

dovevano» salutarla? Si era data con ingenua lealtà, fidando, senza un

calcolo, per impeto d'amore; e niente la salvava dalla riprovazione

arcigna del mondo? Ella aveva contro di sè la piccola società borghese

alla quale apparteneva, e la società aristocratica alla quale non poteva

appartenere; l'una e l'altra s'accordavano in un sol punto, nel

biasimarla.

La fanciulla evitò di metter piede a Lido, temendo che la sua mala sorte

la facesse incontrar con Filippo e obbligasse l'uno e l'altra alla

commedia di scambiare un saluto appena percettibile; ma se lo sguardo le

cadeva sui giornali cittadini, vedeva il nome di Flopi nel resoconto

delle feste accomunato con quello di Berto Candriani, del tenente

Orseolo, del marchese di Spinea, e due righe sopra una sfilata di dame,

dalla contessa Osvaldi alla duchessa di Torrecusa, dalla contessina

Fioresi alla contessa Lombardi. Eran sempre le medesime, accompagnate

dai medesimi aggettivi, disposte nel medesimo ordine; e venivan poi i

nomi di signore esotiche, le quali almeno, sparivano e ricomparivano con

maggior varietà.

Che cosa faceva Flopi, come poteva non annoiarsi tra quelle donne,

ch'egli vedeva tutti i giorni, da anni?

L'amore di Loredana · 第 9 / 17 段